Mediazione eritrea per una pace complessiva nel Sudan

 

Il 14 ottobre 2006 si è concluso ad Asmara un lungo e delicato negoziato fra i rappresentanti del governo centrale sudanese e quelli del Fronte Orientale Sudanese, che ha portato alla firma di un importante e per alcuni versi storico accordo di pace che ha messo fine a una lunga guerra, definita da molti una “guerra a bassa intensità”, durata oltre dieci anni. Il ruolo della diplomazia eritrea è stato di aver promosso e intrapreso contatti diretti con tutte le parti in causa, nessuna esclusa, e aver organizzato incontri dove ognuna di queste parti avesse un suo rappresentante ufficiale e un ruolo specifico negli accordi.

A distanza di parecchi mesi l’accordo di Asmara sembra ancora reggere e anzi progredire, questo a detta di molti osservatori, costituisce un autorevole precedente e una importante base di lavoro per intraprendere la via di una soluzione globale per la pace in Sudan, che comprenda anche il Darfur. La strategia è quella di promuovere nuovi incontri con tutti i rappresentanti dei gruppi di opposizione del Darfur e quelli del Fronte Orientale del Sudan per concertare con il governo centrale un accordo complessivo che colmi i gravi scompensi economici e sociali che sono alla base della corrente situazione di crisi del Paese.

Il confronto armato che oppone il governo centrale sudanese ai cosiddetti ribelli del Darfur è di vecchia data, ma la sua fase acuta risale al 25 febbraio 2003 quando il Fronte di Liberazione del Darfur (Fld), presieduto dall’avvocato Abdel Wahid Mohamed Nur e formato dai comitati di autodifesa dei villaggi Fur nel Jebel Marra, è di nuovo insorto, unendosi ad altri gruppi etnici della regione. Successivamente il Fronte, in seguito alla alleanza con il Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza (Mje) che operava più a nord, ha preso il nome di Esercito di Liberazione del Sudan (Als). Elemento scatenante le troppe ingiustizie, il lungo e più totale abbandono, e i ripetuti assalti delle forze governative e in particolare degli Janjaweed (al soldo del governo centrale).

Il governo di Khartoum, accusato da molte parti di essere il responsabile del sanguinoso conflitto, ha tentato in tutti modi di allontanare le ingerenze esterne reclamando il diritto a risolvere con le sue proprie forze i problemi del Darfur, però poi dopo mesi di netti rifiuti ha annunciato, con un comunicato stampa congiunto Khartoum-Onu-Ua siglato ad Addis Abeba, di aver accettato, dopo avere ottenuto delucidazioni e chiarimenti da entrambi gli organismi internazionali, il dispiegamento in Darfur di una forza di pace ibrida Onu-Unione Africana (Ua). Scopo della missione assicurare il cessate il fuoco e portare sollievo alla popolazione duramente provata dai tanti anni di privazioni e dallo stato di guerra.

L’annuncio, non del tutto inaspettato, fa seguito a quello dei G8 i quali riuniti a Heiligendamm, in Germania, avevano dichiarato: "Restiamo profondamente impegnati per risolvere la crisi in Darfur e se il governo sudanese o i movimenti ribelli continueranno a non rispettare i loro obblighi, sosterremo azioni appropriate da parte del Consiglio di Sicurezza dell'Onu", minacciando di imporre sanzioni al Sudan se Khartum avesse continuato a opporsi al dispiegamento di una forza di peacekeeping composta da “caschi verdi” e “caschi blu”.

A riguardo della notizia del dispiegamento di una forza di pace nell’area del Darfur, il presidente eritreo Isaias Afwerki ha sottolineato, nel corso di un incontro in Asmara con l'ambasciatore Torben Brylle rappresentante speciale della Ue per il Sudan, che lo schieramento di forza ibrida nel Sudan complicherà dal punto di vista diplomatico la ricerca di una pace complessiva nel Paese e che la questione del Darfur non può essere affrontata separatamente dalle altre questioni del paese, come ad esempio quella, meno conosciuta ma altrettanto importante, del Fronte Orientale del Sudan.

L’Eritrea, da sempre convinta che il progresso di pace complessivo nel Corno d’Africa debba essere promosso dai stessi soggetti che ne fanno parte evitando ingerenze esterne, si è comunque detta nuovamente disponibile a sostenere la parte di mediatore nel processo di pace nel Sudan, offrendo il suo contributo logistico e diplomatico come gia fatto per i cosiddetti accordi di Asmara. Il governo Sudanese gia da tempo si è detto soddisfatto di questa proposta e si augura che abbia altrettanto successo di quella precedente, e anche i rappresentanti diplomatici di molti altri paesi hanno fatto pervenire al presidente eritreo Isaias Afwerky messaggi di apprezzamento per il lavoro svolto e di fiducia per quello futuro così come aveva fatto lo stesso l'ambasciatore Torben Brylle rappresentante speciale della Ue per il Sudan nel corso dell’incontro ad Asmara.

L'ambasciatore italiano Gaetano Martinez Tagliavia da parte sua ha dichiarato che  tutti i governi stanno cominciando a capire il ruolo e l’impegno del governo eritreo nel Corno d'Africa, specialmente nella questione sudanese e somala,  e che il governo italiano loda e sostiene gli sforzi dell'Eritrea.

Dello stesso tenore i messaggi pervenuti al presidente eritreo attraverso l’ambasciatore Salah Mohamed Al-Hassan del Sudan, l'ambasciatore Arman Aardal della Norvegia, l'ambasciatore Ross Hyness del Canada, l'ambasciatore siriano Turki Sakre, l'ambasciatore Tadjuddien Noor dell'Indonesia, l'ambasciatore Reda Amry dell'Iran, l'ambasciatore Parampreet Singh Randhawa dell'India e l’ambasciatrice Lisa Kim Filipetto dell’Australia, riuniti ad Asmara in occasione della presentazione delle credenziali al presidente.

Nella giornata di ieri (14/07/07) le maggiori agenzie di stampa hanno riportato una notizia proveniente da Asmara secondo la quale i rappresentanti di cinque gruppi ribelli del Darfur si sarebbero uniti nel "Fronte unito per la liberazione e lo sviluppo", in vista di un possibile negoziato di pace con il governo centrale del Sudan.

L'annuncio è stato fatto nel corso di una conferenza stampa che si e' tenuta nella capitale dell'Eritrea ed e' considerata in stretto rapporto con quella che è stata definita "eventualità di negoziati di pace" come ha dichiarato un esponente dell'Esercito di liberazione del Sudan, uno dei gruppi ribelli che hanno dato vita al Fronte, il quale ha aggiunto "la porta e' aperta per qualsiasi altro movimento".

Nonostante le enormi difficoltà che derivano dall’importanza della posta in gioco costituita dai giacimenti petroliferi localizzati nel Sudan, non è quindi del tutto fuori luogo un certo moderato ottimismo su una possibile soluzione soddisfacente e pacifica che oltre a proiettare il Sudan verso un futuro di stabilità e prosperità, potrebbe essere da esempio per molti altri paesi africani dilaniati da annosi conflitti interni, ma non ancora capaci di trovare soluzioni.

 

Stefano Pettini