|
11 marzo 2026
Di David Yeh Sua Eccellenza Bxeyti, Ambasciatrice Sophia Tesfamariam, Rappresentante Permanente dell'Eritrea presso le Nazioni Unite e Vicepresidente del Consiglio Esecutivo dell'UNICEF per il 2025, ha recentemente avuto una conversazione profonda e stimolante con Dimtsi Hafash, l'emittente nazionale eritrea, descrivendo un lungo viaggio di oltre 5.000 chilometri attraverso l'Eritrea. Il viaggio, al contempo simbolico e pratico, ha offerto l'opportunità di constatare in prima persona la realtà dello sviluppo dell'Eritrea, la resilienza del suo popolo e i progressi compiuti nelle diverse regioni del Paese. Attraversando paesaggi variegati, dagli storici altopiani alle regioni costiere lungo il Mar Rosso, la visita dell'Ambasciatrice Sophia le ha permesso di riavvicinarsi alle comunità e di osservare gli sforzi in corso degli eritrei per costruire una nazione autosufficiente. Le sue riflessioni hanno trasmesso un messaggio importante non solo sullo sviluppo interno dell'Eritrea, ma anche sul ruolo del Paese a livello internazionale e sulla responsabilità degli eritrei ovunque si trovino, in particolare della diaspora, di difendere la verità e contrastare le false narrazioni. Il viaggio è iniziato con una visita a Nakfa, un luogo che occupa un posto di profondo significato nella storia nazionale dell'Eritrea. Nakfa è ampiamente conosciuta come simbolo di resistenza e sacrificio durante la lunga lotta per l'indipendenza dell'Eritrea. Per l'ambasciatrice Sophie, la visita a Nakfa non è stata una semplice tappa cerimoniale, ma un promemoria dei valori fondanti che hanno plasmato l'identità nazionale eritrea. Lo spirito di perseveranza che ha caratterizzato la lotta di liberazione continua a influenzare il percorso di sviluppo del Paese ancora oggi. Trovandosi in un luogo dove sono stati compiuti innumerevoli sacrifici, ha riflettuto su come la determinazione degli eritrei durante la lotta continui a guidare la nazione nell'affrontare le sfide della costruzione nazionale. Nakfa rappresenta l'eredità di resistenza e resilienza e serve da potente monito su ciò che gli eritrei possono realizzare quando sono uniti da un obiettivo comune. Da Nakfa, l'Ambasciatrice Sophie ha proseguito il suo viaggio attraverso diverse regioni del Paese, tra cui la regione meridionale del Mar Rosso, un'area nota per la sua posizione strategica e le sue risorse naturali. La regione si estende lungo la costa del Mar Rosso e comprende comunità che storicamente dipendono dalla pesca, dal commercio e dalle attività marittime. Durante la sua visita, ha osservato una crescente attività economica e iniziative di sviluppo che sottolineano l'importanza della regione per il futuro dell'Eritrea. Il Mar Rosso è sempre stato centrale per l'identità e il potenziale economico dell'Eritrea, e la regione meridionale del Mar Rosso illustra come il Paese stia gradualmente ampliando la sua capacità di sfruttare le risorse marittime. L'Ambasciatrice Sophie ha sottolineato che lo sviluppo in atto in quest'area riflette la più ampia strategia dell'Eritrea di fare affidamento sulle proprie capacità, costruendo al contempo con attenzione infrastrutture e basi economiche che sosterranno la crescita a lungo termine. Proseguendo il suo viaggio nella regione meridionale, l'Ambasciatrice Sophie ha incontrato comunità impegnate nella produzione agricola e in iniziative di sviluppo rurale. La regione meridionale è da tempo un'importante zona agricola e l'impegno degli agricoltori e delle comunità locali dimostra la dedizione del Paese alla sicurezza alimentare e allo sviluppo sostenibile. In molti villaggi e città visitati, ha potuto osservare esempi di iniziative dal basso volte a migliorare le condizioni di vita, rafforzare la cooperazione comunitaria ed espandere le opportunità per i giovani. Scuole, centri sanitari e piccoli progetti infrastrutturali erano la prova tangibile che lo sviluppo non si limita ai centri urbani, ma si sta realizzando in tutto il paese grazie a sforzi coordinati a livello nazionale e locale. L'ambasciatrice ha sottolineato che ciò che più l'ha colpita durante il suo viaggio è stato il senso di partecipazione dei cittadini comuni. Gli eritrei, indipendentemente dalla regione o dalla professione, condividono la forte convinzione che il futuro del loro paese dipenda dallo sforzo collettivo e dalla responsabilità condivisa. Ha sottolineato l'importanza del turismo nella zona di Senafe e sul monte Emba Soyra. Durante il suo viaggio di 5.000 chilometri, l'ambasciatrice Sophie ha ripetutamente evidenziato l'importanza di guardare all'Eritrea al di là delle narrazioni che spesso dominano il dibattito internazionale. Per molti anni, ha spiegato, l'Eritrea è stata oggetto di rappresentazioni distorte e interpretazioni selettive che non riescono a cogliere la complessità della realtà del paese. Viaggiando molto e interagendo direttamente con le comunità, ha potuto osservare i progressi compiuti in settori che raramente ricevono attenzione internazionale. Tra questi, i miglioramenti nell'istruzione, l'ampliamento dell'accesso all'assistenza sanitaria, lo sviluppo delle infrastrutture e le iniziative economiche locali volte a rafforzare l'autosufficienza. Ha descritto questi risultati come i progressi silenziosi dell'Eritrea. Storie di successo, traguardi che forse non attirano l'attenzione dei media internazionali, ma che rappresentano comunque un progresso significativo per la nazione e il suo popolo. L'istruzione, in particolare, si è distinta come pilastro centrale degli sforzi di sviluppo dell'Eritrea. Durante le sue visite a scuole e istituti scolastici, l'ambasciatrice Sophie ha potuto constatare la dedizione di insegnanti e studenti che lavorano in un ambiente che promuove disciplina, perseveranza e senso di responsabilità nazionale. L'istruzione è da tempo riconosciuta come un investimento cruciale per il futuro dell'Eritrea, e l'importanza attribuita all'apprendimento riflette la convinzione del Paese che il capitale umano sia la sua risorsa più preziosa. L'ambasciatrice ha parlato della determinazione dei giovani eritrei che aspirano a contribuire alla crescita e alla stabilità della loro nazione. Le loro ambizioni e il loro ottimismo, ha affermato, sono stati tra gli aspetti più stimolanti del suo viaggio. Anche l'assistenza sanitaria è stato un settore in cui ha osservato progressi significativi. L'Eritrea ha investito notevoli risorse nella costruzione di un sistema sanitario che raggiunge anche le comunità più remote. Le cliniche e le strutture sanitarie visitate durante il viaggio hanno dimostrato come il Paese abbia dato priorità alla prevenzione e ai servizi sanitari di base a livello comunitario. Pur in presenza di sfide, i miglioramenti conseguiti nel corso degli anni dimostrano i risultati di un impegno nazionale costante per il miglioramento del benessere dei cittadini. L'Ambasciatrice Sophie ha sottolineato che questi traguardi vanno compresi nel contesto della più ampia filosofia di sviluppo dell'Eritrea, che privilegia il progresso graduale, l'autosufficienza e la mobilitazione della partecipazione comunitaria. Oltre a riflettere sugli sviluppi interni al Paese, l'Ambasciatrice Sophie ha parlato anche del ruolo dell'Eritrea sulla scena internazionale, in particolare attraverso il suo lavoro alle Nazioni Unite. In qualità di Rappresentante Permanente dell'Eritrea presso l'ONU, è stata attivamente coinvolta in discussioni diplomatiche su temi che spaziano dalla cooperazione internazionale allo sviluppo e alla governance globale. Ha sottolineato che l'Eritrea si batte costantemente per principi quali il rispetto della sovranità nazionale, l'equità nelle relazioni internazionali e una maggiore rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo nei processi decisionali globali. L'approccio diplomatico dell'Eritrea, ha spiegato, si fonda sulla convinzione che tutte le nazioni, indipendentemente dalle dimensioni o dalla potenza, meritino pari rispetto e la possibilità di perseguire percorsi di sviluppo che rispecchino le proprie priorità. L'ambasciatrice Sophie ha inoltre spiegato che l'Eritrea è diventata sempre più attiva all'interno di vari gruppi e comitati delle Nazioni Unite, dove il Paese ha ottenuto riconoscimenti per il suo impegno costruttivo. L'Eritrea ha partecipato a diverse piattaforme e gruppi di collaborazione delle Nazioni Unite, contribuendo alle discussioni sullo sviluppo, l'equità globale e i diritti delle nazioni più piccole nei processi decisionali internazionali. Grazie a un impegno diplomatico costante e a posizioni di principio, l'Eritrea si è guadagnata il rispetto di molti Stati membri. Secondo l'ambasciatrice, questo riconoscimento riflette l'impegno dell'Eritrea per una diplomazia basata sui principi e la sua volontà di contribuire responsabilmente al dialogo globale. Ha inoltre osservato che numerosi tentativi di screditare l'Eritrea nei forum internazionali sono stati efficacemente contrastati e bloccati grazie a un confronto basato sui fatti e alla cooperazione diplomatica con gli altri Stati membri. Nel corso degli anni, i tentativi di isolare l'Eritrea attraverso narrazioni politicizzate sono falliti sempre più, poiché un numero crescente di Paesi riconosce l'importanza di un dialogo equilibrato e del rispetto della sovranità. L'ambasciatrice Sophie ha sottolineato che la missione diplomatica eritrea è rimasta ferma nel presentare informazioni accurate e nel difendere il Paese dalle accuse ingiuste. Di conseguenza, all'Eritrea sono state affidate responsabilità amministrative e di leadership in diversi processi delle Nazioni Unite, a testimonianza della crescente fiducia che gli Stati membri ripongono nella partecipazione eritrea. Uno degli aspetti evidenziati durante l'intervista è stato il contributo di leadership dell'Eritrea all'interno dell'UNICEF negli ultimi due anni. Attraverso il suo coinvolgimento nelle strutture di leadership dell'organizzazione, l'Eritrea ha collaborato con altre nazioni per affrontare le problematiche che affliggono i bambini in tutto il mondo, tra cui l'accesso all'istruzione, all'assistenza sanitaria e alla protezione da conflitti e povertà. L'ambasciatrice Sophie ha spiegato che l'impegno dell'Eritrea in tali iniziative dimostra la dedizione del Paese non solo al proprio sviluppo, ma anche agli sforzi globali volti a migliorare la vita delle popolazioni vulnerabili. La partecipazione alle istituzioni internazionali, ha affermato, offre all'Eritrea l'opportunità di condividere le proprie esperienze e al contempo di imparare da altri Paesi. Un altro tema centrale della discussione è stato il ruolo della diaspora eritrea. L'ambasciatrice ha descritto la diaspora come il quarto fronte, un termine che riflette il contributo storico e attuale degli eritrei che vivono all'estero. Durante la lotta per l'indipendenza, l'Eritrea Gli eritrei della diaspora hanno svolto un ruolo cruciale nel sostenere il movimento di liberazione attraverso attività di sensibilizzazione, raccolta fondi e mobilitazione della solidarietà internazionale. Oggi, questo spirito di impegno continua, sebbene le sfide si siano evolute. Invece di sostenere una lotta armata, la diaspora si trova ora ad affrontare la responsabilità di difendere la reputazione dell'Eritrea e di contrastare la disinformazione che circola nei media e negli ambienti politici internazionali. Secondo l'ambasciatrice Sophie, gli eritrei che vivono all'estero si trovano in una posizione privilegiata per fungere da ambasciatori del loro Paese. Interagendo con le comunità locali, partecipando ai dibattiti pubblici e condividendo informazioni accurate sull'Eritrea, contribuiscono a contrastare narrazioni che non rispecchiano la realtà sul campo. Ha sottolineato che il ruolo della diaspora non si limita a difendere il Paese dalle critiche, ma include anche la promozione della cultura eritrea, il sostegno alle iniziative di sviluppo e il mantenimento di forti legami con la patria. Il legame tra gli eritrei residenti nel Paese e quelli che vivono all'estero rimane uno dei maggiori punti di forza della nazione. Il suo viaggio attraverso l'Eritrea ha rafforzato questa idea di unità e responsabilità condivisa. Ovunque sia andata, dagli storici altopiani alle comunità costiere del Mar Rosso, ha incontrato persone profondamente impegnate per il futuro del loro Paese. La loro dedizione, ha affermato, le ha ricordato che il progresso dell'Eritrea non è guidato dal riconoscimento esterno, ma dalla determinazione dei suoi stessi cittadini. Il senso di scopo collettivo emerso durante la lotta per l'indipendenza continua a guidare il Paese nella costruzione di istituzioni, nello sviluppo delle infrastrutture e negli investimenti per il benessere delle generazioni future. Riflettendo sull'intero viaggio, l'Ambasciatrice Sophie lo ha descritto come fonte di ispirazione e di conferma. Le ha offerto l'opportunità di assistere alle sfide e ai successi dell'Eritrea e ha rafforzato la sua convinzione che la storia del Paese debba essere raccontata dagli eritrei stessi. In un mondo in cui le informazioni viaggiano rapidamente e le narrazioni possono essere plasmate da osservatori lontani, crede che il coinvolgimento diretto e un dialogo onesto siano essenziali per presentare un quadro equilibrato della realtà eritrea. La sua conversazione con Dimtsi Hafash è servita a ricordare la duratura resilienza del popolo eritreo. Dall'eredità storica di Nakfa alle nuove opportunità lungo il Mar Rosso e alle comunità agricole della regione meridionale, l'Eritrea continua ad andare avanti con determinazione, unità e autosufficienza. Il viaggio dell'ambasciatrice Sophie attraverso il Paese ha messo in luce i progressi silenziosi ma significativi che si stanno verificando in molti settori, sottolineando al contempo l'importanza della solidarietà nazionale e dell'impegno internazionale. Mentre l'Eritrea continua a muoversi in un contesto globale complesso, il messaggio dell'ambasciatrice è stato chiaro: la forza della nazione risiede nella resilienza del suo popolo, nell'unità tra i cittadini in patria e all'estero e nell'impegno a raccontare la propria storia con onestà e fiducia. Il suo viaggio attraverso l'Eritrea non è stato semplicemente un tour delle regioni del Paese, ma una riaffermazione dei valori che continuano a plasmare il cammino futuro dell'Eritrea. L'ambasciatrice Sophia Tesfamariam ha condiviso le riflessioni maturate durante il suo viaggio in Eritrea, che l'ha portata a visitare Nakfa, la regione meridionale del Mar Rosso, la regione meridionale e altre aree, osservando lo sviluppo e la resilienza del Paese. Ha messo in luce i successi dell'Eritrea nei settori dell'istruzione, della sanità, delle infrastrutture e delle iniziative comunitarie, spesso ignorati a livello internazionale. In seno alle Nazioni Unite, l'Eritrea si è impegnata attivamente in diversi gruppi, ottenendo riconoscimenti, contribuendo a ruoli di leadership come quello dell'UNICEF e contrastando con successo i tentativi di diffamare il Paese. L'ambasciatrice Sophia ha inoltre sottolineato il ruolo cruciale della diaspora eritrea come quarto fronte, fondamentale per contrastare la disinformazione e sostenere la nazione a livello globale. Il suo viaggio ha rafforzato il messaggio di unità, autosufficienza e l'importanza che gli eritrei raccontino la propria storia, mostrando i progressi del Paese e la sua crescente voce sulla scena internazionale.
0 Comments
Definire il Sahara un ristorante è…riduttivo. Il Sahara è casa, è incontro è memoria.
Con questa lettera desideriamo condividere con voi un passaggio delicato della nostra storia. Dopo oltre vent’anni, il contratto di locazione della nostra storica sede di Viale Ippocrate è scaduto e i proprietari dell’immobile hanno scelto di percorrere una strada diversa. Una decisione che non ci appartiene, ma che siamo chiamati ad accettare. Il Sahara chiude le porte di questa casa con il cuore pesante, ma con la consapevolezza di aver lasciato un segno difficile da cancellare. Questo significa che il ristorante non aprirà e non sarà più possibile effettuare prenotazioni. Sahara è stata la nostra casa. E per molti di voi, lo sappiamo, è stata anche un po’ la vostra. Siamo stati tra i primi ristoranti eritrei a Roma. Nel tempo, Sahara è diventato un luogo di fusione eritrea ed etiope, un abbraccio tra culture che vanno oltre confini e questioni territoriali. Un modo per raccontare, attraverso il cibo, una storia di convivenza, tradizione e identità condivisa. In questi anni abbiamo avuto l’onore di accogliere generazioni di persone. Studenti arrivati per curiosità, tornati poi in coppia, poi con i figli. Ospiti venuti una sola volta per provare qualcosa di diverso. E tanti altri che sono tornati, e tornati ancora. È stato un privilegio introdurvi alla cucina eritrea ed etiope. Raccontarvi il significato dell’injera, il valore del mangiare insieme con le mani, la ritualità del caffè, le storie che vivono nei nostri piatti. Ogni servizio è stato un gesto di cura e di impegno nel far conoscere una cultura gastronomica che per noi è identità. Oggi ci troviamo in un momento di sospensione. Non abbiamo più una casa fisica. Ci prenderemo del tempo per comprendere se e come Sahara potrà continuare ad essere Sahara. Dopo più di vent'anni l’idea di non poter più accogliere è difficile da accettare. Per questo abbiamo bisogno di fermarci, riflettere e capire quale sarà il nostro prossimo passo. Se desiderate rimanere in contatto con noi, vi invitiamo a iscrivervi alla nostra newsletter e a seguire i nostri canali social. Sarà il modo per aggiornarvi su eventuali sviluppi, nuovi progetti e per continuare, in qualche forma, a sentirci parte della stessa comunità. Nel frattempo, desideriamo dirvi grazie. Grazie per averci scelto. Grazie per aver condiviso i vostri momenti importanti tra queste mura. Grazie per aver creduto in una cucina che parla di incontro e rispetto. Qualunque sarà il futuro, la storia di Sahara esiste perché voi ne avete fatto parte. Con gratitudine, Fabio e tutto lo staff Sahara https://www.ristorante-sahara.com/il-ristorante-sahara.../ Nel suo editoriale sul Corno d'Africa pubblicato la scorsa settimana sull'Avalanche Journal, Tibor Nagy ricorre alla sua consueta ricetta di denigrazione dell'Eritrea per scodellare congetture parziali e presuntuose che sono in contrasto con le principali cause e traiettorie della tensione latente nella regione. Questo non sorprende sotto molti aspetti. L'ex Sottosegretario di Stato statunitense per l'Africa manca effettivamente di credenziali accademiche e analitiche e, cosa ancora più importante, di integrità e onestà personale, poiché le sue posizioni e opinioni sbilanciate sul Corno d'Africa sono spesso influenzate dai suoi contratti di lobbying e dalle sue reti politiche non ortodosse. La sua ardente attività di lobbying in questi giorni per il riconoscimento del Somaliland e le sue posizioni negative sulla situazione in Sudan sono ulteriori e significativi esempi. 1. Per quanto riguarda l'Eritrea, Naggy fu un arrendevole sostenitore della violazione del diritto internazionale da parte del regime etiope e della continua occupazione dei territori sovrani eritrei, in violazione dell'Accordo di pace di Algeri e del lodo "definitivo e vincolante" dell'EEBC, quando era ambasciatore degli Stati Uniti ad Addis Abeba. 2. Infatti, mentre gli Stati Uniti erano uno dei garanti dell'Accordo di Algeri, che conteneva disposizioni esplicite per misure punitive contro la parte recalcitrante, Tibor Nagy ha continuato a difendere e a scusarsi per la continua occupazione illecita da parte del regime etiope di territori sovrani eritrei, tra cui Badme, per quasi due decenni, in flagrante violazione del lodo arbitrale e della sua successiva, pronunciata politica di "cambio di regime" fino al 2018. In questa prospettiva, gli elogi che riversa sul Primo Ministro etiope non sono né accurati né meritati, poiché il nuovo regime aveva accettato solo tardivamente, per quanto importante, di rispettare e aderire ai propri obblighi contrattuali praticamente 16 anni dopo il lodo arbitrale. 3. L'insinuazione di Tibor Nagy secondo cui l'Eritrea fosse parte integrante dell'Impero etiope, vecchio di 2000 anni, prima della sua indipendenza è anch'essa pateticamente sbagliata e asseconda una mitologia deliberatamente creata che non ha nulla a che fare con la storia reale della regione. Prima dell'avvento del colonialismo italiano alla fine del XIX secolo, l'Eritrea moderna ha attraversato lunghe traiettorie storiche in cui le pianure occidentali e orientali erano sottoposte a vari occupanti esterni (Impero Ottomano, ecc.), mentre feudi indigeni indipendenti presidiavano il resto del paese. Il revisionismo storico e l'invocazione di mitologie sono essenzialmente propagandati da coloro che desiderano infondere una parvenza di giustificazione alle ambizioni espansionistiche dell'attuale regime. Etiopia ed Eritrea "erano una cosa sola", secondo i termini di Tibor Nagy, solo dal 1951 fino a quando l'Eritrea fu annessa con la forza dall'Etiopia abrogando il "Federal Act"; quest'ultimo imposto all'Eritrea contro i suoi inalienabili diritti di decolonizzazione. Anche il riferimento di Tibor Nagy alla piccola Eritrea - delle dimensioni della Pennsylvania - ecc. rientra nello stesso schema ingannevole, poiché la sovranità e l'integrità territoriale delle nazioni non hanno alcuna correlazione positiva con la massa geografica. 4. L'elogio di Tibor Nagy del Primo Ministro etiope come "un devoto cristiano evangelico che si considera un leader messianico che compie l'opera di Dio sulla terra" è del tutto falso e ridicolo, evidentemente inventato per attrarre certi elettori negli Stati Uniti. Tibor Nagy si è infatti smascherato come il lobbista senza scrupoli che è. La sua affermazione secondo cui l'Etiopia è stata la seconda nazione al mondo ad adottare il cristianesimo è fatta della stessa pasta e storicamente inaccurata come le sue altre congetture. Questa falsa affermazione, di fatto, offusca la realtà che il Mar Rosso dell'Eritrea fu la porta d'accesso per l'introduzione del Cristianesimo e delle tradizioni islamiche in Africa. Inconfutabili reperti storici e archeologici dimostrano che il Cristianesimo fu introdotto nel IV secolo d.C. in questa parte del Corno d'Africa grazie all'iniziativa di Frumenzio, un monaco cristiano di Tiro, in Siria. Gli altopiani dell'Eritrea furono la sede delle prime comunità cristiane nel Corno d'Africa, sebbene la nuova fede si diffuse anche a sud, in Etiopia, in epoche contemporanee. 5. Anche Tibor Nagy sembra soffrire di un malessere apparentemente compulsivo, di diffamazione frenetica nei confronti del Presidente eritreo. Non è chiaro se questo odio irrazionale derivi da un rischio professionale come lobbista a lungo pagato per l'Etiopia; dal suo odio personale/ideologico per le politiche indipendentiste sostenute dagli statisti africani; o la pretesa di uomini insignificanti che cercano attenzione gettando fango su persone ben oltre il loro pedigree e il loro calibro. 6. In poche parole, Tibor Nagy si dilunga su narrazioni tangenziali e distorte principalmente perché il suo obiettivo principale è quello di distogliere l'attenzione dalla causa principale del problema attuale: l'intenzionale e deplorevole programma di guerra e conflitto del regime etiope, volto a ottenere quello che definisce "accesso sovrano al mare" invadendo il territorio sovrano del suo vicino. Questo atto pericoloso non può essere giustificato e razionalizzato da altri pretesti e narrazioni fallaci. Tibor Nagy non è, evidentemente, in grado di mantenere questa posizione perché è sotto la completa responsabilità dei suoi sponsor finanziari; veri e propri casi, per così dire, di "chi paga il pifferaio sceglie la musica"! Ambasciata dello Stato di Eritrea Washington, DC 26 feb 2026 credit Ghideon Musa Aron di Alessandro Pellegatta
La nuova crisi e lo stallo tra Eritrea ed Etiopia nello scenario africano e mondiale Le tensioni tra il governo federale dell’Etiopia, la regione settentrionale del Tigray e l’Eritrea stanno minacciando di trascinare il Corno d’Africa in una nuova guerra. Secondo il rapporto dell’International Crisis group (Icg) del 18 febbraio 2026 intitolato “Etiopia, Eritrea e Tigray: una polveriera nel Corno d’Africa”, l’alleanza che aveva portato alla sconfitta delle forze tigrine si è sgretolata, lasciando il posto a profonde diffidenze. Il primo ministro etiope, Abiy Ahmed, ha dichiarato più volte l’intenzione di ottenere un accesso sovrano al mare, e in particolare sul porto di Assab, mossa che viene interpretata dall’Eritrea come una vera e propria minaccia alla sua integrità territoriale. Dall’altro lato, Addis Abeba accusa l’Eritrea di occupare porzioni di territorio etiope e di sostenere gruppi armati di opposizione al regime di Abiy Ahmed. Crisi interna dell’Etiopia, frammentazione politica del Tigray e instabilità regionale La mancanza di chiarezza e di giustizia per i tanti crimini compiuti durante i due anni di guerra nel Tigray, l’assenza di un dialogo realmente inclusivo tra governo federale etiope e le componenti locali tigrine e, infine, l’impossibilità del ritorno della maggior parte degli sfollati nei luoghi di origine non ha solo incrementato il malcontento popolare tigrino nei confronti del governo federale etiope, ma ha anche creato una profonda spaccatura all’interno del Tplf (Tigray People’s Libération Front)– a cui nel frattempo è stato revocato lo status legale di partito politico – e del suo braccio armato (Tigray Defence Forces, Tdf). La crisi di legittimità politica della leadership tigrina, iniziata alla fine del 2023, ha subito una rapida accelerazione a partire dalla seconda metà del 2024 con l’istituzione dell’Amministrazione regionale provvisoria del Tigray (Tigray Interim Regional Administration, Tira) e la convocazione dell’assemblea generale del Tplf. La scelta, presa in maniera unilaterale dal presidente del partito, Debretsion Gebremichael, ha sancito la frattura con il suo vice Getachew Reda. Quest’ultimo, posto a capo di un’ala riformatrice filo etiope, ha denunciato più volte la tendenza centralizzatrice di Gebremichael accusandolo, nella primavera del 2025, di aver assunto il controllo delle istituzioni del Tira con il sostegno di molti ufficiali militari Tdf. In risposta, il blocco guidato da Getachew ha fondato un nuovo partito, il Tigray Democratic Solidarity (Tds), o Semeret, e avviato, con il presunto supporto di Addis Abeba, una progressiva organizzazione di milizie e gruppi armati stanziati nella regione di Afar. Negli stessi mesi il primo ministro Abiy Ahmed ha nominato Getachew Consigliere per gli affari dell’Africa orientale, richiamandolo nella capitale. Gli sviluppi hanno così alimentato le reciproche accuse tra le due fazioni tigrine. Se Debretsion accusa Getachew di operare come agente del governo federale etiope per frammentare il fronte tigrino indebolendone le rivendicazioni, Getachew e il governo di Abiy Ahmed accusano il gruppo di Debretsion di collusioni con l’Eritrea. Complessità del panorama geopolitico Il panorama geopolitico appare ulteriormente complicato anche dal coinvolgimento di attori esterni, dalla guerra civile nel vicino Sudan e del conflitto intorno alla Diga del Grande Rinascimento sul Nilo Azzurro. L’Etiopia mantiene stretti legami con gli Emirati Arabi uniti (EAU), presenti nella guerra sudanese e interessati come l’Etiopia a controllare direttamente alcuni porti nel Mar Rosso, mentre l’Eritrea si è schierata con l’esercito sudanese, trovando un asse comune con l’Egitto, storico rivale di Addis Abeba per la gestione delle acque del Nilo. Anche l’Arabia Saudita è intervenuta di recente per contenere l’espansionismo emiratino nella regione. Le leadership saudite ed emiratine hanno ormai da tempo accesso una rivalità strategica nell’area, mentre il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele, oltre a far cadere un tabù storico-diplomatico, sembra ridisegnare gli equilibri regionali e aprire nuovi rischi geopolitici: la Somalia (storica alleata dell’Eritrea) ha infatti energicamente protestato di fronte a quella che vede come una vera propria minaccia alla propria integrità. Tutta questa complessa e frammentata rete di alleanze contrapposte rischia così di internazionalizzare eventuali scontri locali, come già successo nello Yemen, coinvolgendo le potenze che si contendono l’influenza sul Mar Rosso. Nonostante l’Etiopia goda di una superiorità economica e demografica, il timore di sanzioni internazionali e la possibile sospensione dei finanziamenti del Fondo monetario internazionale (Fmi), di cui l’Etiopia ha un drammatico bisogno per sostenere la propria crisi economica e soprattutto finanziaria, sembrano al momento agire da deterrente contro un’offensiva etiope su vasta scala. Cosa fare per evitare un nuovo conflitto? Per evitare un’escalation che potrebbe causare ancora centinaia di migliaia di vittime, secondo l’Icg occorrerebbe che gli stati africani influenti, insieme a potenze esterne con interessi nel Corno d’Africa, si impegnassero sul fronte diplomatico per evitare l’inizio di un nuovo conflitto. Gli Stati interessati dovrebbero avviare concreti sforzi per affrontare le ‘lamentele’ di ciascuna parte, incluso il desiderio dell’Etiopia di un accesso marittimo (o, in alternativa, di un accordo commerciale equo per la gestione dei porti del Mar Rosso) e i timori dell’Eritrea di un attacco alla propria sovranità. Senza un dialogo immediato e strutturato, anche un semplice malinteso lungo i confini contesi potrebbe, come in passato, innescare una reazione a catena incontrollabile in tutta la regione. Occorrerebbe anche portare al centro del dibattito il rispetto del diritto internazionale e il ruolo centrale dell’Onu. Malgrado la frammentazione della situazione politica e di sicurezza nel Tigray, la spinta ossessiva dell’Etiopia per l’accesso al mare e le profonde preoccupazioni esistenziali di sicurezza dell’Eritrea, fortunatamente la situazione (seppur difficile e complicata) rimane in stand by. Ma la polarizzazione regionale e gli ulteriori cambiamenti globali provocati dalla numerosità degli agenti internazionali attivi sul campo potrebbero pregiudicare le opzioni e i tentativi di de-escalation e di superamento dell’attuale stallo nella regione. L’Europa resta completamente assente. L’Italia sta cercando di attuare il programma di un “Piano Mattei” che, come hanno già detto autorevoli osservatori, non attuerebbe in realtà un programma per lo sviluppo dell’Africa bensì una strategia commerciale focalizzata principalmente sull’acquisizione di risorse energetiche, troppo sbilanciata sul Nord Africa e che al momento non guarda né all’Africa occidentale né al Sahel e solo marginalmente al Corno d’Africa (ricomprendendo peraltro solo l’Etiopia ma non l’Eritrea). Un’analisi pubblicata il 25 luglio 2025 dall’Osservatorio sui conti pubblici italiani (Cpi) dell’Università Cattolica solleva dubbi sulla reale efficacia del piano, evidenziando che la strategia italiana sembra legare ulteriormente l’Italia alla dipendenza dai combustibili fossili anziché produrre dinamiche di sviluppo nei paesi destinatari del piano. Gli Usa cercano affannosamente di ritornare in auge in un continente, l’Africa, che essi stessi hanno abbandonato anni fa. E la Cina continua silenziosamente con le sue strategie di lungo termine. Il nuovo scramble for Africa non riguarda del resto solo il Corno d’Africa ma sta interessando il Nord Africa (con Turchia e Russia in pole position in Libia), il Sahel, l’Africa occidentale e la Repubblica Democratica del Congo, dove cinque anni fa cadde vittima di un oscuro attentato un fedele servitore dello Stato italiano, l’ambasciatore Luca Attanasio, e dove da sessant’anni (dall’eccidio cioè di Patrice Lumumba in poi) proseguono ininterrottamente i conflitti armati e le violenze per il controllo delle risorse minerarie. Signor Presidente , Eccellenze, Illustri Delegati, È un onore rivolgermi a questo Consiglio in apertura della sua sessantunesima sessione. Dal mio ultimo discorso a questo organismo, il panorama globale ha continuato a subire cambiamenti straordinari. Sebbene il sistema multilaterale abbia già affrontato sfide in passato, dobbiamo riconoscere che ora si trova sotto una pressione senza precedenti. Laddove la sovranità e l'integrità territoriale delle nazioni vengono violate, le guerre vengono combattute in palese violazione del divieto della minaccia o dell'uso della forza. La comunità internazionale è venuta meno al suo impegno collettivo, agli scopi e ai principi contenuti nella Carta delle Nazioni Unite. Le Nazioni Unite, nel loro insieme, non stanno rispettando pienamente il mandato affidatole. Questa realtà non può essere attribuita esclusivamente all'attuale crisi di liquidità che l'Organizzazione sta affrontando. Ci obbliga anche a riflettere criticamente sulle dinamiche strutturali e politiche che hanno plasmato il funzionamento del sistema nel tempo. Signor Presidente, Il Consiglio per i Diritti Umani, in particolare, ha una responsabilità distinta e significativa nel promuovere il rispetto universale per la protezione di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali. Tuttavia, bisogna riconoscere con sincerità che il Consiglio non ha assolto costantemente a tale responsabilità. Talvolta, il suo lavoro è stato deviato al servizio di ristretti interessi politici anziché dei principi universali per i quali era stato istituito. Questa traiettoria deve essere invertita. La continua e inascoltata erosione della fiducia tra gli Stati e l'indebolimento dell'impegno nella cooperazione multilaterale sarebbero difficili da riparare. Allo stesso tempo, esiste una genuina volontà tra gli Stati di affrontare questioni che incidono direttamente sulla vita e sui mezzi di sussistenza dei loro popoli. In una recente intervista trasmessa a livello nazionale, il Presidente Isaias Afwerki ha dichiarato: "L'aspirazione universale dei popoli del mondo è chiara: vivere in pace e dignità, beneficiare equamente del proprio lavoro e sostenersi reciprocamente in solidarietà". Questa aspirazione dovrebbe guidare il nostro lavoro collettivo. In assenza di un tale impegno condiviso, non possiamo affermare in modo credibile di promuovere o salvaguardare i diritti umani di tutti i popoli. L'esistenza stessa dell'Eritrea è radicata nell'aspirazione del suo popolo a tracciare il proprio futuro, libero da interventi esterni, e ad assumersi la responsabilità di costruire la nazione perseguendo una società equa. I sacrifici compiuti dal popolo eritreo per raggiungere questo obiettivo sono profondi e duraturi. Continuano a ispirare la nostra resilienza e determinazione di fronte alle avversità sin dal conseguimento dell'indipendenza. Signor Presidente, la visione dell'Eritrea è chiara. Restiamo fermamente impegnati a costruire una nazione prospera e autosufficiente in cui i diritti e le libertà fondamentali, incluso il diritto allo sviluppo, siano promossi, protetti e rispettati. In conclusione, l'Eritrea ribadisce, con incrollabile convinzione, il suo impegno a un dialogo costruttivo con questo Consiglio e i suoi membri, con l'obiettivo di promuovere un partenariato autentico e a lungo termine nello spirito del rispetto reciproco della sovranità e dello sviluppo. Siamo pronti a contribuire in buona fede ai lavori di questo Consiglio, a promuovere la cooperazione internazionale e a lavorare collettivamente per gli ideali condivisi di pace, giustizia e dignità intrinseca di tutti gli esseri umani. La ringrazio, signor Presidente. di Filippo Bovo Ieri si sono tenute le celebrazioni per il 65esimo Anniversario delle Forze Speciali dell'Esercito Etiopico. Allo stadio, dinanzi ai militari in parata, sotto gli occhi del premier Abiy Ahmed e degli alti gradi civili e militari nazionali, tra gli striscioni della propaganda se ne è visto uno di gravemente provocatorio e significativo. Questa la sua descrizione: a destra, il ritratto del premier; in mezzo, lo slogan "Che lo vogliano o meno, non rimarremo senza sbocco sul mare"; a sinistra, l'immagine stilizzata di un militare che rompe la barriera che lo separa da una nave, con bandiera etiopica e il nome "Assab Etiopia" sullo scafo. Una provocazione molto seria, e molto grave, anche perché apparsa in un'occasione ufficiale politicamente d'alta portata. In Eritrea, a cui il porto di Assab appartiene, sono pronti a quando, per sfuggire dai suoi infiniti problemi interni, Abiy Ahmed deciderà per l'aggressione, violando i confini. Un conflitto militare, secondo gli auspici del premier etiopico, gli permetterebbe d'estendere su scala nazionale lo stato d'emergenza, ad oggi in vigore soltanto in alcuni stati come l'Amhara, e di ritrovare un maggior sostegno a livello popolare, con positivi vantaggi per le elezioni teoricamente previste per quest'anno. Teoricamente, perché a quel punto potrebbero essere rinviate, il tempo per completare le riforme che mirano ad irrigidire l'autorità governativa, e a vincerle con molta più facilità: dopotutto, se si tenessero oggi, ben pochi in Etiopia crederebbero davvero che non siano state "infiltrate" nel caso di una riconferma di Abiy Ahmed. Insomma, per il governo di Abiy Ahmed la guerra è il carburante che può permetterne non soltanto la sopravvivenza, ma anche la desiderata trasformazione in un regime altamente militarizzato. Nel frattempo, il 70% delle forze militari etiopiche si concentrano nel nord del paese, verso il Tigray, dove col TPLF il governo di Abiy Ahmed è di nuovo sul piede di guerra; le loro linee di rifornimento sono prese di mira da altri gruppi in rivolta contro Addis Abeba, come OLA e FANO. Girano già voci che il premier etiopico si sia pentito della scelta d'inviare le truppe in un'area e in un conflitto che ne mettono a nudo le vulnerabilità, ma andranno verificate. Negli iniziali calcoli del premier, probabilmente, una volta colpito e neutralizzato il TPLF nel Tigray, s'aprirebbe un'autostrada per un conflitto aperto contro Asmara, che peraltro coinvolgerebbe anche un altro degli stati federati etiopici, l'Afar. Anche là la situazione non è delle più tranquille per il governo centrale, e lo scontro che va profilandosi di giorno in giorno con le forze locali dell'ANURF potrebbe raggiungere, in caso di conflitto aperto con Asmara, un livello di gravità pari a quello già oggi in atto con FANO e OLA. Si pensi soltanto alla situazione umanitaria che verrebbe a crearsi. Per il momento, nel Tigray le truppe etiopiche sono bloccate davanti alla contrarietà delle autorità locali e del TPLF. Di guerra, gli ufficiali locali non ne vogliono sentir parlare, e a dirla tutta neanche quelli federali, all'infuori della camarilla dorata di Abiy Ahmad. In ogni caso, le rivolte di questi gruppi etno-politici, espressione delle varie etnie etiopiche, provano la difficoltà dell'attuale governo nel creare una seria rappresentanza comune in un sistema federale che non ha mai funzionato e che oggi, con un'economia al tracollo, esplode in tutte le sue contraddizioni interne. Se da più parti tanti mettono in guardia dal rischio di una "Ethioslavia", un motivo c'è. Accusare altri paesi, a cominciare dall'Eritrea, di provocare quei gruppi, così da crearsi un ulteriore casus belli per un regolamento di conti militare, da parte di Abiy Ahmed non appare molto saggio. E' una mossa temeraria, potenzialmente suicida, che rischia di far fare ad Abiy Ahmed e al suo Prosperity Party la stessa fine dei suoi predecessori dell'EPRDF e del DERG; ancor più considerando che, negli ultimi anni, ha fatto di tutto per farsi nuovi nemici. Fuori e dentro il paese. Vedremo quanto tempo ancora Abiy Ahmed durerà e soprattutto fino a che punto davvero si spingerà, prima di venir scaricato dai suoi sponsor locali, gli EAU. Come garante degli accordi di Jeddah del 2018, che sanarono le divisioni tra Etiopia ed Eritrea ereditate dai governi dell'EPRDF/TPLF, l'Arabia Saudita potrebbe prendere le difese del paese aggredito, già ben armato di suo, l'Eritrea. E sulla scorta di quanto visto sin qui gli EAU, come si sono tirati indietro dinanzi alla reazione saudita in Yemen meridionale e Somaliland, così potrebbero farlo anche in questo caso. Lasciando allora il loro agente locale, Abiy Ahmed, col classico cerino in mano. Una manciata di Nakfa: il commercio informale prospera nel vuoto postbellico ai confini del Tigray10/2/2026 di Yared Nigussie
6 febbraio 2026 Il commercio di valuta estera in Etiopia è proibito, fatta eccezione per istituzioni e aziende autorizzate esplicitamente dalla Banca Nazionale d'Etiopia (NBE). Gli hotel sono tra le poche eccezioni. Eppure, lungo le costellate frontiere settentrionali del Tigray, il Nakfa eritreo ha silenziosamente preso piede nella vita economica quotidiana. In città di confine come Zalambessa e Rama, e in luoghi come Irob Woreda, la valuta eritrea esercita un'influenza significativa e le regole scritte ad Addis Abeba svaniscono nell'astrazione. Ciò che conta invece è l'accesso: accesso al denaro contante, ai beni, alla sopravvivenza. I residenti affermano che il Nakfa ora circola liberamente nei mercati informali, scambiato con Birr e persino dollari statunitensi, nonostante i divieti legali e la continua presenza delle forze di sicurezza su entrambi i lati del confine. Gli abitanti di Irob hanno dichiarato al The Reporter Magazine che un Nakfa viene scambiato per una cifra compresa tra 9,50 e 10 Birr, e hanno descritto quello che sembra essere un fiorente commercio clandestino lungo il confine. "Bestiame, cemento, teff, bibite, prodotti alimentari, materiali da costruzione e altre merci vengono scambiati attraverso punti di confine come Zalambessa e Dirumrum", ha affermato un residente, riferendosi ad aree che rimangono parzialmente o totalmente sotto il controllo eritreo a tre anni dalla fine della guerra del nord. La diffusione del Nakfa nel Tigray non può essere compresa senza considerare la devastazione lasciata dalla guerra durata due anni. In tutta la regione, le infrastrutture sono state distrutte, le reti commerciali fratturate e gli istituti finanziari resi inoperativi o inaccessibili. In città di confine come Zalambessa, le banche sono rimaste chiuse o gravemente limitate molto tempo dopo la fine delle ostilità. Il Birr, già sotto pressione a livello nazionale a causa dell'inflazione e dei rigidi controlli monetari, è diventato particolarmente scarso nelle zone periferiche di confine. Per molti residenti, accedere al denaro contante significava percorrere lunghe distanze, superare posti di blocco o affidarsi a reti informali. In questo vuoto, le valute alternative hanno colmato il vuoto. Gli economisti descrivono tali accordi come "economie di sopravvivenza", in cui la legalità è subordinata alla necessità. In contesti post-conflitto, quando le istituzioni formali non funzionano più, i sistemi informali spesso emergono non come imprese criminali, ma come meccanismi di resistenza. credit The Reporter Magazine Red Sea Beacon
8 febbraio 2026 Di David Yeh Le narrazioni costruite dall'Etiopia, non fatti I governanti etiopi hanno a lungo trattato la guerra come un sostituto della legittimità. Quando l'autorità si indebolisce e la credibilità svanisce, non si rivolgono a se stessi per assumersi le proprie responsabilità; si rivolgono all'esterno per cercare un nemico. Al sicuro dalle conseguenze, sanno che non saranno mai i loro figli a essere mandati in trincea, ma quelli dei poveri e degli indifesi, arruolati come prova usa e getta di lealtà. In questa tradizione politica, la guerra non è l'ultima spiaggia. È teatro: uno spettacolo progettato per fabbricare obbedienza, soffocare il dissenso e riaffermare il controllo. Il copione è vecchio e imbarazzantemente prevedibile. Ogni seria sfida al governo da parte di Addis Abeba viene attribuita a una mano esterna. Hailé Selassié incolpò "gli arabi" della resistenza eritrea, come se la liberazione potesse essere importata. Mengistu ripeté l'accusa quando l'impero iniziò a cedere. Melés Zenawi accusò l'Eritrea di aver orchestrato l'opposizione in Ogaden, Oromia e Amhara quando il suo esperimento federale si rivelò coercitivo e fragile. Ora, mentre l'Etiopia si frantuma sotto il peso delle sue stesse contraddizioni, il solito riflesso ritorna: trovare un capro espiatorio, nominare l'Eritrea e minacciare la guerra. Non è strategia. È l'ultimo rifugio di un'immaginazione politica in declino. Le ultime accuse del governo etiope – che accusa l'Eritrea di "occupazione", "aggressione" e collusione con i gruppi di opposizione etiopi – si adattano parola per parola a questo schema esaurito. Non si basano su nuove prove o minacce emergenti. Sono un pretesto: un disperato tentativo di rilanciare una narrazione al collasso nella speranza che la forza possa garantire ciò che la diplomazia, la legge e l'onestà non avrebbero mai potuto: l'accesso sovrano al territorio eritreo. Dopo essere stato pubblicamente contraddetto dalle sue stesse dichiarazioni e dagli alti funzionari che un tempo gli erano al fianco, Abiy Ahmed ricorre ora al diversivo più crudo di tutti: la minaccia di guerra. Il messaggio è diretto e inequivocabile: concedeteci l'accesso ad Assab alle nostre condizioni, o combatteremo. Questa non è arte di governo; è il capriccio di un leader che ha esaurito gli argomenti. Quando le precedenti giustificazioni per la rottura vengono meno – quando le bugie vengono svelate e gli alleati diventano testimoni – non vengono abbandonate. Vengono riconfezionate. L'Eritrea viene ancora una volta ridisegnata come l'aggressore, l'Etiopia come il riluttante pacificatore e l'accesso al Mar Rosso come il premio taciuto. L'obiettivo strategico non cambia mai. Solo gli slogan cambiano. La recente lettera inviata dal Ministro degli Esteri etiope al Segretario Generale delle Nazioni Unite, ora ampiamente diffusa sui media e sulle piattaforme social, si inserisce perfettamente in questa tradizione. Non è un invito a una risoluzione, a prove o a un esame indipendente. Si tratta di un linguaggio preventivo, scritto non per essere esaminato oggi, ma per essere citato domani, quando l'escalation richiederà una giustificazione retroattiva. Il calmo rifiuto dell'Eritrea di partecipare a questo teatro non ha fatto che aumentare la frustrazione di Addis Abeba. La coerenza è fatale per la guerra narrativa. Quando le accuse non riescono a provocare, devono essere ripetute. La prova diventa facoltativa; la normalizzazione diventa l'obiettivo. Ciò a cui stiamo assistendo non è una diplomazia sotto pressione, ma una credibilità in caduta libera. Le accuse hanno sostituito la verità, i discorsi di guerra hanno sostituito la leadership e la storia viene riscritta non per spiegare il presente, ma per giustificare ciò che verrà dopo. Sulle accuse di occupazione e aggressione L'Eritrea respinge categoricamente le accuse di occupazione del territorio etiope o di aver commesso atti di aggressione. L'Eritrea ha sempre rispettato i suoi confini riconosciuti a livello internazionale, come stabilito da strumenti giuridici vincolanti, inclusa la sentenza della Commissione per i Confini Eritrea-Etiopia. Tale decisione è definitiva e inappellabile ai sensi del diritto internazionale. Le dichiarazioni politiche e la corrispondenza diplomatica non riaprono le questioni giuridiche già risolte. I ripetuti tentativi di riaprire il contenzioso su queste questioni attraverso insinuazioni o inquadramenti storici selettivi non alterano la realtà giuridica. Minano solo la credibilità di coloro che li propongono. Sulle accuse di guerra per procura e preparazione alla guerra Altrettanto infondate sono le accuse secondo cui l'Eritrea starebbe finanziando, mobilitando e dirigendo gruppi armati all'interno dell'Etiopia, o che si starebbe preparando a dichiarare guerra in collusione con le fazioni di opposizione etiopi. Queste affermazioni sono presentate senza prove e si basano su congetture piuttosto che su fatti verificabili in modo indipendente. L'Eritrea mantiene una politica di lunga data di non ingerenza negli affari interni di altri stati. L'idea che l'Eritrea si stia coordinando contemporaneamente con attori etiopi reciprocamente antagonisti in Amhara e Tigray sottolinea l'incoerenza dell'accusa stessa. In particolare, i personaggi politici etiopi citati indirettamente a sostegno di queste affermazioni le hanno pubblicamente liquidate come campagne diffamatorie inventate per distogliere l'attenzione dagli obblighi non rispettati e dai fallimenti politici interni. I conflitti nazionali interni, in particolare l'escalation della crisi nella regione di Amhara, affondano le radici in sfide interne di politica, sicurezza e governance. Esternalizzare queste crisi attribuendole all'Eritrea non le risolve. Semplicemente ritarda l'assunzione di responsabilità. Se l'Etiopia possiede prove credibili della mobilitazione militare eritrea, delle attività transfrontaliere o del supporto materiale ai gruppi armati, dovrebbe presentare fatti, date, luoghi, incidenti e prove specifici e verificabili attraverso appropriati meccanismi internazionali. Affermazioni prive di fondamento non sono diplomazia; sono costruzione narrativa. Il Mar Rosso come pretesto di fondo I tentativi di dipingere l'Eritrea come destabilizzante per la regione per paura delle intenzioni etiopiche nei confronti del Mar Rosso invertono causa ed effetto. La sovranità dell'Eritrea sulle sue coste è stata stabilita fin dall'indipendenza nel 1991 ed è fondata sul diritto internazionale. Non è soggetta a rinegoziazione. Ciò che ha sollevato legittime preoccupazioni regionali sono le ripetute dichiarazioni pubbliche di alti funzionari etiopi che inquadrano l'accesso al Mar Rosso come una necessità esistenziale e caratterizzano gli esiti legali del passato come errori storici. In questo contesto, definire l'Eritrea come aggressore serve a oscurare le implicazioni di tale retorica. La sovranità non è negoziabile. Il transito, l'accesso e la cooperazione economica sono negoziabili attraverso accordi volontari e legittimi tra stati pari. Collegare le accuse di aggressione alle richieste di accesso marittimo riflette un sistema di scambio di premesse, non una diplomazia in buona fede. Cosa richiede un impegno serio e credibile L'Eritrea non è tenuta a rispondere a ogni accusa, ma non accetterà manipolazioni narrative o urgenze precostituite. Un approccio diplomatico credibile richiede: ° Specificità: le accuse devono essere accompagnate da fatti verificabili e soggetti a un esame indipendente. ° Rispetto del diritto internazionale: confini definiti e sovranità non sono merce di scambio. ° Rifiuto del framing condizionale: le accuse politiche o di sicurezza non possono fungere da leva per obiettivi non correlati. Verificare anziché retorica: le affermazioni di escalation devono essere dimostrate, non proclamate. Il Corno d'Africa ha già sperimentato le conseguenze di narrazioni gonfiate. Lettere diplomatiche redatte per citazioni future piuttosto che per la risoluzione attuale hanno troppo spesso aperto la strada all'escalation. Impegno per la pace senza precondizioni L'Eritrea rimane impegnata nella coesistenza pacifica, nel rispetto reciproco e nella cooperazione regionale fondata sul diritto internazionale. Il dialogo non può avere senso se si basa su false accuse, speculazioni di intelligence o pressioni volte a erodere la sovranità. I popoli di Eritrea ed Etiopia condividono profondi legami storici e umani. Meritano una leadership che dia priorità alla verità, alla moderazione e alla cooperazione lecita rispetto a false dichiarazioni e alla politica del rischio calcolato. L'Eritrea rimane aperta al dialogo condotto in buona fede, senza precondizioni radicate in falsità e con un autentico impegno per la stabilità a lungo termine nel Corno d'Africa. In conclusione, la persistenza di accuse infondate, narrazioni riciclate e affermazioni speculative non promuove la pace, la stabilità o la cooperazione nel Corno d'Africa. Non fa altro che consolidare la sfiducia e distogliere l'attenzione dalle vere sfide che la regione deve affrontare. La posizione dell'Eritrea rimane coerente e trasparente: la sovranità non è negoziabile, il diritto internazionale non è facoltativo e il dialogo non può essere costruito su distorsioni o urgenze precostituite. L'Eritrea non si lascerà trascinare in un'escalation retorica o in un commercio di premesse volto a legittimare fallimenti interni o ambizioni esterne. Il suo impegno è per una coesistenza legittima, la stabilità regionale e una cooperazione fondata sul rispetto reciproco e sull'uguaglianza tra gli Stati. La strada da percorrere non sta nell'accusa, ma nella moderazione; non nella costruzione di narrazioni, ma in fatti verificabili; e non nella coercizione, ma in un impegno in buona fede. Una pace duratura nel Corno d'Africa sarà garantita dal rispetto della legge, della sovranità e da una leadership che dia priorità alla verità rispetto all'opportunità. L'Eritrea rimane pronta a impegnarsi su questa base e su nessun'altra. credit Ghideon Musa Aron Simon Weldemichael
Gli eritrei si stanno preparando a celebrare il 34° anniversario dell’Operazione Fenkil, un’operazione che ha portato a una delle più grandi vittorie militari nella lunga e aspra lotta per l’indipendenza. L'operazione Fenkil fu una battaglia durata tre giorni, iniziata l'8 febbraio e terminata il 10 febbraio 1990 con la liberazione della città portuale di Massaua. La liberazione di Massaua aveva creato cambiamenti militari fondamentali negli equilibri di potere a favore dei combattenti per la libertà dell’Eritrea. Più di 40mila soldati etiopi furono uccisi, catturati o feriti; 80 carri armati furono catturati e altri 30 carri armati bruciati; e la forza navale etiope fu annientata. La liberazione di Massaua, città portuale sul Mar Rosso, ebbe un'importanza strategica nella lotta per l'indipendenza perché significò la chiusura della principale arteria per il trasporto della logistica e degli armamenti dell'esercito etiope in Eritrea. L’operazione Fenkil ridusse l’esercito etiope, all’epoca il più numeroso dell’Africa, in una tigre sdentata. L’establishment militare, assistito in tempi diversi dall’Occidente e dall’Oriente, perse lo spirito di lotta. La sua disillusione fu così grande che i suoi disperati tentativi di riconquistare Massaua fallirono miseramente. Più di 300 ufficiali militari di alto e basso rango, tra cui il generale di brigata Tilahun Kilfe, il generale di brigata Ali Haji Abdulahi e il capitano Tsegaye Mekonen, furono fatti prigionieri nella battaglia rapida e decisiva. Quando le forze dell'EPLF controllavano gran parte di Massaua, i restanti soldati nemici erano concentrati a Twalet, una piccola area collegata alla terraferma tramite una stretta strada rialzata conosciuta come Sigalet. Sotto il comando del generale di brigata Teshome Tesema, l'esercito disperato tenne in ostaggio la popolazione civile. L’appello dell’EPLF per il rilascio dei civili e la sua offerta di amnistia all’esercito assediato caddero nel vuoto. E dopo 12 ore di cessate il fuoco dichiarato unilateralmente, i carri armati e la fanteria dell’EPLF fecero irruzione a Tiwalet e nel porto, liberando le persone che erano state prese in ostaggio dall’esercito etiope. L’operazione Fenkil è la più grande operazione militare strategica portata avanti dall’EPLF dopo la battaglia di Afabet che distrusse il più forte comando Nadew dell’Etiopia. Il coordinamento e la velocità dell'operazione Fenkil colsero di sorpresa l'esercito etiope. Fu un'operazione anfibia, la prima del suo genere nella storia della lotta, che coinvolse la fanteria, le unità meccanizzate e la marina, e coprì una vasta area di 1.560 chilometri quadrati. L'operazione Fenkil fu una battaglia decisiva e fu descritta dal generale Philipos Woldeyohaness come uno stringere il cappio sulla gola del nemico. Anche il maggiore generale Romodan Awlyay, comandante della divisione meccanizzata dell’EPLF, descrisse il destino di Derg come “simile al destino di un albero senza radici”. Con la cattura di Massaua nel febbraio 1990, l’EPLF tagliò di fatto alle forze etiopi in Eritrea l’accesso diretto al Mar Rosso. L'operazione Fenkil scosse profondamente le fondamenta del Derg e accelerò la sconfitta definitiva dell'esercito etiope in Eritrea. La liberazione di Massaua fu una sorpresa sia per gli amici che per i nemici nel mondo. Nella sua trasmissione del 10 febbraio 1990, la BBC dichiarò che “se la vittoria rivendicata dall’EPLF è vera, è un duro colpo per il presidente Mengistu”. Il generale di brigata Tilahun Kifle, comandante del 606° corpo catturato durante la battaglia, descrisse la battaglia con queste parole: “Ho visto molte battaglie. Su questo fronte ho ricevuto la mia prima sconfitta nella mia carriera di capo militare. Ho perso il mio spirito combattivo in questa battaglia. La velocità e il morale dei vostri combattenti [EPLA] hanno superato quelli dei nostri." Allo stesso modo, anche il generale di brigata Ali Haj Abdu, un altro prigioniero che era comandante della terza unità meccanizzata, ha riconosciuto il talento dei comandanti dell'EPLF e la mobilità e velocità superiori dei i combattenti e il loro abile uso dell'artiglieria. Mengistu Hailemariam capì che la guerra era entrata in una fase critica e disse: “L’occupazione di Massaua significa l’occupazione del secondo comando rivoluzionario che consideriamo come la spina dorsale delle nostre forze di difesa”. La vittoria dell'operazione Fenkil mise l'esercito coloniale etiope in Eritrea in completo accerchiamento. Il Derg, come sempre, rispose alla sua umiliazione militare bombardando la popolazione civile di Massaua con bombe a grappolo e al napalm. L'atto frenetico del Derg è conosciuto dagli eritrei come qbtset (disperazione). Particolarmente brutale e distruttivo è stato il bombardamento del porto di Massaua, con attacchi spietati da parte dell'aeronautica etiope contro i civili e le infrastrutture. Le conseguenze politiche dell’operazione Fenkil furono altrettanto grandi. Per la prima volta nella sua storia, il Derg ammise la propria sconfitta. Una settimana dopo la liberazione di Massaua, Mengistu inviò il suo messaggio di sconfitta a tutte le sue unità militari dicendo loro che con la presa di Massaua la colonna vertebrale dell'esercito etiope era stata spezzata, rendendo l’indipendenza dell’Eritrea una realtà. Il comitato centrale del Partito dei Lavoratori Etiope, il partito al potere, si riuni e approvò risoluzioni farsesche. Promise di intraprendere riforme economiche e cambiò il nome in Partito dell'Unità Democratica Etiope. Il sapore amaro della sconfitta costrinse Mengistu Hailemariam a riconoscere pubblicamente di essere stato strangolato per la gola. L’operazione Fenkil e i successivi attacchi militari coordinati e riusciti sia in Eritrea che in Etiopia intrapresi dall’EPLF esercitarono la massima pressione, provocando la fuga di Mengistu nello Zimbabwe. L’obiettivo finale della lotta armata eritrea era quello di stabilire un’Eritrea indipendente. Gli eritrei combatterono per trent'anni per la sola ragione di promuovere quell'obiettivo politico. L’operazione Fenkil è venerata come un grande successo per il suo contributo decisivo alla realizzazione dell’obiettivo politico degli eritrei. È stata una vivida dimostrazione della determinazione senza precedenti e dell’abilità militare dei combattenti per la libertà eritrei che meritano di essere ricordati per sempre. MOI Eritrea credit Ghideon Musa Aron |
Archivi
Novembre 2025
![]() Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia. |
RSS Feed
