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Di Ternafi Il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha rinnovato ieri il mandato di relatore speciale dell'Eritrea: con 23 sì, 17 astensioni e 6 no. Per il quattordicesimo anno consecutivo. L'Eritrea definisce questo con il suo vero nome: selettivo, politicizzato e ostile alla vera cooperazione. Pochi giorni prima, il ministro degli Esteri Osman Saleh aveva dichiarato ai diplomatici ad Asmara che il dibattito era definitivamente chiuso. Basta con le finte. Un Paese che affronta le minacce del Mar Rosso, le pressioni di confine e le sfide dello sviluppo viene congelato nel tempo da Ginevra, mentre la regione cambia. Cooperazione e progressi riconosciuti, poi ignorati. Questa non è responsabilità. È inerzia istituzionale. I sei Paesi che hanno votato No si sono distinti: Burundi, Egitto, Cina, Cuba, India, Pakistan. L'astensione di molti Stati africani è stata la vera delusione: silenzio quando uno dei loro si trova ad affrontare un doppio standard. Il messaggio dell'Eritrea è chiaro: giudicateci secondo le stesse regole universali applicate a tutti gli altri. Bisogna fermare il meccanismo specifico per ogni Paese che danneggia gli investimenti e trasforma lo sviluppo in un'accusa permanente. Sovranità e autosufficienza non sono crimini. Il mandato che si rifiuta di morire ha appena dimostrato perché l'Eritrea ha smesso di parteciparvi. credit Ghideon Musa Aron
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Come altro si può spiegare la monotona diatriba di 35 minuti, piena di menzogne e accuse infondate contro l'Eritrea, diffusa ieri dall'imprevedibile Getachew Reda (nominalmente Consigliere del Primo Ministro) e trasmessa dall'Ethiopian Broadcasting Corporation (EBC) e da altri media nazionali?
Se si considera l'instabile Getachew Reda un analista politico credibile e un punto di riferimento, allora si deve dare credito anche alle numerose osservazioni insolenti e oltraggiose che ha rilasciato su varie emittenti televisive del Tigray, così come sul suo account X, riguardo al Primo Ministro etiope Abiy Ahmed durante la guerra nella regione del Tigray. In effetti, alcune delle sue affermazioni grottescamente denigratorie su Abiy Ahmed e l'esercito etiope includono: - "Abiy Ahmed è un nano politico. Se l'Etiopia fosse un paese normale, sarebbe stato rinchiuso da tempo in un istituto psichiatrico o in un centro di cura spirituale per malati di mente"; - "Abiy Ahmed è così delirante da credere e vantarsi apertamente che sua madre gli abbia detto, quando aveva sette anni, di averlo visto in sogno incoronato re"; - "Abiy Ahmed è l'emblema e l'esempio di quegli uomini insignificanti che arrivano al potere per qualche caso fortuito della storia e che successivamente creano enormi catastrofi"; - "Abiy Ahmed non è in grado di guidare una nazione senza ricorrere a infiniti inganni"; - "Lui (Abiy Ahmed) non ha letteralmente alcuna istruzione... ma non potete chiedergli come faccia ad affermare di avere un dottorato, perché non vi concede il tempo per un confronto ragionevole"; - "Abiy Ahmed è l'esempio perfetto di tradimento nazionale. Pertanto, non ha alcuna autorità morale per parlare di sovranità"; "Abiy Ahmed è un'erbaccia velenosa che è cresciuta in questa nazione"; "Il generale Birhanu Jula e altri non guidano un esercito capace. Hanno perso quel poco di conoscenza militare che avevano e prendono passivamente ordini da questo leader folle. Questo esercito anti-popolo, che sta attuando ciecamente il programma di guerra di Abiy Ahmed, sta causando un'enorme strage tra la popolazione civile e i giovani"...ecc... Il senza guida Getachew Reda è effettivamente incline a rilasciare dichiarazioni capricciose e contraddittorie su quasi ogni questione, a seconda dei suoi stati d'animo instabili e delle sue mutevoli affiliazioni politiche. Recentemente, stringendo un'alleanza opportunistica con il governo federale e il suo primo ministro, che ha riversato su di lui insulti senza sosta, ha iniziato a rinnegare senza vergogna le convinzioni politiche che aveva sostenuto per decenni. In una recente intervista, ha ironizzato (riferendosi ai suoi vecchi compagni): "Molti sostengono che il Tigray dovrebbe essere una nazione indipendente. Anch'io rifletto su questo concetto quando sono un po' alticcio!". I suoi collaboratori più stretti confidano che Getachew è alticcio o ubriaco dal tardo pomeriggio fino alle prime ore del mattino quasi ogni giorno... Questo gli è valso il soprannome di "Vodakchew". Parlando seriamente, come si può dare peso agli eccessi e alle dichiarazioni irresponsabili di questo vagabondo politico? In definitiva, non ha senso rispondere a tutto il veleno che ha riversato contro l'Eritrea nella sua intervista di ieri. Ci concentreremo quindi su una fallacia: la sua assurda affermazione secondo cui "l'Eritrea è stata creata, da forze cospiratrici, come Stato indipendente allo scopo di indebolire e distruggere l'Etiopia". Questa affermazione spuria e revisionista è, ovviamente, completamente falsa e diffusa deliberatamente per giustificare e promuovere il malvagio programma interno del partito Potemkin, volto all'agitazione e alla mobilitazione per la guerra. La storia, al contrario, attesta questi fatti indelebili: 1. All'Eritrea fu negato il suo inalienabile diritto alla decolonizzazione alla fine degli anni '40 e fu "federata" con l'Etiopia solo perché gli Stati Uniti e altre potenze diedero la precedenza ai propri presunti interessi geopolitici. 2. La comunità internazionale rimase in silenzio, ancora una volta per analoghi calcoli politici, quando il governo etiope abrogò unilateralmente il "Federal Act" e annesse l'Eritrea nel novembre del 1962. 3. Il popolo e la nazione eritrea dovettero sopportare il pesante fardello della liberazione nazionale per trent'anni e pagare enormi e ineguagliabili sacrifici. Durante tutto questo periodo, praticamente il mondo intero dimostrò un'inaccettabile apatia, non riconoscendo e non offrendo sostegno morale e materiale alla legittima guerra di liberazione nazionale dell'Eritrea. Nel frattempo, l'Etiopia, governata dall'Imperatore e dalla giunta militare che lo rovesciò, continuò a ricevere un massiccio sostegno militare, economico e politico da diversi paesi: Stati Uniti, URSS, paesi europei, Israele, diversi paesi arabi e asiatici, Cuba, ecc. 4. Lo stesso schema si ripeté in vari momenti critici del periodo post-indipendenza dell'Eritrea. L'incapacità di intraprendere azioni significative contro il regime etiope quando questo rinunciò ai suoi obblighi derivanti dai trattati – elaborati essenzialmente con la mediazione di Stati Uniti, UE, ONU e OUA – e respinse la sentenza arbitrale dell'EEBC che autorizza l'occupazione di territori sovrani eritrei per quasi due decenni è una lampante dimostrazione della tendenza delle grandi potenze, e della comunità internazionale in generale, a sacrificare la legalità e la giustizia sull'altare di interessi ristretti. 5. In tutti questi decenni, compresi questi tempi critici in cui l'attuale regime sta alimentando le fiamme della guerra con la sua sconsiderata agenda di "accesso sovrano al mare", le "cure intensive" riservate all'Etiopia non sono diminuite in alcun modo. Il piano di salvataggio finanziario da 3 miliardi di dollari del FMI attualmente in corso; l'ingente assistenza dell'UE, compreso il recente sostegno al bilancio; il sostegno bilaterale individuale all'Etiopia da parte di paesi europei, asiatici, mediorientali, ecc., confermano questo fatto. 6. Anzi, secondo alcune stime, l'Etiopia ha beneficiato complessivamente di 114 miliardi di dollari statunitensi negli ultimi trent'anni da aiuti multilaterali e bilaterali. Questo modello di aiuti ingenti e in continua crescita non può essere in alcun modo frainteso come "una cospirazione ben orchestrata per indebolire e distruggere l'Etiopia". In breve, e come già accennato, l'"analisi" di Getachew Reda difficilmente può essere presa sul serio su qualsiasi argomento. Il fatto che il partito Potemkin si abbassi a tal punto da utilizzare la sua delirante analisi per la "mobilitazione popolare" non fa che accentuare la sua totale disperazione. Yemane G. Meskel Ministro dell'Informazione credit Ghideon Musa Aron Il 20 Giugno, il popolo eritreo è riunito in un ricordo di doloroso rispetto per i suoi Martiri, compatrioti che diedero la vita per la Libertà dell'Eritrea. La Giornata dei Martiri, onorata in Patria e all'estero, presso la Diaspora, è veramente il cuore e l'anima di un'identità nazionale forgiata nella lotta e nella memoria
Di Filippo Bovo - 19 Giugno 2026 Maelti Siwuat, Giornata dei Martiri. E’ quel che l’Eritrea e il suo popolo, in Patria e all’estero, commemora il 20 Giugno: una data solenne, consacrata al ricordo e all’onore di chi ha dato la sua vita per la Libertà di tutti, dei suoi contemporanei come delle generazioni future. Che ci si trovi per le vie di Asmara o sulle alture di Nakfa, a Massaua o ad Assab, o magari nelle grandi metropoli della Diaspora, come Bologna, Roma e Milano, l’anima degli Eritrei in questa data è una sola. I Martiri, combattendo per la Libertà del Paese e perdendo la propria vita, hanno immolato sé stessi ad un ideale imperituro. La sera le candele, con le loro piccole luci nel buio, rendono onore al loro sacrificio: la Madrepatria e la Diaspora si ritrovato più unite che mai da una comune, rispettosa e grata memoria. Mai come in questi giorni, probabilmente, bisognerebbe disertare le fonti nostrane allorché trattino dell’Eritrea e di questa sua Giornata di commemorazione: ne conosciamo l’atteggiamento, e non è all’insegna del rispetto per ciò che quel Paese ha vissuto e sacrificato per rendersi libero. Eppure il dolore e la memoria, misti a gratitudine eterna, sono sentimenti che andrebbero sempre rispettati. Si calcola che almeno 65mila Tegadelti, come venivano chiamati i combattimenti eritrei, abbiano dato la vita per la Liberazione del Paese. E’ stata una lunga Guerra di Liberazione, durata dal 1961 al 1991, dove davvero la terra eritrea ne ha visti di tutti i colori. Dapprima le violenze delle truppe del Negus, Haile Selassie, tutt’altro che uno stinco di santo come certa storiografia spicciola vorrebbe invece ricordarlo; e poi quelle del DERG, guidato dal dittatore Menghistu Haile Mariam, sulle cui responsabilità analogamente l’Occidente, a partire dalla nostra Europa, pare alimentare un complice silenzio. L’Eritrea, infatti, dopo la Seconda Guerra Mondiale era stata sotto un governo d’occupazione britannico, per finir poi fagocitata dall’Impero Etiopico: ne abbiamo già lungamente parlato in passato, non occorre rifarlo adesso. Le forti preteste ben presto sorte dopo quell’inclusione, decisa senza tener conto delle ragioni del popolo eritreo e del diritto internazionali, erano state severamente represse dal governo negussita sin dalla fine degli Anni ’50. Non erano mancati i morti, tanto da poter dire che i primi Martiri datino proprio a quei giorni, semplici civili scesi in strada a manifestare le loro ragioni. Nel 1961, col primo attacco ad una postazione di polizia etiopica da parte dell’Eroe Nazionale, Hamid Idris Awate, fondatore del FLE (Fronte di Liberazione Eritreo), la Guerra di Liberazione era a quel punto nata. Circa un decennio più tardi, al FLE subentrò, prevalendo, il FPLE (Fronte Popolare di Liberazione Eritreo), ancor più efficace ed assertivo nella lotta contro un nemico che, pur con tutti gli appoggi ricevuti (soprattutto da USA ed Inghilterra sotto il Negus, e da URSS e campo socialista sotto il DERG), non riusciva mai ad ottenere un risolutivo successo. 65mila Martiri, abbiamo detto; ma con loro dovremmo ricordare anche tutti quei civili caduti per le bombe a grappolo, il napalm, i rastrellamenti e gli attacchi ai villaggi a fini terroristici, o ancora le carestie indotte. Soprattutto il DERG non aveva lesinato nei crimini di guerra. E, insieme a tutti questi combattenti e civili non più con noi, dovremmo ricordare anche i 19mila che persero poi la vita nella breve ma sanguinosa guerra che nuovamente l’Etiopia aveva mosso all’Eritrea tra il 1998 e il 2000. Martiri anche loro. La Memoria dei Martiri è il pilastro del patriottismo eritreo: diedero infatti la vita, per la causa della Liberazione del loro Paese, uomini e donne, cristiani e musulmani, provenienti da tutte le nove etnie che compongono il popolo eritreo. Oltre all’uguaglianza nel sacrificio, spicca poi il ruolo assolutamente insostituibile avuto dalle donne, che rappresentavano oltre il 30% dei combattenti. Il loro sacrificio ha scardinato antichi pregiudizi, dimostrando sul campo e sull’altare della Libertà chi siano davvero le donne: chi le aveva definite “l’altra metà del cielo”, aveva detto ancora troppo poco. E poi la cultura dell’autosufficienza e della resilienza: abbandonati dalla comunità internazionale, che preferiva girarsi dall’altra parte, gli eritrei, “popolo in armi”, dovettero già allora imparare a cavarsela da soli per sostenere la guerra contro un nemico che invece riceveva infiniti aiuti. I Martiri, decidendo di non arrendersi dinanzi allo sforzo di grandi imperi globali come USA e URSS, e dei loro rispettivi alleati, hanno dimostrato che la determinazione di un popolo unito è più forte di qualunque superpotenza militare. Una lezione di cui anche tanti altri popoli oggi in lotta hanno fatto tesoro. COMUNICATO STAMPA
Roma, 10 giugno 2026 — Si è svolta a Roma la terza edizione di Connact Piano Mattei, dedicata ai progressi del Piano Mattei e del Global Gateway, organizzata dalla Fondazione Articolo 49 in collaborazione con S.E. Fessahazion Pietros Menghistu, Ambasciatore dello Stato di Eritrea e Decano degli Ambasciatori Africani, e ospitata dall’Ambasciata del Regno del Marocco, con il coinvolgimento del Parlamento Europeo e il patrocinio del MIMIT. L’evento ha riunito rappresentanti istituzionali, ambasciatori, imprese e associazioni di categoria, con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione tra Africa, Italia ed Europa. Nel suo intervento, S.E. Fesshazion Pietros Menghistu ha evidenziato il valore del Piano Mattei quale piattaforma di dialogo fondata su un partenariato equo, inclusivo e non predatorio, sottolineando l’importanza del coinvolgimento congiunto del settore pubblico e privato e richiamando la visione dell’Unione Africana per lo sviluppo del continente entro il 2066. Sono inoltre intervenuti S.E. Youssef Balla, Ambasciatore del Marocco, il Consigliere Lorenzo Ortona, Coordinatore vicario della Struttura di missione di Palazzo Chigi per il Piano Mattei, e il Ministro Plenipotenziario Massimo Riccardo, Inviato speciale del Ministro degli Affari Esteri per il Piano Mattei, i quali hanno sottolineato i risultati positivi del recente vertice presso l’Unione Africana e i progressi compiuti nei primi due anni di attuazione del Piano. Particolare attenzione è stata dedicata ai settori strategici — energia, infrastrutture, risorse idriche e agricoltura sostenibile — nonché al rafforzamento degli investimenti, della formazione (anche attraverso borse di studio) e della cooperazione tra imprese, evidenziando il passaggio del Piano alla fase operativa, oggi estesa a 18 Paesi focus. La partecipazione di 47 aziende e associazioni ha confermato la volontà condivisa di consolidare un partenariato paritario e sostenibile, capace di generare benefici concreti per Africa, Italia ed Europa. un'intervista con il signor Mohamed El Faranawy dell'UNESCO
Di: Sabrina Solomon Il signor Mohamed El Faranawy, vicedirettore generale ad interim dell'UNESCO per l'Africa prioritaria, è attualmente in visita di lavoro in Eritrea. Nell'ambito del suo viaggio, l'alto funzionario che sovrintende al progetto di punta dell'UNESCO "Storia generale dell'Africa" e promuove iniziative di programmazione per i giovani in tutto il continente, ha incontrato alti funzionari eritrei e ha visitato Asmara, sito patrimonio mondiale dell'UNESCO, e altri luoghi di interesse culturale. Al termine della sua visita, il signor Mohamed El Faranawy ha rilasciato un'intervista a Rafael Giuseppe di Eri TV e Sabrina Solomon di Eritrea Profile. Seguono alcuni estratti dell'intervista. - Signor Mohamed El Faranawy, ha incontrato diversi funzionari governativi. Come valuta finora i suoi incontri e la sua visita in Eritrea e quali obiettivi specifici spera di raggiungere per rafforzare la cooperazione nella tutela del patrimonio? e sviluppo sostenibile? Grazie mille. È un piacere essere qui. Questa è la mia prima visita in Eritrea, spero non l'ultima. Noi dell'UNESCO vediamo un grande potenziale in Eritrea. Porto i saluti del Direttore Generale dell'UNESCO, che è molto interessato a dare priorità all'impegno non solo in Africa (che è una delle due aree prioritarie dell'UNESCO), ma è anche desideroso di capire come sviluppare la relazione con l'Eritrea e come sostenere l'Eritrea nel patrimonio culturale, nonché in una serie di altri aspetti che rientrano negli obiettivi dell'UNESCO. Gli incontri hanno anche dimostrato che l'UNESCO è tornata a impegnarsi con l'Eritrea e non vediamo l'ora di consolidare questa collaborazione. Non vediamo l'ora anche di ricostruire e rafforzare la relazione nei mesi e negli anni a venire. - Asmara è stata iscritta come sito Patrimonio dell'Umanità UNESCO nel 2017. Come valuta il suo attuale stato di conservazione e quale supporto può offrire l'UNESCO per l'iscrizione di altri siti e del patrimonio immateriale in Eritrea? Asmara non è solo la capitale di Eritrea. È anche un vanto dell'UNESCO in termini di patrimonio culturale. È una città con un grande potenziale, che mostra in tutto il continente e nel mondo cosa sia una città moderna e come possa essere conservata e protetta. Speriamo che, dopo nove anni dalla sua iscrizione, potremo collaborare più strettamente con i funzionari locali, e ho ricevuto indicazioni specifiche dalla dirigenza dell'UNESCO su come possiamo supportare Asmara e presentarla come fiera capitale dell'Eritrea e sito patrimonio dell'UNESCO. Stiamo cercando – abbiamo discusso e continueremo a discutere con i funzionari eritrei – le loro priorità, ciò che vorrebbero iscrivere sia in termini di patrimonio culturale materiale che immateriale. Sappiamo che ci sono alcuni siti che l'Eritrea vorrebbe privilegiare. L'Eritrea ha Asmara da offrire, ma ha anche tutta una serie di altre attività, siti e luoghi che mostrano il patrimonio, la storia e la cultura dell'Eritrea e del suo popolo. - Ha lavorato a diversi progetti per l'Africa, incluso il progetto panafricano di storia generale dell'Africa. Come potrebbe la singolare condizione storica dell'Eritrea essere meglio integrata in questa narrazione? La Storia Generale dell'Africa è una serie di volumi ben ponderati e ben scritti da africani sull'Africa. L'Eritrea è parte integrante di questo continente. Ciò si riflette nei volumi della Storia Generale dell'Africa nel corso degli anni. Vorremmo collaborare con le autorità eritree e intendiamo discutere con loro la possibilità di tradurre i volumi della Storia Generale dell'Africa e il materiale didattico nel sistema scolastico eritreo. Abbiamo numerosi esempi in tutto il continente per presentare la storia dei popoli del continente a studenti, giovani e alla popolazione, e per aiutarli a conoscere meglio la loro cultura e ad essere orgogliosi del loro patrimonio e della loro storia. - L'Eritrea ha recentemente ratificato la Convenzione del 2003 sul patrimonio immateriale. Guardando al futuro, quali aree (istruzione, scienza o cultura) offrono le maggiori prospettive per una più profonda collaborazione tra UNESCO ed Eritrea? Riteniamo che l'Eritrea e l'UNESCO possano collaborare in tutto l'ambito del mandato dell'UNESCO. Esso spazia, Come avete accennato, dall'istruzione alla cultura, alla scienza e alla tecnologia. Vediamo un grande potenziale di collaborazione sull'istruzione femminile, sulla digitalizzazione e sulla tutela del patrimonio. E crediamo che questo Paese abbia un grande potenziale di collaborazione nel contesto delle convenzioni esistenti che l'Eritrea ha firmato, così come al di fuori di tale contesto. Siamo qui, e la mia presenza, insieme al direttore regionale, è qui per presentarvi su cosa possiamo lavorare, e abbiamo già concordato una tempistica di impegno nel contesto del mandato dell'UNESCO su alcuni aspetti dell'istruzione superiore. Avremo anche incontri con il Ministro dell'Istruzione; abbiamo avuto incontri con diversi dirigenti, dal Ministero degli Affari Esteri al Ministero dell'Informazione e della Cultura, e crediamo che ciascuna di queste entità chiave del governo eritreo abbia un grande potenziale per collaborare strettamente con la nostra istituzione. E l'UNESCO è pronta a mettere in campo tutte le sue capacità. - Durante la sua visita ad alcuni siti di Asmara, cosa l'ha colpita di più? Purtroppo, a causa di vincoli di tempo, mi sono limitato ad Asmara. Ma so, e sono consapevole, che l'Eritrea ha molto di più da offrire. Ciò che ho visto ad Asmara rispecchiava profondamente la gelosia che i miei colleghi provavano quando ho detto loro che sarei venuto in Eritrea. Non erano solo curiosi, ma volevano anche saperne di più e volevano impegnarsi nelle diverse competenze dell'UNESCO, sia nel campo del patrimonio culturale che in quello dell'istruzione. E posso dire che ciò che mi ha colpito di più è stato il popolo eritreo: la sua cordialità, la sua accoglienza, il suo calore, e quanto questo Paese abbia da offrire in termini di patrimonio materiale e immateriale e in termini di turismo, con tutto ciò che ha da offrire, insieme alla sua gente meravigliosa e al suo clima. Siete un popolo molto fortunato; Avete un grande potenziale e, grazie alla saggezza della leadership e al supporto dell'UNESCO e di altre organizzazioni che desiderano sostenere questo Paese, crediamo che ciò che avete da offrire possa davvero essere motivo di orgoglio non solo per gli eritrei, ma anche per la comunità internazionale. - C'è qualcosa che vorrebbe aggiungere o un messaggio che desidera trasmettere ai nostri lettori? Finché saremo benvenuti in Eritrea, saremo lieti di collaborare, di offrire il nostro supporto e di metterlo a disposizione di diverse altre entità a beneficio del popolo eritreo, perché l'UNESCO è l'UNESCO per il popolo e siamo orgogliosi di sostenere e aiutare la popolazione di questo Paese. Grazie, signor Mohamed credit Ghideon Musa Aron Il 24 maggio di 35 anni fa l'Eritrea diveniva indipendente, conquistandosi da sola quella libertà che le era stata lungamente preclusa. Un cammino vittorioso, di un popolo in armi, ma anche doloroso e tortuoso, e che qui vogliamo ricordare.
Di Filippo Bovo 23 Maggio 2026 “Un popolo che non conosce la propria storia e la propria cultura è come un albero senza radici”, recita un proverbio eritreo: e di storia e cultura, l’Eritrea e il suo popolo, ne hanno davvero parecchia. Ma non corrono il rischio di dimenticarla o di non conoscerla, perché le radici su cui poggiano sono ben salde. Proprio in questi giorni cade infatti l’Anniversario dell’Indipendenza Eritrea (24 maggio 1991): un lungo cammino, doloroso e tortuoso, durato ben più di quei trent’anni che molti, sbrigativamente, sono soliti pensare. Fin dal 1941, venuto meno il colonialismo italiano, l’Eritrea si era ritrovata in balia di nuovi poteri che mercanteggiavano sopra la sua testa, alla ricerca di equilibri e compromessi internazionali che potessero soddisfare ogni vincitore, grande e piccolo, della Seconda Guerra Mondiale. In principio gli inglesi, con un duro dominio protrattosi sino al 1952; poi gli etiopici, per un decennio nella forma all’apparenza blanda di una federazione tra Stato Eritreo e Impero Etiopico (1952-1962), quindi con un’annessione brutale che pose fine ad ogni messinscena per chiarire come davvero stavano le cose: l’Eritrea era né più né meno che una preda, un premio dato ad Addis Abeba grazie ai buoni uffici del Negus Haile Selassie con l’Inghilterra e gli Stati Uniti. I suoi diritti non erano contemplati. Gli eritrei? Sudditi che dovevano obbedire come tutti gli altri a un Sovrano che per loro continuava a restare un predone straniero. I vari movimenti politici eritrei, come partiti e sindacati, anime di una società moderna e dinamica, vennero presto eliminati dal Negus, intollerante a ogni voce di dissenso; sorte analoga fu riservata anche ai giornali in tigrinya e in arabo, mentre nel 1958 le proteste sorte ad Asmara contro il progressivo svuotamento delle istituzioni locali videro numerose vittime, colpite dalla repressione della polizia imperiale. Il culmine si vide nel 1962, quando la federazione fondata un decennio prima venne ufficialmente abolita dopo costanti pressioni, intimidazioni e corruzioni del governo centrale sul parlamento locale: da quel momento l’Eritrea, persa ogni residua veste statale, si trasformò nella quattordicesima provincia dell’Impero Etiopico. Poteva essere la fine di tutto, la fine della storia; e invece fu l’inizio di una nuova stagione, quella della lotta fino alla rivincita, fino alla vittoria finale. Perché la storia di ogni movimento rivoluzionario, e quello eritreo primo tra tutti lo fu, è proprio quella di un intero popolo in armi, alla testa di una rivoluzione infine vittoriosa. Nel 1961, preso atto che la lotta democratica aveva fallito dinanzi alle repressioni militari di giornali, movimenti, sindacati e comuni cittadini, Hamid Idris Awate intraprese la via della lotta armata. Con un passato di combattente tra gli Ascari, Awate non era nuovo alle armi e sapeva come usarle. Alla guida del FLE (Fronte di Liberazione Eritreo), compì il primo attacco a una stazione di polizia presso il Monte Adal, nell’area del Gash-Barka, segnando l’inizio del duro trentennio della Guerra di Liberazione (1961-1991). Il suo movimento, fondato al Cairo, nell’Egitto nasseriano, portava con sé profonde influenze dell’arabismo e di un socialismo tradizionalista, preponderanti a quei tempi in alcuni paesi della Lega Araba come, primi tra tutti, proprio l’Egitto e la Siria, allora uniti nella RAU (Repubblica Araba Unita). Non era perciò sufficiente a rappresentare tutte le anime della ricca e poliedrica società eritrea: quel suo approccio tradizionalista, alla fine, lo condusse a una crisi politica e militare che, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, pose le basi per un’altra nuova stagione ancora. Tutti i popoli protagonisti di una rivoluzione sperimentano sempre, una dopo l’altra, nuove formule di lotta: perché è così, infatti, che una rivoluzione trionfa; e il caso eritreo è qui per ricordarcelo. Furono soprattutto i più giovani a inaugurare la nuova stagione del FPLE (Fronte Popolare di Liberazione Eritreo), inizialmente come corrente interna al FLE, in seguito come nuova entità in grado di rimpiazzarlo ponendosi alla testa della Guerra di Liberazione. Ben più rivoluzionario e pragmatico nell’analisi della realtà bellica e sociale del territorio, il FPLE ottenne subito risultati decisivi: non si trattava soltanto di vincere contro l’occupante, liberando l’Eritrea, ma anche di costruire una nuova società, libera da certi vecchi condizionamenti coloniali e socio-culturali. L’uguaglianza di genere per civili e combattenti, che arrivarono a essere composti per oltre il 30% da donne, l’organizzazione collettiva delle masse contadine, l’istruzione e la sanità gratuite per tutti, il rifiuto delle divisioni settarie e religiose, tutto connotava il FPLE come un movimento capace di andar ben oltre certi vecchi compromessi. Nelle zone liberate, i Tegadelti (i combattenti eritrei) costruirono ospedali sotterranei, scuole, fabbriche artigianali ed officine meccaniche per riparare i mezzi sottratti al nemico: contrariamente a quest’ultimo, che riceveva aiuti da più parti, il popolo eritreo in lotta doveva cavarsela soprattutto da solo, ad esempio col bottino delle sue sempre più frequenti vittorie sul campo. C’erano poi anche tipografie che stampavano giornali e materiale didattico, stazioni radio, persino una rudimentale industria farmaceutica. Tutto questo rappresentava un embrione di Stato dentro la guerra, una dimostrazione concreta che la visione di un’Eritrea indipendente non era affatto un sogno astratto ma un progetto praticabile. In principio, ad aiutare Addis Abeba, furono soprattutto Inghilterra e Stati Uniti; ma, una volta caduto il Negus, sostituito da una giunta militare ad indirizzo filo-sovietico come il DERG, a rifornirla di cospicui aiuti provvidero soprattutto l’URSS insieme ad altri paesi europei del blocco socialista. La lotta si fece molto più dura, perché il nuovo regime era determinato a vincere dove il precedente aveva fallito: l’epoca del Terrore Rosso inaugurata da Menghistu Haile Mariam, a capo del DERG, si qualificò in Eritrea con saccheggi e violenze dei militari sulla popolazione che da una parte delegittimarono ulteriormente il ruolo del governo etiopico e dall’altra, per reazione, tributarono al FPLE un ancor più deciso supporto popolare. Malgrado i tanti armamenti sovietici e i rinforzi di consiglieri speciali sovietici e cubani, il regime del DERG non riuscì mai a piegare la resistenza. Anche quando i Tegadelti dovettero retrocedere, come si vide soprattutto nel 1978, il loro ripiegamento fu temporaneo: dopodiché, tornarono ad avanzare riguadagnandosi quelle posizioni con gli interessi. Il tutto mentre il regime etiopico continuava a sanguinare, non risparmiandosi neppure l’uso del napalm e delle bombe a grappolo pur di prevalere, vanamente, su un avversario “inspiegabilmente” vittorioso. La battaglia di Afabet nel 1988, l’Operazione Fenkil del 1990 con cui venne liberata Massawa, ed infine l’entrata ad Asmara, il 24 maggio 1991, furono gli ultimi chiodi sulla bara del DERG. Il regime, che si spacciava per progressista mentre in realtà realizzava le più reazionarie ambizioni della vecchia monarchia negussita, non aveva ormai altro da lasciare in eredità che una dolorosa memoria di sangue. Tre giorni prima dell’entrata dei Tegadelti ad Asmara, il 21 maggio 1991, Menghistu fuggì da Addis Abeba, portandosi via i fondi del Tesoro nazionale. I vecchi alleati se ne erano già andati da tempo: Fidel Castro, che aveva mandato rinforzi a Menghistu negli Anni Settanta, non appena si era reso conto della reale natura del regime non aveva tardato a ritirare i suoi combattenti; e pure Muammar Gheddafi, venuto a sapere che Addis Abeba aveva addirittura chiesto l’aiuto di Israele, aveva subito revocato il suo sostegno. Il 1991 segnò la liberazione de facto, consacrata poi legalmente dal referendum del 1993, in cui il popolo eritreo scelse all’unanimità l’Indipendenza. Sembrava l’inizio di un’era di pace perenne, ma la storia avrebbe presto preteso nuovi, durissimi sacrifici da questa giovane nazione. Nel 1998, infatti, le mai sopite mire egemoniche e i contenziosi confinari mai risolti da parte della nuova dirigenza etiopica (guidata dal TPLF) trascinarono l’Eritrea in una nuova, sanguinosa guerra di confine (1998-2000). Nonostante l’accordo di Algeri del 2000 e la successiva decisione della commissione UNMEE sui confini, che riconosceva la sovranità eritrea sulle aree contese come Badme, Addis Abeba rifiutò di applicare le sentenze internazionali. Si aprì così una logorante stagione di “né guerra né pace” durata quasi vent’anni. Un periodo in cui l’Eritrea si è trovata a subire non solo un’illegale pressione sul proprio territorio nazionale, ma anche un pesante isolamento diplomatico e un duro regime di sanzioni internazionali (attuato nel 2009 e rincarato nel 2011), promosso dai partner occidentali dell’Etiopia per fiaccarne la resistenza. Eppure, l’isolamento coatto si è trasformato per Asmara nell’opportunità di riscoprire ed applicare sul piano civile quella stessa filosofia che l’aveva guidata durante la rivoluzione: l’autonomia strategica e la resilienza comunitaria. Senza dipendere dagli aiuti internazionali e dai prestiti capestro delle grandi istituzioni finanziarie globali, il popolo eritreo si è rimboccato le maniche. In questi decenni di sanzioni, il Paese ha avviato un imponente programma di sviluppo endogeno focalizzato sulla sicurezza alimentare e sulla sovranità ambientale. Sono stati costruiti centinaia di bacini idrici e dighe artificiali come la grande ed ormai storica diga di Gerset per sottrarre l’agricoltura al ricatto dell’aridità e garantire l’approvvigionamento idrico. Parallelamente, le estese campagne nazionali di riforestazione e terrazzamento, che hanno visto il coinvolgimento attivo dei giovani e delle comunità locali, hanno arginato la desertificazione e restituito fertilità a territori storicamente aridi. L’Eritrea ha così dimostrato che la dignità di una nazione si costruisce sul campo, mattone dopo mattone, al riparo dalle logiche del neocolonialismo assistenzialista. Questo lungo inverno geopolitico ha trovato la sua svolta storica nel luglio del 2018, quando lo storico accordo di pace firmato ad Asmara tra il Presidente eritreo Isaias Afwerki e il nuovo primo ministro etiopico Abiy Ahmed ha posto ufficialmente fine al ventennale stato di ostilità, portando anche alla revoca delle sanzioni ONU del 2009 e 2011. Almeno transitoriamente, giacché, come purtroppo sappiamo, dopo il conflitto nel Tigray (2020-2022) e gli Accordi di Pretoria tra governo etiopico e TPLF, la cui applicazione è rimasta lettera morta, la rotta di Addis Abeba è tornata a farsi a mano a mano sempre più ostile e minacciosa per l’Eritrea e gli altri Stati della regione (e persino per le stesse comunità etiopiche come, primi tra tutti, i Tigrini del Tigray, oltre agli Amhara, agli Afar, gli stessi Oromo che il loro governo prevalentemente dovrebbe rappresentare, ecc). Grosse le responsabilità, su quelle rinnovate ostilità, dell’amministrazione Biden, e non solo; ma già in altre occasioni ne abbiamo parlato. Tuttavia, oggi l’Eritrea si riaffaccia sullo scacchiere internazionale non più come una fortezza assediata, ma come un attore geopolitico imprescindibile per la stabilità del Corno d’Africa. Ne sono testimonianza le recenti e significative evoluzioni diplomatiche, a partire dalla ripresa delle relazioni formali e del dialogo strategico con gli Stati Uniti, segnale di un mutato riconoscimento del ruolo di Asmara nella regione, con la revoca anche delle sanzioni che nuovamente, nel 2021, erano state indette dall’amministrazione Biden. Ma è soprattutto nel vicinato che l’Eritrea sta esprimendo la sua nuova postura di garante della sicurezza. L’assistenza strategica e il fermo supporto politico e logistico garantito a paesi come la Somalia e il Sudan, impegnati nella difesa della propria sovranità contro le spinte centrifughe, il terrorismo e le ingerenze esterne, dimostrano come Asmara consideri la l’unità politica dei propri vicini e la tutela dei loro legittimi governi l’unico vero baluardo contro il caos. A distanza di decenni dai primi colpi di fucile sparati da Hamid Idris Awate sulle montagne del Gash-Barka, l’Eritrea continua a camminare a testa alta. Le sfide sono cambiate, dalle trincee della liberazione a quelle dello sviluppo e della diplomazia, ma lo spirito resta immutato: perché la libertà non è mai un dono altrui, ma il frutto quotidiano del proprio sacrificio e della propria incrollabile unità. Auguri, Eritrea! Dalla liberazione di Asmara nel 1991 alle attuali pretese territoriali etiopiche: perché la storia eritrea continua a influenzare il Corno d’Africa
di Marilena Dolce Il 24 maggio 1991, con la liberazione di Asmara, l’Eritrea conquista l’indipendenza dopo trent’anni di combattimenti. Una storia che non appartiene soltanto al passato. Dopo 35 anni l’Eritrea deve combattere in difesa della sua integrità territoriale e per la sua indipendenza, contro le mire espansionistiche dell’Etiopia. Nel 1941 l’Italia perde la colonia eritrea, amministrata dagli inglesi dopo la battaglia di Keren. Il 5 maggio dello stesso anno l’imperatore Hailè Selassiè rientra ad Addis Abeba e l’Etiopia chiede l’unione con l’Eritrea, in nome della “fratellanza” ma soprattutto per ottenere uno sbocco sul mare grazie ai porti di Massawa e Assab. Una storia non ancora conclusa, anzi ripresa recentemente dal premier etiopico Abiy Ahmed, con alle spalle gli Emirati Arabi Uniti, suscitando forti tensioni nella regione. Nello stesso tempo tuttavia l’America ha chiarito la propria posizione: “abbiamo ripetutamente comunicato all’Etiopia che ci opponiamo a qualsiasi tentativo di acquisire l’accesso al mare con la forza”, afferma la nota del governo americano. Dunque, mentre cresce l’instabilità in Medio Oriente e aumenta l’importanza strategica dello stretto di Bab el Mandeb, la costa eritrea torna a occupare una posizione centrale negli equilibri regionali. Riprendiamo la storia. Nel 1949 Alcide De Gasperi dichiara all’Assemblea delle Nazioni Unite che l’Italia riconoscerà l’indipendenza eritrea. La questione si rivela però molto più complessa. Nel 1950 gli Stati Uniti sono impegnati nella guerra di Corea e Hailè Selassiè invia soldati etiopici a sostegno di Washington. La gratitudine americana prenderà forma nella risoluzione Onu 390 A(V), con la quale l’Eritrea viene federata all’Etiopia, secondo i desideri imperiali. Durante la sua prima visita ufficiale in Eritrea, attraversando il fiume Mareb, Hailè Selassiè dichiara che “sono soltanto sessant’anni che viene usata la parola Eritrea”, sostenendo che quel territorio era sempre stato parte dell’impero etiopico. Un’affermazione contestabile, che indica chiaramente la linea politica del Negus. In pochi anni la federazione si trasforma infatti in annessione, culminata nel 1962 con l’abolizione dell’autonomia eritrea. In quegli stessi anni nasce a Port Sudan un primo movimento per la liberazione eritrea. Poco dopo, al Cairo, nel 1961 si forma il Fle, Fronte di Liberazione Eritreo. Figura simbolica della lotta è Idris Awate che il primo settembre 1961, armato di vecchi fucili italiani e insieme a un piccolo gruppo di uomini, attacca un posto di polizia nel Barka, dando inizio alla lotta armata per l’indipendenza. Il Fle nasce nelle aree musulmane e può contare sull’appoggio politico ed economico di alcuni paesi arabi. Negli anni successivi, tuttavia, accanto al Fle si rafforza un altro Fronte destinato a diventare progressivamente dominante: il Fple, Fronte Popolare di Liberazione dell’Eritrea. Nel frattempo, nel 1974, cade Hailè Selassiè e il potere passa al Derg di Menghistu Hailèmariam. Gli Stati Uniti continuano a sostenere Addis Abeba come alleato strategico in Africa, mentre i guerriglieri eritrei consolidano la propria organizzazione militare nelle campagne e nelle città. Negli anni Settanta il Fple è ormai strutturato in battaglioni ben organizzati e controlla vaste aree del Sahel, mentre l’Etiopia mantiene il controllo di città strategiche come Asmara e Keren. Nel 1976 la separazione tra Fle e Fple diventa definitiva e alla guida del Fple emerge Isaias Afwerki, futuro presidente dell’Eritrea. Il Fple è un vero movimento di liberazione, non soltanto un movimento armato. Fin dall’inizio si distingue per capacità organizzativa e ideali, conquistando l’appoggio degli eritrei, nelle zone ancora occupate ma anche fra le numerose comunità della diaspora. Nelle aree liberate il Fple costruisce scuole, cliniche, ospedali e organizza forme di assistenza sanitaria anche nelle regioni più isolate. Vengono formati centinaia di “medici scalzi” e strutture per accogliere orfani, rifugiati e figli dei combattenti. Prima ancora della liberazione, il Fple agisce di fatto come un governo nelle zone sotto il proprio controllo. Centrale è il concetto di autosufficienza, insieme all’idea di uno Stato fondato sulla convivenza tra gruppi etnici e religiosi diversi. Nel programma del Fronte si afferma che alle diverse etnie devono essere garantiti “uguali diritti e responsabilità nel rispetto delle diverse lingue, culture e tradizioni”. Altro principio fondamentale è la separazione tra Stato e religione, destinata in seguito a provocare tensioni anche con la Chiesa cattolica, molto presente nel settore educativo durante l’epoca coloniale e negli anni successivi. Nel 1977 il Fple conquista Nakfa, destinata a diventare il simbolo della resistenza eritrea. “Oggi Nakfa, domani Asmara”, è lo slogan che accompagna la vittoria. Negli anni successivi i guerriglieri avanzano ulteriormente, mentre l’Etiopia continua a ricevere importanti aiuti militari internazionali. Nel 1988 arriva la conquista di Afabet, definita dal giornalista Basil Davidson “una delle più grandi vittorie conseguite da un movimento di liberazione”. Tre anni dopo, il 24 maggio 1991, viene liberata Asmara. Con il referendum del 1993 l’Eritrea conquista ufficialmente l’indipendenza. Da allora sono passati 35 anni. Per gli eritrei, in patria e nella diaspora, il 24 maggio non è soltanto una ricorrenza nazionale. È il ricordo di una guerra lunghissima combattuta per l’esistenza stessa del Paese. Per questo maggio continua a essere, ancora oggi, il mese della festa e della memoria. Le politiche deliranti del regime del PP continuano ad alimentare, senza ombra di dubbio, inutili tensioni nella regione:
- Prova 1: il memorandum d'intesa illecito che il regime del PP ha firmato furtivamente con il Somaliland nel gennaio 2024; - Prova 2: le incessanti campagne mediatiche e diplomatiche, accompagnate da continue minacce, che il regime ha scatenato dal dicembre 2023 per invadere Assab nel perseguimento del suo sogno illusorio di "accesso sovrano al mare"; - Prova 3: il coinvolgimento ampiamente documentato del PP (risultati dell'Università di Yale, ecc.) nel conflitto in Sudan, i cui tentacoli e pericolose ramificazioni (link https://x.com/AfriMEOSINT/status/2052695162535530980?s=20) sono molteplici e davvero gravi. Eppure, i lacchè del PP e i loro apologeti accusano l'Eritrea e altri paesi della regione di "cospirazioni... per la formazione di un asse di potere" contro l'Etiopia. Queste operazioni sotto falsa bandiera sono troppo trasparenti e non possono camuffare la vera fonte e il vero focolaio di tensioni inutili e evitabili nella regione del Corno d'Africa. Le nobili aspirazioni dei popoli della regione rimangono una pace duratura e una cooperazione fondata sul rispetto reciproco della sovranità e dell'integrità territoriale; non conflitti perenni per placare le elusive ambizioni di egemonia e dominio. Yemane G. Meskel, Ministro dell'Informazione credit Ghideon Musa Aron di Sophia Tesfamariam Nelle ultime settimane si è scritto molto sull'Eritrea e ho deciso di rispondere a uno dei tanti articoli provenienti dall'Etiopia... l'articolo dell'IFA intitolato "La rivendicazione di sovranità dell'Eritrea e l'insicurezza che nasconde". Questo articolo si basa su un'interpretazione selettiva del diritto internazionale, su una ricostruzione incompleta della storia del Corno d'Africa e su un preoccupante tentativo di reinterpretare legittime preoccupazioni in materia di sovranità e integrità territoriale come prova di insicurezza politica piuttosto che di legittima responsabilità statale. È quindi necessario affrontare diverse questioni sollevate in questo articolo dalla prospettiva selettiva. Il titolo stesso è particolarmente rivelatore. Riflette una tendenza sempre più diffusa in certi ambienti politici e intellettuali del Partito della Prosperità (PP) a delegittimare l'invocazione della sovranità da parte dell'Eritrea, presentandola non come un principio fondamentale del diritto internazionale, ma come una forma di occultamento, ostruzionismo o paranoia. Tale impostazione è profondamente problematica. La sovranità non è qualcosa dietro cui l'Eritrea debba "nascondersi". La sovranità è la pietra angolare del moderno ordinamento giuridico internazionale, sancita dalla Carta delle Nazioni Unite e dall'Atto Costitutivo dell'Unione Africana. Per gli stati africani in particolare, molti dei quali sono emersi da spartizioni coloniali, dispute territoriali, occupazioni e prolungate interferenze esterne, la difesa della sovranità e dell'integrità territoriale non può essere liquidata come mera retorica; si tratta di principi giuridici esistenziali radicati in una dolorosa esperienza storica. Per l'Eritrea, queste preoccupazioni non sono teoriche. L'Eritrea è emersa da una lunga lotta anticoloniale e contro l'annessione, successiva alla federazione, all'annessione e a decenni di guerra. L'Etiopia non era semplicemente uno stato confinante nella memoria storica eritrea; era l'ex colonizzatore dell'Eritrea. Tale esperienza storica plasma inevitabilmente la comprensione eritrea di sovranità, confini e sopravvivenza nazionale. Come recita il proverbio amarico: “የወጋ ቢረሳ የተወጋ አይረሳም” “Chi ha inflitto la ferita può dimenticare, ma chi è stato ferito non dimentica mai”. Il proverbio coglie una realtà essenziale spesso ignorata nelle analisi esterne sull'Eritrea: la memoria storica plasma la coscienza della sicurezza nazionale. Gli Stati e i popoli che hanno subito annessioni, guerre, occupazioni, dispute territoriali, sanzioni e prolungate pressioni esterne non possono, e non devono, affrontare le questioni di sovranità con leggerezza o in modo astratto. Da una prospettiva eritrea, la sovranità non è quindi uno slogan diplomatico astratto o uno scudo politico tattico. È inseparabile dai sacrifici compiuti durante una delle più lunghe lotte di liberazione africane e dalla determinazione a impedire qualsiasi ritorno, diretto o indiretto, ad accordi percepiti come lesivi dell'indipendenza e dell'integrità territoriale conquistate a caro prezzo dall'Eritrea. Affermare che l'insistenza dell'Eritrea sulla sovranità mascheri in qualche modo motivazioni illegittime significa di fatto invertire l'onere della prova. Implica che gli Stati più piccoli, che difendono confini internazionalmente riconosciuti, debbano giustificare le proprie preoccupazioni, mentre le maggiori potenze regionali, che perseguono ambizioni egemoniche incendiarie e invocano apertamente "diritti storici", "diritti naturali" o "necessità strategiche" in merito all'accesso marittimo, vengono considerate semplicemente come entità che perseguono un pragmatismo economico. Dal punto di vista dell'Eritrea, la questione non è mai stata se l'Etiopia, in quanto Stato senza sbocco sul mare, possieda legittimi interessi di sviluppo nell'accesso commerciale marittimo. L'Eritrea non ha mai contestato tale principio. Il diritto internazionale riconosce già il diritto degli Stati senza sbocco sul mare all'accesso negoziato e alla libertà di transito. La questione è se tali ambizioni vengano formulate e perseguite in modo coerente con la Carta delle Nazioni Unite, l'uguaglianza sovrana e il divieto di minaccia o uso della forza. L'articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite vieta non solo l'uso della forza, ma anche la minaccia di forza contro l'integrità territoriale o l'indipendenza politica degli Stati. Il diritto internazionale non impone agli Stati di attendere un'invasione militare prima di prendere sul serio la retorica, i segnali strategici o il discorso politico che abbiano implicazioni coercitive. La vigilanza preventiva riguardo a segnali coercitivi credibili è pienamente compatibile con il diritto sovrano degli Stati di salvaguardare la propria integrità territoriale e indipendenza politica. In questo contesto, le preoccupazioni dell'Eritrea riguardo al discorso sempre più assertivo dell'Etiopia sull'accesso al Mar Rosso non sono né irrazionali né propagandistiche. Alti funzionari del Partito della Prosperità (PP), incluso il Primo Ministro Abiy Ahmed, hanno ripetutamente inquadrato l'accesso marittimo in termini esistenziali e revisionisti, invocando nozioni di "diritti storici", "diritto naturale" e inevitabilità strategica. Il discorso politico etiope sull'accesso al Mar Rosso si è talvolta spinto anche oltre, con figure di spicco che hanno apertamente dichiarato che l'Etiopia avrebbe ottenuto l'accesso marittimo "pacificamente, se possibile, e militarmente, se necessario". Questa retorica non è emersa isolatamente. È stata accompagnata da un clima più ampio di discorso irredentista sempre più normalizzato sulle piattaforme social e politiche etiopi, inclusa la circolazione di mappe alterate che raffigurano Assab e porzioni di territorio sovrano eritreo come parte dell'Etiopia. Organizzazioni indipendenti di fact-checking hanno documentato molteplici casi in cui le mappe sono state manipolate digitalmente per incorporare Assab nel territorio etiope, nel contesto dell'intensificarsi del dibattito pubblico sull'accesso al Mar Rosso. Altrettanto preoccupanti sono state le immagini e i video diffusi da eventi legati all'esercito e da account sui social media che mostravano figure militari etiopi esibire mappe che includevano porzioni dell'Eritrea meridionale nell'Etiopia durante cerimonie pubbliche associate alla mobilitazione delle forze speciali e a messaggi nazionalisti. Che fosse ufficialmente autorizzata o meno, l'ampia diffusione di tali immagini ha contribuito a creare un ambiente politico in cui le narrazioni territoriali revisioniste sono entrate sempre più nel discorso dominante. Nel loro insieme, questi sviluppi non possono essere ragionevolmente liquidati come innocuo simbolismo nazionalista. In una regione con una lunga storia di guerre tra stati, confini contesi e rivendicazioni territoriali irrisolte, tale retorica e tali immagini hanno implicazioni legali e di sicurezza che gli stati responsabili hanno il diritto di prendere seriamente in considerazione, in base al principio di precauzione sancito dall'articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite. Lo stesso Primo Ministro Abiy Ahmed ha pubblicamente definito l'accesso al Mar Rosso una questione esistenziale per l'Etiopia e ha suggerito che la questione non poteva rimanere irrisolta indefinitamente. I media internazionali e gli analisti regionali hanno ripetutamente avvertito che tale retorica, unita alla mobilitazione militare e all'agitazione nazionalista attorno ad Assab, rischiava di contribuire a una rinnovata instabilità regionale e ai timori di uno scontro tra stati. Il Memorandum d'intesa del 2024 tra Etiopia e Somaliland ha ulteriormente acuito le tensioni, soprattutto perché la Somalia ha formalmente respinto l'accordo, considerandolo una violazione della propria sovranità e integrità territoriale. Questi sviluppi sottolineano con precisione perché le questioni relative all'accesso marittimo nel Corno d'Africa non possano essere separate da considerazioni giuridiche e di sicurezza più ampie. Altrettanto problematico è il trattamento selettivo che l'articolo riserva al conflitto di confine tra Eritrea ed Etiopia del 1998-2000. I confini dell'Eritrea non erano confini indefiniti o ambigui. Furono stabiliti attraverso i trattati del 1900, 1902 e 1908 conclusi tra l'Italia imperiale e l'Etiopia imperiale. Questi trattati costituirono la base giuridica su cui la Commissione per la delimitazione dei confini tra Eritrea ed Etiopia (EEBC), istituita in base all'Accordo di Algeri, basò la sua decisione. In particolare, la decisione finale e vincolante dell'EEBC assegnò inequivocabilmente Badme, il principale punto critico e casus belli del conflitto del 1998-2000, all'Eritrea. Questo fatto è giuridicamente fondamentale. Dimostra che la controversia territoriale si è concentrata su aree che, in ultima analisi, l'organo arbitrale internazionale competente ha determinato rientrare nella sovranità eritrea. L'articolo travisa anche il ruolo della Commissione per i reclami Eritrea-Etiopia, lasciando intendere che essa abbia definitivamente risolto le origini più ampie della guerra. Come hanno osservato gli studiosi di diritto, comprese le analisi pubblicate sull'European Journal of International Law, la Commissione per i reclami non aveva il mandato specifico di determinare in modo esaustivo le origini del conflitto. Il meccanismo investigativo indipendente previsto dall'articolo 3 dell'Accordo di Algeri a tale scopo non è mai stato istituito. Pertanto, nessun processo internazionale autorevole ha mai esaminato a fondo gli antecedenti più ampi del conflitto, comprese le tensioni derivanti da contestazioni amministrative, scontri locali, attività delle milizie, controversie cartografiche e accuse di sconfinamenti in territorio sovrano eritreo durante gli anni '90, nonché l'attacco non provocato da parte delle truppe etiopi contro un'unità dell'esercito eritreo nella zona di Badme il 5 maggio 1998. Ciò che è stato definitivamente accertato, tuttavia, è stata la questione territoriale stessa. E su tale questione, l'#EEBC si è pronunciato a favore dell'#Eritrea. La crisi giuridica e politica determinante del periodo postbellico non è stata quindi il rifiuto del diritto internazionale da parte dell'Eritrea, bensì il rifiuto dell'Etiopia, per quasi due decenni, di attuare una sentenza arbitrale vincolante che aveva espressamente accettato essere "definitiva e vincolante". Questa rimane una delle contraddizioni più significative nei dibattiti sullo stato di diritto nel Corno d'Africa. In gioco non c'era solo una controversia bilaterale sui confini, ma l'integrità stessa dell'arbitrato internazionale. Se gli Stati possono ignorare le sentenze arbitrali vincolanti quando politicamente scomode, la credibilità dei meccanismi di risoluzione pacifica delle controversie previsti dal diritto internazionale viene fondamentalmente compromessa. L'articolo tratta in modo analogamente il regime di sanzioni del 2009 in modo Incompleto. Dal punto di vista dell'Eritrea, le sanzioni imposte ai sensi della Risoluzione 1907 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sono scaturite da un processo fortemente politicizzato, plasmato dalla manipolazione dell'IGAD e dell'Unione Africana da parte dell'Etiopia. Le accuse alla base delle sanzioni sono state fortemente contestate e non sono mai state accertate attraverso un processo giudiziario indipendente che rispettasse gli standard probatori accettati. Per molti eritrei, l'episodio delle sanzioni rimane un esempio preoccupante di strumentalizzazione delle istituzioni multilaterali a fini geopolitici. Infatti, molti osservatori africani hanno guardato al processo con profondo disagio, riconoscendo il dannoso precedente di uno Stato africano che mobilita misure punitive internazionali contro un altro a fronte di accuse contestate. La revoca finale delle sanzioni nel 2018 ha ulteriormente sottolineato la natura fondamentalmente politica del processo. L'articolo presenta inoltre il Programma di Servizio Nazionale eritreo in modo estremamente riduttivo. Mentre le narrazioni esterne spesso ritraggono il programma esclusivamente attraverso una lente militarizzata, il sistema di servizio nazionale eritreo include da tempo componenti civiche e di sviluppo sostanziali. I laureati del Servizio Nazionale contribuiscono a ministeri, scuole, università, ospedali, progetti infrastrutturali, amministrazioni locali e missioni diplomatiche all'estero. Ancora più importante, la durata obbligatoria di 18 mesi del Servizio Nazionale è stata prolungata in gran parte a causa del prolungato clima di "né guerra né pace" e delle continue minacce alla sicurezza derivanti dalle tensioni irrisolte con i successivi governi etiopi. Allo stesso tempo, l'Etiopia stessa, negli ultimi anni, ha subito un'ampia mobilitazione militare, importanti acquisizioni di armi e ripetuti conflitti armati interni in diverse regioni. Numerose organizzazioni internazionali, inchieste giornalistiche e persino istituzioni etiopi hanno documentato gravi abusi in regioni come Amhara e Oromia, tra cui esecuzioni extragiudiziali, attacchi con droni contro i civili, detenzioni arbitrarie, sfollamenti di massa e attacchi contro infrastrutture civili. Un'analisi equilibrata e credibile non può invocare selettivamente le preoccupazioni relative ai diritti umani solo laddove rafforzano le narrazioni geopolitiche preferite, minimizzando o contestualizzando la violenza su larga scala in altre aree. In termini più generali, la politica estera dell'Eritrea ha costantemente posto l'accento sull'uguaglianza sovrana, la non ingerenza, la titolarità regionale e la resistenza agli accordi egemonici nel Corno d'Africa. L'invocazione della sovranità da parte dell'Eritrea non è un "camuffamento"; riflette l'esperienza storica di uno Stato emerso da una delle più lunghe lotte di liberazione africane e che successivamente ha sopportato guerre, sanzioni, prolungata occupazione territoriale e continue pressioni esterne. L'integrazione regionale e la cooperazione economica nel Corno d'Africa sono entrambe necessarie e realizzabili. L'Eritrea non si è mai opposta a quadri negoziati per il commercio, la connettività o l'accesso marittimo basati sul mutuo consenso e sul diritto internazionale. Ciò che l'Eritrea rifiuta, giustamente, è la normalizzazione di una retorica che sottintende che le ambizioni strategiche o il peso demografico degli Stati più grandi diano loro diritto ad accordi eccezionali a scapito della sovranità e delle preoccupazioni per la sicurezza dei vicini più piccoli. In definitiva, la questione non è l'opposizione allo sviluppo dell'Etiopia. Si insiste affinché tutte le ambizioni regionali rimangano saldamente ancorate ai principi del diritto internazionale: uguaglianza sovrana, integrità territoriale, non ingerenza, pacta sunt servanda e il divieto di coercizione sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. Per quanto riguarda le future relazioni tra Eritrea ed Etiopia, o la "soluzione", come la definisce l'autore, la prudenza, il realismo e l'esperienza storica suggeriscono pazienza piuttosto che un ottimismo prematuro e irrealistico. Una pace autentica e relazioni stabili tra stati confinanti non possono essere create artificialmente con slogan diplomatici, pressioni esterne o vane illusioni intellettuali. Devono emergere organicamente, gradualmente e sulla base del rispetto reciproco, della coerenza, della reciprocità e della fiducia, costruite nel tempo. Una pace duratura non può essere affrettata, soprattutto dopo che la considerevole buona volontà e l'opportunità storica offerte nel 2018 sono state infine vanificate da una leadership etiope che non è riuscita a consolidare la riconciliazione a livello interno, regionale e istituzionale. Una pace duratura nel Corno d'Africa richiederà serietà, pazienza strategica e, soprattutto, un'Etiopia che sia prima di tutto in pace con se stessa. |
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Novembre 2025
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