Tutto ciò che non dovreste sapere sull'Eritrea

Intervista di Grégoire Lalieu e Michel Collon a Mohamed Hassan*
traduzione dal francese di Marina Minicuci

Da www.michelcollon.info - 05 lug. 2010 - Il Corno d'Africa è una delle regioni più lacerate del continente: guerre incessanti, fame, povertà… Immagini che tutti conoscono. Tuttavia, pochi sanno che l'Eritrea considera che sia possibile uscire da questo cerchio infernale, risolvere i conflitti attraverso il dialogo e raggiungere un buon livello di sviluppo. Ci sarebbe di che rallegrarsene ma, agli occhi della comunità internazionale, l'Eritrea è uno Stato paria che il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha messo sul banco degli imputati. In che modo questo paese, del quale nessuno parla, minaccia le potenze occidentali? Ne parliamo con Mohamed Hassan.

È l'Eritrea la fonte di tutte le violenze nel Corno d'Africa? Questo è ciò che sembra pensare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che ha recentemente votato sanzioni contro questo paese. In particolare, l'Eritrea è stata accusata di fornire armi ai ribelli somali.

Le sanzioni sono il risultato di una campagna di menzogne che ha l'obiettivo di destabilizzare il governo eritreo. Dal 1992 vi è un embargo per la fornitura di armi alla Somalia, sul territorio sono presenti esperti internazionali per controllare la situazione e, attualmente, ogni arma ha un numero di serie che permette di seguirne le tracce. Malgrado queste disposizioni, il Consiglio di Sicurezza non ha maggiori prove del presunto traffico d'armi di quante ne avesse delle armi di distruzione di massa in Irak! In compenso, oggi come allora, c'è Washington dietro questo genere di campagna diffamatoria.

L'Eritrea è anche accusata delle tensioni con Gibuti, per dispute sui confini, a causa delle quali ci furono tensioni fra i rispettivi eserciti nel 2008.

L'Eritrea mai ha manifestato la benché minima rivendicazione territoriale su Gibuti. La maggior parte delle frontiere africane, sono state tracciate dalle potenze coloniali ai tempi che furono e mai sono state messe in discussione. Gli incidenti del 2008 furono una pura invenzione del governo Bush. Tutto ebbe inizio nel mese di aprile quando il presidente eritreo, Isaias Afwerki, ricevette una telefonata dall'emiro del Qatar. Questi gli trasmetteva una lamentela del presidente di Gibuti, Ismail Omar Guelleh il quale sosteneva che l'Eritrea stesse riunendo truppe alla frontiera.

Il presidente Afwerki, che non aveva dato alcuna disposizione in merito al suo esercito, fu molto sorpreso da tale affermazione che perdipiù arrivava per interposta persona e non direttamente dal suo omologo. In tutti i modi, Isaias Afwerki rispose con la proposta di un incontro con Guelleh a Gibuti, in Eritrea, o se preferiva, nel Qatar. La proposta non ebbe alcuna risposta e, una settimana dopo, l'11 giugno del 2008, soldati dell'esercito di Gibuti attaccarono le truppe eritree alla frontiera. Ci fu un breve combattimento che causò una trentina di morti e dozzine di feriti di entrambi gli Stati. Il presidente del Gibuti dichiarò immediatamente che l'Eritrea aveva attaccato il suo paese.

E, con sconcertante rapidità, gli Stati Uniti emisero un comunicato condannando “l'aggressione militare dell'Eritrea contro Gibuti”. Fece eco alla condanna anche il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. E fu solo in seguito che quest'ultimo propose di inviare una commissione di esperti per analizzare la situazione e stabilire la verità sui fatti. Perché il Consiglio di Sicurezza, mise il carro davanti ai buoi? Non c'erano tensioni pregresse fra l'Eritrea e Gibuti, i due Stati avevano sempre mantenuto buoni rapporti. La questione è che gli Stati Uniti manipolano la comunità internazionale e il Consiglio di Sicurezza per fare pressioni sull'Eritrea.

Come spiega l'atteggiamento del Gibuti?

Il presidente Ismail Omar Guelleh non ha appoggio sociale e si mantiene al potere solo grazie al sostegno delle potenze straniere alle quali, di conseguenza, non può rifiutare niente. Ciò spiega perché ci sono tanti soldati stranieri a Gibuti e, per esempio, gli Stati Uniti hanno una sola base in Africa ed è a Gibuti. Oltre a ciò, questo piccolo paese, ospita contingenti di altre nazioni e la maggior base francese in continente africano.

Quindi Guelleh dipende completamente da Washington. Se gli Stati Uniti hanno bisogno della sua collaborazione per creare una nuova crisi nella regione, non gli resta che ubbidire. E questo modo di procedere è diventata la specialità degli Stati Uniti: fomentare problemi per poi proporsi per risolverli. Nello specifico gli USA tentano di far passare l'Eritrea per uno Stato bellicoso che sta all'origine dei problemi del Corno d'Africa.

Perché gli Stati Uniti vorrebbero emarginare l'Eritrea?

Il governo eritreo ha una visione del proprio paese e della regione, crede cioè che sia possibile raggiungere un buon livello di sviluppo e risolvere i conflitti con il dialogo se ci si libera delle interferenze delle potenze straniere. Se si osserva la crisi in Somalia, si vedrà che l'Eritrea ha sempre predicato di riunire tutti gli attori politici del paese attorno un tavolo per dialogare, al fine di incontrare una soluzione al conflitto e ricostruire la Somalia. A questo scopo, l'Eritrea propone anche di coinvolgere la società civile: capi religiosi ma anche donne, anziani…

Riunire tutti, al di là delle separazioni, per ricostruire un paese che da vent'anni non ha un governo. Indubbiamente questo sistema sarebbe efficace per restituire la pace nel paese. Ma gli Stati Uniti, d'altro canto, hanno volontariamente mantenuto la Somalia nel caos. Nel 2007 hanno persino ordinato all'esercito etiope di attaccare Mogadiscio benché fosse tornata la pace. E alla fine l'ONU chi sanzionò se non l'Eritrea! La questione è che gli USA temono che la visione dell'Eritrea faccia proseliti nel Corno d'Africa, cosa che significherebbe la fine delle ingerenze statunitensi in questa regione strategica. Di conseguenza, Washington tenta di mettere l'Eritrea in quarantena per evitare che si propaghi il “virus”.

È una tecnica collaudata dagli Usa, che peraltro ha ben studiato Noam Chomsky, il quale parla di “teoria della mela marcia”: se c'è una mela marcia nel cesto bisogna toglierla prima che contamini le altre. Questa è la ragione per la quale gli Usa hanno sempre tentato di rovesciare governi (con o senza successo): Castro a Cuba, Allende in Cile, in Laos nel 1960… Chomsky spiega che in questi casi Washington interviene con il pretesto di assicurare la “stabilità” nel mondo, quando in realtà -continua Chomsky- “stabilità” significa “sicurezza” per le multinazionali e le classi dirigenti.

Dunque, per Washington l'Eritrea è la mela marcia del Corno d'Africa?

Certo. Mentre il vero nemico della regione è l'imperialismo, in particolare quello statunitense. Per questo l'Eritrea desidera che i paesi del Corno d'Africa si liberino delle ingerenze delle potenze neocoloniali e sviluppino un progetto comune. Il Corno d'Africa gode di una posizione geostrategica molto importante: è connessa sia con i paesi del Golfo che con l'oceano indiano dal quale passa la maggior parte del commercio marittimo mondiale; inoltre, dispone di grandi risorse, minerali, gas, petrolio, biodiversità…

Se i paesi di questa regione si liberassero del neocolonialismo e riunissero gli sforzi, riuscirebbero a uscire dalla povertà, ed è ciò a cui ambisce l'Eritrea. Mentre gli USA, se questo progetto si facesse realtà, dovrebbero rinunciare al controllo della regione strategica e rinunciare ad avere accesso alla sue materie prime, ed è questa la ragione per la quale Washington fa pressioni sul presidente Isaias Afwerki per indurlo a cambiare la sua politica.

In fin dei conti l'Eritrea conquistò la propria indipendenza, attraverso lunghi combattimenti, solo nel 1993, e ancora oggi continua a lottare per proteggere la propria sovranità nazionale. L'Eritrea è il paese africano che ha impiegato più tempo per riuscire a conquistare la propria indipendenza. Ricordiamo che il paese fu colonizzato dagli italiani nel 1869.

Come accadde che l'Italia, che non era un grande impero coloniale, si trovò in Eritrea?

È necessario situarsi nel contesto dell'Europa del XIX secolo. Allora il vecchio continente era lo scenario di una spietata lotta fra le potenze imperialiste per il controllo delle colonie e delle loro materie prime. Esisteva già una forte rivalità fra la Francia e la Gran Bretagna. L'unificazione dell'Italia nel 1861 e successivamente quella della Germania nel 1871 fecero sorgere nuovi rivali di peso. Inoltre, il mondo capitalista conobbe una prima importante crisi nel 1873, la quale provocò il progressivo smantellamento dell'impero Ottomano e aumentò gli appetiti e le rivalità delle potenze europee.

La Germania, per esempio, avrebbe voluto approfittare dello smantellamento dell'impero Ottomano per acquisire nuove colonie. I britannici, dal canto loro, appoggiavano Istanbul per bloccare l'espansione tedesca. Fu allora che il cancelliere Bismarck decise di organizzare la Conferenza di Berlino, era il 1885. Un evento fondamentale nella storia delle colonie che fino ad allora avevano prevalentemente installato fattorie commerciali sulle coste dell'Africa.

Durante la Conferenza le potenze europee progettarono di colonizzare gradualmente tutto il continente africano, in modo da evitare nuovi conflitti e rilanciare l'economia capitalista. Fu così che si misero d'accordo per spartirsi la torta africana. La strategia della Gran Bretagna fu quella di suggerire all'Italia (potenza non molto minacciosa) di istallarsi nel Corno d'Africa per bloccare l'espansione di Francia e Germania (rivali molto più temute).

L'Europa si spartì l'Africa, ma all'inizio del XX secolo l'Etiopia era l'unico paese indipendente del continente, perché?

È a causa di un compromesso fra francesi e britannici. I primi progettavano di espandersi da Dakar a Gibuti, gli altri ambivano a dispiegare il proprio impero da Il Cairo a Città del Capo, in Sudafrica. Se si osserva la carta geografica dell'Africa, si potrà notare che i progetti coloniali erano destinati ad uno scontro frontale. Per evitare il conflitto, che avrebbe provocato enormi perdite da entrambe le parti, la Francia e la Gran Bretagna decisero di non colonizzare l'Etiopia, ma non per questo vollero rinunciare a quel territorio.

Appoggiarono e armarono Menelik II che regnava in una delle regioni più ricche dell'Etiopia che, con l'appoggio delle potenze coloniali, prese il potere in tutto il territorio etiopico, concedendo a francesi e britannici l'accesso alle risorse del suo impero. Quindi, benché l'Etiopia fosse l'unico paese a non essere colonizzato, non si può certo dire che per questo fosse indipendente. Colui che si faceva chiamare Menelik II, Negusse Negest d'Etiopia, leone conquistatore della tribù di Judah, eletto da Dio, altro non era che un agente delle potenze imperialiste, incapace di costruire uno Stato moderno.

Era stato scelto soprattutto perché era un cristiano ortodosso e proveniva da una delle regioni più ricche d'Etiopia. Per questo, Menelik II si trovava alla testa di un regime minoritario in un sistema feudale nel quale la maggior parte delle nazionalità non godevano di diritto alcuno e si praticava la schiavitù. Tutto ciò creò molte diseguaglianze che a tutt'oggi perdurano in Etiopia.

Mentre l'Eritrea fu colonizzata dall'Italia. Più tardi, Mussolini arrivò a dichiarare che sarebbe Stato il cuore del nuovo impero Romano. Che effetti ebbe la colonizzazione italiana in Eritrea.

All'epoca l'Italia aveva una popolazione prevalentemente contadina, costretta a migrare, prevalentemente in Svizzera e Francia. La nuova colonia dell'Eritrea, con il suo paesaggio da cartolina e il suo clima gradevole, divenne un sogno per molti italiani che vi si trasferirono. I coloni si insediarono insieme ai contadini e la borghesia italiana investì molto nel paese.

La situazione geografica del paese era particolarmente interessante: lunghe coste ai bordi del Mar Rosso, la vicinanza con il canale di Suez al nord e lo Stretto di Bab-el-Mandeb al sud che è uno dei corridoi di navigazione più frequentati del mondo e unisce il Mar Rosso con l'Oceano Indiano. Fu così che gli italiani svilupparono piantagioni, porti, infrastrutture…

Per avere un'idea del livello di sviluppo di questa colonia, basti ricordare che gli inglesi, quando invasero l'Eritrea durante la Seconda Guerra Mondiale, smontarono le fabbriche per trasferirle nel proprio paese così com'erano!

Questo sembra diverso dagli abituali saccheggi e dalle mani tagliate in Congo belga. L'Eritrea era un'eccezione nello spietato mondo del colonialismo?

Ci furono molti aspetti positivi, ma non ci inganniamo, il colonialismo italiano era comunque discriminatorio e i neri non avevano i diritti dei bianchi. Di fatto, quando alla fine del XIX secolo l'Italia si appropriò dell'Eritrea e di una parte dell'attuale Somalia, cercò di continuare la sua espansione verso l'Etiopia. Ma i soldati italiani furono sconfitti da Menelik II durante la battaglia di Adua, nel 1896. Negli anni a seguire, all'interno dell'intellighenzia italiana, si sviluppò l'ideologia fascista e con essa la volontà di restituire l'onore al paese che era stato sconfitto dai neri.

Perciò il colonialismo italiano fu molto razzista. La popolazione eritrea era stata integrata al progetto coloniale, ma come classe inferiore. Inoltre, il razzismo del fascismo italiano (che arrivò al potere nel 1922) era diretto ai neri, non era antisemita come il razzismo tedesco. Infatti, vari ebrei lavoravano nelle organizzazioni fasciste italiane e lo stesso Mussolini aveva un'amante ebrea.

Solo più tardi, verso la fine della decade degli anni '30, l'Italia incominciò a perseguitare gli ebrei. In primo luogo perché Mussolini si era avvicinato a Hitler e, in secondo luogo, perché il partito fascista italiano aveva necessità di un nuovo impulso e, per mobilitare la popolazione italiana, Mussolini, utilizzò come capro espiatorio la comunità ebrea.

Alla fine, i fascisti italiani si presero la propria rivincita sull'Etiopia quando, nel 1935, le truppe di Mussolini invasero l'unico paese non colonizzato dell'Africa.

È così, anche se l'occupazione dell'Etiopia non durò molto. Nel 1941, in piena guerra mondiale, l'esercito britannico espulse gli italiani dalla regione e gli Alleati presero il controllo del Corno d'Africa. Dopo la guerra, l'Etiopia recuperò la propria “indipendenza”, ma per l'Eritrea la sorte fu diversa. L'Unione Sovietica avrebbe voluto che questa colonia ottenesse l'indipendenza, mentre i britannici volevano dividere il paese in due, così come avevano fatto dovunque: i musulmani dovevano unirsi al Sudan e i cristiani ortodossi all'Etiopia.

È interessante segnalare che la Chiesa etiope era favorevole a questa opzione e faceva pressione sui cristiani eritrei affinché la accettassero. Diceva loro che se avessero rifiutato non avrebbero, da morti, ricevuto sepoltura e quindi la loro anima non avrebbe raggiunto il paradiso. Malgrado tutto ciò, i cristiani d'Eritrea rifiutarono dato che prima di tutto si sentivano eritrei!

Questo sentimento di appartenenza si spiega soprattutto perché, a differenza di altre potenze imperialiste, gli italiani avevano integrato il popolo eritreo nel progetto coloniale, senza distinzioni etniche. Ma alla fine, nessuna di queste due opzioni vinse e se ne affermò una terza, degli Stati Uniti: l'Eritrea si sarebbe dovuta integrare all'Etiopia in un sistema federale.

Perché gli Stati Uniti promossero questa opzione?

La posizione geografica di cui godeva, aveva conferito all'Eritrea una grande importanza agli occhi di Washington durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Dagli anni '40 il Pentagono e le industrie di armamenti private svilupparono importanti progetti nel paese: assemblaggi di aerei, laboratori di riparazioni, una forza navale… E, soprattutto, negli anni '50, l'intelligence statunitense stabilì all'Asmara, la capitale, una delle basi di telecomunicazioni più importanti fuori dal proprio territorio.

Allora non c'era la vigilanza via satellite come oggi e i sistemi di ascolto coprivano un raggio limitato. Dall'Eritrea si poteva controllare ciò che accadeva in Africa, in Medio Oriente, nel Golfo e persino in alcune parti dell'Unione Sovietica. Questa la ragione per la quale gli Stati Uniti vollero che l'Eritrea si unisse all'Etiopia che era un alleato di Washington. John Foster Dulles, un'eminente figura della politica statunitense, allora dirigeva l'ufficio degli Affari Esteri e, in un dibattito del Consiglio di Sicurezza, riconobbe: “Dal punto di vista della giustizia si deve tenere conto delle opinioni del popolo eritreo però, con tutti gli interessi strategici degli USA nel bacino del Mar Rosso e le considerazioni per la sicurezza e la pace nel mondo, si rende necessario che questo paese si unisca all'Etiopia nostra alleata”.

Ecco come si decise la sorte dell'Eritrea con gravi conseguenze che avrebbero dato inizio alla più lunga lotta per l'indipendenza in Africa.

Nel 1950, per decisione dell'ONU e, in seguito, per volontà degli Stati Uniti, l'Eritrea diventa quindi un'entità autonoma, federata all'Etiopia. Come andò la coabitazione?

Piuttosto male. Quella decisione non aveva alcun senso poiché metteva insieme due entità incompatibili per la convivenza. Da un lato l'Eritrea, che aveva beneficiato dello sviluppo del colonialismo italiano e da dove era emersa una classe operaia con una coscienza politica. Dall'altro lato l'Etiopia, governata dall'imperatore Hailé Selassié, con un regime feudale, senza Costituzione, che praticava ancora lo schiavismo e dove non vi erano diritti politici.

Ma siccome era un sistema federale, l'Eritrea conservava la propria bandiera e il suo parlamento; i propri sindacati e i suoi giornali indipendenti… Tutte cose vietate in Etiopia! Quella strana coabitazione stava indirettamente evolvendo verso un colpo di Stato contro l'imperatore Selassié. Alcuni ufficiali etiopici andarono in Eritrea e constatarono enormi differenze con il loro paese. Per di più, i movimenti panafricani e la moda dell'indipendenza stavano facendo evolvere le mentalità in tutto il continente. Alcuni etiopici cominciarono a percepire l'arretratezza del loro regime. Fra loro, il giovane Girmame Neway che aveva studiato negli Stati Uniti ed era stato governatore in alcune provincie etiopiche. Questi, con l'aiuto di suo fratello che faceva parte delle guardie del corpo di Selassié, tentò un colpo di Stato nel 1960, in un momento in cui l'imperatore si trovava in visita in Brasile.

Ma l'armata etiopica non appoggiò il movimento e il golpe fallì. Al suo ritorno, Selassié aveva due opzioni: o mantenere la federazione con l'Eritrea ed offrire al suo popolo i medesimi diritti di cui godeva questo paese; o altrimenti annettere completamente l'Eritrea. La prima opzione sarebbe stata il suo suicidio politico, pertanto, nel 1962, l'Eritrea fu annessa totalmente all'Etiopia.

Con l'implicito sostegno delle Nazioni Unite. Perché la comunità internazionale non ha protestato?

È 
incredibile, davvero. Una volta annessa l'Eritrea, Selassié ordinò l'arresto di editori di giornali, mandò leader nazionalisti in esilio, bandì i sindacati e vietò l'uso delle lingue eritree nelle scuole e per le transazioni ufficiali. Inoltre, delocalizzò le industrie di base all'Asmara per reimpiantarle ad Addis Abeba. L’idea era di trasferire i lavoratori eritrei in Etiopia e spopolare l'Eritrea per farne una base militare. Inoltre, mentre le truppe etiopi circondavano l'Assemblea e i caccia volavano sull'Asmara, il parlamento eritreo fu costretto all'umiliazione di votare la propria dissoluzione.

L'Eritrea protestò vigorosamente e si è appellò all'ONU, la quale
rispose: “La vostra richiesta deve prima passare al vaglio del governo federale”, vale a dire dell'imperatore Selassié! Altrimenti detto, il regime etiope aveva la benedizione delle potenze imperialiste e specialmente degli Stati Uniti che dominavano l'ONU. Intanto, l'imperatore Selassié, sostenuto da tutti, ne approfittava per costruirsi l'edificante immagine di padre del continente africano. Nessuno gli si oppose, per enorme disgrazia degli eritrei.

Come accadde che l'Etiopia divenne un alleato privilegiato degli Stati Uniti?

Negli anni '40, gli Stati Uniti volevano indebolire i loro concorrenti europei ed hanno iniziato ad interessarsi all'Africa, ma i francesi e i britannici possedevano già svariate colonie in quel continente. L'Etiopia, al contrario, non era stata colonizzata. Per Washington, quella era dunque la porta dalla quale potevano introdursi in Africa per installare la propria influenza e fare concorrenza alle potenze coloniali. L'Etiopia feudale sarebbe così diventata una marionetta degli Stati Uniti, partecipando alle guerre in Congo e in Corea.

In seguito, quando la maggior parte dei paesi africani divennero indipendenti negli anni '50 e '60, Washington fece pressione affinché l'Organizzazione dell'Unione Africana avesse la sua base in Etiopia. Ciò avrebbe permesso agli Stati Uniti d'esercitare il controllo su tutto il continente. Come per lo Scià dell'Iran o Israele in Medio Oriente, l'Etiopia era dunque un backlog, un gendarme degli USA in Africa.

Quando i mezzi diplomatici della comunità internazionale furono esauriti e dopo svariate manifestazioni pacifiste, l'Eritrea intraprese la lotta armata.

Che, all'inizio, fu condotta dal Fronte di Liberazione dell'Eritrea (FLE). Il FLE riuniva svariati gruppi nazionalisti che volevano l'indipendenza. Sul piano politico, questi movimenti erano dominati da interessi borghesi e le loro analisi socio-economiche erano affidibili. Sul piano militare, il FLE ricalcava il modello algerino, un sistema nel quale i gruppi armati erano divisi per regioni. Fu un grosso errore tattico. Prima di tutto perché, quasi sempre, le unità suddivise nelle differenti regioni non parlavano la stessa lingua. Così, al tempo in cui combattevano per l'indipendenza di uno Stato, stavano contribuendo a creare delle divisioni che un giorno avrebbero minacciato quello stesso Stato!

Inoltre, quella scissione della resistenza in gruppi autonomi provocava dei problemi di coordinamento che il nemico poteva sfruttare a suo beneficio. Per fare un eloquente esempio: quando un gruppo di una regione era attaccato, i loro vicini non accorrevano in suo aiuto. Naturalmente, per l'armata etiopica, era molto più facile combattere separatamente contro gruppi isolati gli uni dagli altri. L'assenza di visione politica del FLE, la sua strategia militare e le divisioni interne, determinarono il declino del movimento. Ma negli anni settanta, alcuni musulmani e alcuni cristiani progressisti, membri dell'FLE, decisero di fondare un loro gruppo. Nacque così il Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo (FLPE). D'ispirazione marxista, il movimento aveva imparato la lezione dai suoi predecessori. Il FPLE sapeva che era necessario mobilitare tutta la popolazione anziché creare divisioni.

Aveva altresì una visione politica molto più puntuale che poggiava su un'analisi pertinente della società eritrea. Più che una lotta armata, il FPLE avviò una vera rivoluzione: emancipazione delle donne, organizzazione di consigli democratici nei villaggi, riforma agraria, educazione… Tutto ciò permise di mobilitare il popolo eritreo al seguito dei combattenti del FPLE. Tutto ciò si è rivelato imprescindibile al fine dell'ottenimento dell'indipendenza eritrea.

Quindi, sembrava una battaglia persa in partenza. L'etiopia era sostenuta da tutti mentre l'Eritrea lottava da sola contro tutti.

Infatti. L’Etiopia era sostenuta dagli Stati Uniti, ma anche da Israele che voleva allacciare alleanze con i paesi non arabi della regione. D'altronde, durante il tentativo di colpo di Stato nel 1960, fu grazie ad Israele che l'imperatore, in viaggio in Brasile, poté stabilire rapidamente i contatti con un generale e far fallire la ribellione. Di seguito, l’Etiopia presentò la resistenza eritrea come una minaccia araba per la regione e anche in quell'occasione poté contare con l'appoggio di Israele. Specialisti israeliani della contro-rivoluzione allenarono una forza d'élite etiopica di circa mille uomini, noti con il nome di “Brigate Fiamma”.

Anche l'Europa sosteneva l'Etiopia, e le forniva le armi. Inoltre il governo etiopico era il principale beneficiario dell'aiuto europeo destinato all'Africa. Infine, l'imperatore Selassié godeva di una forte presenza nel continente africano, cosa che non giovava affatto agli eritrei. Ho già spiegato in che modo gli Stati Uniti fecero pressioni affinché l'Organizzazione dell'Unità Africana (OUA) avesse sede in Etiopia. Negli anni sessanta, al fine di evitare che guerre civili scoppiassero in tutto il continente, tale organizzazione decretò che le frontiere alzate dal colonialismo non potevano essere messe in discussione. È del tutto evidente che questa decisione non è stata applicata per l'Eritrea.

Le rivendicazioni dell'Etiopia sul territorio non avevano pertanto alcuna legittimità. È come se l'Italia rivendicasse la Francia col pretesto che la Gallia fece parte dell'impero romano! Ma Selassié aveva tutto l'Occidente dalla sua parte e la sua influenza in Africa era tale che la OUA faceva finta di non vedere.

Nel 1974, dopo 44 anni di regno, l'Imperatore Selassié fu finalmente rovesciato da una rivoluzione socialista. Ma il nuovo governo etiopico non concesse l'indipendenza all'Eritrea. Perché?

La rivoluzione etiope fu il frutto di un'alleanza fra civili dalle idee progressiste e militari. Ma ben presto apparvero divisioni in seno al movimento. Non appena i militari presero il potere, gli studenti e gli intellettuali rivoluzionari chiesero che l'armata operasse una transizione verso un governo civile; d'altronde sostenevano il diritto all'indipendenza dell'Eritrea.

Ma la sciovinista giunta militare al potere, chiamata Derg, non aveva alcuna intenzione di abbandonare il territorio eritreo e lasciare il potere ai civili. Pertanto, l'armata lanciò una campagna di arresti e d'assassinii che, secondo Amnesty International, fece più di mille morti, principalmente fra intellettuali e studenti. Fu così che la rivoluzione etiopica venne privata dei suoi elementi più progressisti e i militari presero definitivamente il potere. Alla testa del Derg, vi era il tenente colonnello Mengistu Haile Mariam. Egli proveniva da un ambiente modesto, suo padre era soldato e sua madre cameriera. Al potere fino al 1991, Mengistu impose un regime totalitario e intraprese la militarizzazione del paese.

Evidentemente, non voleva sentir parlare di autonomia dell'Eritrea e reprimette severamente la resistenza. In conclusione, con tale rivoluzione, l'Etiopia non fece altro che passare da una dittatura all'altra. E in piena guerra fredda, questo paese che fino ad allora era stato un alleato strategico degli Stati Uniti, inclinò verso il girone sovietico. Mosca apportò allora un ingente sostegno militare a Mengistu, allo scopo di reprimere la resistenza eritrea.

Tuttavia, vent'anni prima, l'Unione Sovietica si era mostrata favorevole all'indipendenza dell'Eritrea. Come si spiega questo cambiamento?

All'indomani 
della Seconda Guerra Mondiale, Mosca sosteneva l'indipendenza dell'Eritrea poiché l'annessione di questo paese da parte dell'Etiopia era interesse degli Stati Uniti. Evidentemente, quando l'Etiopia divenne un alleato dell'Unione Sovietica, Mosca cominciò a vedere le cose in tutt'altro modo. Inoltre, dopo la Seconda Guerra Mondiale, i Sovietici avevano acquisito una migliore conoscenza del Corno d'Africa e del mondo.

All'epoca, riconoscevano le legittime rivendicazioni dell'ex colonia. Più tardi, invece, la loro politica di divenne miope, con una visone del mondo assai ristretta. Negli anni cinquanta, Nikita Khrouchtchev svilupperà una nuova e particolare teoria sul modo nel quale l'Unione Sovietica doveva sostenere le rivoluzioni in Africa: i paesi africani non avevano bisogno di un partito d'avanguardia per guidare le loro rivoluzioni, l'Unione Sovietica sarebbe stato il loro partito d'avanguardia! Khrouchtchev intendeva quindi trasporre il modello della rivoluzione russa ai paesi africani senza minimamente tenere conto delle loro specificità.

Per dirla in altro modo: i Sovietici avevano creato delle scarpe a loro misura e pensavano che quelle scarpe calzassero a tutto il mondo; e se il tuo piede era troppo grande, bastava tagliare l'alluce per adattarlo! La teoria di Khrouchtchev era ridicola come questo esempio. Ciò spiega perché l'Unione Sovietica, sprovvista di una corretta visione di quel che si agitava nel Corno d'Africa, sostenesse l'Etiopia. Fu un grave errore.

Che impatto ebbe ciò sulla resistenza Eritrea?

Fin qui, la resistenza eritrea aveva ottenuto notevoli successi. La popolazione la sosteneva. Molti si unirono ai ranghi dei combattenti, soprattutto da quando l'esercitò etiope cominciò ad attaccare regolarmente la popolazione: villaggi incendiati, massacri di civili… Invece di spaventare gli eritrei, tali rappresaglie rafforzavano l'idea che quella coabitazione non fosse possibile e che pertanto la lotta per l'indipendenza fosse indispensabile. Nel 1975, per esempio, numerosi giovani aderirono all'FPLE in seguito all'esecuzione di 56 studenti eritrei. Per allora, la strategia messa in atto dai resistenti si era fatta molto sofisticata.

Un esempio: l'Eritrea non aveva alcun sostegno e lottava sola contro tutti, cosa che rappresentava un problema per l'approvvigionamento di armi. In mancanza di alleati, l'FPLE prese come suo principale sostegno i propri nemici! Ad ogni vittoria riportata negli attacchi di guerriglia contro le truppe etiopi, gli eritrei si appropriavano degli armamenti dei loro nemici. Di conseguenza, col trascorrere degli anni, la resistenza divenne molto più equipaggiata, anche con artiglieria pesante. Immaginate: i soldati etiopi che combattono contro i loro stessi carri armati! Con questa tecnica, l'EPLF si trasformò da esercito di guerriglia in esercito meccanizzato.

Ma, nel 1977, non ci si aspettava che l'Unione Sovietica venisse in soccorso di Derg?

Fu un periodo difficile: la marina dell'armata rossa bombarda a tappeto le postazioni dell'FPLE lungo le coste, Mosca invia tremila consiglieri militari e quantità d'armi attraverso un ponte aereo con Addis Abeba. Si stima che l'esercito etiope abbia allora ricevuto 1000 carri armati, 1500 veicoli corazzati da combattimento e 90 fra elicotteri e caccia militari. Forte del sostegno sovietico, nel febbraio del 1982, Mengistu lancia una grande offensiva contro l'Eritrea: la campagna “Red Star” con i suoi 150.000 uomini, fu la più grande battaglia che l'Africa conobbe dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Malgrado ciò, Mengistu non riuscì ad ottenere l'eliminazione dell'FPLE…

Quello fu anche il periodo più duro di tutta la lotta per l'indipendenza. Il FPLE dovette abbandonare posizioni conquistate per un ripiego strategico. Mengistu ottenne che il Sudan chiudesse le frontiere con l'Eritrea: per settimane non arrivarono petrolio, cibo e altri rifornimenti che erano abitualmente inviati dal Sudan. Non vi era più alcuna possibilità per i rifugiati di raggiungere i campi al di là della frontiera. Ma, malgrado tutto, l'armata etiopica non riuscì ad eliminare l'FPLE. Bisogna dire che il movimento era molto ben organizzato.

È vero che i soldati etiopi erano più numerosi e meglio equipaggiati, ma non facevano altro che obbedire agli ordini di un dittatore; mentre i combattenti dell'FPLE godevano di una più grande motivazione ed erano allenati meglio. Quella fu l'ultima volta che il governo etiopico minacciò la resistenza e la campagna “Red Star” ebbe una svolta in quella lunga lotta per l'indipendenza. Quando l'offensiva volse alla fine, dopo mesi di combattimenti, il FPLE cominciò a recuperare le posizioni che aveva abbandonato. Qualche anno dopo, l'Unione Sovietica, sull'orlo del crollo, annunciò a Mengistu che avrebbe smesso di fornirgli armi. Il governo etiope cominciò a vacillare perché oltre a dover affrontare la resistenza eritrea, doveva anche fronteggiare gruppi nazionalisti che s'erano formati in Etiopia.

Fra questi, il Fronte di Liberazione del Tigré (FLPT) che combatteva con gli eritrei. All'inizio, questo movimento rivendicava l'indipendenza per gli abitanti della regione del Tigré. Ma il FPLE, che sapeva quanto poteva essere pericolo operare divisioni concernenti le nazionalità, consigliò loro: “Voi siete etiopi anzitutto, ed è in qualità di etiopi che dovete battervi ed incoraggiare i vostri compatrioti a rovesciare la dittatura militare”. Così, nel 1991, crolla il Derg, Mengistu fugge, e dopo trent'anni di combattimenti, l'Eritrea conquista l'indipendenza.

Dopo tutti questi rivolgimenti, come evolvono le relazioni fra Etiopia e Eritrea?

L'Etiopia è un paese composto da diverse etnie. Che fosse governato da Menelik II, da Selassié o da Mengistu, il regime al potere non ha mai rappresentato le diversità del popolo etiope. Il paese è tuttora dominato da minoranze che agitano i loro interessi, creando delle grandi diseguaglianze in seno alla popolazione. Da quando un nuovo governo etiope ha preso il potere nel 1991, tutti pensavano che le cose sarebbero cambiate. Io stesso, accettai di lavorare come diplomatico per il governo.

Anche l'Eritrea aveva grandi speranze. Diventando indipendente, avrebbe privato l'Etiopia d'un accesso al mar Rosso. Ma il presidente eritreo, Isaias Afwerki, propose di creare una zona di libero scambio fra i due paesi in modo che gli etiopi avrebbero potuto disporre con facilità dei porti dell'Eritrea. Le basi per la cooperazione fra i paesi del Corno d'Africa erano gettate e sembrava che la pace sarebbe tornata per sempre.

Ma presto arrivò la delusione?

Dal 1991, Meles Zenawi, leader del movimento Tigré, governa l'Etiopia. Non possiede una visione politica. Ricalca la tradizione, governando per i propri interessi e quelli del suo entourage senza tenere conto delle diversità etniche del paese. Inoltre, piuttosto che cercare di adattare le istituzioni ereditate da Mengistu, il nuovo governo si impegna semplicemente a distruggerle. Per esempio, ha smobilitato l'armata del Derg piuttosto che aprire un confronto democratico allo scopo di vedere come le cose potevano evolvere.

Di conseguenza, molti ufficiali che avevano trascorso la loro vita nell'arma si sono ritrovati senza lavoro. Il nuovo governo ha semplicemente distrutto il corpo dello Stato etiope. È chiaro che vedendo ciò, all'ambasciatore USA sembrava di toccare il cielo con un dito: l'Etiopia è di nuovo alla mercé degli interessi imperialisti.

Dopo trent'anni di lotte, l'Eritrea diventa indipendente e, nel 1993, il Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo (FPLE) prende il potere. In che modo il FPLE conduce la transizione dalla resistenza armata alla governance politica?

Fin dall'inizio, il FPLE non si è accontentato di condurre una lotta armata contro l'occupante etiope ma ha sviluppato un vero progetto politico: riforma agraria, emancipazione femminile, instaurazione di consigli democratici nei villaggi… In tutte le zone che controllava, il FPLE metteva in piedi delle strutture per provvedere ai bisogni elementari in questioni di sanità, educazione o alimentazione.

Dopo che l'Eritrea è diventata indipendente, il FPLE ha continuato a portare avanti i progetti politici iniziati durante la lotta per l'indipendenza. Con una filosofia piuttosto originale: “Noi non abbiamo bisogno dell'Occidente per svilupparci”.

Infatti, per conquistare l'indipendenza, l'Eritrea ha dovuto lottare praticamente sola contro tutte le grandi potenze: Stati Uniti, Unione Sovietica, Europa, Israele… Tutti questi paesi hanno sostenuto l'occupazione etiope. Questa particolare situazione ha contribuito a forgiare la visione politica dei resistenti eritrei e ha loro insegnato a sbrigarsela da soli.

Sapevano per esperienza, che le potenze neocoloniali dividono gli africani per meglio impossessarsi delle ricchezze del continente. L'Eritrea ha quindi scelto di condurre una politica di sviluppo che non lasciasse posto alle ingerenze delle potenze straniere.

E funziona? Un paese africano può svilupparsi senza l'aiuto dell'Occidente?

È evidente! In questo momento, dovunque in Africa, si celebrano i cinquant'anni dall'indipendenza. Ma in realtà, il continente non si è mai liberato dal colonialismo che ha soltanto assunto un'altra forma. Oggi, grazie a istituzioni come l'OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio), l'Occidente impone delle regole commerciali che permettono alle multinazionali di saccheggiare le ricchezze dell'Africa e asservire le popolazioni.

Queste multinazionali inondano il continente con prodotti sovvenzionati che impediscono ai prodotti locali di svilupparsi. E tutto ciò è possibile perché al vertice della maggior parte degli Stati africani, alcune minoranze filo occidentali ricavano profitti da questo sistema, mentre la stragrande maggioranza della popolazione è condannata alla miseria. Perciò sì, un paese africano può svilupparsi senza l'aiuto dell'Occidente, ma finché non si sarà tolta la propria divisa da colonizzatore, l'Occidente rappresenterà sempre un freno allo sviluppo dell'Africa.

Si può parlare di “rivoluzione Eritrea”?


Certo. Il governo ha attuato un modello di sviluppo basato su cinque pilastri. Anzitutto, la sicurezza alimentare: l'Eritrea non può difendere la propria sovranità nazionale se il suo popolo muore di fame. Per questo, il paese può contare su due eredità del colonialismo italiano: l'agricoltura pluviale e l'economia basata su un sistema meccanizzato per la gestione delle piantagioni.

Inoltre, la riforma agraria ha concesso ad ogni agricoltore il proprio pezzo di terra. Il governo ha installato delle stazioni per trattori a disposizione degli agricoltori ed offre aiuti economici per agevolarne il lavoro. L'agricoltura è un lavoro faticoso, soprattutto quando si dispone di attrezzature rudimentali. Così, con il sostegno del governo, gli agricoltori dispongono di più tempo libero per imparare a leggere e formarsi per altri mestieri.

L'accesso all'acqua potabile è il secondo pilastro. In Africa, molte malattie sono legate all'insalubrità dell'acqua. Ma si è riusciti a rimediare mettendo a disposizione dell'acqua potabile in tutti i villaggi.

E passiamo al terzo pilastro: la salute. L'Eritrea dispone di un'efficiente rete di cliniche disseminate in tutto il paese e collegate ai principali ospedali. Inoltre, l'accesso all'assistenza sanitaria è gratuito. Possiamo fare il paragone con l'Etiopia dove se non hai molti soldi, sei morto! E ancora…Un celebre cantante, il Johnny Halliday etiope, soffriva di seri problemi di diabete. Le autorità l'hanno trasportato da un ospedale all'altro ma non avevano l'attrezzatura necessaria per curarlo. Risultato: la star etiope è deceduta.

Il quarto pilastro poggia sull'educazione, una priorità per un governo che vuole sviluppare le proprie risorse umane. In Africa, molti hanno perso di vista che le risorse materiali non sono sufficienti per dare impulso allo sviluppo. Evidentemente, ciò fa buon gioco alle potenze imperialiste che hanno sempre fatto credere di essere indispensabili agli africani per aiutarli a trarre profitto dalle loro risorse materiali. Ma il fattore umano è primordiale per lo sviluppo e l'Eritrea vuole avere il proprio personale qualificato per lo sfruttamento delle materie prime del paese.

L'ultimo pilastro è costituito dalle rimesse degli emigranti alle famiglie rimaste nel paese. Detto per inciso, la percentuale che essi pagano costituisce una considerevole fonte di reddito per il governo. La CIA ha spesso cercato di scardinare questa rete di finanziamenti ma senza successo.

Perciò gli emigrati pagano le imposte due volte: una volta nel paese dove risiedono e un'altra al governo eritreo?

Sì, ma sanno che quei soldi servono per costruire le scuole, le strade e gli ospedali e non una villa per il presidente Isaias Afwerki, che peraltro conduce uno stile di vita modesto. Inoltre, gli emigrati sono molto legati al loro paese e sanno a chi debbono la liberazione dell'Eritrea. La mobilitazione della popolazione, tanto all'interno del paese quanto all'estero, è un fattore essenziale della rivoluzione eritrea. È il cemento su cui poggiano i pilastri di questo modello di sviluppo.

Un esempio: quando gli italiani colonizzarono l'Eritrea, costruirono una linea ferroviaria di collegamento fra il porto di Massawa e la capitale, Asmara. Ma durante la guerra d'Indipendenza, gli etiopi la danneggiarono smantellando una una parte dell'acciaio della linea che poi utilizzarono per le trincee. Quando l'Eritrea divenne indipendente, il governo volle ricostruire questo asse strategico di comunicazione. Allora, alcune società occidentali si proposero per prendere in carico il lavoro, chiedendo somme ingenti.

I preventivi sfiorarono i 400 milioni di dollari! L'Eritrea rispose: “No, grazie, lo facciamo da soli”. Tutta la popolazione si mobilitò, giovani, vecchi, donne… E così hanno ricostruito la linea ferroviaria che oggi è di nuovo funzionante. Il prezzo di quel lavoro? Settanta milioni di dollari. L'idea è di fare tutto ciò che è possibile da soli per non dipendere dalle potenze straniere. Del resto l'Eritrea, è forse il solo paese al mondo dove non vi sono specialisti stranieri.

L'Eritrea sarebbe dunque la prova che i paesi africani possono liberarsi dal colonialismo e crescere?

In realtà, tutto dipende da dove collochi le tue priorità. Se fai della salute, l'educazione e la sicurezza alimentare il tuo obbiettivo prioritario, puoi raggiungere lo sviluppo. Se, al contrario, come in molti paesi africani accade, la tua principale preoccupazione è di uniformarti alle regole del commercio mondiale, sei fregato!

John Perkins, un anziano e rispettato membro del mondo bancario, ha scritto un'opera appassionante “Confessione di un sicario dell'economia”. Perkins descrive come il suo lavoro consisteva nell'aiutare gli Stati Uniti ad estorcere miliardi di dollari ai paesi poveri prestandogli più denaro di quanto essi potessero restituire.

Se sei alla guida di un paese del sud e accetti progetti di istituzioni come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, provochi la completa destabilizzazione dell'economia del paese, sviluppi la corruzione e gli imperialisti ti terranno per il collo. Così, oggi, ancor prima di inviare la CIA a destabilizzare un governo considerato troppo indipendente, vengono mobilitati i sicari dell'economia. Dovunque vi sia la corruzione, l'imperialismo vince. E il governo eritreo lotta contro tutto questo.

L'Eritrea è composta da diverse etnie. In che modo il governo riesce a mobilitare la popolazione aggirando tali diversità, che invece sono fonte di conflitti in molti paesi africani?

L'uguaglianza fra le nazionalità è un principio fondamentale della rivoluzione eritrea. Se tu rispetti le diversità e metti tutte le etnie e le fedi religiose sul medesimo piano, potrai contare con il sostegno della popolazione. In Eritrea, vi sono tanti cristiani quanti musulmani e non meno di nove diversi gruppi etnici: Tigré, Afar, Kunama, Saho, ecc.

Ma tutti quanti si sentono prima di tutto eritrei. Anche la cultura gioca un ruolo molto importante. I dirigenti eritrei hanno sempre prestato molta attenzione alle diversità culturali, incoraggiando ciascuno a valorizzare le proprie tradizioni etniche e a condividerle con tutti gli altri. Dovunque in Africa, le persone di diverse etnie si uccidono a vicenda, mentre in Eritrea organizzano insieme spettacoli di danza!

Con i vicini etiopi, l'intesa non è purtroppo altrettanto buona. Perché persistono le tensioni?

Oggi, l'Etiopia è guidata dalla minoranza tigré che, negli anni settanta, aveva formato un movimento separatista, il Fronte Popolare della Liberazione del Tigray (FPLT), e combattuto la dittatura militare di Mengistu insieme agli eritrei. Ciò nonostante, a differenza dell'Eritrea che fu antica colonia italiana, la regione del Tigray ha sempre fatto parte dell'Etiopia.

Così, i resistenti eritrei consigliarono ai loro compagni di lotta di non battersi unicamente per la liberazione della loro comunità ma per quella di tutti i concittadini, qualunque fosse la loro nazionalità. Inoltre, il FPLT era consapevole che l'indipendenza del Tigray non avrebbe necessariamente condotto alla liberazione dell'Eritrea. Un cambiamento di regime ad Addis-Abeva era necessario e la resistenza avrebbe dovuto unire i propri sforzi in quella direzione.

Nel 1991, la dittatura militare è stata rovesciata. Grazie all'aiuto e a i consigli degli eritrei, i tigré presero il potere. Fin qui, l'Etiopia era sempre stata governata da minoranze etniche che operavano per i loro medesimi interessi. Tutti pensavano che il nuovo governo rompesse con quella tradizione e applicasse i principi di uguaglianza fra le differenti nazionalità, condizione essenziale per ricondurre la pace e lo sviluppo nel paese.

Ma il primo ministro Meles Zenawi, che è a capo del paese dal 1991, recentemente rieletto attraverso elezioni fraudolente, è rimasto sulla linea dei suoi predecessori: Menelik II, Selassié e Mengistu. Meles Zenawi, come loro, non ha alcuna visione politica e governa secondo i propri interessi. Si mantiene al potere solo grazie al sostegno degli Stati Uniti.

L'abbiamo già detto precedentemente, l'Etiopia dell'imperatore Selassié fu un alleato privilegiato degli Stati Uniti. Ma con la dittatura militare di Mengistu, il paese si allineò all'URSS. In che modo ripassò di nuovo sotto la sfera di influenza statunitense?

L'Unione Sovietica commise un errore nel sostenere il regime cosiddetto socialista di Mengistu. Gli Stati Uniti, al contrario, avevano una visione più chiara della situazione. Sapevano che il regime etiope non aveva base sociale e pertanto era molto fragile. È chiaro che le potenze imperialiste non potevano sperare di meglio, poiché un governo che non rappresenta le diversità del suo popolo e che agisce solo nell'interesse di una minoranza non potrà mantenersi al potere senza il sostegno delle potenze straniere.Washington conosceva bene la natura del regime di Mengistu e nutriva la speranza che l'Etiopia ritornasse nella sua sfera di influenza.

Evidentemente, con l'arrivo al potere di Meles Zenawi, tali speranze sono state ampiamente soddisfatte! Non solo il nuovo governo agisce per i suoi propri interessi e non dispone di alcuna base sociale, ma ha altresì distrutto tutte le istituzioni ereditate da Mengistu, svuotando il corpo dello Stato della sua sostanza. Oggi, quindi, Zenawi è totalmente dipendente dal sostegno finanziario, militare e diplomatico degli Stati Uniti. Di conseguenza non può rifiutare loro proprio nulla. Washington vuole installare una base militare? Ok, d'accordo! Washington vuole che l'armata etiope invada la Somalia? Ok, d'accordo!

Nulla viene negoziato: Washington chiede, Zenawi esegue. L'esatto contrario di ciò che l'Eritrea persegue per il Corno d'Africa: la fine delle ingerenze straniere. È per questo che oggi l'Eritrea rifiuta di normalizzare le proprie relazioni con i vicini etiopi. Certo, sollecita il dialogo fra gli attori regionali per risolvere i conflitti e stabilire le basi per la cooperazione, ma finché uno di questi attori resterà una marionetta agitata da Washington, il progetto non sarà realizzabile.

Eppure dopo la caduta di Mengistu nel 1991, vi furono accordi di cooperazione fra l'Eritrea e l'Etiopia. Perché non hanno funzionato?

Sì, i paesi hanno concluso degli accordi di libero scambio: eliminazione graduale delle barriere commericali, cooperazione nel settore finanziario e nella politica monetaria, libera circolazione delle persone, ecc. Con l'indipendenza dell'Eritrea, l'Etiopia si è trovata priva di un accesso al Mar Rosso. Ma quegli accordi permettevano agli etiopi di disporre liberamente dei porti d'Eritrea.

Ad Assab, per esempio, il tasso di impiego degli etiopi è aumentato. L'Etiopia ha potuto aprire in questa città quattro scuole che rispondono al proprio programma scolastico.

I dirigenti eritrei pensavano veramente di riuscire ad instaurare una fruttuosa collaborazione con i loro omologhi etiopi. Si conoscevano bene, avevano combattuto insieme. Ma non avevano preso in considerazione l'assoluta mancanza di visione politica di Meles Zenawi e la sua sottomissione all'imperialismo USA.

In poco tempo, l'Eritrea e l'Etiopia sono passate dalla cooperazione alla guerra. Nel 1998, un conflitto di frontiera oppose i fratelli nemici. Cos'era in gioco in quella guerra?

La questione delle frontiere fu un pretesto creato da Zenawi per tentare di rovesciare il governo eritreo. Quella frontiera è una delle più demarcate dell'Africa. È stata tracciata e confermata a più riprese dagli accordi conclusi fra i coloni italiani e l'impero etiope all'inizio del ventesimo secolo. In seguito, è servita anche per delimitare il territorio eritreo, prima come entità federata poi come una provincia dell'Etiopia. Era riconosciuta sul piano internazionale.

Ma Meles Zenawi ne ha rimesso in discussione la validità alla fine degli anni '90. Fino a quel momento, Isaias Afwerki, il presidente eritreo, non aveva prestato molta attenzione a quella questione e aveva pensato che fosse lo stesso per il suo omologo etiope. Afwerki sapeva che il confine era stato definito chiaramente e che peraltro la sua importanza era tutta relativa agli accordi che stabilivano la libera circolazione delle persone fra i due paesi. Inoltre, riteneva che le sfide socio-economiche che affliggevano la regione fossero più importanti.

Le cose peggiorarono quando l'Etiopia cercò di annettere le aree in questione e di imporre una legittimità di fatto: Addis-Abeba produsse una carta dello Stato etiope che includeva ampi tratti del territorio eritreo ed intensificò le sue incursioni militari nelle regioni disputate, scacciando o imprigionando i suoi abitanti. Nel maggio del 1998, gli scontri fra pattuglie lungo la frontiera si trasformarono in conflitto aperto.

L'Eritrea vinse la prima battaglia e recuperò rapidamente il controllo dei territori contestati. Ed è qui dove si vede molto chiaramente come Asmara e Addis-Abeba abbiano interpretato il conflitto in modo diverso. Per l'Eritrea, è stato chiaramente un conflitto di frontiera: una volta recuperati i suoi territori, ha mantenuto la propria posizione in attesa che gli organismi internazionali confermassero che ciò era nel suo diritto. Questo avvenne nel 2002, quando il Tribunale Internazionale dell'Aia diede ragione all'Eritrea sul tracciato della frontiera.

Per l'Etiopia, invece, le motivazioni di questa guerra erano del tutto differenti. Si trattava, secondo le dichiarazioni di dirigenti etiopi, di “mettere fine all'arroganza eritrea”, “d'infliggerle una punizione” e di “castigare per sempre l'FPLE”.

Questo spiega la grande offensiva lanciata in seguito dell'armata etiope?

Esatto. Dopo che l'Eritrea riprese il controllo dei suoi territori, i combattimenti continuarono in modo sporadico. Finché, il 12 maggio del 2000, l'esercito etiope lanciò una nuova offensiva, portando i suoi effettivi da 50.000 a 300.000 uomini. Addis Abeba aveva riorganizzato anche il suo comando e aveva speso circa un miliardo di dollari in armamenti.

Il campo di battaglia era ormai esteso oltre le zone attorno alla frontiera precedentemente contestate. Il conflitto di frontiera divenne a tutti gli effetti una vera guerra d'invasione. L'Etiopia non voleva riprendere il controllo dei territori contesi ma mirava a far cadere il governo. Aveva scelto anche accuratamente il momento in cui attaccare: il periodo della semina nei campi. Penetrando nella regione più fertile dell'Eritrea, l'esercito etiope intendeva far fuggire i contadini e affamare il paese.

Questa guerra fu infatti una catastrofe umanitaria, ma l'Etiopia non riuscì a far cadere la capitale Asmara. Superiori in armi e in numeri, i combattenti eritrei contrattaccarono con le loro tecniche di guerriglia e respinsero l'invasore.

Perché Meles Zenawi voleva rovesciare il governo eritreo?

Zenawi voleva fare dell'Etiopia la potenza dominante nel Corno d'Africa e costruirsi una base sociale. Il Etiopia, il potere era concentrato nelle mani della minoranza tigré che rappresenta solo il 6% della popolazione. Inoltre, i dirigenti di Addis-Abeba erano molto lontani dalla loro regione di origine; nella capitale, non avevano né il sostegno della popolazione, né quello delle élite.

Con la guerra contro l'Eritrea, Zenawi intendeva incarnare il sogno dell'impero etiope e raccogliere il consenso. Ciò ha funzionato per qualche tempo: le contraddizioni emerse in seno alla società etiope lasciarono il posto al patriottismo. Ma la disfatta dell'esercito etiope e i suoi metodi di combattimento hanno ben presto fatto riemergere le diseguaglianze. Infatti, mentre gli ufficiali erano tigré, la maggior parte dei soldati erano di etnia Oromos e Amharas, le più importanti demograficamente.

Nel corso della grande offensiva lanciata contro l'Eritrea, gli ufficiali etiopi usarono la tattica dell'onda umana, ereditata dalla prima guerra mondiale. Essa consiste nell'inviare, contro delle posizioni difese, un numero così alto di soldati tali da sopraffare il nemico. Evidentemente, le perdite umane sono enormi e la storia ha mostrato che questa tattica ha i suoi limiti. Ma gli ufficiali dell'esercito etiope non ne hanno tenuto conto e hanno inviato stupidamente migliaia e migliaia di Oromo e di Amhara contro l'avversario.

Così , la disfatta contro l'Eritrea e le contraddizioni all'interno dell'esercito, hanno infranto le speranze di Zenawi di costruirsi una base sociale. Egli poté contare solo sul sostegno di una parte della comunità tigré, assai poco numerosa. La sua rielezione è piuttosto sorprendente. La frode è stata evidente e l'opposizione al regime è in aumento. Chissà per quanto tempo Zenawi potrà ancora reprimerla?

Alcune irregolarità hanno macchiato le ultime elezioni in Etiopia. Ma in Eritrea, non ci sono più state elezioni presidenziali dopo l'indipendenza nel 1993, non vi è opposizione politica e un unico partito governa il paese. L'Eritrea è una dittatura?

In Africa non esistono partiti politici e la democrazia multipartitica non funziona. Primo, perché quel modello politico crea divisioni. In Congo, per esempio, ci sono quasi tanti partiti politici quanti sono gli abitanti. Lo scopo è di dividere le persone, non più secondo le tribù come una volta, ma secondo i partiti politici. Si tratta di democrazia a bassa intensità. Il multipartitismo non funziona in Africa perché questo modello di democrazia è un cavallo di Troia per gli imperialisti.

Le potenze neocoloniali falsano il gioco democratico finanziando i candidati che meglio soddisfano alle loro esigenze: accesso alle materie prime per le multinazionali, allineamento sulla politica estera e via dicendo. Per sistema multipartitismo in Africa, gli imperialisti intendono dire, ogni quattro o cinque anni: “Andate a votare per quei candidati che abbiamo selezionato per voi. Vi impoveriranno e vi uccidano. Votate per loro!”

Quindi la domanda è: “la democrazia multipartitica è un ideale che ogni paese deve perseguire o ciascun paese è libero di scegliere il sistema politico che ritiene migliore per sé, secondo le specificità di ognuno, la propria storia e cultura?” Tenuto conto delle differenze etniche e religiose in Eritrea e del fatto che la mobilità è una componente essenziale del modello di sviluppo, si vuole favorire un sistema che rinforzi l'unità del popolo. Pertanto, un sistema a partito unico risponde meglio del multipartitismo alle specificità dell'Eritrea.

In Occidente tendiamo a credere che il nostro modello di democrazia sia il migliore. Quindi, secondo te, è un errore?

La democrazia che gli Occidentali promuovono è una democrazia delle minoranze. Il potere non risiede nel parlamento o nei partiti politici, ma si nasconde e concentra nelle mani di chi ha più denaro e fa girare l'economia, e finanzia i partiti. Ma l'élite economica non è mai soggetta a suffragio universale. Eppure è proprio tale élite a detenere il più grande potere. È democrazia questa? Un semplice esempio: la pubblicità diretta ai bambini.

Gli studi scientifici evidenziano che le pubblicità destinate ai più piccoli hanno su di loro un effetto negativo. Se la popolazione fosse informata correttamente su questo argomento e le si chiedesse di pronunciarsi in merito, non c'è dubbio che sceglierebbe di vietare questo tipo di pubblicità. Ma i governi occidentali, sotto la pressioni delle lobbies, hanno sempre rifiutato di prendere in considerazione tale possibilità. Qui si vede con chiarezza come gli interessi dell'élite economica siano privilegiati rispetto alla volontà popolare.

Nel suo libro “Stati Falliti: Abuso di Potere e Assalto alla Democrazia” (2007), Noam Chomsky si preoccupa per la carenza di democrazia negli Stati Uniti. Non torna sull'elezione di George W. Bush contro Al Gore nel 2000, ma si riferisce al bilancio presentato dall'amministrazione Bush nel febbraio del 2005. Uno studio ha rivelato che le posizioni della popolazione erano in netto contrasto con quelle della politica. Là dove il bilancio aumentava, l'opinione pubblica si augurava che diminuisse (difesa, guerra in Iraq e Afganistan, dipendenza dal petrolio…). Al contrario, là dove l'opinione pubblica si augurava che aumentasse, diminuiva (educazione, risoluzione del deficit, sostegno agli ex combattenti…)

Sarebbe troppo lungo analizzare qui tutte le lacune delle democrazie occidentali. Ma credere che questo modello sia la panacea di tutti i mali è cosa distante dalla realtà e molto pretenziosa. Il vice ministro della cultura della Bolivia ha recentemente proposto una sua definizione di democrazia: “Un paese è democratico quando i bisogni fondamentali di tutti i cittadini sono soddisfatti”. Se siamo d'accordo con questa definizione, dobbiamo rilevare che l'Occidente ha molto da imparare dall'Eritrea in tema di democrazia.

Il presidente Isaias Afwerki ha guidato la resistenza contro l'Etiopia e ha presieduto il paese dal giorno della sua indipendenza. Non aveva promesso elezioni?

Ha detto che il paese aveva bisogno di democrazia, ma che per soddisfare questo bisogno occorre costruire prima delle strutture di base. L'Eritrea è un paese giovane, ancora segnato dalla guerra contro l'Etiopia. Il lavoro non è terminato, resta ancora molta strada da fare. Secondo me l'Eritrea è una democrazia popolare dove le persone hanno accesso alle cure mediche, non rischiano di morire se bevono un bicchiere d'acqua, hanno lavoro, cibo ed elettricità. E malgrado tutto ciò, si continua a considerare l'Eritrea una dittatura. Personalmente, preferisco vivere in una dittatura dove so che ai miei bambini non mancherà niente e potranno andare a scuola.

Il governo eritreo è spesso criticato per la questione dei diritti umani e in particolare per la libertà di culto. Oltre alle quattro religioni riconosciute dallo Stato (Chiesa Ortodossa, Chiesa Cattolica, Chiesa Evangelica Luterana e Islam), tutti gli altri gruppi religiosi sono proibiti. Come si spiega questa posizione?

Non sono proibite le altre religioni, ma se vuoi aderire a un culto diverso da quelli autorizzati dal governo, devi fare una domanda e produrre documentazione specifica che comprende anche la descrizione e le fonti dei finanziamenti esteri. Si tratta di una misura di protezione del governo contro le religioni esportate che servono interessi politici, principalmente le religioni protestante e pentecostale. Il Movimento Pentecostale arriva direttamente dagli Stati Uniti ed è strettamente legato all'estrema destra che gravitava attorno al presidente W. Bush.

In nome della libertà di culto, questo virus attacca i giovani africani per distruggerne i valori, promuovendo il successo economico ed esasperando l'individualismo. Molto simili ai valori anglosassoni, queste religioni esportate in Africa servono interessi politici, consentendo alla Gran Bretagna e soprattutto agli Stati Uniti di infiltrarsi nella società africana. Già nel 1946, il Console Generale di Francia e Congo Belga si preoccupava e affermava: “Il governo statunitense che non teme di allontanare i missionari dal loro vero apostolato se ne serve per estendere la propria influenza nei paesi del centro-ovest africano.(…)

Non vi è dubbio che i missionari dispongano di notevoli fondi economici e che le popolazioni indigene siano perciò attratte dall'orbita statunitense”. Oggi le tecniche sono ulteriormente migliorate con il metodo Pizza Land! Immaginate di essere un missionario statunitense che sbarca in Africa. Cercate giovani reclute. Lì la gente è molto povera, non c'è bisogno di molto denaro per convertirla, trovi il modo di comprarla. Poi la mandi negli USA, a frequentare le scuole di marketing della società Pizza Land, una ditta agro-alimentare che pratica delle tecniche di marketing molto aggressive.

Una volta formati, i giovani predicatori ritorneranno in Africa dove avvieranno il lavoro di conversione, facendo molti discorsi, creando gruppi musicali, dando vita ad emittenti televisive. Gli Stati Uniti hanno concepito questo progetto che ha dato grandi risultati in tutto il mondo. L'Eritrea lotta esattamente contro quello di cui questa religione è intrisa: la ricchezza materiale e l'individualismo. Certi predicatori viaggiano in 4x4 e portano orologi d'oro: è giusto supporre che siano stati benedetti dal Signore! Ma all'Asmara si esalta il benessere generale e la solidarietà.

In Eritrea il servizio militare è obbligatorio. È una sorta di servizio civile durante il quale i giovani partecipano alla costruzione di ospedali oppure aiutano i contadini nel loro lavoro, tanto per fare qualche esempio. Però il governo ha cominciato a incontrare problemi con i giovani protestanti che rifiutano questi compiti, adducendo il divieto della loro religione. Ecco perché oggi in Eritrea, tu puoi aderire alla religione che vuoi, ma devi prima dimostrare di avere le mani pulite.

Anche se il governo agisse per il benessere del popolo e del paese, non dovrebbe consentire la libertà di scelta ai suoi cittadini?

Non si può parlare di scelta quando dei missionari protestanti propongono denaro a persone che non hanno un granché. Se sei povero non ti puoi permettere il lusso di fare delle scelte. Optare per la soluzione che ti sembra più vantaggiosa, diventa quasi una legge di sopravvivenza. Allo sguardo occidentale può sembrare strano che una nazione imponga delle restrizioni sulla libertà di culto, ma in Africa, nei paesi poveri, non si può parlare di libera scelta quando i missionari usano denaro per convertire la gente, infiltrarsi nella società e interferire negli affari pubblici.

Un altro punto su cui si critica l'Eritrea riguarda la libertà di stampa. Perché i media privati sono vietati nel paese?

Non esistono media privati africani. Per lanciare un media privato occorrono ingenti capitali e la concorrenza dei media occidentali, in un mercato liberalizzato, è spietata. È un'impresa praticamente impossibile per un piccolo Stato del sud. Negli anni settanta molti paesi del Terzo Mondo hanno denunciato l'imperialismo culturale del quale sono stati vittime.

Per dirla con l'esperto di comunicazione Herbert Schiller: “l'insieme dei processi con i quali una società si introduce nel sistema mondiale moderno e il modo in cui la sua classe dirigente li conduce, per mezzo del fascino, della pressione, della forza o della corruzione, modellano le istituzioni sociali affinché corrispondano ai valori e alle strutture, o le promuovano, del nucleo dominante del sistema”. L'UNESCO lanciò poi, il Nuovo Ordine Mondiale dell'Informazione e della Comunicazione per riequilibrare il flusso di informazioni in tutto il mondo.

Ma i paesi occidentali lo boicottarono e la Gran Bretagna e gli Stati Uniti abbandonarono l'UNESCO. L'Occidente occupa una posizione dominante nel mondo dell'informazione e utilizza i media come arma di propaganda per promuovere i propri interessi nel Terzo Mondo e in particolare in Africa. Questo tipo di pratica è iniziata con i fascisti italiani negli anni '20. E durante la Seconda Guerra Mondiale, il Gran Mufti di Gerusalemme, fu invitato ad un programma arabo di Radio Roma, per incitare il popolo colonizzato a ribellarsi al nemico britannico.

I paesi imperialisti hanno imparato la lezione da quella propaganda di guerra e le tecnologie sono migliorate. Così oggi la BBC ha un programma internazionale completo. E Voice of America, il servizio internazionale di radiodiffusione del governo statunistense, è ben presente in Africa, con trasmissioni in amarico, tigré, somalo… Ovviamente, questi grandi mezzi di comunicazione internazionale dipendono direttamente dal loro governo o appartengono a ricchi capitalisti, e non sostengono il sud che cerca invece di resistere all'imperialismo.

Pertanto, al fine di proteggersi dalla guerra mediatica in cui non tutti i paesi stanno giocando in condizioni di parità, l'Eritrea ha deciso di vietare i media privati.

La nascita di Al Jazeera non ha riequilibrato un po' le diseguaglianze nord-sud nel mondo dell'informazione?

Certo, e molti altri media arabi hanno fatto seguito. Ma di recente, il Congresso degli Stati Uniti ha prodotto una relazione informativa sul pericolo dei media arabi. Si stima che queste televisioni che riportano la realtà dei territori, dall'Iraq in particolare, veicolino idee antiamericane ed influenzino l'opinione sugli USA. Il Congresso ritiene che queste siano da considerarsi televisioni terroriste da vietare.

Quindi, da una parte gli imperialisti criticano l'assenza di media privati in Eritrea, e dall'altra sommergono il terzo mondo con la loro informazione. Rifiutano però che possa avvenire l'opposto, ciò che i media del sud del mondo informino i cittadini occidentali. Perché la libertà d'espressione non va bene quando colpisce gli interessi delle potenze imperialiste? I governi occidentali hanno qualcosa da nascondere alle loro popolazioni su ciò che fanno nel sud del mondo?

Oltre all'assenza di media privati, l'Eritrea è accusata di detenere nelle proprie prigioni un gran numero di giornalisti. Il governo non è molto aperto alle critiche.

Anzitutto bisognerebbe poter verificare le cifre di cui si parla. Poi, è necessario sapere che molte persone si fanno passare per giornalisti, ma sono in realtà al servizio dei poteri imperialisti. Uno di essi, per esempio, lavorava direttamente per l'ambasciata americana. L'Eritrea è un paese sovrano che cerca di svilupparsi. Ma alcuni, con il pretesto di fare giornalismo, tentano di manipolare l'opinione pubblica e destabilizzare il governo.

I servizi segreti americani li sostengono e tentano di introdurli nella società eritrea per incitare i giovani a fuggire dal paese. L'idea è che se la maggior parte dei giovani lasciano il paese, l'esercito verrà indebolito, l'economia non girerà più e il governo sarà rovesciato. La tecnica non è nuova. È già stata applicata a Cuba. In Venezuela i servizi segreti americani finanziano anche i media anti-Chávez, i partiti di opposizione, le ONG critiche verso il governo e via dicendo. Gli Stati Uniti hanno sempre cercato di destabilizzare i governi che non sono in sintonia con le loro politiche.

Il governo eritreo non reagisce troppo duramente? In quanto giornalista belga, io posso andare in Francia e criticare il governo, senza per questo essere arrestato.

Non sarai arrestato, ma se le tue critiche sono davvero pertinenti non avrai vita facile. I tuoi articoli saranno pubblicati su siti e giornali alternativi, per esempio, e raggiungerai solo un pubblico molto ristretto, rispetto a chi invece si allinea al discorso di TF11. Se vuoi riuscire ad essere preso in considerazione da questi grandi media capitalisti, devi dire ciò che loro vogliono sentire.

Quindi, in qualche modo si è già in carcere. Però, naturalmente, è legittimo preoccuparsi per la mancanza di libertà in Eritrea. Ma ponetevi questa domanda: come reagirebbe il Belgio, se l'Iran finanziasse delle grandi catene televisive che incitano a rovesciare il suo governo e minacciano costantemente di bombardare Bruxelles? Come avrebbe reagito la Francia se Cuba avesse sostenuto gruppi terroristici per cercare di assassinare Nicolas Sarkozy?

Come avrebbe reagito Washington, se il Venezuela avesse finanziato e formato gruppi politici e sindacati contro gli Stati Uniti? Sicuramente i cittadini occidentali non avrebbero più potuto godere delle stesse libertà. Negli Stati Uniti è bastato molto meno perché il governo votasse leggi liberticide come il famigerato Patriot Act, il cui scopo era la lotta al terrorismo.

Dunque, l'Eritrea è molto simile a Cuba, Isaias Afwerki e Fidel Castro, combattono per gli stessi obbiettivi?

È così. Entrambi hanno lottato per liberare il loro paese prima di diventare presidenti e hanno guidato una rivoluzione sociale a favore del popolo; e sia Cuba che l'Eritrea sono dei bastioni contro l'imperalismo. Ciò vale l'ira degli Stati Uniti. Washington conduce la sua campagna contro l'Eritrea proprio come quella contro Cuba, criticandone la mancanza di democrazia. I sistemi politici sono abbastanza simili a l'Avana e all'Asmara.

Ma le critiche di Washington possono dirsi fondate? François Houtart ha recentemente riportato questo aneddoto: un membro del parlamento del Lussemburgo, in visita a L'Avana, ha confessato di aver trovato più democrazia a Cuba che nel suo stesso partito! Infatti, al di là dell'esistenza di un partito unico e della longevità di Fidel Castro in politica, esistono tanti organismi democratici a più livelli.

Questo vale anche per l'Eritrea, dove, fin dalla lotta per l'indipendenza, il FPLE ha formato consigli democratici nei villaggi, rovesciando l'ordine feudale e favorendo l'emancipazione delle donne che potevano essere così coinvolte nella gestione delle politiche.

Un altro cavallo di battaglia degli USA contro Cuba e Eritrea: la questione dei diritti umani. Ancora una volta una tecnica di propaganda?

La preoccupazione degli Stati Uniti per la questione dei diritti umani non regge quando si osserva la politica estera di questo paese. Washington si preoccupa del rispetto dei diritti umani a Cuba e in Eritrea ma sostiene l'Arabia Saudita, dove una donna violentata viene condannata alla fustigazione e al carcere; sostiene la Colombia dove gli oppositori politici e i sindacalisti vengono assassinati in massa; ha appoggiato il dittatore Islam Karimov che ha ammazzato bollendoli vivi i dissidenti in Uzbekistan; è un lungo elenco e potrebbe continuare.

Inoltre, gli Stati Uniti non hanno da insegnare nulla in materia di tortura, perché quel che sta accadendo in Afganistan, in Iraq e nelle prigioni segrete della CIA, macchia la bianca armatura del cavaliere statunitense. Infine, dobbiamo anche ricordare che la Carta dei diritti dell'uomo include i diritti socio-economici. Per esempio dice: “Ogni individuo ha diritto a un adeguato standard di vita per il proprio benessere e quello della sua famiglia con riguardo alla nutrizione, al vestiario, all'alloggio, alle cure mediche e ai servizi sociali necessari”.

Questi diritti danno fastidio agli USA che sostengono il ritiro della Carta. Secondo Jeane Kirkpatrick, ex ambasciatore USA alle Nazioni Unite, la Carta ha il valore di una lettera di Babbo Natale. Ci si dovrebbe chiedere quale delle tre nazioni, Eritrea, Cuba e Stati Uniti, rispetti maggiormente i diritti umani. Atterrando all'areoporto di Cuba, puoi leggere questo manifesto: “Questa sera, 200 milioni di bambini dormiranno per strada, nessuno di loro è cubano”. Negli Stati Uniti le famiglie sono state cacciate dalle loro case perché le banche e lo Stato hanno deregolamentato il settore finanziario. In Francia, paese dei diritti umani, vi sono 800.000 senza tetto.

La questione dei diritti umani è un argomento spesso utilizzato dalle potenze imperialiste per tentare di screditare i propri nemici. Ma è pura ipocrisia. Ben inteso, questa manipolazione non deve impedire che si possa criticare il governo eritreo, ma dobbiamo essere cauti quando un paese come gli Stati Uniti usa la questione dei diritti umani per condurre una politica di guerra.

Gli Stati Uniti hanno sempre lottato contro Cuba, per prevenire che altri paesi dell'America Latina seguissero l'esempio. Oggi, Washington, ha le stesse preoccupazioni circa l'Eritrea; ovvero pensa che questo modello di sviluppo possa ispirare altri paesi in Africa e liberare il continente dal colonialismo?

Ogni paese ha le proprie caratteristiche. Una rivoluzione non può essere esportata al di là delle frontiere. Tuttavia, la volontà di liberarsi dalla potenze imperialiste potrebbe influenzare altri governi in Africa. Il continente ha così tanta ricchezza! Si noti, inoltre, che la visione politica dell'Eritrea è regionale: non lascia spazio alle interferenze delle potenze straniere ma è consapevole che non può svilupparsi autonomamente. Tutti i paesi del Corno d'Africa debbono mobilitarsi e risolvere le loro contraddizioni con il dialogo. La regione è ricca e ben posizionata.

Potrebbe diventare un centro economico di rilievo. La crisi somala avrebbe trovato soluzione se si fosse affrontato il problema in questa prospettiva. L'Eritrea sta cercando di fare questo, ma gli imperialisti tentano di bloccare il progetto che li spaventa. Così gli USA accusano l'Asmara di appoggiare il terrorismo e l'Etiopia insorge contro i suoi vicini. Immaginate se l'area di libero scambio tra l'Eritrea e l'Etiopia fosse estesa a Sudan, Gibuti, Kenia e Uganda; avremmo un mercato molto grande, con immense risorse e connesso con i paesi arabi e il mercato asiatico, senza l'intervento delle potenze occidentali.

Vi fu un'esperienza simili negli anni '60: Kenia, Uganda e Tanzania crearono allora una mercato comune con accordi di libero scambio. Ma gli imperialisti, per paura, inscenarono un colpo di stato in Uganda, portando al potere Amin Dada nel 1971. Un anno dopo, il mercato comune crollò e tutti i suoi paesi membri sprofondarono nella crisi. Quanto all'Uganda, attraversò un lungo periodo di guerra civile. Il fatto è che l'imperialismo, e in particolare quello degli Stati Uniti, è il peggior nemico della regione e finché esisterà questa interferenza, l'Eritrea avrà problemi.

Solo se gli attori regionali saranno in grado di raggiungere un accordo, pur se parziale, con l'Eritrea, le cose potranno veramente cambiare e si potrà produrre un boom economico con ripercussioni ben oltre il Corno d'Africa.

Fine

 


Di Mohamed Hassan leggere anche: Dossier «Comprendere il mondo mussulmano» : La Somalia. Come le potenze coloniali mantengono il paese nel caos.


* Mohamed Hassan è un esperto di geopolitica e del mondo arabo. Nato ad Addis Abeba (Etiopia), ha partecipato ai movimenti studenteschi nel quadro della rivoluzione socialista del 1974 nel suo paese. Ha studiato scienze politiche in Egitto, prima di specializzarsi in amministrazione pubblica a Bruxelles. Diplomatico per il suo paese di origine negli anni '90, ha lavorato a Washington, Pechino e Bruxelles. Co-autore di L’Irak sous l’occupation (EPO, 2003), ha partecipato anche a opere sul nazionalismo arabo e i movimenti islamici, e il nazionalismo fiammingo. Uno dei migliori conoscitori del mondo arabo contemporaneo e musulmano.

Per approfondimenti Mohamed Hassan raccomanda le seguenti letture:
 
- Mohamed Omar, The Road to Zero: Somalia's Self-Destruction, Haan Publishing,1993
- Babu, Abdul, Rahman Mohamed. African Socialism or Socialist Africa? Londres, Zed Press, 1981, 190 p.
- Hersi, Ali Abdirahman, The Arab factor in Somali history : the origins and the development of Arab enterprise and cultural influences in the Somali Peninsula, Thesis--University of California, Los Angeles, 1977
- Mahmood Mamdani, Good Muslim, Bad Muslim: America, the Cold War, and the Roots of Terror,
- John K. Cooley, Unholy wars: Afghanistan, Amercia and International Terrorism, Pluto Press, 2000
- John Drysdale, Whatever Happened to Somalia?, Haan Publishing, 1994
 
Inoltre su Resistenze.org di Mohamed Hassan sullo stesso argomento:

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