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un'intervista con il signor Mohamed El Faranawy dell'UNESCO
Di: Sabrina Solomon Il signor Mohamed El Faranawy, vicedirettore generale ad interim dell'UNESCO per l'Africa prioritaria, è attualmente in visita di lavoro in Eritrea. Nell'ambito del suo viaggio, l'alto funzionario che sovrintende al progetto di punta dell'UNESCO "Storia generale dell'Africa" e promuove iniziative di programmazione per i giovani in tutto il continente, ha incontrato alti funzionari eritrei e ha visitato Asmara, sito patrimonio mondiale dell'UNESCO, e altri luoghi di interesse culturale. Al termine della sua visita, il signor Mohamed El Faranawy ha rilasciato un'intervista a Rafael Giuseppe di Eri TV e Sabrina Solomon di Eritrea Profile. Seguono alcuni estratti dell'intervista. - Signor Mohamed El Faranawy, ha incontrato diversi funzionari governativi. Come valuta finora i suoi incontri e la sua visita in Eritrea e quali obiettivi specifici spera di raggiungere per rafforzare la cooperazione nella tutela del patrimonio? e sviluppo sostenibile? Grazie mille. È un piacere essere qui. Questa è la mia prima visita in Eritrea, spero non l'ultima. Noi dell'UNESCO vediamo un grande potenziale in Eritrea. Porto i saluti del Direttore Generale dell'UNESCO, che è molto interessato a dare priorità all'impegno non solo in Africa (che è una delle due aree prioritarie dell'UNESCO), ma è anche desideroso di capire come sviluppare la relazione con l'Eritrea e come sostenere l'Eritrea nel patrimonio culturale, nonché in una serie di altri aspetti che rientrano negli obiettivi dell'UNESCO. Gli incontri hanno anche dimostrato che l'UNESCO è tornata a impegnarsi con l'Eritrea e non vediamo l'ora di consolidare questa collaborazione. Non vediamo l'ora anche di ricostruire e rafforzare la relazione nei mesi e negli anni a venire. - Asmara è stata iscritta come sito Patrimonio dell'Umanità UNESCO nel 2017. Come valuta il suo attuale stato di conservazione e quale supporto può offrire l'UNESCO per l'iscrizione di altri siti e del patrimonio immateriale in Eritrea? Asmara non è solo la capitale di Eritrea. È anche un vanto dell'UNESCO in termini di patrimonio culturale. È una città con un grande potenziale, che mostra in tutto il continente e nel mondo cosa sia una città moderna e come possa essere conservata e protetta. Speriamo che, dopo nove anni dalla sua iscrizione, potremo collaborare più strettamente con i funzionari locali, e ho ricevuto indicazioni specifiche dalla dirigenza dell'UNESCO su come possiamo supportare Asmara e presentarla come fiera capitale dell'Eritrea e sito patrimonio dell'UNESCO. Stiamo cercando – abbiamo discusso e continueremo a discutere con i funzionari eritrei – le loro priorità, ciò che vorrebbero iscrivere sia in termini di patrimonio culturale materiale che immateriale. Sappiamo che ci sono alcuni siti che l'Eritrea vorrebbe privilegiare. L'Eritrea ha Asmara da offrire, ma ha anche tutta una serie di altre attività, siti e luoghi che mostrano il patrimonio, la storia e la cultura dell'Eritrea e del suo popolo. - Ha lavorato a diversi progetti per l'Africa, incluso il progetto panafricano di storia generale dell'Africa. Come potrebbe la singolare condizione storica dell'Eritrea essere meglio integrata in questa narrazione? La Storia Generale dell'Africa è una serie di volumi ben ponderati e ben scritti da africani sull'Africa. L'Eritrea è parte integrante di questo continente. Ciò si riflette nei volumi della Storia Generale dell'Africa nel corso degli anni. Vorremmo collaborare con le autorità eritree e intendiamo discutere con loro la possibilità di tradurre i volumi della Storia Generale dell'Africa e il materiale didattico nel sistema scolastico eritreo. Abbiamo numerosi esempi in tutto il continente per presentare la storia dei popoli del continente a studenti, giovani e alla popolazione, e per aiutarli a conoscere meglio la loro cultura e ad essere orgogliosi del loro patrimonio e della loro storia. - L'Eritrea ha recentemente ratificato la Convenzione del 2003 sul patrimonio immateriale. Guardando al futuro, quali aree (istruzione, scienza o cultura) offrono le maggiori prospettive per una più profonda collaborazione tra UNESCO ed Eritrea? Riteniamo che l'Eritrea e l'UNESCO possano collaborare in tutto l'ambito del mandato dell'UNESCO. Esso spazia, Come avete accennato, dall'istruzione alla cultura, alla scienza e alla tecnologia. Vediamo un grande potenziale di collaborazione sull'istruzione femminile, sulla digitalizzazione e sulla tutela del patrimonio. E crediamo che questo Paese abbia un grande potenziale di collaborazione nel contesto delle convenzioni esistenti che l'Eritrea ha firmato, così come al di fuori di tale contesto. Siamo qui, e la mia presenza, insieme al direttore regionale, è qui per presentarvi su cosa possiamo lavorare, e abbiamo già concordato una tempistica di impegno nel contesto del mandato dell'UNESCO su alcuni aspetti dell'istruzione superiore. Avremo anche incontri con il Ministro dell'Istruzione; abbiamo avuto incontri con diversi dirigenti, dal Ministero degli Affari Esteri al Ministero dell'Informazione e della Cultura, e crediamo che ciascuna di queste entità chiave del governo eritreo abbia un grande potenziale per collaborare strettamente con la nostra istituzione. E l'UNESCO è pronta a mettere in campo tutte le sue capacità. - Durante la sua visita ad alcuni siti di Asmara, cosa l'ha colpita di più? Purtroppo, a causa di vincoli di tempo, mi sono limitato ad Asmara. Ma so, e sono consapevole, che l'Eritrea ha molto di più da offrire. Ciò che ho visto ad Asmara rispecchiava profondamente la gelosia che i miei colleghi provavano quando ho detto loro che sarei venuto in Eritrea. Non erano solo curiosi, ma volevano anche saperne di più e volevano impegnarsi nelle diverse competenze dell'UNESCO, sia nel campo del patrimonio culturale che in quello dell'istruzione. E posso dire che ciò che mi ha colpito di più è stato il popolo eritreo: la sua cordialità, la sua accoglienza, il suo calore, e quanto questo Paese abbia da offrire in termini di patrimonio materiale e immateriale e in termini di turismo, con tutto ciò che ha da offrire, insieme alla sua gente meravigliosa e al suo clima. Siete un popolo molto fortunato; Avete un grande potenziale e, grazie alla saggezza della leadership e al supporto dell'UNESCO e di altre organizzazioni che desiderano sostenere questo Paese, crediamo che ciò che avete da offrire possa davvero essere motivo di orgoglio non solo per gli eritrei, ma anche per la comunità internazionale. - C'è qualcosa che vorrebbe aggiungere o un messaggio che desidera trasmettere ai nostri lettori? Finché saremo benvenuti in Eritrea, saremo lieti di collaborare, di offrire il nostro supporto e di metterlo a disposizione di diverse altre entità a beneficio del popolo eritreo, perché l'UNESCO è l'UNESCO per il popolo e siamo orgogliosi di sostenere e aiutare la popolazione di questo Paese. Grazie, signor Mohamed credit Ghideon Musa Aron
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Il 24 maggio di 35 anni fa l'Eritrea diveniva indipendente, conquistandosi da sola quella libertà che le era stata lungamente preclusa. Un cammino vittorioso, di un popolo in armi, ma anche doloroso e tortuoso, e che qui vogliamo ricordare.
Di Filippo Bovo 23 Maggio 2026 “Un popolo che non conosce la propria storia e la propria cultura è come un albero senza radici”, recita un proverbio eritreo: e di storia e cultura, l’Eritrea e il suo popolo, ne hanno davvero parecchia. Ma non corrono il rischio di dimenticarla o di non conoscerla, perché le radici su cui poggiano sono ben salde. Proprio in questi giorni cade infatti l’Anniversario dell’Indipendenza Eritrea (24 maggio 1991): un lungo cammino, doloroso e tortuoso, durato ben più di quei trent’anni che molti, sbrigativamente, sono soliti pensare. Fin dal 1941, venuto meno il colonialismo italiano, l’Eritrea si era ritrovata in balia di nuovi poteri che mercanteggiavano sopra la sua testa, alla ricerca di equilibri e compromessi internazionali che potessero soddisfare ogni vincitore, grande e piccolo, della Seconda Guerra Mondiale. In principio gli inglesi, con un duro dominio protrattosi sino al 1952; poi gli etiopici, per un decennio nella forma all’apparenza blanda di una federazione tra Stato Eritreo e Impero Etiopico (1952-1962), quindi con un’annessione brutale che pose fine ad ogni messinscena per chiarire come davvero stavano le cose: l’Eritrea era né più né meno che una preda, un premio dato ad Addis Abeba grazie ai buoni uffici del Negus Haile Selassie con l’Inghilterra e gli Stati Uniti. I suoi diritti non erano contemplati. Gli eritrei? Sudditi che dovevano obbedire come tutti gli altri a un Sovrano che per loro continuava a restare un predone straniero. I vari movimenti politici eritrei, come partiti e sindacati, anime di una società moderna e dinamica, vennero presto eliminati dal Negus, intollerante a ogni voce di dissenso; sorte analoga fu riservata anche ai giornali in tigrinya e in arabo, mentre nel 1958 le proteste sorte ad Asmara contro il progressivo svuotamento delle istituzioni locali videro numerose vittime, colpite dalla repressione della polizia imperiale. Il culmine si vide nel 1962, quando la federazione fondata un decennio prima venne ufficialmente abolita dopo costanti pressioni, intimidazioni e corruzioni del governo centrale sul parlamento locale: da quel momento l’Eritrea, persa ogni residua veste statale, si trasformò nella quattordicesima provincia dell’Impero Etiopico. Poteva essere la fine di tutto, la fine della storia; e invece fu l’inizio di una nuova stagione, quella della lotta fino alla rivincita, fino alla vittoria finale. Perché la storia di ogni movimento rivoluzionario, e quello eritreo primo tra tutti lo fu, è proprio quella di un intero popolo in armi, alla testa di una rivoluzione infine vittoriosa. Nel 1961, preso atto che la lotta democratica aveva fallito dinanzi alle repressioni militari di giornali, movimenti, sindacati e comuni cittadini, Hamid Idris Awate intraprese la via della lotta armata. Con un passato di combattente tra gli Ascari, Awate non era nuovo alle armi e sapeva come usarle. Alla guida del FLE (Fronte di Liberazione Eritreo), compì il primo attacco a una stazione di polizia presso il Monte Adal, nell’area del Gash-Barka, segnando l’inizio del duro trentennio della Guerra di Liberazione (1961-1991). Il suo movimento, fondato al Cairo, nell’Egitto nasseriano, portava con sé profonde influenze dell’arabismo e di un socialismo tradizionalista, preponderanti a quei tempi in alcuni paesi della Lega Araba come, primi tra tutti, proprio l’Egitto e la Siria, allora uniti nella RAU (Repubblica Araba Unita). Non era perciò sufficiente a rappresentare tutte le anime della ricca e poliedrica società eritrea: quel suo approccio tradizionalista, alla fine, lo condusse a una crisi politica e militare che, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, pose le basi per un’altra nuova stagione ancora. Tutti i popoli protagonisti di una rivoluzione sperimentano sempre, una dopo l’altra, nuove formule di lotta: perché è così, infatti, che una rivoluzione trionfa; e il caso eritreo è qui per ricordarcelo. Furono soprattutto i più giovani a inaugurare la nuova stagione del FPLE (Fronte Popolare di Liberazione Eritreo), inizialmente come corrente interna al FLE, in seguito come nuova entità in grado di rimpiazzarlo ponendosi alla testa della Guerra di Liberazione. Ben più rivoluzionario e pragmatico nell’analisi della realtà bellica e sociale del territorio, il FPLE ottenne subito risultati decisivi: non si trattava soltanto di vincere contro l’occupante, liberando l’Eritrea, ma anche di costruire una nuova società, libera da certi vecchi condizionamenti coloniali e socio-culturali. L’uguaglianza di genere per civili e combattenti, che arrivarono a essere composti per oltre il 30% da donne, l’organizzazione collettiva delle masse contadine, l’istruzione e la sanità gratuite per tutti, il rifiuto delle divisioni settarie e religiose, tutto connotava il FPLE come un movimento capace di andar ben oltre certi vecchi compromessi. Nelle zone liberate, i Tegadelti (i combattenti eritrei) costruirono ospedali sotterranei, scuole, fabbriche artigianali ed officine meccaniche per riparare i mezzi sottratti al nemico: contrariamente a quest’ultimo, che riceveva aiuti da più parti, il popolo eritreo in lotta doveva cavarsela soprattutto da solo, ad esempio col bottino delle sue sempre più frequenti vittorie sul campo. C’erano poi anche tipografie che stampavano giornali e materiale didattico, stazioni radio, persino una rudimentale industria farmaceutica. Tutto questo rappresentava un embrione di Stato dentro la guerra, una dimostrazione concreta che la visione di un’Eritrea indipendente non era affatto un sogno astratto ma un progetto praticabile. In principio, ad aiutare Addis Abeba, furono soprattutto Inghilterra e Stati Uniti; ma, una volta caduto il Negus, sostituito da una giunta militare ad indirizzo filo-sovietico come il DERG, a rifornirla di cospicui aiuti provvidero soprattutto l’URSS insieme ad altri paesi europei del blocco socialista. La lotta si fece molto più dura, perché il nuovo regime era determinato a vincere dove il precedente aveva fallito: l’epoca del Terrore Rosso inaugurata da Menghistu Haile Mariam, a capo del DERG, si qualificò in Eritrea con saccheggi e violenze dei militari sulla popolazione che da una parte delegittimarono ulteriormente il ruolo del governo etiopico e dall’altra, per reazione, tributarono al FPLE un ancor più deciso supporto popolare. Malgrado i tanti armamenti sovietici e i rinforzi di consiglieri speciali sovietici e cubani, il regime del DERG non riuscì mai a piegare la resistenza. Anche quando i Tegadelti dovettero retrocedere, come si vide soprattutto nel 1978, il loro ripiegamento fu temporaneo: dopodiché, tornarono ad avanzare riguadagnandosi quelle posizioni con gli interessi. Il tutto mentre il regime etiopico continuava a sanguinare, non risparmiandosi neppure l’uso del napalm e delle bombe a grappolo pur di prevalere, vanamente, su un avversario “inspiegabilmente” vittorioso. La battaglia di Afabet nel 1988, l’Operazione Fenkil del 1990 con cui venne liberata Massawa, ed infine l’entrata ad Asmara, il 24 maggio 1991, furono gli ultimi chiodi sulla bara del DERG. Il regime, che si spacciava per progressista mentre in realtà realizzava le più reazionarie ambizioni della vecchia monarchia negussita, non aveva ormai altro da lasciare in eredità che una dolorosa memoria di sangue. Tre giorni prima dell’entrata dei Tegadelti ad Asmara, il 21 maggio 1991, Menghistu fuggì da Addis Abeba, portandosi via i fondi del Tesoro nazionale. I vecchi alleati se ne erano già andati da tempo: Fidel Castro, che aveva mandato rinforzi a Menghistu negli Anni Settanta, non appena si era reso conto della reale natura del regime non aveva tardato a ritirare i suoi combattenti; e pure Muammar Gheddafi, venuto a sapere che Addis Abeba aveva addirittura chiesto l’aiuto di Israele, aveva subito revocato il suo sostegno. Il 1991 segnò la liberazione de facto, consacrata poi legalmente dal referendum del 1993, in cui il popolo eritreo scelse all’unanimità l’Indipendenza. Sembrava l’inizio di un’era di pace perenne, ma la storia avrebbe presto preteso nuovi, durissimi sacrifici da questa giovane nazione. Nel 1998, infatti, le mai sopite mire egemoniche e i contenziosi confinari mai risolti da parte della nuova dirigenza etiopica (guidata dal TPLF) trascinarono l’Eritrea in una nuova, sanguinosa guerra di confine (1998-2000). Nonostante l’accordo di Algeri del 2000 e la successiva decisione della commissione UNMEE sui confini, che riconosceva la sovranità eritrea sulle aree contese come Badme, Addis Abeba rifiutò di applicare le sentenze internazionali. Si aprì così una logorante stagione di “né guerra né pace” durata quasi vent’anni. Un periodo in cui l’Eritrea si è trovata a subire non solo un’illegale pressione sul proprio territorio nazionale, ma anche un pesante isolamento diplomatico e un duro regime di sanzioni internazionali (attuato nel 2009 e rincarato nel 2011), promosso dai partner occidentali dell’Etiopia per fiaccarne la resistenza. Eppure, l’isolamento coatto si è trasformato per Asmara nell’opportunità di riscoprire ed applicare sul piano civile quella stessa filosofia che l’aveva guidata durante la rivoluzione: l’autonomia strategica e la resilienza comunitaria. Senza dipendere dagli aiuti internazionali e dai prestiti capestro delle grandi istituzioni finanziarie globali, il popolo eritreo si è rimboccato le maniche. In questi decenni di sanzioni, il Paese ha avviato un imponente programma di sviluppo endogeno focalizzato sulla sicurezza alimentare e sulla sovranità ambientale. Sono stati costruiti centinaia di bacini idrici e dighe artificiali come la grande ed ormai storica diga di Gerset per sottrarre l’agricoltura al ricatto dell’aridità e garantire l’approvvigionamento idrico. Parallelamente, le estese campagne nazionali di riforestazione e terrazzamento, che hanno visto il coinvolgimento attivo dei giovani e delle comunità locali, hanno arginato la desertificazione e restituito fertilità a territori storicamente aridi. L’Eritrea ha così dimostrato che la dignità di una nazione si costruisce sul campo, mattone dopo mattone, al riparo dalle logiche del neocolonialismo assistenzialista. Questo lungo inverno geopolitico ha trovato la sua svolta storica nel luglio del 2018, quando lo storico accordo di pace firmato ad Asmara tra il Presidente eritreo Isaias Afwerki e il nuovo primo ministro etiopico Abiy Ahmed ha posto ufficialmente fine al ventennale stato di ostilità, portando anche alla revoca delle sanzioni ONU del 2009 e 2011. Almeno transitoriamente, giacché, come purtroppo sappiamo, dopo il conflitto nel Tigray (2020-2022) e gli Accordi di Pretoria tra governo etiopico e TPLF, la cui applicazione è rimasta lettera morta, la rotta di Addis Abeba è tornata a farsi a mano a mano sempre più ostile e minacciosa per l’Eritrea e gli altri Stati della regione (e persino per le stesse comunità etiopiche come, primi tra tutti, i Tigrini del Tigray, oltre agli Amhara, agli Afar, gli stessi Oromo che il loro governo prevalentemente dovrebbe rappresentare, ecc). Grosse le responsabilità, su quelle rinnovate ostilità, dell’amministrazione Biden, e non solo; ma già in altre occasioni ne abbiamo parlato. Tuttavia, oggi l’Eritrea si riaffaccia sullo scacchiere internazionale non più come una fortezza assediata, ma come un attore geopolitico imprescindibile per la stabilità del Corno d’Africa. Ne sono testimonianza le recenti e significative evoluzioni diplomatiche, a partire dalla ripresa delle relazioni formali e del dialogo strategico con gli Stati Uniti, segnale di un mutato riconoscimento del ruolo di Asmara nella regione, con la revoca anche delle sanzioni che nuovamente, nel 2021, erano state indette dall’amministrazione Biden. Ma è soprattutto nel vicinato che l’Eritrea sta esprimendo la sua nuova postura di garante della sicurezza. L’assistenza strategica e il fermo supporto politico e logistico garantito a paesi come la Somalia e il Sudan, impegnati nella difesa della propria sovranità contro le spinte centrifughe, il terrorismo e le ingerenze esterne, dimostrano come Asmara consideri la l’unità politica dei propri vicini e la tutela dei loro legittimi governi l’unico vero baluardo contro il caos. A distanza di decenni dai primi colpi di fucile sparati da Hamid Idris Awate sulle montagne del Gash-Barka, l’Eritrea continua a camminare a testa alta. Le sfide sono cambiate, dalle trincee della liberazione a quelle dello sviluppo e della diplomazia, ma lo spirito resta immutato: perché la libertà non è mai un dono altrui, ma il frutto quotidiano del proprio sacrificio e della propria incrollabile unità. Auguri, Eritrea! Dalla liberazione di Asmara nel 1991 alle attuali pretese territoriali etiopiche: perché la storia eritrea continua a influenzare il Corno d’Africa
di Marilena Dolce Il 24 maggio 1991, con la liberazione di Asmara, l’Eritrea conquista l’indipendenza dopo trent’anni di combattimenti. Una storia che non appartiene soltanto al passato. Dopo 35 anni l’Eritrea deve combattere in difesa della sua integrità territoriale e per la sua indipendenza, contro le mire espansionistiche dell’Etiopia. Nel 1941 l’Italia perde la colonia eritrea, amministrata dagli inglesi dopo la battaglia di Keren. Il 5 maggio dello stesso anno l’imperatore Hailè Selassiè rientra ad Addis Abeba e l’Etiopia chiede l’unione con l’Eritrea, in nome della “fratellanza” ma soprattutto per ottenere uno sbocco sul mare grazie ai porti di Massawa e Assab. Una storia non ancora conclusa, anzi ripresa recentemente dal premier etiopico Abiy Ahmed, con alle spalle gli Emirati Arabi Uniti, suscitando forti tensioni nella regione. Nello stesso tempo tuttavia l’America ha chiarito la propria posizione: “abbiamo ripetutamente comunicato all’Etiopia che ci opponiamo a qualsiasi tentativo di acquisire l’accesso al mare con la forza”, afferma la nota del governo americano. Dunque, mentre cresce l’instabilità in Medio Oriente e aumenta l’importanza strategica dello stretto di Bab el Mandeb, la costa eritrea torna a occupare una posizione centrale negli equilibri regionali. Riprendiamo la storia. Nel 1949 Alcide De Gasperi dichiara all’Assemblea delle Nazioni Unite che l’Italia riconoscerà l’indipendenza eritrea. La questione si rivela però molto più complessa. Nel 1950 gli Stati Uniti sono impegnati nella guerra di Corea e Hailè Selassiè invia soldati etiopici a sostegno di Washington. La gratitudine americana prenderà forma nella risoluzione Onu 390 A(V), con la quale l’Eritrea viene federata all’Etiopia, secondo i desideri imperiali. Durante la sua prima visita ufficiale in Eritrea, attraversando il fiume Mareb, Hailè Selassiè dichiara che “sono soltanto sessant’anni che viene usata la parola Eritrea”, sostenendo che quel territorio era sempre stato parte dell’impero etiopico. Un’affermazione contestabile, che indica chiaramente la linea politica del Negus. In pochi anni la federazione si trasforma infatti in annessione, culminata nel 1962 con l’abolizione dell’autonomia eritrea. In quegli stessi anni nasce a Port Sudan un primo movimento per la liberazione eritrea. Poco dopo, al Cairo, nel 1961 si forma il Fle, Fronte di Liberazione Eritreo. Figura simbolica della lotta è Idris Awate che il primo settembre 1961, armato di vecchi fucili italiani e insieme a un piccolo gruppo di uomini, attacca un posto di polizia nel Barka, dando inizio alla lotta armata per l’indipendenza. Il Fle nasce nelle aree musulmane e può contare sull’appoggio politico ed economico di alcuni paesi arabi. Negli anni successivi, tuttavia, accanto al Fle si rafforza un altro Fronte destinato a diventare progressivamente dominante: il Fple, Fronte Popolare di Liberazione dell’Eritrea. Nel frattempo, nel 1974, cade Hailè Selassiè e il potere passa al Derg di Menghistu Hailèmariam. Gli Stati Uniti continuano a sostenere Addis Abeba come alleato strategico in Africa, mentre i guerriglieri eritrei consolidano la propria organizzazione militare nelle campagne e nelle città. Negli anni Settanta il Fple è ormai strutturato in battaglioni ben organizzati e controlla vaste aree del Sahel, mentre l’Etiopia mantiene il controllo di città strategiche come Asmara e Keren. Nel 1976 la separazione tra Fle e Fple diventa definitiva e alla guida del Fple emerge Isaias Afwerki, futuro presidente dell’Eritrea. Il Fple è un vero movimento di liberazione, non soltanto un movimento armato. Fin dall’inizio si distingue per capacità organizzativa e ideali, conquistando l’appoggio degli eritrei, nelle zone ancora occupate ma anche fra le numerose comunità della diaspora. Nelle aree liberate il Fple costruisce scuole, cliniche, ospedali e organizza forme di assistenza sanitaria anche nelle regioni più isolate. Vengono formati centinaia di “medici scalzi” e strutture per accogliere orfani, rifugiati e figli dei combattenti. Prima ancora della liberazione, il Fple agisce di fatto come un governo nelle zone sotto il proprio controllo. Centrale è il concetto di autosufficienza, insieme all’idea di uno Stato fondato sulla convivenza tra gruppi etnici e religiosi diversi. Nel programma del Fronte si afferma che alle diverse etnie devono essere garantiti “uguali diritti e responsabilità nel rispetto delle diverse lingue, culture e tradizioni”. Altro principio fondamentale è la separazione tra Stato e religione, destinata in seguito a provocare tensioni anche con la Chiesa cattolica, molto presente nel settore educativo durante l’epoca coloniale e negli anni successivi. Nel 1977 il Fple conquista Nakfa, destinata a diventare il simbolo della resistenza eritrea. “Oggi Nakfa, domani Asmara”, è lo slogan che accompagna la vittoria. Negli anni successivi i guerriglieri avanzano ulteriormente, mentre l’Etiopia continua a ricevere importanti aiuti militari internazionali. Nel 1988 arriva la conquista di Afabet, definita dal giornalista Basil Davidson “una delle più grandi vittorie conseguite da un movimento di liberazione”. Tre anni dopo, il 24 maggio 1991, viene liberata Asmara. Con il referendum del 1993 l’Eritrea conquista ufficialmente l’indipendenza. Da allora sono passati 35 anni. Per gli eritrei, in patria e nella diaspora, il 24 maggio non è soltanto una ricorrenza nazionale. È il ricordo di una guerra lunghissima combattuta per l’esistenza stessa del Paese. Per questo maggio continua a essere, ancora oggi, il mese della festa e della memoria. Le politiche deliranti del regime del PP continuano ad alimentare, senza ombra di dubbio, inutili tensioni nella regione:
- Prova 1: il memorandum d'intesa illecito che il regime del PP ha firmato furtivamente con il Somaliland nel gennaio 2024; - Prova 2: le incessanti campagne mediatiche e diplomatiche, accompagnate da continue minacce, che il regime ha scatenato dal dicembre 2023 per invadere Assab nel perseguimento del suo sogno illusorio di "accesso sovrano al mare"; - Prova 3: il coinvolgimento ampiamente documentato del PP (risultati dell'Università di Yale, ecc.) nel conflitto in Sudan, i cui tentacoli e pericolose ramificazioni (link https://x.com/AfriMEOSINT/status/2052695162535530980?s=20) sono molteplici e davvero gravi. Eppure, i lacchè del PP e i loro apologeti accusano l'Eritrea e altri paesi della regione di "cospirazioni... per la formazione di un asse di potere" contro l'Etiopia. Queste operazioni sotto falsa bandiera sono troppo trasparenti e non possono camuffare la vera fonte e il vero focolaio di tensioni inutili e evitabili nella regione del Corno d'Africa. Le nobili aspirazioni dei popoli della regione rimangono una pace duratura e una cooperazione fondata sul rispetto reciproco della sovranità e dell'integrità territoriale; non conflitti perenni per placare le elusive ambizioni di egemonia e dominio. Yemane G. Meskel, Ministro dell'Informazione credit Ghideon Musa Aron di Sophia Tesfamariam Nelle ultime settimane si è scritto molto sull'Eritrea e ho deciso di rispondere a uno dei tanti articoli provenienti dall'Etiopia... l'articolo dell'IFA intitolato "La rivendicazione di sovranità dell'Eritrea e l'insicurezza che nasconde". Questo articolo si basa su un'interpretazione selettiva del diritto internazionale, su una ricostruzione incompleta della storia del Corno d'Africa e su un preoccupante tentativo di reinterpretare legittime preoccupazioni in materia di sovranità e integrità territoriale come prova di insicurezza politica piuttosto che di legittima responsabilità statale. È quindi necessario affrontare diverse questioni sollevate in questo articolo dalla prospettiva selettiva. Il titolo stesso è particolarmente rivelatore. Riflette una tendenza sempre più diffusa in certi ambienti politici e intellettuali del Partito della Prosperità (PP) a delegittimare l'invocazione della sovranità da parte dell'Eritrea, presentandola non come un principio fondamentale del diritto internazionale, ma come una forma di occultamento, ostruzionismo o paranoia. Tale impostazione è profondamente problematica. La sovranità non è qualcosa dietro cui l'Eritrea debba "nascondersi". La sovranità è la pietra angolare del moderno ordinamento giuridico internazionale, sancita dalla Carta delle Nazioni Unite e dall'Atto Costitutivo dell'Unione Africana. Per gli stati africani in particolare, molti dei quali sono emersi da spartizioni coloniali, dispute territoriali, occupazioni e prolungate interferenze esterne, la difesa della sovranità e dell'integrità territoriale non può essere liquidata come mera retorica; si tratta di principi giuridici esistenziali radicati in una dolorosa esperienza storica. Per l'Eritrea, queste preoccupazioni non sono teoriche. L'Eritrea è emersa da una lunga lotta anticoloniale e contro l'annessione, successiva alla federazione, all'annessione e a decenni di guerra. L'Etiopia non era semplicemente uno stato confinante nella memoria storica eritrea; era l'ex colonizzatore dell'Eritrea. Tale esperienza storica plasma inevitabilmente la comprensione eritrea di sovranità, confini e sopravvivenza nazionale. Come recita il proverbio amarico: “የወጋ ቢረሳ የተወጋ አይረሳም” “Chi ha inflitto la ferita può dimenticare, ma chi è stato ferito non dimentica mai”. Il proverbio coglie una realtà essenziale spesso ignorata nelle analisi esterne sull'Eritrea: la memoria storica plasma la coscienza della sicurezza nazionale. Gli Stati e i popoli che hanno subito annessioni, guerre, occupazioni, dispute territoriali, sanzioni e prolungate pressioni esterne non possono, e non devono, affrontare le questioni di sovranità con leggerezza o in modo astratto. Da una prospettiva eritrea, la sovranità non è quindi uno slogan diplomatico astratto o uno scudo politico tattico. È inseparabile dai sacrifici compiuti durante una delle più lunghe lotte di liberazione africane e dalla determinazione a impedire qualsiasi ritorno, diretto o indiretto, ad accordi percepiti come lesivi dell'indipendenza e dell'integrità territoriale conquistate a caro prezzo dall'Eritrea. Affermare che l'insistenza dell'Eritrea sulla sovranità mascheri in qualche modo motivazioni illegittime significa di fatto invertire l'onere della prova. Implica che gli Stati più piccoli, che difendono confini internazionalmente riconosciuti, debbano giustificare le proprie preoccupazioni, mentre le maggiori potenze regionali, che perseguono ambizioni egemoniche incendiarie e invocano apertamente "diritti storici", "diritti naturali" o "necessità strategiche" in merito all'accesso marittimo, vengono considerate semplicemente come entità che perseguono un pragmatismo economico. Dal punto di vista dell'Eritrea, la questione non è mai stata se l'Etiopia, in quanto Stato senza sbocco sul mare, possieda legittimi interessi di sviluppo nell'accesso commerciale marittimo. L'Eritrea non ha mai contestato tale principio. Il diritto internazionale riconosce già il diritto degli Stati senza sbocco sul mare all'accesso negoziato e alla libertà di transito. La questione è se tali ambizioni vengano formulate e perseguite in modo coerente con la Carta delle Nazioni Unite, l'uguaglianza sovrana e il divieto di minaccia o uso della forza. L'articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite vieta non solo l'uso della forza, ma anche la minaccia di forza contro l'integrità territoriale o l'indipendenza politica degli Stati. Il diritto internazionale non impone agli Stati di attendere un'invasione militare prima di prendere sul serio la retorica, i segnali strategici o il discorso politico che abbiano implicazioni coercitive. La vigilanza preventiva riguardo a segnali coercitivi credibili è pienamente compatibile con il diritto sovrano degli Stati di salvaguardare la propria integrità territoriale e indipendenza politica. In questo contesto, le preoccupazioni dell'Eritrea riguardo al discorso sempre più assertivo dell'Etiopia sull'accesso al Mar Rosso non sono né irrazionali né propagandistiche. Alti funzionari del Partito della Prosperità (PP), incluso il Primo Ministro Abiy Ahmed, hanno ripetutamente inquadrato l'accesso marittimo in termini esistenziali e revisionisti, invocando nozioni di "diritti storici", "diritto naturale" e inevitabilità strategica. Il discorso politico etiope sull'accesso al Mar Rosso si è talvolta spinto anche oltre, con figure di spicco che hanno apertamente dichiarato che l'Etiopia avrebbe ottenuto l'accesso marittimo "pacificamente, se possibile, e militarmente, se necessario". Questa retorica non è emersa isolatamente. È stata accompagnata da un clima più ampio di discorso irredentista sempre più normalizzato sulle piattaforme social e politiche etiopi, inclusa la circolazione di mappe alterate che raffigurano Assab e porzioni di territorio sovrano eritreo come parte dell'Etiopia. Organizzazioni indipendenti di fact-checking hanno documentato molteplici casi in cui le mappe sono state manipolate digitalmente per incorporare Assab nel territorio etiope, nel contesto dell'intensificarsi del dibattito pubblico sull'accesso al Mar Rosso. Altrettanto preoccupanti sono state le immagini e i video diffusi da eventi legati all'esercito e da account sui social media che mostravano figure militari etiopi esibire mappe che includevano porzioni dell'Eritrea meridionale nell'Etiopia durante cerimonie pubbliche associate alla mobilitazione delle forze speciali e a messaggi nazionalisti. Che fosse ufficialmente autorizzata o meno, l'ampia diffusione di tali immagini ha contribuito a creare un ambiente politico in cui le narrazioni territoriali revisioniste sono entrate sempre più nel discorso dominante. Nel loro insieme, questi sviluppi non possono essere ragionevolmente liquidati come innocuo simbolismo nazionalista. In una regione con una lunga storia di guerre tra stati, confini contesi e rivendicazioni territoriali irrisolte, tale retorica e tali immagini hanno implicazioni legali e di sicurezza che gli stati responsabili hanno il diritto di prendere seriamente in considerazione, in base al principio di precauzione sancito dall'articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite. Lo stesso Primo Ministro Abiy Ahmed ha pubblicamente definito l'accesso al Mar Rosso una questione esistenziale per l'Etiopia e ha suggerito che la questione non poteva rimanere irrisolta indefinitamente. I media internazionali e gli analisti regionali hanno ripetutamente avvertito che tale retorica, unita alla mobilitazione militare e all'agitazione nazionalista attorno ad Assab, rischiava di contribuire a una rinnovata instabilità regionale e ai timori di uno scontro tra stati. Il Memorandum d'intesa del 2024 tra Etiopia e Somaliland ha ulteriormente acuito le tensioni, soprattutto perché la Somalia ha formalmente respinto l'accordo, considerandolo una violazione della propria sovranità e integrità territoriale. Questi sviluppi sottolineano con precisione perché le questioni relative all'accesso marittimo nel Corno d'Africa non possano essere separate da considerazioni giuridiche e di sicurezza più ampie. Altrettanto problematico è il trattamento selettivo che l'articolo riserva al conflitto di confine tra Eritrea ed Etiopia del 1998-2000. I confini dell'Eritrea non erano confini indefiniti o ambigui. Furono stabiliti attraverso i trattati del 1900, 1902 e 1908 conclusi tra l'Italia imperiale e l'Etiopia imperiale. Questi trattati costituirono la base giuridica su cui la Commissione per la delimitazione dei confini tra Eritrea ed Etiopia (EEBC), istituita in base all'Accordo di Algeri, basò la sua decisione. In particolare, la decisione finale e vincolante dell'EEBC assegnò inequivocabilmente Badme, il principale punto critico e casus belli del conflitto del 1998-2000, all'Eritrea. Questo fatto è giuridicamente fondamentale. Dimostra che la controversia territoriale si è concentrata su aree che, in ultima analisi, l'organo arbitrale internazionale competente ha determinato rientrare nella sovranità eritrea. L'articolo travisa anche il ruolo della Commissione per i reclami Eritrea-Etiopia, lasciando intendere che essa abbia definitivamente risolto le origini più ampie della guerra. Come hanno osservato gli studiosi di diritto, comprese le analisi pubblicate sull'European Journal of International Law, la Commissione per i reclami non aveva il mandato specifico di determinare in modo esaustivo le origini del conflitto. Il meccanismo investigativo indipendente previsto dall'articolo 3 dell'Accordo di Algeri a tale scopo non è mai stato istituito. Pertanto, nessun processo internazionale autorevole ha mai esaminato a fondo gli antecedenti più ampi del conflitto, comprese le tensioni derivanti da contestazioni amministrative, scontri locali, attività delle milizie, controversie cartografiche e accuse di sconfinamenti in territorio sovrano eritreo durante gli anni '90, nonché l'attacco non provocato da parte delle truppe etiopi contro un'unità dell'esercito eritreo nella zona di Badme il 5 maggio 1998. Ciò che è stato definitivamente accertato, tuttavia, è stata la questione territoriale stessa. E su tale questione, l'#EEBC si è pronunciato a favore dell'#Eritrea. La crisi giuridica e politica determinante del periodo postbellico non è stata quindi il rifiuto del diritto internazionale da parte dell'Eritrea, bensì il rifiuto dell'Etiopia, per quasi due decenni, di attuare una sentenza arbitrale vincolante che aveva espressamente accettato essere "definitiva e vincolante". Questa rimane una delle contraddizioni più significative nei dibattiti sullo stato di diritto nel Corno d'Africa. In gioco non c'era solo una controversia bilaterale sui confini, ma l'integrità stessa dell'arbitrato internazionale. Se gli Stati possono ignorare le sentenze arbitrali vincolanti quando politicamente scomode, la credibilità dei meccanismi di risoluzione pacifica delle controversie previsti dal diritto internazionale viene fondamentalmente compromessa. L'articolo tratta in modo analogamente il regime di sanzioni del 2009 in modo Incompleto. Dal punto di vista dell'Eritrea, le sanzioni imposte ai sensi della Risoluzione 1907 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sono scaturite da un processo fortemente politicizzato, plasmato dalla manipolazione dell'IGAD e dell'Unione Africana da parte dell'Etiopia. Le accuse alla base delle sanzioni sono state fortemente contestate e non sono mai state accertate attraverso un processo giudiziario indipendente che rispettasse gli standard probatori accettati. Per molti eritrei, l'episodio delle sanzioni rimane un esempio preoccupante di strumentalizzazione delle istituzioni multilaterali a fini geopolitici. Infatti, molti osservatori africani hanno guardato al processo con profondo disagio, riconoscendo il dannoso precedente di uno Stato africano che mobilita misure punitive internazionali contro un altro a fronte di accuse contestate. La revoca finale delle sanzioni nel 2018 ha ulteriormente sottolineato la natura fondamentalmente politica del processo. L'articolo presenta inoltre il Programma di Servizio Nazionale eritreo in modo estremamente riduttivo. Mentre le narrazioni esterne spesso ritraggono il programma esclusivamente attraverso una lente militarizzata, il sistema di servizio nazionale eritreo include da tempo componenti civiche e di sviluppo sostanziali. I laureati del Servizio Nazionale contribuiscono a ministeri, scuole, università, ospedali, progetti infrastrutturali, amministrazioni locali e missioni diplomatiche all'estero. Ancora più importante, la durata obbligatoria di 18 mesi del Servizio Nazionale è stata prolungata in gran parte a causa del prolungato clima di "né guerra né pace" e delle continue minacce alla sicurezza derivanti dalle tensioni irrisolte con i successivi governi etiopi. Allo stesso tempo, l'Etiopia stessa, negli ultimi anni, ha subito un'ampia mobilitazione militare, importanti acquisizioni di armi e ripetuti conflitti armati interni in diverse regioni. Numerose organizzazioni internazionali, inchieste giornalistiche e persino istituzioni etiopi hanno documentato gravi abusi in regioni come Amhara e Oromia, tra cui esecuzioni extragiudiziali, attacchi con droni contro i civili, detenzioni arbitrarie, sfollamenti di massa e attacchi contro infrastrutture civili. Un'analisi equilibrata e credibile non può invocare selettivamente le preoccupazioni relative ai diritti umani solo laddove rafforzano le narrazioni geopolitiche preferite, minimizzando o contestualizzando la violenza su larga scala in altre aree. In termini più generali, la politica estera dell'Eritrea ha costantemente posto l'accento sull'uguaglianza sovrana, la non ingerenza, la titolarità regionale e la resistenza agli accordi egemonici nel Corno d'Africa. L'invocazione della sovranità da parte dell'Eritrea non è un "camuffamento"; riflette l'esperienza storica di uno Stato emerso da una delle più lunghe lotte di liberazione africane e che successivamente ha sopportato guerre, sanzioni, prolungata occupazione territoriale e continue pressioni esterne. L'integrazione regionale e la cooperazione economica nel Corno d'Africa sono entrambe necessarie e realizzabili. L'Eritrea non si è mai opposta a quadri negoziati per il commercio, la connettività o l'accesso marittimo basati sul mutuo consenso e sul diritto internazionale. Ciò che l'Eritrea rifiuta, giustamente, è la normalizzazione di una retorica che sottintende che le ambizioni strategiche o il peso demografico degli Stati più grandi diano loro diritto ad accordi eccezionali a scapito della sovranità e delle preoccupazioni per la sicurezza dei vicini più piccoli. In definitiva, la questione non è l'opposizione allo sviluppo dell'Etiopia. Si insiste affinché tutte le ambizioni regionali rimangano saldamente ancorate ai principi del diritto internazionale: uguaglianza sovrana, integrità territoriale, non ingerenza, pacta sunt servanda e il divieto di coercizione sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. Per quanto riguarda le future relazioni tra Eritrea ed Etiopia, o la "soluzione", come la definisce l'autore, la prudenza, il realismo e l'esperienza storica suggeriscono pazienza piuttosto che un ottimismo prematuro e irrealistico. Una pace autentica e relazioni stabili tra stati confinanti non possono essere create artificialmente con slogan diplomatici, pressioni esterne o vane illusioni intellettuali. Devono emergere organicamente, gradualmente e sulla base del rispetto reciproco, della coerenza, della reciprocità e della fiducia, costruite nel tempo. Una pace duratura non può essere affrettata, soprattutto dopo che la considerevole buona volontà e l'opportunità storica offerte nel 2018 sono state infine vanificate da una leadership etiope che non è riuscita a consolidare la riconciliazione a livello interno, regionale e istituzionale. Una pace duratura nel Corno d'Africa richiederà serietà, pazienza strategica e, soprattutto, un'Etiopia che sia prima di tutto in pace con se stessa. Nel 35° Anniversario della sua Indipendenza, che si celebra proprio questo mese, l'Eritrea emerge non soltanto come un attore moralmente e geopoliticamente vittorioso sui propri eterni rivali, ma addirittura indispensabile per una loro "salvezza". E non solo per gli USA, perché alla luce della situazione che vediamo stagliarsi in fieri, non tarderà ad arrivare il momento in cui ristabilire dei buoni uffici con l'Eritrea servirà anche alla "salvezza" di altri suoi avversari ancora, al momento apparentemente irriducibili come Etiopia ed EAU.
Di Filippo Bovo 9 Maggio 2026 Lo scorso 9 maggio, considerando la riapertura degli Stati Uniti all’Eritrea, con l’avvio dell’iter per la revoca delle sanzioni indette nel 2020 dall’amministrazione Biden, così annotai: Si parla di revoca da parte dell’attuale amministrazione Trump delle sanzioni americane imposte sotto Biden all’Eritrea. A tal proposito c’è tutta una lunga storia in fatto di sanzioni subite dall’Eritrea per non aver voluto allinearsi, sin dall’Indipendenza, al nuovo ordine politico unipolare a guida americana, affermatosi con la fine della Guerra Fredda. Furono applicate nel 2009 e rafforzate nel 2011, apparendo allora persino più severe di quelle in atto per Iran e Corea del Nord e, come nel caso di quei paesi, basate comunque su falsi pretesti, come ad esempio il sostegno ad al-Shabaab, in realtà creatura di USA ed Etiopia per mantenere un controllo in Somalia. Poi revocate nel 2018, con la falsa aspettativa che Asmara si sarebbe piegata con facilità ai “dominatori”, ma reintrodotte già nel 2021 una volta appurato che così non era stato. Ora si parla di togliere di nuovo queste sanzioni, e naturalmente allora come oggi gli USA pensano che in cambio Asmara si getterà ai loro piedi, vendendo l’anima al diavolo. Spicca in tal senso persino il parere di certe figure, come Martin Plaut ed altri, che hanno sempre sparato una montagna d’idiozie e pensano oggi di “rifarsi una faccia” mettendosi a tessere le lodi del paese, per il quale Washington ha già avviato l’iter per il ritiro delle sanzioni. Beh, la loro è semplicemente la voce di un modo di fare politica internazionale, da parte di certe grandi potenze come gli USA, che si potrebbe qualificare né più e né meno che nei termini del bastone e della carota. Con altri paesi, abbiamo visto che ha funzionato: il caso più celebre, certamente, è stato la Libia. Con un po’ di minacce e un po’ di moine, gli USA l’hanno allontanata dai suoi alleati migliori e persino disarmata, fino al giorno in cui non hanno deciso di darle il definitivo “colpo di grazia”, nel 2011. Non ci dobbiamo sorprendere, dunque, se gli USA adottano oggi parole mielose, laddove in passato mostravano i denti: sappiamo più che bene che, se necessario, niente vieterebbe loro di tornare a farlo. Vuol dire che cercano di forzare una narrativa che, malgrado i tanti sforzi, continua a non giocare a loro favore. Gli americani, politici ed “analisti”, coi vari Plaut, pretendono che in cambio della chiusura delle sanzioni l’Eritrea gli regali le chiavi di casa propria. Asmara, però, continua malgrado tutto ad avere le sue priorità, e tra tutte queste i rapporti con Washington e altri partner extra-continentali tendono ad essere secondari rispetto alla necessità di portare avanti gli obiettivi interni e regionali. Gli americani vorrebbero basi ed obbedienza politica, magari anche riforme economiche filo-americane, con una prospettiva di “regime change” o magari di “regime conversion”, in cambio della fine delle sanzioni; l’Eritrea risponde: “non c’era nessun motivo di farmi sanzioni, quindi ben venga che le abbiate ovviamente dovute revocare; ma ora non allargatevi troppo con certe fantasie”. Naturalmente, letta così, una tale annotazione potrebbe apparire alla stregua di un “fulmine a ciel sereno”. Ma a tutto ciò possiamo dare una risposta, in una più ampia contestualizzazione che guardi all’odierna congiuntura geopolitica dominante non solo nel Corno d’Africa, ma in una più ampia aerea che va ad estendersi dalla Valle del Nilo al Mar Rosso, dalla Penisola Arabica al resto del Medio Oriente. E qui così mi ritrovai a scrivere, ancora lo scorso 30 aprile, tali considerazioni: In merito ai recenti tentativi di Washington di stabilire rapporti più distesi con Asmara, le motivazioni di fondo potrebbero essere ben più vaste e varie rispetto a quanto ufficialmente dichiarato. Per gli USA la stabilità nel Mar Rosso sta diventando un problema sempre più incontenibile e, con una costa continentale di circa 1250 km (in realtà, più di 2000, contandovi anche le ben 126 isole dell’Arcipelago delle Dahlak), l’Eritrea appare l’unico attore politico in grado di vantare un solido ordine interno, di tutelare la sicurezza nell’area e di portare avanti contatti diplomatici con più parti, presentandosi come una vera e propria piattaforma per la promozione del dialogo ben oltre l’intera regione. Dal Mar Rosso al Corno d’Africa, l’Eritrea è un attore che ha davvero nelle sue mani le “chiavi” di tutte le “porte” regionali. Il progressivo ampliamento di un’iniziativa come quella di Tsimdo, dopo aver coinvolto varie regioni e popolazioni etiopiche allarmate dall’aggressività del governo centrale di Addis Abeba, guarda oggi anche al Sudan, dove una recente conferenza ha riunito esponenti di quelle etnie con altri di locali comunità sudanesi. Nella regione del Corno d’Africa arsa da conflitti e contrapposizioni, l’iniziativa di pace e dialogo promossa dall’Eritrea conosce così un costante e progressivo successo. Non diversamente, il ruolo portato avanti da Asmara in Somalia, sostenendo la ricostruzione dello Stato e dell’Esercito, ribadisce tra i due paesi un legame di cooperazione e fiducia non certo certo secondo a quello tra Eritrea e Sudan. Per gli USA non si tratta tanto di stabilire un modus vivendi sul Mar Rosso con l’Eritrea per contenere l’azione e l’influenza di di Ansar Allah, con cui riservatamente Asmara potrebbe pur sempre avviare un dialogo grazie ai suoi contatti diretti con Arabia Saudita, Oman e pure Iran; quanto forse di ricavare risultati più convincenti per la fine della guerra civile in Sudan e una maggiore stabilità in Somalia. L’Arabia Saudita e l’Egitto premono per un maggior impegno americano nel primo, estromettendovi gli EAU, che alimentano le RSF, e facendo pressioni su Israele affinché vi desista a sua volta. Malgrado i loro tanti richiami, sin qui Washington non s’è data molto da fare, subendo troppo l’influenza dell’asse israelo-emiratino, finanziatore della guerra civile in Sudan e del separatismo del Somaliland in Somalia. Allo stesso tempo l’Arabia Saudita e l’Egitto premono su Washington per contenere una strategia di polverizzazione della Somalia, che EAU ed Israele conducono in Somalia foraggiando e “legittimando” le autorità del Somaliland. Non desta sorpresa che, proprio in reazione alla strategia portata avanti dall’asse israelo-emiratino, Arabia Saudita ed Egitto abbiano stabilito un accordo di difesa con Mogadiscio. Eritrea, Egitto ed Arabia Saudita hanno un’ottima collaborazione, che peraltro guarda, quando in modo diretto, quando indiretto, pure ad altri partner, dalla Turchia al Qatar, fino al Pakistan. Prima che la Somalia stabilisse il recente accordo di sicurezza col Cairo e Riad, ne aveva stabilito uno anche col Cairo ed Asmara, tuttora in vigore. Nel frattempo, con un lavoro di anni, sempre Asmara ha ospitato ed addestrato decine di migliaia di ufficiali del nuovo Esercito di Mogadiscio. Anche il Sudan ha beneficiato di grandi ed importanti aiuti: Asmara ha dato ospitalità a molti suoi cittadini in fuga dal conflitto, offerto basi agli aerei militari sudanesi altrimenti soggetti ai raid dei droni etiopici, emiratini e delle RSF (Forze di Supporto Rapido), non ultimo istruito molti ufficiali e combattenti dell’Esercito di Khartum. Con la sua azione nel conflitto civile sudanese, l’Eritrea ha così fornito un’utile chiave per favorire una sua più rapida e lineare conclusione. In definitiva, aver coltivato per decenni una politica d’isolamento dell’Eritrea, per gli USA, non è servito ad altro che a sfociare nel nulla: Asmara, paradossalmente, è oggi persino più centrale ed insostituibile che in passato. Così, se gli USA vogliono oggi uscire dal loro impasse tra Corno d’Africa e Mar Rosso, non possono che accettare una normalizzazione con Asmara, l’unica che abbia le “chiavi” di tutte quelle “porte”. A ricordarglielo sono proprio degli alleati strategici non soltanto per loro, ma anche per Asmara, come l’Arabia Saudita e l’Egitto; che non a caso si sono subito attivati per un primo e più disteso dialogo. In sostanza, nel 35° Anniversario della sua Indipendenza, che si celebra proprio questo mese, l’Eritrea emerge non soltanto come un attore moralmente e geopoliticamente vittorioso sui propri eterni rivali, ma addirittura indispensabile per una loro “salvezza”. Alla luce della situazione che vediamo stagliarsi in fieri, non tarderà ad arrivare il momento in cui ristabilire dei buoni uffici con l’Eritrea servirà anche alla “salvezza” di certi suoi avversari ancora irriducibili come Etiopia ed EAU: dopotutto, se ne vedono già i primi segnali, specialmente con alcuni “abbozzi” di Abu Dhabi nei confronti del Cairo. Chi ha tirato troppo la corda, sa di doversi ora ricostruire una faccia e, soprattutto, un futuro. E qui, proprio ieri 8 maggio, mi ritrovavo così a ponderare: Ai primi di febbraio fu diffusa la notizia che l’Etiopia ospitava basi e campi d’addestramento per le milizie delle RSF (Forze di Supporto Rapido, gli ex Janjaweed capeggiati da Mohamed Dagalo Hemedti, già responsabili degli eccidi in Darfur oggi in guerra col governo di Khartum, guidato da Abdel Fattah al-Burhan, e sostenute proprio da Etiopia ed EAU, oltre che da Israele e da una serie di attori europei non propriamente imparziali). In particolare, furono diffuse le foto di un importante presidio ad Asosa, nell’Etiopia occidentale, dove atterravano i carichi di armi e munizioni dagli EAU e le milizie delle RSF venivano addestrate, prima di varcare il confine col Sudan. Appare perciò ironico, dopo che il Sudan ha accusato proprio Addis Abeba e Abu Dhabi per il recente attacco con droni all’aeroporto di Khartum, vedere il governo etiopico, notoriamente sostenitore delle RSF (quando vennero rivelate quelle foto, a febbraio, la complicità etiopica con EAU ed Israele e il suo sostegno alle RSF erano cose già fin troppo note), accusare i tigrini del TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigray) per l’appoggio che coi suoi combattenti dà al legittimo governo sudanese. Ovviamente il TPLF ha risposto in modo paritetico alla violenza dell’accusa, ma anche con una certa diplomazia, affermando che nelle parole del governo centrale di Addis Abeba, guidato dal premier Abiy Ahmed, non vi erano prove. Il problema, in questo caso, diventa di politica interna: il governo ad interim del Tigray, nominato dal governo centrale di Addis Abeba, è scaduto ed è stato sostituito dal TPLF con la rielezione dello stesso parlamento precedente al conflitto del Tigray (2020-2022), guidato da Debretsion Gebremichael. A differenza del 2020, il TPLF è sì in piena ostilità col governo centrale etiopico, retto anche allora da Abiy Ahmed, ma non con la confinante Eritrea, perché nel mentre sono cambiati tutti i fondamentali regionali: a quel tempo Etiopia ed Eritrea erano in pace tra loro, col governo di Addis Abeba che pareva intenzionato a portare avanti quella politica d’integrazione regionale che da sempre Asmara auspica e promuove. Così, per una strana eterogenesi dei fini, oggi il TPLF guarda ad Asmara per un’alleanza tattica contro un’Etiopia tornata per entrambe comune nemica (dalla fine del 2022, il governo di Addis Abeba non ha né implementato l’accordo di pace sottoscritto col TPLF, che aveva deposto le armi, né voluto proseguire la sua politica d’integrazione regionale, revocandola completamente ed iniziando ad aggredire con minacce diplomatiche e militare i paesi confinanti, a partire proprio dall’Eritrea, col pretesto d’ottenere uno sbocco sul mare, tramite una presa manu militari del porto eritreo di Assab). Come sappiamo, l’aggressività del governo etiopico, guidato da un’élite a netta prevalenza Oromo, che porta avanti il progetto di “Grande Oromia” (Oromummah) a suon di falsi storici, politici ed archeologici (un po’ come fa Israele per legittimare la sua presenza ed espansione, ad esempio negando con false prove archeologiche che siano mai esistiti i palestinesi: non a caso, proprio da Israele l’Oromummah mutua i suoi approcci fantageopolitici), ha ridotto le altre popolazioni del paese, come Amhara, Afar, Somali, Tigrini, e persino molti Oromo all’emarginazione e alla guerra civile: i droni dell’esercito etiopico non colpiscono solo la sudanese Khartum, ma anche i villaggi degli Amhara in rivolta (e in rivolta, del resto, lo sono anche tutte le altre popolazioni già nominate, chi più e chi meno, con la diffusione di varie e combattive sigle che più volte hanno sconfitto, nelle imboscate e negli scontri a campo aperto, il poco organizzato e piuttosto demoralizzato esercito etiopico). Quella politica d’aggressività ed emarginazione causata dall’Oromummah del governo etiopico le ha indotte pure a guardare all’Eritrea come una loro naturale alleata e salvatrice: con l’iniziativa Tsimdo, gruppi come gli Amhara, gli Afar ei Tigrini dell’Etiopia o i Beja del Sudan possono così ritrovarsi in un’unica comunità regionale che il suo cuore in Asmara, capace di ridar loro una speranza ed un accesso a risorse magari non sufficienti, ma pur sempre preziose come l’oro visto l’embargo a cui le sottopone il loro governo, ad Addis Abeba. Nel frattempo, gli Stati Uniti provano a riprendere un dialogo con Asmara, avviando l’iter per la revoca delle sanzioni che erano state promosse da Biden. Non è la prima volta che gli Stati Uniti cercano di farsi amica Asmara, ma come già abbiamo detto devono prima di tutto chiarirsi le idee loro: un giorno lo fanno, e il giorno dopo cambiano di nuovo idea. Stavolta, tuttavia, non sono cambiati solo i fondamentali nel Corno d’Africa, ma anche oltre regione, dalla Valle del Nilo al Medio Oriente, fino al Golfo Persico: ed è per questo che, sotto le pressioni di grandi alleati di Asmara come Egitto ed Arabia Saudita, Washington deve oggi rivedere la sua politica per il Corno d’Africa. Vedremo come ciò si collegherà a tutti gli eventi che sin qui abbiamo raccontato: dopotutto sappiamo qual è la posizione dell’Egitto e dell’Arabia Saudita sulla guerra civile in Sudan e sul separatismo del Somaliland, e guarda caso, anzi, non a caso, quella posizione è proprio la stessa dell’Eritrea. Se oggi l’Eritrea, nel 35° Anniversario della sua Indipendenza, appare sempre più vittoriosa ed indispensabile, è perché la coerenza, politica e morale, paga. Non c’è miglior modo di concludere che così: “Awet N’Hafash!”, “Potere alle Masse!”. In un momento di crescente interesse, e in vista di presunte misure positive e imminenti per porre rimedio alle sanzioni ingiustificate imposte all'Eritrea per oltre due decenni, una lucida e retrospettiva analisi degli episodi si rivela forse opportuna per la ricostruzione storica e per inquadrare correttamente il dibattito attuale. Come si ricorderà, l'amministrazione Obama riuscì a imporre sanzioni ingiuste e illegittime all'Eritrea la vigilia di Natale, il 24 dicembre 2009, attraverso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, diffondendo accuse inventate, prive di fondamento giuridico e di prova credibile. Purtroppo, il Rappresentante Permanente della Federazione Russa a New York appoggiò senza riserve questa deplorevole farsa, mentre la posizione del Rappresentante cinese si limitò a una formale "astensione". L'Eritrea non ebbe altra scelta che deplorare l'accaduto ed esprimere pubblicamente il proprio profondo disappunto. Le sanzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sono state revocate nel 2018, dopo aver inflitto all'Eritrea danni considerevoli e del tutto ingiustificati. Per quanto tardiva e positiva, la reazione dell'Eritrea non si è limitata a una "graziosa accettazione". Il Paese ha chiesto spiegazioni sul perché le sanzioni fossero state imposte in primo luogo, poiché ciò era fondamentale sia per garantire la responsabilità che per il mantenimento degli standard necessari all'amministrazione della giustizia internazionale. Tali interrogativi rimangono tuttora senza risposta. Chi erano i veri finanziatori di Al-Shebaab allora e lo sono ancora oggi? Chi è responsabile delle sanzioni illegittime imposte ingiustamente all'Eritrea per quasi due decenni? Esiste un ricorso legale per esaminare questi eventi? In un'ottica di viscerale ostilità, l'amministrazione Biden ha nuovamente imposto sanzioni illegali e unilaterali all'Eritrea nel 2021. L'Eritrea ha condannato fermamente questo atto illecito. In questi giorni giungono notizie secondo cui le sanzioni illegali e unilaterali imposte dagli Stati Uniti saranno presto revocate. Ci auguriamo vivamente che questo atto segni davvero l'inizio di una correzione duratura di politiche errate, garantendo giustizia, legalità ed equità. Ministero dell'Informazione Asmara 6 maggio 2026 Francesca Ronchin
Incredibile! Martin Plaut riporta la notizia anticipata dal Wall Street Journal e ribadita dalla Reuters, ossia che l'amministrazione USA avrebbe intenzione di sollevare le sanzioni imposte all'Eritrea nel 2021, senza i soliti toni polemici. Se persino lui, strenuo destabilizzatore delle sovranità nazionali ma a seconda di dove soffia il vento, forse nelle relazioni con il Corno d'Africa, qualcosa sta cambiando davvero! di Francesca Ronchin In arabo significa “porta delle lacrime” perché è lungo solo 33 chilometri, due in meno di quello di Hormuz. Incuneato tra penisola arabica e corno d’Africa, lo stretto di Bab el Mandeb è il secondo passaggio che l’Iran minaccia di bloccare. E mentre le trattative con gli Stati Uniti procedono a singhiozzo, il piccolo stato dell’Eritrea, 1250 chilometri di costa africana sul Mar Rosso davanti allo Yemen, in una posizione da sempre strategica e ambita, si trova al centro dei calcoli di UE e Washington. Lo dimostrano gli ultimi colloqui di alti funzionari su entrambe le sponde dell’oceano atlantico con le autorità dell’ex colonia italiana. Da trent’anni sotto la guida dello stesso presidente che sopravvive a guerre, sanzioni e isolamento internazionale. Dopo lo scoppio della crisi di Hormuz, la Rappresentate Speciale dell’Unione Europea per il Corno d’Africa Annette Weber, i primi di aprile è volata in Eritrea per discutere della sicurezza del Mar Rosso. Una visita non di routine visto il successivo rientro a Bruxelles. Da dove il suo staff ci dice che solo in un secondo tempo volerà tra Gibuti, Etiopia e Kenya. Non solo. Sebbene l’UE abbia una sede diplomatica nella capitale Asmara, la Rappresentante Speciale non vi faceva visita da tempo. Con il governo eritreo allergico alle ingerenze esterne e l’Europa fedele alla politica di Washington che da vent’anni colpisce il piccolo stato africano con dure sanzioni economiche. In primis quelle del 2009 per presunte connivenze con i jihadisti somali di Al Shabab, salvo poi ammettere, ma solo nel 2018, di non aver mai avuto prove. Rapporti incrinatisi dopo che nei primi anni ’90 l’Eritrea era partner chiave della politica antiterrorismo americana. Poi, durante la guerra del ’98 con l’Etiopia, gli USA come avamposto nel Corno d’Africa scelgono Addis Abeba, nei cui confronti mostreranno un occhio di riguardo. A partire dal mancato rispetto degli accordi di Algeri del 2000. L’occupazione dei confini eritrei da parte dell’Etiopia, non ancora del tutto risolta, dura fino al 2018. Nel completo silenzio della comunità internazionale. Che oggi però sembra voler cambiare rotta. Stando a quanto riporta il Wall Street Journal del 23 aprile, il consigliere senior del Presidente USA per gli affari arabi e mediorientali Massad Boulos avrebbe riferito a controparti straniere che gli Stati Uniti intenderebbero iniziare il processo di revoca delle sanzioni contro l’Eritrea. Il riferimento è a quelle per crimini contro l’umanità emesse da Joe Biden nel 2022 quando l’Eritrea scende in campo contro il TPLF, Fronte popolare di liberazione del Tigray, che a fine 2000 aveva sferrato un attacco contro il governo centrale etiope e lanciato razzi anche sulla capitale eritrea, ricevendo peraltro la condanna dell’allora Segretario di Stato della prima amministrazione Trump Mike Pompeo. Al momento si tratta di rumors ma che ne scriva il Wall Street Journal, solitamente in linea con gli orientamenti della Casa Bianca, non è da sottovalutare. Complice la crisi nel Golfo visto che una chiusura simultanea di Hormuz e Bab el Mandeb, dove scorre il 12% del commercio mondiale, bloccherebbe il 25% delle forniture globali di petrolio portando il Brent oltre la soglia psicologica dei 200 dollari. Per uscire dai paesi del golfo, oggi l’oro nero può contare sull’oleodotto Est Ovest che attraversa l’Arabia fino a Yanbu di fronte al Sudan, ma non basta. E per potenziare le arterie, rendendo il Mar Rosso una vera alternativa, occorre lavorare alla stabilità della regione. Tema che con i disagi alla navigazione causati dagli Houthi era sul tavolo da mesi. Non a caso, sia Boulos che la Weber, già a settembre avevano incontrato separatamente il Ministro degli esteri eritreo Osman Saleh a margine dell’assemblea generale Onu a New York. Passi avanti verso la riparazione delle relazioni dopo due decenni di rapporti tesi. Anche perché insieme a Gibuti, l’Eritrea è l’unico paese del Corno d’Africa attualmente in pace. Il Sudan è al quarto anno di guerra civile, la Somalia alle prese con Al Shabab mentre l’Etiopia è attraversata da conflitti etnici, con il primo ministro Abiy Ahmed accusato di genocidio dall’etnia Amhara e costantemente sul piede di guerra pur di procurarsi un porto sul Mar Rosso. “Legalmente, se possibile, militarmente se necessario” ha detto, minacciando in particolare Eritrea e Somalia. Poi c’è l’eccezione di Gibuti che con 8 basi militari Usa e Cina comprese, è un hub politico-militare per le grandi potenze. Storia opposta a quella della vicina Eritrea, tra i pochi paesi africani ad aver detto no a basi militari straniere oltre che a Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale. Un’indipendenza pagata a caro prezzo ma che l’ha aiutata a dialogare con tutti, dagli USA alla Russia, dalla Cina a Israele. E che oggi, anche grazie alle sue buone relazioni con i paesi del Red Sea Council tra cui Sudan e Somalia, è un asset per districarsi tra i vari attori attorno a Bab el Mandeb. In un complicato intreccio di proxy war e sponsor esterni. Spesso destabilizzanti. Come nel caso degli Emirati Arabi che nella ricerca di un presidio sul Mar Rosso, hanno alimentato almeno tre aree di conflitto. Innanzitutto in Etiopia dove in cambio di petrodollari e armi ne stanno sobillando le mire espansionistiche verso le coste eritree e somale. E dove negli ultimi mesi hanno allestito un campo militare a 100 km dal Sudan. Da qui hanno supportato le Rapid Support Forces (RFS) contro il governo di Abdel Fattah al Burhan in un conflitto sanguinoso dove le divisioni interne espongono a quelle esterne. Nel caos sudanese è entrato anche l’Iran fornendo armi e droni al governo centrale, sostenuto anche dall’Arabia Saudita, nella speranza, per ora vana, di stabilire le proprie navi a Port Sudan, sul Mar Rosso. Una strategia mossa dalla competizione con gli Emirati, non a caso colpiti da più raid di Israele, che a loro volta si sono appoggiati al porto di Berbera nella regione somala del Somaliland. Anche lì giocando un ruolo destabilizzante viste le spinte autonomiste interne alla Somalia. Flussi di armi che non hanno risparmiato lo Yemen, fino allo scorso dicembre. Quando l’Arabia Saudita bombarda un carico di armi che dagli Emirati era indirizzato al Consiglio di Transizione del Sud (STC), un gruppo separatista che come gli Houthi è in lotta contro il governo yemenita supportato da Riad. Un’operazione che si è conclusa con il ritiro di Abu Dhabi dallo Yemen e nella quale avrebbe giocato un ruolo cruciale proprio l’Eritrea con il suo leader Isaias Afewerki. Ospite del principe Bin Salman giusto due settimane prima. <<Il Presidente eritreo ci ha svegliati da una lunga ibernazione - ha detto l’analista politico saudita Mohammed Al-Habbabi - quando ci aveva avvertito che gli Emirati stanno lentamente prendendo il controllo del Mar Rosso e del Corno d’Africa>>. Una mossa che Riad ha portato avanti non senza il tacito consenso di Washington con cui a novembre ha scongelato i rapporti dopo 7 anni di stallo diventando uno tra i suoi interlocutori più pragmatici. Quanto ai colloqui con l’Eritrea, un ruolo di facilitatore lo starebbe giocando anche il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi che ha incontrato Boulos ad aprile e che con il leader eritreo ha ottimi rapporti. Specie da quando si sono incrinati quelli con l’Etiopia a causa della diga GERD, la Grande diga del rinascimento etiope, che il Cairo considera una minaccia esistenziale. Con le voci di un potenziale avvicinamento con Asmara, non sono mancati gli attacchi mediatici di chi come Michael Rubin dell’American Enterprise Institute, al posto del dialogo ha riproposto la classica politica del “cambio di regime”. L’opposto di quanto promesso da Trump già lo scorso luglio in una lettera al presidente eritreo dove esprimeva la volontà “di invertire le politiche della precedente amministrazione” e "ripristinare relazioni rispettose tra USA ed Eritrea”. Sintonia ravvisabile anche nel comune atteggiamento verso USAID accusata da Trump di agire come un’entità politica autonoma e che l’Eritrea aveva bandito già nel 2005, preferendo alle politiche assistenziali quelle ispirate al reciproco interesse nazionale. Peraltro i medesimi principi ai quali è improntato il Piano Mattei che l’Italia sta cercando di portare avanti in Africa. Difficile ora prevedere se gli USA decideranno davvero di riaprire il dialogo con l’Eritrea ma escluderla dai giochi, forse, non serve più agli interessi occidentali. ASPIDES: l’EUROPA CHE ANCORA NON C’E’ E’ la prima missione europea in quelli che vengono chiamati “hot theatres”, scenari caldi e ad alto rischio. Come il tratto che va dal Mar Rosso, allo Stretto di Bab el Mandeb. Per proseguire con il Golfo di Aden, Mar Arabico fino al Golfo di Oman. Migliaia di chilometri di navigazione alla cui sicurezza sta pensando l’Europa con la missione EunavFor Aspides avviata a inizio 2024 in seguito agli attacchi degli Houthi contro le navi commerciali. Lo scorso febbraio il Consiglio dell’UE l’ha estesa per un altro anno perché con la crisi di Hormuz mantenere la sicurezza dello stretto di Bab el Mandeb per l’Europa è cruciale visto che da qui passa il 27% delle proprie importazioni di petrolio e un terzo del commercio che intrattiene con la Cina. Dentro il Mar Rosso scorrono 17 cavi da cui dipende oltre il 90% del traffico dati tra Europa ed Asia. E poi c’è il grosso tema dei danni che il blocco dei fertilizzanti sta provocando all’Africa, con impennate di fame e povertà pronte a trasformarsi in ulteriori ondate migratorie. Ad oggi però, la missione europea nelle torride acque tra Africa e penisola arabica appare come il plastico esempio di quello che l’Europa potrebbe essere ma ancora non è. Intanto le navi. Troppo poche. Da mandato dovrebbero essere almeno tre ma nel 2025 la media è stata di 1.9 il che significa che in alcuni momenti, a pattugliare il mare da Suez allo Yemen, c’era solo una fregata. Spesso e volentieri italiana. <<Ci siamo solo noi a garantire la sicurezza del Mar Rosso>> ha recentemente sottolineato il Ministro degli Esteri Antonio Tajani sollecitando una maggiore partecipazione da parte degli stati membri. Altro bicchiere mezzo vuoto lo rappresenta la missione Atalanta, istituita dall’UE nel 2008 per reprimere gli atti di pirateria lungo il Corno d’Africa. Per Aspides potrebbe rappresentare un prezioso supporto eppure l’UE non ha predisposto un sistema di condivisione dei dati. Per comunicare devono affidarsi alle procedure Nato. Peraltro facendo riferimento a due quartier generali diversi; in Spagna quello di Atalanta, in Grecia quello di Aspides. Che ad oggi si sono peraltro opposti ai tentativi di integrazione. Una serie di criticità che danno l’idea di come nonostante l’Europa, per una volta, potrebbe essere leader in uno scenario difficile, si trova indebolita dalle divisioni interne. Come quelle sul grande tema della difesa comune, che vede gli stati membri divergere persino su forme di cooperazione militare europea quale è Aspides. Motivo per cui l’ipotesi di portare il quartier generale delle missioni a Bruxelles, in un unico coordinamento sotto la bandiera europea, eventualità che ne rafforzerebbe il peso pratico e politico, ad oggi è pura fantasia. A complicare il tutto ci sono poi le difficoltà sul campo. Sia Aspides che Atalanta hanno la propria base logistica a Gibuti ma la cooperazione con i paesi della regione è ancora troppo poca. Limitata per lo più a rapporti bilaterali tramite le delegazioni UE. E quando le navi di Aspides devono fare scalo in qualche porto lungo il percorso, dall’Egitto all’Arabia Saudita fino all’Oman, ciò avviene principalmente tramite le bandiera nazionali di riferimento. Una situazione cui il Servizio europeo per l’azione esterna, SEAE, sta cercando di ovviare tramite la costruzione di una piattaforma di coordinamento dei vari paesi che si affacciano sul Mar Rosso. Anche attraverso organizzazioni regionali, in particolare Red Sea Council e GCC, Consiglio di Cooperazione del Golfo. Si starebbe inoltre cercando di predisporre dei punti di contatto per Aspides in Eritrea, con programmi di supporto alla missione in termini di equipaggiamento generale e infrastrutture marittime. Nel tentativo poi di attivarli anche in Sudan, Somalia e Kenya. <<Non è semplice poiché non tutti i Paesi desiderano un forte coinvolgimento dell’UE>> spiega a La Verità Marcel Roijen, responsabile del SEAE per Gibuti, Eritrea, Igad, Sicurezza marittima e Mar Rosso. <<I paesi africani sono un po’ sospettosi di quello che facciamo, ci percepiscono ancora come una potenza coloniale e che le navi siano italiane, greche o francesi poco cambia. Del resto anche l’Europa ha le sue colpe perché non sempre è in grado di mettere da parte l’ideologia e capire le ragioni di chi ha di fronte>> continua. <<Confidiamo però che rendendosi conto che la nostra missione ha una funzione puramente difensiva, volta a garantire la sicurezza della navigazione, oggi più che mai interesse di tutti, la collaborazione con questi paesi aumenti progressivamente>>. Ammesso che l’Europa decida di esserci davvero. |
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Novembre 2025
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