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Eritrea, 35 anni di indipendenza memoria e tensioni sul Mar Rosso

18/5/2026

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Dalla liberazione di Asmara nel 1991 alle attuali pretese territoriali etiopiche: perché la storia eritrea continua a influenzare il Corno d’Africa

​di Marilena Dolce


Il 24 maggio 1991, con la liberazione di Asmara, l’Eritrea conquista l’indipendenza dopo trent’anni di combattimenti.

Una storia che non appartiene soltanto al passato. Dopo 35 anni l’Eritrea deve combattere in difesa della sua integrità territoriale e per la sua indipendenza, contro le mire espansionistiche dell’Etiopia.

Nel 1941 l’Italia perde la colonia eritrea, amministrata dagli inglesi dopo la battaglia di Keren. Il 5 maggio dello stesso anno l’imperatore Hailè Selassiè rientra ad Addis Abeba e l’Etiopia chiede l’unione con l’Eritrea, in nome della “fratellanza” ma soprattutto per ottenere uno sbocco sul mare grazie ai porti di Massawa e Assab.
Una storia non ancora conclusa, anzi ripresa recentemente dal premier etiopico Abiy Ahmed, con alle spalle gli Emirati Arabi Uniti, suscitando forti tensioni nella regione. Nello stesso tempo tuttavia l’America ha chiarito la propria posizione: “abbiamo ripetutamente comunicato all’Etiopia che ci opponiamo a qualsiasi tentativo di acquisire l’accesso al mare con la forza”, afferma la nota del governo americano.

Dunque, mentre cresce l’instabilità in Medio Oriente e aumenta l’importanza strategica dello stretto di Bab el Mandeb, la costa eritrea torna a occupare una posizione centrale negli equilibri regionali.

Riprendiamo la storia.

Nel 1949 Alcide De Gasperi dichiara all’Assemblea delle Nazioni Unite che l’Italia riconoscerà l’indipendenza eritrea. La questione si rivela però molto più complessa. Nel 1950 gli Stati Uniti sono impegnati nella guerra di Corea e Hailè Selassiè invia soldati etiopici a sostegno di Washington. La gratitudine americana prenderà forma nella risoluzione Onu 390 A(V), con la quale l’Eritrea viene federata all’Etiopia, secondo i desideri imperiali.

Durante la sua prima visita ufficiale in Eritrea, attraversando il fiume Mareb, Hailè Selassiè dichiara che “sono soltanto sessant’anni che viene usata la parola Eritrea”, sostenendo che quel territorio era sempre stato parte dell’impero etiopico.

Un’affermazione contestabile, che indica chiaramente la linea politica del Negus. In pochi anni la federazione si trasforma infatti in annessione, culminata nel 1962 con l’abolizione dell’autonomia eritrea.

In quegli stessi anni nasce a Port Sudan un primo movimento per la liberazione eritrea. Poco dopo, al Cairo, nel 1961 si forma il Fle, Fronte di Liberazione Eritreo. Figura simbolica della lotta è Idris Awate che il primo settembre 1961, armato di vecchi fucili italiani e insieme a un piccolo gruppo di uomini, attacca un posto di polizia nel Barka, dando inizio alla lotta armata per l’indipendenza.

Il Fle nasce nelle aree musulmane e può contare sull’appoggio politico ed economico di alcuni paesi arabi. Negli anni successivi, tuttavia, accanto al Fle si rafforza un altro Fronte destinato a diventare progressivamente dominante: il Fple, Fronte Popolare di Liberazione dell’Eritrea.

Nel frattempo, nel 1974, cade Hailè Selassiè e il potere passa al Derg di Menghistu Hailèmariam. Gli Stati Uniti continuano a sostenere Addis Abeba come alleato strategico in Africa, mentre i guerriglieri eritrei consolidano la propria organizzazione militare nelle campagne e nelle città.

Negli anni Settanta il Fple è ormai strutturato in battaglioni ben organizzati e controlla vaste aree del Sahel, mentre l’Etiopia mantiene il controllo di città strategiche come Asmara e Keren. Nel 1976 la separazione tra Fle e Fple diventa definitiva e alla guida del Fple emerge Isaias Afwerki, futuro presidente dell’Eritrea.

Il Fple è un vero movimento di liberazione, non soltanto un movimento armato. Fin dall’inizio si distingue per capacità organizzativa e ideali, conquistando l’appoggio degli eritrei, nelle zone ancora occupate ma anche fra le numerose comunità della diaspora.

Nelle aree liberate il Fple costruisce scuole, cliniche, ospedali e organizza forme di assistenza sanitaria anche nelle regioni più isolate. Vengono formati centinaia di “medici scalzi” e strutture per accogliere orfani, rifugiati e figli dei combattenti.

Prima ancora della liberazione, il Fple agisce di fatto come un governo nelle zone sotto il proprio controllo. Centrale è il concetto di autosufficienza, insieme all’idea di uno Stato fondato sulla convivenza tra gruppi etnici e religiosi diversi.

Nel programma del Fronte si afferma che alle diverse etnie devono essere garantiti “uguali diritti e responsabilità nel rispetto delle diverse lingue, culture e tradizioni”. Altro principio fondamentale è la separazione tra Stato e religione, destinata in seguito a provocare tensioni anche con la Chiesa cattolica, molto presente nel settore educativo durante l’epoca coloniale e negli anni successivi.

Nel 1977 il Fple conquista Nakfa, destinata a diventare il simbolo della resistenza eritrea. “Oggi Nakfa, domani Asmara”, è lo slogan che accompagna la vittoria. Negli anni successivi i guerriglieri avanzano ulteriormente, mentre l’Etiopia continua a ricevere importanti aiuti militari internazionali.

Nel 1988 arriva la conquista di Afabet, definita dal giornalista Basil Davidson “una delle più grandi vittorie conseguite da un movimento di liberazione”.

Tre anni dopo, il 24 maggio 1991, viene liberata Asmara. Con il referendum del 1993 l’Eritrea conquista ufficialmente l’indipendenza.

Da allora sono passati 35 anni. Per gli eritrei, in patria e nella diaspora, il 24 maggio non è soltanto una ricorrenza nazionale.

È il ricordo di una guerra lunghissima combattuta per l’esistenza stessa del Paese.
​
Per questo maggio continua a essere, ancora oggi, il mese della festa e della memoria.
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