Un ricordo per commemorare i martiri

Yordanos Mebrahtu - 20 Giugno 2007


Era il 22 Dicembre del 1977 quando abbiamo ricevuto una terribile notizia. Mia sorella Teberh Mebrahtu era stata arrestata. Teberh era una Dottoressa, lavorava nell'ospedale di Mekele, la capitale del Tgray (Etiopia), Eravamo sotto l'occupazione etiopica e l'avevano mandata li per lavoro.Viveva con un altra Dottoressa Eritrea, avevano studiato insieme ad Asmara, si chiamava Wezenet Redi.

Ero una bambina, ricordo che avevo paura di quella tremenda notizia, ero uscita fuori a giocare per far finta di non aver sentito nulla. Come se quando fossi tornata a casa quella tremenda notizia non fosse mai arrivata. Ma non servì a nulla, ora la mia famiglia era distrutta. Ho perso una sorella speciale,una seconda mamma, mi viziava e coccolava, specialmente quando aveva iniziato a lavorare, e tornava ogni anno per il suo riposo.

Tornando a quella sera, mia madre aspettava il papà che tornava dal lavoro, in casa nessuno aveva voglia di mangiare, dormire, parlare, eravamo sommersi dal silenzio assoluto. Senza notizie è passata una settimana. Mio padre decide di partire, erano dei momenti difficili in Eritrea, anche se c'erano soldi, mancavano i beni primari, mancava la legna o il gas per cuocere, tantissime famiglie rompevano i mobili per cuocere quel poco riso che rimediavano.

I mulini, per la farina, non andavano perchè mancava l'elettricità. Il pane era razionato, la gente dormiva per strada in fila per prenderlo e siccome vigeva il coprifuoco la polizia a volte arrivava ed arrestava tutti. Alla stazione di polizia erano costretti a pagare una multa di 5 bir. Arrivato a Mekele è riuscito a sapere che era nel carcere di Wichale nella stessa città, ma non riuscì ne a vederla ne ad aver modo di comunicare con lei. E nemmeno a visitare la casa dove abitava, messa sotto sequestro.

Passa un mese dalla notizia dell'arresto, e mio padre è sempre lì a Mekele. Un giorno viene informato che sua figlia è stata trasferita di carcere ed ora si trova ad Adis Abeba, senza sapere esattamente in quale. Parte di nuovo. In Adis Abeba, fatica cercando di sapere dove fosse finita, ma senza riuscire mai ad avere alcuna notizia certa. Senza perdere la speranza mio padre continua ad insistere per sapere qualcosa, ma nei carceri che visita non ricevono il mangiare che porta a suo nome, nè vede suoi vestiti o lei, non si sa cosa fare, cosa sperare. Passa il tempo, silenzio assoluto.

Tutti i carceri non riconoscono quel nome, non sanno niente, mio padre ora si trova in difficoltà economica, e non può far altro che tornare. Tutta quella fatica senza sapere nulla, ma non smette di cercarla. Passano anni senza sapere nulla. Era il 1980, un giorno i dittatori etiopici dicono, a chi non ha notizie dei famigliari arrestati, di andare a denunciare, al loro comune la scomparsa, che verranno successivamente informati.

Mi ricordo l'aria pesante che si respirava in Asmara, la gente aveva paura, da tutte le parti si piangevano i propri morti, la mia mamma va a denunciare la scomparsa, tutti noi aspettavamo a casa, pensando a cosa avrebbero detto. Appena la vediamo arrivare gli chiediamo: "cosa ti hanno detto?", lei: "non ho avuto il coraggio di entrare, ho paura se mi dicono che l'hanno uccisa?". Rimaniamo in silenzio. Mia madre riprova dopo mezzora, ma non ce la fa proprio.

La mattina dopo la vicina ci chiama: una nostra conoscente eritrea l'aveva chiamata, all'ospedale di Mekele era uscita la lista degli arrestati scomparsi, uccisi. Che dolore tutto il nostro quartiere addolorato, il nostro cuore spezzato, io ero così arrabbiata di quello che avevano fatto questi animali etiopici, hanno distrutto la mia vita, mi hanno fatto perdere la mia cara sorella gli ho odiati come non mai, li odio ancora oggi, come fai giustiziare tutta questa gente.

Sin dall'inizio della tremenda notizia, si sapeva che avevano arrestato 39 eritrei, 9 donne e 30 uomini accusati di aver sostenuto economicamente i guerriglieri eritrei che combattevano per la liberazione, tra questi c'è anche Wezenet Redi. Di tutti questi martiri non si è mai saputo come fossero stati uccisi o dove fossero i loro corpi. I nostri martiri hanno dato la loro vita, picchiati, torturati, uccisi. Il loro sacrificio ha costruito il paese che amiamo.

Dopo tutti questi anni mi ha fatto molto piacere leggere, e sentire, che il loro ricordo è ancora vivo, nelle persone e nei luoghi dove aveva studiato.

Eterna Gloria a tutti i nostri Martiri
Zelalemawi Zkri Nsematatna.

 


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