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Diplomazia, Piano Mattei e nuovi cantieri nella capitale mentre nel nord dell’Etiopia tornano i timori di guerra.
di Marilena Dolce letto su EritreaLive Addis Abeba può essere vista con occhi diversi. Da un lato l’Occidente, con i suoi parametri, la sua conoscenza e le sue aspettative sull’Africa. Dall’altro l’Etiopia. A fine febbraio, per esempio, le pagine culturali della Stampa raccontano il viaggio in Etiopia della direttrice del Salone del Libro, ospite della scuola italiana di Addis Abeba. Un progetto interessante, portato nella capitale etiope per un incontro tra autore e giovani. L’Istituto omnicomprensivo italiano di Addis Abeba, all’ombra di un sicomoro, accoglie grandi e piccoli, “bambini che corrono per il giardino, il bar della scuola ha appena sfornato i dolci alla cannella, qualche ragazzo ripassa per l’interrogazione prima di entrare”. Sono più di mille i giovani con la “voglia di italiano”, che sognano di completare gli studi nelle nostre università. Ma non per tutti i ragazzi etiopici la realtà è così lieta. A marzo una missione cattolica che opera nel Tigray ha organizzato la distribuzione di beni di prima necessità, destinata soprattutto a donne in gravidanza e bambini. Duecento persone che vivono tuttora nei campi per sfollati hanno ricevuto sale, zucchero, olio e integratori alimentari. Il Tigray, a circa ottocento chilometri da Addis Abeba, è una regione che porta i segni della guerra contro il governo federale durata due anni, dal 2020 al 2022. La popolazione continua a pagarne il prezzo: secondo alcune stime il conflitto tra l’esercito federale e le forze del Tplf (Tigray People’s Liberation Front) avrebbe provocato fino a 600 mila morti, oltre a centinaia di migliaia di sfollati e una grave crisi alimentare. E forse non è ancora finita. Proprio dal Tigray tornano a soffiare venti di guerra, come segnalano diverse agenzie. La BBC scrive che il timore di un nuovo conflitto sta spingendo molti giovani a lasciare la regione. Chi può permetterselo prende un volo per Addis Abeba, gli altri cercano di raggiungere la capitale con gli autobus. Intanto i prezzi salgono, le persone fanno scorta di beni alimentari e prelevano contanti in banca nonostante il limite giornaliero di 2.000 birr, circa dieci euro a persona. Anche Addis Standard, giornale etiopico, riporta la notizia delle fughe notturne da Mekelle, capoluogo del Tigray. Ogni notte decine di giovani uomini con zaini e valigie cercano un autobus per Addis Abeba, preoccupati per un nuovo imminente conflitto. Mentre il mondo osserva la guerra in Medio Oriente, nel nord dell’Etiopia le tensioni restano alte. La pace di Pretoria, firmata nel 2022 per porre fine al conflitto tra governo federale e Tplf, appare oggi molto fragile. Dopo il 2022 i combattimenti interni si sono estesi anche alla regione Amhara, dove gruppi armati locali, i Fano, si sono scontrati con l’esercito federale, di cui in precedenza erano alleati, in un contesto di crescente instabilità. Nonostante questo scenario, Addis Abeba continua a presentarsi al mondo come un luogo sicuro e la capitale diplomatica dell’Africa. A febbraio la città ha ospitato, oltre al vertice dell’Unione Africana, la seconda conferenza Italia-Africa. Insieme alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni sono arrivati i rappresentanti delle principali aziende coinvolte nel Piano Mattei: Enel, Eni, Leonardo, Terna, Snam, Sace, Simest, Acea. Aprendo i lavori della conferenza, la premier Meloni ha parlato nuovamente di “cambio di paradigma” nei rapporti con l’Africa, di relazioni che non devono essere né “predatorie” né “paternalistiche”, ma fondate sulla collaborazione. Per il momento il piano Mattei ha messo sul tavolo 5,5 miliardi di euro destinati a quattordici paesi africani, tra i quali l’Etiopia. Secondo chi era presente, il premier etiope Abiy Ahmed avrebbe definito l’incontro “un momento chiave nei rapporti tra Italia ed Etiopia”. In quegli stessi giorni però delle turbolenze dell’Etiopia o delle rivendicazioni sull’accesso a un porto sul Mar Rosso, non si è scritto nulla, forse non sarebbe stato in tema. Solo qualche accenno, Il Sole 24 Ore, citando l’analista Magnus Taylor dell’International Crisis Group, ha scritto che le tensioni tra Eritrea, Tigray e Addis Abeba restano uno dei nodi più delicati della regione e che potrebbero essere attenuate anche dai buoni rapporti diplomatici che Roma intrattiene sia con Asmara sia con Addis Abeba. Ma torniamo alla domanda centrale: quale immagine ha dato di sé Addis Abeba durante le conferenze internazionali? Difficile dirlo. In chiusura di un lungo articolo sugli incontri diplomatici si legge di “discorsi che si perdono nella notte di Addis Abeba, invasa dai leader e circondata dalla miseria”. Una miseria che però gli ospiti internazionali non devono vedere. Secondo un missionario che vive da molti anni in Africa e oggi si trova in Etiopia, la vita nel paese è difficile e la tensione, in vista delle elezioni previste nei prossimi mesi, molto alta. Ad Adua, nel Tigray, gli sfollati hanno esaurito anche la farina. Una donazione permetterà di distribuire cinquemila panini al giorno ai bambini costretti a vivere ancora nei campi. Ma i problemi non riguardano solo le regioni più lontane. Anche nella capitale, al di là della calma apparente, la situazione sociale è complessa. Proprio il restyling per l’arrivo degli ospiti stranieri, in occasione degli incontri Italia-Africa e del vertice dell’Unione Africana, ha comportato una drastica “pulizia” delle strade. A farne le spese sono stati soprattutto i ragazzi che vivono in quelle strade. Migliaia di giovani che definiremmo “fragili” sono stati allontanati dal centro e trasferiti in accampamenti di fortuna, perché la loro presenza non rovinasse l’immagine di una città ricca e moderna. “Quanta tristezza vederli trattati come spazzatura”, scrive il missionario. Una “spazzatura” che avrebbe tolto luce alla “Dubai d’Africa”, come il premier Abiy Ahmed sogna diventi Addis Abeba. Osservando quanti sforzi il premier abbia dedicato alla trasformazione urbanistica della capitale, qualcuno ironicamente lo definisce, “più sindaco che premier”, sottolineandone anche il distacco dal resto della popolazione. Addis Abeba, del resto, è da sempre una città un po’ separata: sede della diplomazia africana e di numerose organizzazioni internazionali, vive una dimensione internazionale molto lontana dalla realtà delle altre regioni, segnate da conflitti e crisi economiche. Il contrasto è evidente. Mentre il centro della capitale resta luminoso anche di notte, altrove le aziende devono fare i conti con frequenti blackout e con la scarsità di energia. Negli ultimi anni inoltre interi quartieri storici della capitale sono stati demoliti per far posto al “lustro” dei nuovi progetti urbanistici. Una scelta ricaduta sugli abitanti delle vecchie case dei quartieri storici, spesso di etnia Amhara, sfollati e costretti a lasciare la città. E così Addis perde il suo tipico melting pot, sospirano in molti. Anche la classe media sta vivendo una crisi profonda. Come spiega un’analista locale, insegnanti e medici subiscono il peso di un’inflazione sempre più forte. Il potere d’acquisto è crollato. Per tanti arrivare alla fine del mese è diventato difficile. E in molte famiglie si mangia ormai una sola volta al giorno. Anche questa è Addis Abeba.
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Novembre 2025
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