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di Filippo Bovo Ieri si sono tenute le celebrazioni per il 65esimo Anniversario delle Forze Speciali dell'Esercito Etiopico. Allo stadio, dinanzi ai militari in parata, sotto gli occhi del premier Abiy Ahmed e degli alti gradi civili e militari nazionali, tra gli striscioni della propaganda se ne è visto uno di gravemente provocatorio e significativo. Questa la sua descrizione: a destra, il ritratto del premier; in mezzo, lo slogan "Che lo vogliano o meno, non rimarremo senza sbocco sul mare"; a sinistra, l'immagine stilizzata di un militare che rompe la barriera che lo separa da una nave, con bandiera etiopica e il nome "Assab Etiopia" sullo scafo. Una provocazione molto seria, e molto grave, anche perché apparsa in un'occasione ufficiale politicamente d'alta portata. In Eritrea, a cui il porto di Assab appartiene, sono pronti a quando, per sfuggire dai suoi infiniti problemi interni, Abiy Ahmed deciderà per l'aggressione, violando i confini. Un conflitto militare, secondo gli auspici del premier etiopico, gli permetterebbe d'estendere su scala nazionale lo stato d'emergenza, ad oggi in vigore soltanto in alcuni stati come l'Amhara, e di ritrovare un maggior sostegno a livello popolare, con positivi vantaggi per le elezioni teoricamente previste per quest'anno. Teoricamente, perché a quel punto potrebbero essere rinviate, il tempo per completare le riforme che mirano ad irrigidire l'autorità governativa, e a vincerle con molta più facilità: dopotutto, se si tenessero oggi, ben pochi in Etiopia crederebbero davvero che non siano state "infiltrate" nel caso di una riconferma di Abiy Ahmed. Insomma, per il governo di Abiy Ahmed la guerra è il carburante che può permetterne non soltanto la sopravvivenza, ma anche la desiderata trasformazione in un regime altamente militarizzato. Nel frattempo, il 70% delle forze militari etiopiche si concentrano nel nord del paese, verso il Tigray, dove col TPLF il governo di Abiy Ahmed è di nuovo sul piede di guerra; le loro linee di rifornimento sono prese di mira da altri gruppi in rivolta contro Addis Abeba, come OLA e FANO. Girano già voci che il premier etiopico si sia pentito della scelta d'inviare le truppe in un'area e in un conflitto che ne mettono a nudo le vulnerabilità, ma andranno verificate. Negli iniziali calcoli del premier, probabilmente, una volta colpito e neutralizzato il TPLF nel Tigray, s'aprirebbe un'autostrada per un conflitto aperto contro Asmara, che peraltro coinvolgerebbe anche un altro degli stati federati etiopici, l'Afar. Anche là la situazione non è delle più tranquille per il governo centrale, e lo scontro che va profilandosi di giorno in giorno con le forze locali dell'ANURF potrebbe raggiungere, in caso di conflitto aperto con Asmara, un livello di gravità pari a quello già oggi in atto con FANO e OLA. Si pensi soltanto alla situazione umanitaria che verrebbe a crearsi. Per il momento, nel Tigray le truppe etiopiche sono bloccate davanti alla contrarietà delle autorità locali e del TPLF. Di guerra, gli ufficiali locali non ne vogliono sentir parlare, e a dirla tutta neanche quelli federali, all'infuori della camarilla dorata di Abiy Ahmad. In ogni caso, le rivolte di questi gruppi etno-politici, espressione delle varie etnie etiopiche, provano la difficoltà dell'attuale governo nel creare una seria rappresentanza comune in un sistema federale che non ha mai funzionato e che oggi, con un'economia al tracollo, esplode in tutte le sue contraddizioni interne. Se da più parti tanti mettono in guardia dal rischio di una "Ethioslavia", un motivo c'è. Accusare altri paesi, a cominciare dall'Eritrea, di provocare quei gruppi, così da crearsi un ulteriore casus belli per un regolamento di conti militare, da parte di Abiy Ahmed non appare molto saggio. E' una mossa temeraria, potenzialmente suicida, che rischia di far fare ad Abiy Ahmed e al suo Prosperity Party la stessa fine dei suoi predecessori dell'EPRDF e del DERG; ancor più considerando che, negli ultimi anni, ha fatto di tutto per farsi nuovi nemici. Fuori e dentro il paese. Vedremo quanto tempo ancora Abiy Ahmed durerà e soprattutto fino a che punto davvero si spingerà, prima di venir scaricato dai suoi sponsor locali, gli EAU. Come garante degli accordi di Jeddah del 2018, che sanarono le divisioni tra Etiopia ed Eritrea ereditate dai governi dell'EPRDF/TPLF, l'Arabia Saudita potrebbe prendere le difese del paese aggredito, già ben armato di suo, l'Eritrea. E sulla scorta di quanto visto sin qui gli EAU, come si sono tirati indietro dinanzi alla reazione saudita in Yemen meridionale e Somaliland, così potrebbero farlo anche in questo caso. Lasciando allora il loro agente locale, Abiy Ahmed, col classico cerino in mano.
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Novembre 2025
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