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ALESSANDRO pellegatta
Scritto il 23 Agosto 2025 Manca ancora il giorno, ma nel mese di settembre del 2025 verrà formalmente inaugurato il GERD sul Nilo Azzurro, la Diga del Grande Rinascimento (Grand Ethiopian Renaissance Dam), che secondo We Build (ex Salini), società italiana quotata che ha realizzato l’opera, contribuirà a trasformare l’Etiopia nel “polmone” energetico dell’Africa. Un annuncio in tal senso è stato già fatto dal primo ministro etiope, che ha ricevuto il 28 luglio 25 la visita della premier italiana Meloni. L’opera colossale è posizionata a circa 500 Km a nord ovest di Addis Abeba, nella regione di Benishangul – Gumaz. Al termine dei lavori il GERD sarà la diga più grande d’Africa. Il progetto prevede la costruzione di una diga principale lunga 1.800 m, alta 170 m in calcestruzzo rullato compattato (RCC). Per realizzarla, sono stati necessari 10,7 milioni mc di calcestruzzo. La diga forma un bacino idrico con una superficie di 172.500 kmq e un volume che può arrivare a 74 miliardi di m3 d’acqua. Costo dell’opera stimato quasi 5 miliardi di dollari. Sono in fase di completamento 2 centrali elettriche installate ai piedi della diga. Le centrali sono posizionate sulle due sponde del fiume e si compongono di 13 turbine Francis, con una potenza installata complessiva di 5.150 MW ed una produzione prevista di 15.700 GWh/anno. La prima turbina è stata realizzata nel febbraio del 2022. Quello che nel luglio 2015 venne definito da Matteo Renzi, ex premier del nostro paese, un “orgoglio italiano”, resta al centro di un braccio di ferro pericoloso, che può gettare altra benzina sul fuoco dei conflitti nel Corno d’Africa, di recente aumentati a seguito proprio delle mire etiopi sui porti del Mar Rosso e del Somaliland. Come nel vicino Medio Oriente, si allunga l’ombra lunga di una nuova guerra per l’acqua. L’Egitto, che dipende dal Nilo per il 97% del suo fabbisogno idrico, vede nel progetto una minaccia esistenziale. Nonostante le rassicurazioni del premier etiope Abiy Ahmed, secondo cui “la diga Renaissance non è una minaccia, ma un’opportunità condivisa”, al Cairo e a Khartoum domina lo scetticismo. I negoziati continuano ma il presidente USA Trump, anziché intervenire come in altri conflitti (con esiti, a dire il vero, ancora evanescenti), si è subito affrettato a dichiarare che il GERD è stato finanziato “stupidamente” dalle precedenti amministrazioni democratiche degli Stati Uniti (cosa peraltro non vera). La vicenda si innesta nell’ambito di un’annosa questione, che come tante altre in Africa appare un retaggio del colonialismo occidentale. Come sottolinea l’ISPI, la gestione delle acque del Nilo è regolamentata da due trattati alquanto datati. Il primo risale addirittura al 1929 e fu stipulato dall’Egitto e dalla Gran Bretagna (per conto del Sudan, allora sua colonia). L’intesa riconosceva a Egitto e Sudan un diritto storico e naturale all’uso delle acque del fiume, vincolando gli Stati a monte del bacino. Nel 1956, diventato indipendente il Sudan, Khartoum e Il Cairo tornarono a negoziare la ripartizione delle risorse del Nilo. Il trattato firmato nel 1959, è tuttora in vigore, e assegna all’Egitto il 75% delle acque, lasciando al Sudan la rimanente parte. È chiaro che questa intesa garantiva, e garantisce tutt’oggi, una posizione di rilievo all’Egitto che, pur trovandosi a valle, può sfruttare la porzione più grande delle risorse idriche a danno dei paesi a monte. I lavori sono comunque proseguiti malgrado i negoziati tuttora in corso non abbiano ancora portato ad un accordo. Peraltro, la stessa Assemblea parlamentare federale etiope ha sollevato delle perplessità, in quanto alcuni parlamentari etiopi ritengono che i lavori debbano essere fermati: ipotesi comunque scartata dal premier etiope. Sulla diga sono già stati fatti quattro incontri dove erano presenti i tre stati interessati: Egitto, Sudan, Etiopia. Il quarto e ultimo vertice è stato organizzato alla fine del 2023, con lo scopo di raggiungere velocemente un accordo sulle norme per il riempimento e il funzionamento della diga, ma si è concluso con un fallimento completo. L’aspetto più evidente (e inquietante) è proprio l’atteggiamento etiope. Con questo progetto l’Etiopia cerca di imporre l’egemonia idrica anziché il partenariato e la cooperazione con i Paesi interessati. I lavori del GERD sono proseguiti con l’intento evidente di far trovare Egitto e Sudan davanti al “fatto compiuto”. Questo atteggiamento risulta peraltro in linea con la politica etiope applicata anche con i Paesi vicini come l’Eritrea e il Somaliland per i posti del Mar Rosso e del Somaliland, ma anche con la sua regione del Tigrai, interessati dalla “vena imperialista” che Abiy Ahmed cerca di portare avanti, dietro la facciata “democratica federativa” dell’Etiopia messa ormai in crisi dai numerosi conflitti interni. Di fatto, Addis Abeba contesta quanto affermato dal Cairo, insistendo sul fatto che non ha bisogno di permessi stranieri per costruire la diga, che ritiene essenziale per il suo sviluppo. Anche sul fronte finanziario, l’Etiopia non se la passa proprio bene: nel dicembre del 2023 è addirittura finita in un default sovrano per il mancato pagamento di una cedola da 33 milioni di dollari su un’obbligazione da 1 miliardo di dollari, emessa nel 2014 e in scadenza nel dicembre del 2024, terzo paese africano in tre anni (dopo Zambia e Ghana). Dietro la disputa si intravedono anche le mani invisibili e interessate di attori esterni: dalla Cina, che ha finanziato ampie porzioni del progetto GERD, agli Stati Uniti, più volte chiamati a mediare senza successo, agli Emirati Arabi, che probabilmente sostengono finanziariamente l’Etiopia per sperare di poter accedere, a loro volta, ai porti del Mar Rosso. Molti anni fa, per far cadere Kwame Nkrumah, il leader anticolonialista che portò il Ghana all’indipendenza, la CIA ideò un programma d’azione USA contro lo stesso Nkrumah che includeva il rallentamento o l’interruzione dei pagamenti per il ‘Progetto Volta’: sul fiume Volta, anche in Ghana era infatti prevista la realizzazione di una grande diga necessaria per lo sviluppo di tale paese. Fu proprio la CIA a ideare una “guerra psicologica” per ridurre il sostegno a Nkrumah all’interno del Ghana, e cercare con varie azioni concrete (tra cui l’interruzione dei finanziamenti dei lavori della diga sul Volta) di mettere in crisi Nkrumah, che alla fine portò a un colpo di Stato e alla sua morte politica. La linea di azione USA attuata per contenere Nkrumah è ora consultabile on line sul sito storico del Dipartimento di Stato USA, e viene dettagliatamente descritta in un Memorandum dell’11 febbraio 1964. Probabilmente oggi gli USA non hanno interesse a ostacolare l’entrata in funzione del GERD, visto che l’Etiopia è (come negli anni della Guerra Fredda) considerata un suo fedele alleato. Tuttavia, avrà le sue belle gatte da pelare, considerato che anche l’Egitto è tra i suoi più stretti alleati, oltre ad essere il paese più indebitato col Fondo Monetario Internazionale (FMI). Considerata la complessità del problema, per ora l’Amministrazione Trump ha scaricato le responsabilità sulle precedenti amministrazioni USA (esattamente come nel caso Ucraina). La diga del Nilo non è solo un’opera ingegneristica. È un simbolo di un’Africa che vuole emanciparsi dalle dipendenze storiche, ma anche un detonatore potenziale di ulteriori conflitti regionali, come se quelli che già ci sono non bastassero. Se la diplomazia fallirà, il rischio è che la prossima guerra non sarà combattuta per il petrolio, ma ancora per l’acqua. E non sarebbe una novità, considerata la storia del Medio Oriente. Ancora una volta tocchiamo con mano la fragilità delle norme internazionali e degli organismi sovranazionali che dovrebbero farle applicare. E, forse, anche la mancanza di strategia degli USA, ormai quasi assenti dall’Africa, un continente dove Cina e Russia sono sempre più in prima fila per spartirsi le sue risorse e dove l’Occidente appare sempre più in ritirata. PUBBLICATO DA ALESSANDRO PELLEGATTA IN POLITICA INTERNAZIONALE Alessandro Pellegatta è uno scrittore appassionato di letteratura di viaggio, storia coloniale e dell'esplorazione italiana nel mondo. Negli ultimi anni si è dedicato in particolare al Corno d'Africa. E' membro del comitato scientifico del Museo Castiglioni di Varese. Ha pubblicato diversi libri per le case editrici FBE, Besa editrice, Historica e Luglio editore Mostra altri articoli
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