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ERITREA ERITREA



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Festa dell'Indipendenza Eritrea a Roma

24/5/2026

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L'audacia dei burattini del Partito Potemkin e dei loro apologeti a pagamento è davvero inaccettabile

14/5/2026

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Le politiche deliranti del regime del PP continuano ad alimentare, senza ombra di dubbio, inutili tensioni nella regione:

- Prova 1: il memorandum d'intesa illecito che il regime del PP ha firmato furtivamente con il Somaliland nel gennaio 2024;

- Prova 2: le incessanti campagne mediatiche e diplomatiche, accompagnate da continue minacce, che il regime ha scatenato dal dicembre 2023 per invadere Assab nel perseguimento del suo sogno illusorio di "accesso sovrano al mare";

- Prova 3: il coinvolgimento ampiamente documentato del PP (risultati dell'Università di Yale, ecc.) nel conflitto in Sudan, i cui tentacoli e pericolose ramificazioni
(link https://x.com/AfriMEOSINT/status/2052695162535530980?s=20) sono molteplici e davvero gravi.

Eppure, i lacchè del PP e i loro apologeti accusano l'Eritrea e altri paesi della regione di "cospirazioni... per la formazione di un asse di potere" contro l'Etiopia.

Queste operazioni sotto falsa bandiera sono troppo trasparenti e non possono camuffare la vera fonte e il vero focolaio di tensioni inutili e evitabili nella regione del Corno d'Africa.

Le nobili aspirazioni dei popoli della regione rimangono una pace duratura e una cooperazione fondata sul rispetto reciproco della sovranità e dell'integrità territoriale; non conflitti perenni per placare le elusive ambizioni di egemonia e dominio.

Yemane G. Meskel, Ministro dell'Informazione

credit Ghideon Musa Aron
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L'ambasciatrice Sophia Tesfamariam risponde con fermezza ai recenti commenti provenienti dall'Etiopia.

12/5/2026

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di Sophia Tesfamariam

Nelle ultime settimane si è scritto molto sull'Eritrea e ho deciso di rispondere a uno dei tanti articoli provenienti dall'Etiopia... l'articolo dell'IFA intitolato "La rivendicazione di sovranità dell'Eritrea e l'insicurezza che nasconde".

Questo articolo si basa su un'interpretazione selettiva del diritto internazionale, su una ricostruzione incompleta della storia del Corno d'Africa e su un preoccupante tentativo di reinterpretare legittime preoccupazioni in materia di sovranità e integrità territoriale come prova di insicurezza politica piuttosto che di legittima responsabilità statale. È quindi necessario affrontare diverse questioni sollevate in questo articolo dalla prospettiva selettiva.

Il titolo stesso è particolarmente rivelatore. Riflette una tendenza sempre più diffusa in certi ambienti politici e intellettuali del Partito della Prosperità (PP) a delegittimare l'invocazione della sovranità da parte dell'Eritrea, presentandola non come un principio fondamentale del diritto internazionale, ma come una forma di occultamento, ostruzionismo o paranoia. Tale impostazione è profondamente problematica.

La sovranità non è qualcosa dietro cui l'Eritrea debba "nascondersi". La sovranità è la pietra angolare del moderno ordinamento giuridico internazionale, sancita dalla Carta delle Nazioni Unite e dall'Atto Costitutivo dell'Unione Africana. Per gli stati africani in particolare, molti dei quali sono emersi da spartizioni coloniali, dispute territoriali, occupazioni e prolungate interferenze esterne, la difesa della sovranità e dell'integrità territoriale non può essere liquidata come mera retorica; si tratta di principi giuridici esistenziali radicati in una dolorosa esperienza storica.

Per l'Eritrea, queste preoccupazioni non sono teoriche. L'Eritrea è emersa da una lunga lotta anticoloniale e contro l'annessione, successiva alla federazione, all'annessione e a decenni di guerra. L'Etiopia non era semplicemente uno stato confinante nella memoria storica eritrea; era l'ex colonizzatore dell'Eritrea. Tale esperienza storica plasma inevitabilmente la comprensione eritrea di sovranità, confini e sopravvivenza nazionale.

Come recita il proverbio amarico: “የወጋ ቢረሳ የተወጋ አይረሳም” “Chi ha inflitto la ferita può dimenticare, ma chi è stato ferito non dimentica mai”. Il proverbio coglie una realtà essenziale spesso ignorata nelle analisi esterne sull'Eritrea: la memoria storica plasma la coscienza della sicurezza nazionale. Gli Stati e i popoli che hanno subito annessioni, guerre, occupazioni, dispute territoriali, sanzioni e prolungate pressioni esterne non possono, e non devono, affrontare le questioni di sovranità con leggerezza o in modo astratto.

Da una prospettiva eritrea, la sovranità non è quindi uno slogan diplomatico astratto o uno scudo politico tattico. È inseparabile dai sacrifici compiuti durante una delle più lunghe lotte di liberazione africane e dalla determinazione a impedire qualsiasi ritorno, diretto o indiretto, ad accordi percepiti come lesivi dell'indipendenza e dell'integrità territoriale conquistate a caro prezzo dall'Eritrea.

Affermare che l'insistenza dell'Eritrea sulla sovranità mascheri in qualche modo motivazioni illegittime significa di fatto invertire l'onere della prova. Implica che gli Stati più piccoli, che difendono confini internazionalmente riconosciuti, debbano giustificare le proprie preoccupazioni, mentre le maggiori potenze regionali, che perseguono ambizioni egemoniche incendiarie e invocano apertamente "diritti storici", "diritti naturali" o "necessità strategiche" in merito all'accesso marittimo, vengono considerate semplicemente come entità che perseguono un pragmatismo economico.

Dal punto di vista dell'Eritrea, la questione non è mai stata se l'Etiopia, in quanto Stato senza sbocco sul mare, possieda legittimi interessi di sviluppo nell'accesso commerciale marittimo. L'Eritrea non ha mai contestato tale principio. Il diritto internazionale riconosce già il diritto degli Stati senza sbocco sul mare all'accesso negoziato e alla libertà di transito. La questione è se tali ambizioni vengano formulate e perseguite in modo coerente con la Carta delle Nazioni Unite, l'uguaglianza sovrana e il divieto di minaccia o uso della forza.

L'articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite vieta non solo l'uso della forza, ma anche la minaccia di forza contro l'integrità territoriale o l'indipendenza politica degli Stati. Il diritto internazionale non impone agli Stati di attendere un'invasione militare prima di prendere sul serio la retorica, i segnali strategici o il discorso politico che abbiano implicazioni coercitive. La vigilanza preventiva riguardo a segnali coercitivi credibili è pienamente compatibile con il diritto sovrano degli Stati di salvaguardare la propria integrità territoriale e indipendenza politica.

In questo contesto, le preoccupazioni dell'Eritrea riguardo al discorso sempre più assertivo dell'Etiopia sull'accesso al Mar Rosso non sono né irrazionali né propagandistiche. Alti funzionari del Partito della Prosperità (PP), incluso il Primo Ministro Abiy Ahmed, hanno ripetutamente inquadrato l'accesso marittimo in termini esistenziali e revisionisti, invocando nozioni di "diritti storici", "diritto naturale" e inevitabilità strategica. Il discorso politico etiope sull'accesso al Mar Rosso si è talvolta spinto anche oltre, con figure di spicco che hanno apertamente dichiarato che l'Etiopia avrebbe ottenuto l'accesso marittimo "pacificamente, se possibile, e militarmente, se necessario".

Questa retorica non è emersa isolatamente. È stata accompagnata da un clima più ampio di discorso irredentista sempre più normalizzato sulle piattaforme social e politiche etiopi, inclusa la circolazione di mappe alterate che raffigurano Assab e porzioni di territorio sovrano eritreo come parte dell'Etiopia. Organizzazioni indipendenti di fact-checking hanno documentato molteplici casi in cui le mappe sono state manipolate digitalmente per incorporare Assab nel territorio etiope, nel contesto dell'intensificarsi del dibattito pubblico sull'accesso al Mar Rosso.

Altrettanto preoccupanti sono state le immagini e i video diffusi da eventi legati all'esercito e da account sui social media che mostravano figure militari etiopi esibire mappe che includevano porzioni dell'Eritrea meridionale nell'Etiopia durante cerimonie pubbliche associate alla mobilitazione delle forze speciali e a messaggi nazionalisti. Che fosse ufficialmente autorizzata o meno, l'ampia diffusione di tali immagini ha contribuito a creare un ambiente politico in cui le narrazioni territoriali revisioniste sono entrate sempre più nel discorso dominante.

Nel loro insieme, questi sviluppi non possono essere ragionevolmente liquidati come innocuo simbolismo nazionalista. In una regione con una lunga storia di guerre tra stati, confini contesi e rivendicazioni territoriali irrisolte, tale retorica e tali immagini hanno implicazioni legali e di sicurezza che gli stati responsabili hanno il diritto di prendere seriamente in considerazione, in base al principio di precauzione sancito dall'articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite.

Lo stesso Primo Ministro Abiy Ahmed ha pubblicamente definito l'accesso al Mar Rosso una questione esistenziale per l'Etiopia e ha suggerito che la questione non poteva rimanere irrisolta indefinitamente. I media internazionali e gli analisti regionali hanno ripetutamente avvertito che tale retorica, unita alla mobilitazione militare e all'agitazione nazionalista attorno ad Assab, rischiava di contribuire a una rinnovata instabilità regionale e ai timori di uno scontro tra stati.

Il Memorandum d'intesa del 2024 tra Etiopia e Somaliland ha ulteriormente acuito le tensioni, soprattutto perché la Somalia ha formalmente respinto l'accordo, considerandolo una violazione della propria sovranità e integrità territoriale. Questi sviluppi sottolineano con precisione perché le questioni relative all'accesso marittimo nel Corno d'Africa non possano essere separate da considerazioni giuridiche e di sicurezza più ampie.

Altrettanto problematico è il trattamento selettivo che l'articolo riserva al conflitto di confine tra Eritrea ed Etiopia del 1998-2000.

I confini dell'Eritrea non erano confini indefiniti o ambigui. Furono stabiliti attraverso i trattati del 1900, 1902 e 1908 conclusi tra l'Italia imperiale e l'Etiopia imperiale. Questi trattati costituirono la base giuridica su cui la Commissione per la delimitazione dei confini tra Eritrea ed Etiopia (EEBC), istituita in base all'Accordo di Algeri, basò la sua decisione.

In particolare, la decisione finale e vincolante dell'EEBC assegnò inequivocabilmente Badme, il principale punto critico e casus belli del conflitto del 1998-2000, all'Eritrea. Questo fatto è giuridicamente fondamentale. Dimostra che la controversia territoriale si è concentrata su aree che, in ultima analisi, l'organo arbitrale internazionale competente ha determinato rientrare nella sovranità eritrea.

L'articolo travisa anche il ruolo della Commissione per i reclami Eritrea-Etiopia, lasciando intendere che essa abbia definitivamente risolto le origini più ampie della guerra. Come hanno osservato gli studiosi di diritto, comprese le analisi pubblicate sull'European Journal of International Law, la Commissione per i reclami non aveva il mandato specifico di determinare in modo esaustivo le origini del conflitto. Il meccanismo investigativo indipendente previsto dall'articolo 3 dell'Accordo di Algeri a tale scopo non è mai stato istituito.

Pertanto, nessun processo internazionale autorevole ha mai esaminato a fondo gli antecedenti più ampi del conflitto, comprese le tensioni derivanti da contestazioni amministrative, scontri locali, attività delle milizie, controversie cartografiche e accuse di sconfinamenti in territorio sovrano eritreo durante gli anni '90, nonché l'attacco non provocato da parte delle truppe etiopi contro un'unità dell'esercito eritreo nella zona di Badme il 5 maggio 1998. Ciò che è stato definitivamente accertato, tuttavia, è stata la questione territoriale stessa. E su tale questione, l'#EEBC si è pronunciato a favore dell'#Eritrea.

La crisi giuridica e politica determinante del periodo postbellico non è stata quindi il rifiuto del diritto internazionale da parte dell'Eritrea, bensì il rifiuto dell'Etiopia, per quasi due decenni, di attuare una sentenza arbitrale vincolante che aveva espressamente accettato essere "definitiva e vincolante". Questa rimane una delle contraddizioni più significative nei dibattiti sullo stato di diritto nel Corno d'Africa.

In gioco non c'era solo una controversia bilaterale sui confini, ma l'integrità stessa dell'arbitrato internazionale. Se gli Stati possono ignorare le sentenze arbitrali vincolanti quando politicamente scomode, la credibilità dei meccanismi di risoluzione pacifica delle controversie previsti dal diritto internazionale viene fondamentalmente compromessa.

L'articolo tratta in modo analogamente il regime di sanzioni del 2009 in modo Incompleto. Dal punto di vista dell'Eritrea, le sanzioni imposte ai sensi della Risoluzione 1907 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sono scaturite da un processo fortemente politicizzato, plasmato dalla manipolazione dell'IGAD e dell'Unione Africana da parte dell'Etiopia. Le accuse alla base delle sanzioni sono state fortemente contestate e non sono mai state accertate attraverso un processo giudiziario indipendente che rispettasse gli standard probatori accettati.

Per molti eritrei, l'episodio delle sanzioni rimane un esempio preoccupante di strumentalizzazione delle istituzioni multilaterali a fini geopolitici. Infatti, molti osservatori africani hanno guardato al processo con profondo disagio, riconoscendo il dannoso precedente di uno Stato africano che mobilita misure punitive internazionali contro un altro a fronte di accuse contestate. La revoca finale delle sanzioni nel 2018 ha ulteriormente sottolineato la natura fondamentalmente politica del processo.

L'articolo presenta inoltre il Programma di Servizio Nazionale eritreo in modo estremamente riduttivo. Mentre le narrazioni esterne spesso ritraggono il programma esclusivamente attraverso una lente militarizzata, il sistema di servizio nazionale eritreo include da tempo componenti civiche e di sviluppo sostanziali. I laureati del Servizio Nazionale contribuiscono a ministeri, scuole, università, ospedali, progetti infrastrutturali, amministrazioni locali e missioni diplomatiche all'estero.

Ancora più importante, la durata obbligatoria di 18 mesi del Servizio Nazionale è stata prolungata in gran parte a causa del prolungato clima di "né guerra né pace" e delle continue minacce alla sicurezza derivanti dalle tensioni irrisolte con i successivi governi etiopi.

Allo stesso tempo, l'Etiopia stessa, negli ultimi anni, ha subito un'ampia mobilitazione militare, importanti acquisizioni di armi e ripetuti conflitti armati interni in diverse regioni. Numerose organizzazioni internazionali, inchieste giornalistiche e persino istituzioni etiopi hanno documentato gravi abusi in regioni come Amhara e Oromia, tra cui esecuzioni extragiudiziali, attacchi con droni contro i civili, detenzioni arbitrarie, sfollamenti di massa e attacchi contro infrastrutture civili.

Un'analisi equilibrata e credibile non può invocare selettivamente le preoccupazioni relative ai diritti umani solo laddove rafforzano le narrazioni geopolitiche preferite, minimizzando o contestualizzando la violenza su larga scala in altre aree.

In termini più generali, la politica estera dell'Eritrea ha costantemente posto l'accento sull'uguaglianza sovrana, la non ingerenza, la titolarità regionale e la resistenza agli accordi egemonici nel Corno d'Africa. L'invocazione della sovranità da parte dell'Eritrea non è un "camuffamento"; riflette l'esperienza storica di uno Stato emerso da una delle più lunghe lotte di liberazione africane e che successivamente ha sopportato guerre, sanzioni, prolungata occupazione territoriale e continue pressioni esterne.

L'integrazione regionale e la cooperazione economica nel Corno d'Africa sono entrambe necessarie e realizzabili. L'Eritrea non si è mai opposta a quadri negoziati per il commercio, la connettività o l'accesso marittimo basati sul mutuo consenso e sul diritto internazionale. Ciò che l'Eritrea rifiuta, giustamente, è la normalizzazione di una retorica che sottintende che le ambizioni strategiche o il peso demografico degli Stati più grandi diano loro diritto ad accordi eccezionali a scapito della sovranità e delle preoccupazioni per la sicurezza dei vicini più piccoli.

In definitiva, la questione non è l'opposizione allo sviluppo dell'Etiopia. Si insiste affinché tutte le ambizioni regionali rimangano saldamente ancorate ai principi del diritto internazionale: uguaglianza sovrana, integrità territoriale, non ingerenza, pacta sunt servanda e il divieto di coercizione sancito dalla Carta delle Nazioni Unite.

Per quanto riguarda le future relazioni tra Eritrea ed Etiopia, o la "soluzione", come la definisce l'autore, la prudenza, il realismo e l'esperienza storica suggeriscono pazienza piuttosto che un ottimismo prematuro e irrealistico.

Una pace autentica e relazioni stabili tra stati confinanti non possono essere create artificialmente con slogan diplomatici, pressioni esterne o vane illusioni intellettuali. Devono emergere organicamente, gradualmente e sulla base del rispetto reciproco, della coerenza, della reciprocità e della fiducia, costruite nel tempo.

Una pace duratura non può essere affrettata, soprattutto dopo che la considerevole buona volontà e l'opportunità storica offerte nel 2018 sono state infine vanificate da una leadership etiope che non è riuscita a consolidare la riconciliazione a livello interno, regionale e istituzionale. Una pace duratura nel Corno d'Africa richiederà serietà, pazienza strategica e, soprattutto, un'Etiopia che sia prima di tutto in pace con se stessa.

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Eritrea, nel 35° Anniversario della sua Indipendenza sempre più vittoriosa ed indispensabile (anche per i suoi storici avversari…)

9/5/2026

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Nel 35° Anniversario della sua Indipendenza, che si celebra proprio questo mese, l'Eritrea emerge non soltanto come un attore moralmente e geopoliticamente vittorioso sui propri eterni rivali, ma addirittura indispensabile per una loro "salvezza". E non solo per gli USA, perché alla luce della situazione che vediamo stagliarsi in fieri, non tarderà ad arrivare il momento in cui ristabilire dei buoni uffici con l'Eritrea servirà anche alla "salvezza" di altri suoi avversari ancora, al momento apparentemente irriducibili come Etiopia ed EAU.
Di Filippo Bovo
 9 Maggio 2026

Lo scorso 9 maggio, considerando la riapertura degli Stati Uniti all’Eritrea, con l’avvio dell’iter per la revoca delle sanzioni indette nel 2020 dall’amministrazione Biden, così annotai:
Si parla di revoca da parte dell’attuale amministrazione Trump delle sanzioni americane imposte sotto Biden all’Eritrea. A tal proposito c’è tutta una lunga storia in fatto di sanzioni subite dall’Eritrea per non aver voluto allinearsi, sin dall’Indipendenza, al nuovo ordine politico unipolare a guida americana, affermatosi con la fine della Guerra Fredda. Furono applicate nel 2009 e rafforzate nel 2011, apparendo allora persino più severe di quelle in atto per Iran e Corea del Nord e, come nel caso di quei paesi, basate comunque su falsi pretesti, come ad esempio il sostegno ad al-Shabaab, in realtà creatura di USA ed Etiopia per mantenere un controllo in Somalia. Poi revocate nel 2018, con la falsa aspettativa che Asmara si sarebbe piegata con facilità ai “dominatori”, ma reintrodotte già nel 2021 una volta appurato che così non era stato. Ora si parla di togliere di nuovo queste sanzioni, e naturalmente allora come oggi gli USA pensano che in cambio Asmara si getterà ai loro piedi, vendendo l’anima al diavolo.
Spicca in tal senso persino il parere di certe figure, come Martin Plaut ed altri, che hanno sempre sparato una montagna d’idiozie e pensano oggi di “rifarsi una faccia” mettendosi a tessere le lodi del paese, per il quale Washington ha già avviato l’iter per il ritiro delle sanzioni. Beh, la loro è semplicemente la voce di un modo di fare politica internazionale, da parte di certe grandi potenze come gli USA, che si potrebbe qualificare né più e né meno che nei termini del bastone e della carota. Con altri paesi, abbiamo visto che ha funzionato: il caso più celebre, certamente, è stato la Libia. Con un po’ di minacce e un po’ di moine, gli USA l’hanno allontanata dai suoi alleati migliori e persino disarmata, fino al giorno in cui non hanno deciso di darle il definitivo “colpo di grazia”, nel 2011. Non ci dobbiamo sorprendere, dunque, se gli USA adottano oggi parole mielose, laddove in passato mostravano i denti: sappiamo più che bene che, se necessario, niente vieterebbe loro di tornare a farlo.
Vuol dire che cercano di forzare una narrativa che, malgrado i tanti sforzi, continua a non giocare a loro favore. Gli americani, politici ed “analisti”, coi vari Plaut, pretendono che in cambio della chiusura delle sanzioni l’Eritrea gli regali le chiavi di casa propria. Asmara, però, continua malgrado tutto ad avere le sue priorità, e tra tutte queste i rapporti con Washington e altri partner extra-continentali tendono ad essere secondari rispetto alla necessità di portare avanti gli obiettivi interni e regionali. Gli americani vorrebbero basi ed obbedienza politica, magari anche riforme economiche filo-americane, con una prospettiva di “regime change” o magari di “regime conversion”, in cambio della fine delle sanzioni; l’Eritrea risponde: “non c’era nessun motivo di farmi sanzioni, quindi ben venga che le abbiate ovviamente dovute revocare; ma ora non allargatevi troppo con certe fantasie”.
Naturalmente, letta così, una tale annotazione potrebbe apparire alla stregua di un “fulmine a ciel sereno”. Ma a tutto ciò possiamo dare una risposta, in una più ampia contestualizzazione che guardi all’odierna congiuntura geopolitica dominante non solo nel Corno d’Africa, ma in una più ampia aerea che va ad estendersi dalla Valle del Nilo al Mar Rosso, dalla Penisola Arabica al resto del Medio Oriente. E qui così mi ritrovai a scrivere, ancora lo scorso 30 aprile, tali considerazioni:
In merito ai recenti tentativi di Washington di stabilire rapporti più distesi con Asmara, le motivazioni di fondo potrebbero essere ben più vaste e varie rispetto a quanto ufficialmente dichiarato. Per gli USA la stabilità nel Mar Rosso sta diventando un problema sempre più incontenibile e, con una costa continentale di circa 1250 km (in realtà, più di 2000, contandovi anche le ben 126 isole dell’Arcipelago delle Dahlak), l’Eritrea appare l’unico attore politico in grado di vantare un solido ordine interno, di tutelare la sicurezza nell’area e di portare avanti contatti diplomatici con più parti, presentandosi come una vera e propria piattaforma per la promozione del dialogo ben oltre l’intera regione. Dal Mar Rosso al Corno d’Africa, l’Eritrea è un attore che ha davvero nelle sue mani le “chiavi” di tutte le “porte” regionali.
Il progressivo ampliamento di un’iniziativa come quella di Tsimdo, dopo aver coinvolto varie regioni e popolazioni etiopiche allarmate dall’aggressività del governo centrale di Addis Abeba, guarda oggi anche al Sudan, dove una recente conferenza ha riunito esponenti di quelle etnie con altri di locali comunità sudanesi. Nella regione del Corno d’Africa arsa da conflitti e contrapposizioni, l’iniziativa di pace e dialogo promossa dall’Eritrea conosce così un costante e progressivo successo. Non diversamente, il ruolo portato avanti da Asmara in Somalia, sostenendo la ricostruzione dello Stato e dell’Esercito, ribadisce tra i due paesi un legame di cooperazione e fiducia non certo certo secondo a quello tra Eritrea e Sudan.
Per gli USA non si tratta tanto di stabilire un modus vivendi sul Mar Rosso con l’Eritrea per contenere l’azione e l’influenza di di Ansar Allah, con cui riservatamente Asmara potrebbe pur sempre avviare un dialogo grazie ai suoi contatti diretti con Arabia Saudita, Oman e pure Iran; quanto forse di ricavare risultati più convincenti per la fine della guerra civile in Sudan e una maggiore stabilità in Somalia. L’Arabia Saudita e l’Egitto premono per un maggior impegno americano nel primo, estromettendovi gli EAU, che alimentano le RSF, e facendo pressioni su Israele affinché vi desista a sua volta. Malgrado i loro tanti richiami, sin qui Washington non s’è data molto da fare, subendo troppo l’influenza dell’asse israelo-emiratino, finanziatore della guerra civile in Sudan e del separatismo del Somaliland in Somalia. Allo stesso tempo l’Arabia Saudita e l’Egitto premono su Washington per contenere una strategia di polverizzazione della Somalia, che EAU ed Israele conducono in Somalia foraggiando e “legittimando” le autorità del Somaliland. Non desta sorpresa che, proprio in reazione alla strategia portata avanti dall’asse israelo-emiratino, Arabia Saudita ed Egitto abbiano stabilito un accordo di difesa con Mogadiscio.
Eritrea, Egitto ed Arabia Saudita hanno un’ottima collaborazione, che peraltro guarda, quando in modo diretto, quando indiretto, pure ad altri partner, dalla Turchia al Qatar, fino al Pakistan. Prima che la Somalia stabilisse il recente accordo di sicurezza col Cairo e Riad, ne aveva stabilito uno anche col Cairo ed Asmara, tuttora in vigore. Nel frattempo, con un lavoro di anni, sempre Asmara ha ospitato ed addestrato decine di migliaia di ufficiali del nuovo Esercito di Mogadiscio. Anche il Sudan ha beneficiato di grandi ed importanti aiuti: Asmara ha dato ospitalità a molti suoi cittadini in fuga dal conflitto, offerto basi agli aerei militari sudanesi altrimenti soggetti ai raid dei droni etiopici, emiratini e delle RSF (Forze di Supporto Rapido), non ultimo istruito molti ufficiali e combattenti dell’Esercito di Khartum. Con la sua azione nel conflitto civile sudanese, l’Eritrea ha così fornito un’utile chiave per favorire una sua più rapida e lineare conclusione.
In definitiva, aver coltivato per decenni una politica d’isolamento dell’Eritrea, per gli USA, non è servito ad altro che a sfociare nel nulla: Asmara, paradossalmente, è oggi persino più centrale ed insostituibile che in passato. Così, se gli USA vogliono oggi uscire dal loro impasse tra Corno d’Africa e Mar Rosso, non possono che accettare una normalizzazione con Asmara, l’unica che abbia le “chiavi” di tutte quelle “porte”. A ricordarglielo sono proprio degli alleati strategici non soltanto per loro, ma anche per Asmara, come l’Arabia Saudita e l’Egitto; che non a caso si sono subito attivati per un primo e più disteso dialogo.
In sostanza, nel 35° Anniversario della sua Indipendenza, che si celebra proprio questo mese, l’Eritrea emerge non soltanto come un attore moralmente e geopoliticamente vittorioso sui propri eterni rivali, ma addirittura indispensabile per una loro “salvezza”. Alla luce della situazione che vediamo stagliarsi in fieri, non tarderà ad arrivare il momento in cui ristabilire dei buoni uffici con l’Eritrea servirà anche alla “salvezza” di certi suoi avversari ancora irriducibili come Etiopia ed EAU: dopotutto, se ne vedono già i primi segnali, specialmente con alcuni “abbozzi” di Abu Dhabi nei confronti del Cairo. Chi ha tirato troppo la corda, sa di doversi ora ricostruire una faccia e, soprattutto, un futuro. E qui, proprio ieri 8 maggio, mi ritrovavo così a ponderare:
Ai primi di febbraio fu diffusa la notizia che l’Etiopia ospitava basi e campi d’addestramento per le milizie delle RSF (Forze di Supporto Rapido, gli ex Janjaweed capeggiati da Mohamed Dagalo Hemedti, già responsabili degli eccidi in Darfur oggi in guerra col governo di Khartum, guidato da Abdel Fattah al-Burhan, e sostenute proprio da Etiopia ed EAU, oltre che da Israele e da una serie di attori europei non propriamente imparziali). In particolare, furono diffuse le foto di un importante presidio ad Asosa, nell’Etiopia occidentale, dove atterravano i carichi di armi e munizioni dagli EAU e le milizie delle RSF venivano addestrate, prima di varcare il confine col Sudan.
Appare perciò ironico, dopo che il Sudan ha accusato proprio Addis Abeba e Abu Dhabi per il recente attacco con droni all’aeroporto di Khartum, vedere il governo etiopico, notoriamente sostenitore delle RSF (quando vennero rivelate quelle foto, a febbraio, la complicità etiopica con EAU ed Israele e il suo sostegno alle RSF erano cose già fin troppo note), accusare i tigrini del TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigray) per l’appoggio che coi suoi combattenti dà al legittimo governo sudanese. Ovviamente il TPLF ha risposto in modo paritetico alla violenza dell’accusa, ma anche con una certa diplomazia, affermando che nelle parole del governo centrale di Addis Abeba, guidato dal premier Abiy Ahmed, non vi erano prove.
Il problema, in questo caso, diventa di politica interna: il governo ad interim del Tigray, nominato dal governo centrale di Addis Abeba, è scaduto ed è stato sostituito dal TPLF con la rielezione dello stesso parlamento precedente al conflitto del Tigray (2020-2022), guidato da Debretsion Gebremichael. A differenza del 2020, il TPLF è sì in piena ostilità col governo centrale etiopico, retto anche allora da Abiy Ahmed, ma non con la confinante Eritrea, perché nel mentre sono cambiati tutti i fondamentali regionali: a quel tempo Etiopia ed Eritrea erano in pace tra loro, col governo di Addis Abeba che pareva intenzionato a portare avanti quella politica d’integrazione regionale che da sempre Asmara auspica e promuove.

Così, per una strana eterogenesi dei fini, oggi il TPLF guarda ad Asmara per un’alleanza tattica contro un’Etiopia tornata per entrambe comune nemica (dalla fine del 2022, il governo di Addis Abeba non ha né implementato l’accordo di pace sottoscritto col TPLF, che aveva deposto le armi, né voluto proseguire la sua politica d’integrazione regionale, revocandola completamente ed iniziando ad aggredire con minacce diplomatiche e militare i paesi confinanti, a partire proprio dall’Eritrea, col pretesto d’ottenere uno sbocco sul mare, tramite una presa manu militari del porto eritreo di Assab).

Come sappiamo, l’aggressività del governo etiopico, guidato da un’élite a netta prevalenza Oromo, che porta avanti il progetto di “Grande Oromia” (Oromummah) a suon di falsi storici, politici ed archeologici (un po’ come fa Israele per legittimare la sua presenza ed espansione, ad esempio negando con false prove archeologiche che siano mai esistiti i palestinesi: non a caso, proprio da Israele l’Oromummah mutua i suoi approcci fantageopolitici), ha ridotto le altre popolazioni del paese, come Amhara, Afar, Somali, Tigrini, e persino molti Oromo all’emarginazione e alla guerra civile: i droni dell’esercito etiopico non colpiscono solo la sudanese Khartum, ma anche i villaggi degli Amhara in rivolta (e in rivolta, del resto, lo sono anche tutte le altre popolazioni già nominate, chi più e chi meno, con la diffusione di varie e combattive sigle che più volte hanno sconfitto, nelle imboscate e negli scontri a campo aperto, il poco organizzato e piuttosto demoralizzato esercito etiopico).

​Quella politica d’aggressività ed emarginazione causata dall’Oromummah del governo etiopico le ha indotte pure a guardare all’Eritrea come una loro naturale alleata e salvatrice: con l’iniziativa Tsimdo, gruppi come gli Amhara, gli Afar ei Tigrini dell’Etiopia o i Beja del Sudan possono così ritrovarsi in un’unica comunità regionale che il suo cuore in Asmara, capace di ridar loro una speranza ed un accesso a risorse magari non sufficienti, ma pur sempre preziose come l’oro visto l’embargo a cui le sottopone il loro governo, ad Addis Abeba.

Nel frattempo, gli Stati Uniti provano a riprendere un dialogo con Asmara, avviando l’iter per la revoca delle sanzioni che erano state promosse da Biden. Non è la prima volta che gli Stati Uniti cercano di farsi amica Asmara, ma come già abbiamo detto devono prima di tutto chiarirsi le idee loro: un giorno lo fanno, e il giorno dopo cambiano di nuovo idea. Stavolta, tuttavia, non sono cambiati solo i fondamentali nel Corno d’Africa, ma anche oltre regione, dalla Valle del Nilo al Medio Oriente, fino al Golfo Persico: ed è per questo che, sotto le pressioni di grandi alleati di Asmara come Egitto ed Arabia Saudita, Washington deve oggi rivedere la sua politica per il Corno d’Africa. Vedremo come ciò si collegherà a tutti gli eventi che sin qui abbiamo raccontato: dopotutto sappiamo qual è la posizione dell’Egitto e dell’Arabia Saudita sulla guerra civile in Sudan e sul separatismo del Somaliland, e guarda caso, anzi, non a caso, quella posizione è proprio la stessa dell’Eritrea.
Se oggi l’Eritrea, nel 35° Anniversario della sua Indipendenza, appare sempre più vittoriosa ed indispensabile, è perché la coerenza, politica e morale, paga. Non c’è miglior modo di concludere che così: “Awet N’Hafash!”, “Potere alle Masse!”.

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Comunicato stampa: "Il contesto delle sanzioni ingiustificate"

6/5/2026

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In un momento di crescente interesse, e in vista di presunte misure positive e imminenti per porre rimedio alle sanzioni ingiustificate imposte all'Eritrea per oltre due decenni, una lucida e retrospettiva analisi degli episodi si rivela forse opportuna per la ricostruzione storica e per inquadrare correttamente il dibattito attuale.

Come si ricorderà, l'amministrazione Obama riuscì a imporre sanzioni ingiuste e illegittime all'Eritrea la vigilia di Natale, il 24 dicembre 2009, attraverso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, diffondendo accuse inventate, prive di fondamento giuridico e di prova credibile.

Purtroppo, il Rappresentante Permanente della Federazione Russa a New York appoggiò senza riserve questa deplorevole farsa, mentre la posizione del Rappresentante cinese si limitò a una formale "astensione". L'Eritrea non ebbe altra scelta che deplorare l'accaduto ed esprimere pubblicamente il proprio profondo disappunto.

Le sanzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sono state revocate nel 2018, dopo aver inflitto all'Eritrea danni considerevoli e del tutto ingiustificati. Per quanto tardiva e positiva, la reazione dell'Eritrea non si è limitata a una "graziosa accettazione". Il Paese ha chiesto spiegazioni sul perché le sanzioni fossero state imposte in primo luogo, poiché ciò era fondamentale sia per garantire la responsabilità che per il mantenimento degli standard necessari all'amministrazione della giustizia internazionale.

​Tali interrogativi rimangono tuttora senza risposta. Chi erano i veri finanziatori di Al-Shebaab allora e lo sono ancora oggi? Chi è responsabile delle sanzioni illegittime imposte ingiustamente all'Eritrea per quasi due decenni? Esiste un ricorso legale per esaminare questi eventi?

In un'ottica di viscerale ostilità, l'amministrazione Biden ha nuovamente imposto sanzioni illegali e unilaterali all'Eritrea nel 2021. L'Eritrea ha condannato fermamente questo atto illecito.

In questi giorni giungono notizie secondo cui le sanzioni illegali e unilaterali imposte dagli Stati Uniti saranno presto revocate. Ci auguriamo vivamente che questo atto segni davvero l'inizio di una correzione duratura di politiche errate, garantendo giustizia, legalità ed equità.

Ministero dell'Informazione
Asmara
6 maggio 2026
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Martin Plaut sulle sanzioni Usa 2021 all'Eritrea

6/5/2026

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Francesca Ronchin
​

Incredibile!

​Martin Plaut riporta la notizia anticipata dal Wall Street Journal e ribadita dalla Reuters, ossia che l'amministrazione USA avrebbe intenzione di sollevare le sanzioni imposte all'Eritrea nel 2021, senza i soliti toni polemici.

Se persino lui, strenuo destabilizzatore delle sovranità nazionali ma a seconda di dove soffia il vento, forse nelle relazioni con il Corno d'Africa, qualcosa sta cambiando davvero!
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L'Occidente prova a scongiurare un "nuovo Hormuz"

5/5/2026

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di Francesca Ronchin 

In arabo significa “porta delle lacrime” perché è lungo solo 33 chilometri, due in meno di quello di Hormuz. Incuneato tra penisola arabica e corno d’Africa, lo stretto di Bab el Mandeb è il secondo passaggio che l’Iran minaccia di bloccare. E mentre le trattative con gli Stati Uniti procedono a singhiozzo, il piccolo stato dell’Eritrea, 1250 chilometri di costa africana sul Mar Rosso davanti allo Yemen, in una posizione da sempre strategica e ambita, si trova al centro dei calcoli di UE e Washington. Lo dimostrano gli ultimi colloqui di alti funzionari su entrambe le sponde dell’oceano atlantico con le autorità dell’ex colonia italiana. Da trent’anni sotto la guida dello stesso presidente che sopravvive a guerre, sanzioni e isolamento internazionale. 

Dopo lo scoppio della crisi di Hormuz, la Rappresentate Speciale dell’Unione Europea per il Corno d’Africa Annette Weber, i primi di aprile è volata in Eritrea per discutere della sicurezza del Mar Rosso. Una visita non di routine visto il successivo rientro a Bruxelles. Da dove il suo staff ci dice che solo in un secondo tempo volerà tra Gibuti,  Etiopia e Kenya. 

Non solo. Sebbene l’UE abbia una sede diplomatica nella capitale Asmara, la Rappresentante Speciale non vi faceva visita da tempo. Con il governo eritreo allergico alle ingerenze esterne e l’Europa fedele alla politica di Washington che da vent’anni colpisce il piccolo stato africano con dure sanzioni economiche. In primis quelle del 2009 per presunte connivenze con i jihadisti somali di Al Shabab, salvo poi ammettere, ma solo nel 2018, di non aver mai avuto prove. 

Rapporti incrinatisi dopo che nei primi anni ’90 l’Eritrea era partner chiave della politica antiterrorismo americana. Poi, durante la guerra del ’98 con l’Etiopia, gli USA come avamposto nel Corno d’Africa scelgono Addis Abeba, nei cui confronti mostreranno un occhio di riguardo. A partire dal mancato rispetto degli accordi di Algeri del 2000. L’occupazione dei confini eritrei da parte dell’Etiopia, non ancora del tutto risolta, dura fino al 2018. Nel completo silenzio della comunità internazionale.

Che oggi però sembra voler cambiare rotta. Stando a quanto riporta il  Wall Street Journal del 23 aprile, il consigliere senior del Presidente USA per gli affari arabi e mediorientali Massad Boulos avrebbe riferito a controparti straniere che gli Stati Uniti intenderebbero iniziare il processo di revoca delle sanzioni contro l’Eritrea. Il riferimento è a quelle per crimini contro l’umanità emesse da Joe Biden nel 2022 quando l’Eritrea scende in campo contro il TPLF, Fronte popolare di liberazione del Tigray, che a fine 2000 aveva sferrato un attacco contro il governo centrale etiope e lanciato razzi anche sulla capitale eritrea, ricevendo peraltro la condanna dell’allora Segretario di Stato della prima amministrazione Trump Mike Pompeo.

Al momento si tratta di rumors ma che ne scriva il Wall Street Journal, solitamente in linea con gli orientamenti della Casa Bianca, non è da sottovalutare. Complice la crisi nel Golfo visto che una chiusura simultanea di Hormuz e Bab el Mandeb, dove scorre il 12% del commercio mondiale, bloccherebbe il 25% delle forniture globali di petrolio portando il Brent oltre la soglia psicologica dei 200 dollari. Per uscire dai paesi del golfo, oggi l’oro nero può contare sull’oleodotto Est Ovest che attraversa l’Arabia fino a Yanbu di fronte al Sudan, ma non basta. E per potenziare le arterie, rendendo il Mar Rosso una vera alternativa, occorre lavorare alla stabilità della regione. Tema che con i disagi alla navigazione causati dagli Houthi era sul tavolo da mesi.

Non a caso, sia Boulos che la Weber, già a settembre avevano incontrato separatamente il Ministro degli esteri eritreo Osman Saleh a margine dell’assemblea generale Onu a New York. Passi avanti verso la riparazione delle relazioni dopo due decenni di rapporti tesi. Anche perché insieme a Gibuti, l’Eritrea è l’unico paese del Corno d’Africa attualmente in pace. Il Sudan è al quarto anno di guerra civile, la Somalia alle prese con Al Shabab mentre l’Etiopia è attraversata da conflitti etnici, con il primo ministro Abiy Ahmed accusato di genocidio dall’etnia Amhara e costantemente sul piede di guerra pur di procurarsi un porto sul Mar Rosso. “Legalmente, se possibile, militarmente se necessario” ha detto, minacciando in particolare Eritrea e Somalia. Poi c’è l’eccezione di Gibuti che con 8 basi militari Usa e Cina comprese, è un hub politico-militare per le grandi potenze.

Storia opposta a quella della vicina Eritrea, tra i pochi paesi africani ad aver detto no a basi militari straniere oltre che a Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale. Un’indipendenza pagata a caro prezzo ma che l’ha aiutata a dialogare con tutti,
dagli USA alla Russia, dalla Cina a Israele. E che oggi, anche grazie alle sue buone relazioni con i paesi del Red Sea Council tra cui Sudan e Somalia, è un asset per districarsi tra i vari attori attorno a Bab el Mandeb. In un complicato intreccio di proxy war e sponsor esterni. 

Spesso destabilizzanti. Come nel caso degli Emirati Arabi che nella ricerca di un presidio sul Mar Rosso, hanno alimentato almeno tre aree di conflitto. Innanzitutto in Etiopia dove in cambio di petrodollari e armi ne stanno sobillando le mire espansionistiche verso le coste eritree e somale. E dove negli ultimi mesi hanno allestito un campo militare a 100 km dal Sudan. Da qui hanno supportato le Rapid Support Forces (RFS) contro il governo di Abdel Fattah al Burhan in un conflitto sanguinoso dove le divisioni interne espongono a quelle esterne. Nel caos sudanese è entrato anche l’Iran fornendo armi e droni al governo centrale, sostenuto anche dall’Arabia Saudita, nella speranza, per ora vana, di stabilire le proprie navi a Port Sudan, sul Mar Rosso.

Una strategia mossa dalla competizione con gli Emirati, non a caso colpiti da più raid di Israele, che a loro volta si sono appoggiati al porto di Berbera nella regione somala del Somaliland. Anche lì giocando un ruolo destabilizzante viste le spinte autonomiste interne alla Somalia.

Flussi di armi che non hanno risparmiato lo Yemen, fino allo scorso dicembre. Quando l’Arabia Saudita bombarda un carico di armi che dagli Emirati era indirizzato al Consiglio di Transizione del Sud (STC), un gruppo separatista che come gli Houthi è in lotta contro il governo yemenita supportato da Riad. Un’operazione che si è conclusa con il ritiro di Abu Dhabi dallo Yemen e nella quale avrebbe giocato un ruolo cruciale proprio l’Eritrea con il suo leader Isaias Afewerki.

Ospite del principe Bin Salman giusto due settimane prima. <<Il Presidente eritreo ci ha svegliati da una lunga ibernazione - ha detto l’analista politico saudita Mohammed Al-Habbabi - quando ci aveva avvertito che gli Emirati stanno lentamente prendendo il controllo del Mar Rosso e del Corno d’Africa>>.

Una mossa che Riad ha portato avanti non senza il tacito consenso di Washington con cui a novembre ha scongelato i rapporti dopo 7 anni di stallo diventando uno tra i suoi interlocutori più pragmatici. Quanto ai colloqui con l’Eritrea, un ruolo di facilitatore lo starebbe giocando anche il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi che ha incontrato Boulos ad aprile e che con il leader eritreo ha ottimi rapporti. Specie da quando si sono incrinati quelli con l’Etiopia a causa della diga GERD, la Grande diga del rinascimento etiope, che il Cairo considera una minaccia esistenziale. 

Con le voci di un potenziale avvicinamento con Asmara, non sono mancati gli attacchi mediatici di chi come Michael Rubin dell’American Enterprise Institute, al posto del dialogo ha riproposto la classica politica del “cambio di regime”. L’opposto di quanto promesso da Trump già lo scorso luglio in una lettera al presidente eritreo dove esprimeva la volontà “di invertire le politiche della precedente amministrazione” e "ripristinare relazioni rispettose tra USA ed Eritrea”.

Sintonia ravvisabile anche nel comune atteggiamento verso USAID accusata da Trump di agire come un’entità politica autonoma e che l’Eritrea aveva bandito già nel 2005, preferendo alle politiche assistenziali quelle ispirate al reciproco interesse nazionale. Peraltro i medesimi principi ai quali è improntato il Piano Mattei che l’Italia sta cercando di portare avanti in Africa. Difficile ora prevedere se gli USA decideranno davvero di riaprire il dialogo con l’Eritrea ma escluderla dai giochi, forse, non serve più agli interessi occidentali. 

ASPIDES: l’EUROPA CHE ANCORA NON C’E’ 

E’ la prima missione europea in quelli che vengono chiamati “hot theatres”, scenari caldi e ad alto rischio. Come il tratto che va dal Mar Rosso, allo Stretto di Bab el Mandeb. Per proseguire con il Golfo di Aden, Mar Arabico fino al Golfo di Oman. Migliaia di chilometri di navigazione alla cui sicurezza sta pensando l’Europa con la missione EunavFor Aspides avviata a inizio 2024 in seguito agli attacchi degli Houthi contro le navi commerciali.

Lo scorso febbraio il Consiglio dell’UE l’ha estesa per un altro anno perché con la crisi di Hormuz mantenere la sicurezza dello stretto di Bab el Mandeb per l’Europa è cruciale visto che da qui passa il 27% delle proprie importazioni di petrolio e un terzo del commercio che intrattiene con la Cina. Dentro il Mar Rosso scorrono 17 cavi da cui dipende oltre il 90% del traffico dati tra Europa ed Asia. E poi c’è il grosso tema dei danni che il blocco dei fertilizzanti sta provocando all’Africa, con impennate di fame e povertà pronte a trasformarsi in ulteriori ondate migratorie. 

Ad oggi però, la missione europea nelle torride acque tra Africa e penisola arabica appare come il plastico esempio di quello che l’Europa potrebbe essere ma ancora non è. Intanto le navi. Troppo poche. Da mandato dovrebbero essere almeno tre ma nel 2025 la media è stata di 1.9 il che significa che in alcuni momenti, a pattugliare il mare da Suez allo Yemen, c’era solo una fregata. Spesso e volentieri italiana. <<Ci siamo solo noi a garantire la sicurezza del Mar Rosso>> ha recentemente sottolineato il Ministro degli Esteri Antonio Tajani sollecitando una maggiore partecipazione da parte degli stati membri.

Altro bicchiere mezzo vuoto lo rappresenta la missione Atalanta, istituita dall’UE nel 2008 per reprimere gli atti di pirateria lungo il Corno d’Africa.  Per Aspides potrebbe rappresentare un prezioso supporto eppure l’UE non ha predisposto un sistema di condivisione dei dati. Per comunicare devono affidarsi alle procedure Nato. Peraltro facendo riferimento a due quartier generali diversi;  in Spagna quello di Atalanta, in Grecia quello di Aspides. Che ad oggi si sono peraltro opposti ai tentativi di integrazione. 

Una serie di criticità che danno l’idea di come nonostante l’Europa, per una volta, potrebbe essere leader in uno scenario difficile, si trova indebolita dalle divisioni interne. Come quelle sul grande tema della difesa comune, che vede gli stati membri divergere persino su forme di cooperazione militare europea quale è Aspides. Motivo per cui l’ipotesi di portare il quartier generale delle missioni a Bruxelles, in un unico coordinamento sotto la bandiera europea, eventualità che ne rafforzerebbe il peso pratico e politico, ad oggi è pura fantasia.

A complicare il tutto ci sono poi le difficoltà sul campo. Sia Aspides che Atalanta hanno la propria base logistica a Gibuti ma la cooperazione con i paesi della regione è ancora troppo poca. Limitata per lo più a rapporti bilaterali tramite le delegazioni UE. E quando le navi di Aspides devono fare scalo in qualche porto lungo il percorso, dall’Egitto all’Arabia Saudita fino all’Oman, ciò avviene principalmente tramite le bandiera nazionali di riferimento.

Una situazione cui il Servizio europeo per l’azione esterna, SEAE, sta cercando di ovviare tramite la costruzione di una piattaforma di coordinamento dei vari paesi che si affacciano sul Mar Rosso. Anche attraverso organizzazioni regionali,
in particolare Red Sea Council e GCC, Consiglio di Cooperazione del Golfo. Si starebbe inoltre cercando di predisporre dei punti di contatto per Aspides in Eritrea, con programmi di supporto alla missione in termini di equipaggiamento generale e infrastrutture marittime.

Nel tentativo poi di attivarli anche in Sudan, Somalia e Kenya. <<Non è semplice poiché non tutti i Paesi desiderano un forte coinvolgimento dell’UE>> spiega a La Verità Marcel Roijen, responsabile del SEAE per Gibuti, Eritrea, Igad, Sicurezza marittima e Mar Rosso. <<I paesi africani sono un po’ sospettosi di quello che facciamo, ci percepiscono ancora come una potenza coloniale e che le navi siano italiane, greche o francesi poco cambia.

​Del resto anche l’Europa ha le sue colpe perché non sempre è in grado di mettere da parte l’ideologia e capire le ragioni di chi ha di fronte>> continua. <<Confidiamo però che rendendosi conto che la nostra missione ha una funzione puramente difensiva, volta a garantire la sicurezza della navigazione, oggi più che mai interesse di tutti, la collaborazione con questi paesi aumenti progressivamente>>. Ammesso che l’Europa decida di esserci davvero. 



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Dal Corno d'Africa al Mar Rosso, gli USA cercano chiavi che solo l'Eritrea possiede

1/5/2026

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di   Filippo Bovo  
                               

In merito ai recenti tentativi di Washington di stabilire rapporti più distesi con Asmara, le motivazioni di fondo potrebbero essere ben più vaste e varie rispetto a quanto ufficialmente dichiarato. Per gli USA la stabilità nel Mar Rosso sta diventando un problema sempre più incontenibile e, con una costa continentale di circa 1250 km (in realtà, più di 2000, contandovi anche le ben 126 isole dell'Arcipelago delle Dahlak), l'Eritrea appare l'unico attore politico in grado di vantare un solido ordine interno, di tutelare la sicurezza nell'area e di portare avanti contatti diplomatici con più parti, presentandosi come una vera e propria piattaforma per la promozione del dialogo ben oltre l'intera regione. Dal Mar Rosso al Corno d'Africa, l'Eritrea è un attore che ha davvero nelle sue mani le "chiavi" di tutte le "porte" regionali.

Il progressivo ampliamento di un'iniziativa come quella di Tsimdo, dopo aver coinvolto varie regioni e popolazioni etiopiche allarmate dall'aggressività del governo centrale di Addis Abeba, guarda oggi anche al Sudan, dove una recente conferenza ha riunito esponenti di quelle etnie con altri di locali comunità sudanesi. Nella regione del Corno d'Africa arsa da conflitti e contrapposizioni, l'iniziativa di pace e dialogo promossa dall'Eritrea conosce così un costante e progressivo successo. Non diversamente, il ruolo portato avanti da Asmara in Somalia, sostenendo la ricostruzione dello Stato e dell'Esercito, ribadisce tra i due paesi un legame di cooperazione e fiducia non certo certo secondo a quello tra Eritrea e Sudan. 
Per gli USA non si tratta tanto di stabilire un modus vivendi sul Mar Rosso con l'Eritrea per contenere l'azione e l'influenza di di Ansar Allah, con cui riservatamente Asmara potrebbe pur sempre avviare un dialogo grazie ai suoi contatti diretti con Arabia Saudita, Oman e pure Iran; quanto forse di ricavare risultati più convincenti per la fine della guerra civile in Sudan e una maggiore stabilità in Somalia. L'Arabia Saudita e l'Egitto premono per un maggior impegno americano nel primo, estromettendovi gli EAU, che alimentano le RSF, e facendo pressioni su Israele affinché vi desista a sua volta.

Malgrado i loro tanti richiami, sin qui Washington non s'è data molto da fare, subendo troppo l'influenza dell'asse israelo-emiratino, finanziatore della guerra civile in Sudan e del separatismo del Somaliland in Somalia. Allo stesso tempo l'Arabia Saudita e l'Egitto premono su Washington per contenere una strategia di polverizzazione della Somalia, che EAU ed Israele conducono in Somalia foraggiando e "legittimando" le autorità del Somaliland. Non desta sorpresa che, proprio in reazione alla strategia portata avanti dall'asse israelo-emiratino, Arabia Saudita ed Egitto abbiano stabilito un accordo di difesa con Mogadiscio. 

Eritrea, Egitto ed Arabia Saudita hanno un'ottima collaborazione, che peraltro guarda, quando in modo diretto, quando indiretto, pure ad altri partner, dalla Turchia al Qatar, fino al Pakistan. Prima che la Somalia stabilisse il recente accordo di sicurezza col Cairo e Riad, ne aveva stabilito uno anche col Cairo ed Asmara, tuttora in vigore. Nel frattempo, con un lavoro di anni, sempre Asmara ha ospitato ed addestrato decine di migliaia di ufficiali del nuovo Esercito di Mogadiscio.

​Anche il Sudan ha beneficiato di grandi ed importanti aiuti: Asmara ha dato ospitalità a molti suoi cittadini in fuga dal conflitto, offerto basi agli aerei militari sudanesi altrimenti soggetti ai raid dei droni etiopici, emiratini e delle RSF (Forze di Supporto Rapido), non ultimo istruito molti ufficiali e combattenti dell'Esercito di Khartum. Con la sua azione nel conflitto civile sudanese, l'Eritrea ha così fornito un'utile chiave per favorire una sua più rapida e lineare conclusione.

In definitiva, aver coltivato per decenni una politica d'isolamento dell'Eritrea, per gli USA, non è servito ad altro che a sfociare nel nulla: Asmara, paradossalmente, è oggi persino più centrale ed insostituibile che in passato. Così, se gli USA vogliono oggi uscire dal loro impasse tra Corno d'Africa e Mar Rosso, non possono che accettare una normalizzazione con Asmara, l'unica che abbia le "chiavi" di tutte quelle "porte". A ricordarglielo sono proprio degli alleati strategici non soltanto per loro, ma anche per Asmara, come l'Arabia Saudita e l'Egitto; che non a caso si sono subito attivati per un primo e più disteso dialogo.
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Circa il tentativo di Washington di stabilire rapporti più distesi con Asmara, le motivazioni di fondo potrebbero essere ben più vaste e varie rispetto a quanto ufficialmente dichiarato.

30/4/2026

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di Filippo Bovo

Per gli USA la stabilità nel Mar Rosso sta diventando un problema sempre più incontenibile e, con una costa continentale di circa 1250 km (in realtà, più di 2000, contandovi anche le oltre cento isole dell'Arcipelago delle Dahlak), l'Eritrea appare l'unico attore politico in grado di vantare un solido ordine interno, di tutelare la sicurezza nell'area e di portare avanti contatti diplomatici con più parti, presentandosi come una vera e propria promotrice di dialogo per l'intera regione. Dal Mar Rosso al Corno d'Africa, l'Eritrea è un attore che ha davvero nelle sue mani le "chiavi" di tutte le "porte" regionali.

Il progressivo ampliamento di un'iniziativa come quella di Tsimdo, dopo aver coinvolto varie regioni e popolazioni etiopiche allarmate dall'aggressività del governo centrale di Addis Abeba, guarda oggi anche al Sudan, dove una recente conferenza ha riunito esponenti di quelle etnie con altri di locali comunità sudanesi. Nella regione del Corno d'Africa arsa da conflitti e contrapposizioni, l'iniziativa di pace e dialogo promossa dall'Eritrea conosce così un costante e progressivo successo. Non diversamente, il ruolo portato avanti da Asmara in Somalia, sostenendo la ricostruzione dello Stato e dell'Esercito, ribadisce tra i due paesi un legame di cooperazione e fiducia che non è certo secondo a quello tra Eritrea e Sudan.

Per gli USA non si tratta tanto di stabilire un modus vivendi sul Mar Rosso con l'Eritrea per contenere l'azione e l'influenza di di Ansar Allah, con cui riservatamente Asmara potrebbe pur sempre avviare un dialogo grazie ai suoi contatti diretti con Arabia Saudita, Oman e pure Iran, quanto forse di ricavare risultati più convincenti per la fine del conflitto civile in Sudan e la stabilità in Somalia. L'Arabia Saudita e l'Egitto premono per un maggior impegno americano nel primo, estromettendovi gli EAU, che alimentano le RSF, e facendo pressioni su Israele affinché vi desistano a loro volta. Malgrado i loro tanti richiami, sin qui Washington non s'è data molto da fare, subendo troppo l'influenza dell'asse israelo-emiratino, finanziatore della guerra civile in Sudan e del separatismo del Somaliland in Somalia.

Allo stesso tempo Arabia Saudita ed Egitto premono su Washington per contenere una strategia di polverizzazione della Somalia, che EAU ed Israele conducono in Somalia foraggiando e "legittimando" le autorità del Somaliland. Non desta sorpresa che, proprio in reazione alla strategia portata avanti dall'asse israelo-emiratino, Arabia Saudita ed Egitto abbiano stabilito un accordo di difesa con Mogadiscio.

Eritrea, Egitto ed Arabia Saudita hanno un'ottima collaborazione, che peraltro guarda, quando in modo diretto, quando indiretto, pure ad altri partner, dalla Turchia al Qatar, fino al Pakistan. Prima che la Somalia stabilisse il recente accordo di sicurezza col Cairo e Riad, ne aveva stabilito uno anche col Cairo ed Asmara, tuttora in vigore. Nel frattempo, con un lavoro di anni, sempre Asmara ha ospitato ed addestrato decine di migliaia di ufficiali del nuovo Esercito di Mogadiscio.

Anche il Sudan ha beneficiato di grandi ed importanti aiuti: Asmara ha dato ospitalità a molti suoi cittadini in fuga dal conflitto, basi agli aerei militari sudanesi altrimenti a rischio dei raid dei droni delle RSF oltre che etiopici ed emiratini, non ultimo istruito molti ufficiali e combattenti dell'Esercito di Khartum. Con la sua azione nel conflitto civile sudanese, l'Eritrea ha così fornito un'utile chiave ad una sua più rapida e lineare conclusione.

In definitiva, aver coltivato per decenni una politica d'isolamento dell'Eritrea, per gli USA, non è servito ad altro che a sfociare nel nulla: Asmara, paradossalmente, è oggi persino più centrale ed insostituibile che in passato. Così, se Washington vuol uscire dal proprio impasse tra Corno d'Africa e Mar Rosso, non può che accettare una normalizzazione con Asmara, l'unica che abbia le "chiavi" di tutte quelle "porte". A ricordarglielo sono proprio degli alleati strategici non solo degli USA, ma anche di Asmara, ovvero l'Arabia Saudita e l'Egitto, che non a caso si sono attivati per un primo e più disteso dialogo.

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Comunicato stampa: "Travisazioni sulle prospettive di riavvicinamento tra Eritrea e Stati Uniti"

29/4/2026

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L'Ambasciata di Stato dell'Eritrea a Washington, D.C. prende atto del recente articolo pubblicato dal Wall Street Journal sulle prospettive di rilancio delle relazioni tra Eritrea e Stati Uniti.

Sebbene l'articolo riconosca l'importanza strategica dell'Eritrea nel Corno d'Africa e nel corridoio del Mar Rosso, propone narrazioni selettive con l'evidente intento di minare la tempestiva opportunità di un impegno costruttivo. In effetti, e nello stesso senso, alcuni sedicenti esperti sono successivamente ricorsi a interpretazioni allarmistiche sui media e sulle piattaforme social, riproponendo affermazioni screditate e tentando di gettare dubbi ingiustificati su qualsiasi traiettoria positiva nelle relazioni tra Eritrea e Stati Uniti. Tali commenti non sono né obiettivi né costruttivi; in sostanza, rappresentano attività di lobbying a pagamento mascherate da analisi "indipendenti".

È necessario riconoscere una realtà fondamentale. Decenni di pressioni, sanzioni e isolamento non hanno prodotto risultati positivi, né per gli obiettivi politici degli Stati Uniti né per la stabilità regionale. Ora, anche all'interno degli ambienti politici statunitensi, si riconosce sempre più la necessità e l'urgenza di un cambiamento di rotta verso il dialogo, piuttosto che verso una coercizione inappropriata e ingiustificata. I tentativi di alcuni commentatori di dipingere questo cambiamento come pericoloso rivelano più pregiudizi radicati che la reale situazione sul campo. La persistenza di tali narrazioni, spesso ripetute a gran voce sui social media senza prove, riflette uno sforzo deliberato per ostacolare il progresso piuttosto che per informare l'opinione pubblica.

La posizione dell'Eritrea è stata coerente e basata su principi solidi. Fin dall'indipendenza, ha perseguito una politica fondata sulla sovranità, la non ingerenza e una politica di sviluppo indipendente che rifugge da una dipendenza strutturale e perpetua. L'Eritrea non aderisce a modelli basati sulla dipendenza. Al contrario, promuove partenariati reciprocamente vantaggiosi fondati sul commercio, sugli investimenti e sul rispetto della titolarità nazionale delle priorità di sviluppo; un approccio in linea con le tendenze globali in evoluzione. I tentativi di alcuni analisti di caricaturare questo orientamento politico rivelano solo una mancanza di serietà e di rigore analitico.

Le affermazioni secondo cui il miglioramento delle relazioni incoraggerebbe l'instabilità sono prive di credibilità.

L'Eritrea ha sempre difeso l'integrità territoriale, il diritto internazionale e la coesistenza pacifica. La sua politica regionale è stata guidata e si fonda su legittime considerazioni di sicurezza e su un chiaro impegno per la stabilità nel Corno d'Africa e nel bacino del Mar Rosso. I ripetuti tentativi di alcune voci di suggerire il contrario, spesso con toni incendiari, non sono altro che rumore di fondo volto a distrarre dalle discussioni politiche sostanziali.

Altrettanto errata è la narrazione secondo cui la revoca delle sanzioni unilaterali statunitensi avrebbe conseguenze negative. Tali misure erano ingiustificate, applicate in modo selettivo e controproducenti. Non hanno promosso la pace né servito interessi strategici. La loro continua difesa da parte di una ristretta cerchia di commentatori, nonostante le chiare prove della loro legalità e utilità, solleva interrogativi sulle motivazioni alla base di tali posizioni.

Come affermato in diverse occasioni, l'Eritrea ha sempre cercato di coltivare un impegno rispettoso, lungimirante e costruttivo, basato sul rispetto reciproco, sulla non coercizione e sull'uguaglianza sovrana. Il percorso da seguire richiede di superare le politiche inefficaci e di respingere le narrazioni improduttive, in particolare quelle amplificate dalle intenzioni capricciose di alcuni individui determinati a ostacolare il progresso.

Un approccio equilibrato e basato sui fatti sarà più utile a entrambe le nazioni e contribuirà a una pace e una stabilità durature nella regione.

Ambasciata dello Stato di Eritrea
Washington D.C.

credit Ghideon Musa Aron
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