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L'Eritrea e le bugie
del Corriere della Sera 22 ago. 2009 - Due giorni fa il Corriere della Sera se n'è uscito con un altro dei suoi soliti articoli di politica estera, realizzati scopiazzando qua e là fonti non accertate e soprattutto obbedendo ai desiderata dell'editore e della linea politica (bypartisan) dominante. In questo caso l'articolo si occupa dell'Eritrea ed elenca così tante imprecisioni e addirittura menzogne (certamente riportate in tutta buona fede dall'autore del testo, ma sempre di menzogne si tratta) da rendere necessaria una correzione passo dopo passo: "Gli ottanta eritrei – di cui solo cinque arrivati salvi in Italia – sono scappati dall’inferno. Un inferno fatto di quotidiane violazioni dei diritti umani, dove la personalità dei cittadini viene annientata e distrutta nel nome di un utopistico e irraggiungibile bene supremo. Assieme alla Guinea Equatoriale, l’Eritrea è oggi governato dalla dittatura più rigida e repressiva di tutta l’Africa. Il presidente Isayas Afeworki ha militarizzato il Paese, comanda con il pugno di ferro e sembra ossessionato dalla guerra. Ha attaccato quasi tutti i Paesi vicini: l’Etiopia, Gibuti e lo Yemen. Secondo le Nazioni Unite protegge, finanzia e addestra i gruppi ribelli islamici in Somalia. L’uomo che negli anni Ottanta veniva applaudito come un combattente per la libertà, una volta al potere si è rivelato uno spietato tiranno. Il suo Paese è ridotto alla fame. I negozi sono vuoti; il carburante è razionato". Questo è l'inizio dell'articolo. E' scritto con uno stile che non sfigurerebbe affatto in un romanzo. Fin dalle prime righe, con toni trasognati, l'autore ci conduce in un mondo veramente infernale: "quotidiane violazioni dei diritti umani", "la personalità dei cittadini viene annientata e distrutta nel nome di un utopistico e irraggiungibile bene supremo". Sembra che si stia parlando dell'URSS di Stalin, della Cina della Rivoluzione Culturale o della Cambogia di Pol Pot; e invece si sta descrivendo un paese di cui gli italiani sanno praticamente poco o nulla, e sul cui conto pertanto si può far passare per vero anche ciò che vero non lo è affatto. L'autore continua: "Assieme alla Guinea Equatoriale (dove si trova? scommetto che 9 italiani su 10 avrebbero difficoltà a localizzare questo paese sulla cartina africana e, ancor di più, a raccontarne la storia) l’Eritrea è oggi governato dalla dittatura più rigida e repressiva di tutta l’Africa. Il presidente Isayas Afeworki ha militarizzato il Paese, comanda con il pugno di ferro e sembra ossessionato dalla guerra. Ha attaccato quasi tutti i Paesi vicini: l’Etiopia, Gibuti e lo Yemen". Mammamia, questo è il ritratto del babau! Purtroppo per l'articolista, però, risulta che l'Eritrea non abbia mai attaccato Gibuti mentre con lo Yemen nel '95 c'è stato un confronto armato per il possesso delle Isole Hanisch (Yemen) conclusosi con l'accettazione da parte di Asmara di un verdetto di una commissione internazionale. Non solo, ma nel corso della sua giovane esistenza (dal 1993) l'Eritrea ha avuto una sola guerra, con l'Etiopia, nel '98-2000... e ad attaccare è stata proprio l'Etiopia (dove c'è davvero una delle più rigide dittature non solo dell'Africa ma di tutto il mondo: solo che è nostra alleata e allora bisogna far finta di nulla). L'articolista non s'arrende e rincara: "Secondo le Nazioni Unite protegge, finanzia e addestra i gruppi ribelli islamici in Somalia. L’uomo che negli anni Ottanta veniva applaudito come un combattente per la libertà, una volta al potere si è rivelato uno spietato tiranno. Il suo Paese è ridotto alla fame. I negozi sono vuoti; il carburante è razionato". In effetti l'Etiopia, che ha invaso col proprio esercito la Somalia contando sull'appoggio occidentale, dopo aver inaspettatamente perso la guerra contro le Corti Islamiche ha accusato l'Eritrea di aver appoggiato quest'ultime contro di lei. Tuttavia non esistono prove, e l'unica cosa che sappiamo è che ci sono gruppi islamici, non legati alle Corti Islamiche e pertanto in lotta contro di loro, alleati al governo eritreo. L'Etiopia, invadendo la Somalia, ha fatto la guerra agli uni e alle altre, e così il fallimento della sua missione militare è stato del tutto logico, consequenziale (come avvenne più di quindici anni fa con la missione occidentale in Corno d'Africa, che fallì per ragioni molto simili, se non addirittura le medesime). "Ecco come Amnesty International dipinge l’ex colonia italiana sul mar Rosso: «Il governo ha vietato i giornali indipendenti, i partiti di opposizione, le organizzazioni religiose non registrate e di fatto qualsiasi attività della società civile. All'incirca 1.200 richiedenti asilo eritrei rimpatriati forzatamente dall'Egitto e da altri Paesi sono stati detenuti al loro arrivo in Eritrea. Analogamente, migliaia tra prigionieri di coscienza e prigionieri politici sono rimasti in detenzione dopo anni trascorsi in carcere. Le condizioni delle prigioni sono risultate pessime. Coloro che venivano percepiti come dissidenti, disertori e quanti avevano eluso la leva militare obbligatoria, o altri che avevano criticato il governo sono stati, assieme alle loro famiglie, sottoposti a punizioni e vessazioni. Il governo ha reagito in modo perentorio contro qualsiasi critica in materia di diritti umani»". Anche qui la retorica abbonda, come nel paragrafo precedente. Viene citato tutto il repertorio tipico dei regimi di terrore: negazione di ogni libertà politica e religiosa, arresti arbitrari, accuse... Sembra uno dei tanti regimi violenti e corrotti che insanguinano le varie repubbliche delle banane. Il problema è che anche in questo caso, sempre a detta delle organizzazioni internazionali, non è vero niente. Possiamo invece affibbiare questa descrizione alla vicina Etiopia, dove per l'appunto e come già detto vige una delle più repressive e liberticide dittature del mondo (se guardate l'elenco degli Stati falliti, l'Etiopia occupa una posizione non molto lontana dalla Nigeria e dalla vicina Somalia: per forza il paese spende tutto, e s'indebita, solo per acquistare armi con cui tenere sotto controllo la popolazione, mentre nelle aree islamiche del paese divampa la guerra civile. L'Etiopia, e non l'Eritrea, ha imboccato da anni il circolo vizioso dell'autodistruzione). "I cittadini eritrei nella loro stessa patria sono sottoposti a restrizione nei movimenti. Spie e polizia sono ovunque. Come in Corea del Nord il partito controlla ogni cosa: la attività economiche e la vita quotidiana, fatta di continui sospetti anche all’interno di una stessa famiglia. I giovani eritrei fuggono perché la loro unica prospettiva è finire a Sawa, un enorme e durissimo centro d’addestramento reclute dove chi entra è sottoposto a un vigoroso lavaggio del cervello. I commissari politici insegnano a sospettare «dei nemici della rivoluzione e del popolo». La leva militare non ha durata fissa. Si può restare sotto le armi anche anni. In questi giorni i siti dei dissidenti eritrei hanno pubblicato la notizia di un tentativo di assassinare Isayas, avvenuto il 13 agosto, sventato dalle sue guardie del corpo che hanno ammazzato l’attentatore sul posto". Ecco dove si voleva arrivare, con tutta questa retorica! Viene fatto il nome dello "spauracchio numero 1", la Corea del Nord. L'immagine di quest'ultima è talmente ripugnante agli occhi e alle orecchie di qualsiasi cittadino europeo ed americano, che paragonare ad essa un altro Stato darà l'effetto desiderato di demonizzarlo presso tutta l'opinione pubblica occidentale. L'accostamento dell'Eritrea alla Corea del Nord coglie il lettore sul vivo, e implicitamente gli fa credere di trovarsi dinanzi ad un nuovo Stato canaglia, governato da un feroce (sissignori!) regime comunista. Ecco che a questo punto si rizzano i capelli del lettore, al quale hanno insegnato che il comunismo è il male assoluto. Il problema, però, è che in Eritrea non c'è alcun regime comunista. Il regime comunista c'era fino al '91, quando l'Eritrea faceva parte dell'Etiopia e il Fronte Popolare di Liberazione Eritreo (EPLF) guidato da Afewerki combatteva contro l'esercito etiope, appoggiato dal TPLF (Fronte di Liberazione del Popolo Tigrino) e dall'EPRDF (Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope) capeggiati da Meles Zenawi. A quel tempo Afewerki e Zenawi erano alleati contro il regime di Menghistu e insieme, nel '91, marciarono su Addis Abeba. Poi Zenawi diventò il nuovo leader dell'Etiopia e, sull'indipendenza dell'Eritrea, cominciò a pensarla esattamente come il suo predecessore Menghistu. I rapporti fra il movimento etiope e quello eritreo peggiorarono sempre più mentre Zenawi riceveva l'appoggio americano, il che automaticamente significava anche l'ostracizzazione dell'Eritrea e del governo Afewerki. Ecco in quale modo si sono sviluppate gli attuali equilibri fra l'Etiopia, sostenuta dagli USA e quindi anche dal resto dell'Occidente, e l'Eritrea, paese non allineato e pertanto "rogue state", Stato canaglia. Evidentemente anche in questo caso l'articolista s'è sbagliato, scambiando l'eritreo Afewerki con l'etiope Zenawi. Tuttavia, dato che i meriti vanno riconosciuti, bisogna dire che per la seconda volta l'articolista dice anche una verità: Afewerki è stato vittima di diversi attentati (l'ultimo è avvenuto lo scorso 13 agosto, alle 16 ora locale, sulla strada fra Asmara e Massawa). La storia dei tanti attentati contro Isaias Afewerki è strumentalizzata a livello occidentale per insinuare una presunta ostilità della gente eritrea contro il governo. In precedenza l'articolista aveva scritto: "negli anni Ottanta veniva applaudito come un combattente per la libertà", salvo poi doversi correggere per evitare le ire dell'editore aggiungendo: "una volta al potere si è rivelato uno spietato tiranno". Parziali verità contrappesate da parziali bugie. Anche in questo caso non dobbiamo stupirci di nulla: quante volte c'hanno raccontato questa storia (il grande e romantico liberatore che, giunto al potere, si fa tiranno)? Lo hanno fatto parlandoci di Fidel Castro, di Daniel Ortega, di Ho Chi Minh, di Ben Bella, di Mugabe e tanti altri ancora che oggi non si ricorda più nessuno. Persino Mandela, oggi tanto osannato, negli anni '80 veniva dipinto come un pericoloso terrorista. Gli stessi che oggi lo osannano, per inciso, sono gli stessi che vent'anni fa lo crocifiggevano e benedicevano il sanguinario regime dell'apartheid di Botha. Dunque, di che ci vogliamo meravigliare? "Il 18 settembre 2001 sono scomparsi in un gulag eritreo tredici ministri – tra cui l'ex capo dell’intelligence ed eroe della rivoluzione eritrea, Petros Solomon - che avevano firmato un manifesto con il quale chiedevano democrazia e libertà. Finiti chissà dove e forse morti. Giornalisti stranieri che hanno «osato» criticare il regime, sono stati ripagati con una condanna a morte in contumacia. Isayas Afeworki viene spesso in Italia, anche in visita privata. Nessuno lo tratta da tiranno, piuttosto da amico. Non ricambia la cortesia e taglieggia in continuazione i nostri connazionali che vivono in Eritrea o hanno ancora interessi laggiù". Ecco, ecco che l'opera di paragone dell'Eritrea alla Corea del Nord (e a tutti i più spietati regimi comunisti della storia) continua! In questo caso viene nientemeno che citata la parola "gulag": dunque non ci sono più dubbi, nell'Eritrea del presidente Afwerki vige il "sistema stalinista"! Il lettore a questo punto non può non credere a ciò che scrive l'articolista e fremere di sdegno insieme a lui. Ma anche in questo caso le informazioni sono viziate da partigianeria. Risulta infatti che i cosiddetti "giornalisti stranieri che hanno osato criticare il regime, ripagati con una condanna di morte in contumacia" fossero in realtà tutti eritrei privi di un qualsiasi titolo professionale tranne un diploma frutto di un corso accelerato offerto dall'ambasciata USA di cui erano dipendenti con varie mansioni inclusa quella di giardiniere. Il loro arresto dipese dalla loro impossibilità di dimostrare da dove provenissero i fondi con i quali gestivano le loro attività editoriali e a causa dei loro rapporti con forze straniere ostili al paese. E per quanto riguarda Petros Solomon (che non fu capo dell'Intelligence eritrea ma ministro della difesa dal '93 al '94, ministro degli affari esteri dal '94 alla '97 e ministro delle risorse marine dal '97 al 2001) bisogna ricordare che egli faceva parte del cosiddetto "G-15", un gruppo di funzionari che si è rivelato implicato in attività d'intelligenza col nemico, ovvero alto tradimento. Tale accusa gli sarebbe stata comminata in qualsiasi altro paese del mondo (provate ad immaginarvi se negli USA beccassero un membro dell'Amministrazione Obama al soldo dei russi o degli iraniani). Isaias Afewerki viene spesso in Italia, esattamente come molti altri capi di Stato africani e non, molti dei quali con le mani veramente insanguinate (per esempio l'etiope Zenawi, beniamino di tutta l'UE, della NATO e degli USA). Non è considerato un tiranno esattamente come non sono considerati tali certi suoi colleghi africani, e in quest'ultimo caso viene commesso un grave errore. Perché, ci piaccia o meno, Zenawi, Mubarak, Uribe e compagnia bella sono dei tiranni. Ma preferiamo non parlare di loro, delle loro prigioni, delle loro persecuzioni, delle loro politiche economiche e militari disastrose per la popolazione civile, dando la caccia a qualcun altro che non ci è altrettanto amico. E al quale s'è affibbiata, magari, una fama sanguinaria che non gli appartiene affatto. Ma dal filoatlantista Corriere della Sera non possiamo pretendere una tale coerenza. Anche la storia degli italiani "taglieggiati" in Eritrea ha quasi del comico: sembra di vedere lo stesso Afewerki che, coltello alla mano, intima ad un turista italiano di sganciargli il portafoglio. In realtà di italiani in Eritrea ormai ce ne sono pochissimi: in tutti questi anni i due paesi non hanno tenuto rapporti significativi, in primo luogo rapporti economici o commerciali. Dunque ci sono ben poche imprese da taglieggiare e semmai, in un paese sotto embargo, sarebbero le benvenute. Proprio in questi giorni, infatti, il governo eritreo ha stabilito i primi accordi di collaborazione con l'Italia secondo una strategia di "ponti d'oro". Taglieggiamenti? Dove li ha visti l'articolista? Anche noi siamo curiosi di saperlo. "I rifugiati che abitano da noi
hanno paura: per loro o per i parenti restati in patria. Ci sono stati
casi di palesi aggressioni. L’ultima in ottobre scorso quando al
festival eritreo a Roma, militanti regolarmente autorizzati che
distribuivano volantini di Amnesty International sono stati presi a
pugni calci e bottigliate". Provate a chiedere ai marocchini cosa ne pensano della politica del loro re, Mohammed VI, e soprattutto di quella del predecessore, Hassan II. Spesso e volentieri i marocchini arrivano alla rissa, parlando della politica del loro paese. E non sono gli unici. Chiedete conto ai tunisini del loro presidente Ben Alì, col quale siamo in buonissimi rapporti esattamente come lo siamo con le autorità marocchine. Oppure chiedete agli algerini il loro parere sulla politica algerina: sono a favore del Fronte di Liberazione Nazionale oppure per il Fronte Islamico di Salvezza? Fra l'altro scoprirete che persino i fautori del FLN si dividono in diverse fazioni, per nulla d'accordo fra loro. Vogliamo, sulla base di tali dati, costruire l'idea che in Eritrea esiste una dittatura? E cosa ne pensano gli italiani all'estero del nostro governo? E gli italiani in patria? Il fatto è che anche Amnesty International non è più intoccabile come lo era qualche anno fa. Men che meno possiamo dire intoccabili l'ONU, o la FAO, o l'OMS, o l'Unicef, o l'Unesco, e men che meno le istituzioni economiche come la Banca Mondiale o il Fondo Monetario Internazionale, e non parliamo poi dell'OSCE. Sono diventati tutti strumenti diplomatici aggiuntivi delle principali potenze mondiali, quelle che siedono nel Consiglio di Sicurezza, con alleati annessi. Queste istituzioni sono divorate al loro interno da una corruzione dilagante, alimentata da un flusso economico miliardario che finisce nelle tasche dei funzionari e di tante dittature prima ancora di raggiungere il suo obiettivo. La loro credibilità, agli occhi dei popoli del Terzo Mondo, è pari allo zero. Esse fanno soltanto ciò che torna comodo ai potenti: l'Occidente, ci piaccia o meno, le controlla e le influenza fortemente, usandole come scusa e paravento per la propria politica. Reporters sans Frontières, Medicines sans Frontières, ecc... tutti parassiti. Si salva soltanto Emergency, che guarda caso appena possono la boicottano in lungo e in largo (e se lo fanno, ci sarà pure un motivo). Concludendo, possiamo affermare con precisa certezza che il pezzo pubblicato dal Corriere sia nè più nè meno che la solita propaganda dei "media mainstream". Non si parla, per esempio, delle sanzioni appena inflitte all'Eritrea, che s'aggiungono ad un embargo totale e costantemente rinnovato fin dal 1993; del fatto che questo paese, nonostante il blocco commerciale, basandosi praticamente quasi soltanto sulle sue sole forze, sia riuscito ad ottenere una crescita annua nella media dell'8%; che, in condizioni di estrema difficoltà, minato dall'embargo, è riuscito contro ogni pronostico a sconfiggere l'Etiopia che gli aveva portato un attacco militarmente spropositato nel '99; che il governo eritreo è l'unico in tutta la regione a bandire, attivamente, la pratica della mutilazione genitale femminile. Potremmo continuare per ore, elencando molte cose positive riguardo all'Eritrea che i nostri media chissà perché preferiscono non riportare, raccontando invece al pubblico una marea di sciocchezze. Ma se c'è una cosa che fa veramente ribrezzo a qualunque animo onesto, è il fatto che si usi e si strumentalizzi la tragedia degli eritrei morti nel Canale di Sicilia per imbastire l'ennesimo attacco all'Eritrea, colpevole di non essersi sottomessa alle volontà degli USA, dell'ONU e della cricca di usurai internazionali facenti capo al Fondo Monetario ed alla Banca Mondiale. L'inferno da cui gli eritrei sono fuggiti non è molto diverso dall'inferno da cui fuggono tanti altri africani, provenienti da nazioni dilapidate dagli interessi neocoloniali dell'Occidente in combutta con molti governi fantoccio locali. L'Eritrea è vittima di sanzioni per le quali non ha nessuna colpa (e pure qua c'è del comico: c'è un embargo americano sulle armi voluto solo per questioni d'immagine da Washington, dal momento che l'Eritrea non ha mai comprato armi dagli USA; a tacere del fatto che "dovrebbe" essere in vigore il Trattato di Ottawa del '95 per vietare la vendita di armamenti in tutti il continente africano, ma ovviamente tale trattato non è mai stato rispettato nè dall'Occidente, nè dall'ONU e via dicendo) e in più le sue terre e le sue infrastrutture sono state devastate ripetutamente dalla dominazione etiopica, dalla guerra che l'Etiopia portò contro la guerriglia di liberazione e in seguito contro l'Eritrea indipendente. Il paese lotta da solo contro l'avanzata del deserto. Nonostante tutti gli sforzi per la ricostruzione, l'economia eritrea deve lavorare ancora molto. Se fuggono dai loro paesi i tunisini, gli egiziani, i marocchini, gli algerini (e i loro paesi sono certamente più sviluppati dell'Eritrea), a maggior ragione fuggono gli eritrei. Anche i cinesi e gli indiani vengono in Italia, e la Cina e l'India sono oggi delle grandi potenze economiche mondiali, in continua e vertiginosa crescita. Anche i sudamericani vengono in America e in Europa, eppure il Sud America nonostante la sua povertà è pur sempre di gran lunga più benestante di qualsiasi paese africano. Con questo lungo intervento abbiamo
esaminato, spero esaurientemente, l'articolo pubblicato dal Corriere
della Sera. Questa è
invece la risposta di Stefano Pettini, responsabile del portale Eritrea
Eritrea, che svela altri interessanti aneddoti. Commenta la notizia nel Forum Torna alla Home page
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