La mia Eritrea
di Fulvio Grimaldi

Era il 1970. Già inseguivo per il mondo guerre, rivoluzioni, casini vari. Dal ’68 avevamo incominciato ad aprire gli occhi su destini fratelli, magari geograficamente e culturalmente distanti, ma vicinissimi sul piano delle contraddizioni principali. Roba che la sinistra ha ritenuto utile gettare nel fosso per non intralciare la rincorsa del suo trabiccolo alle fuoriserie da cinquemila cavalli e necroscarichi.

Ero con una ragazza inglese scaturita dall’Isola di Wight e nella moschea blù di Istambul avevamo rimorchiato un allampanato e roseo studente oxfordiano di geologia, Roger, un equo e solidale ante litteram. Ce la siamo fatta via ferrovia fino ad Assuan, saltando in volo solo l’entità sionista.

Da Assuan a Wadi Halfa, attraverso il lago Nasser, occhieggiati dai templi di Abu Simbel, su un battello a ruota del Mississipi, sopravvissuto al Dixieland e a New Orleans, poi giù a Khartum da pochi anni strappata alle fauci britanniche (che poi si sarebbero ripresentate in Darfur al guinzaglio dei cugini maggiori).

Qui, associati a due fotografi francesi, fummo avviati dal Fronte di Liberazione Eritreo al paese in lotta di liberazione da un imperatore etiopico che le turbe in stracci della capitale potevano ammirare mentre dal terrazzo della reggia si divertiva a suscitare cagnare tra i suoi molossi gettandogli pezzi di vacca. Ci facemmo a piedi un migliaio di chilometri tra deserto e semideserto dell’altopiano. L’unico cammello portava i bagagli, il tè, lo zucchero, la teiera e un paiolo per riso o sorgo. I dieci guerriglieri che ci accompagnavano portavano l’immortale Kalachnikov.

 La fatica era boia, le tempeste di sabbia rosse e spillute. Si dormiva nella sabbia, avvolti in un panno, lontani dalle acacie perché ne piovevano insetti micidiali. Ci si svegliava a volte sbarrando gli occhi su una scolopendra a portata di naso. I momenti di ristoro e goduria erano la festa del tè serale, i wadi (fiumi semisecchi) ombreggiati da acacie e palme, la rincorsa dei babbuini dal culo color petrolio al sole, e gli incontri con donne eritree a seno nudo che ci permettevano di abbeverarci, fianco a fianco con il muso dei loro cammelli, dai rari pozzi cui Roger, che di notte ci spiegava le stelle e la loro relazione con le nostre posizioni, in piena frenesia pedagogico-tecnologica, cercava sistematicamente di sovrapporre una carrucola che dimezzasse lo sforzo di tirar su l’otre di capra.

 Quando finivano i viveri e non c’erano villaggi amici a portata, il Kalachnikov si esercitava su qualche gazzella, la cui carne placava i nostri rimorsi animalisti. Arrivammo dal confine sudanese, passando per città in sereno e lindo stile littorio, quando non sbriciolate dagli aerei etiopici, come Tessenei, Agordat, Keren, fino alle alture che guardavano sulla luccicante capitale Asmara, circondata dal mare di verde degli agrumeti dei feudatari italiani Barattolo o Delai. Percorrendoli a passo del leopardo e in silenzio, a un compagno eritreo partì una fucilata che mi bruciacchiò la basetta. Risate. Prima c’erano stati un paio di eventi.

Il congresso del Fronte che vide la spaccatura, mai risanata, tra FLE e Fronte Popolare, entrambi rigorosamente marxisti-leninisti, ma l’uno, con Ahmed Nasser, a composizione maggioritaria islamica, l’altro, con Isaias Afeworki (oggi presidente), cristiana. Fino a Kassala sul confine Sudan-Eritrea, avevo riferito al mio giornale, “Giorni-Vie Nuove”, per telescrivente. Da lì in poi generosi araldi del Fronte tornavano indietro, a piedi, per portare al punto di partenza del sistema postale fogli riempiti dalla mia Lettera 22 e rullini fotografici. La lingua italiana aveva cementato un’amicizia particolare con guerriglieri reduci da studi a Perugia o Torino.

Un pomeriggio ci avevano fatto provare il tombac, una misteriosa mistura rossa appallottolata che andava succhiata tra denti e guancia. Ci ritrovammo, senza sapere come, nel nostro capanno, orgogliosamente realizzato da noi stessi con frasche e imperizia, che eravamo fatti come i marinai dal rum dell’Isola del Tesoro. Una ridarella spasmodica e implacabile che ci faceva sussultare come tarantolati. Il bello era che per la sera era previsto il lungamente atteso incontro con il massimo dirigente del Fronte per un’intervista che avrebbe dovuto far conoscere al mondo una guerra nascosta, ignorata, ma che durava da otto anni.

Il capo venne, si sedette a gambe incrociate insieme ai suoi compagni, io gli misi il registratore sotto il naso e sparai domande. Da dietro mi arrivano singulti e scuotimenti repressi. Il capo sorrideva, consapevole e comprensivo. Quando, il giorno dopo metabolizzato il tombac, riascoltai il nastro, a parte qualche strana schicchera sullo sfondo, tutto suonava normale. Una bella intervista su una delle ultime grandi lotta anticoloniali. Fece il giro del mondo. Misteri della professione e del tombac.

Per far arrivare questa guerra di liberazione da un tiranno annessionista oltre i confini del simpatizzante mondo arabo e africano occorrevano prove, non chiacchiere. E le prove erano le foto. Dopo tre settimane di questa carovanata non s’era ancora vista l’ombra di un combattimento. Macerie da bombe sì, ma niente feriti, morti, profughi, niente che potesse figurare come credibile reportage di guerra. Roger, la cui morfologia rosea si era tramutata in rosso paonazzo sotto i morsi carnivori del sole equatoriale, aveva dovuto essere riportato indietro.

Ci rimettemmo il cammello. Niente più carrucole sui pozzi. I francesi e io eravamo diventati impazienti e petulanti: dov’è la battaglia, dov’è la guerra? Rompemmo i coglioni ai nostri accompagnatori finchè una mattina, vicino a Keren, il sole sorse su una colonna di combattenti del FLE laceri, sanguinanti e bendati, che scendevano dal crinale dell’altopiano. C’era stata una battaglia con gli etiopi! Lasciata in pianura la spossatezza dell’atroce faticaccia, ci avventammo come camosci su verso il passo.

Lo raggiungemmo, guardammo dall’altra parte e vedemmo una bellissima spianata. “Laggiù ieri c’è stata la battaglia, fotografate”, ci dissero le nostre guide. C’è un momento dove lo stress, il sole, la fame, ti fanno uscire di senno e perdere il senso del reale, dell’opportuno e del possibile. Delusi e incazzati come iene, comunicammo ai nostri compagni eritrei che ne avevamo avuto abbastanza e che ce ne tornavamo a casa, 500 km di sabbia e rocce più in là. E prendemmo a scendere. Niente foto, niente guerra di liberazione.

Abdallah, il più anziano, ci mise poco a riannodare le nostre sinapsi. Ci si parò davanti, ci puntò il Kalachnikov sulla pancia e annunciò “A questo punto siete prigionieri”. Ci fecero camminare in fila, ci portarono su una collina con due capanne, spazzata da un vento collerico, ci costrinsero tutti quanti in una e vi ci tennero per due giorni e tre notti senza parlarci. Saremmo stati giustiziati per ammutinamento? Furono momenti bruttissimi, anche perché una notte un ratto mi morse il naso e la presi come un brutto presagio.

La terza mattina, tornato il corriere che, a piedi (e poi ci si chiede com’è che quelli del Corno d’Africa corrano meglio di tutti), aveva raggiunto il comando del FLE per sapere che fare di noi, ci svegliammo circondati dai nostri guerriglieri, tutti sorridenti, e da un sacco di regali: collanine artigianali, pesche e arance, scatolette di legno lavorato, biscotti. Erano penetrati di notte in Asmara occupata e avevano rischiato la pelle per portarci quelle cose. Quella è la gente che oggi governa l’Eritrea e che, appunto perciò, deve essere criminalizzata da un fetido concorso di destra e sinistra.

Ne avrei avute a iosa, anni dopo, di scene di battaglia e di morte in Eritrea. Fu quando l’FLE mi mise su una barca e mi fece attraversare il Mar Rosso dallo Yemen alla Dancalia. Doppiammo, di notte, una nave da guerra etiopica, un’ombra gigantesca cui carezzammo la prua a motore spento, remando con le mani. Ne andava della vita. Sbarcammo a Barasole, villaggio nella punta meridionale della striscia vulcanica dancalese, vicino ad Assab, su cui i predatori etiopici, che fosse sotto Haile Selassie, Menghistu, o l’attuale despota e fantoccio Usa Meles Zenawi, hanno da sempre voluto infilare le zanne per avere l’agognato accesso al mare. Addis Abeba aveva i Phantom e le spie israeliane, onnipresenti dove si tratta di metterla in quel posto al Sud del mondo, e due ore dopo arrivarono dall’alto.

Con gran parte della gente facemmo in tempo a salire su un roccione e rintanarci in una grotta. Da lì vedemmo radere al suolo e incenerire un villaggio di trenta capanne fatte di pali di legno e frasche, con le sue cento capre, le sue dodici mucche, una ventina tra donne e bambini che non avevano fatto in tempo. Con i feriti, su camion che risalivano la grattugia delle rocce vulcaniche in condizioni come solo gli eritrei, migliori meccanici del mondo, li sapevano sistemare, raggiungemmo le cliniche da campo, le scuole, gli acquartieramenti, gli orti, le danze, i canti e gli spettacoli patriottici, i corsi di socialismo nel Terzo Mondo, gli allevamenti delle guerriglia. Prolegòmeni del futuro Stato autodeterminato e libero.

Solo molti anni dopo, sul finire del secolo, gli eritrei vinsero, disintegrando insieme ai cugini tigrini di Etiopia l’esercito del tiranno. E hanno organizzato uno Stato che, come passione di libertà e autodeterminazione, come impegno sociale e determinazione antimperialista, non ha nulla da invidiare ai migliori esempi della decolonizzazione. Non glielo si perdona, né dai necrofori dell’imperialismo, né dai falliti e addomesticati della “sinistra”. Né dal vecchio rapinatore coloniale italiano che vede “dittatori” ovunque la dignità dei popoli rifiuti il pensiero unico, la subordinazione, il nostro schifo.

E’ per questo che l’Eritrea e il suo governo vengono azzannati, sia con le continue aggressioni belliche dei valvassori imperiali vicini, Etiopia, Yemen, Gibuti, sia dalle sanzioni economiche dell’associazione a delinquere detta “comunità internazionale”, sia dagli ascari mediatici tutti che, al suono della voce del padrone, berciano il coro della loro miserabile connivenza. Quella che ho visto e amato è l’Eritrea che combatteva, che ha vinto e governato e che ha saputo costruire una nazione in condizioni pari a quella dei pinguini nell’Antartide che si scioglie.

 Così l’ho vista e raccontata al Tg3 ancora 15 anni fa. Non so come sia oggi. Se ne dice peste e corna. Non ci credo neanche un po’. Conosco amici del giaguaro e utili idioti. Ho conosciuto Milosevic e Saddam. Ci vuole poco per orientarsi. Non so neanche se sia vero che l’Eritrea aiuti i combattenti Shabaab della Somalia massacrata. Ma, essendoci stato, so anche chi la massacra: gli amici della “comunità internazionale”. E allora quello dell’Eritrea non sarebbe altro che internazionalismo antimperialista e basterebbe questo per esserle riconoscente: sono cose dell’altro mondo. Come stanno i cittadini eritrei, poi, lo decidono loro. Non i revanscisti del Corriere della Sera, o i coristi di Liberazione.

da Mondocane controblog di Fulvio Grimaldi


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