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Lettera aperta al Direttore
dell’Espresso L’Espresso, il settimanale che nel corso degli ultimi decenni fu capace di rappresentare un giornalismo italiano di attualità, importante e coraggioso, ospita il 30 Settembre 2009 una pagina di estero sull’Eritrea, a firma di Emilio Manfredi, la cui impostazione è vecchia di più di un lustro. Nulla di nuovo, e neanche nel titolo, apparentemente diverso ma in linea con quanto stabilito dall’amministrazione Bush nel 2002 e da allora rappresentata secondo modalità ossequiose anche da numerosi altri giornalisti italiani. Del resto, il rimpianto di aver perso reporter come Ilaria Alpi è naturale che sia maggiore in molti africani, e soprattutto del Corno d’Africa. Manfredi racconta una storia commissionata, mentre Ilaria Alpi raccontava una storia inattesa, non commissionata, come un reporter deve fare. Il titolista dell’articolo dell’Espresso si è lasciato andare ed ha pensato di rappresentare in modo surreale gli eritrei: “Eritrei, popolo prigioniero della guerra che non c'è”. Emilio Manfredi racconta di eventi tra i quali è difficile stabilire un connettivo logico. Dice di una città, la capitale, in cui “i viali ordinati di Asmara… e gli abitanti bevono caffè ai tavolini all’aperto. Le parole si perdono nella frescura dell'altopiano e l'atmosfera pare rilassata…” Poi ha un soprassalto, quasi un pentimento, e scrive: “Ma la quotidianità inganna in Eritrea. Nulla è più fittizio della calma che si respira per le strade del più giovane Stato africano…Tra gli edifici di architettura coloniale italiana, infatti, si consuma una delle più dure dittature del continente. Una prigione a cielo aperto, in cui tutti hanno un unico sogno: scappare. “ . Parola di Emilio Manfredi. Una grande carenza presente nell’articolo è invece quella relativa agli aspetti importanti della politica estera cherendono più comprensibili le relazioni del paese con il resto del mondo. Per quale ragione accade che in modo sistematico vengano negate delle informazioni sulle relazioni internazionali legate all’Eritrea? Nell’articolo non vi è una parola sulla violazione del verdetto finale emesso dalla EEBC (Eritrea-Ethiopia Boundary Commission) nel 2002 e previsto dall’ Accordo di Algeri del 12 Dicembre 2000, sottoscritto o garantito dalle seguenti parti: ONU, USA, Comunità Europea, Organizzazione Unità Africana , Eritrea, Etiopia. Peraltro a rappresentare l’Europa vi era l’italiano Rino Serri. La cosiddetta comunità internazionale, ossia i paesi occidentali, in seguito alla opzione americana a favore dell’Etiopia, considerato il principale alleato nell’Africa Orientale, oltre ad imporre il silenzio sulla mancata implementazione di quanto previsto dall'Accordo di Algeri del 12 Dicembre 2000, ha anche dato seguito ad una campagna stampa contro l’Eritrea. Dispiace dirlo, ma questo articolo è un’altra delle banali perle della stessa collana. Più oltre nell’articolo si esercita anche su di un versante a lui altrettanto ostico, quello della riforma scolastica operata in Eritrea. Viene rozzamente
sintetizza nel seguente modo:” …le ultime classi di scuola superiore e
le università sono chiuse. Gli studenti vengono inviati nel campo
militare di Sawa, a circa 300 chilometri dalla capitale. Secondo il
regime, si tratta di un centro educativo-militare. Agli occhi delle
organizzazioni umanitarie e nei A questo punto sorge nuovamente il dubbio che il signor Manfredi sia stato in Eritrea, o se vi è stato la sua pratica e lo spirito sono stati gli stessi di quello stuolo di giornalisti intorno ad Ilaria Alpi che scriveva le banalità commissionate. Non è il caso di disquisire con il signor Manfredi sulla riforma scolastica in Eritrea, ma è solo opportuno informarlo che a luglio del 2009 il presidente eritreo ha accompagnato la figlia, così come hanno fatto molti altri genitori, al pulmann che l’avrebbe portava a Sawa. Al signor Manfredi è sfuggito questo fatto? Con la stessa “pulizia mentale” afferma anche che “Le strade delle città e dei villaggi sono controllate da pattuglie di soldati armati fino ai denti: cercano tutti quei ragazzi che scappano dalla leva militare, imprescindibile per uomini e donne.” Invece, ciò che
solitamente stupisce molti visitatori è la sostanziale assenza di
pattuglie armate, nonostante che il paese si trovi in una condizione di
“non pace” con la vicina Etiopia. Ma se Emilio Manfredi è stato davvero
sul luogo, non riesce neanche a capacitarsi della parità dei sessi, che
in Eritrea data dalla lotta partigiana. Per non parlare della dubbia
preparazione storica, perche è forse quella che ha impedito anche
di considerare un fatto che è sedimentato nella memoria storica degli
eritrei, un fatto accaduto a cavallo degli anni 50 e 60 : una Ci vollero 30 anni di lotta partigiana per giungere all’Indipendenza. Ma, onestamente, si può ammettere che queste pretese siano eccessive. Johannes Bein Commenta la notizia nel Forum Torna alla Home page
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