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Masochismo italiota l’invenzione delle foibe abissine
La premessa: è apparso su “La Repubblica” del 22 maggio scorso a pagina 1 con seguito a pagina 22, un articolo di un certo Paolo Rumiz giornalista che va in giro per il mondo in bicicletta, specie dalle parti dell’Europa dell’est, ma che questa volta ha “deviato” ed è andato in Etiopia. Naturalmente, come spesso ricorre tra giornalisti che non sanno niente di una certa regione il Rumiz sarà andato a cercare qualcosa in libreria, avrà letto qualche breve saggio di un anonimo storico e riferendosi ad una ricerca, seria e scrupolosa (fino a prova contraria), di Matteo Dominioni, che ha trovato “documenti inoppugnabili”, ha “ricostruito” a suo piacimento un avvenimento già risaputo da chi se ne intende. Ed ha tirato fuori un articolo scandalistico dal titolo: “Etiopia, la vergogna italiana, mille morti nella foiba abissina” - Così nel ’39 i fascisti massacrarono donne e bambini, inventando con fervida immaginazione e palese compiacimento delle foibe formato italiano a scapito di abitanti di quel paese.. Probabilmente non ha capito nulla ovvero ha preso spunto dalla vicenda per ricamare una sua visione onirica dei fatti che ovviamente non corrisponde alla verità. Non posso riportare tutto l’articolo perché troppo lungo. Trascriverò alcuni brani significativi facendo presente che chiunque potrà richiedere l’arretrato del giornale se vuole leggere l’articolo integralmente. Basta andare in un’edicola e ordinarlo. Dunque, cominciamo. “....Le prove di un efferato crimine italiano (dice compiacendosi) in Etiopia, le ha trovate Matteo Dominioni, 33 anni, dottore di ricerca dell’Università di Torino (dove insegna anche Angelo Del Boca e quindi un allievo di cotanto storico). Prima le carte, documenti inoppugnabili. Poi le ossa umane, nella grotta dell’infamia (dice compiacendosi), ancora avvolte da fosche leggende (perché le chiama leggende?). La conferma definitiva di quanto avvenne in quelle ore tra il 9 e l’11 aprile del 1939. (una vicenda segreta solo per Dominioni (anche per il Rumiz), anche se afferma di aver trovato, per caso, abbandonato, ma non nascosto, ma a portata di tutti, un faldone pieno di documenti al Ministero degli esteri)....." E continua a raccontare le la sua verità fantasticando su un fatto realmente accaduto ma in modo sostanzialmente diverso. Fu la battaglia di Zuria Muhi nella zona di Caià Zeret, note perché riguardavano il dopo guerra e combattute contro i “ribelli” (o “partigiani” a seconda di chi li nomina) e l’Esercito italiano. Ci furono crudeltà ed efferatezze nell’occasione? Certo, ci furono. Ma quale fatto armato ne è immune? Vogliamo qui solo accennare, portando solo esempi strettamente attinenti al periodo coloniale (perché sennò non basterebbe una intera biblioteca) a cosa fecero i tedeschi con gli Herero, i britannici con i Kikuyo o con gli aborigeni australiani o con i cinesi, i sudafricani con i Koisan ovvero i nostri “cugini” d’oltralpe in Algeria? Fa finta di non saperlo il Rumiz e da buon italiano cerca di sottolineare, evidenziare, esagerare, spesso distorcere con palese compiacimento masochistico (caratteristica molto frequente nella nostra genia) come se lui fosse turco e non italiano (e nel caso avrebbe di che dire contro il genocidio degli armeni) un fatto che purtroppo si è ripetuto, si ripete, si ripeterà ineluttabilmente quasi come norma, in ogni occasione di conflitto. Non è una peculiarità ascrivibile solo agli italiani dell’esecrato regime.... Quanto dobbiamo ancora imparare dagli inglesi (ma anche dai turchi) che ne hanno fatte di stragi e di battaglie ma nessuno di loro ha mai denunciato gli orrori con tale compiacimento autolesionista che il signor Rumiz mette nel suo articolo. In risposta alle tesi del Rumiz il Reduce d’Africa (ottobre-dicembre 2006) ha esposto la vera e già nota vicenda con un articolo di Gian Carlo Stella della Biblioteca Africana profondo conoscitore della storia delle nostre colonie. Anche ne “Il Giornale” (Venerdì 24 novembre 2006) Bernardo Pianetti Della Stufa, serio professionista e giornalista, risponde all’articolo del Rumiz con modi molto garbati, contrariamente allo stile piuttosto deciso della testata, esponendo con equilibrio e pacatezza quello che effettivamente successe. Dirà il Rumiz: “figuriamoci, Il Giornale e Il Reduce d’Africa!!!” E nel caso io rispondo: “figuriamoci, La Repubblica!!!” Egli termina il suo articolo” così: “...A ottobre (è ormai passato, purtroppo) sarà la prima volta che italiani ed etiopi dibatteranno insieme ad un Convegno, a Milano, sull’Africa orientale italiana sotto vari aspetti, organizzato dall’Insmli (Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, al quale Istituto suggerirei di organizzare anche un convegno su quanto ha scritto Giampaolo Pansa, e voi sapete di che parlo). Prima - continua il Rumiz - non s’era fatto mai. La cosa ovviamente da fastidio. Chissà che agli etiopi non venga in mente di chiederci i danni di guerra, cosa che finora non hanno fatto. “Gli etiopi non hanno mai capito perché l’Italia ha valuto quella guerra dopo innumerevoli trattati di pace, fratellanza e promesse di coesistenza pacifica”. Va giù duro il professor Abebe Brehanu, uno dei massimi storici di Addis Abeba. “E che sia chiaro - insiste - la vostra non fu una colonizzazione, ma una semplice invasione, contro tutti i trattati internazionali. Un atto di illegalità totale di cui ci chiediamo ancora il senso”. Non capisco perché ad un giornalista serio, competente e attento come il Rumiz non venga in mente nessuna argomentazione o, almeno, una richiesta di chiarimenti sulle certezze del “massimo storico di Addis Abeba”. Gliene fornisco io qualcuna: in risposta alla sua convinzione che in Etiopia ci sia stata solo un’occupazione e non una colonizzazione veda la foto che pubblico nel contesto. È uno degli argomenti. In seconda istanza potrei pubblicare (ma non lo faccio per una questione di decenza) le foto di alcuni italiani evirati dagli abissini e una sugli effetti delle pallottole dum-dum vietate dalle convenzioni internazionali, usate dagli abissini. Per completezza sull’uso dei gas da parte degli italiani, lo storico britannico Lames Strachey Barnes dice: “lo fecero quando gli abissini violarono altre convenzioni: l’evirazione dei prigionieri, l’impiego delle pallottole dum-dum e l’abuso del simbolo della Croce Rossa”. (che veniva usato per proteggere anche i depositi delle armi e munizioni e quant’altro). Poi mi permetto di trascrivere quello che dice l’Enciclopedia Britannica sulla “colonizzazione” dell’Etiopia, considerando il fatto che gli inglesi sono profondi conoscitori di colonialismo, come nessun altro, e non sono mai teneri nel giudicare gli altri: * * * “Forse nessuna potenza europea spese mai, in uomini e in denaro, tante risorse in un possedimento coloniale come l’Italia durante il suo breve possesso dell’Abissinia. Il solo programma stradale fu preventivato per assorbire cento milioni di sterline. Fu creato un sistema amministrativo interamente nuovo. L’Africa orientale italiana (Abissinia, Eritrea, Somalia, in tutto circa 600.000 miglia quadrate) venne divisa in cinque province, ognuna sotto un governatore responsabile verso il vicerè. Addis Abeba ed altre città importanti furono dotate di scuole elementari e tecniche, separatamente per cristiani e musulmani. Inoltre vennero istituite scuole agrarie di vario genere e si sviluppò una capillare organizzazione sanitaria. Furono fondate imprese colonizzatrici, organizzazioni industriali di vario genere, si costruirono officine, mulini, stazioni generatrici di energia elettrica. Fu iniziato e sviluppato un programma di costruzioni edilizie nella capitale e altrove si intrapresero lavori di ricerca mineraria e di altro genere”. * * * Non a caso, aggiungerei, il Negus subito dopo il suo reinsediamento, una delle prime cose che fece fu di mettere sotto la sua protezione i “biechi” invasori italiani: era fuggito lasciandosi dietro un paese arretrato, medievale, e dopo cinque anni era rientrato trovando una realtà all’alba di un profondo rinnovamento che preludeva alla modernità e all’organizzazione. È stato un atto di gratitudine? Penso proprio di sì, insieme alla convenienza di tenerseli per continuare il lavoro. Altro argomento che vorrei sottoporre allo storico Abebe Brehanu. Faccio per questo una premessa. L’anno prima della “liberazione” dell’Eritrea, un comitato di “partigiani” o “ribelli” a seconda di chi parla, mi dettero in visione per un giorno una cassetta video che riproduceva “dal vivo” l’ultimo bombardamento di Massaua da parte degli etiopici (gente pacifica secondo il signor Brahanù). Dopo una decina di minuti non ce la feci più di continuare a vedere quello che veniva documentato per l’efferatezza delle immagini che ritraevano il martirio della popolazione civile brutalmente alla mercé dei Mig etiopici. Dopo la premessa vorrei sapere se anche quella perpetrata in Eritrea era un’invasione e non una colonizzazione, colonizzazione espressa con bombardamenti facendo uso di Napalm anche contro la popolazione civile, contro tutti i trattati internazionali. (vedi “Il Giornale Nuovo” del 6-8-1980 Dichiarazioni del Comitato Svizzero per aiuti all’Eritrea e “Il Manifesto” del 26-3-1982, Conferenza stampa tenuta alla Fondazione Basso di Roma). Vorrei infine chiedergli se l’attuale ingerenza di truppe etiopiche in Somalia è anch’essa una colonizzazione oppure, più probabile, un’invasione bella e buona! Quello che è successo nel 1935/39 è avvenuto in un clima politico e in un contesto storico molto diversi e distanti dagli standard attuali, anche se non per questo giustificabili, sia chiaro. Quasi tutte le nazioni, diciamo così “ariane” avevano le loro colonie, non conquistate certamente con grazia e gentilezza: anche l’Italia, adeguandosi alla mentalità e modalità dell’epoca, volle il suo posto al sole. Le cose andavano così. L’invasione della Somalia è attuale, l’Eritrea è stata soggiogata per trent’anni fino al 1991. Ma queste cose non meritano convegni, vero signor Rumiz? Che cosa ci dice di questi atti di illegalità totali perpetrati dagli abissini, di cui ci chiediamo ora il senso? Ecco cosa il Rumiz, al quale gli argomenti di Abebe Brehanu darebbero fastidio, avrebbe ed ha ancora la possibilità di dirgli. Ma certamente non lo farà perché non è “politically correct”, non si usa per principio (principio ad una sola direzione, ovviamente) nel Paese degli Italioti. Inoltre non fa notizia! Fanno notizia le foibe abissine: fanno sdilinquire di puro godimento masochistico una buona parte (secondo me non certo la migliore) dei cittadini di questo benedetto Paese di cui noi ci onoriamo di appartenere. Inutile, caro Rumiz, le foibe, quelle vere, avvenimento - quello sì - che è stato occultato per oltre cinquant’anni dai nostri amici storici e politici, sono solo quelle comuniste! Io farei, caro Rumiz, un altro articolo dal titolo: “Goli Otok” l’isola delle torture di comunisti contro comunisti (anche italiani). Marcello Melani www.maitacli.it
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