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Lettera aperta ad Antonello Venditti Caro Antonello, ho letto su La Stampa on line l’intervista che hai rilasciato a Giancarlo Dotto lo scorso 12 agosto e dal momento che ti conoscevo come amico dell’Eritrea non posso nasconderti di essere rimasto estremamente sorpreso e deluso dalle tue affermazioni riguardanti il paese. A dire il vero l’inizio era parso promettente e quando alla domanda di quale fosse stato il tuo concerto più memorabile hai risposto: «Quello allo stadio di Asmara per la fine della guerra. Cantare “Sara”, una canzone di pace alla fine di una guerra, lì, in quel luogo, in quel momento, una forza evocativa che diventò vertigine pura», avevo sperato che avessi veramente colto lo spirito straordinario di un popolo straordinario. Però poi subito dopo nell’intervista quando alla domanda “C'è qualcosa di meglio da fare al mondo che cantare?” la tua risposta è stata: «Nel 92, dopo il secondo Circo Massimo, al massimo del mio successo, mi dedicai a quello che considero il mio Paese, l'Eritrea. Ma il mondo non va dove desideri tu. Isaias Afewerki era mio amico, mi ha deluso. Quando vedo i barconi di esuli eritrei che scappano dalla loro terra promessa, penso a un sogno tradito. Ora mi dedico alla Sierra Leone, dove i bambini militari si sparano tra loro. Mi fido ciecamente delle strutture cattoliche», mi sono dovuto amaramente ricredere. Se fossi stato veramente e sinceramente amico dell’Eritrea come ti sei sempre professato sapresti perfettamente che gli esuli eritrei fuggono da una non più sostenibile situazione di “non Pace non Guerra” che dura oramai dal lontano 2002 quando la Commissione Confini ha definitivamente risolto la questione dei confini fra Etiopia ed Eritrea, e non certamente a causa della politica del presidente Isaias. Non ti sarebbe dovuto neanche sfuggire il fatto che incredibilmente la comunità internazionale anziché premiare l’Eritrea per la sua perfetta adesione al meccanismo legale di risoluzione della controversia con l’Etiopia predisposto dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha consentito all’Etiopia di ignorare i suoi obblighi derivanti dalla sottoscrizione degli accordi di Algeri e non ha reagito al suo illegale permanere con truppe militari su territori a sovranità eritrea. Parli poi dei tuoi rapporti di amicizia con il presidente Isaias Afwerki e certamente è affar tuo in cosa ti lui ti abbia deluso, ma trovo ingiusto e fuorviante il tuo associare questo stato d’animo personale a una situazione generale di un paese che merita di essere approfondita con coscienza e fortemente condivisa piuttosto che liquidata con tanta superficialità. So che era tua intenzione girare uno spot in Eritrea con i bambini orfani assistiti dalle strutture religiose e che sei rimasto deluso del fatto che questo non è stato possibile. Trovo strano che con il tuo professato grande amore per l’Eritrea ignorassi che gli orfani in Eritrea non sono concentrati in strutture specifiche dove vivere alienati dalla vita sociale, ma che la assistenza viene loro assicurata attraverso il sostegno delle famiglie eritree che immancabilmente si fanno carico delle creature rimaste prive di uno o di tutti e due i genitori naturali. La tua conseguente scelta di rivolgere le tue attenzioni ai bambini della Sierra Leone ti fa ugualmente onore, ma perché mai associare le due cose in maniera così impropria da far assomigliare la tua decisione a un capriccio infantile. Quel che è certo è che le tue parole, a causa della tua vocazione di grande comunicatore, pesano ora come un macigno e hanno profondamente offeso un intero paese, che ti ha sempre dimostrato stima e affetto, che ora si sente tradito. Vorrei unirmi a questo legittimo risentimento popolare pur nella speranza che il tempo ti sappia consigliare un più attento approfondimento della attuale positiva realtà eritrea e una conseguente revisione delle tue, a mio parere, poco meditate conclusioni.
Cordialmente Stefano Pettini.
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