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ERITREA ERITREA



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L’Indipendenza Eritrea, una storia di sacrificio e di comunità

23/5/2026

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Il 24 maggio di 35 anni fa l'Eritrea diveniva indipendente, conquistandosi da sola quella libertà che le era stata lungamente preclusa. Un cammino vittorioso, di un popolo in armi, ma anche doloroso e tortuoso, e che qui vogliamo ricordare.
Di Filippo Bovo
23 Maggio 2026

“Un popolo che non conosce la propria storia e la propria cultura è come un albero senza radici”, recita un proverbio eritreo: e di storia e cultura, l’Eritrea e il suo popolo, ne hanno davvero parecchia. Ma non corrono il rischio di dimenticarla o di non conoscerla, perché le radici su cui poggiano sono ben salde.
Proprio in questi giorni cade infatti l’Anniversario dell’Indipendenza Eritrea (24 maggio 1991): un lungo cammino, doloroso e tortuoso, durato ben più di quei trent’anni che molti, sbrigativamente, sono soliti pensare. Fin dal 1941, venuto meno il colonialismo italiano, l’Eritrea si era ritrovata in balia di nuovi poteri che mercanteggiavano sopra la sua testa, alla ricerca di equilibri e compromessi internazionali che potessero soddisfare ogni vincitore, grande e piccolo, della Seconda Guerra Mondiale. In principio gli inglesi, con un duro dominio protrattosi sino al 1952; poi gli etiopici, per un decennio nella forma all’apparenza blanda di una federazione tra Stato Eritreo e Impero Etiopico (1952-1962), quindi con un’annessione brutale che pose fine ad ogni messinscena per chiarire come davvero stavano le cose: l’Eritrea era né più né meno che una preda, un premio dato ad Addis Abeba grazie ai buoni uffici del Negus Haile Selassie con l’Inghilterra e gli Stati Uniti. I suoi diritti non erano contemplati. Gli eritrei? Sudditi che dovevano obbedire come tutti gli altri a un Sovrano che per loro continuava a restare un predone straniero.
I vari movimenti politici eritrei, come partiti e sindacati, anime di una società moderna e dinamica, vennero presto eliminati dal Negus, intollerante a ogni voce di dissenso; sorte analoga fu riservata anche ai giornali in tigrinya e in arabo, mentre nel 1958 le proteste sorte ad Asmara contro il progressivo svuotamento delle istituzioni locali videro numerose vittime, colpite dalla repressione della polizia imperiale. Il culmine si vide nel 1962, quando la federazione fondata un decennio prima venne ufficialmente abolita dopo costanti pressioni, intimidazioni e corruzioni del governo centrale sul parlamento locale: da quel momento l’Eritrea, persa ogni residua veste statale, si trasformò nella quattordicesima provincia dell’Impero Etiopico. Poteva essere la fine di tutto, la fine della storia; e invece fu l’inizio di una nuova stagione, quella della lotta fino alla rivincita, fino alla vittoria finale. Perché la storia di ogni movimento rivoluzionario, e quello eritreo primo tra tutti lo fu, è proprio quella di un intero popolo in armi, alla testa di una rivoluzione infine vittoriosa.
Nel 1961, preso atto che la lotta democratica aveva fallito dinanzi alle repressioni militari di giornali, movimenti, sindacati e comuni cittadini, Hamid Idris Awate intraprese la via della lotta armata. Con un passato di combattente tra gli Ascari, Awate non era nuovo alle armi e sapeva come usarle. Alla guida del FLE (Fronte di Liberazione Eritreo), compì il primo attacco a una stazione di polizia presso il Monte Adal, nell’area del Gash-Barka, segnando l’inizio del duro trentennio della Guerra di Liberazione (1961-1991). Il suo movimento, fondato al Cairo, nell’Egitto nasseriano, portava con sé profonde influenze dell’arabismo e di un socialismo tradizionalista, preponderanti a quei tempi in alcuni paesi della Lega Araba come, primi tra tutti, proprio l’Egitto e la Siria, allora uniti nella RAU (Repubblica Araba Unita). Non era perciò sufficiente a rappresentare tutte le anime della ricca e poliedrica società eritrea: quel suo approccio tradizionalista, alla fine, lo condusse a una crisi politica e militare che, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, pose le basi per un’altra nuova stagione ancora. Tutti i popoli protagonisti di una rivoluzione sperimentano sempre, una dopo l’altra, nuove formule di lotta: perché è così, infatti, che una rivoluzione trionfa; e il caso eritreo è qui per ricordarcelo.
Furono soprattutto i più giovani a inaugurare la nuova stagione del FPLE (Fronte Popolare di Liberazione Eritreo), inizialmente come corrente interna al FLE, in seguito come nuova entità in grado di rimpiazzarlo ponendosi alla testa della Guerra di Liberazione. Ben più rivoluzionario e pragmatico nell’analisi della realtà bellica e sociale del territorio, il FPLE ottenne subito risultati decisivi: non si trattava soltanto di vincere contro l’occupante, liberando l’Eritrea, ma anche di costruire una nuova società, libera da certi vecchi condizionamenti coloniali e socio-culturali. L’uguaglianza di genere per civili e combattenti, che arrivarono a essere composti per oltre il 30% da donne, l’organizzazione collettiva delle masse contadine, l’istruzione e la sanità gratuite per tutti, il rifiuto delle divisioni settarie e religiose, tutto connotava il FPLE come un movimento capace di andar ben oltre certi vecchi compromessi. Nelle zone liberate, i Tegadelti (i combattenti eritrei) costruirono ospedali sotterranei, scuole, fabbriche artigianali ed officine meccaniche per riparare i mezzi sottratti al nemico: contrariamente a quest’ultimo, che riceveva aiuti da più parti, il popolo eritreo in lotta doveva cavarsela soprattutto da solo, ad esempio col bottino delle sue sempre più frequenti vittorie sul campo. C’erano poi anche tipografie che stampavano giornali e materiale didattico, stazioni radio, persino una rudimentale industria farmaceutica. Tutto questo rappresentava un embrione di Stato dentro la guerra, una dimostrazione concreta che la visione di un’Eritrea indipendente non era affatto un sogno astratto ma un progetto praticabile.
In principio, ad aiutare Addis Abeba, furono soprattutto Inghilterra e Stati Uniti; ma, una volta caduto il Negus, sostituito da una giunta militare ad indirizzo filo-sovietico come il DERG, a rifornirla di cospicui aiuti provvidero soprattutto l’URSS insieme ad altri paesi europei del blocco socialista. La lotta si fece molto più dura, perché il nuovo regime era determinato a vincere dove il precedente aveva fallito: l’epoca del Terrore Rosso inaugurata da Menghistu Haile Mariam, a capo del DERG, si qualificò in Eritrea con saccheggi e violenze dei militari sulla popolazione che da una parte delegittimarono ulteriormente il ruolo del governo etiopico e dall’altra, per reazione, tributarono al FPLE un ancor più deciso supporto popolare. Malgrado i tanti armamenti sovietici e i rinforzi di consiglieri speciali sovietici e cubani, il regime del DERG non riuscì mai a piegare la resistenza. Anche quando i Tegadelti dovettero retrocedere, come si vide soprattutto nel 1978, il loro ripiegamento fu temporaneo: dopodiché, tornarono ad avanzare riguadagnandosi quelle posizioni con gli interessi. Il tutto mentre il regime etiopico continuava a sanguinare, non risparmiandosi neppure l’uso del napalm e delle bombe a grappolo pur di prevalere, vanamente, su un avversario “inspiegabilmente” vittorioso.
La battaglia di Afabet nel 1988, l’Operazione Fenkil del 1990 con cui venne liberata Massawa, ed infine l’entrata ad Asmara, il 24 maggio 1991, furono gli ultimi chiodi sulla bara del DERG. Il regime, che si spacciava per progressista mentre in realtà realizzava le più reazionarie ambizioni della vecchia monarchia negussita, non aveva ormai altro da lasciare in eredità che una dolorosa memoria di sangue. Tre giorni prima dell’entrata dei Tegadelti ad Asmara, il 21 maggio 1991, Menghistu fuggì da Addis Abeba, portandosi via i fondi del Tesoro nazionale. I vecchi alleati se ne erano già andati da tempo: Fidel Castro, che aveva mandato rinforzi a Menghistu negli Anni Settanta, non appena si era reso conto della reale natura del regime non aveva tardato a ritirare i suoi combattenti; e pure Muammar Gheddafi, venuto a sapere che Addis Abeba aveva addirittura chiesto l’aiuto di Israele, aveva subito revocato il suo sostegno.
Il 1991 segnò la liberazione de facto, consacrata poi legalmente dal referendum del 1993, in cui il popolo eritreo scelse all’unanimità l’Indipendenza. Sembrava l’inizio di un’era di pace perenne, ma la storia avrebbe presto preteso nuovi, durissimi sacrifici da questa giovane nazione. Nel 1998, infatti, le mai sopite mire egemoniche e i contenziosi confinari mai risolti da parte della nuova dirigenza etiopica (guidata dal TPLF) trascinarono l’Eritrea in una nuova, sanguinosa guerra di confine (1998-2000). Nonostante l’accordo di Algeri del 2000 e la successiva decisione della commissione UNMEE sui confini, che riconosceva la sovranità eritrea sulle aree contese come Badme, Addis Abeba rifiutò di applicare le sentenze internazionali. Si aprì così una logorante stagione di “né guerra né pace” durata quasi vent’anni. Un periodo in cui l’Eritrea si è trovata a subire non solo un’illegale pressione sul proprio territorio nazionale, ma anche un pesante isolamento diplomatico e un duro regime di sanzioni internazionali (attuato nel 2009 e rincarato nel 2011), promosso dai partner occidentali dell’Etiopia per fiaccarne la resistenza. Eppure, l’isolamento coatto si è trasformato per Asmara nell’opportunità di riscoprire ed applicare sul piano civile quella stessa filosofia che l’aveva guidata durante la rivoluzione: l’autonomia strategica e la resilienza comunitaria.
Senza dipendere dagli aiuti internazionali e dai prestiti capestro delle grandi istituzioni finanziarie globali, il popolo eritreo si è rimboccato le maniche. In questi decenni di sanzioni, il Paese ha avviato un imponente programma di sviluppo endogeno focalizzato sulla sicurezza alimentare e sulla sovranità ambientale. Sono stati costruiti centinaia di bacini idrici e dighe artificiali come la grande ed ormai storica diga di Gerset per sottrarre l’agricoltura al ricatto dell’aridità e garantire l’approvvigionamento idrico. Parallelamente, le estese campagne nazionali di riforestazione e terrazzamento, che hanno visto il coinvolgimento attivo dei giovani e delle comunità locali, hanno arginato la desertificazione e restituito fertilità a territori storicamente aridi. L’Eritrea ha così dimostrato che la dignità di una nazione si costruisce sul campo, mattone dopo mattone, al riparo dalle logiche del neocolonialismo assistenzialista.
Questo lungo inverno geopolitico ha trovato la sua svolta storica nel luglio del 2018, quando lo storico accordo di pace firmato ad Asmara tra il Presidente eritreo Isaias Afwerki e il nuovo primo ministro etiopico Abiy Ahmed ha posto ufficialmente fine al ventennale stato di ostilità, portando anche alla revoca delle sanzioni ONU del 2009 e 2011. Almeno transitoriamente, giacché, come purtroppo sappiamo, dopo il conflitto nel Tigray (2020-2022) e gli Accordi di Pretoria tra governo etiopico e TPLF, la cui applicazione è rimasta lettera morta, la rotta di Addis Abeba è tornata a farsi a mano a mano sempre più ostile e minacciosa per l’Eritrea e gli altri Stati della regione (e persino per le stesse comunità etiopiche come, primi tra tutti, i Tigrini del Tigray, oltre agli Amhara, agli Afar, gli stessi Oromo che il loro governo prevalentemente dovrebbe rappresentare, ecc). Grosse le responsabilità, su quelle rinnovate ostilità, dell’amministrazione Biden, e non solo; ma già in altre occasioni ne abbiamo parlato.
Tuttavia, oggi l’Eritrea si riaffaccia sullo scacchiere internazionale non più come una fortezza assediata, ma come un attore geopolitico imprescindibile per la stabilità del Corno d’Africa. Ne sono testimonianza le recenti e significative evoluzioni diplomatiche, a partire dalla ripresa delle relazioni formali e del dialogo strategico con gli Stati Uniti, segnale di un mutato riconoscimento del ruolo di Asmara nella regione, con la revoca anche delle sanzioni che nuovamente, nel 2021, erano state indette dall’amministrazione Biden. Ma è soprattutto nel vicinato che l’Eritrea sta esprimendo la sua nuova postura di garante della sicurezza. L’assistenza strategica e il fermo supporto politico e logistico garantito a paesi come la Somalia e il Sudan, impegnati nella difesa della propria sovranità contro le spinte centrifughe, il terrorismo e le ingerenze esterne, dimostrano come Asmara consideri la l’unità politica dei propri vicini e la tutela dei loro legittimi governi l’unico vero baluardo contro il caos.
A distanza di decenni dai primi colpi di fucile sparati da Hamid Idris Awate sulle montagne del Gash-Barka, l’Eritrea continua a camminare a testa alta. Le sfide sono cambiate, dalle trincee della liberazione a quelle dello sviluppo e della diplomazia, ma lo spirito resta immutato: perché la libertà non è mai un dono altrui, ma il frutto quotidiano del proprio sacrificio e della propria incrollabile unità.

​Auguri, Eritrea!

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