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Il 20 Giugno, il popolo eritreo è riunito in un ricordo di doloroso rispetto per i suoi Martiri, compatrioti che diedero la vita per la Libertà dell'Eritrea. La Giornata dei Martiri, onorata in Patria e all'estero, presso la Diaspora, è veramente il cuore e l'anima di un'identità nazionale forgiata nella lotta e nella memoria
Di Filippo Bovo - 19 Giugno 2026 Maelti Siwuat, Giornata dei Martiri. E’ quel che l’Eritrea e il suo popolo, in Patria e all’estero, commemora il 20 Giugno: una data solenne, consacrata al ricordo e all’onore di chi ha dato la sua vita per la Libertà di tutti, dei suoi contemporanei come delle generazioni future. Che ci si trovi per le vie di Asmara o sulle alture di Nakfa, a Massaua o ad Assab, o magari nelle grandi metropoli della Diaspora, come Bologna, Roma e Milano, l’anima degli Eritrei in questa data è una sola. I Martiri, combattendo per la Libertà del Paese e perdendo la propria vita, hanno immolato sé stessi ad un ideale imperituro. La sera le candele, con le loro piccole luci nel buio, rendono onore al loro sacrificio: la Madrepatria e la Diaspora si ritrovato più unite che mai da una comune, rispettosa e grata memoria. Mai come in questi giorni, probabilmente, bisognerebbe disertare le fonti nostrane allorché trattino dell’Eritrea e di questa sua Giornata di commemorazione: ne conosciamo l’atteggiamento, e non è all’insegna del rispetto per ciò che quel Paese ha vissuto e sacrificato per rendersi libero. Eppure il dolore e la memoria, misti a gratitudine eterna, sono sentimenti che andrebbero sempre rispettati. Si calcola che almeno 65mila Tegadelti, come venivano chiamati i combattimenti eritrei, abbiano dato la vita per la Liberazione del Paese. E’ stata una lunga Guerra di Liberazione, durata dal 1961 al 1991, dove davvero la terra eritrea ne ha visti di tutti i colori. Dapprima le violenze delle truppe del Negus, Haile Selassie, tutt’altro che uno stinco di santo come certa storiografia spicciola vorrebbe invece ricordarlo; e poi quelle del DERG, guidato dal dittatore Menghistu Haile Mariam, sulle cui responsabilità analogamente l’Occidente, a partire dalla nostra Europa, pare alimentare un complice silenzio. L’Eritrea, infatti, dopo la Seconda Guerra Mondiale era stata sotto un governo d’occupazione britannico, per finir poi fagocitata dall’Impero Etiopico: ne abbiamo già lungamente parlato in passato, non occorre rifarlo adesso. Le forti preteste ben presto sorte dopo quell’inclusione, decisa senza tener conto delle ragioni del popolo eritreo e del diritto internazionali, erano state severamente represse dal governo negussita sin dalla fine degli Anni ’50. Non erano mancati i morti, tanto da poter dire che i primi Martiri datino proprio a quei giorni, semplici civili scesi in strada a manifestare le loro ragioni. Nel 1961, col primo attacco ad una postazione di polizia etiopica da parte dell’Eroe Nazionale, Hamid Idris Awate, fondatore del FLE (Fronte di Liberazione Eritreo), la Guerra di Liberazione era a quel punto nata. Circa un decennio più tardi, al FLE subentrò, prevalendo, il FPLE (Fronte Popolare di Liberazione Eritreo), ancor più efficace ed assertivo nella lotta contro un nemico che, pur con tutti gli appoggi ricevuti (soprattutto da USA ed Inghilterra sotto il Negus, e da URSS e campo socialista sotto il DERG), non riusciva mai ad ottenere un risolutivo successo. 65mila Martiri, abbiamo detto; ma con loro dovremmo ricordare anche tutti quei civili caduti per le bombe a grappolo, il napalm, i rastrellamenti e gli attacchi ai villaggi a fini terroristici, o ancora le carestie indotte. Soprattutto il DERG non aveva lesinato nei crimini di guerra. E, insieme a tutti questi combattenti e civili non più con noi, dovremmo ricordare anche i 19mila che persero poi la vita nella breve ma sanguinosa guerra che nuovamente l’Etiopia aveva mosso all’Eritrea tra il 1998 e il 2000. Martiri anche loro. La Memoria dei Martiri è il pilastro del patriottismo eritreo: diedero infatti la vita, per la causa della Liberazione del loro Paese, uomini e donne, cristiani e musulmani, provenienti da tutte le nove etnie che compongono il popolo eritreo. Oltre all’uguaglianza nel sacrificio, spicca poi il ruolo assolutamente insostituibile avuto dalle donne, che rappresentavano oltre il 30% dei combattenti. Il loro sacrificio ha scardinato antichi pregiudizi, dimostrando sul campo e sull’altare della Libertà chi siano davvero le donne: chi le aveva definite “l’altra metà del cielo”, aveva detto ancora troppo poco. E poi la cultura dell’autosufficienza e della resilienza: abbandonati dalla comunità internazionale, che preferiva girarsi dall’altra parte, gli eritrei, “popolo in armi”, dovettero già allora imparare a cavarsela da soli per sostenere la guerra contro un nemico che invece riceveva infiniti aiuti. I Martiri, decidendo di non arrendersi dinanzi allo sforzo di grandi imperi globali come USA e URSS, e dei loro rispettivi alleati, hanno dimostrato che la determinazione di un popolo unito è più forte di qualunque superpotenza militare. Una lezione di cui anche tanti altri popoli oggi in lotta hanno fatto tesoro.
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