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ERITREA ERITREA



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Lettera aperta da un compagno africano a Nichi Vendola e agli amici di SEL

18/10/2015

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​Caro Nichi Vendola e cari amici di SEL,

volutamente uso la parola “amici” visto che l’ultima volta che vi ho scritto chiamandovi “COMPAGNI” mi avete liquidato con due righe dicendomi che la mia lettera era finita nello spam per sbaglio, evidentemente il server di SEL Nazionale non riconosce più quell’appellativo. Pazienza!

Partecipando quest’estate alla vostra manifestazione Selfie di Piazza San Giovanni a Roma e girando per i suoi coloratissimi stand non ho potuto non notare una bandiera etiopica gigante appesa fuori da un ristorante etnico. La vostra multietnicità è encomiabile ma…

A quanto pare nessuno di voi si è accorto che quella bandiera non fosse una bandiera etiopica qualsiasi, quella esposta nella vostra manifestazione aveva come simbolo il Leone di Judah. Ora, per chi non lo sapesse, quella era la bandiera dell’Imperatore Haile Sellassie. Sì proprio lui, sua maestà il Re dei Re.

Dunque, a meno che improvvisamente non siate diventati tutti rastafariani e come loro lo consideriate il nuovo Messia, l’incarnazione di Dio, non capisco perché la sua bandiera sventolasse proprio nel vostro “Roma scatta a sinistra”. Avevo già subodorato che foste “pro Etiopia” ma anche monarchici beh, proprio non l’avrei mai detto!

Ma credo invece si tratti solo di una buona dose d’ignoranza e confusione in politica estera da parte vostra ed è infatti per questo che vi scrivo.

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J'Accuse Human Rights Watch

18/10/2015

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di Daniel Wedi Korbaria (artista eritreo)

Lettera al Sig. Kenneth Roth (Direttore Esecutivo di HRW) WORLD REPORT ERITREA

Caro Signor Roth,

leggendo la sua ultima relazione annuale sull’Eritrea (2014), in un primo momento, ho fortemente dubitato che si trattasse del mio paese. Ma purtroppo, è proprio della mia patria che Lei ha scritto. Le sarei davvero grato se potesse aiutarmi a capirne alcuni passaggi. In primo luogo, mi chiedevo se mettere il logo della miniera d'oro di Bisha al centro della mappa dell’Eritrea corrispondesse ad un esplicito messaggio per sottolineare le risorse naturali del Paese o se fosse semplicemente per rendere la relazione più accattivante per il lettore.

In secondo luogo, ha redatto la relazione con un carico pesante di secondo il, riportati da, si dice, che ha detto, egli descrive, ecc. A questo punto devo dedurre che Human Rights Watch, pur non essendo presente in Eritrea né acquisendo i dati dall'interno del paese, usi questa relazione per diffondere pregiudizi e storie non confermate. La relazione afferma: “L'Eritrea è tra i Paesi più chiusi del mondo, le condizioni dei diritti umani permangono tristi. Servizio militare indefinito, tortura, detenzioni arbitrarie e severe restrizioni alle libertà di espressione, di associazione e di religione provocano fughe di migliaia di eritrei dal paese ogni mese.”

I giovani eritrei fuggono dal loro paese, questo è vero. Scappano per il servizio militare prolungato, anche questo è vero. Ma perché la relazione non si focalizza sull’inosservanza delle decisioni definitive e vincolanti dell’EEBC da parte dell'Etiopia che continua ad occupare illegalmente territori eritrei? Human Rights Watch è a conoscenza della situazione di no guerra - no pace che persiste in Eritrea fin dalla fine del conflitto del 2000 e che obbliga tutti a stare all’erta?

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Lettera al Manifesto

18/10/2015

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di Daniel Wedi Korbaria
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Cari compagni de Il Manifesto,

innanzitutto mi scuso per l’appellativo “compagni” visto il tono e il contenuto tipicamente d’oltreoceano con cui continuate a scrivere i vostri pezzi sul mio Paese progressista: l’Eritrea. Da ex appassionato vostro lettore, vi scrivo per l’ennesima volta sperando di ricevere una risposta, se non altro perché conservo ancora come una reliquia una copia de Il Manifesto da 50 mila lire, pagata all’epoca con il salario di una giornata di lavoro. Allora credevo di aiutare un giornale fuori dal coro, non volevo che chiudesse un giornale che aveva il coraggio di scrivere ciò che altri non osavano, un giornale di grandi firme. Oggi non lo farei più e vi dico il perché.

Sebbene non fosse la prima volta, sulla vostra testata del 26 novembre 2014 è apparso un articolo infamante dal titolo: Uno Stato Prigione di Marco Omizzolo e Roberto Lessio, due giornalisti a quanto pare affetti da una malattia incurabile e contagiosa quale quella di scrivere dei problemi di un paese africano “per sentito dire” e per “copia incolla”. Anch’io so, per sentito dire, che un buon giornalista è tale quando prima di mettere nero su bianco alcunché, attenendosi alla deontologia, si informa adeguatamente e verifica le notizie di persona possibilmente recandosi sul luogo. Invece, ahimè, così non è purtroppo!


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Riflessioni sulla conferenza del 9 novembre 2014

18/10/2015

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di Daniel Wedi Korbaria
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Caro Ambasciatore Fessahazion Pietros,
​

il suo prezioso impegno ha raccolto centinaia di eritrei residenti in Italia restituendo alla Comunità, traumatizzata dai fatti di Lampedusa, l’orgoglio della sua identità: essere ERITREI. E noi cittadini eritrei della diaspora siamo fieri e siamo al fianco del nostro Governo. Noi ci siamo e ci saremo sempre, noi siamo un solo cuore.

Nella particolare serata di ieri 9 novembre, la sera della sua attesa conferenza a Roma, tantissimi eritrei venuti ad ascoltarla sono stati disturbati da alcuni scugnizzi venuti apposta per provocare la sua e la nostra immensa pazienza spacciandosi per “eritrei di opposizione”. Quel loro noioso tentativo d’ostruzionismo, fallito sul nascere, ci ha dato un quadro molto chiaro sulla situazione del nostro amato Paese.

Ragazzacci prepotenti e villani che non hanno avuto nessun rispetto per le persone anziane presenti, le nostre madri e i nostri padri, e che non hanno avuto rispetto della nostra cultura, delle nostre tradizioni e della nostra storia. Un esiguo gruppo di insolenti venuti apposta per creare disturbo e per mancare di rispetto alla Comunità degli eritrei ed al suo Rappresentante in Italia.

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Programma di conservazione delle acque piovane

18/10/2015

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Roma, mostra al Pigorini su "Eritrea. Il paese rosso"

18/10/2015

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Roma, 16 set - Eritrea, paese africano multiculturale affacciato sul Mar Rosso, con una storia più che millenaria, fatta di scambi e contatti con il mondo intero, che ne hanno arricchito cultura e tradizione. Qui si possono incontrare molte delle più significative tappe della nostra storia bio-culturale: la nascita di Homo, il misterioso regno di Punt, i confronti tra le grandi religioni monoteiste, i conflitti dei grandi imperi. Eritrea è anche sinonimo di natura incontaminata, varia e affascinante.

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Il Presidente Napolitano ha ricevuto le credenziali dei nuovi Ambasciatori di Eritrea e Estonia

18/10/2015

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C o m u n i c a t o

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha ricevuto nel pomeriggio al Quirinale, in separate udienze, per la presentazione delle Lettere Credenziali, i nuovi Ambasciatori:

S.E. Fessehazion Pietros, Stato di Eritrea;

S.E. Celia Kuningas-Saagpakk, Repubblica di Estonia.


Era presente agli incontri il Vice Ministro degli Affari Esteri, Lapo Pistelli.

Roma, 17 settembre 2014
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Lettera al Direttore de "la Repubblica"

18/10/2015

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di Daniel Wedi Korbaria

Egr. Direttore,

chi le scrive è un artista eritreo che vivendo da vent’anni in Italia ha la fedina penale ancora pulita nonostante le giornaliere difficoltà e la particolarità del suo Paese che spesso e volentieri invita i cittadini ad ogni sorta di illegalità. Non ho mai preso nemmeno una multa per divieto di sosta o per il mancato pagamento di un biglietto d’autobus, e posso permettermi il lusso di definirmi orgogliosamente un cittadino onesto in Italia e un eritreo senza alcun conflitto di interesse nel mio paese.

Vengo al dunque.

Questa mia è per esprimerle il rammarico che provo per gli ultimi articoli pubblicati da la Repubblica.it riguardanti il mio amato paese: l’Eritrea. In particolare l’articolo del 22 agosto 2014 in cui un vostro giornalista riporta le parole di Don Mussie Zeray, un pregiudicato secondo fonti attendibili arrestato negli anni novanta a Roma per spaccio di droga, prendendolo come l’unico “detentore della verità”.

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1° Settembre 1961 inizio della lotta armata

18/10/2015

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BAHTI MESKEREM

Il 1° settembre 1961 un giovane del bassopiano eritreo di nome Idris Hamid Awate insieme a pochi amici, armati di vecchi fucili italiani rubati, sparava il primo colpo contro una stazione di polizia etiopica. Quel lontano giorno iniziò la lotta armata di Liberazione dell’Eritrea. Il guerrigliero Idris morì un anno dopo in combattimento sperando, ma senza saperlo, che altri Idris eritrei avrebbero preso il suo posto e sacrificato la loro vita per la propria libertà. E il suo sogno non fu vano, trent’anni dopo la superpotenza “etio-soviet-americana” venne sconfitta e l’Eritrea finalmente liberata.

È proprio per festeggiare questo anniversario chiamato Bahti Meskerem che gli eritrei residenti in Italia si sono radunati ieri, 31 agosto 2014 , a Bologna la città simbolo della lotta di Liberazione. La cerimonia è stata aperta con l’inno nazionale eritreo cantato da bambini nati in Italia e la pronuncia maccheronica delle loro parole in tigrigna ha rallegrato il cuore di tutti i presenti.


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Lettera al Direttore dell'Avvenire: La mia personale battaglia per la verità

18/10/2015

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di Daniel Wedi Korbaria

Egr. Direttore Marco Tarquinio,

chi le scrive è un ex cattolico che nei primi anni ottanta faceva il chierichetto nella cattedrale di Asmara in Eritrea, un servigio onestamente reso alla Santa Chiesa per circa una decina d’anni. Alla fine di questa mia capirà il perché sono diventato “ex cattolico”.

Scrivendo la parola “Eritrea” sul vostro sito compaiono quasi cento articoli, dal 2010 al 2014, la maggior parte a firma del giornalista Paolo Lambruschi. Pazientemente li ho letti quasi tutti anche se già dai titoli si poteva capire il loro contenuto: “l’Eritrea vende i suoi figli”, “fuga dall’Inferno”, “vivere in Eritrea è peggio che morire”, eccetera.

Quasi tutti gli articoli datati 2010/2011 parlano dei sequestri di giovani eritrei nel Sinai, dei riscatti pagati ai predoni, delle spranghe e delle violenze che quotidianamente le nostre donne hanno subito con tanto di dettagli raccapriccianti. A mio parere, si parla invece pochissimo dei respingimenti italiani al tempo del governo Berlusconi. Poco male comunque.

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