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A SPASSO CON LA STORIA: "35 anni fa l’Operazione Fenkil: ricordando quella memorabile vittoria"

7/2/2025

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Tra l'8 e il 10 febbraio 1990 si tenne l'Operazione Fenkil, con cui le forze dell'EPLF liberarono la città costiera di Massawa. Fu un momento storico, che aprì le porte alla totale Indipendenza dell'Eritrea, da quel momento destinata a divenire a breve realtà. In questo articolo ripercorriamo brevemente tutta la storia che, di vittoria in vittoria, condusse le donne e gli uomini dell'EPLF fino a quel trionfo di 35 anni fa.

Di Filippo Bovo 7 Feb 2025

Siamo al cospetto di un importante Anniversario, quello dell’Operazione Fenkil con cui vittoriosamente le forze dell’EPLF (Eritrean People Liberation Front) liberarono Massawa sbaragliandovi le forze etiopiche che fino a quel momento l’avevano detenuta. In tre giorni, dall’8 al 10 febbraio 1990, con un’operazione anfibia, la prima nella trentennale storia della Guerra di Liberazione iniziata nel 1961, i combattenti dell’EPLF mobilitarono fanteria, unità corazzate e marina su un’area di ben oltre 1560 chilometri quadrati: un’imponente dimostrazione di potenza militare e di capacità organizzativa, tale da atterrire fin da subito l’esercito e il regime etiopici, che infatti da quel momento iniziarono a sbandare in maniera sempre più irreversibile. 
Fino ad allora Massaua, come tutta l’Eritrea, era stata saldamente controllata dalle truppe etiopiche. L’Eritrea risultava di fatto ancora una provincia dell’Etiopia, come unilateralmente aveva deciso dal Negus Haile Selassie nel 1962 con lo scioglimento della precedente Federazione tra Stati etiopico ed eritreo sorta dieci anni prima, una volta terminato il governo d’occupazione militare inglese sull’ormai ex colonia italiana. L’Eritrea, pur possedendo tutte le ragioni per ottenere l’indipendenza, come riconosciuto fin dal Dopoguerra anche in sede ONU, s’era invece vista dare al Negus etiopico dagli Alleati inglese e statunitense, nel più spudorato disprezzo del diritto internazionale. Immediate erano state le proteste della popolazione e dei partiti eritrei, duramente represse delle forze etiopiche: preso atto dell’impossibilità a condurre la lotta democratica, era emerso così il progetto di quella rivoluzionaria, con la fondazione del primo movimento indipendentista eritreo, l’ELF (Eritrean Liberation Front). 
Fu uno dei suoi fondatori, Idris Amid Awate, attaccando nel settembre 1961 un presidio della polizia etiopica, a dare ben più che simbolicamente avvio alla Guerra di Liberazione Eritrea, che si sarebbe trascinata fino al 1991. Da una sua costola, anni dopo, sarebbe poi sorto l’ancor più combattivo ed efficace EPLF, in grado di dare sempre più filo da torcere alle truppe etiopiche. Crollato nel 1974 il regime negussita, era subentrato quello filosovietico del DERG, ma nulla era comunque cambiato: ben presto al suo interno era emersa la figura del Colonnello Menghistu Haile Mariam, deciso a trionfare laddove il predecessore aveva fallito, ovvero nello “sradicamento del nemico” eritreo. Nei suoi piani l’EPLF doveva venir liquidato una volta per tutte, e le smanie d’indipendenza degli eritrei archiviate per sempre. 
Grazie agli ingenti aiuti ricevuti dall’URSS, che oltretutto affluivano proprio dal grande porto di Massawa, l’esercito etiopico poté così intraprendere una lotta accanita contro le forze dell’EPLF, fino a sottrarre loro con l’Operazione Stella Rossa del 1982 gran parte dei territori che in precedenza avevano guadagnato. A sostenerla vi era la marina sovietica, che proprio da Massaua e dalle coste eritree bombardava i combattenti dell’EPLF, mentre le truppe etiopiche coadiuvate da tremila consiglieri militari li attaccavano da terra. Drammatico fu l’impatto anche sulla popolazione civile, sulle cui sorti oltretutto piovve poco dopo pure una dolorosa carestia che mise ancor più in ginocchio il paese esponendolo al bisogno degli aiuti internazionali. Neanche tutto questo, comunque, indusse Menghistu a recedere dal proprio obiettivo: l’imperativo era lo “sradicamento del nemico” eritreo. Ma, come ci ricorda la storia, finì che invece a venir “sradicato” fu proprio lui, col suo regime e l’occupazione esercitata sull’Eritrea: perché questo infatti è il significato in italiano della parola Fenkil, “sradicamento del nemico”. 
Dopo l’Operazione Stella Rossa, le forze dell’EPLF riguadagnarono lentamente i vecchi capisaldi, finché nel 1988 con la Battaglia di Afabet del marzo 1988 non assestarono alle truppe nemiche un colpo pari a quello inferto dai vietnamiti ai francesi con quella di Dien Bien Phu. Era soltanto l’inizio: l’URSS, riconoscendo i propri errori nell’aver sostenuto una dittatura militare a reprimere una guerra di popolo, poco dopo revocò i propri aiuti alla giunta del DERG, lasciando Menghistu quasi a mani vuote. Anche altri alleati l’avevano abbandonato. Ma l’Operazione Fenkil, tale da condurre il suo regime nel vortice delle contraddizioni interne, persino a costringerlo ad ammettere la sconfitta ricevuta, non era ancora arrivata. 
Dopo un anno d’accurati preparativi, concentrando il grosso delle proprie forze nell’area del Semhar, nella notte dell’8 febbraio l’EPLF iniziò a muoversi molto rapidamente, seguendo due direttrici essenziali per aprire la battaglia vera e propria: da una parte chiudendo la strada da Asmara a Massaua, all’altezza di Gahtelay, per marciare quindi su Dongollo dopo essersi coperto le spalle; e dall’altra infiltrandosi dal Semhar su Massaua, col favore dell’oscurità. Raggiunta l’indomani la città, con una mossa a sorpresa presero il via i combattimenti veri e propri: dal mare, con barchini molto veloci ribattezzati proprio Fenkil, i combattenti eritrei attaccarono mandando presto in crisi la marina etiopica, mentre a terra si scontrarono direttamente con le forze meccanizzate etiopiche. L’esercito etiopico, fino a quel momento tra i più potenti del Continente Africano, subì un colpo irrecuperabile: perse in quelle 72 ore di battaglia oltre 40mila dei suoi uomini, tra caduti e feriti, e 110 dei suoi carri armati, tra 80 catturati dall’EPLF e 30 andati distrutti, mentre la marina etiopica venne completamente debellata. 
A contribuire all’irrecuperabile demoralizzazione dell’esercito etiopico, anche la cattura di 300 suoi ufficiali di alto e medio rango. L’ultimo flebile ruggito della bestia ferita a morte fu nell’asserragliamento dei suoi rimanenti soldati nella piccola Twalet, collegata dalla strada rialzata di Sigalet, tenendovi ostaggi i civili. L’EPLF promise al generale di brigata che esercitava quel sequestro l’amnistia in cambio del rilascio dei civili, ma questi si rifiutò: sarebbe stato il DERG, a quel punto, a non perdonarlo. Così dodici ore dopo, scaduto il suo cessate il fuoco unilaterale, l’EPLF attaccò il presidio vincendo ben presto contro la debole resistenza etiopica e liberando i civili. 
Da quel momento il DERG di Menghistu entrò nel vortice di un declino incontrollato. Riconosciuta la sconfitta e caduto nella disperazione, bombardò pesantemente Massaua con l’aviazione distruggendone le infrastrutture portuali e civili, e al contempo avviò delle riforme di facciata, nell’illusoria speranza che potessero bastargli a sopravvivere politicamente. Il Partito dei Lavoratori Etiopico decise di cambiare nome in Partito Democratico dell’Unità Etiopica, e d’intraprendere una serie di riforme economiche sulla falsariga dell’URSS gorbaceviano, mentre in seno al governo e al paese covavano sempre più le ribellioni e le defezioni di figure importanti e di reparti militari. Un anno dopo, con le forze dell’EPLF che stavano per piombare su Addis Abeba per chiudere anche con quella messinscena, Menghistu fuggì all’estero con le tasche piene di denaro dell’erario nazionale. 
In questi giorni, il 35esimo Anniversario dell’Operazione Fenkil è celebrato in Patria e dalle Comunità Eritree di tutto il mondo, cominciando da quelle in Italia, da Roma a Milano, da Napoli a Bari, da Firenze a Pisa, da Parma a Bologna, da Catania a Palermo, da Verona a Roseto degli Abruzzi, e ci scusiamo per tutte quelle che per eventuale errore non nominiamo. A tutte loro i nostri Auguri per dei festeggiamenti memorabili. 

​Awet N’Hafash! Potere alle Masse!

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