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Etiopia, il richiamo dell’ambasciatore Fabrizi: un caso da chiarire

22/8/2026

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di Marilena Dolce
​per EritreaLive


Dopo appena nove mesi ad Addis Abeba, Sem Fabrizi è stato richiamato “in deroga alla permanenza minima in sede”. La Farnesina nega la cacciata, ma restano aperte le ragioni dell’avvicendamento
​

Non ogni avvicendamento di un ambasciatore è una questione politica e non ogni richiamo anticipato nasconde una crisi, ma esistono circostanze nelle quali la rapidità e le modalità di decisione diventano esse stesse notizia.

È quanto sta accadendo intorno alla sorprendente sostituzione dell’ambasciatore italiano in Etiopia, Sem Fabrizi, diplomatico di grande esperienza, nominato dal Consiglio dei ministri nel giugno 2025 e arrivato ad Addis Abeba il 1° novembre dello stesso anno.

Il 30 luglio 2026, dopo nove mesi, un Decreto del Presidente della Repubblica ne ha disposto il richiamo in servizio al Ministero.

Fin qui si potrebbe pensare a una decisione della Farnesina. A rendere il caso meno ordinario però è la formulazione: il richiamo avviene “in deroga alla sua permanenza minima in sede”, cioè il mandato è stato interrotto prima della durata prevista, per questo è stata necessaria una deroga alle regole ordinarie della carriera diplomatica.

Perché? Questa è la domanda.

Fabrizi aveva presentato le proprie credenziali al presidente etiope Taye Atske-Selassie nel gennaio 2026, in un clima improntato ai rapporti di amicizia e collaborazione tra Italia ed Etiopia.

Nei mesi successivi si è impegnato nelle relazioni bilaterali e, in particolare, nel piano Mattei.

Qualche settimana prima del richiamo la Farnesina aveva pubblicato una lunga intervista nella quale l’ambasciatore descriveva l’Etiopia come un partner strategico per l’Italia spiegando le prospettive della cooperazione economica, infrastrutturale e politica tra i due Paesi.

Non vi era, almeno pubblicamente, nessun segnale di un’imminente conclusione della missione.

È questa sequenza temporale che rende l’avvicendamento diverso da una normale rotazione.

La vicenda prende però una piega differente dopo l’uscita dell’articolo di Massimo Alberizzi sul Fatto Quotidiano. Alberizzi scrive che l’ambasciatore ha lasciato Addis Abeba per decisione etiope. Un’affermazione che, se confermata, cambierebbe la natura dell’avvicendamento.

Un ambasciatore può essere richiamato dal proprio governo per numerose ragioni, un nuovo incarico, esigenze interne all’amministrazione, valutazioni politiche oppure una normale riorganizzazione della rete diplomatica. Diversa però è l’ipotesi che sia stato il Paese ospitante a manifestare la volontà della sua sostituzione.

In questo caso non sarebbe neppure necessario arrivare alla dichiarazione di “persona non grata” prevista dalla Convenzione di Vienna. Nella prassi diplomatica un governo può far sapere, in via riservata, che la permanenza di un ambasciatore non è più considerata opportuna, lasciando allo Stato accreditante il compito di richiamarlo senza trasformare la vicenda in uno scontro diplomatico pubblico.

Questa è la possibilità che alimenta gli interrogativi sul caso Fabrizi.

A fronte delle indiscrezioni, però, arriva la posizione della Farnesina, tramite Agenzia Nova, che nega la “cacciata” dell’ambasciatore. Una precisazione importante.

Ad oggi, dunque, non risulta che Fabrizi sia stato dichiarato persona non grata né che sia stato oggetto di un provvedimento formale di espulsione.

Tuttavia la smentita di una vera e propria cacciata non elimina le domande.

Per quale motivo un ambasciatore, nominato da pochi mesi, è stato richiamato?

Il governo dell’Etiopia ha mai chiesto a Roma la sostituzione dell’ambasciatore?

Per il momento tali domande restano aperte. Nel frattempo, però, il caso è arrivato in Parlamento.

Il senatore Ivan Scalfarotto di Italia Viva ha presentato un’interrogazione per chiedere al Governo il perché dell’avvicendamento e le ragioni che hanno determinato l’anticipata conclusione della missione diplomatica.

Se il richiamo non ha alcun rapporto con una richiesta delle autorità etiopi, dovrebbe essere possibile affermarlo definitivamente. Se invece vi sono state interlocuzioni riservate con Addis Abeba, la questione sarebbe diversa.

Questa è una vicenda che assume un’importanza particolare per il momento nel quale avviene.
L’Etiopia è uno dei Paesi principali per la politica africana italiana e costituisce uno dei pilastri del piano Mattei. Allo stesso tempo il Corno d’Africa attraversa una fase estremamente delicata.

Proprio in Etiopia ci sono ancora scontri nel Tigray e resta aperta la rivendicazione di un accesso al mare. Inoltre, i rapporti con Eritrea, Somalia, Somaliland e Sudan incidono fortemente sugli equilibri regionali e sugli interessi delle potenze internazionali.

In tale contesto, la sostituzione improvvisa dell’ambasciatore italiano ad Addis Abeba non può essere considerata un fatto marginale. Anche perché Fabrizi non rappresentava l’Italia solo in Etiopia, era anche accreditato a Gibuti, Sud Sudan e per l’IGAD, l’organizzazione regionale che svolge un ruolo centrale nelle dinamiche politiche e di sicurezza del Corno d’Africa.

Rimangono perciò molti elementi da chiarire.

Il mandato di Fabrizi, assunto lo scorso novembre, è stato interrotto con un decreto “in deroga alla sua permanenza minima in sede”. Fino a poche settimane prima l’ambasciatore esercitava normalmente le proprie funzioni, presentando pubblicamente programmi e iniziative future. Poi sono arrivate indiscrezioni giornalistiche sulla sua presunta espulsione, smentite istituzionali e infine l’interrogazione parlamentare, tutti  elementi sufficienti per chiedere maggiore chiarezza.

I rapporti tra Italia ed Etiopia sono troppo importanti perché un episodio di questo genere sia strumentalizzato per alimentare una crisi diplomatica. Proprio per questo, una spiegazione istituzionale chiuderebbe la vicenda.

La diplomazia vive di riservatezza. Ma la riservatezza non dovrebbe tradursi nell’opacità di una decisione amministrativa assunta in via eccezionale.

Il punto non è accusare Addis Abeba di aver espulso un ambasciatore quando non esistono prove che ciò sia avvenuto. La domanda è un’altra: perché Sem Fabrizi è stato richiamato dopo poco tempo ricorrendo a una deroga alla permanenza minima in sede?

È questa, più che la formula giornalistica della “cacciata”, la domanda alla quale sarebbe opportuno che il governo rispondesse. Una risposta che servirebbe a evitare che il silenzio attuale alimenti interpretazioni e indiscrezioni su una delle relazioni più importanti della politica italiana nel Corno d’Africa.


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