ERITREA ERITREA
  • Attualità
  • About
  • Foto
  • Video
  • L'Eritrea
    • Inno
    • Etnie
    • Cucina
    • Bandiera
    • Religioni
    • Costituzione
    • National Charter
    • Cronologia storica
    • Delimitazione Confini
  • Notizie utili
    • Modulo Visto
    • Formalità
    • Turismo
    • Sanità
  • Africus Eritrea
  • Disclaimer
  • Link
  • Cookie Policy
  • Amedeo Guillet
ERITREA ERITREA



​

ll presidente Isaias Afwerki ha incontrato una delegazione italiana guidata da Francesco Lollobrigida

29/7/2025

0 Comments

 
Foto
Asmara, 29 luglio 2025 – Il Presidente Isaias Afwerki ha incontrato, presso la Denden Guest House, nel pomeriggio di oggi, la delegazione italiana guidata da Francesco Lollobrigida, Ministro dell'Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, e da Edmondo Cirielli, Vice Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Gli approfonditi colloqui si sono concentrati sul rafforzamento dei legami bilaterali e del partenariato, come parte integrante e sulla prosecuzione degli ambiti concreti di cooperazione in vari settori, raggiunti tra il Presidente Isaias Afwerki e il Primo Ministro Giorgia Meloni in Italia nel febbraio 2024.

Gli ampi ambiti di cooperazione includono i settori dell'energia, dell'estrazione mineraria, delle infrastrutture fisiche, dell'industria manifatturiera, dell'agricoltura, delle risorse marine, del turismo, della cultura e dello sport, dello sviluppo del capitale umano, della cooperazione economica e della finanza. Le due parti hanno anche discusso di pace, sicurezza e stabilità regionale.

Un Piano d'azione globale sulla cooperazione bilaterale tra lo Stato di Eritrea e la Repubblica italiana (come specificato sopra) è stato firmato dopo l'incontro dal Sig. Nesredin Mohamed, Ministro del Commercio e dell'Industria dell'Eritrea, e dal Sig. Edmondo Cirielli, Vice Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale dell'Italia.

Le due parti hanno inoltre concordato di tenere incontri continui in Eritrea e in Italia nel prossimo periodo per monitorare e accelerare l'attuazione dell'Accordo di cooperazione.

In una breve dichiarazione all'Agenzia di Stampa Eritrea, il Ministro Francesco Lollobrigida ha sottolineato che i progressi compiuti oggi riflettono il primo passo tangibile negli sforzi compiuti ad Asmara e a Roma per rafforzare la cooperazione bilaterale.

All'incontro hanno partecipato il Sig. Hagos Gebrehiwet, Responsabile degli Affari Economici del PFDJ, e il Sig. Alfonso Di Riso, Ambasciatore d'Italia in Eritrea.

credit ​Ghideon Musa Aron
0 Comments

Crisi nel Corno d’Africa, l’Eritrea accusa gli Emirati Arabi Uniti di alimentare l'instabilità regionale

28/7/2025

0 Comments

 
Foto
Tra tensioni sul Mar Rosso, mire espansionistiche e destabilizzazione regionale, l’Eritrea accusa gli Emirati Arabi Uniti di alimentare i conflitti nel cuore dell’Africa

di Marilena Dolce

Nel cuore dell’Africa Orientale, una regia nascostaIl Corno d’Africa attraversa una fase di profonda instabilità. Ma, secondo diversi osservatori, il vero regista non si troverebbe né ad Asmara né ad Addis Abeba, bensì nella scintillante capitale degli Emirati Arabi Uniti: Abu Dhabi. Dietro le tensioni che infiammano le sponde del Mar Rosso, si profilerebbe l’ombra lunga degli Emirati, sempre più attivi nella regione in chiave geopolitica, militare e commerciale.

La pressione dell’Etiopia: “vogliamo il nostro porto”

Negli ultimi due anni, il primo ministro etiope Abiy Ahmed ha dichiarato più volte che l’accesso diretto al Mar Rosso è una “questione essenziale” per il suo paese. Con 120 milioni di abitanti e senza sbocco al mare dal 1991, in seguito all’indipendenza dell’Eritrea, l’Etiopia ha sollevato con forza la necessità di un accesso al mare. Pur potendo contare da anni sull’utilizzo del porto di Gibuti e, a rotazione, su altri scali regionali, il premier Abiy si è spinto a dichiarare che l’Etiopia potrebbe ricorrere a “tutti i mezzi possibili” per ottenere un porto sul proprio territorio. Più che un’esigenza logistica, un messaggio politico e militare, secondo molti analisti. Le dichiarazioni hanno suscitato reazioni immediate. La Somalia ha ricordato che “le questioni territoriali non sono oggetto di negoziazione” Gibuti ha ribadito che la propria “integrità territoriale non è negoziabile” mentre l’Eritrea, inizialmente silente, ha preso in questi giorni posizione attraverso le parole del presidente Isaias Afwerki.

Isaias accusa: “dietro tutto questo c’è Abu Dhabi

In una lunga intervista trasmessa dalla televisione di Stato, il presidente eritreo ha puntato il dito contro Abu Dhabi: “è Mohamed bin Zayed a volere il porto di Assab”, ha dichiarato, riferendosi all’attuale presidente degli Emirati Arabi Uniti. Isaias ha indicato un netto contrasto con la politica del padre di Mohamed bin Zayed, fondatore degli Emirati, descritto come mediatore equilibrato e non catalizzatore di conflitti. Quella attuale invece, secondo Isaias, persegue una strategia di influenza espansionistica lungo le coste del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano.

Una strategia silenziosa di espansione

Non si tratterebbe, dunque, di un'iniziativa isolata dell’Etiopia ma di un tassello di una strategia più ampia messa in atto dagli Emirati, già coinvolti, spesso attraverso attori terzi, nella militarizzazione di porti e avamposti in Yemen e Somalia (Berbera). Ora l’obiettivo si sarebbe spostato verso il porto di Assab, in Eritrea. Il piano sarebbe quello di costruire una rete di infrastrutture marittime sotto controllo diretto o indiretto, offrendo in cambio protezione navale, investimenti e influenza politico-economica.

Un’agenda destabilizzante per l’intera regione

Il presidente eritreo ha denunciato il ruolo degli Emirati come fattore destabilizzante non solo per il Corno d’Africa, ma per l’intero Sahel. Accuse che vanno oltre l’Etiopia toccando Somalia, Sudan, Chad, Repubblica Centrafricana e Libia. “Monitoriamo un continuo via vai di aerei provenienti dagli Emirati, carichi di armi e droni”, ha dichiarato Isaias, affermando che tali forniture sarebbero destinate a gruppi armati e milizie locali.

Il caso Sudan: una guerra alimentata dall’esterno

Soffermandosi sul conflitto sudanese, il presidente eritreo ha affermato che “non si tratta di una guerra civile o di uno scontro tra generali, ma di un conflitto alimentato da interessi esterni”, con risorse infinite che arrivano da Abu Dhabi. Una posizione simile è stata espressa anche dal leader sudanese Abdel Fattah al Burhan, che ha accusato apertamente gli Emirati di crimini di guerra, fornendo documentazione agli organismi internazionali competenti. E proprio sull’attuale situazione in Sudan il presidente Isaias, durante l’intervista, ha spiegato il motivo per cui l’Eritrea non può ignorare l’instabilità di una situazione che peraltro ricade sull’intera regione.

La rivolta del 2019 e il fallimento della transizione

Secondo Isaias, questi eventi hanno costituito lo sfondo della rivolta popolare sudanese del 2019, animata da richieste di riforme e giustizia sociale. “Noi eritrei, ha detto, avremmo voluto sostenere negli scorsi tre anni un governo di transizione che rispondesse alle aspirazioni dei sudanesi, ma ciò non è stato possibile a causa dell’interferenza di potenze straniere, in primis gli Emirati.”

Il silenzio occidentale

Isaias ha infine criticato con forza l’inerzia dell’Occidente, che assisterebbe in silenzio al traffico di armi verso l’Africa organizzato da Abu Dhabi. “Nessuna sanzione, nessuna indagine internazionale, nessuna presa di posizione ufficiale.” Un’accusa che scuote, considerando che l’Etiopia gode di piena legittimazione internazionale nonostante i conflitti interni, e che gli Emirati sono spesso percepiti dall’Occidente come attori “neutrali” o “modernizzatori”.


Controllo strategico, non solo rivendicazioni

​L’intervista del presidente eritreo chiarisce che la questione del Mar Rosso sollevata dall’Etiopia non è soltanto una rivendicazione territoriale, ma un progetto di controllo degli snodi marittimi strategici. E, in un mondo che guarda altrove, la guerra potrebbe essere già stata programmata dietro le quinte, con un regista che non indossa la divisa, ma la candida kandura degli Emirati.

0 Comments

Momenti salienti dell’intervista del presidente Isaias Afwerki ai media locali

21/7/2025

0 Comments

 
Foto

(Parte I – Sulle questioni internazionali e regionali)

- L'ordine globale bipolare e, di conseguenza, unipolare, che ha prevalso negli ultimi ottant'anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale non rappresentava gli interessi e le aspirazioni dell'umanità nel suo complesso in materia di giustizia, pace, legalità e rispetto reciproco; ancorati com'erano a regole di sfruttamento irragionevole delle risorse, sfere di influenza, ecc., che perpetuavano il dominio delle potenze in essere. In questo quadro più ampio, l'Eritrea fu vittima quando il suo diritto alla decolonizzazione fu flagrantemente represso negli anni '40 sull'altare di agende geopolitiche che la costrinsero a intraprendere una lunga guerra di liberazione che richiese sacrifici senza precedenti.

- L'ordine globale unipolare, concepito come inattaccabile durante il periodo di massimo splendore della sua adesione, si trova ora a un bivio cruciale o terminale. Nonostante il crollo dell'ex URSS, le politiche di contenimento contro Cina e Russia non hanno prodotto i risultati attesi. La supremazia economica, militare e tecnologica degli Stati Uniti e dei suoi alleati dell'UE sta infatti venendo soppiantata da altri attori chiave. In poche parole, la traiettoria tumultuosa sta cedendo il passo a una nuova fase di transizione i cui contorni non si sono ancora completamente cristallizzati. In questo contesto, i popoli emarginati del mondo, inclusa l'Africa, che sono anche dotati di enormi risorse, possono e devono svolgere il loro modesto ruolo nell'articolazione della nuova tabella di marcia per un ordine globale equo e giusto.

- L'Africa non dovrebbe rimanere intrappolata in un "gioco di accuse" per razionalizzare i propri fallimenti. Innanzitutto, deve liberarsi da una dipendenza debilitante caratterizzata da sussidi e aiuti umanitari, che equivale a una schiavitù moderna. L'Africa dispone di enormi risorse – in alcuni casi pari a migliaia di miliardi di dollari – ma rimane ostacolata da un'economia primitiva in cui la creazione di valore aggiunto e la produzione manifatturiera sono minime o quasi inesistenti. Questa situazione deve cambiare e l'Africa dovrebbe intraprendere un'industrializzazione incrementale invece di esportare materie prime non lavorate. La fuga di cervelli e la proliferazione di ONG al servizio delle grandi multinazionali sono un'altra piaga che aggrava il problema. Ancor più inquietante è il fatto che l'Africa continui a essere afflitta da politiche provinciali e dal pantano delle fratture etniche che continuano ad alimentare conflitti senza fine. In tal caso, l'Africa dovrà creare istituzioni sovrane valide, che non siano semplici repliche di altri sistemi, ma che riflettano le proprie realtà e peculiarità. Questo è un processo che deve essere gestito dagli stessi africani. Per ottenere sinergie e risultati ottimali, questo deve basarsi su quadri di cooperazione e integrazione regionali, se non continentali.

- Per quanto riguarda i rapporti bilaterali tra Eritrea e Stati Uniti, l'Eritrea ha deciso di "dimenticare e perdonare" e di perseguire una politica di impegno positiva e costruttiva con Washington subito dopo l'indipendenza, nonostante tutti i torti subiti nei cinquant'anni precedenti. Purtroppo, le politiche avversarie degli Stati Uniti non sono state risolte negli anni successivi. Tuttavia, e soprattutto durante il primo mandato del Presidente Trump, abbiamo deciso di rilanciare la nostra politica di impegno costruttivo, esortando la nuova Amministrazione a valutare e correggere le politiche incessanti e fuorvianti contro l'Eritrea. Sebbene la risposta iniziale sia stata positiva, nei tre anni successivi non si è ottenuto molto. La situazione si è aggravata notevolmente durante l'Amministrazione Biden, che ha imposto ulteriori sanzioni illecite contro l'Eritrea. Intendiamo riprendere la ricerca di un impegno costruttivo con l'Amministrazione Trump; non per chiedere favori o trattamenti speciali, ma come parte integrante e in collaborazione con altri Paesi del nostro più ampio vicinato, che comprende il Bacino del Nilo, il Corno d'Africa, il Mar Rosso e la Regione del Golfo. Questo approccio olistico è fondamentale, poiché l'obiettivo rimane la correzione delle politiche fuorvianti che incidono negativamente sulla regione. Questo è anche il nostro approccio con altri potenziali partner: Russia, Cina, India, Giappone e America Latina. ecc.

- Per quanto riguarda l'Etiopia, il Presidente ha affermato che la recente lettera inviata dal governo al Segretario Generale delle Nazioni Unite, accusando falsamente l'Eritrea di fomentare il conflitto, è stata sconcertante e infantile. Si è trattato di una menzogna a buon mercato del Partito della Prosperità per nascondere i suoi preparativi di guerra. Il paese è ancora afflitto da una miriade di conflitti e crisi interne. La speranza, l'ottimismo e l'euforia che hanno caratterizzato i primi anni del nuovo governo sono stati incautamente dissipati. Ciò che è accaduto dopo l'Accordo di Pretoria è difficile da comprendere. Perché non è stato attuato in buona fede? E perché scatenare una guerra sconsiderata contro FANO? I disordini che vediamo oggi in Etiopia sono davvero senza precedenti. E perché il Partito della Prosperità sta agitando per una guerra contro l'Eritrea invece di concentrarsi e affrontare i suoi problemi interni?

- La nostra visione era quella di promuovere buoni e solidi legami di cooperazione bilaterale. Ma di fatto, il governo etiope ha dichiarato guerra attraverso la sua retorica provocazione. Affermano di avere il tacito appoggio di Francia, Stati Uniti, Emirati Arabi Uniti ecc. alla loro agenda di guerra; ma questo non è del tutto vero. Come si può accusare l'Eritrea mentre si procura armi e ricorre a un quotidiano agitarsi? Questa pericolosa tendenza, che nasce dalla disperazione del governo, deve essere fermata. Da parte nostra, non dovremmo preoccuparci. Ma i popoli dell'Etiopia e di tutto il vicinato dovrebbero fare il punto della situazione.

- La trovata dell'"accesso sovrano al mare" ha altre dimensioni geopolitiche. Altre potenze sono evidentemente dietro questa sconsiderata avventura. Dobbiamo ricordare che i nostri diritti alla decolonizzazione furono negati negli anni '40 con pretesti simili. Il Partito della Prosperità a un certo punto lanciò l'idea di dirottare tutte le sue importazioni attraverso Assab, abbandonando il porto di Gibuti e annullando così i suoi ricavi annui stimati in 4 miliardi di dollari. Abbiamo detto loro che non avremmo preso in considerazione un simile piano per danneggiare un paese vicino. Le loro aperture divisive e provocatorie per ottenere porti e basi navali in Somaliland, ecc., si configurano come azioni altrettanto sconsiderate. In realtà, questi non sono i programmi del PP, ma la fantasia del Presidente degli Emirati Arabi Uniti che vuole creare una costellazione di porti sotto il suo controllo in tutta la regione.

- Il nostro programma principale rimane la promozione della stabilità e della sicurezza regionale. Queste sono questioni che costituiscono l'agenda di un dialogo costruttivo con gli Stati Uniti, l'UE e altre parti.

- Non abbiamo alcuna voglia di guerra. Ma abbiamo combattuto guerre imposte. Non abbiamo rivendicazioni o ambizioni territoriali contro i nostri vicini. Ma, come attesta la storia, sappiamo come difendere il nostro Paese quando e se attaccato. Il PP si vanta dei droni, dei missili a lungo raggio, dei carri armati ecc. che ha acquistato e della massiccia ondata di attacchi che scatenerà contro l'Eritrea. Questo è sconcertante e può essere preso in considerazione solo da chi non conosce la storia. La nostra risposta è: non gettate il popolo etiope in una guerra inutile; concentratevi sulla risoluzione dei vostri veri problemi. Naturalmente, ciò non significa ignorare completamente la minaccia. Dobbiamo prendere le precauzioni necessarie, poiché non si possono escludere del tutto atti di follia.

​- Il Presidente Isaias ha anche sottolineato l'indispensabilità di un'integrazione regionale funzionale. I risultati dell'IGAD, di altre organizzazioni regionali di cooperazione (CER) e dell'Unione Africana potrebbero non essere molto positivi. Tuttavia, i benefici della sinergia, della complementarietà e dell'interconnessione esistenti non possono essere sottovalutati. Un ostacolo è rappresentato dalle interferenze esterne che spesso compromettono questi sforzi. Tuttavia, dobbiamo impegnarci con impegno per promuovere questi obiettivi.

(Parte II - Sul Sudan)

- La guerra in Sudan non è propriamente una guerra civile o semplicemente uno scontro tra due generali.

- Il contesto storico della rivolta popolare spontanea scoppiata in Sudan e che ha portato all'attuale preoccupante situazione deve essere valutato a fondo per una lettura contestualizzata e informata della realtà prevalente.

- Dalla sua indipendenza nel 1956 fino all'usurpazione del potere da parte del Fronte Islamico Nazionale (NIF) con un colpo di stato militare nel 1989, la politica del Sudan era molto più avanzata in termini comparativi continentali. Il NIF si era integrato nel regime di Numeri già nel 1983, ma non riuscì a raggiungere il suo obiettivo attraverso i normali processi politici. L'Islam politico e il programma fondamentalista da esso sostenuto godevano di un sostegno marginale all'interno della popolazione più ampia, poiché a quel tempo non superava il 4%. Per questo motivo, nel 1989, ricorse a un colpo di stato militare.

- L'agenda fondamentalista del NIF creò fratture e instabilità non solo in Sudan, ma aumentò anche la preoccupazione nella più ampia regione del Corno d'Africa a causa dei pericoli rappresentati dal suo Islam politico messianico. Dobbiamo ricordare che Bin Laden operava nel Sudan orientale a quei tempi. La separazione del Sud Sudan fu l'esito indesiderato dell'agenda islamista del NIF. I leader del Movimento per il Sud Sudan erano impegnati a favore di un Sudan unito e riformato che garantisse la pari partecipazione di tutti i suoi cittadini e elettori. La separazione era considerata un'opzione remota (probabilità dell'1%) e residuale. L'agenda islamista del NIF alimentò ulteriormente sconvolgimenti politici simili ad Abyei, Darfur, Kordofan ecc., oltre a crisi economiche a spirale, nonostante le enormi risorse del Sudan, spesso definito il paniere alimentare dell'Africa, che afflissero l'intero Paese nei due decenni successivi. `

-Questo è stato lo sfondo della rivolta popolare spontanea del 2019.

- In quei primi momenti critici, noi, da parte nostra, abbiamo condiviso le nostre riflessioni sotto forma di una Road-Map di Transizione con il Consiglio Sovrano. L'essenza del concetto ruotava attorno alla creazione di condizioni favorevoli per soddisfare le aspirazioni espresse dal popolo sudanese, rettificando le follie del regime del NIF e promuovendo istituzioni appropriate basate sulla cittadinanza piuttosto che sull'istituzionalizzazione di enclave religiose ed etniche. A tal fine, al Consiglio Sovrano sarebbe stato affidato il compito di assumersi la responsabilità della Transizione e di consegnare il potere a un governo civile a tempo debito. Ciò avrebbe potuto essere realizzato nei tre anni già trascorsi senza le complicazioni che ne sono derivate, ostacolando l'attuazione del meccanismo desiderato.

`Purtroppo, il conflitto è stato esacerbato e intensificato da potenze esterne che da tempo prendono di mira il Sudan a causa della sua cruciale importanza geopolitica. Il leader degli Emirati Arabi Uniti è in prima linea in questo sconcertante schema, che si intreccia anche con il più ampio e sfuggente obiettivo di controllare virtualmente la costellazione di porti da Suez fino al Golfo di Aden, fino alla Tanzania. Questo obiettivo è in contrasto con l'eredità del padre fondatore e grande statista degli Emirati Arabi Uniti. Non può essere attribuito esclusivamente all'attuale leader degli Emirati Arabi Uniti, poiché vi sono altre potenze che sostengono e guidano l'intero schema.

- La stabilità del Sudan è fondamentale per contribuire in modo significativo alla sicurezza complessiva della regione. Il nostro modesto contributo alla stabilizzazione del Sudan non è quindi un'opzione, ma una necessità che non possiamo trascurare a causa delle sue implicazioni. In effetti, questo compito rimane incombente anche ad altri paesi della regione più ampia.

Sui programmi nazionali di sviluppo prioritario

- La più ampia roadmap di sviluppo dell'Eritrea si concentra sull'aumento della produttività nei settori di vantaggio comparato, nell'ambito di programmi concreti e quantificabili.

- A breve termine (ovvero la seconda metà del 2025 e il 2026), le priorità ruotano attorno a:

- Le opportunità di crescita nei settori agricolo e delle risorse marine sono enormi e il potenziale di crescita elevato, in termini di terreni coltivabili, infrastrutture idriche e rese ittiche sostenibili. In questo contesto, i programmi concreti da attuare includono l'espansione dei bacini idrografici; l'aumento della produzione di colture, legumi e orticoltura; e l'espansione dei sistemi di irrigazione attraverso tecnologie innovative importate e prodotte localmente.

- Implementazione graduale di mini-reti devolute per l'approvvigionamento energetico tramite fonti ibride – termiche, che saranno progressivamente sostituite dal solare.

- Implementazione di progetti di edilizia residenziale nelle aree urbane e rurali, soprattutto in quelle destinate a progetti di espansione economica.

- Miglioramento dei servizi sociali, in particolare nell'istruzione e nella sanità. È in corso una revisione completa del nostro sistema educativo, dalla scuola materna all'università, per garantire standard più elevati e una maggiore efficienza. Garantire la qualità e la distribuzione di Le nostre strutture sanitarie rimangono di fondamentale importanza e questo aspetto sarà integrato nel programma a breve termine per il potenziamento dell'erogazione dei servizi sociali.

- Fornitura di una rete di sicurezza sociale a coloro che dipendono dal sostegno statale, creando al contempo opportunità di lavoro per coloro che sono in grado di lavorare.

- Un lavoro più vigoroso sulla manutenzione delle reti stradali nazionali esistenti per fornire migliori servizi di trasporto per la circolazione di persone e merci.

- Ancora più importante, il nostro programma di rafforzamento delle capacità o di sviluppo delle risorse umane rimane la nostra massima priorità. È il prerequisito indispensabile per la realizzazione di tutti i progetti delineati in precedenza.

- Tutti i nostri progetti devono essere realizzati entro un quadro misurabile e con tempi di attuazione chiari.

- Le amministrazioni regionali si assumeranno la responsabilità di attuare i progetti di sviluppo nazionale nelle rispettive regioni. La partecipazione della comunità è fondamentale per il successo e la titolarità di questi programmi. Le Forze di Difesa contribuiranno all'attuazione di ampi programmi infrastrutturali. Anche la diaspora può partecipare ai programmi di sviluppo attraverso investimenti secondo modalità appropriate.

Sul lavoro diplomatico e mediatico

- Il Presidente Isaias ha fatto riferimento alla roadmap diplomatica dell'Eritrea per un impegno costruttivo nel suo Vicinato Allargato: il Corno d'Africa, il Bacino del Nilo, il Mar Rosso e le regioni del Golfo. Questa strategia si basa sulla promozione della stabilità complessiva e sul rafforzamento dei programmi comuni di complementarietà e integrazione. La politica va oltre il Vicinato Allargato per promuovere la consultazione con altre potenze e paesi che influiscono sulla regione in vari modi: Stati Uniti, Europa, Cina, Russia, ecc.

- Nell'ambito del Vicinato Allargato, l'Eritrea si impegna a sollecitare un maggiore coinvolgimento di tutti i paesi per affrontare le questioni critiche di instabilità e conflitto. Un'azione mirata da parte degli attori regionali può prevenire le tendenze alla gestione e al perpetuarsi delle crisi da parte di attori esterni. Gli impegni diplomatici devono basarsi su interazioni in buona fede, non su futili inganni. A questo proposito, il Presidente Isaias ha nuovamente esortato l'Etiopia a concentrarsi sulla risoluzione dei suoi urgenti problemi interni, anziché abbandonarsi a una retorica provocatoria.

- Il Presidente Isaias ha sottolineato la sinergia e l'interconnessione dei compiti mediatici e diplomatici attraverso approcci sia proattivi che reattivi. L'atteggiamento reattivo deriva da incessanti campagne di diffamazione e demonizzazione. Sebbene l'imperativo di smascherare la disinformazione sia palpabile, tale compito include un'informazione proattiva e positiva che abbia un impatto e benefici nell'attività diplomatica. Questi compiti devono essere potenziati attraverso una maggiore interazione sui social media e Centri di Studi Strategici funzionali per narrazioni oggettive.

da Shabait. com

credit ​Ghideon Musa Aron
0 Comments

Una boccata d’aria fresca, “La grande bugia – Eritrea andata e ritorno”

20/7/2025

0 Comments

 
Foto
Il servizio intitolato "La grande bugia - Eritrea andata e ritorno", andato in onda lo scorso 15 luglio alle 23.15 su Rai Tre, è stato davvero una sana e gradita "boccata d'aria fresca" in un'epoca di forte e logorante appiattimento mediatico.
 
Di Filippo Bovo 

20 Luglio 2025

Lo scorso 15 luglio su Rai Tre alle ore 23.15 è andato in onda un bel servizio a cura di Francesca Ronchin e Solomon Mebrahtu, dal titolo “La grande bugia – Eritrea andata e ritorno”. Come riporta la breve descrizione che l’accompagna nella pagina dedicata di Rai Play, da cui è possibile rivederlo online, il servizio “svela come, negli anni, il tema dell’immigrazione sia stato affrontato in chiave ideologica, legittimando falsificazioni della realtà che hanno messo a rischio la vita dei migranti e aggravato le fragilità del sistema di accoglienza”.

Ne consigliamo a tutti la visione, anche perché ben di rado capita che il servizio pubblico, ottemperando al proprio dovere, davvero informi il cittadino con servizi tanto ben fatti e documentati; realizzarlo e mandarlo in onda non dev’esser stato tanto facile. In un’epoca di forte e logorante appiattimento mediatico (abbiamo già visto quali danni abbiano prodotto le vulgate a senso unico, istituzionalizzate, sui conflitti in Ucraina o in Medio Oriente, e così via) è stato davvero una sana e gradita “boccata d’aria fresca”.

Ora, come ben sapranno i lettori più affezionati, insieme a pochi altri altri paesi l’Eritrea condivide un sinistro e non proprio invidiabile privilegio: quello d’esser avversata da un vasto fronte neoliberale bipartisan che, dai liberali di destra a quelli di sinistra, radical chic per primi, tutti comunque sempre accomunati da un fideismo euroatlantista di stretta osservanza, la vede come quintessenza della perfetta “dittatura” da odiare. Le motivazioni sono tante, più volte spiegate in vari articoli del passato: fin dalla sua Indipendenza, conquistata col sangue e col diritto dopo una trentennale Guerra di Liberazione dal 1961 al 1991, il paese non ha mai voluto sottostare a determinati diktat tesi ad allinearla al resto delle nazioni africane, tutte sotto stretto controllo del neocolonialismo occidentale.

Il governo del Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia (PFDJ) guidato dal Presidente Isaias Afewerki ci tiene ad uno sviluppo autonomo, i cui lusinghieri risultati abbiamo più volte illustrato nei nostri articoli; e il PFDJ è erede diretto dell’EPLF (Fronte Popolare di Liberazione Eritreo) che ha guidato quella dura Guerra di Liberazione, vincendola. Quindi, niente FMI, niente NATO-AFRICOM, niente USAID, niente sette religiose teleguidate dalla NED, niente che potesse servire in maniera diretta o indiretta a stabilirvi un controllo dall’esterno, finalizzato ad annichilirne la sovranità.

Gli eritrei avevano già visto, al momento della loro Indipendenza, cosa fosse successo in trent’anni a tutte le altre nazioni africane sottostate, quando per scelta, quando soprattutto per obbligo, a certe alleanze e “carità pelose”. Dopo un tanto chiaro e trentennale bilancio, non c’era bisogno di ripetere un cattivo esempio; oltretutto vanificando il sangue di quei Martiri che avevano fino ad allora lottato per liberare la propria terra.
Non soltanto ad un certo ordine internazionale a guida americana, affermatosi dopo la caduta dell’ordine a due blocchi, non piacquero quei rifiuti, ma men che meno poterono piacergli gli sviluppi successivi. Nella confinante Etiopia, che fino al 1991 aveva controllato l’Eritrea come sua 14esima provincia, s’era nel frattempo stabilito il governo del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF) guidato da Meles Zenawi. Fino al 1997 i rapporti tra i due paesi, entrambi reduci dalla sanguinosa pagina del DERG di Menghistu Haile Mariam, erano apparsi complessivamente buoni.

Ma in Etiopia quel governo, contrariamente a quanto visto in Eritrea, era stato rapidamente risucchiato dalla tutela euroamericana, che l’aveva elevato a perfetto modello di cosa dovesse essere dal proprio punto di vista un paese africano: dipendenza cronica e massiccia dai prestiti e dagli aiuti umanitari occidentali, totale allineamento politico, economico e strategico, e via dicendo. Così l’Etiopia sotto il TPLF era rapidamente divenuta il buon esempio da imitare, e l’Eritrea il cattivo esempio da mettere all’indice agli occhi degli altri africani e del mondo intero. Si sa com’è: secondo questi ambienti neoliberali di marca euroatlantica, i paesi “come si deve”, “perbene”, dove si rispettano i “diritti umani”, sono quelli dove i loro agenti e le loro quinte colonne possono operare liberamente, facendo l’interesse dei loro padroni e non certo dei paesi che a seconda del ruolo dovrebbero aiutare o persino governare.

Così, nel 1998 scoppiò una dura guerra d’aggressione dell’Etiopia contro l’Eritrea, durata fino al 2000, quando i padrini occidentali intervennero diplomaticamente prima che fosse troppo tardi: per Zenawi e il suo esercito le cose si stavano mettendo davvero male. Con gli Accordi di Algeri i due paesi chiusero lo scontro militare e due anni dopo il verdetto dell’UNMEE (Missione delle Nazioni Unite in Etiopia ed Eritrea) diede ragione in tutto e per tutto all’Eritrea sulle zone di confine che invece l’Etiopia rivendicava per sé. E’ ovviamente un segreto di Pulcinella che la guerra del 1998 non fosse certo iniziata solo per qualche area di confine, come Badme, ma bensì con l’intento di Addis Abeba di riprendersi tutto il territorio della sua ex 14esima provincia: intento comunque sfumato, mandando al macello un sacco di povera gente (ma di quella, un po’ come nel caso degli ucraini usati dalla NATO per fare la guerra alla Russia, detto tra noi che gliene poteva davvero importare agli alti ambienti tra Washington, Londra e Bruxelles?).

Quella guerra ha tuttavia avuto i suoi strascichi, visto che il governo del TPLF, dapprima con Zenawi e poi con Haile Mariam Desalegn, spalleggiato dai suoi padrini occidentali, ha continuato a non applicare gli Accordi di Algeri che pure aveva firmato, fino alla sua caduta nel 2018. A quel punto è subentrato il Partito della Prosperità (PP) di Abiy Ahmed, che nel 2018 ha sottoscritto la pace con l’Eritrea normalizzando i suoi rapporti con Asmara e favorendo un processo d’integrazione e cooperazione nel Corno d’Africa, da sempre auspicato dal governo eritreo. Non tardò molto che Abiy Ahmed ebbe pure un Nobel per la Pace, a riprova di dove con certe lusinghe taluni ambienti occidentali lo volessero “ricollocare”.

Poco dopo, nel 2020, nello Stato del Tigray, nel settentrione etiopico, al confine con l’Eritrea, il TPLF scatenò una guerra di secessione durata fino al 2022. Il governo etiopico rischiò la pelle, e chiese ed ottenne il cauto ma efficace aiuto dell’Eritrea, che peraltro era stata pure colpita da lanci di Scud da parte del TPLF in un tentativo d’internazionalizzare il conflitto. Nel 2022 il conflitto terminò con la resa del TPLF, e la firma degli Accordi di Pretoria dai quali tuttavia l’Eritrea venne esclusa: a mediarli erano infatti l’Unione Africana, con gli Stati Uniti nel ruolo di soddisfatti garanti insieme a qualche delegato dell’ONU e dell’IGAD (l’Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo, ente che riunisce i paesi del Corno d’Africa senza mai troppo brillare, stante una sua certa compiacenza all’asse euroamericano).

Fatto sta che da allora Abiy Ahmed ha cominciato a comportarsi sempre più da “bravo ragazzo dell’Occidente”: gli Accordi di Pretoria ovviamente sono rimasti disattesi, anche perché con la fazione TPLF-G (guidata da Getachew Reda, ostile all’Eritrea e nelle grazie di Addis Abeba, oltre che di tutti gli altri) è scoppiato ben presto l’amore, mentre l’Etiopia cominciava a manifestare una crescente ostilità verso tutti i suoi vicini. Ne abbiamo già ampiamente parlato negli articoli precedenti, dalle minacce ad Eritrea, Gibuti e Somalia per uno sbocco sul mare al MoU col separatista e non riconosciuto Somaliland, a tacer poi del sostegno alle RSF (Forze di Supporto Rapido) di Dagalo Hemeti nella guerra civile in Sudan.

Nel frattempo, oltre che dagli Stati Uniti, l’Etiopia appare sempre più eterodiretta dagli Emirati Arabi Uniti e da Israele per le loro non proprio commendevoli ambizioni nel Mar Rosso, nel Corno d’Africa e nella Valle del Nilo. Tutto mentre l’Etiopia frana sotto il peso del debito e dell’inflazione fuori controllo, dilaniata dalle insurrezioni dei FANO e dell’OLA che con armamenti leggeri costringono alla resa interi reparti dell’esercito armati di tutto punto, anche con armamento pesante. In un tanto vasto vortice di crisi, le minacce ai vicini sembrano un modo per l’Etiopia e il suo governo di scaricare all’esterno le crescenti contraddizioni interne e rimandare delle elezioni che sarebbero un suicidio politico, con la scusa di dover adottare lo stato d’emergenza. Non sorprende che l’altra fazione del TPLF, la TPLF-D di Debretsion Gebremichael, preoccupata da tutte queste turbolenze, abbia addirittura scelto contrariamente all’altra fazione di riappacificarsi con la vicina Eritrea: una novità di cui già in passato abbiamo fatto menzione.

Si può dunque ben capire perché faccia tanto comodo parlare d’emigrazione dall’Eritrea, speculandovi sopra il più possibile: additata fin dalla sua Indipendenza come “Stato canaglia”, l’Unione Europea ha avviato un’operazione “ponti d’oro” per chiunque, giungendovi dal Corno d’Africa, si fosse dichiarato eritreo. E, naturalmente, il conflitto del 1998-2000 e i successivi diciotto anni di “né guerra né pace” hanno ulteriormente intensificato quel giro, dando linfa ad interessi infiniti. Così è andata a finire che oltre il 70% di coloro che si dichiaravano eritrei, ottenendo immediato asilo, risultassero invece etiopici, ma anche somali o sudanesi: è una storia vecchia, che si sa da anni, e che i lettori più curiosi potranno trovare nei nostri più vecchi articoli.

​Per giunta, grazie a quel sistema a dir poco opaco, spacciandosi per eritrei sono spesso giunti in Europa (ma anche in altri paesi legati al medesimo quadro d’alleanze, dagli Stati Uniti al Canada ad Israele, e così via) individui poi rivelatisi, per le loro azioni criminali, come ad esempio gli assalti ai Festival delle varie Comunità Eritree, militanti della Brigada Nhamedu, una sorta di ramo armo sotto mentite spoglie del TPLF. Sono stati i veri eritrei a farne le spese, ma anche qualche poliziotto tedesco, olandese, e così via: arrestati, è così venuta fuori la loro vera identità, e a quel punto per loro stati dolori. Ma, come se non bastasse tutto ciò, proprio come raccontato dal servizio di Francesca Ronchin e Solomon Mebrahtu, quella percentuale minoritaria di veri e propri eritrei comunque emigrata può, con facilità e senza doversi vergognare con nessuno, rientrare nel proprio paese, per giunta ben contento di riaccoglierli. 
​
Oltre che i nostri vecchi articoli, per appagare la vostra curiosità, possiamo poi consigliarvi delle interessanti e lucide pubblicazioni, come ad esempio “Inferno Immigrazione” di Daniel Wedi Korbaria o ancora “Ipocrisea” della stessa Ronchin, a cui peraltro sentiamo il dovere di porgere, in questa particolare occasione, tutta la nostra solidarietà per le francamente inopportune accuse che le sono state da taluni rivolte.

0 Comments

<<La Grande Bugia, Eritrea andata e ritorno>> di Francesca Ronchin e Salomon Mebrahtu su RAI3

6/7/2025

2 Comments

 
Foto
                                       RaiPlay

L’Eritrea è considerata una delle peggiori dittature al mondo, il paese africano "meno sicuro" in assoluto. Difficilmente accessibile per troupe e giornalisti.

Proprio dal cuore del Corno d’Africa, parte uno dei principali flussi migratori che in questi anni hanno attraversato il Mediterraneo.

La questione eritrea è anche alla base di alcuni dei principali pilastri su cui poggiano le politiche sull'immigrazione.  In primis la Carta di Roma, che per attuare “un’informazione corretta sull’immigrazione” ha sostituito la parola "immigrato" con una parola buona per tutte le stagioni: "migrante".

Termine che nel suo sottolineare un’inesistente volontà di nomadismo, falsifica le reali motivazioni di quanti lasciano il loro Paese non certo per spondeggiare tra le rive del Mediterraneo o le lacune della nostra legislazione, ma per cercare una terra in cui collocarsi e avere un futuro migliore.

La questione eritrea ha inoltre ispirato sentenze dirimenti su rimpatri o respingimenti, come quella della Cedu sul caso Hirsi Jama. 

Sempre gli eritrei sono i protagonisti di alcuni dei principali casi di cronaca, dalla tragedia del 3 ottobre 2013 davanti alle coste di Lampedusa che ha dato il via a Mare Nostrum a quella del 2015 da cui scatta l'operazione europea Triton. Entrambe le operazioni militari però, nonostante l'intento di effettuare più salvataggi, hanno di fatto provocato più partenze e più morti.

Per non parlare poi del caso della nave Diciotti a bordo della quale vi erano soprattutto eritrei. Proprio una sentenza della Cassazione uscita lo scorso marzo, ha aperto ai risarcimenti di centinaia e centinaia di migranti. Il principio di fondo al quale si sono ispirate le varie politiche e decisioni in materia di immigrazione, prendendo spunto proprio dagli eritrei in quanto rifugiati per eccellenza, è che i migranti scappano da persecuzioni e violenze e non possono rientrare nel loro Paese.

Eppure, se si va un po' oltre la superficie delle narrazioni, si scopre che c'è qualcosa che non torna perché durante l’estate, molti eritrei rientrano a casa in vacanza. Senza alcun tipo di ripercussioni. Com'è possibile che tornino proprio nel paese da dove sono fuggiti raccontando di guerre e persecuzioni?  

​La giornalista Francesca Ronchin li ha seguiti in Eritrea, per capire sul campo come stiano le cose. Realizzata in modo indipendente, l’inchiesta “La Grande Bugia” svela come il tema dell’immigrazione, di cui la questione eritrea è la punta dell’iceberg, negli anni sia stato trattato in modo principalmente ideologico, avallando falsificazioni della realtà con la conseguenza di alimentare criticità nel meccanismo di accoglienza della società ospitante nonché di mettere a repentaglio la vita dei protagonisti, i migranti.

Finalmente in onda il 15 luglio seconda serata su Rai3
La Grande Bugia, Eritrea andata e ritorno
2 Comments
    Immagine
    Foto
    Immagine
    Immagine
    Immagine
    Foto
    Media Comunità Eritrea
    Foto
    Foto
    Foto
    Foto
    Immagine
    Foto

    RSS Feed

    Archivi

    Novembre 2025
    Ottobre 2025
    Settembre 2025
    Agosto 2025
    Luglio 2025
    Giugno 2025
    Maggio 2025
    Aprile 2025
    Marzo 2025
    Febbraio 2025
    Gennaio 2025
    Dicembre 2024
    Novembre 2024
    Ottobre 2024
    Settembre 2024
    Agosto 2024
    Luglio 2024
    Giugno 2024
    Maggio 2024
    Aprile 2024
    Marzo 2024
    Febbraio 2024
    Gennaio 2024
    Dicembre 2023
    Novembre 2023
    Ottobre 2023
    Settembre 2023
    Agosto 2023
    Luglio 2023
    Giugno 2023
    Maggio 2023
    Aprile 2023
    Marzo 2023
    Febbraio 2023
    Gennaio 2023
    Dicembre 2022
    Novembre 2022
    Ottobre 2022
    Settembre 2022
    Agosto 2022
    Luglio 2022
    Giugno 2022
    Maggio 2022
    Aprile 2022
    Marzo 2022
    Febbraio 2022
    Gennaio 2022
    Dicembre 2021
    Novembre 2021
    Maggio 2021
    Aprile 2021
    Marzo 2021
    Febbraio 2021
    Gennaio 2021
    Dicembre 2020
    Novembre 2020
    Ottobre 2020
    Settembre 2020
    Agosto 2020
    Luglio 2020
    Giugno 2020
    Maggio 2020
    Aprile 2020
    Marzo 2020
    Febbraio 2020
    Gennaio 2020
    Dicembre 2019
    Novembre 2019
    Ottobre 2019
    Settembre 2019
    Agosto 2019
    Luglio 2019
    Giugno 2019
    Maggio 2019
    Aprile 2019
    Marzo 2019
    Febbraio 2019
    Gennaio 2019
    Dicembre 2018
    Novembre 2018
    Ottobre 2018
    Settembre 2018
    Luglio 2018
    Giugno 2018
    Maggio 2018
    Aprile 2018
    Marzo 2018
    Febbraio 2018
    Gennaio 2018
    Dicembre 2017
    Novembre 2017
    Ottobre 2017
    Settembre 2017
    Agosto 2017
    Luglio 2017
    Giugno 2017
    Maggio 2017
    Aprile 2017
    Marzo 2017
    Febbraio 2017
    Gennaio 2017
    Dicembre 2016
    Novembre 2016
    Ottobre 2016
    Settembre 2016
    Agosto 2016
    Luglio 2016
    Giugno 2016
    Maggio 2016
    Aprile 2016
    Marzo 2016
    Febbraio 2016
    Gennaio 2016
    Dicembre 2015
    Novembre 2015
    Ottobre 2015
    Luglio 2014
    Maggio 2011
    Febbraio 2010
    Novembre 2009
    Luglio 2009
    Novembre 2008
    Ottobre 2008
    Luglio 2008
    Giugno 2008
    Aprile 2008
    Marzo 2008
    Dicembre 2007
    Novembre 2007
    Ottobre 2007
    Settembre 2007
    Luglio 2007
    Maggio 2007
    Aprile 2007
    Marzo 2007
    Gennaio 2007
    Gennaio 1999

    Licenza Creative Commons
    Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.
  • Attualità
  • About
  • Foto
  • Video
  • L'Eritrea
    • Inno
    • Etnie
    • Cucina
    • Bandiera
    • Religioni
    • Costituzione
    • National Charter
    • Cronologia storica
    • Delimitazione Confini
  • Notizie utili
    • Modulo Visto
    • Formalità
    • Turismo
    • Sanità
  • Africus Eritrea
  • Disclaimer
  • Link
  • Cookie Policy
  • Amedeo Guillet