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Tutto ciò che non dovreste sapere sull'Eritrea Intervista di Grégoire Lalieu e Michel Collon a
Mohamed Hassan* Da
www.michelcollon.info - 05 lug. 2010 - Il Corno d'Africa è una delle
regioni più lacerate del continente: guerre incessanti, fame, povertà…
Immagini che tutti conoscono. Tuttavia, pochi sanno che l'Eritrea
considera che sia possibile uscire da questo cerchio infernale,
risolvere i conflitti attraverso il dialogo e raggiungere un buon
livello di sviluppo. Ci sarebbe di che rallegrarsene ma, agli occhi
della comunità internazionale, l'Eritrea è uno Stato paria che il
Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha messo sul banco degli imputati. In
che modo questo paese, del quale nessuno parla, minaccia le potenze
occidentali? Ne parliamo con Mohamed Hassan. Il presidente Afwerki, che non aveva dato alcuna disposizione in merito al suo esercito, fu molto sorpreso da tale affermazione che perdipiù arrivava per interposta persona e non direttamente dal suo omologo. In tutti i modi, Isaias Afwerki rispose con la proposta di un incontro con Guelleh a Gibuti, in Eritrea, o se preferiva, nel Qatar. La proposta non ebbe alcuna risposta e, una settimana dopo, l'11 giugno del 2008, soldati dell'esercito di Gibuti attaccarono le truppe eritree alla frontiera. Ci fu un breve combattimento che causò una trentina di morti e dozzine di feriti di entrambi gli Stati. Il presidente del Gibuti dichiarò immediatamente che l'Eritrea aveva attaccato il suo paese. E, con sconcertante rapidità,
gli Stati Uniti emisero un comunicato condannando “l'aggressione
militare dell'Eritrea contro Gibuti”. Fece eco alla condanna anche il
Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. E fu solo in seguito che
quest'ultimo propose di inviare una commissione di esperti per
analizzare la situazione e stabilire la verità sui fatti. Perché il
Consiglio di Sicurezza, mise il carro davanti ai buoi? Non c'erano
tensioni pregresse fra l'Eritrea e Gibuti, i due Stati avevano sempre
mantenuto buoni rapporti. La questione è che gli Stati Uniti manipolano
la comunità internazionale e il Consiglio di Sicurezza per fare
pressioni sull'Eritrea. Quindi Guelleh dipende completamente da Washington.
Se gli Stati Uniti hanno bisogno della sua collaborazione per creare una
nuova crisi nella regione, non gli resta che ubbidire. E questo modo di
procedere è diventata la specialità degli Stati Uniti: fomentare
problemi per poi proporsi per risolverli. Nello specifico gli USA
tentano di far passare l'Eritrea per uno Stato bellicoso che sta
all'origine dei problemi del Corno d'Africa. Riunire tutti, al di là delle separazioni, per ricostruire un paese che da vent'anni non ha un governo. Indubbiamente questo sistema sarebbe efficace per restituire la pace nel paese. Ma gli Stati Uniti, d'altro canto, hanno volontariamente mantenuto la Somalia nel caos. Nel 2007 hanno persino ordinato all'esercito etiope di attaccare Mogadiscio benché fosse tornata la pace. E alla fine l'ONU chi sanzionò se non l'Eritrea! La questione è che gli USA temono che la visione dell'Eritrea faccia proseliti nel Corno d'Africa, cosa che significherebbe la fine delle ingerenze statunitensi in questa regione strategica. Di conseguenza, Washington tenta di mettere l'Eritrea in quarantena per evitare che si propaghi il “virus”. È una tecnica
collaudata dagli Usa, che peraltro ha ben studiato Noam Chomsky, il
quale parla di “teoria della mela marcia”: se c'è una mela marcia nel
cesto bisogna toglierla prima che contamini le altre. Questa è la
ragione per la quale gli Usa hanno sempre tentato di rovesciare governi
(con o senza successo): Castro a Cuba, Allende in Cile, in Laos nel
1960… Chomsky spiega che in questi casi Washington interviene con il
pretesto di assicurare la “stabilità” nel mondo, quando in realtà
-continua Chomsky- “stabilità” significa “sicurezza” per le
multinazionali e le classi dirigenti. Se i paesi di questa regione si liberassero del neocolonialismo e riunissero gli sforzi, riuscirebbero a uscire dalla povertà, ed è ciò a cui ambisce l'Eritrea. Mentre gli USA, se questo progetto si facesse realtà, dovrebbero rinunciare al controllo della regione strategica e rinunciare ad avere accesso alla sue materie prime, ed è questa la ragione per la quale Washington fa pressioni sul presidente Isaias Afwerki per indurlo a cambiare la sua politica. In fin
dei conti l'Eritrea conquistò la propria indipendenza, attraverso lunghi
combattimenti, solo nel 1993, e ancora oggi continua a lottare per
proteggere la propria sovranità nazionale. L'Eritrea è il paese africano
che ha impiegato più tempo per riuscire a conquistare la propria
indipendenza. Ricordiamo che il paese fu colonizzato dagli italiani nel
1869. La Germania, per esempio, avrebbe voluto approfittare dello smantellamento dell'impero Ottomano per acquisire nuove colonie. I britannici, dal canto loro, appoggiavano Istanbul per bloccare l'espansione tedesca. Fu allora che il cancelliere Bismarck decise di organizzare la Conferenza di Berlino, era il 1885. Un evento fondamentale nella storia delle colonie che fino ad allora avevano prevalentemente installato fattorie commerciali sulle coste dell'Africa. Durante la Conferenza le potenze europee progettarono di
colonizzare gradualmente tutto il continente africano, in modo da
evitare nuovi conflitti e rilanciare l'economia capitalista. Fu così che
si misero d'accordo per spartirsi la torta africana. La strategia della
Gran Bretagna fu quella di suggerire all'Italia (potenza non molto
minacciosa) di istallarsi nel Corno d'Africa per bloccare l'espansione
di Francia e Germania (rivali molto più temute). Appoggiarono e armarono Menelik II che regnava in una delle regioni più ricche dell'Etiopia che, con l'appoggio delle potenze coloniali, prese il potere in tutto il territorio etiopico, concedendo a francesi e britannici l'accesso alle risorse del suo impero. Quindi, benché l'Etiopia fosse l'unico paese a non essere colonizzato, non si può certo dire che per questo fosse indipendente. Colui che si faceva chiamare Menelik II, Negusse Negest d'Etiopia, leone conquistatore della tribù di Judah, eletto da Dio, altro non era che un agente delle potenze imperialiste, incapace di costruire uno Stato moderno. Era stato scelto
soprattutto perché era un cristiano ortodosso e proveniva da una delle
regioni più ricche d'Etiopia. Per questo, Menelik II si trovava alla
testa di un regime minoritario in un sistema feudale nel quale la
maggior parte delle nazionalità non godevano di diritto alcuno e si
praticava la schiavitù. Tutto ciò creò molte diseguaglianze che a
tutt'oggi perdurano in Etiopia. La situazione geografica del paese era particolarmente interessante: lunghe coste ai bordi del Mar Rosso, la vicinanza con il canale di Suez al nord e lo Stretto di Bab-el-Mandeb al sud che è uno dei corridoi di navigazione più frequentati del mondo e unisce il Mar Rosso con l'Oceano Indiano. Fu così che gli italiani svilupparono piantagioni, porti, infrastrutture… Per avere un'idea del
livello di sviluppo di questa colonia, basti ricordare che gli inglesi,
quando invasero l'Eritrea durante la Seconda Guerra Mondiale, smontarono
le fabbriche per trasferirle nel proprio paese così com'erano! Perciò il colonialismo italiano fu molto razzista. La popolazione eritrea era stata integrata al progetto coloniale, ma come classe inferiore. Inoltre, il razzismo del fascismo italiano (che arrivò al potere nel 1922) era diretto ai neri, non era antisemita come il razzismo tedesco. Infatti, vari ebrei lavoravano nelle organizzazioni fasciste italiane e lo stesso Mussolini aveva un'amante ebrea. Solo più tardi, verso la fine della decade degli
anni '30, l'Italia incominciò a perseguitare gli ebrei. In primo luogo
perché Mussolini si era avvicinato a Hitler e, in secondo luogo, perché
il partito fascista italiano aveva necessità di un nuovo impulso e, per
mobilitare la popolazione italiana, Mussolini, utilizzò come capro
espiatorio la comunità ebrea. È interessante segnalare che la Chiesa etiope era favorevole a questa opzione e faceva pressione sui cristiani eritrei affinché la accettassero. Diceva loro che se avessero rifiutato non avrebbero, da morti, ricevuto sepoltura e quindi la loro anima non avrebbe raggiunto il paradiso. Malgrado tutto ciò, i cristiani d'Eritrea rifiutarono dato che prima di tutto si sentivano eritrei! Questo sentimento di appartenenza si spiega
soprattutto perché, a differenza di altre potenze imperialiste, gli
italiani avevano integrato il popolo eritreo nel progetto coloniale,
senza distinzioni etniche. Ma alla fine, nessuna di queste due opzioni
vinse e se ne affermò una terza, degli Stati Uniti: l'Eritrea si sarebbe
dovuta integrare all'Etiopia in un sistema federale. Allora non c'era la vigilanza via satellite come oggi e i sistemi di ascolto coprivano un raggio limitato. Dall'Eritrea si poteva controllare ciò che accadeva in Africa, in Medio Oriente, nel Golfo e persino in alcune parti dell'Unione Sovietica. Questa la ragione per la quale gli Stati Uniti vollero che l'Eritrea si unisse all'Etiopia che era un alleato di Washington. John Foster Dulles, un'eminente figura della politica statunitense, allora dirigeva l'ufficio degli Affari Esteri e, in un dibattito del Consiglio di Sicurezza, riconobbe: “Dal punto di vista della giustizia si deve tenere conto delle opinioni del popolo eritreo però, con tutti gli interessi strategici degli USA nel bacino del Mar Rosso e le considerazioni per la sicurezza e la pace nel mondo, si rende necessario che questo paese si unisca all'Etiopia nostra alleata”. Ecco come si decise la sorte dell'Eritrea con gravi conseguenze che avrebbero dato inizio alla più lunga lotta per l'indipendenza in Africa. Nel 1950, per decisione dell'ONU e, in seguito, per volontà degli Stati Uniti, l'Eritrea diventa quindi un'entità autonoma, federata all'Etiopia. Come andò la coabitazione? Piuttosto male. Quella decisione non aveva alcun senso poiché metteva insieme due entità incompatibili per la convivenza. Da un lato l'Eritrea, che aveva beneficiato dello sviluppo del colonialismo italiano e da dove era emersa una classe operaia con una coscienza politica. Dall'altro lato l'Etiopia, governata dall'imperatore Hailé Selassié, con un regime feudale, senza Costituzione, che praticava ancora lo schiavismo e dove non vi erano diritti politici. Ma siccome era un sistema federale, l'Eritrea conservava la propria bandiera e il suo parlamento; i propri sindacati e i suoi giornali indipendenti… Tutte cose vietate in Etiopia! Quella strana coabitazione stava indirettamente evolvendo verso un colpo di Stato contro l'imperatore Selassié. Alcuni ufficiali etiopici andarono in Eritrea e constatarono enormi differenze con il loro paese. Per di più, i movimenti panafricani e la moda dell'indipendenza stavano facendo evolvere le mentalità in tutto il continente. Alcuni etiopici cominciarono a percepire l'arretratezza del loro regime. Fra loro, il giovane Girmame Neway che aveva studiato negli Stati Uniti ed era stato governatore in alcune provincie etiopiche. Questi, con l'aiuto di suo fratello che faceva parte delle guardie del corpo di Selassié, tentò un colpo di Stato nel 1960, in un momento in cui l'imperatore si trovava in visita in Brasile. Ma l'armata etiopica non appoggiò il movimento e il golpe fallì. Al suo ritorno, Selassié aveva due opzioni: o mantenere la federazione con l'Eritrea ed offrire al suo popolo i medesimi diritti di cui godeva questo paese; o altrimenti annettere completamente l'Eritrea. La prima opzione sarebbe stata il suo suicidio politico, pertanto, nel 1962, l'Eritrea fu annessa totalmente all'Etiopia. Con l'implicito sostegno delle Nazioni Unite. Perché la comunità internazionale non ha protestato? È incredibile, davvero. Una volta annessa l'Eritrea, Selassié ordinò l'arresto di editori di giornali, mandò leader nazionalisti in esilio, bandì i sindacati e vietò l'uso delle lingue eritree nelle scuole e per le transazioni ufficiali. Inoltre, delocalizzò le industrie di base all'Asmara per reimpiantarle ad Addis Abeba. L’idea era di trasferire i lavoratori eritrei in Etiopia e spopolare l'Eritrea per farne una base militare. Inoltre, mentre le truppe etiopi circondavano l'Assemblea e i caccia volavano sull'Asmara, il parlamento eritreo fu costretto all'umiliazione di votare la propria dissoluzione. L'Eritrea protestò vigorosamente e si è appellò all'ONU, la quale rispose: “La vostra richiesta deve prima passare al vaglio del governo federale”, vale a dire dell'imperatore Selassié! Altrimenti detto, il regime etiope aveva la benedizione delle potenze imperialiste e specialmente degli Stati Uniti che dominavano l'ONU. Intanto, l'imperatore Selassié, sostenuto da tutti, ne approfittava per costruirsi l'edificante immagine di padre del continente africano. Nessuno gli si oppose, per enorme disgrazia degli eritrei. Come accadde che l'Etiopia divenne un alleato privilegiato degli Stati Uniti? Negli anni '40, gli Stati Uniti volevano indebolire i loro concorrenti europei ed hanno iniziato ad interessarsi all'Africa, ma i francesi e i britannici possedevano già svariate colonie in quel continente. L'Etiopia, al contrario, non era stata colonizzata. Per Washington, quella era dunque la porta dalla quale potevano introdursi in Africa per installare la propria influenza e fare concorrenza alle potenze coloniali. L'Etiopia feudale sarebbe così diventata una marionetta degli Stati Uniti, partecipando alle guerre in Congo e in Corea. In seguito, quando la maggior parte dei paesi africani divennero indipendenti negli anni '50 e '60, Washington fece pressione affinché l'Organizzazione dell'Unione Africana avesse la sua base in Etiopia. Ciò avrebbe permesso agli Stati Uniti d'esercitare il controllo su tutto il continente. Come per lo Scià dell'Iran o Israele in Medio Oriente, l'Etiopia era dunque un backlog, un gendarme degli USA in Africa. Quando i mezzi diplomatici della comunità internazionale furono esauriti e dopo svariate manifestazioni pacifiste, l'Eritrea intraprese la lotta armata. Che, all'inizio, fu condotta dal Fronte di Liberazione dell'Eritrea (FLE). Il FLE riuniva svariati gruppi nazionalisti che volevano l'indipendenza. Sul piano politico, questi movimenti erano dominati da interessi borghesi e le loro analisi socio-economiche erano affidibili. Sul piano militare, il FLE ricalcava il modello algerino, un sistema nel quale i gruppi armati erano divisi per regioni. Fu un grosso errore tattico. Prima di tutto perché, quasi sempre, le unità suddivise nelle differenti regioni non parlavano la stessa lingua. Così, al tempo in cui combattevano per l'indipendenza di uno Stato, stavano contribuendo a creare delle divisioni che un giorno avrebbero minacciato quello stesso Stato! Inoltre, quella scissione della resistenza in gruppi autonomi provocava dei problemi di coordinamento che il nemico poteva sfruttare a suo beneficio. Per fare un eloquente esempio: quando un gruppo di una regione era attaccato, i loro vicini non accorrevano in suo aiuto. Naturalmente, per l'armata etiopica, era molto più facile combattere separatamente contro gruppi isolati gli uni dagli altri. L'assenza di visione politica del FLE, la sua strategia militare e le divisioni interne, determinarono il declino del movimento. Ma negli anni settanta, alcuni musulmani e alcuni cristiani progressisti, membri dell'FLE, decisero di fondare un loro gruppo. Nacque così il Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo (FLPE). D'ispirazione marxista, il movimento aveva imparato la lezione dai suoi predecessori. Il FPLE sapeva che era necessario mobilitare tutta la popolazione anziché creare divisioni. Aveva altresì una visione politica molto più puntuale che poggiava su un'analisi pertinente della società eritrea. Più che una lotta armata, il FPLE avviò una vera rivoluzione: emancipazione delle donne, organizzazione di consigli democratici nei villaggi, riforma agraria, educazione… Tutto ciò permise di mobilitare il popolo eritreo al seguito dei combattenti del FPLE. Tutto ciò si è rivelato imprescindibile al fine dell'ottenimento dell'indipendenza eritrea. Quindi, sembrava una battaglia persa in partenza. L'etiopia era sostenuta da tutti mentre l'Eritrea lottava da sola contro tutti. Infatti. L’Etiopia era sostenuta dagli Stati Uniti, ma anche da Israele che voleva allacciare alleanze con i paesi non arabi della regione. D'altronde, durante il tentativo di colpo di Stato nel 1960, fu grazie ad Israele che l'imperatore, in viaggio in Brasile, poté stabilire rapidamente i contatti con un generale e far fallire la ribellione. Di seguito, l’Etiopia presentò la resistenza eritrea come una minaccia araba per la regione e anche in quell'occasione poté contare con l'appoggio di Israele. Specialisti israeliani della contro-rivoluzione allenarono una forza d'élite etiopica di circa mille uomini, noti con il nome di “Brigate Fiamma”. Anche l'Europa sosteneva l'Etiopia, e le forniva le armi. Inoltre il governo etiopico era il principale beneficiario dell'aiuto europeo destinato all'Africa. Infine, l'imperatore Selassié godeva di una forte presenza nel continente africano, cosa che non giovava affatto agli eritrei. Ho già spiegato in che modo gli Stati Uniti fecero pressioni affinché l'Organizzazione dell'Unità Africana (OUA) avesse sede in Etiopia. Negli anni sessanta, al fine di evitare che guerre civili scoppiassero in tutto il continente, tale organizzazione decretò che le frontiere alzate dal colonialismo non potevano essere messe in discussione. È del tutto evidente che questa decisione non è stata applicata per l'Eritrea. Le rivendicazioni dell'Etiopia sul territorio non avevano pertanto alcuna legittimità. È come se l'Italia rivendicasse la Francia col pretesto che la Gallia fece parte dell'impero romano! Ma Selassié aveva tutto l'Occidente dalla sua parte e la sua influenza in Africa era tale che la OUA faceva finta di non vedere. Nel 1974, dopo 44 anni di regno, l'Imperatore Selassié fu finalmente rovesciato da una rivoluzione socialista. Ma il nuovo governo etiopico non concesse l'indipendenza all'Eritrea. Perché? La rivoluzione etiope fu il frutto di un'alleanza fra civili dalle idee progressiste e militari. Ma ben presto apparvero divisioni in seno al movimento. Non appena i militari presero il potere, gli studenti e gli intellettuali rivoluzionari chiesero che l'armata operasse una transizione verso un governo civile; d'altronde sostenevano il diritto all'indipendenza dell'Eritrea. Ma la sciovinista giunta militare al potere, chiamata Derg, non aveva alcuna intenzione di abbandonare il territorio eritreo e lasciare il potere ai civili. Pertanto, l'armata lanciò una campagna di arresti e d'assassinii che, secondo Amnesty International, fece più di mille morti, principalmente fra intellettuali e studenti. Fu così che la rivoluzione etiopica venne privata dei suoi elementi più progressisti e i militari presero definitivamente il potere. Alla testa del Derg, vi era il tenente colonnello Mengistu Haile Mariam. Egli proveniva da un ambiente modesto, suo padre era soldato e sua madre cameriera. Al potere fino al 1991, Mengistu impose un regime totalitario e intraprese la militarizzazione del paese. Evidentemente, non voleva sentir parlare di autonomia dell'Eritrea e reprimette severamente la resistenza. In conclusione, con tale rivoluzione, l'Etiopia non fece altro che passare da una dittatura all'altra. E in piena guerra fredda, questo paese che fino ad allora era stato un alleato strategico degli Stati Uniti, inclinò verso il girone sovietico. Mosca apportò allora un ingente sostegno militare a Mengistu, allo scopo di reprimere la resistenza eritrea. Tuttavia, vent'anni prima, l'Unione Sovietica si era mostrata favorevole all'indipendenza dell'Eritrea. Come si spiega questo cambiamento? All'indomani della Seconda Guerra Mondiale, Mosca sosteneva l'indipendenza dell'Eritrea poiché l'annessione di questo paese da parte dell'Etiopia era interesse degli Stati Uniti. Evidentemente, quando l'Etiopia divenne un alleato dell'Unione Sovietica, Mosca cominciò a vedere le cose in tutt'altro modo. Inoltre, dopo la Seconda Guerra Mondiale, i Sovietici avevano acquisito una migliore conoscenza del Corno d'Africa e del mondo. All'epoca, riconoscevano le legittime rivendicazioni dell'ex colonia. Più tardi, invece, la loro politica di divenne miope, con una visone del mondo assai ristretta. Negli anni cinquanta, Nikita Khrouchtchev svilupperà una nuova e particolare teoria sul modo nel quale l'Unione Sovietica doveva sostenere le rivoluzioni in Africa: i paesi africani non avevano bisogno di un partito d'avanguardia per guidare le loro rivoluzioni, l'Unione Sovietica sarebbe stato il loro partito d'avanguardia! Khrouchtchev intendeva quindi trasporre il modello della rivoluzione russa ai paesi africani senza minimamente tenere conto delle loro specificità. Per dirla in altro modo: i Sovietici avevano creato delle scarpe a loro misura e pensavano che quelle scarpe calzassero a tutto il mondo; e se il tuo piede era troppo grande, bastava tagliare l'alluce per adattarlo! La teoria di Khrouchtchev era ridicola come questo esempio. Ciò spiega perché l'Unione Sovietica, sprovvista di una corretta visione di quel che si agitava nel Corno d'Africa, sostenesse l'Etiopia. Fu un grave errore. Che impatto ebbe ciò sulla resistenza Eritrea? Fin qui, la resistenza eritrea aveva ottenuto notevoli successi. La popolazione la sosteneva. Molti si unirono ai ranghi dei combattenti, soprattutto da quando l'esercitò etiope cominciò ad attaccare regolarmente la popolazione: villaggi incendiati, massacri di civili… Invece di spaventare gli eritrei, tali rappresaglie rafforzavano l'idea che quella coabitazione non fosse possibile e che pertanto la lotta per l'indipendenza fosse indispensabile. Nel 1975, per esempio, numerosi giovani aderirono all'FPLE in seguito all'esecuzione di 56 studenti eritrei. Per allora, la strategia messa in atto dai resistenti si era fatta molto sofisticata. Un esempio: l'Eritrea non aveva alcun sostegno e lottava sola contro tutti, cosa che rappresentava un problema per l'approvvigionamento di armi. In mancanza di alleati, l'FPLE prese come suo principale sostegno i propri nemici! Ad ogni vittoria riportata negli attacchi di guerriglia contro le truppe etiopi, gli eritrei si appropriavano degli armamenti dei loro nemici. Di conseguenza, col trascorrere degli anni, la resistenza divenne molto più equipaggiata, anche con artiglieria pesante. Immaginate: i soldati etiopi che combattono contro i loro stessi carri armati! Con questa tecnica, l'EPLF si trasformò da esercito di guerriglia in esercito meccanizzato. Ma, nel 1977, non ci si aspettava che l'Unione Sovietica venisse in soccorso di Derg? Fu un periodo difficile: la marina dell'armata rossa bombarda a tappeto le postazioni dell'FPLE lungo le coste, Mosca invia tremila consiglieri militari e quantità d'armi attraverso un ponte aereo con Addis Abeba. Si stima che l'esercito etiope abbia allora ricevuto 1000 carri armati, 1500 veicoli corazzati da combattimento e 90 fra elicotteri e caccia militari. Forte del sostegno sovietico, nel febbraio del 1982, Mengistu lancia una grande offensiva contro l'Eritrea: la campagna “Red Star” con i suoi 150.000 uomini, fu la più grande battaglia che l'Africa conobbe dopo la Seconda Guerra Mondiale. Malgrado ciò, Mengistu non riuscì ad ottenere l'eliminazione dell'FPLE… Quello fu anche il periodo più duro di tutta la lotta per l'indipendenza. Il FPLE dovette abbandonare posizioni conquistate per un ripiego strategico. Mengistu ottenne che il Sudan chiudesse le frontiere con l'Eritrea: per settimane non arrivarono petrolio, cibo e altri rifornimenti che erano abitualmente inviati dal Sudan. Non vi era più alcuna possibilità per i rifugiati di raggiungere i campi al di là della frontiera. Ma, malgrado tutto, l'armata etiopica non riuscì ad eliminare l'FPLE. Bisogna dire che il movimento era molto ben organizzato. È vero che i soldati etiopi erano più numerosi e meglio equipaggiati, ma non facevano altro che obbedire agli ordini di un dittatore; mentre i combattenti dell'FPLE godevano di una più grande motivazione ed erano allenati meglio. Quella fu l'ultima volta che il governo etiopico minacciò la resistenza e la campagna “Red Star” ebbe una svolta in quella lunga lotta per l'indipendenza. Quando l'offensiva volse alla fine, dopo mesi di combattimenti, il FPLE cominciò a recuperare le posizioni che aveva abbandonato. Qualche anno dopo, l'Unione Sovietica, sull'orlo del crollo, annunciò a Mengistu che avrebbe smesso di fornirgli armi. Il governo etiope cominciò a vacillare perché oltre a dover affrontare la resistenza eritrea, doveva anche fronteggiare gruppi nazionalisti che s'erano formati in Etiopia. Fra questi, il Fronte di Liberazione del Tigré (FLPT) che combatteva con gli eritrei. All'inizio, questo movimento rivendicava l'indipendenza per gli abitanti della regione del Tigré. Ma il FPLE, che sapeva quanto poteva essere pericolo operare divisioni concernenti le nazionalità, consigliò loro: “Voi siete etiopi anzitutto, ed è in qualità di etiopi che dovete battervi ed incoraggiare i vostri compatrioti a rovesciare la dittatura militare”. Così, nel 1991, crolla il Derg, Mengistu fugge, e dopo trent'anni di combattimenti, l'Eritrea conquista l'indipendenza. Dopo tutti questi rivolgimenti, come evolvono le relazioni fra Etiopia e Eritrea? L'Etiopia è un paese composto da diverse etnie. Che fosse governato da Menelik II, da Selassié o da Mengistu, il regime al potere non ha mai rappresentato le diversità del popolo etiope. Il paese è tuttora dominato da minoranze che agitano i loro interessi, creando delle grandi diseguaglianze in seno alla popolazione. Da quando un nuovo governo etiope ha preso il potere nel 1991, tutti pensavano che le cose sarebbero cambiate. Io stesso, accettai di lavorare come diplomatico per il governo. Anche l'Eritrea aveva grandi speranze. Diventando indipendente, avrebbe privato l'Etiopia d'un accesso al mar Rosso. Ma il presidente eritreo, Isaias Afwerki, propose di creare una zona di libero scambio fra i due paesi in modo che gli etiopi avrebbero potuto disporre con facilità dei porti dell'Eritrea. Le basi per la cooperazione fra i paesi del Corno d'Africa erano gettate e sembrava che la pace sarebbe tornata per sempre. Ma presto arrivò la delusione? Dal 1991, Meles Zenawi, leader del movimento Tigré, governa l'Etiopia. Non possiede una visione politica. Ricalca la tradizione, governando per i propri interessi e quelli del suo entourage senza tenere conto delle diversità etniche del paese. Inoltre, piuttosto che cercare di adattare le istituzioni ereditate da Mengistu, il nuovo governo si impegna semplicemente a distruggerle. Per esempio, ha smobilitato l'armata del Derg piuttosto che aprire un confronto democratico allo scopo di vedere come le cose potevano evolvere. Di conseguenza, molti ufficiali che avevano trascorso la loro vita nell'arma si sono ritrovati senza lavoro. Il nuovo governo ha semplicemente distrutto il corpo dello Stato etiope. È chiaro che vedendo ciò, all'ambasciatore USA sembrava di toccare il cielo con un dito: l'Etiopia è di nuovo alla mercé degli interessi imperialisti.
Dopo trent'anni di lotte, l'Eritrea diventa
indipendente e, nel 1993, il Fronte di Liberazione
del Popolo Eritreo (FPLE) prende il potere. In che
modo il FPLE conduce la transizione dalla resistenza
armata alla governance politica? Dopo
che l'Eritrea è diventata indipendente, il FPLE ha
continuato a portare avanti i progetti politici
iniziati durante la lotta per l'indipendenza. Con
una filosofia piuttosto originale: “Noi non abbiamo
bisogno dell'Occidente per svilupparci”.
Sapevano per esperienza, che le potenze neocoloniali
dividono gli africani per meglio impossessarsi delle
ricchezze del continente. L'Eritrea ha quindi scelto
di condurre una politica di sviluppo che non
lasciasse posto alle ingerenze delle potenze
straniere. Queste
multinazionali inondano il continente con prodotti
sovvenzionati che impediscono ai prodotti locali di
svilupparsi. E tutto ciò è possibile perché al
vertice della maggior parte degli Stati africani,
alcune minoranze filo occidentali ricavano profitti
da questo sistema, mentre la stragrande maggioranza
della popolazione è condannata alla miseria. Perciò
sì, un paese africano può svilupparsi senza l'aiuto
dell'Occidente, ma finché non si sarà tolta la
propria divisa da colonizzatore, l'Occidente
rappresenterà sempre un freno allo sviluppo
dell'Africa.
Inoltre, la riforma agraria ha concesso ad ogni
agricoltore il proprio pezzo di terra. Il governo ha
installato delle stazioni per trattori a
disposizione degli agricoltori ed offre aiuti
economici per agevolarne il lavoro. L'agricoltura è
un lavoro faticoso, soprattutto quando si dispone di
attrezzature rudimentali. Così, con il sostegno del
governo, gli agricoltori dispongono di più tempo
libero per imparare a leggere e formarsi per altri
mestieri. I
preventivi sfiorarono i 400 milioni di dollari!
L'Eritrea rispose: “No, grazie, lo facciamo da
soli”. Tutta la popolazione si mobilitò, giovani,
vecchi, donne… E così hanno ricostruito la linea
ferroviaria che oggi è di nuovo funzionante. Il
prezzo di quel lavoro? Settanta milioni di dollari.
L'idea è di fare tutto ciò che è possibile da soli
per non dipendere dalle potenze straniere. Del resto
l'Eritrea, è forse il solo paese al mondo dove non
vi sono specialisti stranieri. Se sei
alla guida di un paese del sud e accetti progetti di
istituzioni come la Banca Mondiale e il Fondo
Monetario Internazionale, provochi la completa
destabilizzazione dell'economia del paese, sviluppi
la corruzione e gli imperialisti ti terranno per il
collo. Così, oggi, ancor prima di inviare la CIA a
destabilizzare un governo considerato troppo
indipendente, vengono mobilitati i sicari
dell'economia. Dovunque vi sia la corruzione,
l'imperialismo vince. E il governo eritreo lotta
contro tutto questo. Ma
tutti quanti si sentono prima di tutto eritrei.
Anche la cultura gioca un ruolo molto importante. I
dirigenti eritrei hanno sempre prestato molta
attenzione alle diversità culturali, incoraggiando
ciascuno a valorizzare le proprie tradizioni etniche
e a condividerle con tutti gli altri. Dovunque in
Africa, le persone di diverse etnie si uccidono a
vicenda, mentre in Eritrea organizzano insieme
spettacoli di danza! Così,
i resistenti eritrei consigliarono ai loro compagni
di lotta di non battersi unicamente per la
liberazione della loro comunità ma per quella di
tutti i concittadini, qualunque fosse la loro
nazionalità. Inoltre, il FPLT era consapevole che
l'indipendenza del Tigray non avrebbe
necessariamente condotto alla liberazione
dell'Eritrea. Un cambiamento di regime ad
Addis-Abeva era necessario e la resistenza avrebbe
dovuto unire i propri sforzi in quella direzione. Ma il
primo ministro Meles Zenawi, che è a capo del paese
dal 1991, recentemente rieletto attraverso elezioni
fraudolente, è rimasto sulla linea dei suoi
predecessori: Menelik II, Selassié e Mengistu. Meles
Zenawi, come loro, non ha alcuna visione politica e
governa secondo i propri interessi. Si mantiene al
potere solo grazie al sostegno degli Stati Uniti. Evidentemente, con l'arrivo al potere di Meles Zenawi, tali speranze sono state ampiamente soddisfatte! Non solo il nuovo governo agisce per i suoi propri interessi e non dispone di alcuna base sociale, ma ha altresì distrutto tutte le istituzioni ereditate da Mengistu, svuotando il corpo dello Stato della sua sostanza. Oggi, quindi, Zenawi è totalmente dipendente dal sostegno finanziario, militare e diplomatico degli Stati Uniti. Di conseguenza non può rifiutare loro proprio nulla. Washington vuole installare una base militare? Ok, d'accordo! Washington vuole che l'armata etiope invada la Somalia? Ok, d'accordo! Nulla
viene negoziato: Washington chiede, Zenawi esegue.
L'esatto contrario di ciò che l'Eritrea persegue per
il Corno d'Africa: la fine delle ingerenze
straniere. È per questo che oggi l'Eritrea rifiuta
di normalizzare le proprie relazioni con i vicini
etiopi. Certo, sollecita il dialogo fra gli attori
regionali per risolvere i conflitti e stabilire le
basi per la cooperazione, ma finché uno di questi
attori resterà una marionetta agitata da Washington,
il progetto non sarà realizzabile. L'Eritrea vinse la prima battaglia e recuperò rapidamente il controllo dei territori contestati. Ed è qui dove si vede molto chiaramente come Asmara e Addis-Abeba abbiano interpretato il conflitto in modo diverso. Per l'Eritrea, è stato chiaramente un conflitto di frontiera: una volta recuperati i suoi territori, ha mantenuto la propria posizione in attesa che gli organismi internazionali confermassero che ciò era nel suo diritto. Questo avvenne nel 2002, quando il Tribunale Internazionale dell'Aia diede ragione all'Eritrea sul tracciato della frontiera. Per
l'Etiopia, invece, le motivazioni di questa guerra
erano del tutto differenti. Si trattava, secondo le
dichiarazioni di dirigenti etiopi, di “mettere fine
all'arroganza eritrea”, “d'infliggerle una
punizione” e di “castigare per sempre l'FPLE”. Il
campo di battaglia era ormai esteso oltre le zone
attorno alla frontiera precedentemente contestate.
Il conflitto di frontiera divenne a tutti gli
effetti una vera guerra d'invasione. L'Etiopia non
voleva riprendere il controllo dei territori contesi
ma mirava a far cadere il governo. Aveva scelto
anche accuratamente il momento in cui attaccare: il
periodo della semina nei campi. Penetrando nella
regione più fertile dell'Eritrea, l'esercito etiope
intendeva far fuggire i contadini e affamare il
paese. Con la guerra contro l'Eritrea, Zenawi intendeva incarnare il sogno dell'impero etiope e raccogliere il consenso. Ciò ha funzionato per qualche tempo: le contraddizioni emerse in seno alla società etiope lasciarono il posto al patriottismo. Ma la disfatta dell'esercito etiope e i suoi metodi di combattimento hanno ben presto fatto riemergere le diseguaglianze. Infatti, mentre gli ufficiali erano tigré, la maggior parte dei soldati erano di etnia Oromos e Amharas, le più importanti demograficamente. Nel corso della grande offensiva lanciata contro l'Eritrea, gli ufficiali etiopi usarono la tattica dell'onda umana, ereditata dalla prima guerra mondiale. Essa consiste nell'inviare, contro delle posizioni difese, un numero così alto di soldati tali da sopraffare il nemico. Evidentemente, le perdite umane sono enormi e la storia ha mostrato che questa tattica ha i suoi limiti. Ma gli ufficiali dell'esercito etiope non ne hanno tenuto conto e hanno inviato stupidamente migliaia e migliaia di Oromo e di Amhara contro l'avversario. Così ,
la disfatta contro l'Eritrea e le contraddizioni
all'interno dell'esercito, hanno infranto le
speranze di Zenawi di costruirsi una base sociale.
Egli poté contare solo sul sostegno di una parte
della comunità tigré, assai poco numerosa. La sua
rielezione è piuttosto sorprendente. La frode è
stata evidente e l'opposizione al regime è in
aumento. Chissà per quanto tempo Zenawi potrà ancora
reprimerla? Le potenze neocoloniali falsano il gioco democratico finanziando i candidati che meglio soddisfano alle loro esigenze: accesso alle materie prime per le multinazionali, allineamento sulla politica estera e via dicendo. Per sistema multipartitismo in Africa, gli imperialisti intendono dire, ogni quattro o cinque anni: “Andate a votare per quei candidati che abbiamo selezionato per voi. Vi impoveriranno e vi uccidano. Votate per loro!” Quindi
la domanda è: “la democrazia multipartitica è un
ideale che ogni paese deve perseguire o ciascun
paese è libero di scegliere il sistema politico che
ritiene migliore per sé, secondo le specificità di
ognuno, la propria storia e cultura?” Tenuto conto
delle differenze etniche e religiose in Eritrea e
del fatto che la mobilità è una componente
essenziale del modello di sviluppo, si vuole
favorire un sistema che rinforzi l'unità del popolo.
Pertanto, un sistema a partito unico risponde meglio
del multipartitismo alle specificità dell'Eritrea. Gli studi scientifici evidenziano che le pubblicità destinate ai più piccoli hanno su di loro un effetto negativo. Se la popolazione fosse informata correttamente su questo argomento e le si chiedesse di pronunciarsi in merito, non c'è dubbio che sceglierebbe di vietare questo tipo di pubblicità. Ma i governi occidentali, sotto la pressioni delle lobbies, hanno sempre rifiutato di prendere in considerazione tale possibilità. Qui si vede con chiarezza come gli interessi dell'élite economica siano privilegiati rispetto alla volontà popolare. Nel suo libro “Stati Falliti: Abuso di Potere e Assalto alla Democrazia” (2007), Noam Chomsky si preoccupa per la carenza di democrazia negli Stati Uniti. Non torna sull'elezione di George W. Bush contro Al Gore nel 2000, ma si riferisce al bilancio presentato dall'amministrazione Bush nel febbraio del 2005. Uno studio ha rivelato che le posizioni della popolazione erano in netto contrasto con quelle della politica. Là dove il bilancio aumentava, l'opinione pubblica si augurava che diminuisse (difesa, guerra in Iraq e Afganistan, dipendenza dal petrolio…). Al contrario, là dove l'opinione pubblica si augurava che aumentasse, diminuiva (educazione, risoluzione del deficit, sostegno agli ex combattenti…)
Sarebbe troppo lungo analizzare qui tutte le lacune
delle democrazie occidentali. Ma credere che questo
modello sia la panacea di tutti i mali è cosa
distante dalla realtà e molto pretenziosa. Il vice
ministro della cultura della Bolivia ha recentemente
proposto una sua definizione di democrazia: “Un
paese è democratico quando i bisogni fondamentali di
tutti i cittadini sono soddisfatti”. Se siamo
d'accordo con questa definizione, dobbiamo rilevare
che l'Occidente ha molto da imparare dall'Eritrea in
tema di democrazia. In nome della libertà di culto, questo virus attacca i giovani africani per distruggerne i valori, promuovendo il successo economico ed esasperando l'individualismo. Molto simili ai valori anglosassoni, queste religioni esportate in Africa servono interessi politici, consentendo alla Gran Bretagna e soprattutto agli Stati Uniti di infiltrarsi nella società africana. Già nel 1946, il Console Generale di Francia e Congo Belga si preoccupava e affermava: “Il governo statunitense che non teme di allontanare i missionari dal loro vero apostolato se ne serve per estendere la propria influenza nei paesi del centro-ovest africano.(…) Non vi è dubbio che i missionari dispongano di notevoli fondi economici e che le popolazioni indigene siano perciò attratte dall'orbita statunitense”. Oggi le tecniche sono ulteriormente migliorate con il metodo Pizza Land! Immaginate di essere un missionario statunitense che sbarca in Africa. Cercate giovani reclute. Lì la gente è molto povera, non c'è bisogno di molto denaro per convertirla, trovi il modo di comprarla. Poi la mandi negli USA, a frequentare le scuole di marketing della società Pizza Land, una ditta agro-alimentare che pratica delle tecniche di marketing molto aggressive. Una volta formati, i giovani predicatori ritorneranno in Africa dove avvieranno il lavoro di conversione, facendo molti discorsi, creando gruppi musicali, dando vita ad emittenti televisive. Gli Stati Uniti hanno concepito questo progetto che ha dato grandi risultati in tutto il mondo. L'Eritrea lotta esattamente contro quello di cui questa religione è intrisa: la ricchezza materiale e l'individualismo. Certi predicatori viaggiano in 4x4 e portano orologi d'oro: è giusto supporre che siano stati benedetti dal Signore! Ma all'Asmara si esalta il benessere generale e la solidarietà. In
Eritrea il servizio militare è obbligatorio. È una
sorta di servizio civile durante il quale i giovani
partecipano alla costruzione di ospedali oppure
aiutano i contadini nel loro lavoro, tanto per fare
qualche esempio. Però il governo ha cominciato a
incontrare problemi con i giovani protestanti che
rifiutano questi compiti, adducendo il divieto della
loro religione. Ecco perché oggi in Eritrea, tu puoi
aderire alla religione che vuoi, ma devi prima
dimostrare di avere le mani pulite. Per dirla con l'esperto di comunicazione Herbert Schiller: “l'insieme dei processi con i quali una società si introduce nel sistema mondiale moderno e il modo in cui la sua classe dirigente li conduce, per mezzo del fascino, della pressione, della forza o della corruzione, modellano le istituzioni sociali affinché corrispondano ai valori e alle strutture, o le promuovano, del nucleo dominante del sistema”. L'UNESCO lanciò poi, il Nuovo Ordine Mondiale dell'Informazione e della Comunicazione per riequilibrare il flusso di informazioni in tutto il mondo. Ma i paesi occidentali lo boicottarono e la Gran Bretagna e gli Stati Uniti abbandonarono l'UNESCO. L'Occidente occupa una posizione dominante nel mondo dell'informazione e utilizza i media come arma di propaganda per promuovere i propri interessi nel Terzo Mondo e in particolare in Africa. Questo tipo di pratica è iniziata con i fascisti italiani negli anni '20. E durante la Seconda Guerra Mondiale, il Gran Mufti di Gerusalemme, fu invitato ad un programma arabo di Radio Roma, per incitare il popolo colonizzato a ribellarsi al nemico britannico. I paesi imperialisti hanno imparato la lezione da quella propaganda di guerra e le tecnologie sono migliorate. Così oggi la BBC ha un programma internazionale completo. E Voice of America, il servizio internazionale di radiodiffusione del governo statunistense, è ben presente in Africa, con trasmissioni in amarico, tigré, somalo… Ovviamente, questi grandi mezzi di comunicazione internazionale dipendono direttamente dal loro governo o appartengono a ricchi capitalisti, e non sostengono il sud che cerca invece di resistere all'imperialismo.
Pertanto, al fine di proteggersi dalla guerra
mediatica in cui non tutti i paesi stanno giocando
in condizioni di parità, l'Eritrea ha deciso di
vietare i media privati.
Quindi, da una parte gli imperialisti criticano
l'assenza di media privati in Eritrea, e dall'altra
sommergono il terzo mondo con la loro informazione.
Rifiutano però che possa avvenire l'opposto, ciò che
i media del sud del mondo informino i cittadini
occidentali. Perché la libertà d'espressione non va
bene quando colpisce gli interessi delle potenze
imperialiste? I governi occidentali hanno qualcosa
da nascondere alle loro popolazioni su ciò che fanno
nel sud del mondo? I
servizi segreti americani li sostengono e tentano di
introdurli nella società eritrea per incitare i
giovani a fuggire dal paese. L'idea è che se la
maggior parte dei giovani lasciano il paese,
l'esercito verrà indebolito, l'economia non girerà
più e il governo sarà rovesciato. La tecnica non è
nuova. È già stata applicata a Cuba. In Venezuela i
servizi segreti americani finanziano anche i media
anti-Chávez, i partiti di opposizione, le ONG
critiche verso il governo e via dicendo. Gli Stati
Uniti hanno sempre cercato di destabilizzare i
governi che non sono in sintonia con le loro
politiche. Quindi, in qualche modo si è già in carcere. Però, naturalmente, è legittimo preoccuparsi per la mancanza di libertà in Eritrea. Ma ponetevi questa domanda: come reagirebbe il Belgio, se l'Iran finanziasse delle grandi catene televisive che incitano a rovesciare il suo governo e minacciano costantemente di bombardare Bruxelles? Come avrebbe reagito la Francia se Cuba avesse sostenuto gruppi terroristici per cercare di assassinare Nicolas Sarkozy? Come
avrebbe reagito Washington, se il Venezuela avesse
finanziato e formato gruppi politici e sindacati
contro gli Stati Uniti? Sicuramente i cittadini
occidentali non avrebbero più potuto godere delle
stesse libertà. Negli Stati Uniti è bastato molto
meno perché il governo votasse leggi liberticide
come il famigerato Patriot Act, il cui scopo era la
lotta al terrorismo. Ma le critiche di Washington possono dirsi fondate? François Houtart ha recentemente riportato questo aneddoto: un membro del parlamento del Lussemburgo, in visita a L'Avana, ha confessato di aver trovato più democrazia a Cuba che nel suo stesso partito! Infatti, al di là dell'esistenza di un partito unico e della longevità di Fidel Castro in politica, esistono tanti organismi democratici a più livelli. Questo
vale anche per l'Eritrea, dove, fin dalla lotta per
l'indipendenza, il FPLE ha formato consigli
democratici nei villaggi, rovesciando l'ordine
feudale e favorendo l'emancipazione delle donne che
potevano essere così coinvolte nella gestione delle
politiche. Inoltre, gli Stati Uniti non hanno da insegnare nulla in materia di tortura, perché quel che sta accadendo in Afganistan, in Iraq e nelle prigioni segrete della CIA, macchia la bianca armatura del cavaliere statunitense. Infine, dobbiamo anche ricordare che la Carta dei diritti dell'uomo include i diritti socio-economici. Per esempio dice: “Ogni individuo ha diritto a un adeguato standard di vita per il proprio benessere e quello della sua famiglia con riguardo alla nutrizione, al vestiario, all'alloggio, alle cure mediche e ai servizi sociali necessari”. Questi diritti danno fastidio agli USA che sostengono il ritiro della Carta. Secondo Jeane Kirkpatrick, ex ambasciatore USA alle Nazioni Unite, la Carta ha il valore di una lettera di Babbo Natale. Ci si dovrebbe chiedere quale delle tre nazioni, Eritrea, Cuba e Stati Uniti, rispetti maggiormente i diritti umani. Atterrando all'areoporto di Cuba, puoi leggere questo manifesto: “Questa sera, 200 milioni di bambini dormiranno per strada, nessuno di loro è cubano”. Negli Stati Uniti le famiglie sono state cacciate dalle loro case perché le banche e lo Stato hanno deregolamentato il settore finanziario. In Francia, paese dei diritti umani, vi sono 800.000 senza tetto. La
questione dei diritti umani è un argomento spesso
utilizzato dalle potenze imperialiste per tentare di
screditare i propri nemici. Ma è pura ipocrisia. Ben
inteso, questa manipolazione non deve impedire che
si possa criticare il governo eritreo, ma dobbiamo
essere cauti quando un paese come gli Stati Uniti
usa la questione dei diritti umani per condurre una
politica di guerra. Potrebbe diventare un centro economico di rilievo. La crisi somala avrebbe trovato soluzione se si fosse affrontato il problema in questa prospettiva. L'Eritrea sta cercando di fare questo, ma gli imperialisti tentano di bloccare il progetto che li spaventa. Così gli USA accusano l'Asmara di appoggiare il terrorismo e l'Etiopia insorge contro i suoi vicini. Immaginate se l'area di libero scambio tra l'Eritrea e l'Etiopia fosse estesa a Sudan, Gibuti, Kenia e Uganda; avremmo un mercato molto grande, con immense risorse e connesso con i paesi arabi e il mercato asiatico, senza l'intervento delle potenze occidentali. Vi fu un'esperienza simili negli anni '60: Kenia, Uganda e Tanzania crearono allora una mercato comune con accordi di libero scambio. Ma gli imperialisti, per paura, inscenarono un colpo di stato in Uganda, portando al potere Amin Dada nel 1971. Un anno dopo, il mercato comune crollò e tutti i suoi paesi membri sprofondarono nella crisi. Quanto all'Uganda, attraversò un lungo periodo di guerra civile. Il fatto è che l'imperialismo, e in particolare quello degli Stati Uniti, è il peggior nemico della regione e finché esisterà questa interferenza, l'Eritrea avrà problemi. Solo se gli attori regionali saranno in grado di raggiungere un accordo, pur se parziale, con l'Eritrea, le cose potranno veramente cambiare e si potrà produrre un boom economico con ripercussioni ben oltre il Corno d'Africa. Fine
Di Mohamed Hassan leggere anche: Dossier «Comprendere il mondo mussulmano» : La Somalia. Come le potenze coloniali mantengono il paese nel caos.
* Mohamed Hassan è un esperto di geopolitica e del mondo arabo. Nato ad Addis Abeba (Etiopia), ha partecipato ai movimenti studenteschi nel quadro della rivoluzione socialista del 1974 nel suo paese. Ha studiato scienze politiche in Egitto, prima di specializzarsi in amministrazione pubblica a Bruxelles. Diplomatico per il suo paese di origine negli anni '90, ha lavorato a Washington, Pechino e Bruxelles. Co-autore di L’Irak sous l’occupation (EPO, 2003), ha partecipato anche a opere sul nazionalismo arabo e i movimenti islamici, e il nazionalismo fiammingo. Uno dei migliori conoscitori del mondo arabo contemporaneo e musulmano.
Per approfondimenti Mohamed Hassan raccomanda le
seguenti letture:
- Mohamed Omar, The Road to Zero: Somalia's
Self-Destruction, Haan Publishing,1993
- Babu, Abdul, Rahman Mohamed. African Socialism or
Socialist Africa? Londres, Zed Press, 1981, 190 p.
- Hersi, Ali Abdirahman, The Arab factor in Somali
history : the origins and the development of Arab enterprise and
cultural influences in the Somali Peninsula, Thesis--University of
California, Los Angeles, 1977
- Mahmood Mamdani, Good Muslim, Bad Muslim: America,
the Cold War, and the Roots of Terror,
- John K. Cooley, Unholy wars: Afghanistan, Amercia
and International Terrorism, Pluto Press, 2000
- John Drysdale, Whatever Happened to Somalia?, Haan
Publishing, 1994
-
Crise au
Darfour: le sang, la faim et le pétrole [Crisi
in Darfur: il sangue, la fame e il petrolio]
-
Que doit faire Ahmadinejad pour recevoir le Prix
Nobel? [Cosa
deve fare Ahmadinejad per ricevere il premio Nobel?]
Inoltre su Resistenze.org di Mohamed Hassan sullo
stesso argomento:
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