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di Marilena Dolce
per EritreaLive Dopo appena nove mesi ad Addis Abeba, Sem Fabrizi è stato richiamato “in deroga alla permanenza minima in sede”. La Farnesina nega la cacciata, ma restano aperte le ragioni dell’avvicendamento Non ogni avvicendamento di un ambasciatore è una questione politica e non ogni richiamo anticipato nasconde una crisi, ma esistono circostanze nelle quali la rapidità e le modalità di decisione diventano esse stesse notizia. È quanto sta accadendo intorno alla sorprendente sostituzione dell’ambasciatore italiano in Etiopia, Sem Fabrizi, diplomatico di grande esperienza, nominato dal Consiglio dei ministri nel giugno 2025 e arrivato ad Addis Abeba il 1° novembre dello stesso anno. Il 30 luglio 2026, dopo nove mesi, un Decreto del Presidente della Repubblica ne ha disposto il richiamo in servizio al Ministero. Fin qui si potrebbe pensare a una decisione della Farnesina. A rendere il caso meno ordinario però è la formulazione: il richiamo avviene “in deroga alla sua permanenza minima in sede”, cioè il mandato è stato interrotto prima della durata prevista, per questo è stata necessaria una deroga alle regole ordinarie della carriera diplomatica. Perché? Questa è la domanda. Fabrizi aveva presentato le proprie credenziali al presidente etiope Taye Atske-Selassie nel gennaio 2026, in un clima improntato ai rapporti di amicizia e collaborazione tra Italia ed Etiopia. Nei mesi successivi si è impegnato nelle relazioni bilaterali e, in particolare, nel piano Mattei. Qualche settimana prima del richiamo la Farnesina aveva pubblicato una lunga intervista nella quale l’ambasciatore descriveva l’Etiopia come un partner strategico per l’Italia spiegando le prospettive della cooperazione economica, infrastrutturale e politica tra i due Paesi. Non vi era, almeno pubblicamente, nessun segnale di un’imminente conclusione della missione. È questa sequenza temporale che rende l’avvicendamento diverso da una normale rotazione. La vicenda prende però una piega differente dopo l’uscita dell’articolo di Massimo Alberizzi sul Fatto Quotidiano. Alberizzi scrive che l’ambasciatore ha lasciato Addis Abeba per decisione etiope. Un’affermazione che, se confermata, cambierebbe la natura dell’avvicendamento. Un ambasciatore può essere richiamato dal proprio governo per numerose ragioni, un nuovo incarico, esigenze interne all’amministrazione, valutazioni politiche oppure una normale riorganizzazione della rete diplomatica. Diversa però è l’ipotesi che sia stato il Paese ospitante a manifestare la volontà della sua sostituzione. In questo caso non sarebbe neppure necessario arrivare alla dichiarazione di “persona non grata” prevista dalla Convenzione di Vienna. Nella prassi diplomatica un governo può far sapere, in via riservata, che la permanenza di un ambasciatore non è più considerata opportuna, lasciando allo Stato accreditante il compito di richiamarlo senza trasformare la vicenda in uno scontro diplomatico pubblico. Questa è la possibilità che alimenta gli interrogativi sul caso Fabrizi. A fronte delle indiscrezioni, però, arriva la posizione della Farnesina, tramite Agenzia Nova, che nega la “cacciata” dell’ambasciatore. Una precisazione importante. Ad oggi, dunque, non risulta che Fabrizi sia stato dichiarato persona non grata né che sia stato oggetto di un provvedimento formale di espulsione. Tuttavia la smentita di una vera e propria cacciata non elimina le domande. Per quale motivo un ambasciatore, nominato da pochi mesi, è stato richiamato? Il governo dell’Etiopia ha mai chiesto a Roma la sostituzione dell’ambasciatore? Per il momento tali domande restano aperte. Nel frattempo, però, il caso è arrivato in Parlamento. Il senatore Ivan Scalfarotto di Italia Viva ha presentato un’interrogazione per chiedere al Governo il perché dell’avvicendamento e le ragioni che hanno determinato l’anticipata conclusione della missione diplomatica. Se il richiamo non ha alcun rapporto con una richiesta delle autorità etiopi, dovrebbe essere possibile affermarlo definitivamente. Se invece vi sono state interlocuzioni riservate con Addis Abeba, la questione sarebbe diversa. Questa è una vicenda che assume un’importanza particolare per il momento nel quale avviene. L’Etiopia è uno dei Paesi principali per la politica africana italiana e costituisce uno dei pilastri del piano Mattei. Allo stesso tempo il Corno d’Africa attraversa una fase estremamente delicata. Proprio in Etiopia ci sono ancora scontri nel Tigray e resta aperta la rivendicazione di un accesso al mare. Inoltre, i rapporti con Eritrea, Somalia, Somaliland e Sudan incidono fortemente sugli equilibri regionali e sugli interessi delle potenze internazionali. In tale contesto, la sostituzione improvvisa dell’ambasciatore italiano ad Addis Abeba non può essere considerata un fatto marginale. Anche perché Fabrizi non rappresentava l’Italia solo in Etiopia, era anche accreditato a Gibuti, Sud Sudan e per l’IGAD, l’organizzazione regionale che svolge un ruolo centrale nelle dinamiche politiche e di sicurezza del Corno d’Africa. Rimangono perciò molti elementi da chiarire. Il mandato di Fabrizi, assunto lo scorso novembre, è stato interrotto con un decreto “in deroga alla sua permanenza minima in sede”. Fino a poche settimane prima l’ambasciatore esercitava normalmente le proprie funzioni, presentando pubblicamente programmi e iniziative future. Poi sono arrivate indiscrezioni giornalistiche sulla sua presunta espulsione, smentite istituzionali e infine l’interrogazione parlamentare, tutti elementi sufficienti per chiedere maggiore chiarezza. I rapporti tra Italia ed Etiopia sono troppo importanti perché un episodio di questo genere sia strumentalizzato per alimentare una crisi diplomatica. Proprio per questo, una spiegazione istituzionale chiuderebbe la vicenda. La diplomazia vive di riservatezza. Ma la riservatezza non dovrebbe tradursi nell’opacità di una decisione amministrativa assunta in via eccezionale. Il punto non è accusare Addis Abeba di aver espulso un ambasciatore quando non esistono prove che ciò sia avvenuto. La domanda è un’altra: perché Sem Fabrizi è stato richiamato dopo poco tempo ricorrendo a una deroga alla permanenza minima in sede? È questa, più che la formula giornalistica della “cacciata”, la domanda alla quale sarebbe opportuno che il governo rispondesse. Una risposta che servirebbe a evitare che il silenzio attuale alimenti interpretazioni e indiscrezioni su una delle relazioni più importanti della politica italiana nel Corno d’Africa.
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L'Ambasciata dello Stato dell'Eritrea nel Regno Unito e in Irlanda desidera chiarire un incidente che ha coinvolto il signor Bruke Desalagne, un individuo di 33 anni, avvenuto all'esterno della chiesa di St. John a Harrow, nel nord di Londra. Questa dichiarazione mira a fornire una comprensione chiara e completa delle circostanze che circondano questo episodio. L'Ambasciata dell'Eritrea ha confermato che non esiste alcuna registrazione di un individuo di nome Bruke Desalagne come cittadino eritreo.
Abbiamo inoltre richiesto alla Corte della Corona di Harrow una prova del suo status di cittadino eritreo. Finora, nessuno, inclusi la BBC, il Daily Mail, il Telegraph e GB News, è stato in grado di fornire prove della sua origine eritrea. È importante notare che un numero considerevole di cittadini africani ha falsamente dichiarato la propria nazionalità come eritrea per ottenere asilo, il che ha portato a complicazioni nelle politiche di immigrazione europee e britanniche. Questo problema sta minando sempre più l'integrità di questi sistemi di immigrazione. Stime recenti di funzionari dell'immigrazione del Regno Unito e dell'Europa rivelano che una parte significativa dei richiedenti asilo che dichiarano la nazionalità eritrea - tra il 50% e il 70% - non sono eritrei di origine. Questa politica ha agito da fattore di attrazione, incoraggiando molti individui a chiedere asilo politico immediato. È diventata anche un punto focale di tensione politica diretta sia contro il popolo che contro il governo dell'Eritrea. Questa situazione ha creato un notevole incentivo per i cittadini di altri paesi africani a sfruttare queste politiche per ottenere vantaggi economici. A seguito delle reazioni negative contro le politiche di immigrazione del Regno Unito, il Ministero dell'Interno ha avviato diverse indagini dopo che migranti provenienti da altri paesi si sono vantati apertamente sui social media di essere riusciti a ingannare gli assistenti sociali per ottenere la residenza britannica. Questa situazione evidenzia le conseguenze di tali politiche fallaci, che ora si stanno ritorcendo contro il Ministero dell'Interno del Regno Unito. È una questione urgente e sia le autorità europee che quelle del Regno Unito devono riconsiderare e rivedere le proprie politiche. L'Ambasciata dell'Eritrea nel Regno Unito e in Irlanda condanna fermamente tali azioni, in quanto in netto contrasto con i valori culturali, i principi e le credenze che sono alla base della società eritrea. 17 agosto 2026
L'Ambasciata dello Stato dell'Eritrea ha preso atto dei recenti articoli pubblicati da Deutsche Welle (DW), "Eritrea: attore chiave nella scommessa geopolitica del Corno d'Africa", e dal Foreign Policy Journal, "L'Eritrea emerge come attore strategico cruciale nel mutevole panorama geopolitico del Corno d'Africa". Sebbene entrambi gli articoli riconoscano l'importanza strategica dell'Eritrea, la sua stabilità interna e la sua crescente rilevanza nel Mar Rosso e nel Corno d'Africa, riproducono narrazioni sorprendentemente simili che distorcono la storia dell'Eritrea, minimizzano e normalizzano le implicazioni della dichiarata illegalità da parte dell'Etiopia di perseguire un "accesso sovrano" al mare, ritraggono la legittima diplomazia regionale dell'Eritrea come un progetto anti-etiopico e utilizzano caratterizzazioni dell'Eritrea politicamente tendenziose. Al centro delle attuali tensioni tra Eritrea ed Etiopia c'è una questione fondamentale che non deve essere trascurata: l'accesso commerciale a un porto è una cosa; la sovranità sulla costa o sul territorio di un altro paese è tutt'altra cosa. L'Eritrea non ha alcuna rivendicazione territoriale nei confronti dell'Etiopia, non rivendica terre o risorse etiopi e non cerca alcuna modifica dei confini etiopi riconosciuti a livello internazionale. L'Eritrea non si è mai opposta, nella storia documentata, al legittimo utilizzo commerciale da parte dell'Etiopia dei porti regionali attraverso accordi negoziati di comune accordo. I paesi senza sbocco sul mare in tutto il mondo conducono scambi commerciali internazionali attraverso gli stati costieri confinanti senza acquisire sovranità sul loro territorio. Anzi, la necessità commerciale crea opportunità di cooperazione tra i paesi; non crea diritti territoriali. La retorica ufficiale etiope in merito all'"accesso sovrano" al Mar Rosso non può quindi essere liquidata come una semplice disputa sul commercio marittimo. Aspirazioni economiche, dimensioni demografiche o svantaggi geografici non possono essere convertiti in diritti sovrani, né possono giustificare una revisione dei confini africani riconosciuti a livello internazionale. Qualsiasi affermazione contraria costituisce una flagrante violazione del diritto internazionale e creerebbe un precedente profondamente destabilizzante per il continente. L'inquadramento storico utilizzato in entrambi gli articoli è ugualmente preoccupante. DW descrive l'Eritrea come "separatasi" dall'Etiopia, mentre il Foreign Policy Journal afferma che l'indipendenza eritrea "ha privato Addis Abeba del suo sbocco costiero diretto". Tale terminologia inverte il rapporto causa-effetto storico e, inavvertitamente, legittima il revisionismo territoriale contemporaneo, come quello dei leader etiopi. La semplice verità è che il popolo eritreo è dotato di una propria storia, distinta e ricca, risalente a millenni prima dell'avvento del colonialismo europeo nel continente africano. A questo proposito, i confini territoriali moderni dell'Eritrea, come quelli di praticamente tutti gli stati africani, si sono consolidati durante il dominio coloniale europeo, con la formale istituzione della colonia italiana dell'Eritrea nel 1890. Successivamente, l'Eritrea passò sotto il dominio coloniale italiano e un'amministrazione militare britannica decennale (BMA) nell'immediato dopoguerra, prima di essere unita all'Etiopia in virtù di un fittizio "Accordo Federale" volto a placare i "prevalenti" interessi geopolitici delle grandi potenze e contro la volontà espressa del popolo eritreo. Inoltre, l'Etiopia abrogò unilateralmente l'"Accordo Federale" dieci anni dopo e annesse l'Eritrea nel 1962, dando inizio a tre decenni di prolungata lotta armata per l'indipendenza. Nel referendum del 1993, supervisionato a livello internazionale, il 99,805% degli eritrei votò per l'indipendenza, a seguito della quale l'Eritrea fu ammessa alle Nazioni Unite. Descrivere questo processo, riconosciuto a livello internazionale, come se l'Etiopia fosse stata "spogliata" di una porzione di costa è storicamente pregiudizievole e giuridicamente insostenibile. Inoltre, il confine tra Eritrea ed Etiopia non è né provvisorio né irrisolto. A seguito della guerra di confine del 1998-2000, entrambi i paesi hanno firmato l'Accordo di Algeri e hanno volontariamente sottoposto la "presunta controversia" su alcune aree del confine comune – nello specifico, "Badme e dintorni" – ad arbitrato internazionale indipendente. La Commissione per la delimitazione del confine tra Eritrea ed Etiopia (EEBC) ha emesso la sua decisione di delimitazione nell'aprile del 2002, basandosi sui "Trattati coloniali del 1900, 1902 e 1910" e sul diritto internazionale applicabile, stabilendo espressamente, in conformità con altre disposizioni dell'Accordo di Algeri, che la decisione è definitiva e vincolante. Gli articoli tentano inoltre di interpretare le relazioni dell'Eritrea con Egitto, Somalia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Stati Uniti e altri partner principalmente come uno sforzo per costruire un "contrappeso" all'Etiopia. Questa è un'interpretazione etiocentrica e riduttiva della legittima politica estera di uno stato sovrano. L'Eritrea è una nazione del Mar Rosso situata lungo uno dei corridoi marittimi più importanti del mondo. Le relazioni internazionali e diplomatiche eritree comprendono naturalmente la sicurezza marittima, la stabilità regionale, il commercio, gli investimenti, i trasporti e la cooperazione bilaterale. L'Eritrea non ha bisogno di una spiegazione incentrata sull'Etiopia per ogni relazione diplomatica che intrattiene. Altrettanto problematica è la contraddizione tra il riconoscimento della notevole stabilità dell'Eritrea e la contemporanea denigrazione di tale stabilità definendola semplicemente "autoritaria". Gli articoli utilizzano termini come "autocratico", "repressivo" e "autoritario", ipotizzano un collasso istituzionale dopo una futura transizione di leadership e ripropongono paragoni generalizzati e dispregiativi con la "Corea del Nord". Le etichette politiche e gli ipotetici scenari di successione non sostituiscono le prove o un'analisi seria. Il sistema politico eritreo deve essere esaminato alla luce della sua esperienza storica, del tessuto sociale, delle istituzioni nazionali, dell'unità del suo popolo e del suo percorso di costruzione nazionale indipendente, e non giudicato esclusivamente attraverso modelli ideologici predeterminati. Questa contraddizione è particolarmente evidente perché gli articoli stessi riconoscono l'Eritrea come un paese relativamente pacifico, coeso e sicuro, strategicamente posizionato lungo il Mar Rosso e di crescente importanza per i partner regionali e internazionali. Queste realtà meritano di essere esaminate per quello che sono, piuttosto che essere reinterpretate come prova di una carenza politica. Il principio generale in gioco va ben oltre l'Eritrea. L'ordine interstatale africano si fonda sul rispetto dei confini coloniali internazionali ereditati, sull'uguaglianza sovrana e sull'integrità territoriale. Se i confini stabiliti potessero essere riaperti perché un Paese è più grande, senza sbocco sul mare, economicamente ambizioso o considera il territorio di un altro Stato strategicamente necessario, praticamente nessun confine africano rimarrebbe immune da contestazioni. L'Eritrea non rivendica alcun territorio appartenente ad altri Stati e cerca relazioni pacifiche e reciprocamente vantaggiose con l'Etiopia e tutti i suoi vicini. Ciò che non è negoziabile è la sovranità e l'integrità territoriale dell'Eritrea. La sovranità dell'Eritrea non è una merce di scambio geopolitica. È un diritto legale riconosciuto a livello internazionale, e lo stesso diritto da cui dipendono in ultima analisi la sicurezza, la sovranità e l'integrità territoriale di ogni nazione africana. Ambasciata dello Stato dell'Eritrea Washington, D.C. 17 agosto 2026 Questa volta, l'evento che ha suscitato i loro capricci irrazionali è la nomina, e la successiva nomina, dell'Incaricato d'Affari dell'Eritrea a Presidente-Relatore del Forum Sociale dell'UNHRC 2026 da parte del Gruppo Africa.
Come si ricorderà, la nomina dell'Eritrea al comitato esecutivo dell'UNICEF e la sua recente elezione alla vicepresidenza dell'81a Assemblea generale delle Nazioni Unite avevano innescato un simile trambusto in questi gruppi inetti negli ultimi mesi. Per due ragioni principali: i) qualsiasi ribalta/riconoscimento della voce dell'Eritrea sulla scena internazionale e l'apprezzamento dei suoi contributi alla diplomazia multilaterale creano un enorme buco nelle loro malvagie e implacabili campagne di demonizzazione; ii) alla fine avrà un impatto sugli ingenti compensi dei lobbisti. Come dice il proverbio: "il cammello marcia mentre il cane abbaia!" - ፈኮስቲ ጃንዳ፡ ርእሲ ኹቦ ! di Filippo Bovo
Con gli Accordi di Pretoria del novembre 2022 il conflitto scoppiato due anni prima nel Tigray, tra governo etiopico e TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigray), non si chiuse mai davvero, ma piuttosto si congelò senza trovare una definitiva e concreta soluzione che ne curasse i fondamentali, le radici. In quei due anni di conflitto, i governi etiopico ed eritreo avevano trovato un importante punto di convergenza proprio nel giudicare il TPLF un serio ostacolo alla stabilità e all’integrazione regionale; in effetti, l’arrivo di Abiy Ahmed, nel 2018, aveva portato ad un sorprendente cambio di paradigma nella politica etiopica, con la pace con Asmara e il riconoscimento dei confini sanciti dalla commissione ONU UNMEE dopo la guerra che aveva opposto i due paesi tra il 1998 e il 2000. Per inciso, era stata proprio la coalizione dell’allora EPRDF (Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiopico), predominata dal TPLF di Meles Zenawi, a scatenare quella guerra contro l’Eritrea, col supporto di USA ed UE; gli Accordi di Algeri del 2000 avevano poi visto Etiopia ed Eritrea cessare le ostilità, prima che la seconda le vincesse, infrangendo i desideri degli alleati di Addis Abeba. L’Etiopia di Meles Zenawi aveva allora firmato gli Accordi di Algeri; ma, sempre su sostegno di USA, UE e UA, non li aveva applicati, alimentando da allora una condizione di “né guerra né pace” trascinatasi sino al 2018. Nel frattempo, gravi proteste in Etiopia da parte delle comunità Amhara ed Oromo, scoppiate dal 2016, avevano iniziato a scuotere profondamente la compagine di governo, dandole il segnale di un necessario cambio di passo, che tuttavia nel lungo termine si sarebbe rivelato soltanto estetico. HaileMariam Desalegn, che aveva sostituito l’ormai scomparso Zenawi, lasciò il posto ad Abiy Ahmed, primo premier Oromo, legato all’OPD (Partito Democratico degli Oromo, una delle forze presenti nella vecchia coalizione dell’EPRDF). Ciò segnò la progressiva, ma rapida, fuoriuscita del TPLF dalla coalizione, con l’EPRDF che trasformatosi 1° dicembre 2019 in un unico e nuovo contenitore, il PP (Partito della Prosperità). I semi per un conflitto tra governo etiopico e TPLF erano a quel punto stati gettati, ed infatti solo poche settimane dopo non tardarono a germogliare scuotendo il Tigray con sinistri lampi di guerra. Dinanzi all’esperienza del 2018, vissuta come fallimento politico, i vertici del TPLF d’allora avevano di fatto concluso che la via d’uscita si dovesse cercare in una rispolverata politica di separatismo del Tigray dal resto dell’Etiopia; e pensare che, dopo la Guerra d’Indipendenza combattuta dall’EPLF (Fronte Popolare di Liberazione dell’Eritrea) contro Addis Abeba, era stato proprio il suo leader Isaias Afewerki, poi divenuto Presidente dell’Eritrea ritornata libera, a consigliare a Meles Zenawi del TPLF di non farlo, e semmai ad impegnarsi a dar vita ad una coalizione di governo con le altre forze etiopiche così da preservare l’unità politica dell’Etiopia, ormai evacuata dallo sconfitto regime di Menghistu Haile Mariam. Vedendo in una frammentazione etiopica conseguenze irreparabili per la stabilità del Corno d’Africa, dove tra l’altro proprio in quel 1991 la Somalia piombava nel caos della guerra civile, Isaias Afewerki e l’Eritrea si posero subito come i migliori amici e garanti dell’unità dell’Etiopia, in ciò ben più ligi e lungimiranti delle stesse forze interne etiopiche. Così, nel 2020 nel Tigray si tenne un referendum per sancire l’indipendenza, secondo quanto previsto dalla Costituzione Federale Etiopica, di matrice etnica e che prevedeva la possibilità di secessioni senza il consenso delle autorità centrali. Ma, soprattutto, vi fu un attacco contro i soldati etiopici di stanza nel Tigray, che, spogliati e disarmati, furono accolti in Eritrea, vestiti, riarmati e spediti ad Addis Abeba. E’ inutile, qua, sottolineare che in quel momento i rapporti tra Etiopia ed Eritrea fossero ancora buoni, con interessanti e crescenti prospettive per una più ampia integrazione di tutta la regione del Corno d’Africa, a beneficio, oltre che loro, anche di Somalia, Gibuti e Sudan. L’Eritrea appoggiò Abiy Ahmed, prevenendone la caduta per opera del TPLF, proprio perché riteneva apocalittica una situazione geopolitica che vedesse l’Etiopia divisa, proprio quanto oggi può ritenerla, sempre per le medesime ragioni, una divisione del Sudan. Il conflitto del Tigray fu duro e non privo di sorprese, a causa della debolezza politica e militare dell’esercito federale etiopico (ENDF), a cui parzialmente ponevano rimedio gli Amhara del FANO e, dall’esterno, soprattutto l’EDF, l’esercito eritreo, tra i dieci più forti nel Continente Africano. Tuttavia, nel novembre 2022 quel conflitto terminò, trovando negli Accordi di Pretoria, mediati dall’UA e promossi da USA, IGAD e ONU, quella che avrebbe dovuto essere la sua via per un definitivo risanamento; ovvero, disarmo del TPLF, suo reintegro nella vita politica nazionale, e così via. E’ inutile dire che non vennero rispettati: un nuovo cambio di paradigma, infatti, colpì la politica di Addis Abeba, da quel momento riallineata a Washington come se i quattro anni precedenti non avessero avuto significato. Il governo di Abiy Ahmed iniziò a fare la stessa politica dei suoi predecessori dell’EPRDF, distruggendo tutti gli sforzi d’integrazione e riappacificazione sino ad allora perseguiti con Eritrea, Somalia e Sudan: non male, per un governo il cui premier nel 2018 aveva ricevuto il Nobel per la Pace per aver aperto alla pace con Asmara, una pace che al tempo pareva destinata a lunga vita, salvo poi dimostrarsi effimera. L’Eritrea fu proprio tra le prime nazioni costiere a vedersi interessata da crescenti pressioni etiopiche, politiche e militari, fino a vere e proprie minacce, per ottenere uno sbocco sul Mar Rosso. Eritrea, Gibuti, Somalia, Kenya, risposero che non vi sarebbero stati problemi ad aprire ad accordi economici con l’Etiopia per consentirle un accesso ai loro porti, o con volumi maggiori, nel pieno rispetto della legalità internazionale; ma non certo vendendo o regalando propri territori, alla stregua di comuni mercanzie. Da quel momento la retorica bellicista del governo etiopico, influenzato da USA, Israele ed EAU, non fece che salire. Gli esempi si sprecano, ma quelle esplicite richieste di sbocchi sul Mar Rosso, “o con le buone o con le cattive”, pronunciate da Abiy Ahmed al Parlamento etiopico, restano intanto scolpite nel ricordo dei più. Servono a coprire i crescenti problemi oggi in cui si dibatte l’Etiopia, tra inflazione ed indebitamento crescenti, con 80 su 120 milioni di abitanti in condizioni di estrema povertà e minacciati dalla fame, con organizzazioni politiche e militari come TPLF, FANO, OLF, ANURF ed altre che si ribellano al governo centrale prevalendo sull’ENDF, da cui molti effettivi con relativo armamento disertano per mettersi proprio con loro? Senz’altro, ma intanto la china assunta dall’Etiopia sotto Abiy Ahmed è oggi più che mai pericolosa. Non è più in ballo soltanto l’integrità politica e territoriale dell’Etiopia, ma dell’intero Corno d’Africa. Lo prova proprio il conflitto nel Tigray, riaccesosi proprio lo scorso 1° agosto. Stavolta, è il governo di Addis Abeba ad aggredire il TPLF e non il contrario. Dopo gli Accordi di Pretoria, il governo etiopico aveva infatti cercato di usare il TPLF come alleato contro l’Eritrea, per una guerra che gli permettesse una vittoriosa conquista del porto eritreo di Assab. Le crescenti minacce, l’assedio e il blocco delle forniture economiche ed alimentari al Tigray da parte del governo etiopico, hanno soltanto spinto il TPLF a rivedere la sua linea politica. Al suo interno, Debretsion Gebremichael con la sua corrente (TPLF-D) è prevalso su Getachew Reda, esautorato ed espulso con la sua corrente (TPLF-G) ed oggi satellite, con una sua piccola formazione, proprio del PP di Abiy Ahmed. Il TPLF s’è così sempre più riavvicinato ad Asmara, e così pure hanno fatto FANO, OLF e ANURF, ecc, con una comune alleanza di solidarietà nota come Tsimdo o Ximdo, e nel frattempo estesasi anche alle comunità Beja del Sudan orientale. Anche questo è un epocale cambio di paradigma, visto col terrore da Abiy Ahmed e dai suoi alleati, che infatti descrivono lo Tsimdo come una minaccia alla sicurezza etiopica, ovvero al perseguito predominio regionale del suo governo. Lo Tsimdo, tuttavia, non è un’alleanza contro l’Etiopia, ma tra le comunità di tre paesi che, seppellendo i contrasti del passato, decidono di unirsi per far fronte comune a comuni minacce e difficoltà. Promuove tra di loro il dialogo, la cooperazione e la prevenzione dei conflitti, contrastando inoltre il duro isolamento a cui altrimenti si ritroverebbe costretta la popolazione del Tigray. Tra Eritrea, Etiopia e Sudan, i popoli e i movimenti che si ritrovano nello Tsimdo abbracciano TPLF, FANO, OLA, ONLF, Uguugumo, Beja, popolazioni Tigre, Amhara, Oromo, Somale, Beja, Saho, Kunama, e via dicendo: un’impressionante iniziativa partita dal basso, che si spiega col bisogno di vita e di pace d’intere comunità stanche della guerra. Con gli attacchi nella zona di Sherarina, nel Tigray occidentale, al conflitto col Sudan, l’esercito etiopico ha quindi dimostrato di voler agire contro questa iniziativa comunitaria, andando subito incontro alle sue enormi difficoltà interne: l’ENDF, infatti, è uscito con le ossa rotta dal confronto con l’Army 70 del TPLF, nonostante avesse dalla sua artiglieria pesante, unità corazzate e droni d’attacco. Non è la prima volta che l’esercito etiopico, demotivato e diviso, si sfalda alla prova del fuoco, regalando il suo costoso arsenale ai presunti nemici. Ma, oltre a violare la sovranità regionale del Tigray, che è suo Stato federato, il governo etiopico ha in quel modo violato pure quella del Sudan, dove nel frattempo le forze governative del SAF stanno sempre più prevalendo sui ribelli delle RSF. Le unità etiopiche hanno infatti sconfinato in Sudan, dove in parte sono precipitati i suoi colpi. Non è un mistero che, facendo da tramite per EAU ed Israele, Addis Abeba appoggi proprio le RSF contro il governo di Khartum, sostenuto intanto da paesi come Eritrea, Egitto, Arabia Saudita ed Iran. L’Etiopia, che ospita un campo d’addestramento delle RSF nella regione del Benishangul-Gumuz, al confine col Sudan, si trova così ad arretrare insieme ai suoi partner emiratino ed israeliano. Nel frattempo, dal momento che appoggia il governo sudanese, il TPLF viene ancor più visto da Addis Abeba come suo nemico, e questa è senz’altro una delle ragioni della rinnovata aggressione al Tigray. Il confine etiopico-sudanese è ormai divenuto un unico conflitto, come provato ad esempio anche dall’area contesa di Al-Fashaga; proprio come un unico conflitto è ormai divenuta la catena di conflitti interni all’Etiopia, coi vari movimenti etno-politici in lotta contro il governo di Addis Abeba. E’ la fine del sogno di Abiy Ahmed, presentato come sua panacea politica, delle “due acque”: da una parte avvicinarsi, grazie alle RSF, allo stato sudanese del Nilo Azzurro, addirittura impadronendosene; e così pure di uno sbocco sul Mar Rosso, puntando su Assab. Eritrea, Egitto e Somalia compongono un’alleanza ormai sempre più salda, come evidenziato dal recente vertice del Cairo; mentre anche l’ultimo sogno di Abiy Ahmed e dei suoi partner, quello di spezzare lo Tsimdo, non sembra oggi godere di una buona salute. Il Corno d'Africa e la Valle del Nilo, e i loro popoli, sono stanchi della guerra, e vogliono solo la pace; e quell'unità che, in un clima di costruttiva e rispettosa cooperazione, è proprio la prima garanzia per una sua stabile affermazione. Di Ternafi Il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha rinnovato ieri il mandato di relatore speciale dell'Eritrea: con 23 sì, 17 astensioni e 6 no. Per il quattordicesimo anno consecutivo. L'Eritrea definisce questo con il suo vero nome: selettivo, politicizzato e ostile alla vera cooperazione. Pochi giorni prima, il ministro degli Esteri Osman Saleh aveva dichiarato ai diplomatici ad Asmara che il dibattito era definitivamente chiuso. Basta con le finte. Un Paese che affronta le minacce del Mar Rosso, le pressioni di confine e le sfide dello sviluppo viene congelato nel tempo da Ginevra, mentre la regione cambia. Cooperazione e progressi riconosciuti, poi ignorati. Questa non è responsabilità. È inerzia istituzionale. I sei Paesi che hanno votato No si sono distinti: Burundi, Egitto, Cina, Cuba, India, Pakistan. L'astensione di molti Stati africani è stata la vera delusione: silenzio quando uno dei loro si trova ad affrontare un doppio standard. Il messaggio dell'Eritrea è chiaro: giudicateci secondo le stesse regole universali applicate a tutti gli altri. Bisogna fermare il meccanismo specifico per ogni Paese che danneggia gli investimenti e trasforma lo sviluppo in un'accusa permanente. Sovranità e autosufficienza non sono crimini. Il mandato che si rifiuta di morire ha appena dimostrato perché l'Eritrea ha smesso di parteciparvi. credit Ghideon Musa Aron Come altro si può spiegare la monotona diatriba di 35 minuti, piena di menzogne e accuse infondate contro l'Eritrea, diffusa ieri dall'imprevedibile Getachew Reda (nominalmente Consigliere del Primo Ministro) e trasmessa dall'Ethiopian Broadcasting Corporation (EBC) e da altri media nazionali?
Se si considera l'instabile Getachew Reda un analista politico credibile e un punto di riferimento, allora si deve dare credito anche alle numerose osservazioni insolenti e oltraggiose che ha rilasciato su varie emittenti televisive del Tigray, così come sul suo account X, riguardo al Primo Ministro etiope Abiy Ahmed durante la guerra nella regione del Tigray. In effetti, alcune delle sue affermazioni grottescamente denigratorie su Abiy Ahmed e l'esercito etiope includono: - "Abiy Ahmed è un nano politico. Se l'Etiopia fosse un paese normale, sarebbe stato rinchiuso da tempo in un istituto psichiatrico o in un centro di cura spirituale per malati di mente"; - "Abiy Ahmed è così delirante da credere e vantarsi apertamente che sua madre gli abbia detto, quando aveva sette anni, di averlo visto in sogno incoronato re"; - "Abiy Ahmed è l'emblema e l'esempio di quegli uomini insignificanti che arrivano al potere per qualche caso fortuito della storia e che successivamente creano enormi catastrofi"; - "Abiy Ahmed non è in grado di guidare una nazione senza ricorrere a infiniti inganni"; - "Lui (Abiy Ahmed) non ha letteralmente alcuna istruzione... ma non potete chiedergli come faccia ad affermare di avere un dottorato, perché non vi concede il tempo per un confronto ragionevole"; - "Abiy Ahmed è l'esempio perfetto di tradimento nazionale. Pertanto, non ha alcuna autorità morale per parlare di sovranità"; "Abiy Ahmed è un'erbaccia velenosa che è cresciuta in questa nazione"; "Il generale Birhanu Jula e altri non guidano un esercito capace. Hanno perso quel poco di conoscenza militare che avevano e prendono passivamente ordini da questo leader folle. Questo esercito anti-popolo, che sta attuando ciecamente il programma di guerra di Abiy Ahmed, sta causando un'enorme strage tra la popolazione civile e i giovani"...ecc... Il senza guida Getachew Reda è effettivamente incline a rilasciare dichiarazioni capricciose e contraddittorie su quasi ogni questione, a seconda dei suoi stati d'animo instabili e delle sue mutevoli affiliazioni politiche. Recentemente, stringendo un'alleanza opportunistica con il governo federale e il suo primo ministro, che ha riversato su di lui insulti senza sosta, ha iniziato a rinnegare senza vergogna le convinzioni politiche che aveva sostenuto per decenni. In una recente intervista, ha ironizzato (riferendosi ai suoi vecchi compagni): "Molti sostengono che il Tigray dovrebbe essere una nazione indipendente. Anch'io rifletto su questo concetto quando sono un po' alticcio!". I suoi collaboratori più stretti confidano che Getachew è alticcio o ubriaco dal tardo pomeriggio fino alle prime ore del mattino quasi ogni giorno... Questo gli è valso il soprannome di "Vodakchew". Parlando seriamente, come si può dare peso agli eccessi e alle dichiarazioni irresponsabili di questo vagabondo politico? In definitiva, non ha senso rispondere a tutto il veleno che ha riversato contro l'Eritrea nella sua intervista di ieri. Ci concentreremo quindi su una fallacia: la sua assurda affermazione secondo cui "l'Eritrea è stata creata, da forze cospiratrici, come Stato indipendente allo scopo di indebolire e distruggere l'Etiopia". Questa affermazione spuria e revisionista è, ovviamente, completamente falsa e diffusa deliberatamente per giustificare e promuovere il malvagio programma interno del partito Potemkin, volto all'agitazione e alla mobilitazione per la guerra. La storia, al contrario, attesta questi fatti indelebili: 1. All'Eritrea fu negato il suo inalienabile diritto alla decolonizzazione alla fine degli anni '40 e fu "federata" con l'Etiopia solo perché gli Stati Uniti e altre potenze diedero la precedenza ai propri presunti interessi geopolitici. 2. La comunità internazionale rimase in silenzio, ancora una volta per analoghi calcoli politici, quando il governo etiope abrogò unilateralmente il "Federal Act" e annesse l'Eritrea nel novembre del 1962. 3. Il popolo e la nazione eritrea dovettero sopportare il pesante fardello della liberazione nazionale per trent'anni e pagare enormi e ineguagliabili sacrifici. Durante tutto questo periodo, praticamente il mondo intero dimostrò un'inaccettabile apatia, non riconoscendo e non offrendo sostegno morale e materiale alla legittima guerra di liberazione nazionale dell'Eritrea. Nel frattempo, l'Etiopia, governata dall'Imperatore e dalla giunta militare che lo rovesciò, continuò a ricevere un massiccio sostegno militare, economico e politico da diversi paesi: Stati Uniti, URSS, paesi europei, Israele, diversi paesi arabi e asiatici, Cuba, ecc. 4. Lo stesso schema si ripeté in vari momenti critici del periodo post-indipendenza dell'Eritrea. L'incapacità di intraprendere azioni significative contro il regime etiope quando questo rinunciò ai suoi obblighi derivanti dai trattati – elaborati essenzialmente con la mediazione di Stati Uniti, UE, ONU e OUA – e respinse la sentenza arbitrale dell'EEBC che autorizza l'occupazione di territori sovrani eritrei per quasi due decenni è una lampante dimostrazione della tendenza delle grandi potenze, e della comunità internazionale in generale, a sacrificare la legalità e la giustizia sull'altare di interessi ristretti. 5. In tutti questi decenni, compresi questi tempi critici in cui l'attuale regime sta alimentando le fiamme della guerra con la sua sconsiderata agenda di "accesso sovrano al mare", le "cure intensive" riservate all'Etiopia non sono diminuite in alcun modo. Il piano di salvataggio finanziario da 3 miliardi di dollari del FMI attualmente in corso; l'ingente assistenza dell'UE, compreso il recente sostegno al bilancio; il sostegno bilaterale individuale all'Etiopia da parte di paesi europei, asiatici, mediorientali, ecc., confermano questo fatto. 6. Anzi, secondo alcune stime, l'Etiopia ha beneficiato complessivamente di 114 miliardi di dollari statunitensi negli ultimi trent'anni da aiuti multilaterali e bilaterali. Questo modello di aiuti ingenti e in continua crescita non può essere in alcun modo frainteso come "una cospirazione ben orchestrata per indebolire e distruggere l'Etiopia". In breve, e come già accennato, l'"analisi" di Getachew Reda difficilmente può essere presa sul serio su qualsiasi argomento. Il fatto che il partito Potemkin si abbassi a tal punto da utilizzare la sua delirante analisi per la "mobilitazione popolare" non fa che accentuare la sua totale disperazione. Yemane G. Meskel Ministro dell'Informazione credit Ghideon Musa Aron Il 20 Giugno, il popolo eritreo è riunito in un ricordo di doloroso rispetto per i suoi Martiri, compatrioti che diedero la vita per la Libertà dell'Eritrea. La Giornata dei Martiri, onorata in Patria e all'estero, presso la Diaspora, è veramente il cuore e l'anima di un'identità nazionale forgiata nella lotta e nella memoria
Di Filippo Bovo - 19 Giugno 2026 Maelti Siwuat, Giornata dei Martiri. E’ quel che l’Eritrea e il suo popolo, in Patria e all’estero, commemora il 20 Giugno: una data solenne, consacrata al ricordo e all’onore di chi ha dato la sua vita per la Libertà di tutti, dei suoi contemporanei come delle generazioni future. Che ci si trovi per le vie di Asmara o sulle alture di Nakfa, a Massaua o ad Assab, o magari nelle grandi metropoli della Diaspora, come Bologna, Roma e Milano, l’anima degli Eritrei in questa data è una sola. I Martiri, combattendo per la Libertà del Paese e perdendo la propria vita, hanno immolato sé stessi ad un ideale imperituro. La sera le candele, con le loro piccole luci nel buio, rendono onore al loro sacrificio: la Madrepatria e la Diaspora si ritrovato più unite che mai da una comune, rispettosa e grata memoria. Mai come in questi giorni, probabilmente, bisognerebbe disertare le fonti nostrane allorché trattino dell’Eritrea e di questa sua Giornata di commemorazione: ne conosciamo l’atteggiamento, e non è all’insegna del rispetto per ciò che quel Paese ha vissuto e sacrificato per rendersi libero. Eppure il dolore e la memoria, misti a gratitudine eterna, sono sentimenti che andrebbero sempre rispettati. Si calcola che almeno 65mila Tegadelti, come venivano chiamati i combattimenti eritrei, abbiano dato la vita per la Liberazione del Paese. E’ stata una lunga Guerra di Liberazione, durata dal 1961 al 1991, dove davvero la terra eritrea ne ha visti di tutti i colori. Dapprima le violenze delle truppe del Negus, Haile Selassie, tutt’altro che uno stinco di santo come certa storiografia spicciola vorrebbe invece ricordarlo; e poi quelle del DERG, guidato dal dittatore Menghistu Haile Mariam, sulle cui responsabilità analogamente l’Occidente, a partire dalla nostra Europa, pare alimentare un complice silenzio. L’Eritrea, infatti, dopo la Seconda Guerra Mondiale era stata sotto un governo d’occupazione britannico, per finir poi fagocitata dall’Impero Etiopico: ne abbiamo già lungamente parlato in passato, non occorre rifarlo adesso. Le forti preteste ben presto sorte dopo quell’inclusione, decisa senza tener conto delle ragioni del popolo eritreo e del diritto internazionali, erano state severamente represse dal governo negussita sin dalla fine degli Anni ’50. Non erano mancati i morti, tanto da poter dire che i primi Martiri datino proprio a quei giorni, semplici civili scesi in strada a manifestare le loro ragioni. Nel 1961, col primo attacco ad una postazione di polizia etiopica da parte dell’Eroe Nazionale, Hamid Idris Awate, fondatore del FLE (Fronte di Liberazione Eritreo), la Guerra di Liberazione era a quel punto nata. Circa un decennio più tardi, al FLE subentrò, prevalendo, il FPLE (Fronte Popolare di Liberazione Eritreo), ancor più efficace ed assertivo nella lotta contro un nemico che, pur con tutti gli appoggi ricevuti (soprattutto da USA ed Inghilterra sotto il Negus, e da URSS e campo socialista sotto il DERG), non riusciva mai ad ottenere un risolutivo successo. 65mila Martiri, abbiamo detto; ma con loro dovremmo ricordare anche tutti quei civili caduti per le bombe a grappolo, il napalm, i rastrellamenti e gli attacchi ai villaggi a fini terroristici, o ancora le carestie indotte. Soprattutto il DERG non aveva lesinato nei crimini di guerra. E, insieme a tutti questi combattenti e civili non più con noi, dovremmo ricordare anche i 19mila che persero poi la vita nella breve ma sanguinosa guerra che nuovamente l’Etiopia aveva mosso all’Eritrea tra il 1998 e il 2000. Martiri anche loro. La Memoria dei Martiri è il pilastro del patriottismo eritreo: diedero infatti la vita, per la causa della Liberazione del loro Paese, uomini e donne, cristiani e musulmani, provenienti da tutte le nove etnie che compongono il popolo eritreo. Oltre all’uguaglianza nel sacrificio, spicca poi il ruolo assolutamente insostituibile avuto dalle donne, che rappresentavano oltre il 30% dei combattenti. Il loro sacrificio ha scardinato antichi pregiudizi, dimostrando sul campo e sull’altare della Libertà chi siano davvero le donne: chi le aveva definite “l’altra metà del cielo”, aveva detto ancora troppo poco. E poi la cultura dell’autosufficienza e della resilienza: abbandonati dalla comunità internazionale, che preferiva girarsi dall’altra parte, gli eritrei, “popolo in armi”, dovettero già allora imparare a cavarsela da soli per sostenere la guerra contro un nemico che invece riceveva infiniti aiuti. I Martiri, decidendo di non arrendersi dinanzi allo sforzo di grandi imperi globali come USA e URSS, e dei loro rispettivi alleati, hanno dimostrato che la determinazione di un popolo unito è più forte di qualunque superpotenza militare. Una lezione di cui anche tanti altri popoli oggi in lotta hanno fatto tesoro. COMUNICATO STAMPA
Roma, 10 giugno 2026 — Si è svolta a Roma la terza edizione di Connact Piano Mattei, dedicata ai progressi del Piano Mattei e del Global Gateway, organizzata dalla Fondazione Articolo 49 in collaborazione con S.E. Fessahazion Pietros Menghistu, Ambasciatore dello Stato di Eritrea e Decano degli Ambasciatori Africani, e ospitata dall’Ambasciata del Regno del Marocco, con il coinvolgimento del Parlamento Europeo e il patrocinio del MIMIT. L’evento ha riunito rappresentanti istituzionali, ambasciatori, imprese e associazioni di categoria, con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione tra Africa, Italia ed Europa. Nel suo intervento, S.E. Fesshazion Pietros Menghistu ha evidenziato il valore del Piano Mattei quale piattaforma di dialogo fondata su un partenariato equo, inclusivo e non predatorio, sottolineando l’importanza del coinvolgimento congiunto del settore pubblico e privato e richiamando la visione dell’Unione Africana per lo sviluppo del continente entro il 2066. Sono inoltre intervenuti S.E. Youssef Balla, Ambasciatore del Marocco, il Consigliere Lorenzo Ortona, Coordinatore vicario della Struttura di missione di Palazzo Chigi per il Piano Mattei, e il Ministro Plenipotenziario Massimo Riccardo, Inviato speciale del Ministro degli Affari Esteri per il Piano Mattei, i quali hanno sottolineato i risultati positivi del recente vertice presso l’Unione Africana e i progressi compiuti nei primi due anni di attuazione del Piano. Particolare attenzione è stata dedicata ai settori strategici — energia, infrastrutture, risorse idriche e agricoltura sostenibile — nonché al rafforzamento degli investimenti, della formazione (anche attraverso borse di studio) e della cooperazione tra imprese, evidenziando il passaggio del Piano alla fase operativa, oggi estesa a 18 Paesi focus. La partecipazione di 47 aziende e associazioni ha confermato la volontà condivisa di consolidare un partenariato paritario e sostenibile, capace di generare benefici concreti per Africa, Italia ed Europa. un'intervista con il signor Mohamed El Faranawy dell'UNESCO
Di: Sabrina Solomon Il signor Mohamed El Faranawy, vicedirettore generale ad interim dell'UNESCO per l'Africa prioritaria, è attualmente in visita di lavoro in Eritrea. Nell'ambito del suo viaggio, l'alto funzionario che sovrintende al progetto di punta dell'UNESCO "Storia generale dell'Africa" e promuove iniziative di programmazione per i giovani in tutto il continente, ha incontrato alti funzionari eritrei e ha visitato Asmara, sito patrimonio mondiale dell'UNESCO, e altri luoghi di interesse culturale. Al termine della sua visita, il signor Mohamed El Faranawy ha rilasciato un'intervista a Rafael Giuseppe di Eri TV e Sabrina Solomon di Eritrea Profile. Seguono alcuni estratti dell'intervista. - Signor Mohamed El Faranawy, ha incontrato diversi funzionari governativi. Come valuta finora i suoi incontri e la sua visita in Eritrea e quali obiettivi specifici spera di raggiungere per rafforzare la cooperazione nella tutela del patrimonio? e sviluppo sostenibile? Grazie mille. È un piacere essere qui. Questa è la mia prima visita in Eritrea, spero non l'ultima. Noi dell'UNESCO vediamo un grande potenziale in Eritrea. Porto i saluti del Direttore Generale dell'UNESCO, che è molto interessato a dare priorità all'impegno non solo in Africa (che è una delle due aree prioritarie dell'UNESCO), ma è anche desideroso di capire come sviluppare la relazione con l'Eritrea e come sostenere l'Eritrea nel patrimonio culturale, nonché in una serie di altri aspetti che rientrano negli obiettivi dell'UNESCO. Gli incontri hanno anche dimostrato che l'UNESCO è tornata a impegnarsi con l'Eritrea e non vediamo l'ora di consolidare questa collaborazione. Non vediamo l'ora anche di ricostruire e rafforzare la relazione nei mesi e negli anni a venire. - Asmara è stata iscritta come sito Patrimonio dell'Umanità UNESCO nel 2017. Come valuta il suo attuale stato di conservazione e quale supporto può offrire l'UNESCO per l'iscrizione di altri siti e del patrimonio immateriale in Eritrea? Asmara non è solo la capitale di Eritrea. È anche un vanto dell'UNESCO in termini di patrimonio culturale. È una città con un grande potenziale, che mostra in tutto il continente e nel mondo cosa sia una città moderna e come possa essere conservata e protetta. Speriamo che, dopo nove anni dalla sua iscrizione, potremo collaborare più strettamente con i funzionari locali, e ho ricevuto indicazioni specifiche dalla dirigenza dell'UNESCO su come possiamo supportare Asmara e presentarla come fiera capitale dell'Eritrea e sito patrimonio dell'UNESCO. Stiamo cercando – abbiamo discusso e continueremo a discutere con i funzionari eritrei – le loro priorità, ciò che vorrebbero iscrivere sia in termini di patrimonio culturale materiale che immateriale. Sappiamo che ci sono alcuni siti che l'Eritrea vorrebbe privilegiare. L'Eritrea ha Asmara da offrire, ma ha anche tutta una serie di altre attività, siti e luoghi che mostrano il patrimonio, la storia e la cultura dell'Eritrea e del suo popolo. - Ha lavorato a diversi progetti per l'Africa, incluso il progetto panafricano di storia generale dell'Africa. Come potrebbe la singolare condizione storica dell'Eritrea essere meglio integrata in questa narrazione? La Storia Generale dell'Africa è una serie di volumi ben ponderati e ben scritti da africani sull'Africa. L'Eritrea è parte integrante di questo continente. Ciò si riflette nei volumi della Storia Generale dell'Africa nel corso degli anni. Vorremmo collaborare con le autorità eritree e intendiamo discutere con loro la possibilità di tradurre i volumi della Storia Generale dell'Africa e il materiale didattico nel sistema scolastico eritreo. Abbiamo numerosi esempi in tutto il continente per presentare la storia dei popoli del continente a studenti, giovani e alla popolazione, e per aiutarli a conoscere meglio la loro cultura e ad essere orgogliosi del loro patrimonio e della loro storia. - L'Eritrea ha recentemente ratificato la Convenzione del 2003 sul patrimonio immateriale. Guardando al futuro, quali aree (istruzione, scienza o cultura) offrono le maggiori prospettive per una più profonda collaborazione tra UNESCO ed Eritrea? Riteniamo che l'Eritrea e l'UNESCO possano collaborare in tutto l'ambito del mandato dell'UNESCO. Esso spazia, Come avete accennato, dall'istruzione alla cultura, alla scienza e alla tecnologia. Vediamo un grande potenziale di collaborazione sull'istruzione femminile, sulla digitalizzazione e sulla tutela del patrimonio. E crediamo che questo Paese abbia un grande potenziale di collaborazione nel contesto delle convenzioni esistenti che l'Eritrea ha firmato, così come al di fuori di tale contesto. Siamo qui, e la mia presenza, insieme al direttore regionale, è qui per presentarvi su cosa possiamo lavorare, e abbiamo già concordato una tempistica di impegno nel contesto del mandato dell'UNESCO su alcuni aspetti dell'istruzione superiore. Avremo anche incontri con il Ministro dell'Istruzione; abbiamo avuto incontri con diversi dirigenti, dal Ministero degli Affari Esteri al Ministero dell'Informazione e della Cultura, e crediamo che ciascuna di queste entità chiave del governo eritreo abbia un grande potenziale per collaborare strettamente con la nostra istituzione. E l'UNESCO è pronta a mettere in campo tutte le sue capacità. - Durante la sua visita ad alcuni siti di Asmara, cosa l'ha colpita di più? Purtroppo, a causa di vincoli di tempo, mi sono limitato ad Asmara. Ma so, e sono consapevole, che l'Eritrea ha molto di più da offrire. Ciò che ho visto ad Asmara rispecchiava profondamente la gelosia che i miei colleghi provavano quando ho detto loro che sarei venuto in Eritrea. Non erano solo curiosi, ma volevano anche saperne di più e volevano impegnarsi nelle diverse competenze dell'UNESCO, sia nel campo del patrimonio culturale che in quello dell'istruzione. E posso dire che ciò che mi ha colpito di più è stato il popolo eritreo: la sua cordialità, la sua accoglienza, il suo calore, e quanto questo Paese abbia da offrire in termini di patrimonio materiale e immateriale e in termini di turismo, con tutto ciò che ha da offrire, insieme alla sua gente meravigliosa e al suo clima. Siete un popolo molto fortunato; Avete un grande potenziale e, grazie alla saggezza della leadership e al supporto dell'UNESCO e di altre organizzazioni che desiderano sostenere questo Paese, crediamo che ciò che avete da offrire possa davvero essere motivo di orgoglio non solo per gli eritrei, ma anche per la comunità internazionale. - C'è qualcosa che vorrebbe aggiungere o un messaggio che desidera trasmettere ai nostri lettori? Finché saremo benvenuti in Eritrea, saremo lieti di collaborare, di offrire il nostro supporto e di metterlo a disposizione di diverse altre entità a beneficio del popolo eritreo, perché l'UNESCO è l'UNESCO per il popolo e siamo orgogliosi di sostenere e aiutare la popolazione di questo Paese. Grazie, signor Mohamed credit Ghideon Musa Aron |
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Novembre 2025
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