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ERITREA ERITREA



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I detrattori dell'#Eritrea (እፍሊ ሓንጨመንጪ) sono impazziti completamente in questi giorni

10/8/2026

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Questa volta, l'evento che ha suscitato i loro capricci irrazionali è la nomina, e la successiva nomina, dell'Incaricato d'Affari dell'Eritrea a Presidente-Relatore del Forum Sociale dell'UNHRC 2026 da parte del Gruppo Africa.

Come si ricorderà, la nomina dell'Eritrea al comitato esecutivo dell'UNICEF e la sua recente elezione alla vicepresidenza dell'81a Assemblea generale delle Nazioni Unite avevano innescato un simile trambusto in questi gruppi inetti negli ultimi mesi.

Per due ragioni principali: i) qualsiasi ribalta/riconoscimento della voce dell'Eritrea sulla scena internazionale e l'apprezzamento dei suoi contributi alla diplomazia multilaterale creano un enorme buco nelle loro malvagie e implacabili campagne di demonizzazione; ii) alla fine avrà un impatto sugli ingenti compensi dei lobbisti.

Come dice il proverbio: "il cammello marcia mentre il cane abbaia!" - ፈኮስቲ ጃንዳ፡ ርእሲ ኹቦ !

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Nel Corno d'Africa, lo Tsimdo è garanzia dell'unità etiopica e regionale, non il contrario

8/8/2026

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di Filippo Bovo

Con gli Accordi di Pretoria del novembre 2022 il conflitto scoppiato due anni prima nel Tigray, tra governo etiopico e TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigray), non si chiuse mai davvero, ma piuttosto si congelò senza trovare una definitiva e concreta soluzione che ne curasse i fondamentali, le radici. In quei due anni di conflitto, i governi etiopico ed eritreo avevano trovato un importante punto di convergenza proprio nel giudicare il TPLF un serio ostacolo alla stabilità e all’integrazione regionale; in effetti, l’arrivo di Abiy Ahmed, nel 2018, aveva portato ad un sorprendente cambio di paradigma nella politica etiopica, con la pace con Asmara e il riconoscimento dei confini sanciti dalla commissione ONU UNMEE dopo la guerra che aveva opposto i due paesi tra il 1998 e il 2000.

Per inciso, era stata proprio la coalizione dell’allora EPRDF (Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiopico), predominata dal TPLF di Meles Zenawi, a scatenare quella guerra contro l’Eritrea, col supporto di USA ed UE; gli Accordi di Algeri del 2000 avevano poi visto Etiopia ed Eritrea cessare le ostilità, prima che la seconda le vincesse, infrangendo i desideri degli alleati di Addis Abeba. L’Etiopia di Meles Zenawi aveva allora firmato gli Accordi di Algeri; ma, sempre su sostegno di USA, UE e UA, non li aveva applicati, alimentando da allora una condizione di “né guerra né pace” trascinatasi sino al 2018. Nel frattempo, gravi proteste in Etiopia da parte delle comunità Amhara ed Oromo, scoppiate dal 2016, avevano iniziato a scuotere profondamente la compagine di governo, dandole il segnale di un necessario cambio di passo, che tuttavia nel lungo termine si sarebbe rivelato soltanto estetico.

HaileMariam Desalegn, che aveva sostituito l’ormai scomparso Zenawi, lasciò il posto ad Abiy Ahmed, primo premier Oromo, legato all’OPD (Partito Democratico degli Oromo, una delle forze presenti nella vecchia coalizione dell’EPRDF). Ciò segnò la progressiva, ma rapida, fuoriuscita del TPLF dalla coalizione, con l’EPRDF che trasformatosi 1° dicembre 2019 in un unico e nuovo contenitore, il PP (Partito della Prosperità). I semi per un conflitto tra governo etiopico e TPLF erano a quel punto stati gettati, ed infatti solo poche settimane dopo non tardarono a germogliare scuotendo il Tigray con sinistri lampi di guerra. 


Dinanzi all’esperienza del 2018, vissuta come fallimento politico, i vertici del TPLF d’allora avevano di fatto concluso che la via d’uscita si dovesse cercare in una rispolverata politica di separatismo del Tigray dal resto dell’Etiopia; e pensare che, dopo la Guerra d’Indipendenza combattuta dall’EPLF (Fronte Popolare di Liberazione dell’Eritrea) contro Addis Abeba, era stato proprio il suo leader Isaias Afewerki, poi divenuto Presidente dell’Eritrea ritornata libera, a consigliare a Meles Zenawi del TPLF di non farlo, e semmai ad impegnarsi a dar vita ad una coalizione di governo con le altre forze etiopiche così da preservare l’unità politica dell’Etiopia, ormai evacuata dallo sconfitto regime di Menghistu Haile Mariam.

Vedendo in una frammentazione etiopica conseguenze irreparabili per la stabilità del Corno d’Africa, dove tra l’altro proprio in quel 1991 la Somalia piombava nel caos della guerra civile, Isaias Afewerki e l’Eritrea si posero subito come i migliori amici e garanti dell’unità dell’Etiopia, in ciò ben più ligi e lungimiranti delle stesse forze interne etiopiche. Così, nel 2020 nel Tigray si tenne un referendum per sancire l’indipendenza, secondo quanto previsto dalla Costituzione Federale Etiopica, di matrice etnica e che prevedeva la possibilità di secessioni senza il consenso delle autorità centrali. Ma, soprattutto, vi fu un attacco contro i soldati etiopici di stanza nel Tigray, che, spogliati e disarmati, furono accolti in Eritrea, vestiti, riarmati e spediti ad Addis Abeba.

E’ inutile, qua, sottolineare che in quel momento i rapporti tra Etiopia ed Eritrea fossero ancora buoni, con interessanti e crescenti prospettive per una più ampia integrazione di tutta la regione del Corno d’Africa, a beneficio, oltre che loro, anche di Somalia, Gibuti e Sudan. L’Eritrea appoggiò Abiy Ahmed, prevenendone la caduta per opera del TPLF, proprio perché riteneva apocalittica una situazione geopolitica che vedesse l’Etiopia divisa, proprio quanto oggi può ritenerla, sempre per le medesime ragioni, una divisione del Sudan. Il conflitto del Tigray fu duro e non privo di sorprese, a causa della debolezza politica e militare dell’esercito federale etiopico (ENDF), a cui parzialmente ponevano rimedio gli Amhara del FANO e, dall’esterno, soprattutto l’EDF, l’esercito eritreo, tra i dieci più forti nel Continente Africano. 


Tuttavia, nel novembre 2022 quel conflitto terminò, trovando negli Accordi di Pretoria, mediati dall’UA e promossi da USA, IGAD e ONU, quella che avrebbe dovuto essere la sua via per un definitivo risanamento; ovvero, disarmo del TPLF, suo reintegro nella vita politica nazionale, e così via. E’ inutile dire che non vennero rispettati: un nuovo cambio di paradigma, infatti, colpì la politica di Addis Abeba, da quel momento riallineata a Washington come se i quattro anni precedenti non avessero avuto significato. Il governo di Abiy Ahmed iniziò a fare la stessa politica dei suoi predecessori dell’EPRDF, distruggendo tutti gli sforzi d’integrazione e riappacificazione sino ad allora perseguiti con Eritrea, Somalia e Sudan: non male, per un governo il cui premier nel 2018 aveva ricevuto il Nobel per la Pace per aver aperto alla pace con Asmara, una pace che al tempo pareva destinata a lunga vita, salvo poi dimostrarsi effimera.

L’Eritrea fu proprio tra le prime nazioni costiere a vedersi interessata da crescenti pressioni etiopiche, politiche e militari, fino a vere e proprie minacce, per ottenere uno sbocco sul Mar Rosso. Eritrea, Gibuti, Somalia, Kenya, risposero che non vi sarebbero stati problemi ad aprire ad accordi economici con l’Etiopia per consentirle un accesso ai loro porti, o con volumi maggiori, nel pieno rispetto della legalità internazionale; ma non certo vendendo o regalando propri territori, alla stregua di comuni mercanzie. Da quel momento la retorica bellicista del governo etiopico, influenzato da USA, Israele ed EAU, non fece che salire. Gli esempi si sprecano, ma quelle esplicite richieste di sbocchi sul Mar Rosso, “o con le buone o con le cattive”, pronunciate da Abiy Ahmed al Parlamento etiopico, restano intanto scolpite nel ricordo dei più.

Servono a coprire i crescenti problemi oggi in cui si dibatte l’Etiopia, tra inflazione ed indebitamento crescenti, con 80 su 120 milioni di abitanti in condizioni di estrema povertà e minacciati dalla fame, con organizzazioni politiche e militari come TPLF, FANO, OLF, ANURF ed altre che si ribellano al governo centrale prevalendo sull’ENDF, da cui molti effettivi con relativo armamento disertano per mettersi proprio con loro? Senz’altro, ma intanto la china assunta dall’Etiopia sotto Abiy Ahmed è oggi più che mai pericolosa. Non è più in ballo soltanto l’integrità politica e territoriale dell’Etiopia, ma dell’intero Corno d’Africa. 


Lo prova proprio il conflitto nel Tigray, riaccesosi proprio lo scorso 1° agosto. Stavolta, è il governo di Addis Abeba ad aggredire il TPLF e non il contrario. Dopo gli Accordi di Pretoria, il governo etiopico aveva infatti cercato di usare il TPLF come alleato contro l’Eritrea, per una guerra che gli permettesse una vittoriosa conquista del porto eritreo di Assab. Le crescenti minacce, l’assedio e il blocco delle forniture economiche ed alimentari al Tigray da parte del governo etiopico, hanno soltanto spinto il TPLF a rivedere la sua linea politica.

Al suo interno, Debretsion Gebremichael con la sua corrente (TPLF-D) è prevalso su Getachew Reda, esautorato ed espulso con la sua corrente (TPLF-G) ed oggi satellite, con una sua piccola formazione, proprio del PP di Abiy Ahmed. Il TPLF s’è così sempre più riavvicinato ad Asmara, e così pure hanno fatto FANO, OLF e ANURF, ecc, con una comune alleanza di solidarietà nota come Tsimdo o Ximdo, e nel frattempo estesasi anche alle comunità Beja del Sudan orientale. Anche questo è un epocale cambio di paradigma, visto col terrore da Abiy Ahmed e dai suoi alleati, che infatti descrivono lo Tsimdo come una minaccia alla sicurezza etiopica, ovvero al perseguito predominio regionale del suo governo.

Lo Tsimdo, tuttavia, non è un’alleanza contro l’Etiopia, ma tra le comunità di tre paesi che, seppellendo i contrasti del passato, decidono di unirsi per far fronte comune a comuni minacce e difficoltà. Promuove tra di loro il dialogo, la cooperazione e la prevenzione dei conflitti, contrastando inoltre il duro isolamento a cui altrimenti si ritroverebbe costretta la popolazione del Tigray. Tra Eritrea, Etiopia e Sudan, i popoli e i movimenti che si ritrovano nello Tsimdo abbracciano TPLF, FANO, OLA, ONLF, Uguugumo, Beja, popolazioni Tigre, Amhara, Oromo, Somale, Beja, Saho, Kunama, e via dicendo: un’impressionante iniziativa partita dal basso, che si spiega col bisogno di vita e di pace d’intere comunità stanche della guerra. 


Con gli attacchi nella zona di Sherarina, nel Tigray occidentale, al conflitto col Sudan, l’esercito etiopico ha quindi dimostrato di voler agire contro questa iniziativa comunitaria, andando subito incontro alle sue enormi difficoltà interne: l’ENDF, infatti, è uscito con le ossa rotta dal confronto con l’Army 70 del TPLF, nonostante avesse dalla sua artiglieria pesante, unità corazzate e droni d’attacco. Non è la prima volta che l’esercito etiopico, demotivato e diviso, si sfalda alla prova del fuoco, regalando il suo costoso arsenale ai presunti nemici.

Ma, oltre a violare la sovranità regionale del Tigray, che è suo Stato federato, il governo etiopico ha in quel modo violato pure quella del Sudan, dove nel frattempo le forze governative del SAF stanno sempre più prevalendo sui ribelli delle RSF. Le unità etiopiche hanno infatti sconfinato in Sudan, dove in parte sono precipitati i suoi colpi. Non è un mistero che, facendo da tramite per EAU ed Israele, Addis Abeba appoggi proprio le RSF contro il governo di Khartum, sostenuto intanto da paesi come Eritrea, Egitto, Arabia Saudita ed Iran. L’Etiopia, che ospita un campo d’addestramento delle RSF nella regione del Benishangul-Gumuz, al confine col Sudan, si trova così ad arretrare insieme ai suoi partner emiratino ed israeliano.

Nel frattempo, dal momento che appoggia il governo sudanese, il TPLF viene ancor più visto da Addis Abeba come suo nemico, e questa è senz’altro una delle ragioni della rinnovata aggressione al Tigray. Il confine etiopico-sudanese è ormai divenuto un unico conflitto, come provato ad esempio anche dall’area contesa di Al-Fashaga; proprio come un unico conflitto è ormai divenuta la catena di conflitti interni all’Etiopia, coi vari movimenti etno-politici in lotta contro il governo di Addis Abeba. 


E’ la fine del sogno di Abiy Ahmed, presentato come sua panacea politica, delle “due acque”: da una parte avvicinarsi, grazie alle RSF, allo stato sudanese del Nilo Azzurro, addirittura impadronendosene; e così pure di uno sbocco sul Mar Rosso, puntando su Assab. Eritrea, Egitto e Somalia compongono un’alleanza ormai sempre più salda, come evidenziato dal recente vertice del Cairo; mentre anche l’ultimo sogno di Abiy Ahmed e dei suoi partner, quello di spezzare lo Tsimdo, non sembra oggi godere di una buona salute. Il Corno d'Africa e la Valle del Nilo, e i loro popoli, sono stanchi della guerra, e vogliono solo la pace; e quell'unità che, in un clima di costruttiva e rispettosa cooperazione, è proprio la prima garanzia per una sua stabile affermazione.

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Eritrea e il mandato che si rifiuta di morire

7/7/2026

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Di Ternafi

Il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha rinnovato ieri il mandato di relatore speciale dell'Eritrea: con 23 sì, 17 astensioni e 6 no.

Per il quattordicesimo anno consecutivo.

L'Eritrea definisce questo con il suo vero nome: selettivo, politicizzato e ostile alla vera cooperazione.

Pochi giorni prima, il ministro degli Esteri Osman Saleh aveva dichiarato ai diplomatici ad Asmara che il dibattito era definitivamente chiuso.

Basta con le finte.

Un Paese che affronta le minacce del Mar Rosso, le pressioni di confine e le sfide dello sviluppo viene congelato nel tempo da Ginevra, mentre la regione cambia.

Cooperazione e progressi riconosciuti, poi ignorati.

Questa non è responsabilità.

È inerzia istituzionale.

I sei Paesi che hanno votato No si sono distinti: Burundi, Egitto, Cina, Cuba, India, Pakistan.

L'astensione di molti Stati africani è stata la vera delusione: silenzio quando uno dei loro si trova ad affrontare un doppio standard.

Il messaggio dell'Eritrea è chiaro: giudicateci secondo le stesse regole universali applicate a tutti gli altri.

Bisogna fermare il meccanismo specifico per ogni Paese che danneggia gli investimenti e trasforma lo sviluppo in un'accusa permanente.

Sovranità e autosufficienza non sono crimini.

Il mandato che si rifiuta di morire ha appena dimostrato perché l'Eritrea ha smesso di parteciparvi.


credit Ghideon Musa Aron
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Il partito Potemkin sembra essere in preda alla disperazione più totale. Deve essere davvero al suo punto più basso, al limite della sopportazione, per così dire!

29/6/2026

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Come altro si può spiegare la monotona diatriba di 35 minuti, piena di menzogne ​​e accuse infondate contro l'Eritrea, diffusa ieri dall'imprevedibile Getachew Reda (nominalmente Consigliere del Primo Ministro) e trasmessa dall'Ethiopian Broadcasting Corporation (EBC) e da altri media nazionali?

Se si considera l'instabile Getachew Reda un analista politico credibile e un punto di riferimento, allora si deve dare credito anche alle numerose osservazioni insolenti e oltraggiose che ha rilasciato su varie emittenti televisive del Tigray, così come sul suo account X, riguardo al Primo Ministro etiope Abiy Ahmed durante la guerra nella regione del Tigray.

In effetti, alcune delle sue affermazioni grottescamente denigratorie su Abiy Ahmed e l'esercito etiope includono:
- "Abiy Ahmed è un nano politico. Se l'Etiopia fosse un paese normale, sarebbe stato rinchiuso da tempo in un istituto psichiatrico o in un centro di cura spirituale per malati di mente";

- "Abiy Ahmed è così delirante da credere e vantarsi apertamente che sua madre gli abbia detto, quando aveva sette anni, di averlo visto in sogno incoronato re";

- "Abiy Ahmed è l'emblema e l'esempio di quegli uomini insignificanti che arrivano al potere per qualche caso fortuito della storia e che successivamente creano enormi catastrofi";

- "Abiy Ahmed non è in grado di guidare una nazione senza ricorrere a infiniti inganni";

- "Lui (Abiy Ahmed) non ha letteralmente alcuna istruzione... ma non potete chiedergli come faccia ad affermare di avere un dottorato, perché non vi concede il tempo per un confronto ragionevole";

- "Abiy Ahmed è l'esempio perfetto di tradimento nazionale. Pertanto, non ha alcuna autorità morale per parlare di sovranità";

"Abiy Ahmed è un'erbaccia velenosa che è cresciuta in questa nazione";

"Il generale Birhanu Jula e altri non guidano un esercito capace. Hanno perso quel poco di conoscenza militare che avevano e prendono passivamente ordini da questo leader folle. Questo esercito anti-popolo, che sta attuando ciecamente il programma di guerra di Abiy Ahmed, sta causando un'enorme strage tra la popolazione civile e i giovani"...ecc...

Il senza guida Getachew Reda è effettivamente incline a rilasciare dichiarazioni capricciose e contraddittorie su quasi ogni questione, a seconda dei suoi stati d'animo instabili e delle sue mutevoli affiliazioni politiche. Recentemente, stringendo un'alleanza opportunistica con il governo federale e il suo primo ministro, che ha riversato su di lui insulti senza sosta, ha iniziato a rinnegare senza vergogna le convinzioni politiche che aveva sostenuto per decenni.

In una recente intervista, ha ironizzato (riferendosi ai suoi vecchi compagni): "Molti sostengono che il Tigray dovrebbe essere una nazione indipendente. Anch'io rifletto su questo concetto quando sono un po' alticcio!".
I suoi collaboratori più stretti confidano che Getachew è alticcio o ubriaco dal tardo pomeriggio fino alle prime ore del mattino quasi ogni giorno... Questo gli è valso il soprannome di "Vodakchew".
Parlando seriamente, come si può dare peso agli eccessi e alle dichiarazioni irresponsabili di questo vagabondo politico?
In definitiva, non ha senso rispondere a tutto il veleno che ha riversato contro l'Eritrea nella sua intervista di ieri.

Ci concentreremo quindi su una fallacia: la sua assurda affermazione secondo cui "l'Eritrea è stata creata, da forze cospiratrici, come Stato indipendente allo scopo di indebolire e distruggere l'Etiopia".

Questa affermazione spuria e revisionista è, ovviamente, completamente falsa e diffusa deliberatamente per giustificare e promuovere il malvagio programma interno del partito Potemkin, volto all'agitazione e alla mobilitazione per la guerra.

La storia, al contrario, attesta questi fatti indelebili:

1. All'Eritrea fu negato il suo inalienabile diritto alla decolonizzazione alla fine degli anni '40 e fu "federata" con l'Etiopia solo perché gli Stati Uniti e altre potenze diedero la precedenza ai propri presunti interessi geopolitici.

2. La comunità internazionale rimase in silenzio, ancora una volta per analoghi calcoli politici, quando il governo etiope abrogò unilateralmente il "Federal Act" e annesse l'Eritrea nel novembre del 1962.

3. Il popolo e la nazione eritrea dovettero sopportare il pesante fardello della liberazione nazionale per trent'anni e pagare enormi e ineguagliabili sacrifici. Durante tutto questo periodo, praticamente il mondo intero dimostrò un'inaccettabile apatia, non riconoscendo e non offrendo sostegno morale e materiale alla legittima guerra di liberazione nazionale dell'Eritrea. Nel frattempo, l'Etiopia, governata dall'Imperatore e dalla giunta militare che lo rovesciò, continuò a ricevere un massiccio sostegno militare, economico e politico da diversi paesi: Stati Uniti, URSS, paesi europei, Israele, diversi paesi arabi e asiatici, Cuba, ecc.

4. Lo stesso schema si ripeté in vari momenti critici del periodo post-indipendenza dell'Eritrea. L'incapacità di intraprendere azioni significative contro il regime etiope quando questo rinunciò ai suoi obblighi derivanti dai trattati – elaborati essenzialmente con la mediazione di Stati Uniti, UE, ONU e OUA – e respinse la sentenza arbitrale dell'EEBC che autorizza l'occupazione di territori sovrani eritrei per quasi due decenni è una lampante dimostrazione della tendenza delle grandi potenze, e della comunità internazionale in generale, a sacrificare la legalità e la giustizia sull'altare di interessi ristretti.

5. In tutti questi decenni, compresi questi tempi critici in cui l'attuale regime sta alimentando le fiamme della guerra con la sua sconsiderata agenda di "accesso sovrano al mare", le "cure intensive" riservate all'Etiopia non sono diminuite in alcun modo. Il piano di salvataggio finanziario da 3 miliardi di dollari del FMI attualmente in corso; l'ingente assistenza dell'UE, compreso il recente sostegno al bilancio; il sostegno bilaterale individuale all'Etiopia da parte di paesi europei, asiatici, mediorientali, ecc., confermano questo fatto.

6. Anzi, secondo alcune stime, l'Etiopia ha beneficiato complessivamente di 114 miliardi di dollari statunitensi negli ultimi trent'anni da aiuti multilaterali e bilaterali. Questo modello di aiuti ingenti e in continua crescita non può essere in alcun modo frainteso come "una cospirazione ben orchestrata per indebolire e distruggere l'Etiopia".

In breve, e come già accennato, l'"analisi" di Getachew Reda difficilmente può essere presa sul serio su qualsiasi argomento. Il fatto che il partito Potemkin si abbassi a tal punto da utilizzare la sua delirante analisi per la "mobilitazione popolare" non fa che accentuare la sua totale disperazione.

Yemane G. Meskel
Ministro dell'Informazione 

credit Ghideon Musa Aron
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La Giornata dei Martiri, anima e cuore dell’identità eritrea

19/6/2026

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Il 20 Giugno, il popolo eritreo è riunito in un ricordo di doloroso rispetto per i suoi Martiri, compatrioti che diedero la vita per la Libertà dell'Eritrea. La Giornata dei Martiri, onorata in Patria e all'estero, presso la Diaspora, è veramente il cuore e l'anima di un'identità nazionale forgiata nella lotta e nella memoria

Di Filippo Bovo
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19 Giugno 2026

Maelti Siwuat, Giornata dei Martiri. E’ quel che l’Eritrea e il suo popolo, in Patria e all’estero, commemora il 20 Giugno: una data solenne, consacrata al ricordo e all’onore di chi ha dato la sua vita per la Libertà di tutti, dei suoi contemporanei come delle generazioni future. Che ci si trovi per le vie di Asmara o sulle alture di Nakfa, a Massaua o ad Assab, o magari nelle grandi metropoli della Diaspora, come Bologna, Roma e Milano, l’anima degli Eritrei in questa data è una sola. I Martiri, combattendo per la Libertà del Paese e perdendo la propria vita, hanno immolato sé stessi ad un ideale imperituro. La sera le candele, con le loro piccole luci nel buio, rendono onore al loro sacrificio: la Madrepatria e la Diaspora si ritrovato più unite che mai da una comune, rispettosa e grata memoria.

Mai come in questi giorni, probabilmente, bisognerebbe disertare le fonti nostrane allorché trattino dell’Eritrea e di questa sua Giornata di commemorazione: ne conosciamo l’atteggiamento, e non è all’insegna del rispetto per ciò che quel Paese ha vissuto e sacrificato per rendersi libero. Eppure il dolore e la memoria, misti a gratitudine eterna, sono sentimenti che andrebbero sempre rispettati.

Si calcola che almeno 65mila Tegadelti, come venivano chiamati i combattimenti eritrei, abbiano dato la vita per la Liberazione del Paese. E’ stata una lunga Guerra di Liberazione, durata dal 1961 al 1991, dove davvero la terra eritrea ne ha visti di tutti i colori. Dapprima le violenze delle truppe del Negus, Haile Selassie, tutt’altro che uno stinco di santo come certa storiografia spicciola vorrebbe invece ricordarlo; e poi quelle del DERG, guidato dal dittatore Menghistu Haile Mariam, sulle cui responsabilità analogamente l’Occidente, a partire dalla nostra Europa, pare alimentare un complice silenzio. L’Eritrea, infatti, dopo la Seconda Guerra Mondiale era stata sotto un governo d’occupazione britannico, per finir poi fagocitata dall’Impero Etiopico: ne abbiamo già lungamente parlato in passato, non occorre rifarlo adesso.

Le forti preteste ben presto sorte dopo quell’inclusione, decisa senza tener conto delle ragioni del popolo eritreo e del diritto internazionali, erano state severamente represse dal governo negussita sin dalla fine degli Anni ’50. Non erano mancati i morti, tanto da poter dire che i primi Martiri datino proprio a quei giorni, semplici civili scesi in strada a manifestare le loro ragioni. Nel 1961, col primo attacco ad una postazione di polizia etiopica da parte dell’Eroe Nazionale, Hamid Idris Awate, fondatore del FLE (Fronte di Liberazione Eritreo), la Guerra di Liberazione era a quel punto nata. Circa un decennio più tardi, al FLE subentrò, prevalendo, il FPLE (Fronte Popolare di Liberazione Eritreo), ancor più efficace ed assertivo nella lotta contro un nemico che, pur con tutti gli appoggi ricevuti (soprattutto da USA ed Inghilterra sotto il Negus, e da URSS e campo socialista sotto il DERG), non riusciva mai ad ottenere un risolutivo successo.

65mila Martiri, abbiamo detto; ma con loro dovremmo ricordare anche tutti quei civili caduti per le bombe a grappolo, il napalm, i rastrellamenti e gli attacchi ai villaggi a fini terroristici, o ancora le carestie indotte. Soprattutto il DERG non aveva lesinato nei crimini di guerra. E, insieme a tutti questi combattenti e civili non più con noi, dovremmo ricordare anche i 19mila che persero poi la vita nella breve ma sanguinosa guerra che nuovamente l’Etiopia aveva mosso all’Eritrea tra il 1998 e il 2000. Martiri anche loro.

La Memoria dei Martiri è il pilastro del patriottismo eritreo: diedero infatti la vita, per la causa della Liberazione del loro Paese, uomini e donne, cristiani e musulmani, provenienti da tutte le nove etnie che compongono il popolo eritreo. Oltre all’uguaglianza nel sacrificio, spicca poi il ruolo assolutamente insostituibile avuto dalle donne, che rappresentavano oltre il 30% dei combattenti. Il loro sacrificio ha scardinato antichi pregiudizi, dimostrando sul campo e sull’altare della Libertà chi siano davvero le donne: chi le aveva definite “l’altra metà del cielo”, aveva detto ancora troppo poco. E poi la cultura dell’autosufficienza e della resilienza: abbandonati dalla comunità internazionale, che preferiva girarsi dall’altra parte, gli eritrei, “popolo in armi”, dovettero già allora imparare a cavarsela da soli per sostenere la guerra contro un nemico che invece riceveva infiniti aiuti. 
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I Martiri, decidendo di non arrendersi dinanzi allo sforzo di grandi imperi globali come USA e URSS, e dei loro rispettivi alleati, hanno dimostrato che la determinazione di un popolo unito è più forte di qualunque superpotenza militare. Una lezione di cui anche tanti altri popoli oggi in lotta hanno fatto tesoro.

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​COMUNICATO STAMPA: Si è svolta a Roma la terza edizione di Connact Piano Mattei

13/6/2026

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​COMUNICATO STAMPA
Roma, 10 giugno 2026 — Si è svolta a Roma la terza edizione di Connact Piano Mattei, dedicata ai progressi del Piano Mattei e del Global Gateway, organizzata dalla Fondazione Articolo 49 in collaborazione con S.E. Fessahazion Pietros Menghistu, Ambasciatore dello Stato di Eritrea e Decano degli Ambasciatori Africani, e ospitata dall’Ambasciata del Regno del Marocco, con il coinvolgimento del Parlamento Europeo e il patrocinio del MIMIT.
L’evento ha riunito rappresentanti istituzionali, ambasciatori, imprese e associazioni di categoria, con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione tra Africa, Italia ed Europa.
Nel suo intervento, S.E. Fesshazion Pietros Menghistu ha evidenziato il valore del Piano Mattei quale piattaforma di dialogo fondata su un partenariato equo, inclusivo e non predatorio, sottolineando l’importanza del coinvolgimento congiunto del settore pubblico e privato e richiamando la visione dell’Unione Africana per lo sviluppo del continente entro il 2066.
Sono inoltre intervenuti S.E. Youssef Balla, Ambasciatore del Marocco, il Consigliere Lorenzo Ortona, Coordinatore vicario della Struttura di missione di Palazzo Chigi per il Piano Mattei, e il Ministro Plenipotenziario Massimo Riccardo, Inviato speciale del Ministro degli Affari Esteri per il Piano Mattei, i quali hanno sottolineato i risultati positivi del recente vertice presso l’Unione Africana e i progressi compiuti nei primi due anni di attuazione del Piano.
Particolare attenzione è stata dedicata ai settori strategici — energia, infrastrutture, risorse idriche e agricoltura sostenibile — nonché al rafforzamento degli investimenti, della formazione (anche attraverso borse di studio) e della cooperazione tra imprese, evidenziando il passaggio del Piano alla fase operativa, oggi estesa a 18 Paesi focus.
La partecipazione di 47 aziende e associazioni ha confermato la volontà condivisa di consolidare un partenariato paritario e sostenibile, capace di generare benefici concreti per Africa, Italia ed Europa.
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"Asmara non è solo la capitale, è un orgoglio dell'UNESCO"

30/5/2026

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un'intervista con il signor Mohamed El Faranawy dell'UNESCO
Di: Sabrina Solomon

Il signor Mohamed El Faranawy, vicedirettore generale ad interim dell'UNESCO per l'Africa prioritaria, è attualmente in visita di lavoro in Eritrea. Nell'ambito del suo viaggio, l'alto funzionario che sovrintende al progetto di punta dell'UNESCO "Storia generale dell'Africa" ​​e promuove iniziative di programmazione per i giovani in tutto il continente, ha incontrato alti funzionari eritrei e ha visitato Asmara, sito patrimonio mondiale dell'UNESCO, e altri luoghi di interesse culturale. Al termine della sua visita, il signor Mohamed El Faranawy ha rilasciato un'intervista a Rafael Giuseppe di Eri TV e Sabrina Solomon di Eritrea Profile. Seguono alcuni estratti dell'intervista.

- Signor Mohamed El Faranawy, ha incontrato diversi funzionari governativi. Come valuta finora i suoi incontri e la sua visita in Eritrea e quali obiettivi specifici spera di raggiungere per rafforzare la cooperazione nella tutela del patrimonio? e sviluppo sostenibile?

Grazie mille. È un piacere essere qui. Questa è la mia prima visita in Eritrea, spero non l'ultima. Noi dell'UNESCO vediamo un grande potenziale in Eritrea. Porto i saluti del Direttore Generale dell'UNESCO, che è molto interessato a dare priorità all'impegno non solo in Africa (che è una delle due aree prioritarie dell'UNESCO), ma è anche desideroso di capire come sviluppare la relazione con l'Eritrea e come sostenere l'Eritrea nel patrimonio culturale, nonché in una serie di altri aspetti che rientrano negli obiettivi dell'UNESCO. Gli incontri hanno anche dimostrato che l'UNESCO è tornata a impegnarsi con l'Eritrea e non vediamo l'ora di consolidare questa collaborazione. Non vediamo l'ora anche di ricostruire e rafforzare la relazione nei mesi e negli anni a venire.

- Asmara è stata iscritta come sito Patrimonio dell'Umanità UNESCO nel 2017. Come valuta il suo attuale stato di conservazione e quale supporto può offrire l'UNESCO per l'iscrizione di altri siti e del patrimonio immateriale in Eritrea?

Asmara non è solo la capitale di Eritrea. È anche un vanto dell'UNESCO in termini di patrimonio culturale. È una città con un grande potenziale, che mostra in tutto il continente e nel mondo cosa sia una città moderna e come possa essere conservata e protetta. Speriamo che, dopo nove anni dalla sua iscrizione, potremo collaborare più strettamente con i funzionari locali, e ho ricevuto indicazioni specifiche dalla dirigenza dell'UNESCO su come possiamo supportare Asmara e presentarla come fiera capitale dell'Eritrea e sito patrimonio dell'UNESCO. Stiamo cercando – abbiamo discusso e continueremo a discutere con i funzionari eritrei – le loro priorità, ciò che vorrebbero iscrivere sia in termini di patrimonio culturale materiale che immateriale. Sappiamo che ci sono alcuni siti che l'Eritrea vorrebbe privilegiare. L'Eritrea ha Asmara da offrire, ma ha anche tutta una serie di altre attività, siti e luoghi che mostrano il patrimonio, la storia e la cultura dell'Eritrea e del suo popolo.

- Ha lavorato a diversi progetti per l'Africa, incluso il progetto panafricano di storia generale dell'Africa. Come potrebbe la singolare condizione storica dell'Eritrea essere meglio integrata in questa narrazione?

La Storia Generale dell'Africa è una serie di volumi ben ponderati e ben scritti da africani sull'Africa. L'Eritrea è parte integrante di questo continente. Ciò si riflette nei volumi della Storia Generale dell'Africa nel corso degli anni. Vorremmo collaborare con le autorità eritree e intendiamo discutere con loro la possibilità di tradurre i volumi della Storia Generale dell'Africa e il materiale didattico nel sistema scolastico eritreo. Abbiamo numerosi esempi in tutto il continente per presentare la storia dei popoli del continente a studenti, giovani e alla popolazione, e per aiutarli a conoscere meglio la loro cultura e ad essere orgogliosi del loro patrimonio e della loro storia.

- L'Eritrea ha recentemente ratificato la Convenzione del 2003 sul patrimonio immateriale. Guardando al futuro, quali aree (istruzione, scienza o cultura) offrono le maggiori prospettive per una più profonda collaborazione tra UNESCO ed Eritrea?

Riteniamo che l'Eritrea e l'UNESCO possano collaborare in tutto l'ambito del mandato dell'UNESCO. Esso spazia, Come avete accennato, dall'istruzione alla cultura, alla scienza e alla tecnologia. Vediamo un grande potenziale di collaborazione sull'istruzione femminile, sulla digitalizzazione e sulla tutela del patrimonio. E crediamo che questo Paese abbia un grande potenziale di collaborazione nel contesto delle convenzioni esistenti che l'Eritrea ha firmato, così come al di fuori di tale contesto. Siamo qui, e la mia presenza, insieme al direttore regionale, è qui per presentarvi su cosa possiamo lavorare, e abbiamo già concordato una tempistica di impegno nel contesto del mandato dell'UNESCO su alcuni aspetti dell'istruzione superiore. Avremo anche incontri con il Ministro dell'Istruzione; abbiamo avuto incontri con diversi dirigenti, dal Ministero degli Affari Esteri al Ministero dell'Informazione e della Cultura, e crediamo che ciascuna di queste entità chiave del governo eritreo abbia un grande potenziale per collaborare strettamente con la nostra istituzione. E l'UNESCO è pronta a mettere in campo tutte le sue capacità.

- Durante la sua visita ad alcuni siti di Asmara, cosa l'ha colpita di più?

Purtroppo, a causa di vincoli di tempo, mi sono limitato ad Asmara. Ma so, e sono consapevole, che l'Eritrea ha molto di più da offrire. Ciò che ho visto ad Asmara rispecchiava profondamente la gelosia che i miei colleghi provavano quando ho detto loro che sarei venuto in Eritrea. Non erano solo curiosi, ma volevano anche saperne di più e volevano impegnarsi nelle diverse competenze dell'UNESCO, sia nel campo del patrimonio culturale che in quello dell'istruzione. E posso dire che ciò che mi ha colpito di più è stato il popolo eritreo: la sua cordialità, la sua accoglienza, il suo calore, e quanto questo Paese abbia da offrire in termini di patrimonio materiale e immateriale e in termini di turismo, con tutto ciò che ha da offrire, insieme alla sua gente meravigliosa e al suo clima. Siete un popolo molto fortunato; Avete un grande potenziale e, grazie alla saggezza della leadership e al supporto dell'UNESCO e di altre organizzazioni che desiderano sostenere questo Paese, crediamo che ciò che avete da offrire possa davvero essere motivo di orgoglio non solo per gli eritrei, ma anche per la comunità internazionale.

- C'è qualcosa che vorrebbe aggiungere o un messaggio che desidera trasmettere ai nostri lettori?

Finché saremo benvenuti in Eritrea, saremo lieti di collaborare, di offrire il nostro supporto e di metterlo a disposizione di diverse altre entità a beneficio del popolo eritreo, perché l'UNESCO è l'UNESCO per il popolo e siamo orgogliosi di sostenere e aiutare la popolazione di questo Paese.

Grazie, signor Mohamed

credit Ghideon Musa Aron
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Festa dell'Indipendenza Eritrea a Roma

24/5/2026

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L’Indipendenza Eritrea, una storia di sacrificio e di comunità

23/5/2026

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Il 24 maggio di 35 anni fa l'Eritrea diveniva indipendente, conquistandosi da sola quella libertà che le era stata lungamente preclusa. Un cammino vittorioso, di un popolo in armi, ma anche doloroso e tortuoso, e che qui vogliamo ricordare.
Di Filippo Bovo
23 Maggio 2026

“Un popolo che non conosce la propria storia e la propria cultura è come un albero senza radici”, recita un proverbio eritreo: e di storia e cultura, l’Eritrea e il suo popolo, ne hanno davvero parecchia. Ma non corrono il rischio di dimenticarla o di non conoscerla, perché le radici su cui poggiano sono ben salde.
Proprio in questi giorni cade infatti l’Anniversario dell’Indipendenza Eritrea (24 maggio 1991): un lungo cammino, doloroso e tortuoso, durato ben più di quei trent’anni che molti, sbrigativamente, sono soliti pensare. Fin dal 1941, venuto meno il colonialismo italiano, l’Eritrea si era ritrovata in balia di nuovi poteri che mercanteggiavano sopra la sua testa, alla ricerca di equilibri e compromessi internazionali che potessero soddisfare ogni vincitore, grande e piccolo, della Seconda Guerra Mondiale. In principio gli inglesi, con un duro dominio protrattosi sino al 1952; poi gli etiopici, per un decennio nella forma all’apparenza blanda di una federazione tra Stato Eritreo e Impero Etiopico (1952-1962), quindi con un’annessione brutale che pose fine ad ogni messinscena per chiarire come davvero stavano le cose: l’Eritrea era né più né meno che una preda, un premio dato ad Addis Abeba grazie ai buoni uffici del Negus Haile Selassie con l’Inghilterra e gli Stati Uniti. I suoi diritti non erano contemplati. Gli eritrei? Sudditi che dovevano obbedire come tutti gli altri a un Sovrano che per loro continuava a restare un predone straniero.
I vari movimenti politici eritrei, come partiti e sindacati, anime di una società moderna e dinamica, vennero presto eliminati dal Negus, intollerante a ogni voce di dissenso; sorte analoga fu riservata anche ai giornali in tigrinya e in arabo, mentre nel 1958 le proteste sorte ad Asmara contro il progressivo svuotamento delle istituzioni locali videro numerose vittime, colpite dalla repressione della polizia imperiale. Il culmine si vide nel 1962, quando la federazione fondata un decennio prima venne ufficialmente abolita dopo costanti pressioni, intimidazioni e corruzioni del governo centrale sul parlamento locale: da quel momento l’Eritrea, persa ogni residua veste statale, si trasformò nella quattordicesima provincia dell’Impero Etiopico. Poteva essere la fine di tutto, la fine della storia; e invece fu l’inizio di una nuova stagione, quella della lotta fino alla rivincita, fino alla vittoria finale. Perché la storia di ogni movimento rivoluzionario, e quello eritreo primo tra tutti lo fu, è proprio quella di un intero popolo in armi, alla testa di una rivoluzione infine vittoriosa.
Nel 1961, preso atto che la lotta democratica aveva fallito dinanzi alle repressioni militari di giornali, movimenti, sindacati e comuni cittadini, Hamid Idris Awate intraprese la via della lotta armata. Con un passato di combattente tra gli Ascari, Awate non era nuovo alle armi e sapeva come usarle. Alla guida del FLE (Fronte di Liberazione Eritreo), compì il primo attacco a una stazione di polizia presso il Monte Adal, nell’area del Gash-Barka, segnando l’inizio del duro trentennio della Guerra di Liberazione (1961-1991). Il suo movimento, fondato al Cairo, nell’Egitto nasseriano, portava con sé profonde influenze dell’arabismo e di un socialismo tradizionalista, preponderanti a quei tempi in alcuni paesi della Lega Araba come, primi tra tutti, proprio l’Egitto e la Siria, allora uniti nella RAU (Repubblica Araba Unita). Non era perciò sufficiente a rappresentare tutte le anime della ricca e poliedrica società eritrea: quel suo approccio tradizionalista, alla fine, lo condusse a una crisi politica e militare che, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, pose le basi per un’altra nuova stagione ancora. Tutti i popoli protagonisti di una rivoluzione sperimentano sempre, una dopo l’altra, nuove formule di lotta: perché è così, infatti, che una rivoluzione trionfa; e il caso eritreo è qui per ricordarcelo.
Furono soprattutto i più giovani a inaugurare la nuova stagione del FPLE (Fronte Popolare di Liberazione Eritreo), inizialmente come corrente interna al FLE, in seguito come nuova entità in grado di rimpiazzarlo ponendosi alla testa della Guerra di Liberazione. Ben più rivoluzionario e pragmatico nell’analisi della realtà bellica e sociale del territorio, il FPLE ottenne subito risultati decisivi: non si trattava soltanto di vincere contro l’occupante, liberando l’Eritrea, ma anche di costruire una nuova società, libera da certi vecchi condizionamenti coloniali e socio-culturali. L’uguaglianza di genere per civili e combattenti, che arrivarono a essere composti per oltre il 30% da donne, l’organizzazione collettiva delle masse contadine, l’istruzione e la sanità gratuite per tutti, il rifiuto delle divisioni settarie e religiose, tutto connotava il FPLE come un movimento capace di andar ben oltre certi vecchi compromessi. Nelle zone liberate, i Tegadelti (i combattenti eritrei) costruirono ospedali sotterranei, scuole, fabbriche artigianali ed officine meccaniche per riparare i mezzi sottratti al nemico: contrariamente a quest’ultimo, che riceveva aiuti da più parti, il popolo eritreo in lotta doveva cavarsela soprattutto da solo, ad esempio col bottino delle sue sempre più frequenti vittorie sul campo. C’erano poi anche tipografie che stampavano giornali e materiale didattico, stazioni radio, persino una rudimentale industria farmaceutica. Tutto questo rappresentava un embrione di Stato dentro la guerra, una dimostrazione concreta che la visione di un’Eritrea indipendente non era affatto un sogno astratto ma un progetto praticabile.
In principio, ad aiutare Addis Abeba, furono soprattutto Inghilterra e Stati Uniti; ma, una volta caduto il Negus, sostituito da una giunta militare ad indirizzo filo-sovietico come il DERG, a rifornirla di cospicui aiuti provvidero soprattutto l’URSS insieme ad altri paesi europei del blocco socialista. La lotta si fece molto più dura, perché il nuovo regime era determinato a vincere dove il precedente aveva fallito: l’epoca del Terrore Rosso inaugurata da Menghistu Haile Mariam, a capo del DERG, si qualificò in Eritrea con saccheggi e violenze dei militari sulla popolazione che da una parte delegittimarono ulteriormente il ruolo del governo etiopico e dall’altra, per reazione, tributarono al FPLE un ancor più deciso supporto popolare. Malgrado i tanti armamenti sovietici e i rinforzi di consiglieri speciali sovietici e cubani, il regime del DERG non riuscì mai a piegare la resistenza. Anche quando i Tegadelti dovettero retrocedere, come si vide soprattutto nel 1978, il loro ripiegamento fu temporaneo: dopodiché, tornarono ad avanzare riguadagnandosi quelle posizioni con gli interessi. Il tutto mentre il regime etiopico continuava a sanguinare, non risparmiandosi neppure l’uso del napalm e delle bombe a grappolo pur di prevalere, vanamente, su un avversario “inspiegabilmente” vittorioso.
La battaglia di Afabet nel 1988, l’Operazione Fenkil del 1990 con cui venne liberata Massawa, ed infine l’entrata ad Asmara, il 24 maggio 1991, furono gli ultimi chiodi sulla bara del DERG. Il regime, che si spacciava per progressista mentre in realtà realizzava le più reazionarie ambizioni della vecchia monarchia negussita, non aveva ormai altro da lasciare in eredità che una dolorosa memoria di sangue. Tre giorni prima dell’entrata dei Tegadelti ad Asmara, il 21 maggio 1991, Menghistu fuggì da Addis Abeba, portandosi via i fondi del Tesoro nazionale. I vecchi alleati se ne erano già andati da tempo: Fidel Castro, che aveva mandato rinforzi a Menghistu negli Anni Settanta, non appena si era reso conto della reale natura del regime non aveva tardato a ritirare i suoi combattenti; e pure Muammar Gheddafi, venuto a sapere che Addis Abeba aveva addirittura chiesto l’aiuto di Israele, aveva subito revocato il suo sostegno.
Il 1991 segnò la liberazione de facto, consacrata poi legalmente dal referendum del 1993, in cui il popolo eritreo scelse all’unanimità l’Indipendenza. Sembrava l’inizio di un’era di pace perenne, ma la storia avrebbe presto preteso nuovi, durissimi sacrifici da questa giovane nazione. Nel 1998, infatti, le mai sopite mire egemoniche e i contenziosi confinari mai risolti da parte della nuova dirigenza etiopica (guidata dal TPLF) trascinarono l’Eritrea in una nuova, sanguinosa guerra di confine (1998-2000). Nonostante l’accordo di Algeri del 2000 e la successiva decisione della commissione UNMEE sui confini, che riconosceva la sovranità eritrea sulle aree contese come Badme, Addis Abeba rifiutò di applicare le sentenze internazionali. Si aprì così una logorante stagione di “né guerra né pace” durata quasi vent’anni. Un periodo in cui l’Eritrea si è trovata a subire non solo un’illegale pressione sul proprio territorio nazionale, ma anche un pesante isolamento diplomatico e un duro regime di sanzioni internazionali (attuato nel 2009 e rincarato nel 2011), promosso dai partner occidentali dell’Etiopia per fiaccarne la resistenza. Eppure, l’isolamento coatto si è trasformato per Asmara nell’opportunità di riscoprire ed applicare sul piano civile quella stessa filosofia che l’aveva guidata durante la rivoluzione: l’autonomia strategica e la resilienza comunitaria.
Senza dipendere dagli aiuti internazionali e dai prestiti capestro delle grandi istituzioni finanziarie globali, il popolo eritreo si è rimboccato le maniche. In questi decenni di sanzioni, il Paese ha avviato un imponente programma di sviluppo endogeno focalizzato sulla sicurezza alimentare e sulla sovranità ambientale. Sono stati costruiti centinaia di bacini idrici e dighe artificiali come la grande ed ormai storica diga di Gerset per sottrarre l’agricoltura al ricatto dell’aridità e garantire l’approvvigionamento idrico. Parallelamente, le estese campagne nazionali di riforestazione e terrazzamento, che hanno visto il coinvolgimento attivo dei giovani e delle comunità locali, hanno arginato la desertificazione e restituito fertilità a territori storicamente aridi. L’Eritrea ha così dimostrato che la dignità di una nazione si costruisce sul campo, mattone dopo mattone, al riparo dalle logiche del neocolonialismo assistenzialista.
Questo lungo inverno geopolitico ha trovato la sua svolta storica nel luglio del 2018, quando lo storico accordo di pace firmato ad Asmara tra il Presidente eritreo Isaias Afwerki e il nuovo primo ministro etiopico Abiy Ahmed ha posto ufficialmente fine al ventennale stato di ostilità, portando anche alla revoca delle sanzioni ONU del 2009 e 2011. Almeno transitoriamente, giacché, come purtroppo sappiamo, dopo il conflitto nel Tigray (2020-2022) e gli Accordi di Pretoria tra governo etiopico e TPLF, la cui applicazione è rimasta lettera morta, la rotta di Addis Abeba è tornata a farsi a mano a mano sempre più ostile e minacciosa per l’Eritrea e gli altri Stati della regione (e persino per le stesse comunità etiopiche come, primi tra tutti, i Tigrini del Tigray, oltre agli Amhara, agli Afar, gli stessi Oromo che il loro governo prevalentemente dovrebbe rappresentare, ecc). Grosse le responsabilità, su quelle rinnovate ostilità, dell’amministrazione Biden, e non solo; ma già in altre occasioni ne abbiamo parlato.
Tuttavia, oggi l’Eritrea si riaffaccia sullo scacchiere internazionale non più come una fortezza assediata, ma come un attore geopolitico imprescindibile per la stabilità del Corno d’Africa. Ne sono testimonianza le recenti e significative evoluzioni diplomatiche, a partire dalla ripresa delle relazioni formali e del dialogo strategico con gli Stati Uniti, segnale di un mutato riconoscimento del ruolo di Asmara nella regione, con la revoca anche delle sanzioni che nuovamente, nel 2021, erano state indette dall’amministrazione Biden. Ma è soprattutto nel vicinato che l’Eritrea sta esprimendo la sua nuova postura di garante della sicurezza. L’assistenza strategica e il fermo supporto politico e logistico garantito a paesi come la Somalia e il Sudan, impegnati nella difesa della propria sovranità contro le spinte centrifughe, il terrorismo e le ingerenze esterne, dimostrano come Asmara consideri la l’unità politica dei propri vicini e la tutela dei loro legittimi governi l’unico vero baluardo contro il caos.
A distanza di decenni dai primi colpi di fucile sparati da Hamid Idris Awate sulle montagne del Gash-Barka, l’Eritrea continua a camminare a testa alta. Le sfide sono cambiate, dalle trincee della liberazione a quelle dello sviluppo e della diplomazia, ma lo spirito resta immutato: perché la libertà non è mai un dono altrui, ma il frutto quotidiano del proprio sacrificio e della propria incrollabile unità.

​Auguri, Eritrea!

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Eritrea, 35 anni di indipendenza memoria e tensioni sul Mar Rosso

18/5/2026

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Dalla liberazione di Asmara nel 1991 alle attuali pretese territoriali etiopiche: perché la storia eritrea continua a influenzare il Corno d’Africa

​di Marilena Dolce


Il 24 maggio 1991, con la liberazione di Asmara, l’Eritrea conquista l’indipendenza dopo trent’anni di combattimenti.

Una storia che non appartiene soltanto al passato. Dopo 35 anni l’Eritrea deve combattere in difesa della sua integrità territoriale e per la sua indipendenza, contro le mire espansionistiche dell’Etiopia.

Nel 1941 l’Italia perde la colonia eritrea, amministrata dagli inglesi dopo la battaglia di Keren. Il 5 maggio dello stesso anno l’imperatore Hailè Selassiè rientra ad Addis Abeba e l’Etiopia chiede l’unione con l’Eritrea, in nome della “fratellanza” ma soprattutto per ottenere uno sbocco sul mare grazie ai porti di Massawa e Assab.
Una storia non ancora conclusa, anzi ripresa recentemente dal premier etiopico Abiy Ahmed, con alle spalle gli Emirati Arabi Uniti, suscitando forti tensioni nella regione. Nello stesso tempo tuttavia l’America ha chiarito la propria posizione: “abbiamo ripetutamente comunicato all’Etiopia che ci opponiamo a qualsiasi tentativo di acquisire l’accesso al mare con la forza”, afferma la nota del governo americano.

Dunque, mentre cresce l’instabilità in Medio Oriente e aumenta l’importanza strategica dello stretto di Bab el Mandeb, la costa eritrea torna a occupare una posizione centrale negli equilibri regionali.

Riprendiamo la storia.

Nel 1949 Alcide De Gasperi dichiara all’Assemblea delle Nazioni Unite che l’Italia riconoscerà l’indipendenza eritrea. La questione si rivela però molto più complessa. Nel 1950 gli Stati Uniti sono impegnati nella guerra di Corea e Hailè Selassiè invia soldati etiopici a sostegno di Washington. La gratitudine americana prenderà forma nella risoluzione Onu 390 A(V), con la quale l’Eritrea viene federata all’Etiopia, secondo i desideri imperiali.

Durante la sua prima visita ufficiale in Eritrea, attraversando il fiume Mareb, Hailè Selassiè dichiara che “sono soltanto sessant’anni che viene usata la parola Eritrea”, sostenendo che quel territorio era sempre stato parte dell’impero etiopico.

Un’affermazione contestabile, che indica chiaramente la linea politica del Negus. In pochi anni la federazione si trasforma infatti in annessione, culminata nel 1962 con l’abolizione dell’autonomia eritrea.

In quegli stessi anni nasce a Port Sudan un primo movimento per la liberazione eritrea. Poco dopo, al Cairo, nel 1961 si forma il Fle, Fronte di Liberazione Eritreo. Figura simbolica della lotta è Idris Awate che il primo settembre 1961, armato di vecchi fucili italiani e insieme a un piccolo gruppo di uomini, attacca un posto di polizia nel Barka, dando inizio alla lotta armata per l’indipendenza.

Il Fle nasce nelle aree musulmane e può contare sull’appoggio politico ed economico di alcuni paesi arabi. Negli anni successivi, tuttavia, accanto al Fle si rafforza un altro Fronte destinato a diventare progressivamente dominante: il Fple, Fronte Popolare di Liberazione dell’Eritrea.

Nel frattempo, nel 1974, cade Hailè Selassiè e il potere passa al Derg di Menghistu Hailèmariam. Gli Stati Uniti continuano a sostenere Addis Abeba come alleato strategico in Africa, mentre i guerriglieri eritrei consolidano la propria organizzazione militare nelle campagne e nelle città.

Negli anni Settanta il Fple è ormai strutturato in battaglioni ben organizzati e controlla vaste aree del Sahel, mentre l’Etiopia mantiene il controllo di città strategiche come Asmara e Keren. Nel 1976 la separazione tra Fle e Fple diventa definitiva e alla guida del Fple emerge Isaias Afwerki, futuro presidente dell’Eritrea.

Il Fple è un vero movimento di liberazione, non soltanto un movimento armato. Fin dall’inizio si distingue per capacità organizzativa e ideali, conquistando l’appoggio degli eritrei, nelle zone ancora occupate ma anche fra le numerose comunità della diaspora.

Nelle aree liberate il Fple costruisce scuole, cliniche, ospedali e organizza forme di assistenza sanitaria anche nelle regioni più isolate. Vengono formati centinaia di “medici scalzi” e strutture per accogliere orfani, rifugiati e figli dei combattenti.

Prima ancora della liberazione, il Fple agisce di fatto come un governo nelle zone sotto il proprio controllo. Centrale è il concetto di autosufficienza, insieme all’idea di uno Stato fondato sulla convivenza tra gruppi etnici e religiosi diversi.

Nel programma del Fronte si afferma che alle diverse etnie devono essere garantiti “uguali diritti e responsabilità nel rispetto delle diverse lingue, culture e tradizioni”. Altro principio fondamentale è la separazione tra Stato e religione, destinata in seguito a provocare tensioni anche con la Chiesa cattolica, molto presente nel settore educativo durante l’epoca coloniale e negli anni successivi.

Nel 1977 il Fple conquista Nakfa, destinata a diventare il simbolo della resistenza eritrea. “Oggi Nakfa, domani Asmara”, è lo slogan che accompagna la vittoria. Negli anni successivi i guerriglieri avanzano ulteriormente, mentre l’Etiopia continua a ricevere importanti aiuti militari internazionali.

Nel 1988 arriva la conquista di Afabet, definita dal giornalista Basil Davidson “una delle più grandi vittorie conseguite da un movimento di liberazione”.

Tre anni dopo, il 24 maggio 1991, viene liberata Asmara. Con il referendum del 1993 l’Eritrea conquista ufficialmente l’indipendenza.

Da allora sono passati 35 anni. Per gli eritrei, in patria e nella diaspora, il 24 maggio non è soltanto una ricorrenza nazionale.

È il ricordo di una guerra lunghissima combattuta per l’esistenza stessa del Paese.
​
Per questo maggio continua a essere, ancora oggi, il mese della festa e della memoria.
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