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Ritorno in patria Stefano Pettini 15 lug. 08 - La notizia nei giorni scorsi della accoglienza calorosa riservata dai membri del governo eritreo ai suoi settecentocinquanta connazionali rimpatriati forzatamente dall’Egitto ha raggelato i rappresentanti della sparuta ma tenace compagine delle sedicenti organizzazioni di “difesa per i diritti umani in Eritrea” che da settimane andavano paventando un destino certo di morte, violenze e privazioni per coloro che fossero stati costretti a rientrare nel loro paese. Nessuna delle agenzie di informazione occidentale, che avevano alitato sul fuoco delle polemiche assecondando le teorie più pessimistiche sul possibile destino degli eritrei rimpatriati, ha tuttavia ritenuto doveroso riportare la cronaca di questo evento, che ha pochi precedenti in Eritrea per il numero elevato dei rimpatriati, sottolineandone la reale portata sia in termini umani che, in prospettiva, in termini strategici. Per altri versi il rimpatrio forzato dall’Egitto dei settecentocinquanta cittadini eritrei, che ha seguito nel tempo quelli rimpatriati da Malta, è solo l’ultimo di una lunga serie di rientri in patria sia forzati che spontanei che si sono susseguiti negli ultimi tempi, ma è certamente quello che ha maggiormente colpito i migranti eritrei irregolari spingendoli in gran numero a richiedere informazioni su come poter ottenere l’inserimento in gruppi che intendono fare ritorno a casa. Il tam tam si è messo in moto immediatamente dopo la conferma da parte dei familiari in Eritrea dell’effettivo buon esito dell’operazione rientro degli espatriati provenienti prima da Malta e poi dall’Egitto, attraversando come un fulmine tutte le comunità di eritrei nel mondo fino a raggiungere quelli dispersi nei campi profughi e centri di accoglienza più remoti. Ovunque la notizia ha portato una ventata di ottimismo; nonostante infatti da sempre fosse possibile presentarsi in una sede diplomatica o consolare eritrea per ottenere documenti e assistenza per il rimpatrio, il timore era che tutte le affermazioni, circa i rischi che si correvano nel caso di un rientro in patria, messe in circolazione dai rappresentanti delle varie associazioni occidentali, sedicenti protettrici dei diritti umani che prosperano sulle disgrazie dei migranti, potessero rispondere in qualche modo a verità. Ora i migranti clandestini eritrei sanno che dopo le delusioni e le privazioni che hanno patito al termine della loro inutile e rischiosa fuga dal paese natale, la loro vita non è del tutto priva di prospettive, e che se da una parte hanno potuto constatare con i loro occhi che l’occidente non rappresenta quell’eldorado che immaginavano, dall’altra esiste una strada aperta per un possibile ritorno nel paese natale dove li aspetta una vita condivisa con la propria gente, dignitosa e lontana dalle umiliazioni dei campi profughi e dei centri di raccolta di clandestini.
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