Lettera aperta a Riccardo Iacona
di Joannes Bein

Milano, 19 sett. 09 - La stima che ho per lei come giornalista non è venuta meno dopo aver visto il reportage Respinti di Presa Diretta trasmesso domenica 6 Settembre sulla Rai Tre. La ragione di questa inalterata stima deriva dal fatto che ritengo che le domande rimaste inevase dopo la visione del servizio derivino da causa involontaria e non capziosa. Mi riferisco alla parte della puntata in cui si narrano le vicende degli africani respinti in Libia.

Lei intervista Enrico Dannino, fotoreporter che vive a Parigi, il quale racconta che nel maggio scorso era a bordo di una motovedetta della GdF che per la prima volta, a parere di Dannino, ha effettuato il respingimento verso la Libia di un gruppo di 74 africani emigranti che si trovava a bordo di un gommone ed oggi presumibilmente tutti in carcere in Libia. In relazione a questa vicenda lei poi intervista l’avv. Lana, dello studio legale Lana-Lagostena Bassi di Roma, il quale, rappresentando 24 di essi, 13 eritrei ed 11 somali, conoscerebbe nome, cognome e nazionalità di ciascuno di loro.

Qualche domanda si impone. Come ha fatto a “rappresentare” gli eritrei e somali? Come ha fatto ad accertarsi della nazionalità dei suoi assistiti? Oppure ha semplicemente raccolto delle autodichiarazioni? Fornite da chi? Inoltre, tra le persone intervistate nella Comunità Cristiana di Base S.Paolo di Roma ha presentato un ragazzo ed affermato che “solo questo ragazzo eritreo che è stato tre anni di seguito nelle carceri libiche ha visto un uomo del UNHCR, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati politici.”. La persona indicata racconta poi la sua vicenda parlando in amarico, lingua dell’Etiopia.. Domanda : non vi erano nessuno in grado di tradurre dal tigrino, lingua dell’Eritrea? Come ha potuto accertare davvero che si trattasse di un eritreo?

Le pongo queste domande perché, come lei saprà, in Italia vi sono numerose persone provenienti dalla Libia che si dichiarano eritrei pur non essendolo Così facendo ritengono di ottenere più facilmente un attestato di esule, magari politico, in quanto proveniente da un paese dal quale è legittima la "fuga dalla fame, dalla guerra e dalla dittatura", come lei stesso ha voluto evocare. Come mai agli intervistati non sono state fatte domande semplici del tipo: dove vivevi in Eritrea? cosa facevi in Eritrea? Perchè sei andata via dall'Eritrea? Neanche all'ormai famosa eritrea superstite intervistata in ospedale dalla brava Francesca Barzini?

Cosa hanno potuto immaginare gli spettatori del passato di quella donna presentata come in "fuga dalla fame, dalla guerra e dalla dittatura"? Se fossero state formulate quelle semplici domande, forse gli spettatori avrebbero saputo che quella donna è probabilmente sotto leva, quindi un militare in servizio, con le mansioni più disparate, in funzione del livello scolastico e della formazione: impiegata al catasto; impiegata alla dogana; addetta al controllo del traffico al gate del porto di Massawa; operatrice di macchine movimento terra; pattugliamento del confine... Chissà. Comunque sia, con vitto e alloggio assicurati giornalmente e quindi senza alcun problema di "fuga dalla fame".

In quanto alla guerra, essa non è attualmente presente in Eritrea benchè una parte del suo territorio sia attualmente occupato dall’Etiopia, in violazione del verdetto finale emesso dalla EEBC (Eritrea-Ethiopia Boundary Commission) nel 2002 e previsto dall’ Accordo di Algeri del 12 Dicembre 2000, sottoscritto o garantito dalle seguenti parti: ONU, USA, Comunità Europea, Organizzazione Unità Africana , Eritrea, Etiopia. La cosiddetta comunità internazionale, oltre ad imporre il silenzio sulla mancata implementazione di quanto previsto dall’accordo, ha dato seguito ad una campagna stampa contro l’Eritrea, che da allora esprime le proprie proteste e richiama la stessa comunità internazionale al suo rispetto.

Per via di questa situazione ai confini, l’Eritrea non si può considerare in pace, ma certamente con riferimento ad essa non si può parlare di "fuga dalla guerra”. Lei forse non lo ricorda, ma è ben presente nella memoria storica degli eritrei, un fatto accaduto a cavallo degli anni 50 e 60 : una risoluzione dell’ONU, esattamente come oggi, fu violata dall’Etiopia e l’Eritrea divenne una regione dell’Etiopia, nel silenzio della comunità internazionale. Ci vollero 30 anni di lotta partigiana per giungere all’Indipendenza. L’Eritrea attuale sa di poter contare solo sulle proprie risorse per mantenere la sua sovranità.

Per questa ragione intende garantire il presidio continuo delle frontiere, ottimizzando ciò con la necessità di garantire l’istruzione, la sanità, le infrastrutture…La invito ad andare in Eritrea e a rendersi conto personalmente, magari armato solo della conoscenza storica, quella inoppugnabile, passata e recente. Il resto, ossia il paese della "fuga dalla fame, dalla guerra e dalla dittatura" lo potrà valutare direttamente, come ha dimostrato numerose volte di saper fare nel corso della sua attività giornalistica.

Con rinnovata stima

Cordiali saluti

Joannes Bein


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