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di Alessandro Pellegatta
La nuova crisi e lo stallo tra Eritrea ed Etiopia nello scenario africano e mondiale Le tensioni tra il governo federale dell’Etiopia, la regione settentrionale del Tigray e l’Eritrea stanno minacciando di trascinare il Corno d’Africa in una nuova guerra. Secondo il rapporto dell’International Crisis group (Icg) del 18 febbraio 2026 intitolato “Etiopia, Eritrea e Tigray: una polveriera nel Corno d’Africa”, l’alleanza che aveva portato alla sconfitta delle forze tigrine si è sgretolata, lasciando il posto a profonde diffidenze. Il primo ministro etiope, Abiy Ahmed, ha dichiarato più volte l’intenzione di ottenere un accesso sovrano al mare, e in particolare sul porto di Assab, mossa che viene interpretata dall’Eritrea come una vera e propria minaccia alla sua integrità territoriale. Dall’altro lato, Addis Abeba accusa l’Eritrea di occupare porzioni di territorio etiope e di sostenere gruppi armati di opposizione al regime di Abiy Ahmed. Crisi interna dell’Etiopia, frammentazione politica del Tigray e instabilità regionale La mancanza di chiarezza e di giustizia per i tanti crimini compiuti durante i due anni di guerra nel Tigray, l’assenza di un dialogo realmente inclusivo tra governo federale etiope e le componenti locali tigrine e, infine, l’impossibilità del ritorno della maggior parte degli sfollati nei luoghi di origine non ha solo incrementato il malcontento popolare tigrino nei confronti del governo federale etiope, ma ha anche creato una profonda spaccatura all’interno del Tplf (Tigray People’s Libération Front)– a cui nel frattempo è stato revocato lo status legale di partito politico – e del suo braccio armato (Tigray Defence Forces, Tdf). La crisi di legittimità politica della leadership tigrina, iniziata alla fine del 2023, ha subito una rapida accelerazione a partire dalla seconda metà del 2024 con l’istituzione dell’Amministrazione regionale provvisoria del Tigray (Tigray Interim Regional Administration, Tira) e la convocazione dell’assemblea generale del Tplf. La scelta, presa in maniera unilaterale dal presidente del partito, Debretsion Gebremichael, ha sancito la frattura con il suo vice Getachew Reda. Quest’ultimo, posto a capo di un’ala riformatrice filo etiope, ha denunciato più volte la tendenza centralizzatrice di Gebremichael accusandolo, nella primavera del 2025, di aver assunto il controllo delle istituzioni del Tira con il sostegno di molti ufficiali militari Tdf. In risposta, il blocco guidato da Getachew ha fondato un nuovo partito, il Tigray Democratic Solidarity (Tds), o Semeret, e avviato, con il presunto supporto di Addis Abeba, una progressiva organizzazione di milizie e gruppi armati stanziati nella regione di Afar. Negli stessi mesi il primo ministro Abiy Ahmed ha nominato Getachew Consigliere per gli affari dell’Africa orientale, richiamandolo nella capitale. Gli sviluppi hanno così alimentato le reciproche accuse tra le due fazioni tigrine. Se Debretsion accusa Getachew di operare come agente del governo federale etiope per frammentare il fronte tigrino indebolendone le rivendicazioni, Getachew e il governo di Abiy Ahmed accusano il gruppo di Debretsion di collusioni con l’Eritrea. Complessità del panorama geopolitico Il panorama geopolitico appare ulteriormente complicato anche dal coinvolgimento di attori esterni, dalla guerra civile nel vicino Sudan e del conflitto intorno alla Diga del Grande Rinascimento sul Nilo Azzurro. L’Etiopia mantiene stretti legami con gli Emirati Arabi uniti (EAU), presenti nella guerra sudanese e interessati come l’Etiopia a controllare direttamente alcuni porti nel Mar Rosso, mentre l’Eritrea si è schierata con l’esercito sudanese, trovando un asse comune con l’Egitto, storico rivale di Addis Abeba per la gestione delle acque del Nilo. Anche l’Arabia Saudita è intervenuta di recente per contenere l’espansionismo emiratino nella regione. Le leadership saudite ed emiratine hanno ormai da tempo accesso una rivalità strategica nell’area, mentre il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele, oltre a far cadere un tabù storico-diplomatico, sembra ridisegnare gli equilibri regionali e aprire nuovi rischi geopolitici: la Somalia (storica alleata dell’Eritrea) ha infatti energicamente protestato di fronte a quella che vede come una vera propria minaccia alla propria integrità. Tutta questa complessa e frammentata rete di alleanze contrapposte rischia così di internazionalizzare eventuali scontri locali, come già successo nello Yemen, coinvolgendo le potenze che si contendono l’influenza sul Mar Rosso. Nonostante l’Etiopia goda di una superiorità economica e demografica, il timore di sanzioni internazionali e la possibile sospensione dei finanziamenti del Fondo monetario internazionale (Fmi), di cui l’Etiopia ha un drammatico bisogno per sostenere la propria crisi economica e soprattutto finanziaria, sembrano al momento agire da deterrente contro un’offensiva etiope su vasta scala. Cosa fare per evitare un nuovo conflitto? Per evitare un’escalation che potrebbe causare ancora centinaia di migliaia di vittime, secondo l’Icg occorrerebbe che gli stati africani influenti, insieme a potenze esterne con interessi nel Corno d’Africa, si impegnassero sul fronte diplomatico per evitare l’inizio di un nuovo conflitto. Gli Stati interessati dovrebbero avviare concreti sforzi per affrontare le ‘lamentele’ di ciascuna parte, incluso il desiderio dell’Etiopia di un accesso marittimo (o, in alternativa, di un accordo commerciale equo per la gestione dei porti del Mar Rosso) e i timori dell’Eritrea di un attacco alla propria sovranità. Senza un dialogo immediato e strutturato, anche un semplice malinteso lungo i confini contesi potrebbe, come in passato, innescare una reazione a catena incontrollabile in tutta la regione. Occorrerebbe anche portare al centro del dibattito il rispetto del diritto internazionale e il ruolo centrale dell’Onu. Malgrado la frammentazione della situazione politica e di sicurezza nel Tigray, la spinta ossessiva dell’Etiopia per l’accesso al mare e le profonde preoccupazioni esistenziali di sicurezza dell’Eritrea, fortunatamente la situazione (seppur difficile e complicata) rimane in stand by. Ma la polarizzazione regionale e gli ulteriori cambiamenti globali provocati dalla numerosità degli agenti internazionali attivi sul campo potrebbero pregiudicare le opzioni e i tentativi di de-escalation e di superamento dell’attuale stallo nella regione. L’Europa resta completamente assente. L’Italia sta cercando di attuare il programma di un “Piano Mattei” che, come hanno già detto autorevoli osservatori, non attuerebbe in realtà un programma per lo sviluppo dell’Africa bensì una strategia commerciale focalizzata principalmente sull’acquisizione di risorse energetiche, troppo sbilanciata sul Nord Africa e che al momento non guarda né all’Africa occidentale né al Sahel e solo marginalmente al Corno d’Africa (ricomprendendo peraltro solo l’Etiopia ma non l’Eritrea). Un’analisi pubblicata il 25 luglio 2025 dall’Osservatorio sui conti pubblici italiani (Cpi) dell’Università Cattolica solleva dubbi sulla reale efficacia del piano, evidenziando che la strategia italiana sembra legare ulteriormente l’Italia alla dipendenza dai combustibili fossili anziché produrre dinamiche di sviluppo nei paesi destinatari del piano. Gli Usa cercano affannosamente di ritornare in auge in un continente, l’Africa, che essi stessi hanno abbandonato anni fa. E la Cina continua silenziosamente con le sue strategie di lungo termine. Il nuovo scramble for Africa non riguarda del resto solo il Corno d’Africa ma sta interessando il Nord Africa (con Turchia e Russia in pole position in Libia), il Sahel, l’Africa occidentale e la Repubblica Democratica del Congo, dove cinque anni fa cadde vittima di un oscuro attentato un fedele servitore dello Stato italiano, l’ambasciatore Luca Attanasio, e dove da sessant’anni (dall’eccidio cioè di Patrice Lumumba in poi) proseguono ininterrottamente i conflitti armati e le violenze per il controllo delle risorse minerarie.
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Novembre 2025
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