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di Francesca Ronchin La messa in onda dell’inchiesta La Grande Bugia ha suscitato un ampio dibattito, con la ricezione di numerosi messaggi di apprezzamento, in particolare da parte di eritrei e appartenenti alla diaspora eritrea. Chiaramente non sono mancate critiche e prese di posizione da parte di alcuni attivisti. Era prevedibile che accadesse e sarebbe stato strano il contrario. Critiche riproposte in articoli indirizzati ad alcuni dei principali quotidiani italiani fino ad una interrogazione parlamentare cui RAI ha risposto qui: https://www.parlamento.it/show-doc?tipodoc=SommComm... RISPOSTA RAI - "Con riferimento all'interrogazione in oggetto, sulla base delle informazioni ricevute dalle competenti strutture aziendali, si forniscono i seguenti elementi. La messa in onda dell'inchiesta ha suscitato un ampio dibattito, con la ricezione di numerosi messaggi di apprezzamento, in particolare da parte di appartenenti alla diaspora eritrea. Contestualmente, non sono mancate critiche e prese di posizione da parte di alcuni attivisti, le cui istanze risultano oggetto di analisi all'interno dell'inchiesta stessa. Pur nella legittimità del dissenso, tali reazioni sono considerate parte di un dibattito utile, poiché il confronto aperto e la ricerca della verità rappresentano i principi ispiratori del lavoro giornalistico svolto. Scopo dell'inchiesta non è negare i problemi esistenti in Eritrea, ma analizzarli in una cornice più articolata, in particolare dando voce anche a chi, pur essendo fuggito, oggi rientra in patria senza subire ritorsioni. Spunti che invitano a interrogarsi anche su come aiutare concretamente i Paesi africani a superare le proprie difficoltà. La cosiddetta "Grande bugia" non è quella di chi migra per migliorare le proprie condizioni di vita, bensì quella di un sistema che, in nome dell'umanitarismo, talvolta perpetua narrative strumentali per fini diversi da quelli dichiarati. In tale prospettiva, l'inchiesta invita a una riflessione più ampia su come sostenere realmente i Paesi africani e garantire una narrazione basata su fatti, fonti verificate e pluralismo delle voci. L'inchiesta è stata realizzata in completa autonomia dalla giornalista Francesca Ronchin, senza alcuna sponsorizzazione o condizionamento da parte di enti pubblici o privati, nazionali o internazionali. Si tratta del risultato di un lungo lavoro di ricerca condotto sul campo, tra Italia, Europa ed Africa, nell'arco di diversi anni. Il lavoro giornalistico si basa sulla raccolta e presentazione di fatti e non prende avvio da tesi precostituite. Tra le fonti utilizzate vi è anche la documentazione ufficiale dell'EASO (Agenzia europea per l'asilo, oggi EUAA), che già nel 2016 rilevava come, in base a una direttiva non pubblicata, i cittadini eritrei rientrati nel Paese, dopo averlo lasciato illegalmente, non risultassero generalmente soggetti a persecuzioni qualora avessero regolarizzato i rapporti con le autorità prima del rientro. Questo dato è stato verificato direttamente dalla giornalista, recatasi in Eritrea con regolare visto giornalistico e documentando la situazione tramite interviste e riprese sul campo. Tali elementi trovano inoltre riscontro in fonti esterne, come testate giornalistiche norvegesi e sentenze della giustizia svizzera (E-5022/2017 Swiss Federal Administrative Court), che confermano l'esistenza di rientri temporanei da parte di rifugiati eritrei senza conseguenze legali. L'inchiesta dà conto delle principali accuse rivolte al regime eritreo, riportando anche le posizioni degli attivisti di "Eritrea Democratica" e intervistando dissidenti come Tesfamariam Sultan. Quest'ultimo è attivista noto e come tanti altri oppositori e dissidenti politici esprime da tempo pubblicamente e a volto scoperto le sue posizioni. Proprio per questo, ha liberamente deciso di essere intervistato dalla giornalista ben consapevole di essere ripreso tant'è che a ridosso della messa in onda, nel corso di diversi messaggi scambiati con la stessa giornalista, ha più volte ribadito la speranza che la sua posizione risultasse chiara e ben espressa in tutta la sua completezza. Nell'inchiesta inoltre viene esplicitamente e più volte riconosciuto il contesto autoritario del Paese, le condizioni di vita difficili e l'esistenza di un sistema di leva prolungata. Quanto all'imprenditore italiano intervistato, occorre precisare che trattasi del titolare di un'azienda che opera in Eritrea da vent'anni ed è subentrata al Cotonificio Barattolo, storica azienda italiana fondata da un altro imprenditore italiano negli anni '50. Rispetto all'attività svolta, il confezionamento dell'abbigliamento non è realizzabile in Italia da decenni per mancanza di disponibilità di manodopera interessata a questo lavoro e rappresenta nel mondo la principale occasione di lavoro dopo l'agricoltura di sussistenza. Questa azienda italiana è inoltre da sempre impegnata nella realizzazione di un modello d'impresa sostenibile e sociale con welfare aziendale come dimostra la presenza di un asilo interno con 200 bambini, di un centro di formazione e la scelta di utilizzare energia solare. Più di 500 famiglie eritree hanno un lavoro proprio grazie a questa azienda che rappresenta un reale contributo al sostentamento della popolazione locale e allo sviluppo del territorio. Molte delle responsabilità sono affidate a donne e madri, caso esemplare di empowerment femminile. Va infine detto che l'azienda si confronta abitualmente con il sindacato nazionale eritreo NCEW (National Confederation of Eritrean Workers) al quale l'adesione è libera, e ha un comitato interno denominato JCC per il confronto periodico tra management e lavoratori. Quanto al sindacato eritreo, il NCEW è partner di diversi progetti dell'UNDP (United Nation Development Program) dell'Unione Europea nonché dei tre principali sindacati italiani vedi link: https://www.undp.org/.../fostering-aspiration-new-massawa...; https://www.eeas.europa.eu/.../women-agribusiness... L'inchiesta sottolinea come, al di là delle dinamiche politiche, la principale causa delle migrazioni sia tuttavia la povertà strutturale del Paese. Tale condizione è stata aggravata da decenni di conflitti con l'Etiopia e da sanzioni internazionali che, in alcuni casi, si sono rivelate infondate, come riconosciuto nel 2018 dalla stessa amministrazione statunitense. Si evidenzia inoltre che il tema della povertà non viene quasi mai richiamato nelle dichiarazioni degli attivisti, i quali tendono invece a focalizzarsi unicamente su aspetti politici, tralasciando un'analisi più ampia delle cause dei flussi migratori. L'inchiesta mette anche in evidenza come, in alcuni casi, individui di origine non eritrea - in particolare dal Tigray etiope - abbiano ottenuto lo status di rifugiati presentandosi come eritrei, ovvero sfruttando la narrazione consolidata di un Paese considerato tra i più repressivi al mondo. Ciò ha avuto conseguenze significative sul sistema di asilo e sull'immaginario pubblico, contribuendo a mantenere una visione semplificata e parziale della realtà eritrea". credit Francesca Ronchin
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Novembre 2025
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