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ERITREA ERITREA



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Dichiarazione di S.E. Sophia TesfamariamRappresentante permanente dello Stato di Eritrea presso le Nazioni Unite alla 19a Conferenza ministeriale di medio termine del Movimento dei Paesi Non Allineati (NAM)

16/10/2025

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15-16 ottobre 2025
Kampala, Uganda

Eccellenza, Jeje Odongo Abubakar
Ministro degli Affari Esteri della Repubblica dell'Uganda,

Eccellenze e illustri delegazioni,

Consentitemi innanzitutto di esprimere il caloroso apprezzamento della mia delegazione al Governo e al popolo della Repubblica dell'Uganda per la loro cortese ospitalità e per l'eccellente organizzazione di questa 19a Conferenza ministeriale di medio termine del Movimento dei Paesi Non Allineati. Elogiamo la leadership dell'Uganda in qualità di Presidente del nostro Movimento e i suoi instancabili sforzi per promuovere i risultati del 19° Summit tenutosi qui nel gennaio 2024.

Signor Presidente,

Mentre ci riuniamo oggi per riflettere e valutare i progressi e le sfide dal Summit, è angosciante che l'umanità si trovi ancora ad affrontare una pace e una sicurezza globali pericolose, la polarizzazione geopolitica, le crescenti disuguaglianze, le crisi ambientali e la continua emarginazione del Sud del mondo nei processi decisionali globali.

Per gli Stati membri del Movimento NAM, queste realtà sottolineano la continua rilevanza dei principi fondanti del Movimento: solidarietà, rispetto reciproco, autentica cooperazione e partenariato, non interferenza e diritto di tutte le nazioni a perseguire percorsi di sviluppo indipendenti.

Signor Presidente,

Le cause profonde delle crisi interconnesse e interconnesse che l'umanità sta affrontando sono attribuite a molteplici fattori. Tuttavia, il fallimento lampante dell'attuale architettura di governance globale rimane al centro. Basata su un "ordine internazionale basato su regole" basato su premesse infondate, l'attuale architettura di governance globale ha fomentato e continua a fomentare conflitti e guerre per procura, promuovere l'avventurismo militare, deprivare le società e monopolizzare le risorse, e abrogare i principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite.

Signor Presidente,

Le attuali istituzioni economiche e finanziarie globali – l'incarnazione di un ordine internazionale ingiusto e non inclusivo – sono essenzialmente progettate per servire i pochi e ristretti ideali della prospettiva "neoliberista" attraverso lo sfruttamento e il monopolio dell'economia e della ricchezza globali, aggravando al contempo la povertà tra le nazioni. Inoltre, la subdola istituzionalizzazione della corruzione costituisce un ulteriore mezzo di manipolazione e saccheggio.

L'entità dello sfruttamento delle risorse nei paesi in via di sviluppo attraverso gli accordi "neocoloniali" è troppo evidente per meritare di essere approfondita. L'esperienza dell'Africa, un continente dotato del 60% delle risorse naturali mondiali, è una lezione pratica. Ironicamente, questo continente ricco di risorse rimane la fonte di materie prime necessarie alle economie e ai prodotti tecnologici dei pochi "paesi sviluppati" avidi di risorse a un prezzo minimo. A sua volta, il continente riacquista prodotti a valore aggiunto a un prezzo esponenzialmente alto, e questo mantiene la maggior parte delle nazioni africane in una situazione di grave deficit commerciale e quindi di povertà.

Inoltre, il continente è stato oggetto di guerre e conflitti istigati dall'esterno con l'unico scopo di intervenire e dominare.

Signor Presidente,

L'idea di "ricchezza globale condivisa", tema guida della Conferenza Ministeriale, potrà essere realizzata solo una volta corrette le ramificazioni delle disfunzioni e delle premesse sbagliate dell'attuale architettura di governance globale sopra evidenziate.

Realizzare una visione così nobile implica la creazione di legami significativi e simmetrici di cooperazione e partenariato per rafforzare i nostri impegni e le nostre risorse collettive, basati sulla promozione dell'equità e della giustizia, nonché sul rispetto reciproco dell'indipendenza e della sovranità nazionale. A tal fine, il nostro Movimento avrà bisogno di standard più elevati e di una prospettiva rinnovata per porre rimedio alle ingiustizie create da una governance globale disfunzionale e raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati, per raggiungere così un benessere globale condiviso.

Signor Presidente,

Da parte sua, l'Eritrea rimane impegnata a promuovere l'autosufficienza economica, la giustizia sociale, la cooperazione Sud-Sud e partenariati globali equi. Continueremo a rafforzare la collaborazione con i partner del Movimento NAM, potenziando il commercio, il trasferimento tecnologico e gli investimenti nel capitale umano, con l'obiettivo di costruire economie resilienti e sovrane, in grado di contribuire in modo significativo alla prosperità e al benessere globali.

L'Eritrea sottolinea i diritti sovrani di tutti gli Stati, grandi o piccoli, e l'importanza di rispettarne l'indipendenza, l'integrità territoriale e l'autorità decisionale. Sottolineiamo i principi del multilateralismo, della coesistenza pacifica e della protezione della sovranità di tutti gli Stati, che rimangono centrali nella nostra visione condivisa. L'Eritrea respinge categoricamente qualsiasi tentativo sconsiderato di violare questi principi cardinali nel perseguimento di interessi geopolitici percepiti, poiché ciò porterebbe a una destabilizzazione regionale e internazionale senza precedenti.

Signor Presidente,

In conclusione, l'Eritrea esorta tutti gli Stati membri del Movimento NAM a mobilitare le proprie risorse inutilizzate e a impegnarsi a forgiare un ordine globale basato sulla piena e paritaria partecipazione di tutti gli Stati membri, in contrapposizione all'unilateralismo e al futile "ordine basato sulle regole". Gli Stati membri del Movimento NAM devono riaffermare la loro peculiare e storica responsabilità di sostenere i sacrosanti principi di uguaglianza, rispetto della sovranità, integrità territoriale e indipendenza politica di tutte le nazioni e i popoli, come sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite e dai Principi di Bandung.

L'Eritrea ribadisce la sua solidarietà con tutti gli Stati membri del Movimento NAM nella promozione della pace, della giustizia e dello sviluppo inclusivo. A tale proposito, ribadiamo il nostro fermo sostegno al diritto all'autodeterminazione del popolo palestinese, come diritto naturale e legittimo che non deve essere compromesso in nessun momento. Sollecitiamo inoltre la revoca incondizionata di tutte le forme di misure coercitive e sanzioni unilaterali imposte a tutti gli Stati membri del Movimento NAM, inclusi Cuba, Eritrea, Venezuela e Zimbabwe.
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Grazie!

credit Ghideon Musa Aron
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Nel drammatico conflitto civile in Sudan, è sempre Asmara la migliore amica di Khartum

12/10/2025

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Nel Corno d'Africa dove la tensione cresce da più parti, la visita ad Asmara del Primo Ministro sudanese Kamil Idris è parsa un positivo segnale per la pace e la stabilità. Le soluzioni al conflitto sudanese non possono che essere decise dal Sudan stesso. Khartum è grata all'Eritrea per sostenerla in tal senso: non soltanto con le parole, come ricordato dal Primo Ministro, ma soprattutto coi fatti.
Di Filippo Bovo

12 Ottobre 2025

In un Corno d’Africa dove la tensione cresce da più parti, il consolidamento delle relazioni tra Asmara e Khartum appare come una sempre più positiva controtendenza, indicando buoni auspici anche per individuare una via d’uscita al drammatico conflitto civile che insanguina il Sudan da aprile 2023. Proprio lo scorso 10 ottobre il Primo Ministro sudanese Kamil Idris ha infatti concluso la sua visita ufficiale di due giorni ad Asmara, dove è stato ricevuto dal Presidente eritreo Isaias Afwerki per discutere d’importanti questioni bilaterali come la cooperazione economica, la sicurezza e la stabilità regionale.

Andando oltre le sembianze di un comune evento diplomatico bilaterale, l’incontro ha manifestato il ruolo di giorno in giorno sempre più attivo dell’Eritrea nel dar sostegno al Sudan: molto più, come vedremo, di un “paese fratello”. Il premier sudanese è giunto ad Asmara il 9 ottobre 2025, accompagnato da una delegazione d’alto livello formata da Ministro degli Esteri Mohi El-Din Salem e dal Ministro della Cultura, dell’Informazione e del Turismo, Khalid Ali Aleisir. Obiettivo principale, come riferito da Sudan Tribune, rafforzare i legami bilaterali tra Sudan ed Eritrea, con particolar enfasi su sicurezza, intelligence e progetti economici congiunti.

Come dichiarato da Sudan Horizon, durante i colloqui al Palazzo di Stato Idris ha trasmesso un messaggio di saluti dal Presidente del Consiglio Sovrano sudanese, il Generale Abdel Fattah al-Burhan, elogiando la “posizione coraggiosa” dell’Eritrea nel supportare il Sudan durante “tempi difficili causati da una guerra imposta”. Dal canto suo, il Presidente Afwerki ha ribadito il sostegno incondizionato dell’Eritrea all’unità e alla dignità del Sudan, sottolineando che la posizione di Asmara è “principale ed immutabile”. Al termine della visita, le due parti hanno concordato anche d’intensificare la cooperazione in altri settori come la pesca, le raffinerie e l’estrazione mineraria, oltre a coordinarsi in forum regionali e internazionali, inclusa la campagna per il ritorno del Sudan nell’Unione Africana.

Passeggiando poi per la capitale col Presidente Afewerki, Idris ha incontrato i membri della comunità sudanese nel paese, molti dei quali giunti proprio dopo lo scoppio del conflitto civile ed ospitati “come fratelli, condividendo il pane e il tetto” da Asmara, e concesso infine una ben articolata intervista all’agenzia eritrea Shabait. La visita capita in un contesto di relazioni storiche davvero profonde e complesse per i due paesi. L’Eritrea ha storici legami etno-culturali col Sudan (si pensi alle popolazioni Beja, che abitano proprio tra Eritrea occidentale e Sudan orientale, lungo tutto il confine) e svolto più volte un ruolo di mediazione in passati conflitti.

Dall’inizio della guerra civile, Asmara ha dato un attivo sostegno al governo sudanese guidato dalle Forze Armate Sudanesi (SAF) contro le Forze di Supporto Rapido (RSF) guidate da Mohamed Hamdan Dagalo Hemedti, addestrando militari sudanesi, agendo con intelligenza nel mediare tra le parti che le si erano rivolte, fornendo le piste dei propri aeroporti agli aerei delle SAF minacciati dai droni delle RSF; e, non ultimo, come già detto, dando rifugio anche a migliaia di civili che altrove sarebbero andati incontro alla morte o, forse, finiti in un campo profughi.

Secondo l’emittente Dabanga Sudan, importanti gruppi come il Congresso Beja e il Fronte Popolare Unito per la Liberazione e la Giustizia si sarebbero allineati con le SAF. Tuttavia, stando a certi analisti critici, di marca prevalentemente atlantica, questa alleanza potrebbe innescare conflitti tribali interni al Sudan, con interferenze di Asmara negli affari sudanesi fatte da costoro risalire già agli Anni ’90. Un’opinione invero piuttosto risibile, giacché proprio in quegli anni, quando Khartum era sotto il lungo dominio di Omar al-Bashir, avvenne l’esatto contrario, con l’Eritrea ritrovatasi a patire i tentativi di destabilizzazione condotti nei suoi confronti da un’insolita “triplice” formata dai governi sudanese, etiopico e yemenita del tempo.

Quella “triplice”, composta dal sudanese Bashir, dall’etiopico Zenawi e dallo yemenita Saleh, agiva peraltro col ben più che speranzoso favore di Stati Uniti ed Unione Europa. La storia insegna pure che sempre quei paesi, o loro importanti componenti interne in dissidio coi rispettivi governi centrali, finirono poi con l’invocare un supporto diplomatico di Asmara come mediatrice per venir fuori dai loro conflitti, peraltro con un immancabile benché mai del tutto abbastanza propagandato plauso internazionale. Si pensi, ad esempio, alla mediazione nell’Accordo di pace tra il governo sudanese e il Fronte Orientale del 2006.

Oggi, come ricorda Mesob Journal, il sostegno eritreo al Sudan è dovuto a vari interessi strategici, come la sicurezza ai confini e la stabilità nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa; ma anche alla storicità dei legami tra i due paesi, con popolazioni e culture comuni, e l’importante appoggio che i governi di Khartum precedenti all’epoca di Bashir, come quello di Jaafar Nimeyri, diedero all’EPLF e ai civili eritrei durante la Guerra di Liberazione dall’Etiopia. Nella sua visita, Idris ha sottolineato la necessità di progetti congiunti per contrastare le sfide regionali, riflettendo la visione eritrea di un Sudan unito contro influenze esterne destabilizzanti. Infatti il conflitto civile sudanese, scoppiato nell’aprile 2023 tra le SAF e le RSF, dura ormai da trenta mesi venendo di volta in volta rinfocolato proprio da numerose ed interessate mani esterne.

Ad ottobre 2025, secondo fonti di ONU, di The New Arab e di Sudan Tribune, la guerra ha causato oltre 150.000 morti a cui si sommano gli oltre 522.000 bambini periti per fame, i più di 14 milioni di sfollati e i 24,6 milioni di persone in un bisogno urgente d’aiuti umanitari. Soprattutto in aree come il Nord Darfur e le Montagne di Nuba la carestia, mista alla ferocia degli scontri, impera nel modo più spietato. L’epicentro della violenza è indicato proprio in El Fasher, capitale del Nord Darfur, cinta d’assedio dalle RSF i cui attacchi, come denunciato da Al Jazeera, hanno ucciso almeno 20 civili in una moschea e in un ospedale solo tra il 5 e l’8 ottobre scorsi, ed oltre 53 morti e 60 feriti in pochi giorni.

La furia dei conflitti e la ricerca di una salvezza alimentare fa sì che dopo due anni e mezzo la popolazione nelle città sia calata del 62%, con più di 260.000 persone intrappolate in condizioni catastrofiche. Il sistema sanitario è nel frattempo collassato, l’inflazione marcia sopra il 170% (al cambio ufficiale, servono 600 sterline sudanesi per un dollaro: immaginiamoci al mercato nero) e l’economia risulta contratta del 42% rispetto ai livelli prebellici: a tanto si sono spinti alcuni paesi, quelli che davvero hanno ingerito in Sudan scatenandovi il conflitto civile nella primavera 2023, pur di sovvertirne il processo di transizione politica inauguratosi col dopo-Bashir.

Esattamente come nel caso della Somalia, solo permettendo alle varie componenti interne del Sudan d’accordarsi liberamente tra loro, senza ingerenze non richieste, si potrà rivedere il paese finalmente unito ed in pace; e, proprio come nel caso somalo, chi fa di tutto per impedire che ciò avvenga, non va certo cercato lungo le sponde del Mar Rosso. Tanto per la Somalia quanto per il Sudan la storia e l’attualità ci indicano ben altre piste da seguire: sta almeno agli osservatori più accorti e ragionevoli giungere alle ovvie e dovute conclusioni.

Il conflitto sudanese è, come già dicevamo, esacerbato da un intreccio d’interessi esterni, con potenze regionali e globali che supportano fazioni opposte, complicando ogni sforzo di pace. Un primo nome andrebbe indicato negli Emirati Arabi Uniti (EAU), principale sostenitore delle RSF, cui forniscono armi, finanziamenti e supporto logistico attraverso il Ciad, la Libia, l’Etiopia e gli stati somali del Somaliland e del Puntland. Dopotutto, Addis Abeba ha più di un interesse ad indebolire il Sudan, favorendovi anche una nuova frammentazione per consolidare la sua presa sul Nilo e guadagnare un’area strumentale ad un suo accesso, pure indiretto, al Mar Rosso.

Gli interessi emiratini ed etiopici, su questo punto, hanno trovato più di una facile convergenza; esattamente come, rivolgendosi verso il Golfo di Aden, l’hanno trovata nel favorire le tendenze centrifughe interne della Somalia, in primo luogo proprio coltivando i sogni separatisti di quanto resta del Somaliland (dopotutto, dalla sua proclamazione nel 1991 ad oggi, le sue aree orientali ed occidentali si sono a loro volta scisse per ritornare con Mogadiscio, lasciando la “capitale” Hargeisa con ben poco tra le mani). In Libia, approfittando della porosità dei confini sahariani sud-orientali, sotto controllo tribale, gli EAU, che con Bengasi hanno complessivamente un buon rapporto, forniscono robusti rifornimenti alle RSF, e non di meno lo stesso avviene anche per quanto riguarda il Ciad; là ugualmente la permeabilità frontaliera e la familiarità tra gruppi come le RSF, pur sempre legati alle congregazioni clanico-tribali della Baggara ciadiana, facilitano cospicui e consimili transiti.

Fino allo scorso anno, quando in Ciad i francesi ancora vi detenevano le loro basi, gli EAU ne facevano un disinvolto uso per recapitare alle RSF tout le nécessaire: ma oggi sono fuori dalla partita, e così Abu Dhabi compensa con nuovo e più moderno materiale militare, recapitato via aerea e comprato anche all’insaputa dei paesi produttori (ad esempio così è avvenuto con armamenti cinesi, scatenando una crisi diplomatica tra Pechino ed Abu Dhabi non appena la prima è stata informata da Khartum, che ne aveva catturato degli esemplari dalle RSF) oltre ad aerei carichi di mercenari colombiani ed europei. Qualcuno di quegli aerei è stato pure abbattuto dalle forze di contraerea delle SAF: un discreto danno per gli uomini di Hemedti, quelle RSF un tempo note come i famigerati Janjaweed di Bashir.

Vi è poi una neanche troppo lontana interazione di Israele, sempre assai interessata a tutto ciò che concerne le aree dal Mar Rosso alla Valle del Nilo, fino ai Grandi Laghi e al Sudafrica: fa parte della sua storia, chi conosce la strategia israeliana dell’Alleanza della Periferia saprà di cosa parliamo. Gli Stati Uniti, che proprio poco prima che scoppiasse il conflitto civile a Khartum avevano mandato in visita una certa Victoria Nuland, all’epoca loro Segretaria di Stato (pure a Kiev, a suo tempo, venendo in visita vi aveva messo “una mano santa”), giustamente non vi hanno mai avuto granché da ridire; ed ora che cercano di venir fuori da quella grave responsabilità, presentandosi da mediatori e nascondendosi in un eterogeneo Quad formato con Egitto, Arabia Saudita ed EAU, sono stati rimandati alla porta.

Gli europei, che insieme agli Stati Uniti e al Quad avevano messo su delle “riunioni fiume” a Parigi a Londra, ugualmente sono scivolati come la pioggia sulle tegole. Il Kenya, tentando d’agganciarli, aveva puntato pure ad ospitare un ipotetico governo parallelo di Hemedti, che col riconoscimento di una loro parte avrebbe certificato la “quasi secessione” nel Sudan. Dopo quella già vista col Sud Sudan, che ora sta a sua volta conoscendo un conflitto civile analogo, un’ulteriore frammentazione del Sudan precipiterebbe l’area centrale della Valle del Nilo nel caos più totale, con una destabilizzazione che coinvolgerebbe Corno d’Africa, Sahel, Grandi Laghi ed Africa Centrale, unendo in un sol blocco le immani crisi già in corso dalla Repubblica Democratica del Congo all’Etiopia, dal Ciad alla Repubblica Centrafricana fino all’AES, e non solo.

A dar sostegno alle SAF, sposando le posizioni di Asmara, sono invece l’Egitto, tradizionale partner di Khartum, l’Arabia Saudita che ha tra l’altro più volte tentato di mediare tra SAF e RSF con colloqui a Jeddah, e l’Iran che a Khartum fornisce armi e droni. Riyad, a testimonianza del clima di pace e neutralità venutosi a creare con la pace tra Arabia Saudita ed Iran mediata da Pechino nella primavera 2023, permette fra l’altro ai cargo iraniani di sorvolare il proprio spazio aereo per rifornire coi suoi armamenti le SAF.

Del resto, Arabia Saudita ed Iran concordano pure nel considerare come una grave minaccia alla loro stessa sicurezza regionale l’eventuale crescita dell’influenza di loro avversari chiave come gli EAU ed Israele in Sudan e Somalia, tra Valle del Nilo, Mar Rosso e Golfo di Aden. La Cina, grande partner economica, infrastrutturale ed energetica di Khartum, e con una forte vocazione diplomatica, auspica una mediazione volta a sanare gli scontri interni restituendo coesione e stabilità al paese.

​Infine la Russia, in principio accusata di fornire un sostegno alle RSF tramite le Wagner (ciò aveva attratto pure l’intelligence e il mercenariato ucraini, che vi vedevano, oltre ad una nuova occasione per internazionalizzare in terra d’Africa il conflitto con Mosca scontrandosi coi russi, la possibilità pure di lucrare dalla guerra civile sudanese vendendovi armamenti teoricamente destinati al fronte del Donbass), ha presto manifestato il proprio sostegno a Khartum come unico governo legittimo e garante di stabilità nel martoriato paese, ancor più quando le stesse Wagner sono state poi sciolte ed in gran parte travasate nel nuovo Corpo Africano di Russia, controllato dall’esercito russo.

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Un alibi per Assab? Le accuse di Abiy Ahmed e i timori degli analisti

10/10/2025

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Mentre Abiy Ahmed accusa l’Eritrea di complotto, l’opposizione denuncia i tamburi di guerra e gli analisti temono che Assab diventi il pretesto per un nuovo conflitto​

di Marilena Dolce


Un alibi per Assab? Le accuse di Abiy Ahmed e i timori degli analisti Il porto di Assab, in Eritrea, è tornato al centro del dibattito politico etiope. Per il premier Abiy Ahmed, la perdita di quello sbocco sarebbe un errore storico da correggere. Ma dietro tale retorica si nasconde una profonda crisi interna, un rischio di escalation militare e la complessa eredità coloniale nella regione.

Le dichiarazioni di Abiy e l’ombra della guerra Il mese scorso, durante un’intervista televisiva presso il sito della Grande Diga del Rinascimento (GERD), il premier Abiy Ahmed ha definito la perdita di Assab “un errore del passato che è tempo di correggere”. Molti osservatori hanno letto queste parole come una vera e propria dichiarazione di guerra. Già nel 2023 il Premier aveva definito il Mar Rosso “confine naturale dell’Etiopia”, una “questione esistenziale”. Ora, secondo fonti interne, tale questione esistenziale li avrebbe spinti a posizionare truppe e armamenti pesanti nella zona a ridosso di Assab, alimentando i timori di un imminente attacco contro l’Eritrea.

Lettera all’Onu e risposta dell’opposizione La tensione si è tradotta anche in atti diplomatici formali. Il 2 ottobre il ministro degli Esteri etiopico ha inviato una lettera al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, accusando l’Eritrea di voler rovesciare il governo di Addis Abeba in combutta con il Tplf, (Tigray People’s Liberation Front). Secondo diversi analisti la mossa, che segue una precedente missiva, sarebbe il tentativo di costruirsi un alibi proprio in vista dell’eventuale offensiva militare ad Assab.

Asmara ha risposto alla lettera definendola una “farsa” e ripetendo di non cercare nessuna guerra.
Anche l’opposizione etiopica non è rimasta in silenzio. Jawar Mohammed, figura di spicco oromo, considerato un potenziale successore di Abiy, ha risposto su X accusando il governo di essere il principale tamburo di guerra. Ammettiamo pure, si legge sul suo profilo social, che l’accusa sia vera, ma cosa hanno fatto Abiy e il suo regime negli ultimi due anni? Non hanno forse continuato a vantarsi, giorno dopo giorno, della loro intenzione di schiacciare il Tplf, rovesciare Isaias e prendere il controllo di Assab?

Finora la questione dell’accesso al mare era rimasta sul piano ufficioso, lasciando spazio a interpretazioni giornalistiche. Ora le parole e le lettere ufficiali sembrano colmare il vuoto, seminando vento e rischiando di raccogliere tempesta.

La visione di Abiy Ahmed: “sinergia” e mare Durante la presentazione del suo libro Medemer, “sinergia” in amarico, Abiy Ahmed ha dichiarato che l’Etiopia non “può rimanere un prigioniero geografico”. Medemer riassume la sua visione politica: unire le forze per la crescita nazionale. In questa cornice, l’autosufficienza energetica garantita dalla Grande Diga e l’accesso al mare sono i pilastri strategici.

L’espressione “prigione geografica”, pur senza citare esplicitamente Assab, inquieta i vicini. Gibuti, Somalia ed Eritrea leggono tra le righe un messaggio poco rassicurante. A complicare il quadro l’accordo firmato nel giugno 2025 tra Addis Abeba e Abu Dhabi per la costruzione di una ferrovia tra Etiopia e Somaliland, parte di un progetto più ampio di espansione degli Emirati nel Corno d’Africa.

Etiopia: crisi interna e malcontento crescente Mentre il governo guarda al mare, i veri problemi dell’Etiopia restano però sulla terraferma. I conflitti iniziati con la guerra nel Tigray si sono estesi nella regione Amhara, nonostante gli accordi di Pretoria del 2022. Il generale Teshome Gemechu ha definito la conquista di Assab un “obiettivo nazionale”. Ma la realtà interna racconta altro. Secondo un rapporto del Consiglio Militare diffuso da Ethio Forum, 74.000 soldati sono disertori, a fronte di 60.000 nuovi arruolati. Sul piano sociale, inoltre, la situazione è drammatica. Dal 2018, il 73% della popolazione si è impoverita, con un 18% sull’orlo della povertà estrema. Oltre 21 milioni di etiopici necessitano di assistenza umanitaria. 4,7 milioni sono sfollati interni e circa 9 milioni di bambini non frequentano la scuola.

La risposta dei Paesi vicini I Paesi vicini hanno reagito in modo fermo e compatto. Gibuti ha ribadito la possibilità di consentire all’Etiopia l’utilizzo commerciale, ma non militare, dei propri porti. La Somalia ha riaffermato la piena sovranità sulle proprie coste. Per il momento sembra essere rimasto senza seguito anche l’accordo provvisorio tra Addis Abeba e Somaliland, che prevedeva la cessione di un porto in cambio del riconoscimento formale.

L’Eritrea, attraverso il suo Ministero dell’Informazione, ha definito la richiesta di “accesso sovrano al mare” una distorsione della storia e un tentativo di scavalcare il diritto internazionale che tutela l’immutabilità dei confini coloniali ereditati.
Il ministro degli Esteri Osman Saleh, intervenendo all’80ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha dichiarato che l’Eritrea è uno Stato costiero sovrano e che i suoi porti non sono aperti all’uso militare o navale straniero. Guterres ha espresso apprezzamento per l’impegno eritreo per la stabilità regionale e ha riaffermato il sostegno ONU al principio di integrità territoriale e sovranità nazionale.

Dunque, mentre il governo di Addis Abeba alza i toni e i paesi vicini si compattano, anche la comunità internazionale prende posizione. Massad Boulos, senior advisor del presidente Donald Trump, ha parlato “dell’importanza di rispettare le frontiere internazionali”, mentre Washington ha deciso di prorogare lo stato di emergenza in Etiopia. Abiy Ahmed, inoltre, non ha ricevuto nessun appoggio dagli Stati Uniti per la sua politica considerata pericolosa per il Corno d’Africa. Anche il Parlamento inglese ha discusso  sulle crescenti tensioni, invitando Addis Abeba ad avviare un dialogo con Asmara per evitare “errori di calcolo” che potrebbero destabilizzare l’intera regione. Per quanto riguarda l’Italia, per il momento, non c’è un comunicato ufficiale sulla questione Mar Rosso”.

La cornice storica Storicamente è proprio con l’acquisto della baia di Assab da parte di Giuseppe Sapeto, per conto della Compagnia di Navigazione Rubattino, che inizia la presenza italiana nel Mar Rosso. Nessun sovrano abissino partecipò alla trattativa con l’Italia, né esistono documenti che attestino un controllo abissino della zona in quel periodo. Dopo la sconfitta di Adua (1896), l’Italia rivide il Trattato di Uccialli firmato con Menelik, rinunciando alle pretese territoriali in Etiopia, ma mantenendo il controllo dell’Eritrea, dal Mareb ad Assab compresa. Ancora oggi, l’Eritrea, come molte nazioni africane, poggia la propria sovranità territoriale sui confini stabiliti dai trattati coloniali, del 1900, 1902 e 1908.

Nel 1991 l’Eritrea diventa indipendente di fatto e, poco dopo, con il referendum del 1993, anche di diritto, con confini riconosciuti da tutti gli Stati, Etiopia compresa. Confini che non saranno contestati neppure nel 2018, con l’Accordo di Pace firmato ad Asmara e a Gedda.

Le argomentazioni etiopiche che si appellano al periodo 1951–1991, con l’Eritrea prima federata, poi annessa, non reggono alla prova del diritto internazionale. Secondo il principio giuridico dell’uti possidetis la sovranità dei confini ereditati dalle colonie non può essere messa in discussione.

Tra diritto e geopolitica L’unico utilizzo lecito da parte dell’Etiopia per ottenere l’accesso è quello stabilito dal diritto del mare, che riconosce agli Stati senza sbocco l’accesso ai porti esteri previo accordo bilaterale. Si tratta dunque di un diritto di transito, non di proprietà e l’Eritrea non ha mai negato all’Etiopia tale possibilità. Quanto all’argomento economico, l’Etiopia ha registrato tra il 1998 e il 2018 una crescita a due cifre, pur senza possedere un porto. Addis Abeba dista da Gibuti meno che da Assab, mantenendo costi di transito relativamente bassi rispetto ad altri Paesi senza sbocco.

Come ha ricordato l’ambasciatrice eritrea alle Nazioni Unite, Sophia Tesfamarian,“essere senza sbocchi sul mare dovrebbe essere considerata una sfida logistica, non un’ingiustizia storica”. Una sfida che può essere affrontata con accordi commerciali e diplomatici, non con rivendicazioni pericolose, vere e proprie bombe a orologeria nel fragile equilibrio del Corno d’Africa.
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Seconda lettera del Ministro degli Esteri etiope al Segretario Generale delle Nazioni Unite

9/10/2025

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La seconda lettera del Ministro degli Esteri etiope (2 ottobre della scorsa settimana) al Segretario Generale delle Nazioni Unite è sorprendente nella sua audacia e costituisce un atto di duplicità estrema!

Come dice il proverbio locale: "ጭጉራፍ'ሲ ሃሪማ ተእዊ!", che si traduce approssimativamente in: "Una fionda emette un grido acuto quando colpisce il bersaglio".

Giorno dopo giorno, negli ultimi due anni, il mantra politico del PP si è incentrato sull'acquisizione di "un accesso sovrano al mare attraverso mezzi legali, se possibile, e con la forza militare, se necessario". L'intensa campagna propagandistica volta a fomentare ambizioni irredentiste è stata accompagnata da un'incosciente e provocatoria campagna di propaganda.

In queste circostanze, l'ultima lettera è una farsa ingannevole; un insulto all'intelligenza del popolo etiope e della comunità internazionale in generale.

Da parte sua, l'Eritrea ha dichiarato esplicitamente fin dall'inizio che "non si lascerà trascinare, come sempre, in simili vicoli e piattaforme", esortando tutti gli interessati "a non lasciarsi provocare da questi eventi"; comunicato stampa del Ministero dell'Interno, 16 ottobre 2023.

In tal senso, il presidente Isaias Afwerki ha ulteriormente sottolineato, nella sua intervista alla stampa locale del luglio dello scorso anno: "Non abbiamo alcuna voglia di guerra... Non abbiamo rivendicazioni territoriali o ambizioni contro i nostri vicini. Ma come dimostra la storia, sappiamo come difendere il nostro Paese quando e se attaccato

Il PP si vanta dei droni, dei missili a lungo raggio, dei carri armati, ecc. che ha acquistato, e della massiccia ondata di attacchi che scatenerà contro l'Eritrea. È sconcertante e può essere compreso solo da chi non conosce la storia. La nostra risposta è: non gettate il popolo etiope in una guerra inutile: concentratevi sulla risoluzione dei vostri veri problemi... ዓዲ ወዓሉ! (Resistete)".
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Yemane G. Meskel, Ministro dell'Informazione
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Kagnew Station

8/10/2025

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In questa foto, si vedono due militari americani di stanza alla stazione di Kagnew, rapiti dai combattenti per la libertà eritrei nel 1975: Tom Bowidowicz (a sinistra) e David Strickland (a destra).

I combattenti eritrei permisero loro di incontrare Gwynne Roberts, giornalista del Financial Times.

Dopo l'intervista e la sessione fotografica, i combattenti per la libertà li rilasciarono, dopo aver spiegato le ragioni della lunga lotta per la libertà.

La stazione di Kagnew era un'installazione dell'esercito degli Stati Uniti situata ad Asmara, in Eritrea, nel Corno d'Africa.

Fondata nel 1943, funzionò come stazione radio dell'esercito americano, rilevando e ristrutturando una preesistente stazione radio della marina italiana dopo la resa delle forze italiane ad Asmara agli Alleati nel 1941.

La stazione di Kagnew rimase operativa fino al 29 aprile 1977, quando gli ultimi americani partirono.

Ospitò il 4° Distaccamento del Secondo Battaglione di Servizio Trasmissioni dell'esercito degli Stati Uniti.

​Stazione di ascolto durante la Guerra Fredda, la stazione di Kagnew era situata vicino all'equatore, a un'altitudine di 2.200 metri sul livello del mare,la più importante in Africa come ascolto .

La stazione di Kagnew divenne la casa di oltre 5.000 cittadini americani al suo apice negli anni '60.

La chiusura del Keren R&R Center dell'esercito etiope, situato nella città di Keren, avvenne nel 1971 a causa dei combattimenti tra l'esercito etiope e i combattenti della resistenza eritrea.

Poco dopo, anche il Massaua R&R Center, situato sul Mar Rosso, fu chiuso.

Nel 1972, i tagli al bilancio costrinsero l'esercito statunitense a rivalutare i 12 milioni di dollari di costi per il mantenimento dei soldati alla stazione di Kagnew, portando al loro ritiro nel 1973, sebbene il personale della Marina rimase.

Per tutti gli anni '70, le operazioni presso la stazione di Kagnew furono sempre più influenzate dal conflitto tra le forze di resistenza eritree e il governo etiope.

Nel marzo 1971, 3.500 americani erano ancora presenti alla stazione di Kagnew, inclusi 1.900 membri del personale, di cui 1.700 militari, e 1.600 familiari.

Tuttavia, entro il 18 luglio 1972, il numero di personale statunitense era sceso a 900.

Nel marzo 1974, solo 100 tecnici civili, le loro famiglie e da otto a dieci militari statunitensi erano rimasti a gestire la struttura di comunicazione rimanente.

Gli Stati Uniti investirono 77 milioni di dollari per costruire la stazione di Kagnew.

Dopo il ritiro delle forze armate statunitensi dalla stazione di Kagnew, questa fu rilevata dalle truppe di Mengistu Haile Mariam e ribattezzata Campo di Algen.

credit 
Sirach Muzollo
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"The Economist" grottescamente speculativo contro l'Eritrea

6/10/2025

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"The Economist (edizione del 4-10 ottobre 2025) continua a eccellere in notorietà sfornando un altro rapporto grottescamente speculativo contro l'Eritrea.

Come nei casi precedenti, il suo problema cronico è duplice:

i) gli eccessi vendicativi di un giornalista scontento dell'HOA che è stato cacciato dalla regione; e

​ii) le prospettive ideologiche errate e obsolete della rivista stessa.

Il solito vetriolo che ricicla contro l'Eritrea e il suo governo, e il suo gioioso riferimento al malvagio Piano Bevin-Sforza sono troppo banali per meritare una risposta seria in questa sede.

Mentre il rapporto cerca di approfondire quella parte della storia moderna dell'Eritrea, ricordiamo le imperdonabili trasgressioni perpetrate dalla Gran Bretagna in quel periodo, che The Economist opportunamente omette."

Ministro Yemane Gebremeskel
Ministero dell'Informazione
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