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ERITREA ERITREA



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L'Occidente prova a scongiurare un "nuovo Hormuz"

5/5/2026

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di Francesca Ronchin 

In arabo significa “porta delle lacrime” perché è lungo solo 33 chilometri, due in meno di quello di Hormuz. Incuneato tra penisola arabica e corno d’Africa, lo stretto di Bab el Mandeb è il secondo passaggio che l’Iran minaccia di bloccare. E mentre le trattative con gli Stati Uniti procedono a singhiozzo, il piccolo stato dell’Eritrea, 1250 chilometri di costa africana sul Mar Rosso davanti allo Yemen, in una posizione da sempre strategica e ambita, si trova al centro dei calcoli di UE e Washington. Lo dimostrano gli ultimi colloqui di alti funzionari su entrambe le sponde dell’oceano atlantico con le autorità dell’ex colonia italiana. Da trent’anni sotto la guida dello stesso presidente che sopravvive a guerre, sanzioni e isolamento internazionale. 

Dopo lo scoppio della crisi di Hormuz, la Rappresentate Speciale dell’Unione Europea per il Corno d’Africa Annette Weber, i primi di aprile è volata in Eritrea per discutere della sicurezza del Mar Rosso. Una visita non di routine visto il successivo rientro a Bruxelles. Da dove il suo staff ci dice che solo in un secondo tempo volerà tra Gibuti,  Etiopia e Kenya. 

Non solo. Sebbene l’UE abbia una sede diplomatica nella capitale Asmara, la Rappresentante Speciale non vi faceva visita da tempo. Con il governo eritreo allergico alle ingerenze esterne e l’Europa fedele alla politica di Washington che da vent’anni colpisce il piccolo stato africano con dure sanzioni economiche. In primis quelle del 2009 per presunte connivenze con i jihadisti somali di Al Shabab, salvo poi ammettere, ma solo nel 2018, di non aver mai avuto prove. 

Rapporti incrinatisi dopo che nei primi anni ’90 l’Eritrea era partner chiave della politica antiterrorismo americana. Poi, durante la guerra del ’98 con l’Etiopia, gli USA come avamposto nel Corno d’Africa scelgono Addis Abeba, nei cui confronti mostreranno un occhio di riguardo. A partire dal mancato rispetto degli accordi di Algeri del 2000. L’occupazione dei confini eritrei da parte dell’Etiopia, non ancora del tutto risolta, dura fino al 2018. Nel completo silenzio della comunità internazionale.

Che oggi però sembra voler cambiare rotta. Stando a quanto riporta il  Wall Street Journal del 23 aprile, il consigliere senior del Presidente USA per gli affari arabi e mediorientali Massad Boulos avrebbe riferito a controparti straniere che gli Stati Uniti intenderebbero iniziare il processo di revoca delle sanzioni contro l’Eritrea. Il riferimento è a quelle per crimini contro l’umanità emesse da Joe Biden nel 2022 quando l’Eritrea scende in campo contro il TPLF, Fronte popolare di liberazione del Tigray, che a fine 2000 aveva sferrato un attacco contro il governo centrale etiope e lanciato razzi anche sulla capitale eritrea, ricevendo peraltro la condanna dell’allora Segretario di Stato della prima amministrazione Trump Mike Pompeo.

Al momento si tratta di rumors ma che ne scriva il Wall Street Journal, solitamente in linea con gli orientamenti della Casa Bianca, non è da sottovalutare. Complice la crisi nel Golfo visto che una chiusura simultanea di Hormuz e Bab el Mandeb, dove scorre il 12% del commercio mondiale, bloccherebbe il 25% delle forniture globali di petrolio portando il Brent oltre la soglia psicologica dei 200 dollari. Per uscire dai paesi del golfo, oggi l’oro nero può contare sull’oleodotto Est Ovest che attraversa l’Arabia fino a Yanbu di fronte al Sudan, ma non basta. E per potenziare le arterie, rendendo il Mar Rosso una vera alternativa, occorre lavorare alla stabilità della regione. Tema che con i disagi alla navigazione causati dagli Houthi era sul tavolo da mesi.

Non a caso, sia Boulos che la Weber, già a settembre avevano incontrato separatamente il Ministro degli esteri eritreo Osman Saleh a margine dell’assemblea generale Onu a New York. Passi avanti verso la riparazione delle relazioni dopo due decenni di rapporti tesi. Anche perché insieme a Gibuti, l’Eritrea è l’unico paese del Corno d’Africa attualmente in pace. Il Sudan è al quarto anno di guerra civile, la Somalia alle prese con Al Shabab mentre l’Etiopia è attraversata da conflitti etnici, con il primo ministro Abiy Ahmed accusato di genocidio dall’etnia Amhara e costantemente sul piede di guerra pur di procurarsi un porto sul Mar Rosso. “Legalmente, se possibile, militarmente se necessario” ha detto, minacciando in particolare Eritrea e Somalia. Poi c’è l’eccezione di Gibuti che con 8 basi militari Usa e Cina comprese, è un hub politico-militare per le grandi potenze.

Storia opposta a quella della vicina Eritrea, tra i pochi paesi africani ad aver detto no a basi militari straniere oltre che a Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale. Un’indipendenza pagata a caro prezzo ma che l’ha aiutata a dialogare con tutti,
dagli USA alla Russia, dalla Cina a Israele. E che oggi, anche grazie alle sue buone relazioni con i paesi del Red Sea Council tra cui Sudan e Somalia, è un asset per districarsi tra i vari attori attorno a Bab el Mandeb. In un complicato intreccio di proxy war e sponsor esterni. 

Spesso destabilizzanti. Come nel caso degli Emirati Arabi che nella ricerca di un presidio sul Mar Rosso, hanno alimentato almeno tre aree di conflitto. Innanzitutto in Etiopia dove in cambio di petrodollari e armi ne stanno sobillando le mire espansionistiche verso le coste eritree e somale. E dove negli ultimi mesi hanno allestito un campo militare a 100 km dal Sudan. Da qui hanno supportato le Rapid Support Forces (RFS) contro il governo di Abdel Fattah al Burhan in un conflitto sanguinoso dove le divisioni interne espongono a quelle esterne. Nel caos sudanese è entrato anche l’Iran fornendo armi e droni al governo centrale, sostenuto anche dall’Arabia Saudita, nella speranza, per ora vana, di stabilire le proprie navi a Port Sudan, sul Mar Rosso.

Una strategia mossa dalla competizione con gli Emirati, non a caso colpiti da più raid di Israele, che a loro volta si sono appoggiati al porto di Berbera nella regione somala del Somaliland. Anche lì giocando un ruolo destabilizzante viste le spinte autonomiste interne alla Somalia.

Flussi di armi che non hanno risparmiato lo Yemen, fino allo scorso dicembre. Quando l’Arabia Saudita bombarda un carico di armi che dagli Emirati era indirizzato al Consiglio di Transizione del Sud (STC), un gruppo separatista che come gli Houthi è in lotta contro il governo yemenita supportato da Riad. Un’operazione che si è conclusa con il ritiro di Abu Dhabi dallo Yemen e nella quale avrebbe giocato un ruolo cruciale proprio l’Eritrea con il suo leader Isaias Afewerki.

Ospite del principe Bin Salman giusto due settimane prima. <<Il Presidente eritreo ci ha svegliati da una lunga ibernazione - ha detto l’analista politico saudita Mohammed Al-Habbabi - quando ci aveva avvertito che gli Emirati stanno lentamente prendendo il controllo del Mar Rosso e del Corno d’Africa>>.

Una mossa che Riad ha portato avanti non senza il tacito consenso di Washington con cui a novembre ha scongelato i rapporti dopo 7 anni di stallo diventando uno tra i suoi interlocutori più pragmatici. Quanto ai colloqui con l’Eritrea, un ruolo di facilitatore lo starebbe giocando anche il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi che ha incontrato Boulos ad aprile e che con il leader eritreo ha ottimi rapporti. Specie da quando si sono incrinati quelli con l’Etiopia a causa della diga GERD, la Grande diga del rinascimento etiope, che il Cairo considera una minaccia esistenziale. 

Con le voci di un potenziale avvicinamento con Asmara, non sono mancati gli attacchi mediatici di chi come Michael Rubin dell’American Enterprise Institute, al posto del dialogo ha riproposto la classica politica del “cambio di regime”. L’opposto di quanto promesso da Trump già lo scorso luglio in una lettera al presidente eritreo dove esprimeva la volontà “di invertire le politiche della precedente amministrazione” e "ripristinare relazioni rispettose tra USA ed Eritrea”.

Sintonia ravvisabile anche nel comune atteggiamento verso USAID accusata da Trump di agire come un’entità politica autonoma e che l’Eritrea aveva bandito già nel 2005, preferendo alle politiche assistenziali quelle ispirate al reciproco interesse nazionale. Peraltro i medesimi principi ai quali è improntato il Piano Mattei che l’Italia sta cercando di portare avanti in Africa. Difficile ora prevedere se gli USA decideranno davvero di riaprire il dialogo con l’Eritrea ma escluderla dai giochi, forse, non serve più agli interessi occidentali. 

ASPIDES: l’EUROPA CHE ANCORA NON C’E’ 

E’ la prima missione europea in quelli che vengono chiamati “hot theatres”, scenari caldi e ad alto rischio. Come il tratto che va dal Mar Rosso, allo Stretto di Bab el Mandeb. Per proseguire con il Golfo di Aden, Mar Arabico fino al Golfo di Oman. Migliaia di chilometri di navigazione alla cui sicurezza sta pensando l’Europa con la missione EunavFor Aspides avviata a inizio 2024 in seguito agli attacchi degli Houthi contro le navi commerciali.

Lo scorso febbraio il Consiglio dell’UE l’ha estesa per un altro anno perché con la crisi di Hormuz mantenere la sicurezza dello stretto di Bab el Mandeb per l’Europa è cruciale visto che da qui passa il 27% delle proprie importazioni di petrolio e un terzo del commercio che intrattiene con la Cina. Dentro il Mar Rosso scorrono 17 cavi da cui dipende oltre il 90% del traffico dati tra Europa ed Asia. E poi c’è il grosso tema dei danni che il blocco dei fertilizzanti sta provocando all’Africa, con impennate di fame e povertà pronte a trasformarsi in ulteriori ondate migratorie. 

Ad oggi però, la missione europea nelle torride acque tra Africa e penisola arabica appare come il plastico esempio di quello che l’Europa potrebbe essere ma ancora non è. Intanto le navi. Troppo poche. Da mandato dovrebbero essere almeno tre ma nel 2025 la media è stata di 1.9 il che significa che in alcuni momenti, a pattugliare il mare da Suez allo Yemen, c’era solo una fregata. Spesso e volentieri italiana. <<Ci siamo solo noi a garantire la sicurezza del Mar Rosso>> ha recentemente sottolineato il Ministro degli Esteri Antonio Tajani sollecitando una maggiore partecipazione da parte degli stati membri.

Altro bicchiere mezzo vuoto lo rappresenta la missione Atalanta, istituita dall’UE nel 2008 per reprimere gli atti di pirateria lungo il Corno d’Africa.  Per Aspides potrebbe rappresentare un prezioso supporto eppure l’UE non ha predisposto un sistema di condivisione dei dati. Per comunicare devono affidarsi alle procedure Nato. Peraltro facendo riferimento a due quartier generali diversi;  in Spagna quello di Atalanta, in Grecia quello di Aspides. Che ad oggi si sono peraltro opposti ai tentativi di integrazione. 

Una serie di criticità che danno l’idea di come nonostante l’Europa, per una volta, potrebbe essere leader in uno scenario difficile, si trova indebolita dalle divisioni interne. Come quelle sul grande tema della difesa comune, che vede gli stati membri divergere persino su forme di cooperazione militare europea quale è Aspides. Motivo per cui l’ipotesi di portare il quartier generale delle missioni a Bruxelles, in un unico coordinamento sotto la bandiera europea, eventualità che ne rafforzerebbe il peso pratico e politico, ad oggi è pura fantasia.

A complicare il tutto ci sono poi le difficoltà sul campo. Sia Aspides che Atalanta hanno la propria base logistica a Gibuti ma la cooperazione con i paesi della regione è ancora troppo poca. Limitata per lo più a rapporti bilaterali tramite le delegazioni UE. E quando le navi di Aspides devono fare scalo in qualche porto lungo il percorso, dall’Egitto all’Arabia Saudita fino all’Oman, ciò avviene principalmente tramite le bandiera nazionali di riferimento.

Una situazione cui il Servizio europeo per l’azione esterna, SEAE, sta cercando di ovviare tramite la costruzione di una piattaforma di coordinamento dei vari paesi che si affacciano sul Mar Rosso. Anche attraverso organizzazioni regionali,
in particolare Red Sea Council e GCC, Consiglio di Cooperazione del Golfo. Si starebbe inoltre cercando di predisporre dei punti di contatto per Aspides in Eritrea, con programmi di supporto alla missione in termini di equipaggiamento generale e infrastrutture marittime.

Nel tentativo poi di attivarli anche in Sudan, Somalia e Kenya. <<Non è semplice poiché non tutti i Paesi desiderano un forte coinvolgimento dell’UE>> spiega a La Verità Marcel Roijen, responsabile del SEAE per Gibuti, Eritrea, Igad, Sicurezza marittima e Mar Rosso. <<I paesi africani sono un po’ sospettosi di quello che facciamo, ci percepiscono ancora come una potenza coloniale e che le navi siano italiane, greche o francesi poco cambia.

​Del resto anche l’Europa ha le sue colpe perché non sempre è in grado di mettere da parte l’ideologia e capire le ragioni di chi ha di fronte>> continua. <<Confidiamo però che rendendosi conto che la nostra missione ha una funzione puramente difensiva, volta a garantire la sicurezza della navigazione, oggi più che mai interesse di tutti, la collaborazione con questi paesi aumenti progressivamente>>. Ammesso che l’Europa decida di esserci davvero. 



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