Reportage: Fronte di Tsorona



Pietro Veronese inviato della "Repubblica"
 

FRONTE DI TSORONA (Eritrea) - C'è una guerra al mondo che abbiamo fatto appena in tempo a dimenticare: fra poco ne sentiremo di nuovo parlare. Ogni giorno potrebbe essere quello buono. Schierati lungo centinaia di chilometri di fronte, i soldati eritrei aspettano. Tutti gli uomini sono stati richiamati alle armi, mobilitazione generale dai 18 ai 50 anni. Le corsie negli ospedali di Asmara, la capitale, sono state svuotate: tutto è pronto per una nuova emergenza. Una nuova battaglia.

Le suorine che hanno consorelle dall'altra parte delle linee, in queste cristianissime contrade del Corno d'Africa, riferiscono che mai si era vista una tale concentrazione di truppe e di mezzi etiopici: colonne interminabili risalgono da Gondar e da Makalle su verso la frontiera. Negli uffici ministeriali, funzionari e portavoce eritrei non hanno dubbi: l'attacco arriverà. L'unico interrogativo è il quando e il dove, se a Tsorona, a Zalambessa, o a Badme.

Il colonnello Haile, comandante della brigata che tiene questo settore del fronte Alitena-Mereb, ne è sicuro anche lui. Fuma, le mani in tasca, ai piedi i semplici sandali che indossano quasi tutti gli eritrei. "Quello che vediamo, quello che sentiamo, tutti i segnali che riceviamo sono chiari. Il nemico si sta preparando. Il segnale più vistoso non viene nemmeno da qui, ma da Addis Abeba. Se gli etiopici volessero davvero la pace, avrebbero accettato come noi i cosiddetti "Accorgimenti tecnici" annessi al piano di pace e ci sarebbe già il cessate-il-fuoco".

La prima linea è un trincerone scavato nella terra rossa, che si allontana con un andamento incerto tra le acacie e le carcasse di carri armati etiopici, monumenti alla terribile battaglia di febbraio, ultimo grande evento della guerra sul fronte di Tsorona. Dal sottosuolo si sente un vociare sommesso di soldati. Basta calarsi dentro ed eccoli qui, sdraiati sulle brande, accoccolati a scrivere una lettera, seduti a terra e intenti a una partita a dama giocata coi tappi di bottiglia. Grassi topastri di campagna sgattaiolano lungo i camminamenti. Silenzio, calura, lunghe attese senza avvenimenti. Battiti d'ali e gracchiare d'uccelli in mezzo alla boscaglia. Anche quaggiù la guerra è uguale a tutte le altre: una noia infinita, eventualmente interrotta da attimi di terrore.

 
Il fronte della guerra Etiopia- Eritrea è un assurdo storico e geografico, un insulto alla ragione, una bestemmia contro lo sviluppo. Un'offesa che l'Africa fa subire a se stessa. Con poche interruzioni, corre da quassù, sull'altopiano, in mezzo a monti e forre, precipita duemila metri più in basso e termina oltre un migliaio di chilometri più a sud, nel sassoso deserto di Assab. Assomiglia al Primo conflitto mondiale: guerra di trincea, di posizione, di logoramento, anche se combattuta con le divisioni corazzate, i lanciarazzi e le micidiali artiglierie svendute dagli arsenali dell'ex Patto di Varsavia al miglior offerente.

Rassicura i diplomatici, perché non ha nulla a che vedere con le guerre di questa fine secolo: post-statali, inter- etniche, intestine, con pochi soldati e molte milizie, guerre di case, di villaggi, di città. No. Qui siamo nella migliore tradizione: eserciti schierati, la cifra colossale di un milione di uomini in armi omplessivamente, nazioni in uniforme e schiere di storpi che vanno ingrossando nelle retrovie dopo ogni battaglia. In questa guerra insensata non solo è difficile separare la ragione dal torto; se ne intravedono ormai confusamente anche le cause. Sopravvive a se stessa e va avanti per una sua logica interna, come i duellanti di Conrad.

Scoppiò nel maggio dell'anno scorso come una disputa confinaria, ma fu presto chiaro che si trattava soltanto di un pretesto. Se questo fosse stato il vero motivo, sarebbe bastata una commissione d'esperti e un Gps, quell'aggeggio elettronico che determina le coordinate geografiche con l'aiuto dei satelliti. Si disse allora che l'indipendenza dell'Eritrea, nel 1993, aveva privato gli etiopici di uno sbocco al mare e questa era la vera ragione del conflitto: Addis Abeba puntava alla conquista di Assab.

Ma a parte il fatto che l'incombere dell'Etiopia su Gibuti ha fatto di questo staterello-porto quasi una sua appendice e un'eccellente alternativa ad Assab, le tardive e fiacche offensive su quel fronte aperto, desertico e pietroso sono state respinte dagli eritrei in maniera perentoria e pressoché definitiva. La causa più verosimile è anche la più sfuggente, oltre che la più difficile da decifrare e da sbrogliare. Questa è una guerra per l'egemonia, per la signoria sul Corno d'Africa, che l'Etiopia e specialmente il suo gruppo dirigente tigrino ha sentito minacciata dall'affermarsi di un'Eritrea indipendente.

La questione confinaria è una provocazione come un'altra; si trattava di impartire una lezione agli eritrei, rimetterli in riga, imporre la superiorità etiopica nei confronti di quel nuovo Stato, grande un decimo dell'Etiopia e con dodici volte meno abitanti. Quella che gli eritrei chiamano tsinat, la fermezza, la forza d'animo nelle avversità che li ha sorretti in trent'anni di guerra d'indipendenza, è stata vissuta come un'arroganza, una presunzione insopportabile. Poco è importato che eritrei e tigrini - i nuovi signori dell'Etiopia - avessero combattuto insieme, fianco a fianco, contro il regime afro-sovietico di Mengistu, per quindici anni al potere a Addis Abeba. Anche qui, come nell'ex Jugoslavia, l'ideologia della fratellanza rivoluzionaria è una maschera che si è consumata, rivelando il volto odioso del nazionalismo.


Col passar delle ore il sole si è fatto meno rovente sul fronte di Tsorona. Dalle retrovie arrivano i plotoni di corvée. Armati di picconi e di badili vengono a rimettere in sesto le trincee, erose dalle piogge abbondanti della stagione umida che si è appena conclusa. Altri portano l'acqua, i sacchi di farina per il rancio. Seduta all'ombra di un albero, sul bossolo di un proiettile di carro armato da cento millimetri - abbastanza largo e grosso da fare da sgabello - la ragazza in tuta mimetica neanche si volta a guardare. Tiene lo sguardo fisso oltre la prima linea, oltre le torrette dei tank etiopici distrutte e puntate da mesi verso il cielo, di là dai campi minati e dalle chiome spinose delle acacie, in cerca di un movimento nelle linee nemiche, che sono a meno di due chilometri.

La ragazza si chiama Kidisti, ha 21 anni e viene da Addis Abeba. È una dei 65 mila eritrei espulsi dall'Etiopia, la maggiore vergogna di questo conflitto, una deportazione di massa che ha tutte le stimmate della pulizia etnica e ha finito per provocare lo sdegno ufficiale dell'organizzazione umanitaria più imparziale che c'è, il Comitato internazionale della Croce Rossa. Kidisti è nata e cresciuta là, là ha fatto la maturità e ha lasciato casa, amici, conoscenze, oltre a un passaporto etiopico che non riavrà mai più. Adesso che indossa la divisa dice: "Vorrei che questa guerra non fosse mai iniziata".


In questo settore del fronte è stata combattuta la battaglia più cruenta dell'intero conflitto. Più a occidente, sul fronte di Badme, gli eritrei hanno subito gravi perdite e hanno finito per ritirarsi, arretrando le proprie posizioni di qualche  khilometro. Resi arditi da quel successo, a fine febbraio gli etiopici tentarono di sfondare a Tsorona, che dista appena un'ottantina di chilometri da Asmara in linea d'aria. Usarono tattiche da Prima guerra mondiale: un giorno e una notte di preparazione d'artiglieria, poi una marea umana appoggiata dai tank e concentrata su un tratto ristretto, qualche centinaio di metri.

Lo sfondamento riuscì, ma gli eritrei avevano tenuto il terreno sotto il bombardamento e aspettavano nelle trincee. Finì in una carneficina, coi fantaccini che dai loro ripari sparavano nel mucchio finché non riuscivano a cambiare più il caricatore al Kalashnikov, che si era troppo arroventato. Gli etiopici lasciarono sul campo ventimila morti, dicono gli eritrei, e la cifra non dev'essere troppo esagerata. Montagne di cadaveri furono seppellite con le ruspe, cosicché oggi si cammina su queste gigantesche fosse comuni, dalle quali le piogge hanno fatto affiorare qui un brandello di mimetica, lì una scarpa o le nocche di una mano.

Adesso sta per ricominciare. Il fronte è come sospeso, non pace, non guerra, ma tutto è pronto. Il fatto che si  combatta da un anno e mezzo e le linee siano rimaste praticamente immobili non sembra aver insegnato alcunché. Ci vorranno altri morti prima che questa follia abbia fine.