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La Giornata della Donna in Eritrea: il pieno successo di un lungo percorso storico

17/3/2025

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In questo lungo articolo raccontiamo un po' di aneddoti che accompagnarono la nascita della Comunità Eritrea in Italia, ma anche e soprattutto l'affermazione femminile nella Guerra d'Indipendenza condotta dal FPLE (Fronte Popolare di Liberazione Eritrea): un ruolo, quella donna, che ha davvero reso possibile l'esistenza dell'Eritrea di oggi. 

Di Filippo Bovo 17 Mar 2025

In questi giorni si sono tenuti i festeggiamenti della Comunità Eritrea in Italia per l’8 Marzo, Festa della Donna. La Comunità è presente in molte città del nostro Paese, in gruppi più o meno nutriti: Bologna, Milano, Roma, e Firenze giusto per citare i più numerosi, ma guai a dimenticare anche gli altri, come ad esempio Parma, Reggio Emilia, Pisa, Genova, Torino, o ancora Catania, Bari, Pescara, Pistoia, e chi più ne ha più ne metta. Mi scuso con chi eventualmente non avessi nominato, ma la lista è tanto vasta da favorire pure qualche… “sbandamento di memoria”. Ogni gruppo, tradizionalmente, tiene i festeggiamenti di questa e di altre ricorrenze, come ad esempio l’Anniversario dell’Indipendenza o quello dell’Operazione Fenkil, o ancora la Giornata dei Martiri, secondo la data in cui è possibile riunirsi tutti quanti: solitamente le domeniche e i festivi sono i giorni prediletti, proprio perché vedono tutti svincolati dai propri doveri lavorativi.

Per questo motivo alcune Comunità cittadine hanno tenuto la celebrazione dell’8 marzo domenica scorsa, e altre nella domenica precedente: per praticità e rispetto di tutti era la cosa più giusta che si potesse fare. Così quella che è un’importante giornata comune, oltre che un evento di comunità diventa anche un grande evento di famiglia: donne e uomini, anziani e bambini, tutti si ritrovano insieme accompagnati dal ricordo, dalla musica e dalla cucina nazionali, non ultimo dalle tante occasioni di ballo che, davvero, non risparmiano nessuno: impossibile restarne fuori, anche i meno “abili” in una simile arte non possono a quel punto non scendere in pista e dire la loro.

Mi piace ricordare tutto questo, a distanza di qualche giorno, per far capire ai tanti amici italiani che ci leggono quanto profonda sia l’importanza della Giornata della Donna per l’Eritrea e per gli eritrei, molti dei quali da decenni parti attive del nostro paese, cittadini modello di famiglie storicamente radicate nella loro città, già alla seconda e terza generazione, talvolta anche di più. Sebbene la maggior parte degli eritrei d’Italia sia giunta nella Penisola negli Anni ‘70, quando la Guerra d’Indipendenza tra il governo etiopico d’allora e il FPLE (Fronte Popolare di Liberazione Eritreo) infuriava più che mai, non pochi di loro erano già approdati negli anni precedenti: alcuni nel Dopoguerra, quando l’Eritrea aveva cominciato a scontare le prime drammatiche traversie legate al Secondo Conflitto Mondiale e alla sua successiva annessione, dopo l’intermezzo del governo militare inglese, da parte dell’Etiopia a quel tempo ancora dominata dal Negus Haile Selassie. Non era mancato neppure qualche eritreo giunto in Italia tra le due Guerre Mondiali, per ragioni casuali o anche parentali, ma parliamo davvero di pochissime personalità, che tuttavia anticiparono pur sempre quella che un giorno sarebbe stata una ben più ampia presenza.

Ebbene, il contributo che il FPLE seppe dare alla condizione femminile eritrea, nel pieno del conflitto, in un momento dei più drammatici della storia di quella terra, fu tale da potersi dire ben oltre il rivoluzionario. La donna, per il FPLE, era ben più che alla pari rispetto all’uomo: si potrebbe quasi parlare, si spera non impropriamente, di un’emancipazione femminile che dinanzi alle urgenze di un conflitto di liberazione nazionale si faceva anche guerriera. Rispetto al precedente FLE (Fronte di Liberazione Eritreo), da una cui costola il FPLE tra la fine degli Anni ‘60 e l’inizio degli Anni ‘70 era sorto, il nuovo movimento seguendo valori socialisti, marxisti e patriottici adattati alle specificità storico-nazionali eritree aveva subito individuato nella piena eguaglianza tra uomini e donne e nella centralità di quest’ultime nella nuova visione della società eritrea uno dei cardini essenziali perché una vera guerra d’emancipazione ed autodeterminazione vi potesse essere e, soprattutto, potesse trionfare.

Ben presto oltre il 30% delle donne andarono a comporre le fila dei cosiddetti Tegadelti, i combattenti per la Liberazione, ricoprendosi di grandi atti d’eroismo e coraggio guerriero. In verità la percentuale andrebbe persino rivista verso l’alto, giacché molte donne collaboravano alla causa e al movimento anche dall’esterno, e nelle forme più disparate: dalle cure ai feriti e ai bambini, alla custodia e al trasporto di documenti e consegne, o ancora nella ricerca di fondi, come del resto facevano anche altri uomini. Una delle ragioni per cui negli Anni ‘70 si formò una così grande Diaspora eritrea in vari paesi del mondo, Italia per prima, risiede infatti proprio in questa ragione: le donne in tutto ciò ebbero un ruolo importante anche nel favorire il trionfo della Liberazione dall’estero, e non solo in patria. Contro il nemico si poneva così un vero e proprio “popolo in armi”, non un semplice gruppo politico o militare, e quando intendiamo “armi” esse potevano essere anche quelle sociali, familiari e culturali, o altre ancora: armi femminili, potenti, che il nemico non prevedeva e non sapeva esattamente come contrastare.

Un altro fattore importante in cui le donne svolsero un ruolo a dir poco insostituibile fu quello della cura e del controllo dei prigionieri: contro i Tegadelti, non di rado, le truppe etiopiche giocarono sulla quantità, ricorrendo a contingenti massicci ma anche scarsamente motivati, spesso composti di uomini che quella guerra non la volevano o non sapevano esattamente perché dovessero combatterla. I tanti armamenti le resero comunque capaci di lasciare gravissime ferite sul campo e a danno della popolazione, tanto che neanche il Napalm o bombe non consentite dalle convenzione internazionali vennero escluse dall’impiego dal regime di Menghistu Haile Mariam, che a metà Anni ‘70 aveva rimpiazzato il Negus alla guida del DERG. Tuttavia, numerosi soldati etiopici cadevano nelle imboscate o, sconfitti nei combattenti ed accerchiati, finivano prigionieri dei temuti Tegadelti: non pochi di loro erano feriti, affamati, certo disperati. Dai nemici s’aspettavano la morte o comunque il peggio, anche perché così certamente i Comandi gli avevano fatto credere.

Invece, contrariamente alle loro più nefaste previsioni, i Tegadelti li curavano e li rifocillavano, e quando erano tornati sani li riaccompagnavano, intuibilmente con non pochi rischi, oltre il fronte. Là, tornati tra i loro commilitoni, raccontavano una realtà diversa da quella che il regime gli aveva fatto credere: dall’altra parte c’era un nemico “umano”, fatto di donne materne, che li avevano curati e nutriti con la pietà che avrebbero avuto delle madri o delle sorelle. Il passaparola, diffondendosi in Etiopia, contribuì non poco nel tempo a scardinare molta della propaganda del DERG e a demotivare ancor più un esercito a cui non bastavano più solo i potenti arsenali ricevuti dall’estero per poter rimediare alle crescenti falle, sia interne che sul fronte. Le donne furono davvero “l’arma nell’arma” del FPLE e della causa di Liberazione Eritrea. Non è un caso che tra gli eritrei sempre si ricordi, col massimo orgoglio, che “senza le donne l’Eritrea di oggi non sarebbe mai stata possibile”.

Anche in Eritrea la Giornata dell’8 Marzo ha ricevuto pertanto delle enormi attenzioni, con varie ricorrenze e festeggiamenti; ma non è mancato neppure l’aspetto politico e formativo. Non è casuale, ad esempio, che proprio lo scorso 12 marzo ad Asmara si sia tenuto anche il Sesto Congresso dell’Associazione di Agro-Business delle Donne, presieduto dalla Sig.ra Letekidan Kahsai: è anche attraverso la promozione del credito alle coltivatrici, seguendole nel miglioramento delle tecniche agronomiche e nello sviluppo degli affari, della gestione del marchio e della promozione imprenditoriale, che si porta avanti l’emancipazione femminile in uno Stato progressista e moderno, che mira a porsi anche in questo campo come avanguardia di tutto il Continente. Ne è un esempio anche quanto dichiarato, guarda caso, dalla Sig.ra Takea Tesfamichael alla 69esima Sessione della Commissione per lo Statuto delle Donne, a New York, lo scorso 13 marzo, che ricordando proprio l’enorme contributo dato dalla donna eritrea nella causa della Liberazione Nazionale, proprio per mezzo di quel suo valore aggiunto dato da un approccio di femminilità e resilienza, ha poi ricordato come appena divenuto indipendente il paese abbia aderito alla Dichiarazione di Pechino e alla Piattaforma per l’Azione tese proprio ad assicurare, nei paesi firmatari, la piena eguaglianza di genere e la partecipazione delle donne ad ogni settore nazionale, economico e sociale. 
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Ricordando il drammatico livello in cui l’Eritrea si trovava a guerra per l’Indipendenza appena conclusa, la Sig.ra Tesfamichael ha a quel punto ricordato come un enorme lavoro sia stato condotto dallo Stato in questo senso, garantendo alla donna pieni diritti nella Pubblica Amministrazione e nel diritto di proprietà, nel potere decisionale e nei diritti di successione, così come in ogni altro campo ancora. Basti pensare che in Eritrea è possibile trovare donne nell’Esercito, nella Sanità, nell’Istruzione, nel Governo, e così via: non è scontato in tutto il Continente, e nemmeno altrove, soprattutto in quelle percentuali sociali. Come paese fortemente progressista, l’Eritrea in poco più di trent’anni d’Indipendenza ha così ridotto di oltre il 70% la mortalità infantile e materna, garantito alla donna il parto nelle condizioni più sicure possibili e lottato accanitamente contro le mutilazioni genitali femminili, aspetti parimenti tutt’altro che scontati in altre parti del mondo. Con tutto ciò, questi per la leadership eritrea non sono un punto d’arrivo, ma solo un punto di partenza: per la donna e per la parità di genere ancora lungo e molto più luminoso è destinato ad essere il percorso futuro.

​A tutte le donne eritree in particolare, ci sentiamo dunque di dover fare i nostri più cari e sinceri auguri!

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