L'Eritrea è accusata di ostacolare
rapporti con la stampa estera, vietando ai giornalisti di
svolgere il loro lavoro liberamente o rifiutandogli il visto
d'ingresso nel paese. Quale e' la posizione ufficiale del
governo?
L'accusa è infondata. In primo luogo, non abbiamo una
politica che vieta o rifiuta visti d'ingresso ai giornalisti
stranieri. C’è un certo numero di giornalisti stranieri che
sono accreditati e residenti nel paese sulla base di un
visto concesso per motivi di lavoro: Agence France Presse ha
un giornalista residente; la Reuters ha un ufficio; Al-Sharq
Al Awsat, il giornale per il Medio Oriente, ha un
corrispondente; cosi pure la Deustche Welle e altri. In
secondo luogo, le nostre Ambasciate concedono visti
regolarmente, quando ci sono richieste da parte di cittadini
stranieri che vogliono venire qui per viaggi brevi di
lavoro, per fare interviste e realizzare reportage eccetera.
Non ci sono limitazioni nel concedere i visti d'ingresso, né
per quanto si vuole vedere né per quello che si vuole fare
nel paese. Perciò l'accusa è in contrasto con la realtà.
Bisogna comunque ricordare che, nonostante l'ampia
collaborazione data dal governo alla stampa estera, nel
passato sono accaduti eventi deplorevoli dovuti a
comportamenti scorretti di alcuni giornalisti. Per esempio
quello del giornalista italiano Massimo Alberizzi, che
scrive sul Corriere della Sera e del quale mi è capitato
qualche volta di leggere gli articoli; mi è estremamente
difficile capire le motivazioni di tanto accanimento e delle
sue grossolane e palesi distorsioni dei fatti come, per
citare qualche esempio, nel caso della villa Melotti o della
messa in scena del suo rapimento a Mogadiscio dietro il
quale ci sarebbe stata la longa manus degli eritrei.
Era il periodo in cui gli Usa sostenevano, del tutto
falsamente (come si è visto in seguito) che in Somalia erano
presenti oltre duemila soldati eritrei. O quando, nel giugno
o luglio 2000 dopo il suo ritorno da un viaggio in Eritrea,
ebbe a dire in un dibattito pubblico a Roma, presente il
senatore Serri e altri funzionari del ministero degli Esteri
italiano: "Nei luoghi delle battaglie, che hanno avuto luogo
nel mese di maggio, gli eritrei ci hanno mostrato quelli che
sarebbero stati i cadaveri di numerosi soldati etiopici da
loro uccisi. Chi sa che, però, gli stessi eritrei non
abbiano messo divise etiopiche ai cadaveri dei loro stessi
soldati uccisi dagli etiopici".
Un paio di anni fa, quello stesso personaggio venne qui
come "funzionario dell'Onu", con tanto di tesserino esibito
al personale portuale di Massawa, per indagare su un
ipotetico flusso di armi dall'Eritrea alla Somalia. Spesso
mi chiedo se quel personaggio è un giornalista del Corriere
della Sera, un funzionario dell'Onu o qualcosa d'altro.
Comunque sia, ciò che è sconcertante e che i suoi articoli
trovino spazio su una prestigiosa testata quale è il
Corriere.
Secondo Reporters Sans Frontieres, l'Eritrea risulta
in fondo a una classifica per quanto riguarda la libertà di
stampa, che viene considera virtualmente assente nel paese.
Come lo spiega?
Mi lasci innanzi tutto sottolineare che questa agenzia
non è una organizzazione neutrale e credibile. Infatti è
sostanzialmente finanziata da sospette istituzioni Usa che
elargiscono denaro a determinate organizzazioni che
sostengono certi obbiettivi politici dell'Amministrazione
Usa. Non penso che noi abbiamo bisogno di un ‘certificato di
buona salute’ da organi di sospetta credibilità. La seconda
questione è la cosiddetta nostra classifica internazionale.
Bisogna essere realisti. Non credo che ci possa essere
libertà di stampa senza limitazioni in tempi di guerra e
conflitto dovunque esse si manifestino. Questo è vero negli
Usa e in Europa. Nella seconda guerra del Golfo contro
l'Iraq, per esempio, gli Americani hanno inventato il
termine ‘embedded journalism’. I giornalisti non seguivano
la guerra senza nessun condizionamento. Erano messi in mezzo
al convoglio militare per riferire quello che veniva loro
raccontato dai militari. In precedenza, nella prima guerra
del Golfo, gli Americani introdussero il ‘pool system’ per
censurare e regolamentare ciò che veniva riferito.
Guardi alla situazione in Somalia di questi giorni. C'è
l’oscuramento virtuale delle notizie. Perchè? I bombardieri
Americani hanno polverizzato villaggi in Somalia, però non
ci sono immagini sugli schermi televisivi. Ai giornalisti è
stato impedito di recarsi sul luogo. Accusare o isolare
l’Eritrea per aver preso misure legittime in situazioni di
conflitto, per me è soltanto ipocrisia e un modo di valutare
i fatti con pesi e misure differenti. Per quanto riguarda
l'assenza della stampa libera, abbiamo avuto esperienze
limitate nel passato. La Norma sulla stampa è stata
promulgata nel 1996. Il governo non ha intenzione di
ostacolare la crescita della stampa libera. Dopo tutto il
monopolio, sia in economia che in politica, ha risvolti
negativi. In questo senso la libera stampa è fondamentale
per una sana società. Pertanto in termini di principi
generali e teorie astratte non ci sono discordanze. Il
problema è: quali sono le regole del gioco? Come incidono
nella realtà? Quali sono le applicazioni delle norme in
tempi di guerra?
La Norma sulla stampa del 1996, ha avuto le sue lacune
che sono emerse nel 2000-2001, in concomitanza degli
sviluppi di sovversione interna. La Norma prevedeva
chiaramente che finanziamenti esterni non erano permessi.
Ciò nonostante, le disposizioni sulle responsabilità non
erano strettamente osservate e applicate. La stragrande
maggioranza dei giornali privati erano largamente finanziati
da Paesi occidentali per sostenere determinati obbiettivi in
violazione della Norma stessa. Inoltre la Norma non aveva
adeguate disposizioni riguardanti le petizioni contro la
diffamazione. Non c'erano regole per il riconoscimento o
codice etico professionale per garantire un minimo di
qualità di servizio standard. Come poi accade, la stampa
privata era facilmente manipolata, infiltrata e pagata dai
servizi stranieri per accomodare scopi secondari. E' in
queste circostanze che il caso venne discusso dalla
Assemblea Nazionale e la Norma venne sospesa per essere
totalmente rivista.
L'Eritrea, inoltre, è accusata di essere repressiva
nei confronti della libertà di culto ed è stata responsabile
di arresti di massa di fedeli che chiedono di pregare
liberamente. Quale è la risposta del governo?
Sono costernato quando parla di arresti di massa dei
credenti. Che cosa è un arresto di massa? Quale è la massa
di gente che di tanto in tanto si presume sia stata
detenuta? La realtà è che alla gente non è stato negato o
vietato il diritto di pregare liberamente, perchè la nostra
è una società molto devota e di antiche religioni. Abbiamo
fedi differenti in questo paese. Ci sono musulmani e
cristiani. Abbiamo perfino una sinagoga in questa città. Se
guarda al panorama di Asmara, ha la caratteristica di essere
punteggiato da moschee e chiese adiacenti tra di loro. Come
ho detto in precedenza, questa è una società devota di forti
tradizioni, fedi intrecciate e gente molto religiosa e sotto
l'aspetto costituzionale, lo Stato e' laico.
Perciò non ci sono problemi legali o pratiche a riguardo
della libertà di fede. Però abbiamo avuto problemi con un
manipolo di ‘nuove religioni’, una frangia di gruppi che
sono estranei alla società nel suo insieme. Dobbiamo essere
molto chiari in questa distinzione. I Testimoni di Jehovah,
per esempio, si rifiutarono di partecipare al referendum
nazionale, per decidere l'indipendenza dell'Eritrea. Il loro
ragionamento era: "Non riconosciamo lo Stato o governo
temporale". Mantennero una posizione dicendo "non
riconosciamo un governo sulla terra perchè siamo
responsabili soltanto davanti a Jehovah". Si opposero al
servizio militare quando venne proclamato nel 1994. La
reazione del governo è stata moderata e consisteva nel
rifiutare il rilascio oppure di rinnovo della licenza di
lavoro ai loro membri. Perchè non si possono avere ambedue
le cose: rifiutare di riconoscere il governo e nello stesso
tempo chiede un servizio legale dal governo stesso.
Negli ultimi sette-otto anni, inoltre, sono emersi
piccoli gruppi. La maggioranza di questi gruppi era
beneficiaria di fondi esteri segreti o non dichiarati. La
maggioranza di loro agì contro le strutture fondamentali
della nazione opponendosi al servizio nazionale o
infiltrandosi e seminando divisioni all'interno delle fedi
tradizionali. In seguito a questo il governo chiese la
registrazione ufficiale di tutte le religioni e la
dichiarazione fedele dell'origine dei loro finanziamenti.
Gli arresti episodici, che sono stati poi distorti ed
esagerati, avvennero quando i membri di queste frange si
riunirono illegalmente.
L'Etiopia è considerata il baluardo della cristianità
contro l'espansione dell'Islam e punto di riferimento nella
lotta contro il terrorismo nel Corno d'Africa. Quale è la
posizione del Governo Eritreo su queste due questioni?
In primo luogo, quando si fa il confronto tra l'Eritrea e
l'Etiopia in termini di diversità di religioni e la
dimensione delle differenti fedi, il quadro è più o meno lo
stesso. In Eritrea la popolazione di fede musulmana e
cristiana è più o meno equamente divisa. Anche in Etiopia la
percentuale è analoga. Anche in Sudan ci sono cristiani e
musulmani. Pertanto, dipingere l'Etiopia come baluardo di
cristianità o ‘isola di cristianità’ è praticamente
sbagliato e improprio. Tuttavia, le rispettive percentuali
sono sostanzialmente irrilevanti. Se lo Stato è laico, in
circostanze di diversità religiose, non ci sarà terreno per
scontro religioso. Coesistenza e armonia tra le differenti
fedi e religioni può essere coltivato e conservato. Nel caso
dell'Eritrea, cristiani e musulmani hanno convissuto in
armonia per ben 13 secoli. Nella nostra prolungata storia,
non abbiamo mai avuto un conflitto sociale motivato da
sentimenti religiosi. Abbiamo combattuto insieme contro
nemici comuni. La religione è stata e rimane un fatto
privato.
Poi il modo in cui la questione viene impostata non è
appropriato perchè le differenti religioni possono convivere
in una condizione ambientale laica. Per di più in termini
puramente statistici, l'Etiopia non è un'isola di
cristianità nel Corno d'Africa. Come ho descritto in
precedenza, la composizione delle due religioni è più o meno
la stessa sia in Eritrea che in Etiopia. Sulla questione del
terrorismo, disgraziatamente, c'è una errata o forviante
tendenza di confondere il terrorismo con l'Islam. Le
comunità islamiche non sono né intrinsecamente propense né
posseggono particolare attitudine per covare il terrorismo o
per compiere atti terroristici. In altre parole, il
terrorismo non può essere confuso con l'Islam.
Perchè è nato il terrorismo ? Come è nato? Quale fu il
ruolo di alcune potenze in particolari congiunture storiche?
Se sta facendo riferimento agli arabi afgani, è ben noto che
gli americani li appoggiarono fino a un certo punto nel
contesto della Guerra Fredda. Le ragioni storiche, sociali e
politiche che favorirono il terrorismo è un argomento
complesso. Non può essere ridotto a una automatica divisione
cristiani-musulmani. Allo stesso modo, la pura propaganda
che dipinge l'Etiopia come il baluardo della cristianità e
l'epicentro per la guerra contro il terrorismo è un mito
inventato dall'Etiopia o forse dagli Usa per assecondare
altri secondi fini.
Il governo eritreo è esplicitamente accusato di
sostenere l'Unione delle Corti Islamiche (Uic) della Somalia
in funzione anti-Etiopica, fornendo loro uomini e armi. Come
commenta questa affermazione?
La posizione dell'Eritrea è molto chiara. Lo abbiamo
dichiarato apertamente nelle varie sedi: nell'Igad, nella
Assemblea Generale dell'Onu nel settembre 2006 e in altre
sedi. Per noi il problema non è una questione di preferenza
tra l'Uic e il Governo federale di transizione (Tfg).
L'Eritrea ha legami storici che durano da oltre 50 anni.
Questi legami coinvolgono tutto l'arco politico del paese.
Tutti i somali sostenevano la lotta di liberazione Eritrea.
Questo è un aspetto. L'altro è che quando dopo il 1991 la
Somalia andava alla deriva, ingarbugliata in conflitto
interno, l'Eritrea era impegnata in varie iniziative per
aiutare a frenare la pericolosa evoluzione in atto. Nel
periodo tra il 1992 e il 1994, stavamo lavorando con
l'Etiopia. L'obiettivo primario era di promuovere la
riconciliazione politica all'interno della Somalia.
Ma l'Etiopia deviò verso la sua tradizionale politica di
divisione e di indebolimento della Somalia su basi etniche.
Questa divenne palese nella Conferenza di Sodorè svoltasi in
Etiopia nel 1997. Da allora la politica dell'Etiopia è stata
quella di dividere la Somalia in quattro-cinque mini Stati:
Somaliland, Punt Land, Benadir Land, ecc. Questa politica
scaturisce dalla percezione di rischio dell'Etiopia stessa.
Bisogna ricordare che la Somalia e l'Etiopia si sono
confrontati in guerra per due volte in questi ultimi 40 anni
(nel 1963 e nel 1977). L'Eritrea disapprova questa politica
dell'Etiopia, perchè crea una permanente instabilità
regionale. Se ci sono dispute territoriali (per esempio
Ogaden) le soluzioni devono avvenire sulla base della
inviolabilità dei confini coloniali.
L'Eritrea si è fortemente opposta alla recente invasione
della Somalia da parte dell'Etiopia. E' illegale sotto ogni
aspetto. Il primo ministro etiopico fece tre dichiarazioni
contraddittorie nello spazio di tre giorni quando lanciò
l'invasione. La prima dichiarazione era che l'Etiopia si
stava difendendo dal rischio derivante dall'Unione delle
corti islamiche (Uic). Però come lei ben saprà, la Carta
dell'Onu non permette una invasione preventiva. Poi, il
giorno dopo, forse resosi conto delle debolezze delle sue
argomentazioni, disse che stava spedendo le truppe su invito
del Tfg. Queste due dichiarazioni sono contraddittorie.
Il Tfg era originariamente nato per agire come
catalizzatore nel restaurare la riconciliazione nazionale.
Il Tfg può aver il potere legittimo per invitare potenze
straniere per schiacciare l'opposizione interna? La terza
dichiarazione che il premier etiopico diede quando le sue
truppe si avvicinavano Mogadiscio era che lo scopo
dell'invasione era "indebolire sufficientemente" l’Uic in
modo tale da costringerlo a sedersi al tavolo del negoziato.
Questa è una palese e illegittima interferenza in termini di
norme internazionali. L'invasione etiopica non può essere
giustificato da nessuno sforzo di immaginazione. Se il
Consiglio di Sicurezza non ha condannato l'Etiopia è
semplicemente perchè esiste la protezione degli Usa.
Le svariate accuse contro l’Eritrea derivano dal
desiderio di bilanciare l'invasione etiopica e di inventare
un pretesto plausibile. La ostinata propaganda da parte del
Dipartimento di Stato degli Usa ruota intorno alla
rappresentazione della situazione come guerra per procura
tra l'Eritrea e l'Etiopia. Prima dell'invasione, persistenti
affermazioni venivano dal Dipartimento di Stato che asseriva
che duemila soldati eritrei erano presenti in Somalia.
Queste affermazioni svanirono nel nulla dopo l'invasione,
perchè si accorsero che erano false fin dalla partenza.
L’Uic era demonizzato e descritto come il Taliban del Corno
d'Africa. Tutte queste affermazioni propagandistiche sono di
fatto false invenzioni appositamente create per giustificare
l'invasione della Somalia.
Come spiega il deterioramento delle relazioni
diplomatiche che pian piano ha portato a un atteggiamento di
chiusura e isolamento del Paese?
L'Eritrea non e' isolata, abbiamo relazioni diplomatiche
praticamente con tutti i paesi. Abbiamo più di venti
ambasciate straniere con residenza nel paese. Potremmo avere
problemi con alcuni paesi, ma è qualcosa che ha a che fare
con la loro linea politica. Ovviamente, se alcuni governi ci
chiedono compromessi sulla nostra sovranità e integrità
territoriale, questo non è il prezzo che dobbiamo pagare per
mantenere relazioni diplomatiche. Esiste una linea rossa che
non siamo disposti a oltrepassare. Per il resto, abbiamo
buoni rapporti con molti paesi europei, anche se abbiamo
avuto qualche problema con l'Italia per alcuni motivi.
Abbiamo buone relazioni con molti nostri vicini, altri paesi
africani, asiatici e paesi dell'America Latina. Pertanto, in
linea generale, le nostre relazioni diplomatiche godono di
buona salute.
Attualmente il nostro problema principale è con gli Stati
Uniti d'America. Questo è dovuto alla politica degli Usa che
in questa regione non è equilibrata. Gli Americani sono i
responsabili principali per il problema del confine con
l'Etiopia. Il verdetto della Commissione Confini sarebbe gia
attuato se non fosse stato ostacolato da Washington. Le
iniziative degli Inviati Speciali (Axworthy, Fulford ecc.)
sono invenzioni di Washington. Recentemente stavano parlando
di Gruppo di Contatto. La strategia è di creare
complicazioni e ostacolare la pace in questa regione. Questo
non può essere accettato.
Il presidente Isaias è stato accusato da alcuni
osservatori di aver imposto una svolta autoritaria a
cominciare dall'arresto di ufficiali di rango, membri del
governo che tuttora sono in detenzione senza specifiche
accuse. Quali sono le motivazioni che stanno dietro questo
atteggiamento? Questa è una sporca campagna propagata da
alcune forze che non hanno a cuore il benessere
dell'Eritrea. L'arresto di queste personalità è
indiscutibile. A prescindere dalla posizione nel governo, se
una persona commette un reato contro la sicurezza nazionale,
non può essere immune dalla detenzione. E in questo caso, le
detenzioni hanno una storia a parte. Le persone in questione
hanno commesso un atto di tradimento. Il collegamento che
hanno tentato di creare con l’Etiopia nel momento culminante
dell'invasione e' noto perfino ai mediatori. Questi sono
fatti noti anche alla gente comune. Qualsiasi governo che si
fosse trovato in situazioni simili non avrebbe reagito
altrimenti. La sostanza del loro crimine è indiscutibile.
Non può essere camuffata da modalità procedurali.
Perchè il governo eritreo sta mostrando una crescente
ostilità verso l'Italia? Prima è stato espulso
l'ambasciatore Antonio Bandini. Alcuni anni dopo sono stati
espulsi i carabinieri. Il primo segretario dell'ambasciata,
Ludovico Serra, è stato inoltre espulso lo scorso anno a
seguito dell'episodio della demolizione della villa Melotti
a Massawa. Come spiega la sequenza di questi fatti?
Il governo dell'Eritrea non nutre affatto ostilità verso
l'Italia. Le relazioni tra i due paesi risalgono nel tempo a
oltre cento anni fa. Abbiamo profonde affinità culturali,
interessi economici e flusso umano fin dal periodo
coloniale. E' interesse dell'Eritrea stimolare e consolidare
il legame storico. Pertanto, il termine "crescente ostilità
verso Italia" non è corretto. Ma questo non significa che,
qualche volta, non abbiamo avuto problemi. Questi potrebbero
non essere perfino problemi tra i due paesi o due governi.
Potrebbero essere dovuti a comportamenti individuali di
alcune persone.
Mi ha chiesto dell'ambasciatore Bandini. E' un caso
vecchio. L'ambasciatore interferì più volte negli affari
interni di sicurezza nazionale. Gli è stato chiesto di
lasciare il paese. Questo è normale ed è previsto
dall'articolo 9 della Convezione di Vienna sulle relazioni
diplomatiche. Il caso dei carabinieri è un caso a parte.
Intanto il governo non ha mai chiesto l’espulsione, ma
soltanto la interruzione della attività di polizia nella
capitale che non era di loro competenza. I Carabinieri non
erano qui come contingente italiano sulla base di accordi
bilaterali con l'Eritrea. Erano qui come parte della United
Nations Mission Etiopia Eritrea (Unmee), potevano essere
indiani, cinesi, tedeschi o di altri paesi. La loro
nazionalità non ha a che vedere con il provvedimento.
Il problema semmai era la natura del loro lavoro come
polizia militare della Unmee. Quando ci fu il dispiegamento
della Unmee firmammo un Protocollo di regole d'ingaggio
(Protocol of Rules of Engagement). In quel Protocollo non
era prevista attività di polizia nella capitale. L’attività
di polizia nel paese non poteva essere delegata alla Unmee.
Questa è competenza del governo. Se alcuni ufficiali
militari della Unmee potevano risultare assenti dalle loro
postazioni della Zona di sicurezza provvisoria (Tsz), si
sarebbe dovuto trovare un'altro meccanismo per controllarli.
Altrimenti, non si poteva avere una polizia del contingente
in Asmara con un compito indefinito. Questo era al di fuori
dell'accordo e questo è stato spiegato allora alla Unmee.
Nulla a che fare con l'Italia, in altre parole la decisione
di rientrare è stata dei carabinieri e solo loro, e al
momento della loro partenza il governo non ha avuto
esitazioni a collaborare su richiesta della ambasciata
Italiana per trovare una soluzione a imbarazzanti errori
logistici creati dai carabinieri stessi.
Nel caso del primo segretario Ludovico Serra, mi permetta
di ribadire un concetto fondamentale. La legge prevede
l'esproprio o la demolizione (secondo il caso) per scopi di
sviluppo, di una casa di proprietà sia di un cittadino
eritreo che di un cittadino straniero, con procedure
appropriate e garanzie compensazione. La villa Melotti non
può essere trattata eccezionalmente al di fuori delle
previsioni di legge. Disgraziatamente, il primo segretario
andò al di fuori delle sue funzioni per bloccare
personalmente il provvedimento municipale di demolizione.
Questo è un insulto e costituisce disprezzo delle leggi del
paese. Da un ufficiale di rango assegnato alla ambasciata
italiana ci attendiamo la cura delle relazioni tra i due
paesi, non un aggravamento di queste senza ragioni. Che cosa
Le rivela il suo atteggiamento?
Il fenomeno dell'immigrazione clandestine dei
cittadini eritrei in Italia sta crescendo. Come vede il
Governo Eritreo questa nuova tendenza?
Il problema è un po' montato. Ma anche se fosse vero
credo che il fenomeno sia strettamente transitorio e indotto
dalla situazione di ‘né guerra né pace’ in cui versa il
paese. E' ovvio, non tutti sopportano la pressione e la
tensione di una guerra incombente. Non è la prima volta che
accade nella nostra storia. Durante gli anni della lotta di
liberazione migliaia di giovani si unirono alla lotta e un
numero esiguo seguì la via dell'esilio. Il fenomeno attuale
è clandestino, perchè vige l'obbligo di servizio nazionale e
quelli che sono idonei e disertano sono punibili per legge.
Però questi sono problemi transitori. Quando avremo la pace,
mi aspetto una inversione di tendenza della situazione, come
accadde nel 1991 dopo la liberazione. Infatti, negli anni
immediatamente successive alla liberazione, più di centomila
rifugiati ritornarono dal Sudan spontaneamente e attraverso
rimpatrio organizzato. Migliaia di nostri cittadini
ritornarono da tutto il mondo e investirono nel loro paese.
Perfino in questi difficili momenti la tendenza nel suo
insieme non è caratterizzata dal flusso verso l'unica
direzione della emigrazione. Se vede dai dati statistici
locali, circa 70-80mila eritrei sono tornati nel loro paese
per brevi soggiorni. Per la verità la crescente migrazione
che Lei ha citato, non è superiore a poche centinaia in un
anno e non è paragonabile al flusso annuale inverso
(rimpatrio transitorio o definitivo) dei nostri cittadini
dalla diaspora.
Recentemente è tornato alla attenzione pubblica il
problema di alcuni cittadini eritrei in detenzione in Libia
e Malta che rischiano di essere rimpatriati nel loro paese
di origine con la conseguente e possibile ritorsione da
parte del governo. Quale e' la posizione del Governo su
questo problema?
Voglio ribadire ancora una volta che non dobbiamo
esasperare il problema al di fuori delle sue proporzioni.
Probabilmente stiamo parlando di pochi individui. Lasciando
da parte i numeri, il problema è essenzialmente un caso
legale. Se una persona sfugge all'obbligo del servizio
nazionale e lascia il paese illegalmente, risponderà per il
reato che ha commesso: evasione del servizio nazionale e
emigrazione illegale. Ci sono norme e regole che in caso di
violazione il governo è chiamato a far rispettare. Questo è
normale e non ci sono discussioni. Le distorsioni emergono
quando i cosiddetti gruppi difensori, come Amnesty
International, vogliono forzare la mano al governo e imporre
condizioni al di fuori delle norme in vigore, per quelli che
loro chiamano "refouled asylum seekers". In primo luogo
questi individui non sono asilo richiedenti in buona fede.
Non hanno nessun motivo credibile di persecuzione. Non
possono essere trattati in maniera diversa e beneficiare
della esenzione dall'obbligo del servizio nazionale. Questa
sarebbe una discriminazione contraria al principio di equità
ed eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.
L’Eritrea è anche considerata uno dei paesi più poveri
del mondo e varie Ong lamentano di affrontare difficoltà
crescenti per lavorare nel paese e accusano il governo di
aver espulso alcune di esse, perchè sono viste come
testimoni scomode. Come vede il governo eritreo la
cooperazione umanitaria e internazionale?
In primo luogo, l'etichetta "uno dei paesi più poveri "
richiede una precisazione adeguata. L'Eritrea è una nazione
giovane che è venuta fuori da 30 anni di guerra di
liberazione nazionale. Dopo sette anni di sollievo il paese
è stato di nuovo obbligato ad affrontare un attacco
dell'Etiopia. Pertanto, se il Pil e altri indicatori
economici sono bassi, non c'è di che meravigliarsi. Vorrei
piuttosto focalizzare l’attenzione sulla laboriosità del
popolo eritreo, sulla politica economica prudente del
governo e sulle enormi risorse del paese per valutare le
reali potenzialità in un ambiente favorevole di pace. Ci
sono vari settori, compresi il turismo, l'agricoltura,
quello minerario e quello della pesca che hanno grandi
potenzialità. Prima dell'invasione etiopica del 1998, il
paese cresceva a un tasso di 7-9% annuo. Quando la pace
permanente sarà garantita, il paese crescerà con un ritmo
rapido per assicurare costantemente un buon tenore di vita
ai propri cittadini. Perciò, non condivido questa
descrizione cupa dell'Eritrea sia in termini delle sue
potenzialità che del suo futuro. L'Eritrea non è davvero una
nazione intrinsecamente o strutturalmente povera destinata a
vivere elemosinando da Ong o da organizzazioni di
beneficenza per un periodo indefinito.
In secondo luogo, sulla questione delle Ong ci sono
alcune distorsioni. Il governo ha gia chiarito più di una
volta la sua posizione in maniera esauriente. Le Ong hanno
sostenuto energicamente la lotta di liberazione e hanno
avuto una funzione utile nei momenti critici. In questo
momento, circa dodici Ong stanno lavorando. Per quanto
riguarda l'assistenza umanitaria e la cooperazione allo
sviluppo, noi riconosciamo l’anormalità della nostra
situazione e non abbiamo inibizioni nel chiedere assistenza.
Allo stesso tempo però non vogliamo che l'assistenza crei
situazioni di dipendenza cronica. Riguardo alle Ong ci sono
regole chiare relative ai costi d'amministrazione, modalità
di attuazione e priorità di programmi. Non vogliamo vedere
il proliferare di Ong impegnate in programmi piccoli,
disconnessi e non sostenibili che creano dispersione di
risorse. Ci sono regole aggiuntive relative al lavoro di
consulenza e allo sviluppo delle capacità locali; nel senso
che la priorità è sempre data allo sviluppo delle capacità
locali. Le divergenze nell'affrontare tutte queste
questioni, sono le ragioni per le quali la cooperazione allo
sviluppo ha incontrato problemi e perché alcune Ong non sono
riuscite a qualificarsi per la registrazione. Nel caso delle
Ong in particolare ci sono livelli minimi di budget annuale
(due milioni di dollari americani) che devono essere in
grado di procurarsi per essere operative. La logica è che è
alla base del livello minimo di budget è quella di
assicurare l'attuazione di programmi significativi ed
evitare progetti piccoli e non regolari che non hanno
sostenibilità e che potrebbero creare dipendenze.
Quale è l'atteggiamento del governo verso le Ong
italiane in particolare?
Alcune sono operative. Altre che non avevano i requisiti
richiesti non hanno potuto registrarsi. In ogni modo, le Ong
italiane non sono viste con occhio discriminatorio rispetto
alle altre Ong. Al contrario il desiderio è quello di
permettere loro di operare se e quando vicine alla soglia
del budget annuale.
In molte occasioni il Governo Eritreo ha dichiarato
che la povertà in Eritrea deriva da responsabilità politiche
esterne. Su quali fatti fondamentali si basa di questa
affermazione?
Senza la dichiarazione di guerra da parte dell'Etiopia
nel 1998 e quello che è successo dopo, la crescita economica
oggi sarebbe del tutto differente dalla situazione attuale.
I motivi per i quali l'Etiopia è stata incoraggiata e
lasciata libera di rifiutare il verdetto dell’Arbitrato e
mantenere una situazione di tensione, si trovano negli
interessi e considerazioni esterne e geopolitiche. I fattori
negativi che stanno frenando o ostacolando il rapido
sviluppo e la crescita economica, dipendono dalla ostilità
degli attori regionali e internazionali. Sono questi i
problemi principali. Altrimenti, in un contesto regionale
pacifico e stabile, le potenzialità dell'Eritrea sarebbero
veramente enormi. Abbiamo settori che presentano vantaggi
comparati che possono essere sfruttati e che possono dare un
contributo per una economia dinamica e vibrante.
Come pensa il governo di raggiungere l'obiettivo della
sicurezza alimentare, nonostante le carenze economiche e di
manodopera nel paese?
Non sono d'accordo con le sue affermazioni. Se per
carenza di manodopera sta alludendo al servizio militare
nazionale, questo non è vero. La verità è che molti di loro
sono impegnati in attività economiche produttive durante il
periodo di relativa pace. Perciò la manodopera non è un
ostacolo. In termini di produzione per la sicurezza
alimentare, l'investimento richiesto per un periodo di tre
anni non e' grande. Si tratta di gestione idrica, canali di
contenimento, costruzione di piccole dighe e raccolta delle
coltivazioni. Non stiamo parlando di investimenti di
miliardi di dollari. Perciò è fattibile. Non si tratta di
teorie astratte o di programmi ambiziosi e vaghi. Forse
l'anno passato le piogge erano eccezionalmente buone,
comunque la combinazione delle buone piogge e gli intensi
programmi per la sicurezza alimentare hanno veramente
assicurato un buon raccolto.