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Nel Corno d'Africa, lo Tsimdo è garanzia dell'unità etiopica e regionale, non il contrario

8/8/2026

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di Filippo Bovo

Con gli Accordi di Pretoria del novembre 2022 il conflitto scoppiato due anni prima nel Tigray, tra governo etiopico e TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigray), non si chiuse mai davvero, ma piuttosto si congelò senza trovare una definitiva e concreta soluzione che ne curasse i fondamentali, le radici. In quei due anni di conflitto, i governi etiopico ed eritreo avevano trovato un importante punto di convergenza proprio nel giudicare il TPLF un serio ostacolo alla stabilità e all’integrazione regionale; in effetti, l’arrivo di Abiy Ahmed, nel 2018, aveva portato ad un sorprendente cambio di paradigma nella politica etiopica, con la pace con Asmara e il riconoscimento dei confini sanciti dalla commissione ONU UNMEE dopo la guerra che aveva opposto i due paesi tra il 1998 e il 2000.

Per inciso, era stata proprio la coalizione dell’allora EPRDF (Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiopico), predominata dal TPLF di Meles Zenawi, a scatenare quella guerra contro l’Eritrea, col supporto di USA ed UE; gli Accordi di Algeri del 2000 avevano poi visto Etiopia ed Eritrea cessare le ostilità, prima che la seconda le vincesse, infrangendo i desideri degli alleati di Addis Abeba. L’Etiopia di Meles Zenawi aveva allora firmato gli Accordi di Algeri; ma, sempre su sostegno di USA, UE e UA, non li aveva applicati, alimentando da allora una condizione di “né guerra né pace” trascinatasi sino al 2018. Nel frattempo, gravi proteste in Etiopia da parte delle comunità Amhara ed Oromo, scoppiate dal 2016, avevano iniziato a scuotere profondamente la compagine di governo, dandole il segnale di un necessario cambio di passo, che tuttavia nel lungo termine si sarebbe rivelato soltanto estetico.

HaileMariam Desalegn, che aveva sostituito l’ormai scomparso Zenawi, lasciò il posto ad Abiy Ahmed, primo premier Oromo, legato all’OPD (Partito Democratico degli Oromo, una delle forze presenti nella vecchia coalizione dell’EPRDF). Ciò segnò la progressiva, ma rapida, fuoriuscita del TPLF dalla coalizione, con l’EPRDF che trasformatosi 1° dicembre 2019 in un unico e nuovo contenitore, il PP (Partito della Prosperità). I semi per un conflitto tra governo etiopico e TPLF erano a quel punto stati gettati, ed infatti solo poche settimane dopo non tardarono a germogliare scuotendo il Tigray con sinistri lampi di guerra. 


Dinanzi all’esperienza del 2018, vissuta come fallimento politico, i vertici del TPLF d’allora avevano di fatto concluso che la via d’uscita si dovesse cercare in una rispolverata politica di separatismo del Tigray dal resto dell’Etiopia; e pensare che, dopo la Guerra d’Indipendenza combattuta dall’EPLF (Fronte Popolare di Liberazione dell’Eritrea) contro Addis Abeba, era stato proprio il suo leader Isaias Afewerki, poi divenuto Presidente dell’Eritrea ritornata libera, a consigliare a Meles Zenawi del TPLF di non farlo, e semmai ad impegnarsi a dar vita ad una coalizione di governo con le altre forze etiopiche così da preservare l’unità politica dell’Etiopia, ormai evacuata dallo sconfitto regime di Menghistu Haile Mariam.

Vedendo in una frammentazione etiopica conseguenze irreparabili per la stabilità del Corno d’Africa, dove tra l’altro proprio in quel 1991 la Somalia piombava nel caos della guerra civile, Isaias Afewerki e l’Eritrea si posero subito come i migliori amici e garanti dell’unità dell’Etiopia, in ciò ben più ligi e lungimiranti delle stesse forze interne etiopiche. Così, nel 2020 nel Tigray si tenne un referendum per sancire l’indipendenza, secondo quanto previsto dalla Costituzione Federale Etiopica, di matrice etnica e che prevedeva la possibilità di secessioni senza il consenso delle autorità centrali. Ma, soprattutto, vi fu un attacco contro i soldati etiopici di stanza nel Tigray, che, spogliati e disarmati, furono accolti in Eritrea, vestiti, riarmati e spediti ad Addis Abeba.

E’ inutile, qua, sottolineare che in quel momento i rapporti tra Etiopia ed Eritrea fossero ancora buoni, con interessanti e crescenti prospettive per una più ampia integrazione di tutta la regione del Corno d’Africa, a beneficio, oltre che loro, anche di Somalia, Gibuti e Sudan. L’Eritrea appoggiò Abiy Ahmed, prevenendone la caduta per opera del TPLF, proprio perché riteneva apocalittica una situazione geopolitica che vedesse l’Etiopia divisa, proprio quanto oggi può ritenerla, sempre per le medesime ragioni, una divisione del Sudan. Il conflitto del Tigray fu duro e non privo di sorprese, a causa della debolezza politica e militare dell’esercito federale etiopico (ENDF), a cui parzialmente ponevano rimedio gli Amhara del FANO e, dall’esterno, soprattutto l’EDF, l’esercito eritreo, tra i dieci più forti nel Continente Africano. 


Tuttavia, nel novembre 2022 quel conflitto terminò, trovando negli Accordi di Pretoria, mediati dall’UA e promossi da USA, IGAD e ONU, quella che avrebbe dovuto essere la sua via per un definitivo risanamento; ovvero, disarmo del TPLF, suo reintegro nella vita politica nazionale, e così via. E’ inutile dire che non vennero rispettati: un nuovo cambio di paradigma, infatti, colpì la politica di Addis Abeba, da quel momento riallineata a Washington come se i quattro anni precedenti non avessero avuto significato. Il governo di Abiy Ahmed iniziò a fare la stessa politica dei suoi predecessori dell’EPRDF, distruggendo tutti gli sforzi d’integrazione e riappacificazione sino ad allora perseguiti con Eritrea, Somalia e Sudan: non male, per un governo il cui premier nel 2018 aveva ricevuto il Nobel per la Pace per aver aperto alla pace con Asmara, una pace che al tempo pareva destinata a lunga vita, salvo poi dimostrarsi effimera.

L’Eritrea fu proprio tra le prime nazioni costiere a vedersi interessata da crescenti pressioni etiopiche, politiche e militari, fino a vere e proprie minacce, per ottenere uno sbocco sul Mar Rosso. Eritrea, Gibuti, Somalia, Kenya, risposero che non vi sarebbero stati problemi ad aprire ad accordi economici con l’Etiopia per consentirle un accesso ai loro porti, o con volumi maggiori, nel pieno rispetto della legalità internazionale; ma non certo vendendo o regalando propri territori, alla stregua di comuni mercanzie. Da quel momento la retorica bellicista del governo etiopico, influenzato da USA, Israele ed EAU, non fece che salire. Gli esempi si sprecano, ma quelle esplicite richieste di sbocchi sul Mar Rosso, “o con le buone o con le cattive”, pronunciate da Abiy Ahmed al Parlamento etiopico, restano intanto scolpite nel ricordo dei più.

Servono a coprire i crescenti problemi oggi in cui si dibatte l’Etiopia, tra inflazione ed indebitamento crescenti, con 80 su 120 milioni di abitanti in condizioni di estrema povertà e minacciati dalla fame, con organizzazioni politiche e militari come TPLF, FANO, OLF, ANURF ed altre che si ribellano al governo centrale prevalendo sull’ENDF, da cui molti effettivi con relativo armamento disertano per mettersi proprio con loro? Senz’altro, ma intanto la china assunta dall’Etiopia sotto Abiy Ahmed è oggi più che mai pericolosa. Non è più in ballo soltanto l’integrità politica e territoriale dell’Etiopia, ma dell’intero Corno d’Africa. 


Lo prova proprio il conflitto nel Tigray, riaccesosi proprio lo scorso 1° agosto. Stavolta, è il governo di Addis Abeba ad aggredire il TPLF e non il contrario. Dopo gli Accordi di Pretoria, il governo etiopico aveva infatti cercato di usare il TPLF come alleato contro l’Eritrea, per una guerra che gli permettesse una vittoriosa conquista del porto eritreo di Assab. Le crescenti minacce, l’assedio e il blocco delle forniture economiche ed alimentari al Tigray da parte del governo etiopico, hanno soltanto spinto il TPLF a rivedere la sua linea politica.

Al suo interno, Debretsion Gebremichael con la sua corrente (TPLF-D) è prevalso su Getachew Reda, esautorato ed espulso con la sua corrente (TPLF-G) ed oggi satellite, con una sua piccola formazione, proprio del PP di Abiy Ahmed. Il TPLF s’è così sempre più riavvicinato ad Asmara, e così pure hanno fatto FANO, OLF e ANURF, ecc, con una comune alleanza di solidarietà nota come Tsimdo o Ximdo, e nel frattempo estesasi anche alle comunità Beja del Sudan orientale. Anche questo è un epocale cambio di paradigma, visto col terrore da Abiy Ahmed e dai suoi alleati, che infatti descrivono lo Tsimdo come una minaccia alla sicurezza etiopica, ovvero al perseguito predominio regionale del suo governo.

Lo Tsimdo, tuttavia, non è un’alleanza contro l’Etiopia, ma tra le comunità di tre paesi che, seppellendo i contrasti del passato, decidono di unirsi per far fronte comune a comuni minacce e difficoltà. Promuove tra di loro il dialogo, la cooperazione e la prevenzione dei conflitti, contrastando inoltre il duro isolamento a cui altrimenti si ritroverebbe costretta la popolazione del Tigray. Tra Eritrea, Etiopia e Sudan, i popoli e i movimenti che si ritrovano nello Tsimdo abbracciano TPLF, FANO, OLA, ONLF, Uguugumo, Beja, popolazioni Tigre, Amhara, Oromo, Somale, Beja, Saho, Kunama, e via dicendo: un’impressionante iniziativa partita dal basso, che si spiega col bisogno di vita e di pace d’intere comunità stanche della guerra. 


Con gli attacchi nella zona di Sherarina, nel Tigray occidentale, al conflitto col Sudan, l’esercito etiopico ha quindi dimostrato di voler agire contro questa iniziativa comunitaria, andando subito incontro alle sue enormi difficoltà interne: l’ENDF, infatti, è uscito con le ossa rotta dal confronto con l’Army 70 del TPLF, nonostante avesse dalla sua artiglieria pesante, unità corazzate e droni d’attacco. Non è la prima volta che l’esercito etiopico, demotivato e diviso, si sfalda alla prova del fuoco, regalando il suo costoso arsenale ai presunti nemici.

Ma, oltre a violare la sovranità regionale del Tigray, che è suo Stato federato, il governo etiopico ha in quel modo violato pure quella del Sudan, dove nel frattempo le forze governative del SAF stanno sempre più prevalendo sui ribelli delle RSF. Le unità etiopiche hanno infatti sconfinato in Sudan, dove in parte sono precipitati i suoi colpi. Non è un mistero che, facendo da tramite per EAU ed Israele, Addis Abeba appoggi proprio le RSF contro il governo di Khartum, sostenuto intanto da paesi come Eritrea, Egitto, Arabia Saudita ed Iran. L’Etiopia, che ospita un campo d’addestramento delle RSF nella regione del Benishangul-Gumuz, al confine col Sudan, si trova così ad arretrare insieme ai suoi partner emiratino ed israeliano.

Nel frattempo, dal momento che appoggia il governo sudanese, il TPLF viene ancor più visto da Addis Abeba come suo nemico, e questa è senz’altro una delle ragioni della rinnovata aggressione al Tigray. Il confine etiopico-sudanese è ormai divenuto un unico conflitto, come provato ad esempio anche dall’area contesa di Al-Fashaga; proprio come un unico conflitto è ormai divenuta la catena di conflitti interni all’Etiopia, coi vari movimenti etno-politici in lotta contro il governo di Addis Abeba. 


E’ la fine del sogno di Abiy Ahmed, presentato come sua panacea politica, delle “due acque”: da una parte avvicinarsi, grazie alle RSF, allo stato sudanese del Nilo Azzurro, addirittura impadronendosene; e così pure di uno sbocco sul Mar Rosso, puntando su Assab. Eritrea, Egitto e Somalia compongono un’alleanza ormai sempre più salda, come evidenziato dal recente vertice del Cairo; mentre anche l’ultimo sogno di Abiy Ahmed e dei suoi partner, quello di spezzare lo Tsimdo, non sembra oggi godere di una buona salute. Il Corno d'Africa e la Valle del Nilo, e i loro popoli, sono stanchi della guerra, e vogliono solo la pace; e quell'unità che, in un clima di costruttiva e rispettosa cooperazione, è proprio la prima garanzia per una sua stabile affermazione.

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