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Un alibi per Assab? Le accuse di Abiy Ahmed e i timori degli analisti

10/10/2025

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Mentre Abiy Ahmed accusa l’Eritrea di complotto, l’opposizione denuncia i tamburi di guerra e gli analisti temono che Assab diventi il pretesto per un nuovo conflitto​

di Marilena Dolce


Un alibi per Assab? Le accuse di Abiy Ahmed e i timori degli analisti Il porto di Assab, in Eritrea, è tornato al centro del dibattito politico etiope. Per il premier Abiy Ahmed, la perdita di quello sbocco sarebbe un errore storico da correggere. Ma dietro tale retorica si nasconde una profonda crisi interna, un rischio di escalation militare e la complessa eredità coloniale nella regione.

Le dichiarazioni di Abiy e l’ombra della guerra Il mese scorso, durante un’intervista televisiva presso il sito della Grande Diga del Rinascimento (GERD), il premier Abiy Ahmed ha definito la perdita di Assab “un errore del passato che è tempo di correggere”. Molti osservatori hanno letto queste parole come una vera e propria dichiarazione di guerra. Già nel 2023 il Premier aveva definito il Mar Rosso “confine naturale dell’Etiopia”, una “questione esistenziale”. Ora, secondo fonti interne, tale questione esistenziale li avrebbe spinti a posizionare truppe e armamenti pesanti nella zona a ridosso di Assab, alimentando i timori di un imminente attacco contro l’Eritrea.

Lettera all’Onu e risposta dell’opposizione La tensione si è tradotta anche in atti diplomatici formali. Il 2 ottobre il ministro degli Esteri etiopico ha inviato una lettera al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, accusando l’Eritrea di voler rovesciare il governo di Addis Abeba in combutta con il Tplf, (Tigray People’s Liberation Front). Secondo diversi analisti la mossa, che segue una precedente missiva, sarebbe il tentativo di costruirsi un alibi proprio in vista dell’eventuale offensiva militare ad Assab.

Asmara ha risposto alla lettera definendola una “farsa” e ripetendo di non cercare nessuna guerra.
Anche l’opposizione etiopica non è rimasta in silenzio. Jawar Mohammed, figura di spicco oromo, considerato un potenziale successore di Abiy, ha risposto su X accusando il governo di essere il principale tamburo di guerra. Ammettiamo pure, si legge sul suo profilo social, che l’accusa sia vera, ma cosa hanno fatto Abiy e il suo regime negli ultimi due anni? Non hanno forse continuato a vantarsi, giorno dopo giorno, della loro intenzione di schiacciare il Tplf, rovesciare Isaias e prendere il controllo di Assab?

Finora la questione dell’accesso al mare era rimasta sul piano ufficioso, lasciando spazio a interpretazioni giornalistiche. Ora le parole e le lettere ufficiali sembrano colmare il vuoto, seminando vento e rischiando di raccogliere tempesta.

La visione di Abiy Ahmed: “sinergia” e mare Durante la presentazione del suo libro Medemer, “sinergia” in amarico, Abiy Ahmed ha dichiarato che l’Etiopia non “può rimanere un prigioniero geografico”. Medemer riassume la sua visione politica: unire le forze per la crescita nazionale. In questa cornice, l’autosufficienza energetica garantita dalla Grande Diga e l’accesso al mare sono i pilastri strategici.

L’espressione “prigione geografica”, pur senza citare esplicitamente Assab, inquieta i vicini. Gibuti, Somalia ed Eritrea leggono tra le righe un messaggio poco rassicurante. A complicare il quadro l’accordo firmato nel giugno 2025 tra Addis Abeba e Abu Dhabi per la costruzione di una ferrovia tra Etiopia e Somaliland, parte di un progetto più ampio di espansione degli Emirati nel Corno d’Africa.

Etiopia: crisi interna e malcontento crescente Mentre il governo guarda al mare, i veri problemi dell’Etiopia restano però sulla terraferma. I conflitti iniziati con la guerra nel Tigray si sono estesi nella regione Amhara, nonostante gli accordi di Pretoria del 2022. Il generale Teshome Gemechu ha definito la conquista di Assab un “obiettivo nazionale”. Ma la realtà interna racconta altro. Secondo un rapporto del Consiglio Militare diffuso da Ethio Forum, 74.000 soldati sono disertori, a fronte di 60.000 nuovi arruolati. Sul piano sociale, inoltre, la situazione è drammatica. Dal 2018, il 73% della popolazione si è impoverita, con un 18% sull’orlo della povertà estrema. Oltre 21 milioni di etiopici necessitano di assistenza umanitaria. 4,7 milioni sono sfollati interni e circa 9 milioni di bambini non frequentano la scuola.

La risposta dei Paesi vicini I Paesi vicini hanno reagito in modo fermo e compatto. Gibuti ha ribadito la possibilità di consentire all’Etiopia l’utilizzo commerciale, ma non militare, dei propri porti. La Somalia ha riaffermato la piena sovranità sulle proprie coste. Per il momento sembra essere rimasto senza seguito anche l’accordo provvisorio tra Addis Abeba e Somaliland, che prevedeva la cessione di un porto in cambio del riconoscimento formale.

L’Eritrea, attraverso il suo Ministero dell’Informazione, ha definito la richiesta di “accesso sovrano al mare” una distorsione della storia e un tentativo di scavalcare il diritto internazionale che tutela l’immutabilità dei confini coloniali ereditati.
Il ministro degli Esteri Osman Saleh, intervenendo all’80ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha dichiarato che l’Eritrea è uno Stato costiero sovrano e che i suoi porti non sono aperti all’uso militare o navale straniero. Guterres ha espresso apprezzamento per l’impegno eritreo per la stabilità regionale e ha riaffermato il sostegno ONU al principio di integrità territoriale e sovranità nazionale.

Dunque, mentre il governo di Addis Abeba alza i toni e i paesi vicini si compattano, anche la comunità internazionale prende posizione. Massad Boulos, senior advisor del presidente Donald Trump, ha parlato “dell’importanza di rispettare le frontiere internazionali”, mentre Washington ha deciso di prorogare lo stato di emergenza in Etiopia. Abiy Ahmed, inoltre, non ha ricevuto nessun appoggio dagli Stati Uniti per la sua politica considerata pericolosa per il Corno d’Africa. Anche il Parlamento inglese ha discusso  sulle crescenti tensioni, invitando Addis Abeba ad avviare un dialogo con Asmara per evitare “errori di calcolo” che potrebbero destabilizzare l’intera regione. Per quanto riguarda l’Italia, per il momento, non c’è un comunicato ufficiale sulla questione Mar Rosso”.

La cornice storica Storicamente è proprio con l’acquisto della baia di Assab da parte di Giuseppe Sapeto, per conto della Compagnia di Navigazione Rubattino, che inizia la presenza italiana nel Mar Rosso. Nessun sovrano abissino partecipò alla trattativa con l’Italia, né esistono documenti che attestino un controllo abissino della zona in quel periodo. Dopo la sconfitta di Adua (1896), l’Italia rivide il Trattato di Uccialli firmato con Menelik, rinunciando alle pretese territoriali in Etiopia, ma mantenendo il controllo dell’Eritrea, dal Mareb ad Assab compresa. Ancora oggi, l’Eritrea, come molte nazioni africane, poggia la propria sovranità territoriale sui confini stabiliti dai trattati coloniali, del 1900, 1902 e 1908.

Nel 1991 l’Eritrea diventa indipendente di fatto e, poco dopo, con il referendum del 1993, anche di diritto, con confini riconosciuti da tutti gli Stati, Etiopia compresa. Confini che non saranno contestati neppure nel 2018, con l’Accordo di Pace firmato ad Asmara e a Gedda.

Le argomentazioni etiopiche che si appellano al periodo 1951–1991, con l’Eritrea prima federata, poi annessa, non reggono alla prova del diritto internazionale. Secondo il principio giuridico dell’uti possidetis la sovranità dei confini ereditati dalle colonie non può essere messa in discussione.

Tra diritto e geopolitica L’unico utilizzo lecito da parte dell’Etiopia per ottenere l’accesso è quello stabilito dal diritto del mare, che riconosce agli Stati senza sbocco l’accesso ai porti esteri previo accordo bilaterale. Si tratta dunque di un diritto di transito, non di proprietà e l’Eritrea non ha mai negato all’Etiopia tale possibilità. Quanto all’argomento economico, l’Etiopia ha registrato tra il 1998 e il 2018 una crescita a due cifre, pur senza possedere un porto. Addis Abeba dista da Gibuti meno che da Assab, mantenendo costi di transito relativamente bassi rispetto ad altri Paesi senza sbocco.

Come ha ricordato l’ambasciatrice eritrea alle Nazioni Unite, Sophia Tesfamarian,“essere senza sbocchi sul mare dovrebbe essere considerata una sfida logistica, non un’ingiustizia storica”. Una sfida che può essere affrontata con accordi commerciali e diplomatici, non con rivendicazioni pericolose, vere e proprie bombe a orologeria nel fragile equilibrio del Corno d’Africa.
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