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di Filippo Bovo Le cause e le origini dell'instabilità lungo la rotta dal Mar Rosso al Golfo di Aden, come pure nell'Africa Orientale e nella Penisola Arabica che vi costeggiano, non sono mai state esclusivamente legate ad attori e fattori locali: molte di quelle responsabilità, infatti, sono da cercarsi altrove. Un esempio è dato dalle Brigate Nhamedu, altrimenti note come le Blue Brigade o Blue Revolution Movement o, ancora, EBRF (Eritrean Blue Revolutionary Front), ultimo residuo di una lunga stagione che ha visto il TPLF, dapprima come forza governo egemone in Etiopia dal 1991 al 2018, in seguito come forza ribelle verso il nuovo governo del PP nella Guerra del Tigray del 2020-2022, portare avanti una politica di scontro ad oltranza verso la vicina Eritrea, grazie al sostegno di USA, UE, UK ed Israele, nel nome di un mai dimenticato progetto, il "Grande Tigray" (o "Abay Tigray", lo storico slogan). Il Grande Tigray è un progetto tanto antistorico quanto ambizioso: sottrarre territori agli altri Stati federati etiopici confinanti, Amhara ed Afar, guadagnare uno sbocco sul Mar Rosso a spese dell'Eritrea e secedere come nuovo Stato indipendente da un'Etiopia a quel punto resa frammentata ed ingovernabile. Tale progetto piaceva e piace molto ad Israele, esattamente come quello di favorire la divisione del Sudan (secessione del Sud nel 2010, patrocinata proprio da Tel Aviv, e appoggio odierno all'idea di un Darfur indipendente guidato dalle RSF di Dagalo Hemeti, gli ex Janjaweed) e della Somalia (dal Jubaland a sud, al confine col Kenya, al Somaliland a nord). Piace ovviamente anche a molti settori politici e strategici americani, in un ampio fronte trasversale dai democratici ai repubblicani: giusto per fare un esempio, si pensi ai tanti legami tra Azeb Mesfin, vedova di Meles Zenawi (premier e presidente etiopico negli anni delle coalizioni EPRFD egemonizzate dal TPLF, sotto cui avvenne la guerra d'aggressione all'Eritrea del 1998-2000, persa da Addis Abeba) e Hillary Clinton, e non nella sola OAFLAD (Organization of African First Ladies for Development). Non è difficile capire perché l'idea piaccia così tanto: rendere la Valle del Nilo e il Corno d'Africa aree divise e frammentate in piccoli Stati a proprio controllo è la quintessenza del necolonialismo, soluzione prima alla prevenzione di qualsiasi progetto d'integrazione in odor di panafricanismo. E' lo stesso motivo per cui ambiscono tanto a frammentare in molti piccoli Stati facilmente controllabili anche la Russia e, magari in qualche sogno bagnato ancor più coraggioso, pure la Cina. Di Grande Tigray, oggi, apparentemente non si parla più. Del resto, ci sono ben pochi motivi per farlo, pur continuando segretamente a sognarlo: lo stesso TPLF che ne aveva fatto la sua bandiera, dopo esser stato costretto nel 2022 ad arrendersi in un conflitto avviato su due fronti, contro truppe federali etiopiche a sud ed eritree a nord, oggi porta avanti tutt'altra politica. Nel 2022, a concludere la Guerra del Tigray avevano provveduto gli Accordi di Pretoria, sotto l'attento ed allarmato occhio degli USA. Il premier etiopico Abiy Ahmed, uscito vincitore dal conflitto grazie al supporto eritreo, avrebbe avuto tutti gli interessi a far sì che gli Accordi venissero onorati, a cominciare dal disarmo del TPLF: ma preferì evitarlo, ovvero, così gli fu ordinato. Abiy Ahmed preferiva infatti che il TPLF entrasse a suo favore in guerra contro l'Eritrea, per coronare l'ambito sogno di procurargli uno sbocco sul mare; ma i tigrini, giustamente, di fare guerre non ne volevano più sapere, ed ancor meno tutti gli altri, Amhara, Afar, Somali dell'Ogaden, e persino i suoi stessi concittadini coetnici, gli Oromo. Nel frattempo Getachew Reda, fino ad allora figura egemone nella politica del TPLF, ne era stato espulso, insieme alla sua corrente invero assai esigua: oggi, a capo di un piccolo partito satellite del PP di Abiy Ahmed, svolge l'incarico di suo consigliere per gli Affari dell'Africa Orientale. In Tigray, invece, a governare resta il TPLF, nelle mani del leader Debretsion Gebremichael, in rapporti sempre più tesi con Addis Abeba ed Abiy Ahmed, ed in parallelo sempre più forti e positivi con l'Eritrea e il Sudan, e soprattutto con gli altri movimenti che in Etiopia s'oppongono alla disastrosa politica di "guerre divisive" dell'attuale premier. Non a caso, proprio in questi giorni è stata annunciata l'Alleanza della Sopravvivenza, deliberamente tesa ad abbattere il governo etiopico: è una notizia che dovrebbe riscuotere ben più attenzione dell'ultimo congresso tenuto dall'EBRF in Israele, che invece pare guadagnarsi molta fama tra giornali e pagine social; ma una certa “ragion politica”, come si può intuire, non lo consente. La formano TPLF, ma anche FANO, OLA, ONLF, ANURF, BPLM, GPDM, ad unire Tigray, Amhara, Oromo, Somali dell'Ogaden, Afar, e popolazioni del Benisanghul-Gumuz. Per il resto, ogni epoca ha il suo fantaprogetto geopolitico: se una volta si trattava del Grande Tigray, oggi invece a dominare l'agenda è l'Oromummah, ovvero il sogno più volte ribadito da Abiy Ahmed e dai suoi sostenitori di una Grande Oromia, ingrandita a spese degli altri Stati federati limitrofi e dell'Eritrea; e qui entra in gioco proprio la storia del porto eritreo di Assab che, da quando l'Oromummah è stata sdoganata, viene dal premier etiopico rivendicato un giorno sì e l'altro pure. La somiglianza strategica tra tutti questi progetti fantageopolitici ci ricorda cosa siano gli etnonazionalismi regionali che s'avvalgono di più ampi Stati multietnici per tentar di coronare le loro ambizioni e, soprattutto, di chi davvero dall'alto abbia a cuore a "pomparli" per perseguire ben meno ingenui ma assai più perfidi progetti di dominazione neocoloniale estesa. In tutta questa storia, le Brigade Nhamedu, orfane dell'Abay Tigray, a ben poco servono, al pari dello stesso Getachew Reda, uscito da un TPLF che non vuol più saper niente di lui per andare a far oggi il cortigiano di palazzo di quello stesso premier che era un tempo un suo rivale. Appartengono ad un'epoca, e ad un fantaprogetto geopolitico, ormai chiusi e formalmente abbandonati. Si calcola che i membri delle Brigade Nhamedu, orfani dell'Abay Tigray, siano "oltre mille" (l'Armata Rossa, praticamente: mille!) e, come già molti avranno capito leggendo fin qui, neppure eritrei ma bensì tigrini, tra ex combattenti del TPLF o civili fuggiti proprio dal Tigray e riciclatisi come "diaspora eritrea", ovvero come emigrati o rifiguati eritrei all'estero. Del resto, si sa che almeno il 70% di coloro che si sono dichiarati eritrei in Europa sono in realtà etiopici, in gran parte provenienti proprio dal Tigray, o ancora somali o sudanesi: farlo era infatti il trucco per ottenere l'asilo politico, con tutti i relativi benefici del caso, anche economicamente parlando. Che non fossero eritrei, ma fazioni residuali tigrine legate al vecchio mito dell'Abay Tigray, lo s'è presto visto in occasione dei festival eritrei, dove arrivavano armati di mazze e bastoni picchiando anche gravemente donne e bambini, e sfasciando auto, tavoli ed arredi. Gli scontri di maggior rilievo si sono avuti a L'Aia e a Giessen, in Germania, oltre che in Svezia. Fuori dall'Europa, fatti d'analogo rilievo si sono avuti in Canada, in Israele, negli USA, e così via. Naturalmente, entrati a contatto con le forze dell'ordine a quel punto intervenute, e alle quali hanno violentemente opposte resistenza scontrandosi, sono stati catturati e presto identificati per nome e provenienza reali. Il rimpatrio in Etiopia a quel punto è stato il destino a cui molti di loro sono andati incontro, oltre ovviamente alla perdita di tutti i benefici economici e sociali sino a quel punto fruiti grazie ad un'identità falsa: il sussidio, per esempio. Significativo, tra l'altro, che per le loro incursioni aspettassero sempre il momento in cui gli uomini non c'erano, trovando così soltanto persone indifese come bambini, anziani e donne: una gran prova di valore e coraggio militare. Tuttavia, a suo modo, Abiy Ahmed vuol essere un "signore", e dare anche ai vecchi nemici nel frattempo divenuti amici qualche possibilità: e così, come abbiamo un Getachew Reda assurto a suo consigliere, così pure abbiamo il suo governo dar manforte alle Brigade Nhamedu finanziandole ed ospitando numerosi loro incontri e conferenze ad Addis Abeba. Ma le Brigade Nhamedu, per quanto esigue, sono pur sempre internazionali, e possono allora permettersi una conferenza anche altrove, ad esempio in Israele: dopotutto, Israele ha o non ha una forte influenza sulla loro politica, e così pure su quella di Abiy Ahmed? Per Tel Aviv sono sia l'uno che l'altro due suoi dipendenti di cui servirsi per certe ambizioni regionali, e da scaricar poi un indomani, quando non serviranno più. E così proprio in Israele hanno fatto un'ulteriore svolta, dandosi una maggior struttura politica col nuovo ed altisonante nome di Eritrean Blue Revolutionary Front (EBRF). E' un modo più chic per continuare a spacciarsi per eritrei, addirittura oppositori dell'attuale governo di Asmara. Come annunciato con orgoglio da Dawit Teferi, il loro responsabile finanziario, USA, Israele ed EAU guardano a loro con favore: nessuno se ne meraviglia. Vorrebbero costruire una forza armata sufficiente ad invadere l'Eritrea e a rovesciarvi l'attuale governo: auguri, vien da pensare, visto che per farlo prima ancora dovrebbero passare proprio per quel Tigray che di loro ha un amaro e sgradito ricordo. Nell'attuale situazione di crisi che connota l'area del Mar Rosso, con la guerra nello Yemen, certamente anche costoro possono conoscere un momento di maggiori attenzioni, e così riscuotere qualche denaro in più: ma, nel concreto, la storia ci ricorda che per arrestarli e metterli in condizione di non nuocere non è mai servito l'esercito, ma è bastata la sola polizia. Lo s'è visto proprio in quei festival dall'Europa al Nord America, dall'Inghilterra ad Israele. In Tigray non avranno il coraggio di farsi vedere e, del resto, nessuno ha intenzione di farli passare. Nell'Afar, forse, possono anche riuscirci. Ma il problema è che dopo, ammesso e concesso che davvero entrino in Eritrea, per fermarli non ci sarà bisogno dell'esercito eritreo, che nella sua storia ha già vinto guerre a ripetizione. Basterà, dell'Eritrea, la sola polizia. E così finirà anche quest'altra pantomima.
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Novembre 2025
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