|
|
Esperienze in prima
linea
-
Primo
capitolo
-
Secondo capitolo
-
Terzo
capitolo
-
Quarto
capitolo
-
Quinto
capitolo
-
Sesto
capitolo
-
Settimo capitolo
-
Ottavo
capitolo
-
Nono capitolo
Primo capitolo
30 Luglio
1985
Era stata una serata di divertimento ad Arag; Suwa forte, bella
atmosfera, canti, risate e molta danza.
Alle 2:00 del mattino, ne avevo avuto abbastanza e, come sempre in tali
occasioni, ho faticato per trovare una stanza nel buio nero come la
pece. E’ possibile che abbia inciampato un paio di volte. Non mi
ricordo, ma il bozzo sul mio ginocchio sinistro non ha altra
spiegazione. Comunque ho trovato la mia stanza, in realtà il mio rifugio
sotterraneo, e sono presto piombato in sonno da ubriaco.
Non avevo dormito più di un'ora, quando un suono di dita schioccanti
vicino all'orecchio mi risvegliò dal torpore. Lo schioccare delle
dita è un segnale militare per chi dorme che indica pericolo imminente o
una chiamata per la guardia.
"Cosa?", ho gridato e per il momento non avevo idea di dove mi trovassi.
"Avviati alla mensa. Non dimenticare la tua pistola", è stata la
risposta. Chiunque fosse se ne era andato prima che mi fossi
completamente risvegliato.
Cercai a tastoni nel buio la mia borraccia, mi lavai con i vestiti
indosso, trovai la pistola e andai alla mensa. Molti erano già in fila
sotto il grande albero che abbiamo chiamato "la mensa". Alcuni bevitori
incalliti erano ancora intenti a bere le ultime gocce dalle lattine ....
Haile Menkerios stava dicendo a tutti noi radunati che dovevamo andare a
piedi ad Amberbeb. Una volta lì ci avrebbero comunicato dove eravamo
destinati. Amberbeb si trova a buone quattro ore a piedi da Arag.
Lo spirito dei tegadelti, soprattutto di fronte a una sfida, è difficile
da descrivere e molto di più da spiegare. La morte e le avversità sono
attese e accettate come normali eventi nel corso normale della vita.
Così ogni chiamata al servizio attivo, indipendentemente dalla sua
natura, crea sempre un entusiasmo tale che la riluttanza è merce molto
rara. I malati cercano di nascondere la loro malattia e i pigri sono
improvvisamente motivati. Questa è la norma.
Quando ci siamo allineati alla mensa, è stato detto a Beshir di rimanere
indietro. Lui non sarebbe andato. Era stato ferito a una gamba in una
precedente battaglia ed era gravemente handicappato. Un uomo dalle
molteplici capacità, sarebbe stato utile nelle faccende quotidiane del
Dipartimento. Doveva rimanere a prendersi cura degli altri disabili,
delle madri e dei loro figli.
Sollevò un putiferio, si rifiutò
di allontanarsi dal gruppo e fu necessario consegnarlo al comando
militare per farlo sottomettere all'autorità. Zekarias è il più anziano
del nostro gruppo. E’ anche costantemente infastidito da alcune malattie
croniche. Egli pregò per marciare con il resto di noi, ma fu fatto
rimanere indietro. Appena iniziata la nostra marcia cadde su un fianco,
triste e depresso, chiamandoci alla vittoria.
L'emozione di questa marcia inaspettata per una destinazione ancora
sconosciuta aveva apparentemente relegato il potere della Siwa ad alcuni
livelli più bassi. Quindi la prima ora della nostra camminata passò
senza incidenti di rilievo. Fortunatamente per noi il sole era
completamente nascosto da un velo di nubi e una leggera brezza
conservava tutti noi quasi al fresco. Ma appena abbiamo affrontato
Halibet, che a sua volta si trova a metà strada per Amberbeb, la Suwa
dentro la maggior parte di noi ha iniziato a bollire.
Halibet si trova ai piedi di una ripida montagna che noi chiamiamo Bidho,
che significa letteralmente, sfida. Essa deve il suo nome alle strade
scavate nelle sue scarpate e attraverso i dirupi grazie alla
progettazione e alla manualità dei tegadelti. Con i suoi trentasei
tornanti è servita all’EPLF come unica linea di sopravvivenza per molti
anni dopo che l'esercito etiopico aveva circondato le sue forze sulle
montagne del Sahel. Per noi Bidho è stato più un assassino, mercoledì
scorso, che una linea di sopravvivenza.
Guardandolo dalla planarità di Halibet, l'artista Michael Adonai si
arrese e si accasciò sotto un cespuglio rifiutandosi di andare avanti.
Appena abbiamo iniziato a scalare Bidho la nostra fila pulita e ordinata
ha iniziato a disintegrarsi. Sembra così divertente ora che è passato.
Tre giorni fa ognuno di noi aveva completamente dimenticato tutto il
divertimento e il piacere che ci aveva dato la Suwa la notte precedente,
e la maledivano con tutto il cuore.
L'alcol è spregevole quando fa male. Avanzavo verso l’alto trascinando i
piedi uno dopo l'altro a velocità di lumaca cercando di ignorare il
suono e l'odore del vomito di fronte a me. Questo è un test che i miei
compagni, e io soprattutto, non potevamo permetterci di fallire. Ho
invidiato i più giovani, "i figli della rivoluzione", come li
chiamavano. Molti dei nostri problemi interni non sembrano preoccuparli.
Hakli, amico di Michael Adonai e suo concorrente nell’arte, si sedette
su una roccia e disse: "Andate via, vi raggiungerò”. Qualcuno ha cercato
di aiutarlo, ma si è rifiutato. "Andate, adesso non siamo sotto
attacco....". E rimase indietro.
Si imparano un bel po’ di cose in una rivoluzione. Soccombere alla
fatica, per esempio, sempre si rivela essere qualcosa di cui
rammaricarsi. Per pochi secondi di perseveranza, molti sono caduti a
pochi metri da un pozzo d'acqua o da una destinazione finale. Quanto
amano i compagni queste situazioni che sono terreno fertile per
nomignoli e scherzi incessanti!
Quindi, anche se del tutto esaurito e con la testa che mi batteva a ogni
passo, ho continuato con questi terribili e sempre più lunghi pochi
secondi ancora. Almaz e Oromo sono stati i primi a scalare Bidho. Tesfai
Berhe e Ukbai mi hanno stupito. Avevano scelto volontariamente di
soddisfare le nostre esigenze sulla via di Amberbeb. Quindi li ho visti
salire su e giù, e di nuovo e di nuovo ancora, per quel precipizio. Come
tutti noi avevano avuto il loro pieno di Suwa e avevano ballato tutta la
notte. Tuttavia loro non inciampavano ne sudavano. Li ho invidiati e,
francamente, ho risentito anche della loro energia. Come risultato ero
stanco e malconcio.
Ci sono volute circa cinque ore per arrivare a Amberbeb, allora quartier
generale dell’EPLF. Una brezza fresca nella parte superiore ha ridato un
po’ di vita ad alcuni di noi. Abbiamo trovato l'acqua in una delle gole
di Amberbeb e, come i bambini piccoli, abbiamo cominciato a schizzarci
con gioia incontrollata. Tutta la fatica era scomparsa. Mi sentivo
rinascere, non ci potevo credere. Hakli e Michael sono diventati lo
zimbello di tutti, quando una macchina è stata inviata da Amberbeb per
portarli fino a Bidho. La loro giovanile arrendevolezza aveva prevalso
sulla nostra sensibilità di più anziani; si misero a ridere di noi!
Non siamo rimasti a lungo a Amberbeb. Tutti noi cinquanta più alcuni
altri provenienti dalla base siamo stati stipati su un camion italiano
N3 e ben presto avviati sobbalzando verso Nakfa. Nulla di nuovo è
accaduto sulla strada; solo i soliti spintoni per lo spazio in cui
spostarci o stiracchiarci, una maledizione qua, una discussione sul
piede di qualcun altro là... una delle rare occasioni nella nostra
rivoluzione in cui Dio è ricordato e invitato per intervenire e rendere
Nakfa più vicina.
Nakfa è arida, senza pioggia e senza acqua. Tutti erano stati trasferiti
da Arag a Embalko l’altro ieri. Questo è il luogo dove le coppie appena
sposate si godono la loro luna di miele. Ricoveri appena sufficienti per
dormire in due, sono scavate sottoterra o intagliati sui fianchi della
collina. Qui si svolgono matrimoni e viaggi di nozze di massa ogni volta
che al fronte le armi tacciono.
Embalko era abbastanza divertente. Eravamo tutti dello stesso
dipartimento, per questo non vi è stato alcun problema di comunicazione.
Mi sentivo come ad Arag; raccolta di legna da ardere, la preparazione di
prodotti alimentari e, più tardi la sera, il canto e la coniatura di
proverbi.
Kirbit era l’animatore del gruppo. Sosteneva che l'ELF lo aveva rapito
dalla sua famiglia e lo aveva isolato. Diceva anche di aver visto alcune
cose terribili nella loro prigione. Sembra di appena 16 o 17 anni, anche
se lui sostiene di essere più vecchio. Alcune delle storie che racconta
sono difficili da credere. Tuttavia è forte e gli piace giocare e
stuzzicare chiunque intorno a lui. Dipinge, suona, e scrive poesie. I
suoi lazzi e scherzi continui ci divertirono per due giorni. Dondolava
ratti morti per la coda e inseguiva le ragazze...
Trovarsi non solo con Kirbit, ma anche con molti altri ragazzi della sua
età è stato un piacere. Lo spirito della gioventù è semplicemente
incredibile. Spesso mi chiedo se io sia mai stato come loro nella mia
gioventù. Forse perché non vi era stata alcuna rivoluzione quando avevo
la loro età?
Forse perché non era stata
influenzata da ciò che accade ora? Non lo so, io cerco di
razionalizzare. In ogni caso, questi sono di una razza diversa. Quasi
ogni tegadalai accetta il martirio come inevitabile risultato del suo
amore e della sua fedeltà al Paese e alla causa. Ma i nostri giovani
vanno ben oltre. Alcuni dei ragazzi di Arag erano effettivamente
cresciuti in Sudan come ragazzi di strada.
L'anno scorso di questi tempi,
noi tutti ci lamentavamo e disperavamo per il loro totale disprezzo per
la disciplina e la loro avversione verso ogni tipo di lavoro. Oggi, sono
cambiati. Soprattutto ora che stanno per andare verso il luogo dei loro
sogni, in prima linea, non guardano neppure indietro. I ragazzi e le
ragazze, sono tutti uguali.
Ieri ci è stato detto di riunirci all’ombra, appena fuori Nakfa. Un
comandante di brigata, Fitsum Wedi Memhir, si è rivolto a noi. Ho preso
alcuni appunti.
"La nostra situazione militare sta condizionando anche la nostra
attività politica", ha detto. "Così siamo costretti a chiamare in prima
linea, anche quelli di voi che sono stati impiegati in altri importanti
compiti organizzativi. Il nemico insiste sul fatto che a Barentu
combatterà fino all'ultima goccia di sangue. Ha quindi riunito le forze
e sta facendo continui tentativi per catturare quella città.
Noi da parte nostra facciamo
tutti i preparativi necessari al fine di gettare quelle ultime gocce di
sangue. Siete venuti qui come rinforzo ai compagni che stanno tenendo
Barentu. Quando questa operazione si sarà conclusa e tutti noi torneremo
ai nostri rispettivi luoghi di provenienza, ognuno di noi deve fare in
modo che abbia fatto un pezzo della storia.
Non dobbiamo tornare indietro
con vergogna o con la testa piegata verso il basso. Dobbiamo resistere
per questo breve, ma amaro periodo di tempo... solo pochi giorni. C'è
qualcuno che non è pronto?".Come risposta ci sono state risate e
battimani .
Non c'è fine alle montagne e
alle gole, alle salite e alle discese del territorio di Nakfa. Abbiamo
lasciato Nakfa dietro di noi, a sud-ovest, e ci siamo diretti verso
Sulfur. Sulfur è una montagna i cui alberi e le rocce sono stati
letteralmente inceneriti dai persistenti bombardamenti da parte del
nemico; quindi "solforoso", che ricorda la roccia sbriciolata e la
cenere.
Ieri ho trascorso la notte con il comandante del battaglione al quale
sono stato assegnato, Haileab Manjus; Che significava piccolo Haileab.
E’ una persona che conosco fin dal 1974. L'ho visto in un luogo chiamato
Sebirseghi, prima di essere arruolato. E’ stato uno dei più giovani
aiutanti di Issayas Afewerki. Doveva avere 15 o 16 anni allora. Abbiamo
parlato per un po’ di tempo, soprattutto in merito alla situazione
militare. Sono rimasto impressionato della sua perspicacia e della sua
maturità.
Questa mattina Haileab mi assegnato a una delle compagnie di Sulfur. Ho
scritto e gironzolato la maggior parte del tempo. Nulla di particolare
da dire a proposito di oggi. Mi trovo presso l'ufficio del comandante di
compagnia.
4 agosto 1985
Sono ancora presso l'ufficio del comandante di compagnia. Tutti i miei
amici sono andati ad Arag. Sono qui da solo. Ieri ho accompagnato Bahre
Debas, il comandante di compagnia, a vedere le trincee. Non vi è alcun
nemico dall'altro lato.
Sembra che abbia abbandonato la
sinistra del Fronte Nakfa. I membri del plotone, con i quali ho passato
la giornata, hanno lanciato pietre in basso verso il nemico per
verificare che avesse veramente evacuato le trincee. Non c'è stata
risposta. Sono stati anche effettuati alcuni tiri verso note posizioni
nemiche per provocare qualche reazione. Tuttavia, nessuna risposta.
Nel pomeriggio una parte della compagnia è scesa verso le opposte
trincee per una ricerca più approfondita. Nessun nemico. Ovviamente la
sua intenzione è quella alleggerire questo fronte il più possibile e
concentrare più truppe a Barentu.
E’ sorprendente come le opposte trincee fossero vicine le une alle altre
a Sulfur. In alcuni punti, la distanza poteva essere di soli venti
metri. In ogni caso nessun nemico su questo lato del Fronte Nakfa.
5 agosto 1985
Siamo partiti in ritardo da Sulfur ieri sera. Siamo arrivati a Kertzet
circa alle 2:00 del mattino.
E’ stato un viaggio rude e accidentato; piuttosto estenuante, per quanto
mi riguarda. La nostra compagnia è stata la prima a raggiungere Kertzet,
le altre due compagnie del battaglione stavano arrivando un plotone dopo
l'altro. Io ero ancora alla ricerca di un posto dove riposare, quando ho
sentito qualcuno suonare il Krar. In un attimo è arrivata legna da
ardere da tutti gli angoli e si è acceso un fuoco vicino al suonatore .
Una voce femminile riempito le
tenebre di Kertzet e il krar ha ben presto accompagnato il ritmo della
danza e del battimani di alcuni uomini e donne della nostra compagnia.
E’ stato un Tigrigna guaila al quale si associavano i componenti delle
altre compagnie mano a mano che arrivavano, in modo tale che la piccola
raccolta è cresciuta rapidamente in un grande cerchio intorno alla luce
tremolante del falò.
Con il sudore dal viaggio ancora gocciolante sulle loro fronti, i loro
volti si illuminavano e si spegnevano a ogni sussulto delle fiamme. Con
una vecchia tanica come tamburo, tutti battevano le mani e cantavano,
mentre si disponevano in venti o trenta cerchi intorno al fuoco in una
delle più spettacolari danze Tigrigna che io abbia mai visto. Appena il
tamburo a iniziato a ritmare dum-dum-du ... dum-dum-du ... i ballerini
si son agitati, trasformati, curvati e raddrizzati, ciascuno dando il
suo proprio significato a ogni battito, ritmo e movimento.
La danza dei tegadalai non è solo un semplice ballo. Si tratta di una
espressione di qualcosa di profondo; irrealizzati desideri giovanili,
gioie e dolori repressi, lamenti per la morte dei compagni e amori non
consumati. È una danza di giovani uomini e donne con un ardente amore
per il paese e per la gente, prossimi a pagare per quell'amore ponendosi
sull'altare del sacrificio.
Ogni viaggio potrebbe essere un
viaggio verso una battaglia e ogni battaglia potrebbe essere l'ultima,
come, infatti, ogni danza. Eppure, paradossalmente, ogni viaggio, ogni
battaglia e ogni danza è anche un passo in avanti verso l'obiettivo
finale di libertà e, quindi, uno di speranza, anche se non si arriva a
vivere per vederla. Così la notte scorsa ho visto i loro salti,
torsioni, urla e grida come alcune delle più profonde espressioni di
sentimenti contrastanti che nessuno possa mai incontrare.
In ginocchio per rimuovere le pietre da sotto il telo che doveva essere
il mio letto per la notte, ho scosso la testa in segno di tranquillo
stupore. "Che tipo di persone sono queste?" Ho detto a voce alta,
soprattutto a me stesso.
Il Commissario politico della compagnia, Wedi Ghile, stava anche lui
togliendo delle pietre nelle vicinanze. Deve avermi sentito. "Questa è
una guaila di pace relativa", mi ha detto alzando la voce così che
potessi sentirlo oltre il tambureggiare e le grida ad alcuni metri di
distanza. "Dovresti vedere la loro danza dopo una battaglia.
Seppelliscano i loro morti, attendono ai feriti e alla prima occasione
di riposo, è guaila. Cancellano il loro dolore attraverso la danza. Il
martirio è diventata una cultura".
Vorrei tanto spiegare questo fenomeno, ma lo devo capire pienamente.
Dubito che questo avverrà mai . Non è sufficiente dire, "fanno quello
che fanno perché sono loro che lottano per la libertà". Bisogna scavare
nel profondo delle radici, all'origine. Abbiamo bisogno di studiare la
vita e le gesta degli eroi del passato.
Come si eredita l’eroismo? Deve esserci un proprio modo, un suo proprio
processo. Una rete invisibile di vene e fili deve essere di pompaggio e
di collegamento da una generazione all'altra. Vero che l’EPLF ha un
programma di formazione politica funzionale e regolamentato che prepara
i suoi membri verso ampie prospettive .
Ci sono anche regolari sessioni
di critica e di auto-critica che rimettono in riga i trasgressori.
Questo può servire come base, ma non credo che da solo può andare al
campo di battaglia e creare eroi da comuni mortali. No, ci deve essere
qualcosa di più sottile, qualcosa di meno politico e più umano in tutto
il fenomeno.
Qualunque cosa sia i bambini nella loro tarda adolescenza e prima
maturità hanno trasformato il coraggio in una norma. La morte viene
sfidata come se si trattasse solo di un ostacolo per passare oltre, come
se non fosse la fine del viaggio di una persona. Questi ragazzi non
credono nella reincarnazione, e ancora hanno inculcata questa
convinzione che essi vivono nei loro compagni superstiti, nella
realizzazione del sogno per il quale stanno morendo. Suona retorico
anche a me, quanto lo scrivo. Ma è vero. Vi è un elemento che deve
essere scoperto, spiegato e trasmesso alle generazioni future.
La scoperta di questo elemento è destinata ad essere un compito
difficile. Sono questioni nascoste. Nessuno vuole parlare di se stesso.
Ho sollevato questo punto con Wedi Ghile, mentre eravamo sdraiati fianco
a fianco sul campo, incantati dalle stelle e cercando di proteggere le
nostre narici e gli occhi dalla polvere sollevata nelle vicinanze.
"Come può un tegadalai parlare di se stesso?", ha risposto, i suoi
enormi occhi riflettono lo sfarfallio dal falò. "Sarebbe allontanato
immediatamente. Nulla è più disprezzato e condannato
dell’autoincensamento e del vanto. Ma hai ragione. Tanto eroismo, tanti
atti di sacrificio supremo e cavalleria, passano senza essere
registrati. E’ molto triste. Dovrebbe essere scritto". Se staremo
insieme abbastanza a lungo, lo inviterò a raccontarmi la sua esperienza.
Dubito che lo farà.
Questa lotta è troppo dura. Non solo è troppo lunga, è anche troppo
difficile e dura. Le trincee che ho visitato negli ultimi due giorni
sono una testimonianza di questa durezza e asprezza. Da dove sono stato
ieri, ho potuto vedere la Pallavolo alla mia sinistra. Per anni su quel
colle i tegadelti hanno avuto le trincee del nemico solo a pochi metri
di distanza.
Una volta ogni tanto qualche
anima coraggiosa percorreva la distanza che lo separava dalle trincee
nemiche, lanciava alcune bombe a mano e correva indietro al proprio
rifugio. Una volta ogni tanto il nemico ricambiava la visita. E così è
diventato famoso per questa gara emozionante e pericolosa del lancio di
bombe. Quindi è stato soprannominato Pallavolo.
Vi è un'altra linea di trincee chiamata Spartacus. La maggior parte dei
suoi lati, compreso quello verso il nemico, si affacciano su un abisso,
un precipizio che è impossibile salire o scendere. Si dice che se fai
tanto di perdere un passo o se un colpo di vento ti coglie di sorpresa,
fai un salto fino ai piedi della montagna. Il soprannome è destinato a
indicare che, così come Spartacus, anche il tegadalai ha la capacità, in
caso di necessità, di scendere lungo il precipizio al di là delle
posizioni del nemico.
I plotoni sono noti per il trasporto di tronchi di grandi alberi fino
sulle alture di Spartacus per la costruzione di trincee. A volte, quando
lo sforzo si rivela impossibile, bastava semplicemente buttare il tronco
verso il basso e, qualunque altezza si era raggiunta, si tornava
indietro a recuperarlo.
Se il martirio è diventato una tradizione, allora il duro lavoro è solo
vita. Io sono con giovani uomini e donne che fanno escursioni
giornaliere verso il basso su tutti i tipi di montagne e camminano per
ore per portare taniche di acqua lungo tutto il viaggio di ritorno alle
trincee, quasi senza riposarsi.
Finora non ho sentito un solo
lamento da parte di nessuno. E’ il comandante che deve insistere sul
fatto che qualcuno prenda un periodo di riposo. La norma è che anche
coloro che erano appena saliti con una tanica di acqua potevano essere
volontari per una qualunque altra missione.
Come ho scritto, mi chiedo se
questo è ciò che ha creato la rivoluzione. O è qualcosa di culturale,
qualcosa di ereditato dalla famiglia? Se l'indipendenza arriva, sarà
conservata dalla prossima generazione e da quelle future?
Quando stavo a Sulfur ho incontrato una tegadalit chiamata Lemlem. Molto
sottile e di carnagione chiara, i capelli dritti e di colore rossastro.
Mi sembrava un po’ acida; come alcune delle ragazze soprannominate
"gastrite". I problemi gastro-intestinali delle donne combattenti sono
oggetto di commenti da parte di tutti. In qualche modo si è affermata
nel Fronte una teoria secondo la quale tutte le donne con la
malattia una volta sposate guariscono. Non so chi ha sviluppato tale
teoria....
In ogni caso Lemlem è appena uscita dal nulla portando una tanica di
acqua ed è quasi inciampata sulla mia gamba tesa mentre stavo appoggiato
su una roccia accanto al posto di guardia. Qualcuno l’ha liberata del
suo carico. Lei senza nemmeno una pausa per asciugarsi il sudore e senza
che il suo viso mostrasse segni di stanchezza, ha detto: "Hey compagni
ho mangiato beles e proteine". Beles in Tigrigna significa fichi
d’india.
Tutti i membri della sua unità
lasciarono quello che stavano facendo e andarono intorno a lei, come se
fosse un esemplare raro. "Dove? Chi te l’ha dati? Sarei dovuto
andare...". Era una grande novità. L'entusiasmo era tale che non ho
potuto aiutare sentendomi triste. E’ così facile fare contento un
Tegadalai.
Questa è una razza per la quale
le piccole cose significano veramente molto. Beles e proteine? I frutti
sì, perché sono relativamente rari nel Sahel. Ma le proteine? Quel DMK
simil farina che si bagna o ammorbidisce con semplice acqua e si lotta
per deglutirlo? All’Arag è cibo da evitare, ma in questo caso è come una
medicina.
L'alternativa, naturalmente, null’altro. Il menu regolare è kitcha, che
è un pane piatto e morbido, preparato in una grande padella. La padella
è di solito il coperchio di un barile di acciaio, modificato per lo
scopo. La "cucina" è un fantastico luogo da visitare.
Situato almeno a un’ora e mezza
a piedi dalle trincee, è un alveare di attività. Le unità provengono da
ciascun plotone in un dato settore e queste diventano cuochi e
pasticceri fino alla loro sostituzione su base quindicinale o mensile.
Barili tagliati a metà in cui si prepara l’impasto; robusti uomini e
donne miscelano quintali di farina e acqua con i piedi nudi. L'impasto
viene poi cotto su una fila di forni che consistono in tegami poggiati
su pietre arroventate dal fuoco.
La quantità di impasto da cuocere è tale da rendere impossibile la
pulizia e la qualità. Qualche volta la farina stessa viene denaturata o
contaminata da problemi di stoccaggio o altri tipi di esposizione.
Inoltre il pane assegnato a un plotone o a compagnia di solito è
accumulato su diverse lenzuola e legato separatamente per essere portato
via da gruppi assegnati a tale scopo.
Con il tempo arriva alle trincee
sul dorso e sulle teste delle persone avendo perso la loro forma
originale. Molto spesso il tomween, come viene chiamato il magazzino
principale, esaurisce le lenticchie o addirittura il sale. Così le unità
devono accontentarsi del solo pane giornaliero e di un po’ d'acqua. Poca
meraviglia quindi che i miei compagni a Sulpher invidiavano Lemlem del
trattamento di quella mattina.
Il modo in cui il corpo umano si adatta alla privazione è qualcosa che
desta meraviglia. Rispetto a questo, la vita nella base è di abbondanza
e di lusso. Francamente a volte mi sento molto affamato. Ho deciso anche
di rimuovere il solo pensiero di una tazza di tè dall'orizzonte delle
mie meditazioni. Mi basta solo annusare un po’ di fumo di sigaretta per
soddisfare il mio desiderio. Non mi trovo qui che da una settimana, ma i
miei pantaloni sono già troppo grandi per il mio calo di pancia.
No, questa è una vita dura. Lamentarsi di essere stanco, affamato o
assetato è tabù. Perseverare sopprimendo sentimenti e desideri interno,
resistendo a tutti i problemi, anche alla malattia, è il buon costume
prevalente e il modo giusto di comportarsi.
Anche se le stesse norme di comportamento e di moralità regolano anche
le retrovie, il grado e l'intensità varia notevolmente. Da noi si era
più rilassati, meno rigorosi. Nelle posizioni arretrate vi è anche meno
atteggiamento collettivo e più tracce dei singoli. Qui tutto è condiviso
e, per questo, c’è diversità.
Qui sono, per esempio, più
ospitali e rispettosi nei confronti di quello che sono. Soprattutto è il
loro senso dell’umorismo che trovo più affascinante e attraente. La loro
vicinanza alla morte probabilmente induce loro a un atteggiamento molto
più leggero verso la vita. Quel giorno a Sulfur alcuni di loro mi hanno
raccontato gli scherzi e i giochetti che si fanno l’un l’altro.
L'innocenza e l'inesperienza dei giovani sono molto sfruttate da quelli
leggermente più anziani. Per esempio hanno detto a uno di loro, Mebrahtu
Manjus, che la produzione di yogurt dal latte di esseri umani era
possibile. Se aveva la possibilità di andare a Nakfa, hanno detto,
doveva assicurarsi di visitare una delle madri dei tegadelti, che gli
avrebbe sicuramente dato alcuni dei suoi yogurt.
Il povero ragazzo non aveva mai
sentito parlare di questo, ma dal momento che credeva che anche
l'impossibile fosse possibile nella rivoluzione, ci ha creduto. E' stato
così tentato che ha anche chiesto di andare a Nakfa per una commissione.
Quando ha scoperto che era stato ingannato, ha trascorso una giornata in
collera e appartato. Un altro Manjus ha sprecato ore nel tentativo di
mangiare Kitcha cotta con la terra dei fichi d’india...
"Abbiamo avuto un compagno che non poteva resistere alla fame", mi ha
detto Lemlem, ricordando uno dei suoi amici caduti. "Il cibo era così
cattivo che egli diventava pazzo per qualcosa di buono da mangiare. Così
una sera ha trovato un pretesto per venire al nostro rifugio da solo e
ha rubato una lattina di margarina dalla borsa del medico. Indovina cosa
ha fatto?
Se l’è mangiata, o bevuta non
importa, senza neanche un po’ di kitcha. La mattina dopo ha detto il
medico che era stato colpito da dissenteria e ha mostrato il suo,
sapete... Il medico è rimasto tanto spaventato da quello che ha visto
che lo ha mandato alla clinica della brigata, accompagnato da due
compagni".
"Allora che cosa è successo?"
"Beh, che gli hanno dato alcune pillole, ma lui è stato il miglior
medico di se stesso. Ha solo fatto finta di prendere le pillole, ma le
ha conservate nel proprio sacco, quindi non può essere accusato di aver
sprecato medicine, ma ha mangiato tutto quello che trovava sulla sua
strada. Lo ha chiamato il suo viaggio di nozze. Quando è stato dimesso,
il nostro cibo è migliorato. Ma ha confessato tutto al comandante del
plotone".
"E’ stato punito?"
"Come poteva essere punito? In battaglia era un leone. Semplicemente non
sapeva come resistere alla fame per un giorno. E’ stato ammonito nel
corso di una riunione ... E' stato così divertente. Fu martirizzato non
molto tempo dopo, nel corso della 6° offensiva". Concluse amaramente.
Appena raccontata la storia lei e i suoi compagni presero a ridere dal
profondo del loro cuore. Sono certo che hanno ripetuto questa storia più
e più volte e ridevano di cuore come a ogni ripetizione.
Umorismo e risate sembrano essere parte della loro esistenza quotidiana.
Essi trovare conforto nell’umorismo e ridere è il modo con cui mantenere
il loro equilibrio. Non credo di avere mai visto un gruppo di persone
ridere, scherzare e danzare tanto quanto quelle con le quali mi trovavo.
Ciò che trovo sorprendente è che
le battute sono in genere dirette a se stessi, non ad altri e, quando lo
sono, sempre senza malizia. Così come è notevole come scherzi e battute
sono accettati di buon umore. Finora non ho visto nessuno prendersela a
male.
"Hai mai litigato?", ho chiesto a Lemelem.
Mi diede una occhiata un po' diffidente e condiscendente. " Quale
litigare?", mi ha risposto, "Come si può parlare di litigio quando si sa
che abbiamo regolari sessioni di critica e di auto-critica? Non ti
aspetti che i compagni condividano gli stessi obiettivi e principi per
la lotta piuttosto che litigare?", aggiunse un paio di parole prese
direttamente da alcune lezioni di formazione politica. Ho lasciato
cadere l'intero argomento; anche litigare era tabù.
I tipi di passatempo che ho osservato negli ultimi giorni comprendono
sfida con bastoni, tirarsi i capelli l'un l'altro, lotta e pugilato, o
akudir meglio tradotto come "calcio dell'asino...”, il tutto
accompagnato da un sacco di rumore e risate. Continuo a temere che
qualcuno possa darmi una bastonata solo per testare la mia capacità di
sopportare il dolore ...
Dopo la mia chiacchierata con Lemlem e con i suoi amici a Sulfur, ho
parlato a Wedi Ghile, commissario della compagnia .
"Quanti giorni mi volete tenere qui. Perché non mi inviate a una delle
unità?"
"Siamo stati incaricati di tenerti con noi per un po’ di tempo", ha
risposto.
"Ma voglio stare con loro, condividere la loro vita quotidiana. Hai
paura che possa essere troppo vecchio per tenere il loro passo?"
"Oh no, non è questo", ha detto alzando la spalla. "Tu vai bene. E poi
che vuoi che ci sia di necessario da conoscere? E' la stessa vita che si
vive ad Arag.Rilassati, ti informeremo quando sarà il momento". Mi ha
lasciato per qualche altra incombenza.
Avrei potuto insistere per essere assegnato alla trincee, ma non ho
voluto apparire troppo ansioso. Tuttavia, ho notato il parallelo che ha
fatto tra la vita ad Arag e la vita in trincea. Non c’è in realtà
paragone. Lui era la persona che quella mattina a Sulfur e ha portato la
compagnia nelle trincee abbandonate del nemico.
Stava parlando con me quel
giorno solo perché la mina che aveva calpestato era difettosa e non
esplose. Un altro membro della squadra non era stato così fortunato. Era
stato fatto a pezzi e sepolto sul posto. Questo è ciò che Wedi Ghile ha
descritto come "la stessa vita" di Arag. Beh..., difficile che lo sia.
6 Agosto 1985
Abbiamo lasciato Kertzet ieri sera tardi e oggi siamo a Nakfa. Assahaita
è il comandante della prima compagnia; la nostra è la terza. Assahaita è
il suo soprannome. Significa molto freddo, vento mordente. Il nick-name
implica che il suo modo di combattere gela la schiena del nemico.
Ha una faccia lunga e magra e straordinariamente bella. I suoi occhi
sono limpidi, ma tristi allo stesso tempo. La sua corporatura è
proporzionata e ben strutturata. Era sdraiato sotto l'ombra di un
albero, quando l’ho raggiunto. Ci siamo seduti per un po' di tempo senza
parlare, guardando l'intero battaglione muoversi per le operazioni della
giornata. Alcuni erano già andati alla periferia di Nakfa e stavano
tornando con carichi di beles sulle loro spalle.
Improvvisamente ha iniziato a parlare con una voce cantilenante. "Il
Fronte è sulla via giusta? Perché ha improvvisamente deciso di inviare
tutte le persone istruite e professionali qui? Non stavate al posto
giusto?"
Non sapevo come rispondere a questo. Allora ho solo borbottato qualcosa
in risposta, che indicava approvazione per la decisione.
"Vieni", ha detto interrompendo la mia incoerenza, "Io non sono
contento, per niente contento. Guarda, sono tutti qui. Ingegneri,
insegnanti... andiamo a morire tutti insieme? Questo è semplicemente
sbagliato".
Non ho detto nulla, né lui ha continuato con l'argomento. Dopo un po'
chiamò qualcuno da uno dei suoi plotoni e disse: "Perché siete così
ingiusti con noi? Come potete mangiare tutti quei beles da soli? Non
potreste almeno essere generosi con il mio ospite qui? E Assahaita il
povero ha mai detto che lui non gradisce i beles?"
Il giovane tegadalai si mise a ridere, godendo ovviamente delle finte
critiche di Assahaita. "Stiamo raffreddando per voi quelli più succosi
in un grande contenitore di acqua..." ha risposto con lo stesso tono.
Dopo pochi minuti ci stavamo godendo la frescura dei frutti. Io non sono
un grande mangiatore di beles, ma ho mangiato fino a quando non ho
ruttato un paio di volte al gusto di fichi d’india. Assahaita deve
averne mangiato il doppio. Il Beles è piacevole da mangiare, ma crea
problemi sulla sua via d'uscita!
Eravamo sdraiati uno accanto all’altro a fissare il movimento delle
foglie sopra di noi, quando Assahaita ha detto:"Descrivimi come sono le
retrovie. Mi dicono che Ararib è come una città".
L’ho guardato sorpreso, "Non sei mai stato lì?"
"Come posso mai essere stato lì? Guarda la nostra vita. E’ sempre da una
trincea all'altra, fino alla prossima battaglia. Quando ci sono
intervalli nei combattimenti è sempre uno scavare nuove trincee o
riparare quelle vecchie. Aggiungi a questo lezioni intensive accademiche
e di formazione politica e che cosa abbiamo? Niente tempo libero del
tutto. Non è possibile tornare alla base a meno che non si sia feriti e
i dannati proiettili mi evitano.
"Invochi un proiettile solo per vedere Ararib?"
Sorrise maliziosamente, "Si ma uno che ti sfiora appena il corpo, ma fa
male abbastanza per mandarti ad Ararib e ritorno. Quello volevo dire.
Non sopporterei una invalidità permanente. Piuttosto raccontami di quei
luoghi".
Quindi ho cercato di descrivergli Ararib. Il collegio sotterraneo che
ospita circa quattro mila studenti; l’Orota Hospital che i visitatori
hanno soprannominato "il più lungo ospedale al mondo”, la fabbrica di
prodotti farmaceutici, le officine di lavorazione del metallo e del
legno ecc ... Alcuni di questi non li avevo visti neanche io, così ho
inserito nel mio elenco anche ciò di cui avevo solo sentito parlare. Il
suo desiderio di conoscenza sembrava insaziabile. Le sue domande
spaziavano dagli affari internazionali, alle ultime invenzioni e anche
al funzionamento dei satelliti.
"Mbwa, alcune delle tue domande sono troppo difficili per me. Io non ne
conosco la risposta".
"Ti porti in giro questa grande testa sulle spalle e con tutti i quei
capelli e la barba, e non ti è possibile rispondere alle mie domande?
Mungerò ogni conoscenza da te finché starai con noi. Come altro può
Asahaita il povero ottenere una qualsiasi istruzione? Che altro conosce
oltre a sparare?"
"E’ la seconda volta che lo dici. Perché ti chiami “Assahita il
povero"?"
"Ma io sono povero" egli rispose bonariamente. "Quando sono venuto qui
ho portato una sola cosa con me, la mia anima. Quando arriva il momento
la porto con me. Hai una migliore definizione della povertà?"
"Si può essere poveri in senso materiale", ho insistito, in parte per
provocarlo, "ma non sembri soffrire di povertà spirituale".
"Ehi, ehi, non lasciare mai avvicinare la povertà spirituale. Ciò
significa degenerazione. Ciò significa essere disprezzato e scartato
come quei beles cariati che ci siamo rifiutati di mangiare. La ricchezza
di un tegadalai è la sua perseveranza e la sua purezza spirituale. Se la
perdiamo non esistiamo più. Ma comunque siamo poveri amico mio... e
Assahaita è il più povero di tutti".
Era seduto quando ha detto questo. Ha poi reclinato la testa verso il
cielo e ha iniziato a cantare un qualche brano che non ho potuto
riconoscere. Le sue parole erano chiare, "Povero, oh, tu povero
Assahaita..." ha ripetuto la frase più volte.
Ho riso profondamente e sinceramente, lui mi piaceva molto. Mi sarebbe
piaciuto sentirlo parlare ancora, ma uno dei capi plotone lo ha chiamato
e mi ha lasciato dove mi trovavo. Ho scritto questo subito dopo che se
ne è andato.
7 agosto 1985
Abbiamo trascorso la notte in Embalko, lo stesso luogo della prima
notte. Il luogo si trova a circa 45 minuti a piedi a nord-ovest di
Nakfa. Tutte le compagnie del nostro battaglione si sono riunite. Ho
incontrato un buon numero di persone che conoscevo da prima. Una di
queste è Chu Chu.
Il suo vero nome è Semainesh Ghebreweldi, ma noi la chiamiamo Chu Chu.
Nel 1976 giunse nel Sahel per studiare presso la Revolution School. I
suoi genitori sono rimasti nei campi profughi del Sudan. All’epoca aveva
circa 12 anni. Adesso potrà averne 21. E’ di costituzione bassa e
robusta.
Ha i capelli molto corti e scuri, e
una luminosa faccia rotonda. Ho notato che ha ancora mantenuto il
sorriso affascinante della sua infanzia. Era uno dei miei alunni
preferiti quando insegnavo presso la scuola nei tardi anni settanta e
primissimi anni ottanta.
Con il passare degli anni ha sviluppato un atteggiamento duro nei
confronti della vita e dell'ambiente spartano in cui era cresciuta. Era
ostinata in quello che riteneva essere la verità ed è sempre stata
pronta ad affrontare anche i più gravosi lavori fisici.
Un giorno un adolescente, che si comportava da bullo con tutti i ragazzi
e le ragazze della scuola, cercò di molestarla. Senza nemmeno esitare lo
sfidò a lotta e lo buttò giù di fronte a tutti. L'intera scuola sentì
parlare di questo episodio e da quel momento in poi camminò tra i suoi
coetanei a fronte alta.
Glielo raccontai quando venne da me quel pomeriggio. Lei sorrise.
Abbiamo parlato della Revolution School e il tempo passato là. Sembrava
che le mancassero anche i peggiori aspetti della vita in quella scuola.
Si sentiva particolarmente triste e nostalgica al ricordo del lungo
elenco di suoi compagni che erano morti negli scontri.
"Ti sei già sposata?" le ho chiesto probabilmente per cambiare
argomento.
Lei si mise a ridere e mi fissò negli occhi imitando i miei gesti.
Cambiò velocemente espressione e disse: "Non mi parli di matrimonio. A
questo non penso."
"Perché no?"
"Lo sa con chi sono rimasta? Li guardi", disse indicando i Tegadelti che
saltavano e calciavano. "Quasi tutti qui sono arrivati dopo la sesta
offensiva dell'82. Molti si sono uniti a noi dopo Selahta nell'83
(Selahta significa “Stealth,” la 7° e più segreta offensive che il Derg
lanciò contro l’Eplf). Sono tutti morti e io odio ogni minuto che
sopravvivo a loro. Lei parla di matrimonio ... "
"Vorresti che morissero tutti, giusto? Mi sembra ridicolo ogni volta che
la gente lo dice".
Ella sorrise pensierosa e disse: "Sopravvivere ai propri coetanei, ai
propri compagni di studio e agli amici è la cosa peggiore che ci possa
succedere." Rimase in silenzio per un po’ di tempo e poi cambiò
argomento, "Facevano sul serio quando l’hanno mandata qui al fronte?"
"Certo".
"Perché non le permettono di rimanere nelle retrovie? Perché non è
rimasto lì a gettare le basi per il futuro?", disse girandosi.
"Ma qui avete bisogno di un po’ di tregua. In realtà, sono venuto a
prendere il vostro posto per qualche settimana", dissi girandomi
indietro e toccando la sua spalla.
"Ora? Alla sua età?" Disse arruffandomi i capelli e scuotendo la testa,
“Lei ha già tutti i capelli grigi, è incredibile. Vorrei che lei non
fosse mai venuto".
"Perché no?"
"Perché è venuto a seppellire i suoi figli".
Era come se avesse trafitto il mio cuore con una lancia. In risposta
scattai e la afferrai per la mano.
"Che modo di parlare è questo?" Dissi con rabbia, ma lei si liberò
facilmente dalla mia stretta e corse a pochi metri di distanza.
"Se non partiamo nelle prime ore del mattino, la verrò a trovare. Mi
porterò un pezzo di sapone per lavarle capelli e toglierle i pidocchi”.
Se ne andò.
Il sole sta calando. E’ troppo scuro per me per scrivere ancora. Mi
sento come se un pesante carico gravasse sul mio petto. Mi sento quasi
soffocare e sento le sue parole risuonare nelle mie orecchie. Non aveva
pronunciato quelle parole con rancore o malizia. Ma il suo prendere la
propria morte per scontata e la mia sopravvivenza come garantita era
troppo difficile da mandare giù. Mi sentivo come se lei mi accusasse
mentre sono ancora vivo.
Non c'è da stupirsi che si senta
colpevole per essere sopravvissuta ai propri coetanei e amici. Forse
sente di aver perso il suo diritto a rimanere in vita. E’ come incolpare
se stessa per essere stata superata nella corsa verso l'estremo
sacrificio. Se domani mi dicessero che è morta probabilmente la penserei
allo stesso modo e direi la stessa cosa.
Birbantella, impertinente Chu-Chu. Mi sta facendo fare della grezza
filosofia. Quindi è una combinazione di tali strazianti piccoli
incidenti e gli incontri che fanno della morte qualcosa da anelare.
9 agosto 1985
Ci troviamo ancora a Embaliko. Chu-Chu è andata via senza lavare i miei
capelli o liberarmi da questi pidocchi.
Ho trascorso la giornata con Gobbo, che è la parola italiana per
curvato. Egli si china quando cammina. Si danno soprannomi a ognuno.
Gobbo è stato un amministratore di alto livello presso il Dipartimento
EPLF dell'Economia. Ora è un comandante di plotone. Sono rimasto
sorpreso di vederlo in calzoncini, con due bombe e un telo da notte
perfettamente piegato fermamente legati alla sua vita, si muoveva su e
giù con impressionante agilità.
"Come sei riuscito? Qual è il segreto?" Gli ho chiesto.
"Accettazione", ha risposto in tono prosaico. "Mai sopravvalutare la
vita del soldato. Partire da zero e imparare tutto passo per passo. Mai
rinunciare. In battaglia controllarsi, mai eccitarsi; studiare le
intenzioni del nemico e cercare di indovinare la direzione delle
pallottole... Soprattutto imparare dai compagni ; Ci arriverai".
Secondo capitolo
11 agosto 1985
Abbiamo lasciato Embalko l'altro ieri. Con Nakfa a sud-ovest l'intero
battaglione passa attraverso Wegret, scala un ripido pendio e discende
una scarpata per arrivare a EmKema. Le nuvole e la brezza raffreddano il
calore del sole e della marcia. Questa zona è anche relativamente più
fresca. Le montagne e le colline sono coperte di alberi e vegetazione,
sisal, cactus e alcuni alberi di ulivo. Il paesaggio è tale da
dissiparela fatica.
Lungo tutta la marcia ho cercato di mantenere il passo con Wedi Ghil'u,
uno dei leader del battaglione che ha perso un occhio in qualche
precedente battaglia. Lui parla Tigrigna e Tigre con la stessa facilità
e fluidità. Deve aver vissuto da questi parti, sembra conoscere ogni
angolo e ogni pietra.
EmKema si trova nella parte inferiore di una scarpata, a circa 90 minuti
di cammino da Wegret. Ora è stata trasformata in un campo profughi. "EmKema"
significa "La madre di una costellazione" ci disse Wedi Ghil'u. Proprio
come le stelle in una costellazione sembrano radunarsi o procedere verso
un centro, così le montagne, colline e la vegetazione di questo intero
ambiente sembrano dirigersi verso EmKema.
Ho pensato che fosse un nome ben meritato. E’ una macchia di verde,
prati e grandi alberi i cui nomi semplicemente non conosco. Le
loro foglie sono così strettamente intricate che in alcuni punti
arrivano quasi a formare una foresta. Un ruscello scorre attraverso il
verde e l'acqua è dolce, non salata come quella di Nakfa o altrove in
questo settore. Si tratta in breve di un luogo attraente, una pausa dal
tetro scenario di sterilità delle colline e degli anfratti al quale ci
ha abituato il Sahel.
A EmKema abbiamo visto molti rifugiati, per la maggior parte donne e
bambini. Ho anche visto piccoli orti lungo il torrente, dove i rifugiati
coltivano pomodori e berbere. Sentivo una stretta di gioia
nell’assistere a quel tentativo da parte di profughi di vivere una vita
normale in mezzo alla guerra e alla distruzione.
EmKema è situato ai piedi delle Montagne Rora. Si tratta di una catena
che si eleva orgogliosamente sul paesaggio di Nakfa per chilometri. Per
secoli i loro massi, i fitti boschi e i feroci leopardi le hanno rese
formidabili per le visite di conquistatori o di estranei. Solo i loro
abitanti godono della sicurezza e del comfort che offrono.
Nel 1983, durante l’offensiva del Dergue denominata "Stealth", le truppe
etiopiche osarono scalare le loro altezze per la prima volta in questi
24 anni di guerra di liberazione. Fu una mossa audace e pericolosa, da
parte degli Etiopici, che gli avrebbe permesso di posizionarsi dietro le
trincee dell’EPLF a Nakfa. Ma le Roras non furono occupate per molto
tempo. L’EPLF lanciò una grande unità contro gli intrusi e le Roras
riacquistarono il loro vecchio status.
Non abbastanza, però. Precedentemente solo l'uomo e gli animali potevano
scalare le loro altezze. Al giorni nostri i camion dell'esercito e i
pick-up a quattro ruote motrici incrociano a loro piacimento. Durante la
battaglia per il loro controllo gli etiopici e l’EPLF avevano costruito
le loro strade rispettivamente sulle pendici orientali e meridionali.
Questo ha tolto loro una parte del mistero e un po’della loro maestà.
La strada dell’EPLF inizia a poche centinaia di metri a nord di EmKema.
Si piega e si torce a una altezza spaventosa sul livello del mare, come
un enorme serpente strisciante. Si tratta di una caratteristica di
competenza e duro lavoro di cui gli ingegneri dell’EPLF e i costruttori
dovrebbero essere orgogliosi. Un poco di esplosivo TNT, mucchi di
picconi, zappe e picche ... il resto è ingegno, duro lavoro e,
ovviamente, un atteggiamento di "si può fare"....
Eravamo partiti da Nakfa alle 5:00 della mattina e siamo arrivati ad
Hashfet alle 11:00 o a mezzogiorno. Ci siamo arrampicati e ridiscesi
così tanto che non riesco a capire dove si trova esattamente Hashfet.
Tutto quello che so che abbiamo camminato per due ore per arrivarci da
Emkema. Hashfet è così completamente circondata da montagne che ha la
forma di un catino. Si tratta in realtà di alveo in secca che sbocca su
un abisso di massi che scende per 20-30 metri sul suo lato meridionale.
Sono esausto. Ho sudato cosi tanto che la mia camicia mi si è incollata
alla schiena. Mi sforzavo di non guardare il mio stato, ma la mia faccia
e la condizione generale, ovviamente, mi tradivano. Quando mi fermai
vicino a una roccia piatta dove Asshaita si era già messo a riposare,
avevo la barba completamente inzuppata di sudore.
Si era anche seccato
intorno alle tempie e su parte delle guance. Dovevo essere proprio un
bello spettacolo, probabilmente pallido e salato. Assahaita pose lo
sguardo su di me e iniziò a ridere. "Barba" disse riferendosi alla mia
barba, "Dove trovi le Forze?". Le unità da combattimento dell’EPLF sono
sempre state denominate "Forze".
Non gli diedi una risposta diretta.
Mi limitai a esaminare il suo volto da vicino. Fatta eccezione per
quello che sembravano goccioline di acqua sulla fronte, non vi era alcun
altro segno di sudore su qualsiasi altra parte del suo corpo. "Ti
sudi?", gli chiesi.
"Non lo so, può darsi. Penso che ci sono due tipi di sudorazione.
Alcuni, come te, sudano fuori. Altri, come me, sudano dentro". Risi e mi
sentii meglio abbastanza per esaminare, con i miei occhi, le asperità
del terreno intorno Hashfet.
"Prendi nota di tutte queste montagne. Forse un giorno scriverai su di
loro", disse Assahaita. "Durante l’offensiva di Selahta, Hashfet è stata
la sede del quartier generale del Fronte Nakfa. E’ stata il fulcro di
tutta la nostra strategia di difesa. Tutta la logistica per questo
fronte, il cibo e le munizioni, dovettero essere trasportati a spalla in
trincea dai Tegadelti. A noi ci sono volute cinque ore per arrivare da
Nakfa, giusto? I Tegadelti hanno dovuto portare i loro compagni feriti
sulle barelle fino a Nakfa".
Un comandante di plotone seduto di fronte a noi scosse la testa a
sottolineare la memoria di Assahaita. “Non parliamo di Selahta",disse.
"Non credo che si affronterà mai in futuro un'altra esperienza difficile
e terribile come quella. Quello che abbiamo dovuto affrontare qui, le
incredibili difficoltà che abbiamo dovuto superare ...", sospirò e si
fece silenzioso.
Siamo rimasti ad Hashfet fino alle 4:00 del pomeriggio di ieri. Tutti
dormivano, ma io non ci riuscii. Tutto mi teneva sveglio - una zanzara
che mi ronzava sopra, una mosca sul viso o i pidocchi che mi camminavano
e mordevano da per tutto. Assahaita e gli altri dormivano come se le
zanzare, le mosche e i pidocchi non stessero trattando tutti noi nella
stessa maniera.
Alle quattro lasciammo Hashfet e procedemmo verso sud-ovest, sempre con
le Montagne Rora alla nostra destra. Passammo Bet Humed e un grande
fiume stagionale che si unisce al fiume Hiday che scorre tra le città di
Nakfa e Afabet. Da questo punto in poi le trincee erano in piena vista
per via della nostra più alta e favorevole posizione. Alcune delle
trincee, per esempio a Swara e Afintcha, sono state alternativamente del
nemico e nostre. Qualcuno me lo stava spiegando. Tuttavia il numero di
battaglie su questo fronte è così alto che ho semplicemente rinunciato
al tentativo di calcolarlo.
Abbiamo camminato per due ore da Hashfet alle trincee che dovevano
essere il nostro luogo di riposo per la notte. Per tutta la strada sulla
sinistra, e a una distanza di sicurezza, ho potuto vedere le opposte
trincee dell’EPLF e del nemico. Sembra che non vi sia null’altro in
questo settore che trincee.
Gli unici uomini che ho visto sono
i miei compagni, completamente armati. Qui non succede nulla, tranne la
guerra. Mi ricordo che una volta qualcuno mi disse che lui credeva che
Dio aveva creato il Sahel in modo che uno giorno vi avremmo potuto
condurre i nostri nemici e sconfiggerli sul suo terreno grezzo e arido.
Io non sono molto credente, ma può essere che abbia ragione.
Mentre scrivo questo sono seduto di fronte a una grande catena montuosa
chiamata Sigad. Da una parte ha la forma della gobba di bue, e il suo
margine occidentale si estende fino ai piedi de Laba, che è una parte
prominente del Rora. Sul fianco occidentale del Sigad ci sono tre
creste, dove sono trincerate le brigate etiopiche.
La cima della catena è ben
fortificata con quella che appare come la Grande Muraglia Cinese per
tutta la sua lunghezza. In alcune parti sono state costruite, al di
sotto della cima o della cresta, altre due "Grandi Pareti". Così il
Sigad ha sul suo fianco non solo una, ma tre linee di difesa. Mi chiedo
ora come sia possibile espugnare tali pesanti fortificazioni...
Questo è il mio nono giorno con le Forze. A mio parere e tenendo in
considerazione la mia età ed esperienza, il numero di montagne che ho
scalato in questi nove giorni è ineguagliabile. Ho anche sviluppato una
tecnica molto ingegnosa per scalare le montagne.
Non c'è niente di più facile e più
efficace di osservare e seguire le orme di coloro che salgono e saltano
di fronte a voi. L'altro ieri Assahaita e Bahre Debas si alternavano
alla guida del resto di noi su una forte salita. Il passo di Assahaita è
più facile da seguire e imitare. Ma il passo di Bahre era così veloce e
sgraziata che a un certo punto caddi a faccia avanti e quasi persi i
miei denti anteriori.
"Stai bene?”, gridarono senza nemmeno preoccuparsi di guardare indietro
o aspettare la mia risposta. Mi dovetti sforzare per rialzarmi e
riprendere il ritmo dei passi, salti, inciampi e strascicamenti che sono
diventati la mia unica fonte di ispirazione. Loro marciavano e io li
seguivo rifiutandomi di guardare le scoraggianti altezze ancora da
scalare. Una volta sulla cima del colle guarderò verso il basso e sarò
orgoglioso di quanto già fatto....
13 agosto 1985
Sono le 5 del pomeriggio. Ieri sera abbiamo scalato il Rora Laba, che è
uno dei maggiori altipiani della parte superiore delle Montagne Rora.
Ieri, dopo viaggio un lungo e rompi schiena, abbiamo trascorso la
maggior parte della giornata su di una collina denominata Desiet, che
significa isola. In un terreno che è pieno di catene montagnose, si
trovava sola e lontana come un'isola.
Ho cercato di fare un pisolino sotto a una piacevole ombra giusto in
cima. Appena sono caduto in sonno profondo qualcosa di morbido ha
toccato le mie labbra e il naso, come una carezza. Ho aperto gli occhi e
ho visto un enorme ratto salire la mia faccia. Mi sono alzato e lui si è
infilato in qualche buco. Odio ratti, ma ho cercato di ignorarlo nella
speranza che non tornasse. Presto mi sono riaddormentato, ma ho sentito
il suo peso gravare ancora una volta su e giù per tutto il mio corpo.
Non credo di avere mai visto un ratto così grande; forse nella mia
infanzia, presso i servizi igienici e le fognature dell’Ospedale Regina
Elena di Asmara, dove facevano paura ai bambini. Mi sono seduto e ho
cercato di spaventarlo, ma ha è tornato. Avevo un bastone. Quando mi è
venuto vicino gli ho sferrato un duro colpo sulla schiena.
Non sembrava si fosse fatto niente,
è semplicemente saltato in aria, si è fermato per un momento e ha dato
un’occhiata pronto a scappare. L’ho colpito di nuovo, questa volta più
forte. Non era morto, ma stava troppo male per correre. Così ha cercato
di trascinarsi fino al suo nascondiglio. Non mi piaceva quello che stavo
facendo, ma gli assestai altri due colpi sulla schiena e morì.
Con grande disgusto, e probabilmente anche un po’ di vergogna per aver
soppresso la piccola creatura, l’ho preso per la coda e l’ho scagliato
lontano da me più che ho potuto. Ma non potevo dormire. Penso che siano
stati la sua dimensione e il suo rifiuto di cedere ai miei colpi quello
che più mi ha ossessionato. Sette o otto del suo tipo, probabilmente,
potevano mangiare un uomo adulto.
Alle 2 del pomeriggio abbiamo lasciato Desiet e abbiamo viaggiato verso
ovest e verso Hohot, che è la porta per gli Altipiani di Rora-Laba. Il
percorso intrapreso si apre su un tale emozionante scenario che, questa
volta, tutta la salita è come un viaggio di piacere. Siamo passati
attraverso una vegetazione ricca piante di aloe e alberi di olivo, con
punte d’ebano che aggraziavano il paesaggio.
A Hohot la topografia cambia radicalmente. Rora-Laba è un altopiano che
a sua volta è interrotto da colline, pendenze e precipizi. La zona
pianeggiante disponibile qui è utilizzata per l'allevamento intensivo.
Quindi sembra molto simile a Kebessa, anche se ancora non si vede un
villaggio. Tutto ciò che ho visto finora sono isolati hudmos costruiti
esattamente nello stile di Kebessa.
Molto tempo fa gli antenati di coloro che attualmente vivono nella Rora
migrarono qui da Adi Nefas, un villaggio di circa cinque chilometri a
nord di Asmara. Erano agricoltori che parlavano Tigrigna e praticavano
la religione cristiana. Nelle Roras hanno portato la loro capacità di
produzione agricola, il possesso della terra e un sistema stanziale, al
contrario dello stile di vita agraria nomade.
Ma quando si mescolarono con i
precedenti coloni delle Roras abbandonarono infine la loro lingua e
religione adottando la lingua Tigré e la fede musulmana. Nel processo
essi hanno anche introdotto uno strutturato sistema di gestione feudale
di cui sono diventati i governanti. Così gli altopiani del Rora e Nakfa
sono luoghi eritrei dove le culture, le religioni, gli stili di vita e
la storia si fondono in una miscela molto interessante.
Non c'è da meravigliarsi quindi che questo posto somigli tanto a Kebessa.
Proprio ora. Mi sento come se mi trovassi in prossimità di Afdeo o
Tzehaflam, pochi chilometri a nord di Asmara. E’ stato undici anni fa
che ho lasciato quelle zone, quindi tutto quello che mi circonda fa
rivivere nostalgici ricordi della mia infanzia spensierata. Purtroppo
non ci sono alberi. Tra le colline e le pianure che si estendono alla
mia vista, vedo solo alcuni olivi gia secchi o sul punto di seccarsi.
Nessun giovane olivo e, peggio ancora, nessun altro albero. La storia
orale accusa gli italiani di aver disboscato senza pietà quella che una
volta era una ricca flora.
Mentre scrivo sono seduto in una delle trincee che il nemico utilizzava
solo due anni fa, durante l'offensiva Selahta. Nelle mie vicinanze, ci
sono scarpe vecchie gettate dai soldati del Dergue, lattine arrugginite
da cui avevano mangiato o bevuto e i resti delle loro scheletri; un
braccio qui, una mandibola con i denti mancanti là...
Non è una buona vista. Per quanto i miei occhi possono vedere, mi
sarebbe difficile dire che stiamo vivendo un periodo di nuova siccità
questo anno. Rispetto alla rocciosa secchezza del resto del Sahel, dove
ho trascorso i miei ultimi undici anni, questo ha un aspetto verde e
lussureggiante. Tuttavia la scarsa pioggia che è caduta in questa
stagione consente solo di far crescere un po’ di erba e a pochi Meskel
di fiorire.
I raccolti sono perduti. Peggio
ancora l'intera area ricade in un settore costantemente sottoposto al
bombardamento nemico dalle posizioni che ho descritto in precedenza. La
gente comune non può vivere in sicurezza. In tutto ieri e oggi ho visto
solo alcuni bovini e ovini governati da pochissimi giovani. Nessun uomo
o donna nelle vicinanze.
Al posto delle persone e delle colture solo lattine arrugginite, stivali
vecchi, munizioni e bossoli di shrapnels di tutti tipi, razzi e bombe
inesplose e, sì, ossa di esseri umani. In lontananza le trincee del
nemico a guardare le nostre posizioni. A Laba comandano la guerra e
tutti i suoi odiosi simboli... la Laba dell'85. No, non solo Laba,
questa è l'immagine dell’Eritrea degli anni 80.
20 agosto, 1985
Questa settimana non ho scritto nulla. Oggi scrivo con il cuore pesante
e disturbato. Permettetemi di iniziare da un po’ indietro.
Il 17 agosto sono stato assegnato a uno dei nostri tre plotoni come
commissario politico. Me l’ha comunicato il mio comandante di compagnia,
Bahre Debas.
"Ma io non so nulla circa l’amministrazione di una unità di
combattimento", ho protestato. "Voglio entrare nei ranghi".
"Basta protestare amico mio. Puoi gestire molto di più. Quando ti viene
detto di andare, tu vai". Mi ha messo al mio posto.
Dopo la mia breve esperienza nel 1975, non ho visto una azione sul
campo. "Uno dovrebbe avere una buona idea, almeno, della direzione del
suono di un colpo di pistola prima di comandare un plotone ...".
Mugugnavo mentre raccoglievo i miei scarsi beni. Me ne andai senza una
parola.
Quindi oggi sono con un plotone. Il nome del comandante del plotone è
Ghebremeskel Berhe, meglio noto come Wedi Berhe. Egli non può
controllare il suo piede destro, fa un suono piatto quando cammina. E’
quello che chiamano "un nervo danneggiato". Il commissario che
sostituisco è soprannominato "Gordem".
Lui lo nega con veemenza, ma
apparentemente pronunciò male il nome di Gordon Scott nel corso di una
casuale conversazione. Nessuno lo chiama in altro modo, che "Gordem".
Anche lui ha il piede destro danneggiato. Entrambi questi colleghi si
rivolgevano a me per introdurmi nella vita, nella cultura e nella
gestione della "Forza".
Ma permettetemi di ritornare alla fonte della mia inquietudine. Dopo
aver preso le distanze dal resto del plotone per tre giorni ho deciso di
concludere il mio auto-imposto isolamento unendomi ad alcuni di loro nel
gioco della pallavolo. Questo è stato ieri pomeriggio. Quando mi sono
avvicinato mi hanno dato uno sguardo sospettoso e hanno continuato con
il loro riscaldamento.
Nel gruppo c’era un mio ex studente di nome Melake dei miei giorni alla
Rivolution School. Forse per spezzare la tensione o in segno di rispetto
per me, ha suggerito che un giovane uomo di nome Wedi Ghirmai e io
diventassimo i capitani e scegliessimo le nostre rispettive squadre nel
gruppo dei ragazzi.
"Perchè non fai tu il capitano? Tu e Wedi Ghirmai selezionate le squadre
fra noi altri", ho risposto più amabilmente che ho potuto. Melake si è
rifiutato e abbiamo lottato giocosamente, esattamente come i vecchi
tempi della scuola.
Ho sentito gli altri ridere. Quando io e Melake ci siamo riuniti agli
altri mano nella mano ho potuto vedere che tutte le tensioni erano
svanite. Mi rammarico di non averlo fatto molto prima. Mi è costato tre
giorni di solitudine.
Abbiamo giocato due partite a pallavolo. La palla, ovviamente, è fatta
di stracci e due pali collegati con un cavo funge da rete. Il campo
pianeggiante è posto sul pendio dietro le trincee. Il nostro gioco ha
attirato il resto del plotone e si è scatenata una partita altamente
combattuta.
Ad alcuni metri da dove giocavamo ho potuto vedere Kidan, da Adi Shuma,
nelle vicinanze di Massaua. Stava leggendo qualcosa alla ragazza più
bella di tutta la compagnia. All'inizio di quella mattina era venuto
presso "l’ufficio" del plotone cercando un libro di scienza del terzo
grado. Probabilmente le stava spiegando qualcosa. Il modo in cui sabato
si stringevano l’uno contro l’altra mi ha fatto sospettare che
potrebbero essere innamorati. Ho rubato due o tre sguardi di invidia nei
loro confronti.
Il gioco si è concluso all’incirca alle 6:00 del pomeriggio Wedi Berhe e
Gordem non sono stati con noi per tutta la giornata. Sono arrivati
subito dopo la partita e abbiamo consumato la cena. Circa alle 7:00
pomeridiane Wedi Berhe mi chiamò in disparte e mi disse che era in corso
l'invio di una unità di ricognizione dietro le linee nemiche.
"E’ sicuro farlo? Quanto lontano stanno andando?", ho chiesto.
"Non è nulla", ha risposto. "La nostra compagnia non è mai stata in
questa area. Abbiamo bisogno di studiarla. Saranno di ritorno entro due
ore". Per lui si trattava semplicemente di una normale questione di
tutti i giorni.
Era già buio quando siamo andati a vederli partire. Cinque di loro erano
in piedi sul bordo di un ripido pendio, in attesa di istruzioni. Mi
sentivo un po’ preoccupato per tutta la questione e volevo sapere chi
esattamente era stato inviato in questa missione. Così mi sono
avvicinato per vedere più da vicino.
Uno era Ghebru Agefa, un capo di unità che per le tre notti precedenti
aveva condiviso con me una stuoia accanto al posto di guardia. Ci
eravamo alternati nelle guardie di notte. Il secondo uomo era Kidan,
quello che sembrava così romantico un paio di ore prima, mentre leggeva
alla sua ragazza. In terzo era Melake, il mio ex giovane studente. Il
quarto uomo, Berhane, mi era stato indicato come indomito e coraggioso
nel campo di battaglia. La quinta persona non l’ho potuta riconoscere.
Era così buio e ventoso che le istruzioni di Wedi Berhe sembravano
provenire da qualche parte lontana. Anche adesso che sono passate più di
venti ore, alcune delle sue parole, ancora mi risuonano nelle orecchie.
"Tenetevi a destra di questo passo", diceva. "Se vi perdete verso
sinistra mentre andate o a destra mentre tornate, vi trovate sulle mine.
Siate estremamente cauti..."
Nonno stavo più ad ascoltare... la mia mente si era già allontanata. Gli
anni presso la Rivolution School e il lavoro culturale, credo, abbia
sviluppato in me un interesse per gli uomini e le donne come individui;
i loro sentimenti privati e le sorti personali, i dettagli del loro
carattere e i loro desideri nascosti.
Questi sono normalmente soppressi
nell’ambito dello spirito collettivo che pervade l'intera
organizzazione. Così ho smesso di ascoltare Wedi Berhe e mi sono
avvicinato a ogni membro della squadra nel tentativo di leggere qualcosa
dalle loro facce quel tanto che la penombra e la luce tremolante delle
stelle consentiva. Ho anche aiutato Melake ad avvolgere il suo netzela.
Nessuno di tutti e cinque ha pronunciato una sola parola. Stavano calmi
e composti ad ascoltare le direttive del loro capo. Non ho potuto vedere
nessuna manifestazione esteriore di un qualunque loro timore o dubbio
interno. Nessuno è più consapevole del Tegadalai dell'imminenza e
repentinità della propria morte. Eppure la accettazione o la sfida di
questa fine, di questa crudele cessazione della vita, la cui mera
possibilità terrorizza tutti gli esseri umani, trascende ogni limite.
Questo sopra ogni altra cosa, ha dominato tutti i miei pensieri di ieri
sera.
Circa alle 7:30 li abbiamo visti prendere la loro strada e scomparire
nel buio. Gordem si offrì di aiutarmi per il servizio notturno di
guardia. Quando arrivammo al posto di guardia, trovavo difficoltà a
contenere la mia perplessità.
"Che facciamo se gli succede qualcosa di inaspettato? Gli inviamo
rinforzi?", ho chiesto a Gordem.
"Beh, se cadono in una trappola del nemico, dovranno trovare la propria
via d'uscita. Se possibile devono scappare senza sparare un colpo. Ma se
passano su una mina saremo costretti a corrergli incontro con le
barelle... "
Gordem e io eravamo sdraiati a pochi metri dal posto di guardia e
abbiamo parlato a lungo. Ho preso un po’ di tempo e alle 9:00
pomeridiane ho assegnato la prima guardia. Dobbiamo esserci appisolati.
Circa mezz’ora più tardi il suono di una forte esplosione ci fece
scattare a sedere. Gordem mi chiese di rimanere con le guardie e si
precipitò giù per le trincee. Era stata senza dubbio una mina. Ho chiuso
gli occhi e le facce composte dei nostri cinque valorosi uomini mi sono
apparse davanti.
"Quali?" Mi sono chiesto più e più volte. Io non sono esperto in questo
genere di cose e certamente non ho un atteggiamento militare. Quindi,
francamente, ho iniziato a sentirsi molto a disagio e molto in colpa per
essere stato tra coloro che hanno ordinato la missione. Una o due volte
ho cercato di ammonire me stesso di essere troppo morbido e di non
sapermi aspettare tali eventualità. Ma ero troppo agitato anche per
ascoltare la mia voce...
Gordem tornò a circa mezza notte. Il vento fischiava e a Laba faceva
molto molto freddo. Mi trovò in una attesa ansiosa.
"Una mina quasi li faceva fuori", disse senza aspettare la mia domanda.
"Hanno compiuto la loro missione senza intoppo, ma Ghebru Agefa si
allontanato dalla loro strada ed è passato su una mina".
"Allora?"
"E’ stato colpito ad entrambe le gambe. Il resto sono tutti al sicuro.
Siamo stati fortunati questa notte". Svolge il suo netzela e si copre il
volto.
Non ci sono stati cambiamenti nel suo tono di voce, ma io sospetto che
deve essere successo qualcosa di più. Così diedi Ghebru Agefa per morto.
Considerando ciò che sarebbe potuto succedere, ho pensato anche che è
stato fortunato e quasi mi consolo, ho trascorso una notte disturbata,
cercando di dormire un po’ fra un servizio di guardia e l’altro.
Alle 6:00 di questa mattina, stavo discendendo verso le trincee diretto
al nostro rifugio quando Gordem mi tirò da parte. "Non volevo che
trascorressi una notte insonne", disse. "L’esplosione non ci ha
risparmiato".
"Il mio cuore saltò un colpo" è una espressione della quale avevo solo
sentito parlare. Lo ha fatto questa mattina.
"Melake, Kidan e Berhane non ce l’hanno fatta. Sono morti sul posto.
Agefa è stato colpito. Solo uno è tornato illeso..."
Semplicemente non potevo credere a quello che stavo ascoltando. Il
termine costernazione non può spiegare il mio stato d'animo. Sono andato
al di là di questo. Sto scrivendo questo alle 5:00 del pomeriggio. Anche
adesso il dolore dello shock mi riporta all’incidente.
Ieri, esattamente in questo
momento, stavo giocando a pallavolo con Melake, ho buttato un paio di
sguardi invidiosi a Kidan e alla sua compagna e ho potuto vedere Berhane
combattere a distanza ... e adesso? Anche sforzandomi al massimo non
potrò né comprendere né accettare ciò che era accaduto.
Non appena Gordem mi ha detto della tragedia sono diventato ombroso e di
umore pessimo. Semplicemente non sapevo come reagire o comportarmi. Cosa
fare in tali circostanze? Filosofare? Fingere che nulla sia accaduto e
solo parlare e scherzare come al solito? Oppure avvolgersi nel proprio
netzela e tentare di dormire lontano...? Ho scelto di scrivere.
Ma non posso esprimere tutto ciò che sento. Ho preso e lasciato cadere
la mia penna per ore e mi sono sentito così inadeguato come scrittore
che stato frustrante. Una domanda inquietante mi tormenta. Fino a quando
sono i nostri giovani uomini e donne dovranno essere così maltrattati?
E’ troppo triste, troppo
dannatamente doloroso. Melake, la morte del piccolo Melake, mi sta
letteralmente divorando. Io l'ho conosciuto meglio degli altri, è stato
mio allievo. Non lo avevo visto per qualche anno. La prima volta che
l’ho visto, pochi giorni fa, ci siamo abbracciati. Egli era troppo
timido per parlare con me. Dopo esserci rivisti, solo ieri, neanche 24
ore fa.
L’ho inseguito giocosamente,
abbiamo giocato a pallavolo e scambiato qualche vecchio scherzo. Lui non
c’è più. Lui e i suoi compagni sono sepolti ad Abi L'ba, in un qualche
oscuro e roccioso punto, ai bordi del Laba.
Chu Chu Forse aveva ragione. Forse sono venuto a "seppellire i miei
figli". Non lo so. Vorrei che ci fosse un altro modo per ottenere la
nostra indipendenza, qualcosa di diverso Abi rivoluzione, dalla lotta, e
dalla guerra. La nostra rivoluzione ci sta costando troppo. Questa lotta
è troppo amara ...
Wedi Berhe è tornato in ritardo questa mattina. Deve essere stato tutta
la notte impegnato a seppellirli. I suoi occhi erano iniettati di
sangue. Potevo facilmente vedere che all’interno bruciava, ma
all’esterno si dimostrava coraggioso. Egli sorrise e mi disse: "Abbiamo
perso degli uomini così valorosi per niente. Voi sapete questi erano
tipi capaci di catturare guarnigioni di nemici...".
Ha scosso la testa ed è andato
dritto a sbrigare le sue faccende amministrative. Ha assegnato alcuni
nuovi capi di abbigliamento a chi ne aveva bisogno. Poi ha dato un lungo
sguardo ai sandali in gomma tinti di sangue dei compagni morti, ha
chiamato tre dal plotone i cui sandali erano tutti rattoppati e ha detto
loro di lavare e indossare le scarpe e degli uomini morti.
Esausto si è sdraiato al mio fianco
per prendere un meritato riposo. Deve avere iniziato immediatamente a
sognare o forse ha rivissuto gli orrori della notte. Si scosse un paio
di volte prima di cadere in sonno profondo.
A pochi minuti fa, il mio comandante di compagnia, Bahre Debas, ha
interrotto il mio scrivere per chiacchierare un po’ con me. Ci siamo
scambiati qualche parola e poi ha detto: "Hai visto come sono morti
questi ragazzi ieri sera?"
Borbottai qualcosa in risposta. Scosse la testa. "Sono stati stupidi",
ha continuato. "Come hanno potuto sbagliare un percorso dove erano già
passati? Non solo, erano anche raggruppati, avrebbero dovuto procedere
in fila e ben distanziati gli uni dagli altri".
Non volevo che lui usasse quel tono e così ho detto: "Forse il buio li
ha confusi".
"Bene, e questo è il risultato! Gli errori militari vengono corretti con
la morte. Questi non sono come gli errori politici in cui si parla, si
accettano critiche, si promette di non ripetere lo stesso errore in
futuro .... e altre assurdità del genere. Se commetti un errore qui, hai
finito. Un soldato deve evitare gli errori".
Bahre ha un solo occhio. L’ho guardato intensamente. Le sue parole erano
dure da sopportare, il suo unico occhio restante non potevano nascondere
il dolore e la tensione dentro di lui.
Ma ho appena imparato qualcosa da lui. Un tegadalai è anche un soldato.
Egli non ha tempo per il dolore, sentimentalismo e simpatia. Egli deve
imparare ad accettare le cose come vengono. Quando deve esaminare, dare
priorità, soppesare o valutare, lo deve fare a seconda delle
prestazioni, o spese militari e alla loro marziale razionalità o
irrazionalità. Poi, se c'è tempo per la simpatia e sentimentalismo ....,
se ....
Terzo
capitolo
Dieci anni dopo
1 settembre 1995
Alcune settimane fa gli amici mi hanno incoraggiato a raccogliere alcuni
dei miei scritti dal fronte e prepararli per la pubblicazione. Mentre
sfogliavo i miei vecchi notebook ma sono capitati fra le mani quelli
tenuti dal 3 al 20 agosto 1985. Sono quelli descritti prima.
Non mi ricordo perché ho smesso di registrare le mie osservazioni dopo
il 20 agosto. E’ stato probabilmente perché ero troppo sopraffatto dagli
avvenimenti della settimana che seguì. La mia mente ancora pullula di
molti dettagli degli avvenimenti di quei pochi giorni. Ricostruirli
adesso sarà difficile. Mi dispiace che non sono riuscito a cogliere nel
mio diario le emozioni del momento.
Il 21 agosto 1985, il giorno dopo che ho scritto di Melake e dei suoi
compagni, abbiamo avuto l’ordine di lasciare Laba e tornare a Nakfa.
Abbiamo raggiunto Hashfet nel tardo pomeriggio e abbiamo trovato un
camion Mercedes in attesa di prenderci. Appena saliti è iniziato a
piovere pesantemente. Wedi Berhe e io in cabina con il conducente.
Eravamo già bagnati prima di entrare. Il resto del plotone era in
ammollo sul retro del camion.
Wedi Berhe ha un modo brusco di dire le cose e questo lo rendeva
simpatico ai suoi compagni. E’ ancora vivo.
"Speravo volessi aiutarmi con i miei studi universitari", mi disse.
"Lo posso ancora fare. Siamo ancora insieme ", ho risposto.
"Beh, non lo so. C'è qualcosa da fare che ci aspetta questa sera. Avremo
alcuni giorni molto frenetici".
La sua gamba destra è così gravemente danneggiata che mi chiedo il
motivo per cui lo abbiano tenuto con le Forze. Come molti altri, si è
probabilmente rifiutato di separarsi da loro. Molti combattenti non
saprebbero come vivere altrove.
Erano circa le 8:00 di sera quando siamo arrivati a Nakfa. Abbiamo
trovato la città in piena attività. Alcuni stavano torcendo loro netzela
in un nodo. Altri sono stati contando le cartucce o di pulendo e
controllando le loro pistole... Erano in nostra attesa. Abbiamo avuto
"proteine" per cena, e litri di latte Terzo mondo, che deve essere la
più bassa qualità di latte in polvere che viene fornito in sacchi di
carta. Sono così pieno che mi fa male il ventre.
Ben presto siamo stati chiamati per un incontro. Il comandante di
battaglione, Haileab Manjus, ha parlato per primo. Non ricordo quello
che ha detto, ma ricordo che ammiravo la sua arte oratoria. Assahaita è
intervenuto di seguito. "E’ necessario agire rapidamente", diceva. "Se
agiamo velocemente e con la solita prudenza militare nei primi minuti
..."
Ci era stato detto di rilassarci fino a quando non fossimo stati
assegnati alla nostra posizioni di battaglia. Il nostro battaglione era
quello che doveva lanciare il primo attacco alle posizioni nemiche. In
precedenza avevo solo sentito parlare di combattenti con i nervi a fior
di pelle alla vigilia della battaglia. L’ho vissuto quella notte. Uso la
mia giacca come cuscino nel tentativo di dormire su terreno coperto da
pietre e sassi. Non ho potuto. Un pensiero dominava tutta la mia mente.
"Come sarà domani a quest’ora?", ho preso a domandarmi. "Chi sarà
sopravvissuto e chi no?" Sarei disonesto se dovessi negare che la mia
principale preoccupazione era se io, me stesso, sarei sopravvissuto per
vedere le stelle della sera seguente.
Accanto a me i miei compagni più giovani erano già caduti in un sonno
profondo. Apparentemente le pietre e sassi non li disturbavano. Li
invidiavo con tutto il mio cuore. La mancanza di sonno è stato il mio
principale antagonista nel corso dei successivi quattro giorni.
Verso mezzanotte ci siamo trasferiti verso le nostre posizioni di
combattimento. Ci siamo fermati quando abbiamo raggiunto "Fidel Pe", che
era il nome delle trincee in alto a destra sulla strada per Afabet.
Quando sembrava che questa sarebbe stata una lunga pausa, mi sono
allontanate per raggiungere la compagnia Assahaita, cercando di
individuare i miei colleghi di Arag. Era così buio che ho dovuto
guardare ogni faccia per trovare qualcuno che riconoscessi.
Ho sentito una voce chiamare il mio nome. Era Tesfai Orologio, così
chiamato perché era un riparatore in una delle famose strade di Asmara.
"Chi cerchi?", mi ha chiesto.
"Oromo", ho risposto.
"Non è possibile trovarlo qui. E’ già andato con una squadra avanzata".
Ci siamo scambiati qualche parola. Ha aderito alla rivoluzione insieme
con la moglie e cinque figli. Tutti i bambini hanno partecipato alla
Revolution School e così li ho conosciuto tutti bene. Mentre stavo
parlando con lui è arrivato l’ordine di andare avanti.
Battendomi sulla spalla disse, "Buona fortuna ci incontriamo nella
vittoria". Più tardi ho scoperto che è morto in uno dei primi attacchi
agli inizi della mattina successiva.
Sono tornato al mio plotone e sono rimasto seduto per un po’ di tempo.
Qualcuno è venuto a portarci alla nostra posizione, accanto alla strada
dove ci eravamo riposati. Ho poi percorso quella strada su e giù più
volte, ma non sono mai riuscito a individuare esattamente dove abbiamo
trascorso il resto di quella notte. Non sono brava a trovare e seguire
le indicazioni. In ogni caso tre di noi hanno condiviso un rifugio fino
all'alba. Posso ancora sentire il silenzio di quel luogo affollato.
Tutto quello che poteva sentire era il suono dei nostri piedi quando
occasionalmente li spostavamo.
Alle 6:00 circa del mattino abbiamo sentito un colpo di pistola a est
della nostra posizione. Un leader di unità, una donne ben strutturata
chiamata Leteberhan, era seduta accanto a me. Si alzò e sbirciò
attraverso la piccola finestra del rifugio che serviva anche come posto
di fuoco.
"I nostri compagni sono partiti all’assalto", ci ha detto. "E’ la
compagnia Assahaita. C’è abbastanza luce per vedere".
Ha lasciato il posto e ho infilato la testa nella finestra. Il sole
stava per salire, ma non riuscivo a capire quello che stava succedendo
nella valle. "Riesci a vedere? Guarda l'albero posto sulla destra. C'è
un enorme impronta lì. Ecco dove stanno attaccando".
Uno ha bisogno di avere occhi e orecchie allenate per individuare
l'esatta origine del suono di una arma da fuoco. Letebrahan ha notato la
mia confusione e mi ha appena tirato giù dal posto per rioccuparlo lei
stessa. "Sì", ripeteva dopo ogni raffica di pistola e di fucile", adesso
lo prendono". Mi ha quasi ucciso con le sue anticipazioni.
Una ventina di minuti dopo l’attacco però ha cominciato ad agitarsi.
"Ah, che battaglia malfatta, completamente scoordinata...” ha detto. Non
mi piaceva quello che stava dicendo, così ho cercato di astenersi dal
commentare. "A questo punto avrebbero dovuto già averli distrutti.
Quegli asini stanno perdendo tempo".
E’ passata mezz’ora... quaranta minuti ... la "battaglia maldestra" non
ha mostrato alcun segno di miglioramento. Ogni secondo che passa,
l'impazienza Letebrahan si fa più viva. "I miei compagni, i miei amato
compagni ..., questo non è il nostro giorno...". Lasciò il posto di
fuoco e uscì dal ricovero. Ho preso il suo posto e ho provato a vedere e
a capire. Tutto quello che potevo sentire era il suono del combattimento
con artiglieria pesante. Ancora mi chiedo come quella donna di 23 anni
potesse discernere la goffaggine nel suono confuso che giungeva a me. Mi
sentivo inetto.
Tornò correndo. "Te l’ho detto", disse. "Stanno resistendo da soli. Quei
rifiuti marci!”, “Capisci?"
Ha scosso la tranquillità del nostro rifugio, con un monologo arrabbiato
di protesta per non essere tra coloro che chiaramente stanno soffrendo.
La sua forza, il suo totale disprezzo per il fuoco e la morte mi
stupivano. Stavo per dirle qualcosa per consolazione, quando un membro
del nostro plotone affacciò la testa nel nostro rifugio e ci disse di
correre dietro a lui completamente armati. L'intera compagnia emerse dai
rifugi e dalle tane di volpe, saltò fuori dalla trincea, scese giù lungo
il letto di un fiume in secca e iniziò a correre verso il teatro dei
combattimenti.
Il mio quarantunesimo compleanno si stava avvicinando il prossimo
ottobre. Dopo pochi minuti dall'inizio della corsa ho iniziato a capire
che tenere il passo con i miei compagni, la maggior parte di loro
difficilmente fuori dei ranghi, è destinato a diventare una grande
prova. Diritto di fronte a noi c’è una grande montagna chiamata "Kuomingtang".
E’ stata una roccaforte nemica che spesso si è dimostrata infida per gli
eritrei e, quindi, "Kuomingtang", sta a indicare la sua natura
anti-socialista e anti-patriottica.
Alla nostra destra c’era una
collina a forma di cono dalla quale una 14,5 millimetri sparava
direttamente contro di noi. Faceva un suono assordante. Eravamo
all’aperto senza alberi, né terrapieni che ci proteggessero. Una donna
soprannominata "Aunt Ho", da un personaggio immaginario vietnamita in un
racconto breve, è stata colpita. E’ caduta a destra di fronte a me.
Qualcuno è sceso ad aiutarla. Il resto di noi la oltrepassò continuando
a correre.
Non so fino a che punto siamo arrivati. Quando abbiamo raggiunto una
zona rocciosa ho capito il motivo per cui Letebrhan era così sconvolta.
Una ventina di feriti erano stati raggruppati ai piedi di una grande
roccia. Un uomo chiamato Damba, che era commissario politica dell’Assahaita
era disteso e ferito sulle gambe. Potevo vedere dalle loro facce che la
mattinata era stata disastrosa per la loro compagnia.
A pochi metri dalla roccia, il letto del fiume si rompe in una stretta
gola piena di pietre, rocce e massi enormi. Sembrava che la compagnia
Assahaita era caduta in una trappola e aveva bisogno di un aiuto da
dietro o dai lati per risolvere il problema, ancora non so quale. Nove
persone dal nostro plotone cominciarono a scendere la gola. Sono andato
con loro. La gola si apriva circa duecento metri più in basso, dove
erano situate parte delle trincee nemiche. Eravamo al sicuro fino a metà
strada verso la parte bassa della discesa. Improvvisamente una salva di
colpi ci costretti a virare a sinistra e a trovare protezione.
L’uomo RPG (Rocket Propelled Gun) del plotone era chiamato "Sinnom", che
significa "Dentone", ovviamente, perché aveva enormi denti anteriori. Si
diresse verso un masso sporgente con una piccola grotta su un lato. Noi
tutti ci affollammo dietro la sua relativa protezione. Oltre a Sinnom,
nel gruppo c’era anche Letebrhan insieme con Lemlem, che era stata
invidiata da tutti a Sulfur per aver mangiato "proteine e beles". "Tish'ate",
che significa "nove", perché aveva solo nove dita, era il capo
dell'unità. Un giovane e brillante ragazzo chiamato Wedi Ghirmai e altri
quattro non ora non ricordo formavano l'intero gruppo.
Erano le 7:30 quando ci eravamo nascosti dietro al masso. Ci siamo
rimasti per quasi sei ore. Questa è una esperienza ancora viva in me.
Dall’altra parte della valle c’era il nemico con la mitragliatrice che
ci ha visto scendere la gola e sapeva dove ci eravamo nascosti. Si era
fissato a mantenere la nostra posizione sotto un incessante tiro
continuo. Molti dei proiettili colpivano la roccia sporgente che ci
proteggeva. A intervalli arrivavano nelle nostre vicinanze anche colpi
di mortaio da 81 millimetri.
Ben presto ci eravamo resi conto che eravamo completamente intrappolati.
Più tardi ho anche capito che i soldati nemici avevano anche tentato di
spezzare in due la nostra gola e catturarci o farci fuori. Tuttavia ciò
che era importante non era il fatto che eravamo in una qualche forma di
accerchiamento. Sapevo che era tegadelti spesso si erano trovati in
tanto più grandi e più drammatici intrappolamenti, da dove erano poi
fuggiti con grandi dimostrazioni di coraggio.
Ho potuto vedere facilmente
che anche i miei compagni di quella mattina stavano affrontando la
situazione come se si trattasse di qualcosa di normale. Anche se io ho
vissuto ogni secondo che passava come non potrò mai dimenticare, ero
sicuro che loro non ci facevano caso. Ben presto quelle sei ore si
sarebbero dissolte nei numerosi e più gravi incidenti che facevano parte
della loro vita. Questo più di ogni altra cosa che è ciò che è accaduto
quella mattina, quello che mi ricordo più. E’ quello che ancora è vivo
in me.
Essi non hanno neppure fatto niente di speciale, qualcosa fuori dal
comune. Nella prima ora Tish'ate e Sinnom si sono alternati saltando di
roccia in roccia, fra i fischi proiettili, per cercare una via di uscita
per tutti noi. L'uscita era, ovviamente, in avanti a sostegno dei nostri
compagni intrappolati e non indietro per salvare la nostra pelle. Questo
tentativo è stato vanificato, perciò sono rimasti sul letto del fiume di
fronte a noi, accovacciati dietro le rocce e stando in guardia.
Dal momento che eravamo bloccati nell’accerchiamento,non c’era niente da
fare. Potevamo essere spazzati via, catturati o con un po’ di fortuna,
rischiare di ritornare senza essere notati al punto da cui eravamo
venuti. Pensavo che le prime due possibilità erano molto probabili. Mi
ricordo che guardavo ciascuno di loro intensamente, cercando di scoprire
il loro pensiero e le loro sensazioni interne. Condividevano i miei
pensieri e le mie preoccupazioni?
Non ho visto alcuna manifestazione di paura, di panico o di
preoccupazione. Non sto cercando di enfatizzare la realtà, questa è la
verità. Vorrei aver scritto qualcosa su di loro quella mattina. Non
potevo credere che ne sarebbero usciti vivi. Non potevo credere che io
ne sarei uscito vivo. Ci sembrava ci fosse una grande differenza tra di
noi. Possibile che io amassi me stesso più quanto loro amassero loro
stessi? Che abbiano messo a punto un metodo con cui poter nascondere
propri sentimenti e le sensazioni più intime? Non lo so. Nulla indicava
che essi si sentivano in pericolo imminente e immediato.
Anzi iniziarono scambiarsi battute. Non riesco a ricordare tutto quello
che dicevano, ma riguardava la morte e il modo migliore di morire.
Scherzare sulla morte quando questa è giusto dietro la porta potrebbe
essere interpretato in una varietà di modi. Gli psicologi probabilmente
lo esaminerebbero come un incredibile componenti della psiche. Alcuni la
chiamerebbero la disperazione, altri lo possono considerare come effetto
della abitudine, altri ancora come atteggiamento esteriore per
dissimulare la paura.
Io non sono uno psicologo, ma questa mattina ho visto abbastanza per
essere in disaccordo. In queste sei ore ho visto accettazione, una calma
e serena accettazione della possibilità della morte. Era come se, nel
profondo di loro stessi, fossero venuti a patti con il martirio, come
modo migliore per dimostrare il proprio amore per il proprio paese.
Certo i miei compagni sono tra i combattenti più scelti, il meglio del
meglio, per così dire. Durante i seguenti tre giorni di combattimenti,
solo tre tegadelti di tutta la nostra compagnia sono stati criticati per
una qualche forma di paura o di panico. Essere il migliore tra i
componenti di questo gruppo di coraggiosi non è cosa semplice.
In ogni caso, hanno iniziato a scherzare e hanno riso per la maggior
parte del tempo che rimanemmo accerchiati. Ho riso tanto che a volte
sono stato vicino a dimenticare in che situazione mi trovavo. Mi hanno
fatto ridere, ma hanno anche cercato di proteggermi nel modo migliore. I
proiettili rimbalzavano sulle rocce e fischiavano sopra le nostre teste,
schiacciando tutto intorno a noi. Non dimenticherò mai come erano
preoccupati per la mia vita. Nello scherzare tentavano di schiacciarmi
in mezzo a loro per non farmi colpire.
"Perché sei qui con noi?", mi chiedono. Ho provato a brontolare che
erano eccessivamente protettivi. Ma non mi ascoltavano.
Erano preoccupati per la mia età. Non credevano che avrei potuto
correre. Pensavano anche che avrei più facilmente ceduto alla sete.
Quante volte mi hanno offerto acqua dai rispettivi contenitori. Era una
cosa eccezionale in quelle circostanze. Non si beveva mai acqua senza il
permesso leader; non nella prima parte della giornata, comunque. Ho
dovuto fare tutti gli sforzi possibili per resistere alla tentazione di
un sorso o due.
Così al posto di tutto ciò che pensavano mi mancasse, mi hanno dato
scherzi, giochetti, chiacchiere e risate. Parole come "martirio" e
"coraggio" è ancora risuonano nelle mie orecchie. Questo è stato il
1985. L’EPLF allora esisteva da quindici anni. Fatta eccezione per Tish'ate
e Sinom, il resto dei miei compagni di lotta hanno aderito negli anni
80. In realtà, alcuni erano venuti dopo la 7° offensivo etiopica o "Stealth",
nel 1983. Tuttavia, la preoccupazione cameratesca, la saggezza e il
coraggio di fronte al pericolo che distinguono i veterani del Fronte
erano già stati ereditati da questi distinti giovani uomini e donne.
Passat l’una di notte siamo stati incaricati di risalire al punto da cui
eravamo partiti, nella parte superiore della gola. Una volta fuori del
nostro rifugio il mitragliere ci ha visti e ha tentato di fermarci.
Siamo usciti tutti insieme. La parte più pericolosa è l’attraversamento
della gola fino al riparo dove si trovavano i feriti la mattina. Uno ad
uno abbiamo iniziato ad attraversare la gola sotto una grandine di
pallottole.
Ero in quinta linea. Proprio nel bel mezzo della traversata ho
inciampato e sono caduto. I proiettili fischiavano tutto intorno a me.
Quando ho travato le energie sono schizzato in avanti emi sono messo al
sicuro. Sono stato mancato per poco. Un proiettile mi ha bucato i
pantaloni. Il colpo mi avrebbe fracassato la caviglia sinistra.
Non dimenticherò mai quel giorno. Non dimenticherò mai Tish'ate, Sinnom,
Letebrhan e Wedi Ghirmai. La maggior parte di loro avrà avuto circa la
metà della mia età. Molti di loro erano ancora bambini, quando sono
entrato nel EPLF, ma mi ha insegnato delle cose straordinarie quella
mattina. La loro sfida o il disprezzo per la morte erano stati
fenomenali. Continuo a pensare a questo.
"Non ho paura di morire", ha detto Wedi Ghirmai a un certo punto e poi
aggiunto, scherzando, "ciò che temo è la 'mandibola.' Non voglio che una
bomba o un proiettile tocchi la mia faccia". Ricordo che gli diedi
un'occhiata. Era bello.
"Che cosa succede se ti viene amputata una gamba?" Chiese una delle
ragazze.
"Non mi interessa".
"Egoista! Vuoi sopravvivere, vuoi vedere l'indipendenza!"
Dicemmo tutti insieme scherzando e ridendo. Ma con una stretta al cuore.
Dopotutto la morte era ovunque intorno a noi sotto forma di fischi e
rimbalzi di proiettili, granate di mortaio e truppe nemiche. Mi ricordo
che guardavo a ciascuno di loro chiedendomi quali effettivamente
avrebbero visto l’indipendenza.
Molti mesi dopo quel memorabile giorno, quando sono tornato al mio posto
originale all’Arag, Sinnom è venuto a trovarmi. Nel frattempo si era
sposato ed era in luna di miele in un luogo chiamato Halibet, ad alcuni
chilometri di distanza da noi. Abbiamo chiacchierato e riso molto. Mi
disse che Tish'ate era morto in azione, dopo che avevo lasciato l’unità.
Pochi giorni dopo Leteberhan e il medico del mio ex plotone sono venuti
a trovarmi e hanno trascorso un giorno intero presso la mia postazione.
Erano venuti per partecipare a un corso alla Scuola per quadri, a circa
un'ora di cammino da Arag. Nel 1988, dopo l'annientamento del nemico sul
Fronte di Nadew e la cattura di Afabet, ho incontrato ancora Leteberahn
sul nuovo Fronte Mes-Halit. Era stata promossa comandante del plotone.
Abbiamo avuto una lunga e nostalgica chiacchierata. Mi disse che Sinnom
era morto in qualche battaglia nell’87.
Non dimenticherò mai Sinnom. Vorrei spiegarne il motivo, più tardi.
Vorrei tornare a Leteberhan. Nel 1990, dopo la cattura da parte dell’EPLF
del porto di Massaua, ho incontrato Wedi Berhe, il mio comandante di
plotone. Nell’emozione della vittoria, ci siamo abbracciati e baciati
sulle rive del Mar Rosso. Mi disse che, dopo il 1985, aveva sposato Leteberhan, ma evitava di dirmi dove era. Ho insistito. Con molta
esitazione e rammarico, mi disse che anche lei era morta in una delle
battaglie tra Afabet e Massaua. Ho singhiozzato e pianto per la
maggior parte della nostra serata di trionfo.
Quarto capitolo
Vorrei tornare a quei quattro giorni di feroci combattimenti.
La mattina del nostro accerchiamento noi dieci siamo stati fortunati ad
avere raggiunto la relativa sicurezza della parte superiore della gola,
senza un graffio. Ricordo il posto come una scarpata liscia interrotta
di tanto in tanto da rocce aguzze cotte dal sole. Compagni feriti
trasportati in basso dai luoghi di combattimento, sono stati disposti
sotto ogni arbusto disponibile, in attesa del trasferimento alla clinica
del battaglione, più in alto. Ho potuto constatare che la nostra parte
non se l’era vista bene durante la giornata.
Circa alle 2:00 del pomeriggio quando colpi di mortaio hanno cominciato
a cadere verso l’area dove dieci di noi giacevano sparsi dietro le rocce
e arbusti. Non ci sono trincee qui, nulla dove mettersi al riparo dai
colpi diretti o dalle schegge battenti senza pietà. Il comandante della
compagnia, Bahre Debas, Leteberhan e un’altra donna stavano appoggiati
su una roccia alcuni passi sopra di me. "Fermo dove sei", mi ha gridato.
"Non pensare di cambiare posto, non fa differenza. Qui sono la fortuna e
il destino a decidere chi prendere e chi risparmiare. Basta stare
fermi". Ho fatto proprio questo.
Da quando ci siamo seduti abbiamo cercato di indovinare il numero di
proiettili che cadevano in quel luogo della dimensione di un campo di
calcio. Per tre ore le bombe sono letteralmente piovute; a destra, a
sinistra e al centro. Un paio di volte è arrivata così vicino che ho
potuto sentirne il calore.
Nessuna scheggia mi ha colpito. Una
che è caduta a pochi metri alla mia destra mi ha coperto di polvere e
fumo. Schegge volarono sopra di me nella direzione dove erano Bahre e
Leteberhan. Ero sicuro che erano stati almeno sfiorati. Li ho visti
rimuovere polvere e continuare a parlare. Alcuni minuti più tardi
Leteberhan stava asciugandosi del sangue dalla pelle. Alcune schegge
avevano ovviamente trafitto sua carne. Lei non ci faceva caso.
Quella sera, quando si era fatto un po’ più scuro, la nostra compagnia è
scesa giù per la gola, ha superato il nostro rifugio del mattino e si è
diretta correndo verso le trincee nemiche. Il terreno saliva in pendenza
sulla nostra sinistra. Appena siamo partiti ho visto la sagoma di una
persona che correva nella direzione opposta. "Qualcuno a sinistra!", ho
gridato.
Una raffica di proiettili di
kalashnikov provenienti dalla sagoma ci aveva fatto sdraiare pancia a
terra. Un proiettile incendiario ha colpito il terreno circa un metro da
dove ero io. Deve avere aver sfiorato la mia natica sinistra mentre
fischiava via. Sentivo un forte dolore e ho gridato, "Stai colpendo noi,
maledizione!", pensando un'altra compagnia ci avesse scambiato per il
nemico.
Come Leteberhan quel pomeriggio, ho ignorato la sensazione di bruciore
sulla mia sinistra e ha continuato a correre. Sono stato medicato solo
quattro giorni più tardi. Ci sono voluti mesi di tempo per guarire. In
ogni caso abbiamo raggiunto le trincee del nemico senza incontrare
alcuna resistenza, abbiamo formato una fila e abbiamo proceduto
ulteriormente attraverso il dedalo di canali che portava al posto
principale.
Improvvisamente ho sentito qualcuno
esclamare, “ Weyley”, mentre allo stesso tempo sparava un colpo. Ho
sentito contemporaneamente. Ero circa il quarto della fila. Nel buio
qualcosa in fondo alla trincea mi ha fatto inciampare e quasi cadere. Mi
sono piegato per vedere cosa fosse. Un soldato nemico era appena stato
colpito e stava morendo. Un uomo alto in quello stretto canale; ho
dovuto scavalcarlo per recuperare il tempo perduto.
Il nemico è stato, almeno questa volta, preso alla sprovvista. Dopo il
suo successo iniziale del mattino e l’assolutamente folle bombardamento
del pomeriggio, aveva probabilmente pensato che non saremmo
assolutamente stati in grado di attaccare in quel modo. Il soldato nel
quale ero inciampato era stato sorpreso da Sinnom, che comandava
l'attacco e colto dal panico aveva cercato di aggredirlo. Sinnom era
troppo veloce con la pistola e gli aveva sparato un proiettile al petto.
Mentre lo passavo rantolava.
Sinnom è stato sorprendente in tutti questi quattro giorni. Dall'inizio
alla fine ha sofferto del più straziante dei mal di dente. Qualunque
cosa ha fatto, attaccare, sparare o riposare, è stato accompagnato da
grugniti e quasi incomprensibili gemiti di dolore represso. Benché non
ci fosse la minima possibilità di una tregua nel continuo combattimento,
sperava di potersi rannicchiare da qualche parte e cercare di fare un
pisolino.
Ma sempre invano. Se c’era un punto
da distruggere con un RPG, sarebbe stato chiamato a farlo. Fatto questo
avrebbe potuto sdraiarsi per alleviare il suo dolore. Ma poi un attacco
a una unità nemica avrebbe richiesto il suo comando per guidare un
gruppo di quattro o cinque. Ancora una volta sarebbe ricaduto nel
dolore... Questi quattro giorni devono essere stati un lungo incontro
con la sofferenza per Sinnom. Non conoscevo e non avevo sentito parlare
della sua capacità di combattente prima di quella battaglia. Ma, per me,
è stato la stella e l'eroe di quel particolare scontro.
Quando è venuto a farmi visita in Arag, gli ho ricordato il mal di
denti. "Mal di denti?", ha chiesto. E dopo aver pensato un po’ tempo per
ricordare. "Sì, sì, è stato in quella battaglia che ho che avuto quel
dolore. Tante cose sono accadute dopo, si è tutto mescolato. Non è il
dolore che mi ricordo di più di quei quattro giorni di battaglia, però.
E' stata una brutta battaglia. La nostra brigata non aveva familiarità
con il terreno di Nakfa. Il nemico aveva tutti i vantaggi. Una mediocre
e umile battaglia, ma ci ha portato via tanti eroi..."
Tra gli eroi che sono morti all'inizio della prima mattina c’era
Assahaita, magro, bello e brillante comandante di compagnia che mi ha
fatto ridere a Nakfa. Quella sera appena ci siamo messi a riposare
all'interno della trincea nemica, ho sentito il suo nome sussurrato con
soggezione. La mattina dopo mi sono avvicinato a Bahre e gli ho chiesto
di Assahaita.
Lui mi ha guardato dritto negli
occhi e ha detto semplicemente: "Non hai mai sentito dire che l'amore
nella rivoluzione non si consuma mai, che non si sveste via?", mi ha
lasciato in piedi, dove ero, a pensare a ciò che aveva appena detto. "La
morte si porta via i più amati”, è quello che intendeva dire. Era il suo
modo per dirmi che Assahaita era stato effettivamente ucciso.
C'è una cosa che ricordo sempre di Assahaita, ma che non ho menzionato
nel mio diario. La sera prima di lasciare Nakfa per Laba, la moglie di
Bahre, che si trovava nelle vicinanze di Nakfa, venne a trovarlo.
Trascorsero la maggior parte della serata con il nostro gruppo.
Quando Assahaita la vide cominciò a stuzzicarla con tale eleganza e con
tale ilarità, che fummo tutti contagiati dalle risate. "Come hai fatto
mai a sapere che stava a Nakfa?", prese a chiederle. "Non hai perso
tempo per arrivare qui, hai volato? Non potevi ritardare un po', almeno
una o due ore ....?”
In mezzo a tutte le battute e al ruggito delle risate, si ferma un
attimo e dice: "E io? Non hai sentito che stavo qui? Ti faceva male fare
una capatina?" Era così disinvolto che la sua finta auto commiserazione
è risultata, credo, piena di grazia e di dignità. Ha concluso il suo
monologo con la stessa monotona tiritera che ho trovato tanto divertente
e attraente sotto l'ombra a Nakfa, "Povero, povero Assahaita il povero".
Non credo che egli mai avuto modo di incontrare la moglie di nuovo. Come
avrebbe potuto? E' stato il mattino dopo che abbiamo intrapreso il lungo
viaggio per Laba. Ed è stato lì per tutto il nostro soggiorno sulla cima
di quelle montagne. Poi è tornato a Nakfa per la battaglia in cui poche
ore fa aveva trovato la morte. Quello era stato un ultimo piacere e un
privilegio che non gli sarebbe mai dovuto essere negato.
Questa è stata anche la sola persona che vorrei aver conosciuto meglio.
Ma i miei incontri con lui sono stati troppo brevi per consentirmi di
andare oltre ciò che ho descritto qui. Tuttavia egli mi ha colpito come
un uomo dotato di una combinazione unica di umiltà, di coraggio e di
brillantezza. Era dotato di arguzia, gentilezza, amore, serietà e ciò
che molti hanno descritto come un indomito spirito combattivo.
"In un certo senso è bene che non lo hai conosciuto così bene", mi ha
detto una volta un suo amico. "Era un uomo di tale integrità che la sua
morte ti avrebbe schiacciato allo stesso modo in cui lo ha fatto con
me".
"Povero Assahaita il povero", era ricco di spirito.
Assahaita non è stato l'unico comandante che è perito nel corso di quei
quattro giorni di battaglia. Wedi Ghile, che abbiamo già incontrato come
commissario della nostra compagnia, si era trasferito il primo giorno
per sostituire Assahaita. Anche lui è stato ucciso poche ore dopo. Lo
stesso pomeriggio un uomo gioviale dalla zona Massaua, Wedi Tza'eda, che
aveva guidato un'altra compagnia a ceduto a un proiettile nemico.
Il secondo giorno di battaglia è stato il più intenso per la nostra
compagnia. Abbiamo trascorso l'intera giornata nelle trincee del nemico
e dovevamo attaccarne un'altra, in posizione più strategica, la sera. Il
nemico aveva anticipato le nostre intenzioni e attaccando. E' stato un
approccio furtivo seguito a un bombardamento a tappeto di ore.
Fortunatamente Wedi Ghirmai era di guardia sul fianco sinistro e ha
abbattuto il primo soldato di quelli che si avventurarono nel canale. Ne
è seguito uno scambio a fuoco di circa un’ora e mezza. Il nemico deve
avere visto che non poteva procedere. Ricadde indietro.
Questo significa che abbiamo dovuto annullare il nostro attacco
pianificato. Così abbiamo trascorso la notte e il successivo terzo
giorno di battaglia nella stessa trincea nemico. La seconda compagnia
del nostro battaglione finora era rimasta fuori del confronto. Si è
unita a noi in questo terzo giorno. Alcuni dei miei studenti della
Rivolution School, compresi Chu Chu e l'artista Hakli.
Sono andato a vedere se potevo
trovarli. Dovevano essere andati via per qualche commissione, non erano
lì. Ma ho incontrato Almaz del mio dipartimento ad Arag. Almaz è quella
che, insieme con Oromo, era stata la prima a salire fino alla cima del
monte Bdho la mattina della nostra partenza da Arag.
Le ho chiesto di Hakli, il cui vero nome era Ghirmai Ghebreleul. Lei mi
ha detto che mi aveva soprannominato "Antonio Sabàto" lo spensierato
attore italiano di spaghetti western. "Antonio Sabàto? Perché? ", le ho
chiesto.
"La notte scorsa quando siete stati attaccati? Qualcuno ha detto che ti
aveva visto su e giù per le trincee con una pistolona in mano".
Questo era vero, ma credevo che nessuno mi aveva visto, o che chi ha lo
avesse fatto me lo avrebbe detto. Quando l'attacco era stato respinto
vigorosamente la sera precedente, mi ero spostato lungo le trincee per
alcune faccende. In angolo ho visto il corpo di uno dei nostri compagni
penzolare a testa in giù dalla sua posizione di tiro. L’ho tirato giù a
terra e l’ho girato per vedere chi fosse. Nel farlo ho visto qualcosa di
duro infilato nella schiena.
Ho pensato che fosse una baionetta
e, nel panico, ha tirato fuori la mia pistola e stavo per acquattarmi
quando qualcuno che non ho riconosciuto è spuntato da dietro un angolo.
Se aveva notato il mio comportamento non lo ha commentato. Quando gli ho
detto che qualcosa era conficcato sulle spalle del compagno morto, mi ha
detto che non era una baionetta quella sulla schiena.
Aveva qualcosa a che fare con un
RPG... Non ho mai scoperto cosa fosse. Deve averlo raccontato ad Hakli.
Hakli era uno che non si sarebbe mai fatto sfuggire una tale opportunità
d'oro per il suo strano umorismo. Evidentemente si era divertito a
disegnare scene western con me al suo interno.
"Di ad Hakli di chiudere la bocca", ho detto ad Almaz. "Sono rimasto
esente da qualsiasi nick-name, finora. Non voglio essere chiamato
Antonio Sabàto o anche Giuliano Gemma alla mia età! "Si mise a ridere.
Come abbiamo detto in apertura il nemico ha iniziato bombardare la
nostra posizione con la stessa intensità della notte precedente. Ogni
volta che un colpo di mortaio arrivava lei saltava per proteggermi. Era
così nervosa che mi ha condotto per mano in un rifugio vicino e mi ha
detto di andare dentro.
"Come stanno Hakli e tutti gli altri?", le ho chiesto mentre ci
salutavamo.
"Sono tutti a posto, fino ad oggi. Ma poi abbiamo seguito lei". “Non mi
piace il modo in cui sta procedendo questa battaglia. Si prenda cura di
se stesso, ha sentito?”. Mi ha stretto la mano ed è scappata via
saltando per evitare le schegge.
Più tardi ho scoperto che nella feroce battaglia di quella sera, Almaz
aveva trasportato sulle spalle da sola un compagno ferito al sicuro dai
medici della compagnia. Sulla via del ritorno alla sua unità è stata
colpita alla testa da un colpo di mitragliatrice. E’ morta all'istante.
Quella sera la nostra compagnia ha avuto un grande momento con il
nemico. Con Sinnom e Wedi Ghirmai leader dei loro gruppi di "risolutori
di problemi", hanno catturato una postazione nemica dopo l'altra. Verso
la mattina il nemico era stato stanato dalla maggior parte delle sue
posizioni, perciò abbiamo trascorso il quarto giorno, ai piedi del monte
Denden. Una enorme roccia che si ergeva sul fiume Hiday era un buon
posto per riparare e far riposare tutta la nostra compagnia.
Ero totalmente esaurito. La gola era secca e la voce rauca e debole. Con
gli occhi incavati e il colorito giallastro, dovevo avere un aspetto
sconcertante. Il radio operatore della compagnia mi diede uno sguardo e
disse: "Quanto ci avete messo poco a sembrare malati...", come se con
settanta-due ore di combattimenti, insonnia e di su e giù per colline
fosse stato un week-end di piacere.
Anche Bahre mi aveva esaminato intensamente e mi disse: "Hai fatto
abbastanza. Ti do una scorta per accompagnarti a Nakfa. Parti subito".
Mi sono rifiutato, ovviamente. Sapevo abbastanza per resistere a tale
tentazione, anche se, nel profondo, avevo voglia di porre fine a questi
giorni difficili. Presto sono diventato un soggetto di discussione. Un
ragazzo mi ha chiesto quanti anni avevo. Quarantuno! Egli probabilmente
non poteva credere che qualcuno potesse raggiungere un’età così
avanzata. Era comunque circa il doppio della sua e tutti i giovani che
erano morti..., quasi mi ha fatto sentire colpevole per avere capelli
spruzzati di grigio...
Il tema si è spostato con una accesa discussione su quale fosse stata la
migliore età per combattere efficacemente. Qualcuno ha argomentato sulla
difficoltà che doveva essere stata per me tuffarmi improvvisamente nel
campo di battaglia, considerando la mia vita relativamente costante e
rilassata in Arag. Ho fatto un sospiro di sollievo. Sarebbe stata una
disgrazia se avessero pensato che ero risentito di trovarmi con loro,
perché non lo ero. Avevo superato una grande prova.
Mi devo essere addormentato. Il radio operatore, seduto accanto a me, mi
svegliò. Aveva ricevuto un massaggio. L’ho sentito sussurrare a Bahre,
che si trovava anche lui nelle vicinanze a riposare, che Chu Chu era
stata uccisa la sera precedente. Manifestazioni pubbliche di dolore sono
totalmente disapprovate. Mi sono sentito stringere dentro, più per
protesta che tutto il resto.
La crudeltà della guerra non ha
limiti. Non sapevo cosa fare così ho tirato il notebook fuori della mia
giacca e ha provato a scrivere su questa giovane donna alla quale ho
insegnato e ho amato come una sorellina. Le mie mani non si muovevano.
Ho sfogliato indietro le pagine fino a quello che avevo scritto quando
l’avevo vista per la prima volta a Embaliko il 7 agosto 1985.
Sono le stesse parole che ho
inserito in questo libro. Mi ricordo di aver chiuso gli occhi
desiderando che avesse trovato il tempo di lavare i miei capelli e
rimuovere i miei pidocchi. Non so che differenza avrebbe fatto, ma nel
mio dolore, lo avrei voluto.
Ancora il mio dolore, mi ricordo di aver preso atto mentale del fatto
che quelli di cui avevo scritto nel mio diario, in altre parole coloro
che mi avevano impressionato di più durante le mie due settimane in
trincea, morivano l’uno dopo l'altro. Il detto che "la rivoluzione
mangia i propri figli" e che prendeva i migliori, stava iniziando ad
avere un senso.
La notte che Chu Chu era morta, era quando avevamo compiuto notevoli
progressi sul terreno. Avevamo appena occupato una collina quando una
salva di colpi di mortaio ha iniziato a piovere su di noi. In mezzo a
quel rumore scrosciante ho sentito Bahre chiamare il mio nome. Nel buio
indicò una collina di fronte a noi e mi disse di scalarla dal nostro
lato. "Wedi Berhe è in attesa degli ordini di attacco. Vai e unisciti a
lui".
Ero così stanco, non ero nelle condizioni di salire un altra collina. Ho
protestato. Egli ha ribadito con fermezza l'ordine e sono andato senza
un'altra parola. Sospetto che probabilmente non mi voleva su quella
collina con tutti quei colpi che cadevano quasi ogni secondo.
Le mie ginocchia tremavano. Era come se le mie gambe si fossero
trasformate in acqua, come dice l'espressione Tigrigna. Era una piccola
collina, ma l’ho scalata a quattro zampe. Quando sono arrivato in cima
ho chiamato Wedi Berhe. Ho trovato lui, Wedi Ghirmai e alcuni altri
appiattiti dietro alcune rocce. Mi hanno detto che una intera compagnia
nemica era appostata a una cinquantina di metri di distanza da dove
eravamo.
Su questa posizione non cadevano colpi. Quindi eravamo un po' rilassati.
Wedi Berhe mi ha chiesto come stavo. "Stanco", ho risposto senza
esitare, "le ginocchia e le gambe non sono più le mie".
"Uguale qua", è stata la risposta. "Mi sento come stessi morendo, e la
gamba mi fa terribilmente male. Tiriamo fuori i denti. Se annientiamo la
compagnia di fronte a noi, ci riposeremo domani".
Ci siamo zittiti, appena abbiamo visto i combattimenti continuare al di
sotto di noi. E'stato uno spettacolo mozzafiato. Il fuoco volava
liberamente attraverso il cielo, nelle direzioni opposte. Era come se
migliaia di meteoriti improvvisamente lasciate libere si incrociassero e
zig-zagassero in tutte le direzioni.
A volte le bombe e i proiettili
anti-aerei si scontravano a mezz’aria esplodendo in una pioggia di
schegge e fuochi di artificio. I miei occhi erano abbagliati. Wedi Berhe
e Wedi Ghirmai, che potevano individuare i tipi di arma dal suono o
dall'angolazione delle palle infuocate che emettevano, cercavano di
impartirmi la loro incredibile conoscenza.
Ma io non ero dell’umore adatto per imparare. Quella notte, ho odiato la
guerra. Ad ogni colpo sparato, a ogni bomba che esplodeva, ho immaginato
un eritreo che moriva e ho detestato la guerra. Ho odiato non solo
l'oppressore che è stato la causa di tutto questo, ma anche coloro che
hanno inventato le armi di morte e di distruzione, che stavano
lampeggiando, bruciando ed esplodendo sotto di me.
"Non posso credere alla follia umana", ho detto a Wedi Berhe. "Non posso
credere l'umanità ha creato tutto questo solo per distruggere se
stessa".
Wedi Berhe non ha risposto. Ovviamente non era ne il momento né il luogo
per filosofeggiare. Devo averlo irritato un po’. Così ho lasciato cadere
l'argomento, ma ho continuato a pensarci. Quella notte ho raggiunto
alcune conclusioni definitive circa la stupidità, la crudeltà e la
ferocia degli uomini. Sono arrivato a un tale stato di agitazione che ci
sono rimasto a lungo.
Avrei voluto probabilmente essere
andato in un monastero o essermi ferito. Poi le emozioni si sono
raffreddate. Devo aver razionalizzato successivamente che sono emozioni
cresciute in un campo di battaglia. In ogni caso in quella notte di
estrema fame, sete, stanchezza e odore di polvere da sparo, la mia mente
frastornata ha odiato l'umanità.
Mi addormentai, ma fui svegliato da colpi di mortaio che cadevano nelle
nostre vicinanze. Due o tre sono caduti così vicino che quasi ci hanno
sbalzati fuori dalla sicurezza delle rocce che ci facevano da
schermatura.
Arguto anche in questa situazione Wedi Ghirmai mi chiama abbastanza
forte da essere ascoltato in mezzo alle esplosioni e ai detriti cadenti.
"Basta fare come ti ho detto ieri. Nascondi la testa tra le rocce e
sacrifica il resto del corpo. Non vivere con una ferita alla testa o
alla mandibola".
Wedi Ghirmai era un combattente provato, uno dei "risolutori di
problemi", come erano conosciuti. Era veloce, agile e pieno di risorse,
caratteristiche essenziali per risolvere situazioni militari difficili
nelle unità di fanteria. Avevo sentito dire che era sopravvissuto fino
all’indipendenza e lo stavo cercando. Solo di recente ho scoperto che
era morto un giorno alla fine degli anni ottanta.
Comunque il suo buon umore non ci
ha risparmiato il pesante bombardamento di quella sera. Più i colpi si
avvicinavano più il mio umore filosofico cambiava, così come ha fatto il
mio odio intenso per la vita e l'umanità. L'istinto è stato quello di
ottenere il meglio dalla ragione e dalla razionalità.
Quinto
capitolo
Abbiamo trascorso il quarto giorno di battaglia dietro a quella enorme
roccia, ai piedi di Denden. E' stato un giorno tranquillo. La guerra ha
le sue proprie regole. Una forte sparatoria e un bombardamento spesso si
interrompevano bruscamente e su entrambi i lati, senza alcun motivo e in
questa situazione si poteva rimanere per un periodo piuttosto lungo.
Sembra che le parti in guerra arrivino a una tregua temporanea, senza
dichiararlo o riconoscerlo. Quel giorno è stato così e anche la sera
seguente. Ci è stato detto di dormire intorno alla roccia.
Tuttavia la quiete e tranquillità era interrotta dalle incessanti urla
di un soldato nemico ferito che era stato lasciato indietro dai suoi
compagni in ritirata. E’ andato avanti così tutto il giorno ed è
proseguito la sera. Le grida erano così terrificanti che il nostro
plotone non poteva dormire.
L'uomo stava anche supplicando,
pregando che qualcuno lo finisse. Abbiamo valutato l’idea di mandargli
una barella, ma abbiamo rapidamente lasciato cadere l'idea. Il nemico si
era posizionato non molto lontano. Abbiamo pensato che avremmo preso
rischi inutili.
Mentre discutevamo il nostro mitragliere, un uomo dal fisico atletico,
si avvicinò a me e mi disse semplicemente: "Perché non ucciderlo con la
pistola?"
"Come?"
"Non è lontano. Si può solo fare un salto e dargli una pallottola".
L'idea non mi attirava, per usare un eufemismo. Ha potuto vedere che non
ero sul punto di farlo. Apparentemente questo era quello che aveva
previsto e voluto. "Dammi la tua pistola allora".
"Perché?"
"Lo farò io", ha risposto quasi pregando. "Datelo a me, per favore. Non
ho mai ucciso nessuno con una pistola. Inoltre lui chiede di morire.
Sarà solo alleviare il suo dolore".
Gli ho dato la pistola e lui è scomparso nella notte. Non posso
descrivere la mia sensazione del momento. Stavo partecipando alla
decisione della fine della vita di qualcuno. Qualcuno che è stato
condannato a morire in un modo più orribile, ovviamente. Ma comunque è
stata una decisione. Imitare Dio è così facile in una guerra.
Il ferito, che stava per morire, ancora urlava a voce alta. "Qualcuno,
Sha'ibia, tutto quello che vogliono è una pallottola. Qualcuno mi
sollevi da questo dolore". Aveva un tono agghiacciante. Abbiamo sentito
un colpo di pistola a una ventina di metri di distanza. Il colpo è stato
seguito da un singhiozzo e dal silenzio.
Il mio amico era tornato indietro e si era inginocchiato accanto a me".
Quando si uccide con una pistola si và così vicino che si conosce la
persona morta", mi ha detto. Non ho detto niente. Ho solo preso la mia
pistola, l’ho messa nella sua custodia e mi sono sdraiato a dormire. Il
nostro artigliere era un gioviale uomo di cuore che sembrava essere il
preferito di tutti. In circostanze normali non avrebbe probabilmente mai
fatto male a nessuno...
E’ stata una notte piena di stelle. Erano affascinanti da vedere. La
quiete dopo pesanti combattimenti può essere paurosa come il silenzio di
poco prima. Che poteva sembrare tranquillo e diverso. Le guardie per la
notte sono state assegnate e tutti noi siamo caduti in un sonno
profondo.
Alle 2:00 di notte circa il suono di raffiche di tutti i tipi di armi da
fuoco fece scattare tutta la nostra compagnia a sedere. Alcuni si
armarono, altri corsero a coprire le posizioni difensive. Ma la
sparatoria non era diretta verso di noi. Il cielo era illuminato dai
proiettili incendiari e dagli RPG che esplodevano in aria.
"Forse hanno catturato Barentu", ha suggerito qualcuno nel buio.
"Basta scherzare", ha ammonito Wedi Ghirmai. "Questo è impossibile!". Se
fosse dipeso da lui il nemico non avrebbe catturato Barentu quella sera.
Ma, a quanto pare, era accaduto e per questo c’erano quelle scariche
celebrative in cielo.
Noi eravamo pronti a ricevere istruzioni. Alle 4:00 circa del mattino ci
è stato detto di tornare alle nostre vecchie trincee sulla linea
Denden-Globe-Fidel Pe. Abbiamo fatto proprio questo. L'intero scopo dei
nostri quattro giorni di attacco era stato quello di alleviare la
pressione che il nemico stava esercitando su Barentu. Con la caduta di
Barentu in mani nemiche non vi era scopo per noi continuare.
Abbiamo raggiunto la cima del Globo, a sinistra della vetta del monte
Denden, poco dopo passate le 6:00 del pomeriggio. Il Globe è una sorta
di piatto tondeggiante schiacciato tra Denden e Fidel Pe, il primo punto
di partenza della nostra compagnia. La prima persona che ho trovato a
Globe è stato un tegadalai basso e molto peloso nome Orit. Mi sono
fermato a chiacchierare con lui. Ha espresso il profondo dolore che si
sentiva alla perdita del suo comandante di compagnia, Assahaita.
"Questa è stata una delle peggiori battaglie che io abbia mai
incontrato", mi ha detto. "La nostra compagnia è stata resa totalmente
inabile". Sembrava esitare un po' e poi ha detto in un tono triste,
"Anche il tuo ragazzo è andato".
Io non gli chiedo chi. Sapevo che voleva dire Oromo, l'aspirante artista
e scultore. Alto bello e scattante era stato uno dei più popolari uomini
in Arag. Gli piaceva scherzare, non si stancava di lavorare e aveva una
risata forte e contagiosa, udibile e distinguibile a distanza. Potrà non
essere stato tra i migliori in Arag, ma stava facendo progressi
significativi come artista, quando è stato così crudelmente falciato.
Chi sale il monte Bdho da Arag e Halibet probabilmente troverà la statua
di un lavoratore scolpita in una roccia all'entrata dell’Anberbeb.
Questa statua fu scolpita e messe in loco da Oromo. Nel 1982-83, durante
la massiccia sesta offensiva del Dergue denominata Stealth, Oromo e i
suoi amici facevano due o tre viaggi settimanali fino alla montagna
ripida a lavorare sul suo progetto. Mi auguro che la statua sia ancora
intatta.
Ancora oggi, dieci anni dopo, quando la folla si riunisce ad Arag, Oromo
è sicuro di essere ricordato. Egli non era solo un artista e uno
scultore, ma anche uno dotato di grande forza fisica, instancabile nei
numerosi lavori del Dipartimento. Un infaticabile tagliatore di legna,
trasportatore di acqua e spacca rocce, è stato essenziale per la nostra
piccola comunità. Ma, allora, era semplicemente uno dei migliori
giocatori di pallavolo, probabilmente, in tutto il fronte. Le sue
schiacciate erano così precise, veloci e difficili da riprendere, che
pochi volevano giocare di fronte a lui.
Circa una settimana prima della sua morte lo avevo incontrato a Laba
dove tutto il nostro battaglione era riunito per alcune vaccinazioni.
Siamo stati in piedi vicino al bordo di un crepaccio e ho pensato che il
paesaggio sotto di noi sarebbe stato adatto per un quadro.
"Sì, probabilmente", ha risposto. Egli era cresciuto in Etiopia e
parlava in Tigrigna con un accento Amarico. Non ho mai scoperto il
motivo per cui lo hanno soprannominato Oromo, che è il nome della più
grande etnia etiopica. Il suo vero nome era Tesfaldet. "Quello che trovo
affascinante è il tramonto. Non ho mai visto nulla di simile".
Aveva capito dalla mia reazione che non avevo notato il tramonto di Laba
e si mise a ridere. "Sai non so nemmeno più con chi parlare", ha detto
scherzando. "Qualche giorno fa stavo bevendo l'acqua in un ruscello. Il
riflesso del sole creava alcuni fantastici colori e forme nell’acqua
corrente. Mi sono sentito costretto a commentare una tale rara bellezza.
Un contadino stava travasando dell’acqua poco distante, non c’era nessun
altro. Così indicai la cascatella e i sorprendenti colori e gli
dissi: “Questo è bellissimo. Guarda”
"Egli deve avere pensato che ero pazzo. Guardò i riflessi, poi guardò in
alto il sole e disse semplicemente: “Questa è solo il riflesso del sole.
Il sole è lo stesso, nessun cambiamento!".
Finì con la risata di Oromo che riecheggiò debitamente fra le montagne
adiacenti e le rocce. Ci siamo detti addio e siamo partiti per le nostre
rispettive compagnie. Non avevo assolutamente idea che stavo vedendo
Tesfaldet Oromo per l'ultima volta. Oromo, aspirante pittore e scultore,
lavoratore instancabile, sportivo ed educato, e dignitoso essere umano
...
Ho lasciato Orit, che sarebbe lui stesso morto in una battaglia poco
dopo, addolorato per la morte di Oromo. La nostra compagnia è stata
assegnata a Globe e ho trovato un angolo piacevole all'interno di
un rifugio in cui riposare. Era una grande sala sotterranea dove anche
Bahre, Wedi Berhe e pochi altri si stavano preparando a passare un
periodo di riposo. Il nemico non ci attaccava. C’era un po' di tempo per
rilassarsi.
Improvvisamente qualcuno che non avevo incontrato prima è venuto nel
nostro rifugio. Era relativamente più anziano rispetto alla maggior
parte dei suoi compagni. Parlando a voce alta ha cominciato a lamentarsi
di un deposito di munizioni nemico che aveva visto e che avevamo
lasciato intatto. Qualcuno ha detto che era troppo tardi per fare
qualcosa al riguardo. Lui non ascoltava.
Ha trascinato Bahre fuori dal rifugio e affacciato al di sopra di un
canale di trincea, ha indicato l'esatta ubicazione del deposito. Era al
di là delle trincee nemiche e quasi ai piedi dei monti Kuomingtang e
Amelto, dove erano dislocati i soldati nemici.
"Devi darmi il permesso di andare laggiù e distruggerlo", ha detto a
Bahre.
"Non posso farlo", rispose il secondo. "Il nemico ora può rioccupare
l'intera area in qualsiasi momento. È troppo pericoloso. Stai al tuo
posto".
L'uomo non ascoltava. "Senti non possiamo lasciarlo stare lì. Che cosa
ci vorrà? Tornerò in mezz'ora o giù di lì. Anche se arrivano sono solo
non mi possono catturare. Non c'è altro modo se non vado".
Doveva essere risultato evidente a Bahre che l'uomo sarebbe andato anche
se gli fosse stato ordinato di non farlo. Quindi a malincuore ha
acconsentito.
Con il nemico lontano possiamo permetterci di affacciarci dalle nostre
posizioni di combattimento per guardare. Ho fatto così. Il nostro
valoroso combattente aveva già saltato alcune trincee nemiche a
cinquanta metri di distanza e accelerava verso il basso lungo il pendio.
Non avevo mai osservato un tale saltare di roccia in roccia felice e
senza ostacoli. In meno di dieci minuti era ai piedi del Globo e
procedeva veloce verso il suo obiettivo. Bahre aveva un binocolo. Ci
alternavamo a seguire la sua corsa.
Abbiamo potuto vederlo raccogliere materiale infiammabile, accendere un
fuoco e lanciare torce in quello che deve essere stato un rifugio
sotterraneo che serviva come deposito. Dopo qualche tempo un altro
membro della compagnia, il comandante di un plotone di nome Hagos, ha
insistito sul fatto che anche lui voleva scendere per aiutarlo. Questa
volta Bahre diede una comunicazione radio e lo lasciarono andare.
Insieme procedettero alla realizzazione della loro auto-assegnata
missione.
Non rimasi abbastanza a lungo per vedere l'esplosione. Ero impaziente di
sapere di Hakli e gli altri della sua compagnia, che stavano facendo
ritorno. Mentre mi avviavo verso Denden, ho sentito una enorme
esplosione dal basso.
Forse avrei dovuto vederlo, ma non importa. Che importava a me poi, è
stata l'iniziativa che ha preso l'uomo, il tipo di uomo che egli era.
Nel breve tempo che l’ho osservato, sia prima che dopo la sua missione,
non sono riuscito a notare qualcosa di distinguibile in lui. Un altro
uomo come tutti noi.
Egli avrebbe sussultato se
pizzicato e morto se ferito mortalmente. Ogni volta che mi ricordo di
lui, però, mi meraviglia il suo coraggio di questa mattina. Stava
andando in posizioni dalle quali ci eravamo ritirati, pienamente
consapevole che il nemico le stava rioccupando. Nessuno lo ha obbligato
a distruggere il deposito. Al contrario i suoi ordini sono stati di non
farlo...
Suppongo che, per essere un eroe tra gli eroi, si debba aggiungere
qualcosa in più a quello che tutti gli altri fanno. Quella mattina, il
mio eroe ha fatto proprio questo.
Mi dispiace di non ricordare il suo nome e di non averlo cercato di
scoprire poi. Né posso sapere se sia o non sia ancora vivo. D'altro
canto il fatto che sia senza un nome è per me simbolico. Egli è qui solo
perché sono stato un testimone quel giorno e io ho scelto di scrivere su
di lui.
Tanti eroi della nostra lunga
guerra, alcuni vivi e molti altri morti, sono stati raggruppati in una
generica massa chiamata "patrioti". Donne e uomini coraggiosi con nomi e
facce le cui gesta individuali e collettive di coraggio e perseveranza
hanno fatto per noi la differenza tra l’oppressione e la libertà, sono
solo una massa di martiri.
Non vi è nulla di strano dunque nel fatto che io non ricordo il nome del
mio eroe. Quando sono tornato l’ho trovato seduto nel ricovero accanto a
dove erano riposte le mie cose. Compiuta la propria missione sembrava
aver riportato il risultato a Bahre. Stava cucendo qualcosa,
probabilmente una toppa in più sui suoi pantaloni cenciosi. Sono rimasto
tre giorni ancora con quel plotone.
Non ho sentito più parlare del
supremo atto di coraggio e di aperta sfida alla morte del mio eroe senza
nome. Penso che è stato passato come un altro atto di una lunga serie di
iniziative individuali. Nessuna citazione, nessun apprezzamento, nessuna
promozione, nessuna medaglia al valore ...
Ho già detto che avevo cercato di vedere se Hakli era tornato con la sua
compagnia. Sapevo che era stato nella stessa unità di Chu Chu. Ho
trovato una donna che si chiamava Birnesh, anche lei da Arag, seduta da
sola ad asciugarsi il sudore dalla fronte. Era appena arrivata.
Le ho chiesto di Chu Chu e delle modalità della sua morte. Non ha detto
molto, ma mi ha riferito che Chu Chu era molto preoccupata per me. Pare
che avesse visto una giacca macchiata di sangue che sembrava la mia e
aveva concluso che ero stato colpito. Ho sentito un groppo alla gola,
difficile evitare le lacrime che minacciavano di uscire. Mi ha parlato
anche dei momenti finali di Almaz.
Io non poteva più rimandare la mia ultima domanda. "Dove è Hakli?" Sono
riuscito a chiedere. Immediatamente i suoi grandi occhi si sono riempiti
di lacrime mentre annuiva lentamente. Mi sono alzato e me ne sono andato
pieno di rabbia, rammarico e un dolore quasi disperato.
Se fosse possibile piangere ad alta voce nella rivoluzione, avrei
gridato per Hakli. Degli artisti che l’EPLF stava formando e
sensibilizzando, Michael Adonai e Hakli sono stati, a mio parere, i più
promettenti. Entrambi stavano sbocciando allo stesso modo sebbene
ciascuno avesse il suo proprio stile e la sua direzione.
Avrei voluto andare al loro studio ad Arag e godermi le loro pitture.
Verso 1982 o 1983 Hakli stava lavorando a uno dei suoi celebri pezzi, il
capolavoro che ritraeva una ragazza che andava o ritornava da scuola.
Sono diventato poi un suo regolare visitatore, osservando passo passo lo
sviluppo dell’opera.
Mi ricordo come fosse completamente
assorbito e in totale contatto con la sua opera ogni volta che rubavo
uno sguardo oltre le sue spalle. La sua concentrazione nel dare forma
alla gocce di rugiada sulle foglie nello sfondo era così professionale,
nessuno aveva dubbi sul fatto che avrebbe continuato a progredire
notevolmente.
"Chi è questa ragazza? A chi pensi quando la disegni?". Gli ho chiesto
una volta.
"Solo qualcuno che mi è venuto in mente", ha risposto.
"Sembra che ci stai mettendo molto dei tuoi sentimenti in lei", ho
continuato, in parte stuzzicandolo. "Quando invecchierai lei sarà troppo
giovane per te".
E' solo vernice e pennello", ha risposto, indicando la sua attrezzatura.
"Tutto quello che devo fare è qualche ritocco di tanto e tanto e farla
crescere con me".
Alla Rivolution School, dove avevo insegnato per diversi anni, era un
ragazzaccio che aveva sempre una risposta pronta. Quando è arrivato alla
scuola nel 1977 poteva avere 14 anni. Ma lui aveva lasciato la sua casa
per la lotta, non per frequentare le lezioni.
Così a scuola era sempre in un
costante stato di ribellione. Come studente era uno dei migliori. Ma era
diventato uno dei leader di un movimento chiamato "Tewzi'e", che in
arabo significa ri-assegnazione; delle forze combattenti, naturalmente.
Anche allora il suo spirito, la franchezza e il buon carattere lo
rendevano simpatico a tutti, compresi noi insegnanti.
Un giorno nel 1978 la maggior parte degli studenti più anziani della
scuola ha organizzato uno sciopero per esigere di essere inviati
al fronte. Beraki Ghebreselassie, che dopo l'indipendenza è diventato il
ministro della Pubblica istruzione e dell’Informazione, rispettivamente,
era responsabile per l’EPLF dei programmi educativi. Dal momento che
tutti i docenti e i funzionari della scuola avevano rinunciato a cercare
di convincere i nostri ragazzi e le ragazze a rinunciare ai loro
propositi, la questione passò a Beraki.
Lui parlò con loro cercando di imprimere su di loro il fatto che la loro
istruzione e le loro competenze sarebbe servite quando ci sarebbe stato
da ricostruire il paese dopo l'indipendenza. Ascoltarono con attenzione.
Al momento delle domande uno di loro si alzò e disse: “Tewzi'e” è come
una malattia. Dorme con noi la sera e si sveglia con noi al mattino.
Come possiamo sbarazzarcene?".
Un altro si alzò e disse: "Abbiamo questo grande desiderio di sparare.
Se si desidera che noi si studi in pace, allora si dovrebbe permettere
di farci sparare quattro colpi di Kalashnkov". Beraki disse che era la
richiesta più semplice da soddisfare. Tutti loro fra i 12 i 16 anni
gridarono e fischiarono di gioia. Beraki era diventato un eroe in un
istante.
Quando tutto sembrava risolto Hakli si alzò a parlare. "Non è che non ci
piace l'istruzione", ha detto. "Siamo disposti a studiare. Tuttavia, la
nostra scuola qui, questo luogo chiamato Zero, è molto aperta ad
attacchi aerei. Siamo sempre molto a disagio e ci sentiamo insicuri qui.
Quattro cannoni anti-aerei
dovrebbero essere posizionati a ogni angolo in modo che possiamo
sentirci al sicuro. Altrimenti non potremo tornare alla classe...". La
folla placata si infiammò ancora una volta, l’eroismo di Beraki era
scomparso istantaneamente come era venuto e tutti ci ritrovammo con il
difficile compito di calmare i bambini che volevano combattere.
All’Arag, quando era cresciuto e aveva circa 20 anni, gli ho ricordato
di quel giorno e ciò che aveva detto. Lui ebbe come un ghigno malizioso
e si mise a ridere. "Non ti dimentichi mai?", chiese.
"Come posso dimenticare? Lo sai quanto eri fastidioso? Ora ci stiamo
ridendo, ma sei stato un tale dolore, se ti fa piacere saperlo".
Egli si mise a ridere, una volta di più. "Volevamo lottare, voi non ce
lo consentivate. Vi abbiamo visto come un ostacolo, come un elemento
nocivo. Quindi abbiamo stabilito i nostri piani e ci siamo organizzati,
solo per fare pressione su ogni insegnante. Alla fine abbiamo vinto, o
no?".
Nella sua collezione c’è il dipinto di un tegadalai che corre
all’assalto di una posizione nemica. Con il sudore che cola sulla
guancia, è sul punto di irrompere in una fortezza o in un posto di
comando in fiamme. Ha una bomba nella sua mano destra.
Nel dipingerlo Hakli aveva usato il
suo fisico come modello. Ancora una volta è toccante e simbolico. Un suo
compagno mi disse più tardi che era stato colpito mentre correva verso
una posizione nemica. Abbiamo parlato un po' del suo coraggio e della
sua agilità.
Quello che mi ha toccato maggiormente è stato il fatto che Hakli e Chu
Chu erano morti circa nello stesso momento e fianco a fianco. Sopra a
tutte le amabili persone che ho menzionato in questo breve omaggio ai
miei compagni di trincea, due compagni di studio, due figli della
Rivolution School, due degli studenti che ho maggiormente amato e
rispettato erano morti.
Quando ho lasciato le trincee per
tornare ad Arag pochi giorni dopo, l’ho fatto con il cuore gonfio . Chu
Chu aveva ragione. Ero venuto a Nakfa per seppellire i miei figli.
A marzo ad Ararib fa ancora fresco.
Le temperature aumentano nel mese di maggio e diventa insopportabile da
giugno in poi. Come membri del comitato di redazione e del personale
della rivista dell’EPLF Harbegna, che significa Il Patriota, eravamo
sistemati sui lati di una gola rocciosa che si inerpicava su una
collina. Eravamo in dieci e ognuno aveva una camera scavata nel terreno.
Facevamo fisicamente parte di una più ampia comunità che costituiva
l’apparato giornalistico dell’EPLF. Ma dal momento che il nostro lavoro
richiede concentrazione e la necessaria solitudine, raramente ci
mescolavamo con i nostri più spensierati e ficcanaso vicini. Solo di
rado ci si avventura al di fuori dei nostri confini, e solo per prendere
l'acqua o sbrigare commissioni.
Il 13 marzo del 1988 nasce come qualsiasi altro giorno lento e monotono.
È rimasto così fino a circa 5:00 del pomeriggio quando il nostro
redattore capo, Ahmed Al-Keisi, chiamò Semere Salomon e me nella nostra
cucina comune. Si rivolse a noi solennemente.
"Entrambi andrete a Nakfa. Sembra che stiamo per lanciare una grande
offensiva lì. Dovete ritornare con le relazioni di tale battaglia per la
nostra rivista. Quello che scriverete dovrà illustrare le dimensioni e
l'importanza di questa operazione".
In altre occasioni del genere, cioè ogni volta che l’EPLF è era in
procinto di lanciare un'offensiva, avremmo sentito alcune voci in
anticipo. Avremmo anche fatto le nostre deduzioni notando alcuni
evidenti e insoliti movimenti. Questo doveva essere stato un segreto ben
mantenuto. Sia io che Semere non avevamo saputo nulla.
"Quale è l'idea?", chiese Semere.
"Wa Allahi, non ho tutti i dettagli. Quando arrivate a Nakfa presentavi
a Mesfin Hagos. E’ il comandante dell'intera operazione. Ho il sospetto
che questo può decidere il futuro di tutto il fronte Nakfa. Almeno
questa è la mia impressione. Tenetelo per voi. C'è una macchina sotto
pronta a prendervi".
"Vuoi dire ora?"
"Aiwa! Quelli della radio sono già
a bordo del camion pick-up. Fate in fretta!".
Tipico dell’EPLF. Non c'è tempo per una qualsiasi preparazione
psicologica .... si riceve un ordine e si va. Io e Semere corremmo alle
nostre camere, sistemammo i nostri netzelas, i quaderni e le penne a
sfera nelle nostre borse e corremmo al camion.
La Toyota era già stipata di
componenti del nostro servizio radio clandestino sulle montagne, La “The
Dimtsi Hafash” o “The Voice of the Broad Masses (VBM)”. Abbiamo trovato
un po' di spazio dove stringerci presto sballottati con una scia di
polvere che ci seguiva. Ogni volta che il camion si fermava la polvere
che ci avvolgeva in uno stato di frenetici colpi di tosse e starnuti.
Siamo arrivati a Nakfa a mezzanotte circa.
Dimtsi Hafash stava inviando i suoi migliori giornalisti. Ricordo Kidane
Tzighe, mio compagno di scuola alle superiori. Gli altri erano Hassen
Sherif, Asmelash Abraha e Wedi Ferj, il video-cameraman. Erano tutti
pezzi grossi al Dipartimento Informazioni. Ovviamente ognuno era
informato circa la natura della nostra missione. Nessuno tuttavia ha
detto nulla al riguardo.
Alcuni mesi prima il nemico era stato spinto via dalla sua vecchia
posizione alle porte di Nakfa da un attacco di alleggerimento dell’EPLF.
Le trincee che aveva fortificato presso la linea monte Denden, Globe e
Fidel Pe era sotto la presa salda delle nostre forze. Noi non eravamo
stati chiamati a riferire su tale particolare offensiva. Anche Dimtsi
Hafash non aveva attribuito molta importanza ad essa. In realtà io e
Semere eravamo stati inviati molto dopo la battaglia aveva avuto luogo.
Mi ricordo di noi mentre facevamo
una rilassante passeggiata su e giù per le trincee. Il nemico era stato
spinto a circa 20 km più a sud delle sue vecchie posizioni. Egli ha ora
costruito la sua linea di difesa su una serie di montagne chiamate Amba
e Roret, che si trovano tra le città di Nakfa e Afabet.
Comunque quando siamo arrivati a Nakfa ci siamo guardati in giro
guardato per tentare di dormire. Era buio e noi tutti eravamo sudati e
impolverati. Dubito che qualcuno abbia dormito bene quella notte. Io
certamente non; l'emozione era troppa.
La mattina successiva Kidane, di Dimtzi Hafash, e io e Semere di
Harbegna, siamo andati presso l'ufficio di Mesfin Hogos per conoscere le
nostre rispettive missioni. Come ho detto era il comandante di tutto il
fronte e dell'intera operazione. Aveva appena finito di condurre una
riunione di comandanti di divisione e li stava congedando. Non ci fece
attendere a lungo.
Avevo incontrato Mesfin più volte, soprattutto per questioni gravi. E'
un uomo di poche parole che dopo cortesi saluti e una o due parole di
convenevoli, va dritto al punto. Molto concreto. Ecco qualcosa di quello
che ci disse: "Mercoledì 17 si lancerà un'offensiva su questo fronte.
Il nostro obiettivo è quello di
travolgere e distruggere completamente le forze nemiche qui, catturare
le loro armi e liberare Afabet. L’ora zero è le 5:30 di mattina di
Mercoledì e il nostro attacco è frontale e su tutti i fianchi. Se tutto
andrà secondo i piani dovremmo essere ad Afabet il 18.
Se, per qualche motivo o per alcuni
ostacoli, non riusciamo a rispettare tale termine, l'operazione sarà
estesa di altre 24 ore. Dobbiamo essere in Afabet per la mattina del 19.
Se non ce la facciamo dobbiamo abbandonare l'intera operazione e
riprovare un’altra volta".
Noi tre lo stavamo ascoltando con attenzione. "Se, come ci aspettiamo,
la nostra offensiva va secondo i piani", ha continuato, "sarà una grande
sconfitta per il nemico. Nessuna delle sue armi può sfuggire la nostra
cattura o alla distruzione. Questo risultato porterà l'equilibrio
strategico a nostro favore. Sono sicuro che capite le implicazioni".
"Se l'operazione riesce, vi è l'intenzione o la possibilità di inseguire
il nemico al di là di Afabet?". Abbiamo chiesto.
"No", ha risposto con calma Mesfin. "Terremo Afabet e costruiremo le
nostre difese probabilmente a Mes-Halit. Non abbiamo alcuna intenzione
di inseguire il nemico. Il nostro scopo è quello di distruggere
completamente il nemico a Nadew e poi di difendere e proteggere il
nostro vantaggio.
Poiché le perdite per il nemico
saranno enormi ci posizioneremo sulla difensiva mentre seguiremo con
attenzione le ripercussioni sul nemico della sua imminente sconfitta.
Valuteremo anche il peso internazionale in reazione alla nostra alla
vittoria".
Senza dire di più ci consegnò tre pagine dattiloscritte e disse: "Questo
spiega l'intera operazione. Leggete, poi tornerò per rispondere a
qualsiasi domanda potreste avere". E lasciò la sala.
Ho perso il taccuino dove avevo annotato il contenuto principale del
documento. Mi ricordo, tuttavia, che esso dava in forma molto coincisa,
una descrizione dettagliata del numero di unità di combattimento su
entrambi i lati, le corrispondenti posizioni delle truppe, il conteggio
di armi e munizioni e le linee di approvvigionamento.
Era anche indicato il tempo, le
posizioni e la linea di attacco dell’EPLF e descritte in dettaglio la
modalità e la velocità con cui ogni divisione era previsto progredisse
verso il suo obiettivo assegnato. Poiché l'obiettivo era anche quello di
accerchiare completamente il nemico, un'altra divisione doveva essere
posizionata a Mes-Halit, in modo da bloccare la unica via di fuga del
nemico da Afabet verso Keren.
Era un piano lineare per niente difficile da capire. A me sembrava un
semplice problema di addizione, due più due è uguale a quattro... Il
nemico aveva, ovviamente, più truppe, circa 20.000 unità. La nostra
parte aveva poco più della metà di quella forza.
Ma questo non era visto come un
problema in quanto l’EPLF ha sempre dovuto confrontarsi con truppe da
quattro a cinque volte superiori di numero. La cosa che stupiva tutti
noi era l'assoluta semplicità di tutto il piano e l'audacia che
nascondeva. "Dovrebbe terminare tutto entro 24 ore, se non 48..." , era
il commento che continuavamo a ripetendo tra di noi. Mesfin tornò mentre
noi discutevamo sui dettagli pratici dell’operazione.
"Ci sono domande?", chiese appena seduto.
"Beh, che dire? Ci stiamo solo chiedendo se tutto questo è
realizzabile".
Lui sorrise. "Questo è il piano. Vedremo il risultato insieme. Le
informazioni che avete visto sono state condivise solo con i comandanti
di divisione. Anche i comandanti di brigata non sono stati inclusi nel
segreto. Siete tenuti a mantenere ciò che avete sentito solo per voi
stessi.
Sarete assegnati ai vari posti di
comando. Semere, tu starai con Witchu tutto il tempo, questo è il fianco
sinistro. Sta partendo ora quindi vai con lui. Kidane, tu starai al
posto di comando centrale, dove sarò io. Alemseged, tu devi andare a
vedere Ali immediatamente presso gli uffici della divisione 61. Loro
saranno sul fianco centrale. Arrivederci e buona fortuna".
Semere partì con Witchu, il comandante della 85a Divisione, alcuni
minuti più tardi.
Sesto
capitolo
Questo pomeriggio mi sono recato
all'ufficio della 61a Divisione. Per fortuna ho trovato il comandante,
Ali Ibrahim, e il commissario politico, Adhanom G. Mariam, a
chiacchierare all’ombra di un albero. Conoscevo entrambi molto bene. Ali
ha aderito all’EPLF circa un mese prima di me, alla fine del 1974.
L'ho incontrato al campo di
addestramento in Bahri Bara, dove comandava un plotone di tirocinanti.
Egli faceva parte di un gruppo di studenti universitari che
comprendevano famosi combattenti come Teklu Mesfin, Petros Methusalah e
Amanuel Fessehaye. Quest'ultimo veniva dal mio stesso quartiere ad
Asmara. Tre di loro si erano fatti un buon nome prima di morire in
diversi scontri con il nemico.
Quando siamo entrati a far parte del campo di addestramento, tutti e
quattro ci siamo acclimatati e siamo diventati soldati. Ricordo di aver
notato che non avevano nulla dei tegadelti. Non era facile per ragazzi
di città come loro. Ho avuto modo di conoscere Ali Teklu Mesfin più
tardi rispetto agli altri. Venivano dall’esterno del nostro plotone e
condividevano con noi la loro limitata esperienza al campo di
addestramento...
Avevo anche conosciuto il Commissario della Divisione, Adhanom, nel
1975. Dopo la cessazione delle ostilità tra l’EPLF e l’ELF quell’anno,
Adhanom era stato messo a capo di un gruppo di fedayeen costituito da
entrambi i fronti. L'ho incontrato la prima volta prima in un villaggio
chiamato Embeito, a circa 20 km a sud di Asmara, quando sono andato per
una delle mie prime commissioni come tegadalai.
Avevamo lo stesso tipo di capelli
lunghi e dritti, e portavamo una simile barba folta e baffi. Lui era un
veterano e quando sono entrato al Fronte un sacco di gente pensava che
io ero suo fratello. Quando mi ha visto a Embeito ha sorriso e ha detto:
"Devi essere Alemseged il mio fratello da tempo scomparso". Io lo
abbracciai e dissi: "E tu devi essere Adhanom il mio fratello da tempo
scomparso". Siamo diventati amici.
"Perché sei qui?", ha chiesto Ali bonariamente mentre gli stringevo la
mano sotto l'ombra.
" Mesfen Hagos non ve l’ha detto?", sono stato assegnato al vostro
comando per le operazioni".
"Che cosa significa al nostro
comando? Per fare cosa?", sembrava non gli piacesse l'idea.
"Mi è stato detto di relazionare sullo stato di avanzamento del vostro
contingente. Sai scrivere per il nostro giornale..."
"Fuori questione. Non vedo lo scopo per questo tipo di avventure. Se
vuoi scrivere, stai qui intorno e segui gli eventi con il nostro staff.
È quindi intervista noi dopo l'operazione".
Adhanom era tranquillo all'inizio. Ali aveva un tale tono definitivo che
ho cominciato a temere che mi stava per essere negata la possibilità. Ho
protestato.
"Non prenderlo come un fatto personale", ha detto Ali in modo
persuasivo, "Il nostro obiettivo iniziale sarà il monte Itahalbeb. Il
nemico sa che comanderemo da lì. Non vi è alcun dubbio che bombarderà
con l'artiglieria e con i bombardieri. Non posso permettere che tu sia
con noi. Non metterai in pericolo la tua vita per un articolo in una
rivista".
"Lascialo andare", disse Adhanom intervenendo per la prima volta.
"Dai, lo sapete che cosa significa", disse Ali ribattendo rapidamente.
Adhanom sorrise e disse: "Se ci bombardano lo spremiamo sotto una roccia
o lo nascondiamo in un buco. Non possiamo mandarlo indietro... tornata
stasera a cenare con me", ha proseguito rivolgendosi a me. "Cercherò
darti anche una stanza in cui dormire".
Ali acconsentì a malincuore. Fino
alla fine della battaglia per Afabet, Ali non smise mai di preoccuparsi
della mia sicurezza. Cosa che ho trovato molto toccante.
Mi sono fermato e rilassato a Nakfa per tre giorni. Nel pomeriggio del
16 marzo ci è stato detto di andare verso il campo di battaglia. Per
circa la mezz’ora abbiamo viaggiato in auto. Arrivati sul lato
occidentale delle vecchie trincee attorno alle pendici del Denden,
abbiamo lasciato la nostra auto e abbiamo iniziato a camminare per la
strada tortuosa che porta ad Afabet.
Fidel Pe, le trincee nelle quali
avevamo combattuto nel mese di agosto nell’85, si trovavano alla nostra
destra e le abbiamo passate. Ali, Adhanom, una parte del loro personale,
gli operatori e Hassen Sheriff da Dimtsi Hafash ed io, camminavamo tutti
insieme.
"Sembriamo come una unità di un plotone. Ci possono vedere da quell’Amba
laggiù", ha detto qualcuno puntando il dito verso le montagne visibili a
lunga distanza.
"Lasciate che ci vedano", ha risposto Adhanom, "Non possono sospettare
nulla. Probabilmente penseranno che siamo una insignificante missione.
L'intera settimana Nakfa ha ospitato un concorso sportivo che aveva
coinvolto tutte le brigate e i battaglioni allo scopo di distrarre
l'attenzione del nemico dalle altre preparazioni, effettuate sotto il
suo naso. Poiché queste attività erano riservate per la notte, anche
quelli che erano stati informati circa l'operazione quasi non potevano
discernere i preparativi di una grande battaglia imminente.
Abbiamo parlato tutta la strada fino a Itahalbeb. Tutti nella nostra
squadra avevano una storia da raccontare sulla zona che stavamo
attraversando. Così mi sono reso conto che praticamente ogni gola e
anfratto, ogni masso e roccia ha storie da raccontare. Ali aveva
comandato il Fronte quasi fin dall'inizio, nel 1979. Lui ha raccontato
la maggior parte delle storie. Il suo personale e gli operatori quindi
arricchivano i suoi racconti e pezzi con l'aggiunta di dettagli
interessanti, i nomi dei compagni caduti e alcuni divertenti aneddoti.
E' stata una lunga camminata, ma la discussione ci ha divertito tanto
che siamo arrivati ai piedi dell’Itahalbeb quasi senza accorgercene.
Nessuno aveva pronunciato una parola sul grande evento della mattina
successiva. Se non fossi stato informato da Mesfin Haogs sarei stato un
collega viaggiatore ignorante di tutti i segreti superbamente
misteriosi.
La gola e gli spazi aperti fino all’Itahalbeb erano stati completamente
occupati da una o due brigate, che si muovevano freneticamente per i
preparativi. Era già tutto pronto, ovviamente. Tuttavia le compagnie e i
plotoni necessitavano di verificare e ricontrollare le armi e le loro
attrezzature. Mi sentivo come se mi fossi trovato all'interno di un
formicaio.
Ci siamo riposati e abbiamo bevuto un po' d'acqua. Dopo un po' di tempo
gli uomini e le donne della brigata hanno iniziato a radunarsi a una
cinquantina di metri da dove eravamo. Il loro comandante, Tekle Manjus,
che significava piccolo Tekle, mi chiese di andare insieme per
partecipare alla riunione.
Ho provato a prendere alcuni appunti su ciò che ha detto ai suoi uomini
e donne in attesa con impaziente. Poche frasi nel suo discorso, però,
egli disse loro lo scopo della offensiva. Immediatamente il silenzio fu
rotto da un boato elettrizzante e dagli applausi. Le donne ululavano. E'
stata una tale vera e propria spontanea espressione di gioia che Tekle
Manjus ha trovato difficile calmare le sue truppe in modo che potesse
continuare. Ascoltavano appena i suoi consigli e le indicazioni alla
cautela e alla disciplina militare che si aspettava da loro.
E' stata una occasione felice. Ognuno si abbracciava e congratulava con
l'altro. Ovviamente questo era il culmine di anni di paziente attesa e
di lotta di difesa nelle trincee e tane di volpe di Nakfa. Ognuno
probabilmente aspettava l’occasione per vendicarsi ogni volta che
seppelliva un compagno, un amico o un amante. Era giunto il momento non
solo per un vantaggio strategico, ma anche per la realizzazione di un
proprio scopo, anche una vendetta personale.
Due conoscenti dei miei giorni alla Rivolution School, e presso il
Dipartimento dell’informazione, una donna che si chiamava Tirhas Habte e
Wedi Kidane, mi videro a distanza e mi vennero a salutare. Erano
sorpresi di vedermi con il loro comandante di brigata. Si stavano
probabilmente chiedendo quali credenziali militari mi avessero posto in
quella compagnia.
Hanno scherzato un po' su questo.
Ciascuno di essi non aveva assolutamente alcun dubbio circa il successo
della offensiva. "Domani?", Tirhas disse: "Domani sarà una festa...", è
ancora viva. Wedi Kidane, un uomo divertente e urbano, è stato ucciso il
giorno dopo, da qualche parte tra Ithalbeb e Ad Shirum.
Verso sera abbiamo scalato l’Itahalbeb. Tutte le montagne mi confondono,
ma mai come lo fa puntualmente Itahalbeb. Se si considera che da monte
Denden appare come un cono gelato rovesciato e da altri punti di vista
prende forme totalmente diverse. Eravamo in cima verso le 6:00
pomeridiane.
Itahalbeb aveva cambiato mano più volte nel corso degli anni. L'ultima
volta, quando il nemico era ancora intorno a Denden, era stato sotto il
suo controllo. Ci fermammo sulla cima del cono. Non c'era abbastanza
spazio per il tipo di elaborate trincee viste altrove. Fatta eccezione
per la parte presa per salire, Itahalbeb è per la maggior parte del
resto spaventosamente ripido e scivoloso. Su alcuni bordi i pendii
cadono bruscamente a formano rocce e precipizi. In circostanze normali
le scimmie fanno le loro case fino a dove ci trovavamo noi.
Tra le rocce c’era un rifugio in cui abbiamo messo le nostre borse e le
nostre cose. Poi abbiamo camminato fino alle trincee per goderci il
tramonto e gettare lo sguardo sulle posizioni nemiche distese davanti a
noi, ancora a una notevole distanza. E’ sempre buio, ma non abbastanza.
Fatta eccezione per le nostre voci
e un basso stropiccio di piedi, la serata è stata tranquilla. Posso
ancora sentire quel silenzio. Più diventava scuro e più le nostre voci
diventavano sussurri; mi ricordo il silenzio sempre più forte e più
pauroso. Gli scrittori spesso dicono che il silenzio assoluto ha una sua
propria voce. Hanno ragione. Per me almeno la quiete della notte prima
della battaglia di Afabet è stata assordante.
Circa alle nove abbiamo mangiato la cena. Siamo andati nel rifugio a
sdraiarci per dormire un po’. Il rifugio era di forma quadrangolare, ma
troppo stretto, giusto sufficiente per allungare le gambe. Poteva
contenere quattro di noi. Sono entrato per primo. Poi Adhanom, e Hassen
Ali Sharif di Dimtsi Hafash. Abbiamo parlato un po’, ci siamo scambiati
pochi scherzi e fumato sigarette.
Sembravano tanto rilassati e privi di preoccupazioni che mi sono sentito
costretto a chiedere loro. "Non dovreste avere l’ansia della notte
“prima della battaglia”?"
"Il nostro compito è praticamente finito", rispose Alì. "Abbiamo
definito e consegnato i nostri piani agli esecutori. Tutto quello che
dobbiamo fare ora è solo controllare".
Mi sono addormentato. Quando mi sono svegliato nel cuore della notte, ho
sentito parlare. Stavano anche fumando sigarette. "Ehi, siete ancora
svegli? Perché non vi riposate un po’?".
"Immagino che avessi ragione", disse Adhanom, "L’ansia ha finalmente
invaso anche noi. Inoltre russi".
"Che vi aspettavate? Sto qui tutto storto...". Penso che uno non ammetta
mai l’ubriachezza e il russare.
Abbiamo parlato un altro po' e fumato qualche sigaretta. Mi sono
riaddormentato.
Settimo
capitolo
Devo essermi addormentato
profondamente. Non li ho sentiti lasciare il ricovero. Mi sono svegliato
solo quando qualcosa è esploso vicino al nostro rifugio e quasi mi ha
buttato contro il muro. Mi sono seduto molto arrabbiato con me stesso.
Come corrispondente di guerra avevo il compito di catturare i primi
momenti prima dell’ora zero. A tastoni nel buio trovai i sandali, la
borsa, la pistola e taccuino e mi precipitai verso il posto di
comandando.
Erano ancora diversi minuti prima delle 6:00 della mattina. Il sole non
era ancora sorto, ma all’esterno c’era abbastanza luce. Gli operatori
radio avevano i loro apparecchi accesi. Nessun linguaggio cifrato
durante la battaglia, si parlava direttamente. I comandanti erano già
occupati a dare istruzione e a ricevere i feed-back dai loro
subordinati.
Ali era seduto su una roccia lungo il crinale dell’Itahalbeb, sparando
ordini nella sua radio. Anche Adhanom aveva una radio e ascoltava
intensamente il labirinto di voci, comandi, spiegazioni, e reclami che
già stavano riempiendo la quiete del mattino. Gli spari sembrano
provenire da ogni angolo; da destra, da sinistra, da davanti e anche da
dietro, ovviamente, dalla nostra unità di artiglieria pesante.
Dopo mezz’ora di battaglia ha cominciato a sembrare chiaro che Itahalbeb
non sarebbe stata, dopo tutto, bersagliata come Ali aveva temuto. In
primo luogo perché i nostri uomini e donne del fianco centrale ha preso
la prima linea di difesa nemica completamente di sorpresa e totalmente
controllata entro pochi minuti.
In secondo luogo il nostro era un
attacco su tutti i lati contemporaneamente, dalle pianure costiere del
Mar Rosso alle montagne di Rora. Era stato tutto studiato e pianificato
con cura. Il nemico non era stato in grado di prevederlo e in molti casi
è stato costretto ad abbandonare la sua prima linea di difesa, o
totalmente in rotta o con i suoi effettivi decimati negli attacchi di
alleggerimento.
Anche io ho potuto facilmente capire, per quello che ho sentito dalle
comunicazioni radio, quanto stava succedendo. Ho sentito Witchu, il
comandante della 85a Divisione, dire in una delle radio, "Li state
affettando e sbucciando dalle loro posizioni? Affettateli e sbucciateli!
"Witchu era di origine contadina, uno che era passato attraverso tutta
la scala gerarchica fino a dove era ora. Egli ha sempre avuto un suo
modo di usare le parole. Ho guardato il radio operatore che mi ha
detto:"La 85a sta facendo bene. Witchu è felice".
Le informazioni iniziavano ad arrivare. Una posizione catturata qui. Un
carro armato bruciato, tanti prigionieri di guerra catturati ... Ho
iniziato ad annotare quello che sentivo nel mio notebook ormai perduto.
Ma da quella fase iniziale ho iniziato a sospettare che la mia missione
di giornalista non avrebbe avuto successo dopo tutto. Tutta la battaglia
fu così grande, così veloce ed efficiente che ho iniziato ad avere
difficoltà a comprendere e far fronte ai suoi rapidi progressi.
I comandanti e gli operatori
usavano dei nomi in codice per chiamarsi l’un l'altro. Quindi, anche se
sono rimasto vicino ad Ali la maggior parte del tempo, non sono riuscito
a capire a chi si rivolgesse e in quale punto della formazione. Occupato
come era non potevo chiederlo a lui. Adhanom era più rilassato e
accessibile quella mattina. Aveva iniziato a spiegarmi alcune cose, ma
ci ha lasciato prima di mezzogiorno per andare avanti, probabilmente al
punto in cui erano i comandanti di brigata.
Quindi io sedevo con i radio operatori. Diversi apparecchi radio grandi
e piccoli erano accesi, in una confusione assoluta. "Entra Venus ...
Rora fuori ...", ordini calmi, veloce e a volte arrabbiate istruzioni,
voci ansanti che annunciavano una conquista, richieste di rinforzi da
colline, letti di fiume e anfratti... Non riuscivo a credere che un
sistema organizzato e coordinato di battaglia fosse diretto dalla nostra
collina. Uno degli operatori deve aver letto le perplessità nella mia
mente. Egli mi ha detto, indicando Ali: "Non ti preoccupare, è un suo
problema".
Mi sono seduto con loro per una grande parte della tarda mattinata. Le
posizioni erano individuate da un numero, cioè dalla loro altezza sul
livello del mare. "1728 è stato catturato," dice uno. "Grande!". Esclama
un altro. Ho chiesto quale esattamente fosse 1728. Qualcuno ha indicato
una collina piuttosto lontana e ha detto: "Quello".
Un corrispondente di guerra deve
conoscere ogni dettaglio del campo di battaglia, ricordo di aver pensato
fra me e me. In caso contrario deve essere capace di leggere le mappe.
Gli aiutanti di Ali portarono una mappa militare e cercarono di spiegami
tutta la battaglia. Ho colto un po', non molto. Anche al liceo nelle
lezioni di geografia, molto molto tempo fa, la lettura delle cartine era
stato uno dei miei principali problemi.
Un corrispondente di guerra deve essere anche un ostinato e infaticabile
indagatore, uno che continua a ripresentarsi anche quando respinto. Ho
provato un paio di volte e ho avuto un paio di risposte educate. Ma
tutti erano così assorbiti in quello che facevano che ho iniziato a
frenarmi. Inoltre non mi piaceva l'idea che qualcuno mi dicesse di
lasciarlo fare il suo lavoro. Così alle 9:30 circa del mattino ho
rimesso il mio notebook nella giacca e mi sono interessato ai volti e
alle voci dei miei compagni nelle trincee di Itahalbeb.
I rapporti dei successi ottenuti cominciavano ad arrivare uno dopo
l'altro. Diventava sempre più evidente a tutti che l'impulso aveva
caratterizzato l'offensiva fin dall'inizio non era sul punto di
rallentare. Ho smesso di preoccuparmi delle statistiche sui soldati
nemici e tutti i tipi di armi pesanti catturate. Tutta la situazione e
la possibilità di una tale enorme vittoria semplicemente mi sopraffaceva
e quasi mi intimidiva.
Ho preso a ricordare il piano che
Mesfin Hogos ci aveva mostrato un paio di giorni prima. Mi sentivo come
se stessi effettivamente guardando la sua semplicità aritmetica muoversi
verso una semplice soluzione; due più due uguale a quattro...
Avevo un altro notebook dove ho registrato le mie osservazioni personali
e i sentimenti. Ce l’ho ancora. Alle ore 10.30 dello stesso giorno, ho
scritto quanto segue:
La nebbia copre il terreno e le alture intorno a me. Sono tornato al
rifugio a scrivere questo. Le api ronzavano e svolazzavano tutto intorno
a me. Non so da dove venivano. Speravo che non mi pungessero. Rispetto a
tutti gli spari e le esplosioni intorno a me, il loro suono minaccioso
era musica per le mie orecchie.
Questa è la prima volta che osservo i comandanti di divisione dell’EPLF
in piena azioni. Si impara molto da una simile opportunità. In primo
luogo la loro conoscenza approfondita della topografia di questo settore
che gli consente di capire la situazione di ogni unità sotto la loro
direzione.
Non sono nemmeno necessarie mappe,
che Ali usa solo come riferimento in caso di confusione. In secondo
luogo ho notato che non si esita o perde tempo nell’assumere decisioni.
Tutto quello che ho sentito dai subalterni era un ascolto attento, forse
una domanda o due e un rapido assenso. Devo ancora sentire qualcuno in
uno stato di panico o di protesta.
"Non preoccuparti di quello alla vostra destra", ho sentito dire da
Mesfin Hagos alcuni minuti fa. "Se resistono liberate le posizioni a
destra e a sinistra e isolateli. Procedere con il prossimo bersaglio".
"Ho capito", è arrivato come risposta.
L’ho trovato un po' strano. Ho incontrato Adhanom che si apprestava a
lasciare Itahalbeb e ad andare avanti. "Perché Mesfin Hagos dice a
qualcuno di isolare le posizioni nemiche e andare avanti? Significa
forse che i nostri compagni si stanno lasciando alle spalle truppe
nemiche e procedono?”.
"Si tratta di un'offensiva di annientamento totale, di disintegrazione e
rotta", ha risposto Adhanom. "Se il nemico resiste basta non perdere
tempo e uomini. Come ha appena detto Mesfin gli tagli le ali e lo isoli.
Semmai puoi lasciare un plotone di guardia anche se sono truppe isolate
o di scarso effetto. In questo modo si taglia fuori il nemico delle
linee di comunicazione e di coesione. Vedrai raccoglieremo gruppi e
singoli che si arrendono".
"Non saranno una minaccia da dietro?"
"Il loro morale è già a pezzi. Non avranno abbastanza spirito per quel
tipo di reazione".
La mia conoscenza dei nostri comandanti, sia individualmente che come
gruppo, è sempre stata limitata al tempo di pace e per lo più da una
certa distanza. Ora ho trovato che la loro vita in guerra è
drammaticamente diversa da quello che avevo visto e sentito durante i
periodi di relativa pace. Alle 4:00 del pomeriggio ho scritto su di loro
quanto segue:
Le loro responsabilità sono veramente pesanti. Più di 10,000 tegadelti
sono coinvolti solo in questa battaglia. Ciò significa che la
responsabilità ultima della sicurezza di questi 10,000 ricade ad angolo
retto sulle spalle di questi comandanti. Inoltre sono a capo di una
battaglia che probabilmente svolgerà un ruolo decisivo per il futuro di
tutta la nazione e del popolo dell’Eritrea.
Quanto terribile sarebbe se
commettessero un errore? Quanto devono essere preoccupati circa le
ricadute che potrebbero essere fatte risalire a qualche difetto di
programmazione o di un comando errato da parte loro?
Un alone di gloria e misticismo in genere accompagna il comandante di
guerra o l’eroe di guerra. Ci ne rendiamo conto di rado, ma i nostri
comandanti stanno sconfiggendo generali pieni, compresa l’elite di
West-Point e Sandhurst. Noi non li chiamano così, ma sono, essi stessi,
generali. Quindi sono di solito considerati e trattati con rispetto e
con qualche timore. Anche loro non si astengono dal dimostrare il loro
status e i loro privilegi nel loro modo di vivere e di comportarsi.
In una comunità egualitaria come la nostra un tale comportamento è
strano e disapprovato. Ma penso di cominciare a comprendere o, almeno,
di essere venuto a patti con il loro stile. Essi sono, dopo tutto,
soldati che hanno sempre messo la loro vita in gioco come li vedo fare
adesso. La loro è una vita di pericolo che può semplicemente finire in
qualsiasi momento. Dovrebbero essere incolpati per godersela finché
dura?
Prego Dio che essi domani vincano e che si entri in Afabet! Mi auguro
che ci sia roba lì per godersela. Mi lascerò andare e farò baldoria! Non
ho visto una bottiglia di birra neanche vuota in quattordici anni!
La battaglia stava procedendo molto bene. Tuttavia, fin dal primo
pomeriggio, era diventato chiaro che le 24 ore non sarebbero state
sufficienti. Alcuni posizioni alla nostra sinistra non erano state
catturate come previsto. L'intenzione era di arrestare la ritirata del
nemico a Moga'e, un fiume stagionale circa a metà strada tra Nakfa e
Afabet. Questo piano non aveva funzionato.
Allora, che cosa succede adesso? "Chiesi ad Ali, quando giunse al
rifugio nel primo pomeriggio per mangiare qualcosa e bere il tè. Ha
preso il tè e ha rifiutato il cibo. Sembrava stesse sopravvivendo solo
con le sigarette.
"Saranno distrutte, senza alcun dubbio" egli rispose. "Ma non questa
notte. Saremo in Afabet per dopodomani; molto presto".
Alle 5:00 del pomeriggio ci hanno ordinato di discendere lungo le
pendici dell’Itahalbeb. Dovevamo seguire le tracce dei combattenti che
avevano spinto il nemico circa 20-30 chilometri dall’Amba e dalle sue
posizioni adiacenti.
Non vorrei dimenticare una cosa strana che ho visto in Itahalbeb. Non
appena abbiamo finito la scalata la notte scorsa, ho visto circa otto o
nove teschi umani disposti in modo ordinato e collocati su una roccia
lunga e piatta. Questa era stata una posizione del nemico. Senza dubbio
lui li aveva posizionati in quel modo.
"Che cos'è tutto questo?", ho chiesto a uno degli uomini
dell’intelligence della divisione, che era capitato nelle vicinanze.
"Il Dergue fa cose strane", ha risposto. "Al fine di rafforzare i suoi
uomini dice loro che i rivoluzionari non vanno sepolti, sono mangiati
dai falchi. Questi sono i resti di soldati che abbiamo ucciso noi".
Non ho capito la logica. Ho ancora difficoltà ad accettarlo. Dubito che
qualcuno, a eccezione forse dei pastori, abbiano scalato l’Itahalbeb
dopo di noi. I crani potrebbero essere ancora lì.
Ottavo capitolo
Una Toyota pick-up ci aspettava ai
piedi dell’Itahalbeb. Siamo saliti e presto abbiamo accelerato in
direzione di Afabet. Alcuni chilometri e i segni della grandezza e della
ferocia del giorno della battaglia cominciava a mostrare i cadaveri dei
soldati nemici ovunque. Quindi piccoli e grandi gruppi di soldati
catturati.
L'odore della vittoria è tutto intorno a noi. Anche l'aria sembrava
annunciarla. La Toyota sobbalzò e girò attraverso il letto secco del
fiume Hidai che affianca la strada per Afabet. Passammo accanto a un
carro armato che bruciava ferocemente da qualche parte. Un altro con la
torretta proiettata ad alcuni metri di distanza che quasi bloccava la
strada. In circa un'ora siamo arrivati ai piedi di una delle montagne
Roret.
Abbiamo lasciato l'auto e abbiamo iniziato a salire un ripido pendio.
Penso che il nome di quel particolare monte era Hartetet. Anche esso ha
un numero. Volevo vedere fino a quando potevo tenere il passo di Ali,
così l’ho seguito.
"Hey, non ti sforzare, ti stancherai", mi ha detto senza guardare
indietro. " Il personale con i rifornimenti e i suoi asini sta
procedendo a un ritmo più lento. Perché non prendi tempo e vieni con
loro".
Ho rifiutato. Durante la salita mi ha parlato della ritirata strategica
dell’EPLF nel 1978. Ha sottolineato che alcune colline visibili da dove
eravamo erano state per un certo periodo il suo quartier generale. La
ritirata strategica, effettuata quando gli etiopici con il contribuito
massiccio da parte dell'Unione Sovietica avevano pressato l'EPLF a
Massaua e sugli altopiani, era stato un processo graduale.
Il Fronte aveva preso il massimo
vantaggio in tutte le posizioni strategiche per ritardare l'avanzata del
nemico e indebolire la sua forza in ogni occasione. Pertanto erano stai
inflitti gravi danni alla sua capacità morale e materiale nel corso dei
famosi scontri come Elaber'ed, Tsebab, Gonfolom, Mes-Halit, Ma'imide e
qui, a nord di Afabet, intorno Ad Shirum e alle montagne Roret.
A quel tempo l’EPLF ha costruito le
sue durevoli trincee sul Fronte Nakfa, il nemico era stato privato di
migliaia di soldati, carri armati distrutti o catturati e comunque
intrappolati. Dopo dieci anni di duri confronti con determinate e
fallimentari offensive nemiche su larga scala, era arrivato il momento
per l’EPLF per sferrare il colpo finale. Ali costituiva una parte
importante di questi dieci anni di assedio di Nakfa.
"Sai" disse, " qui non vi è alcuna montagna, valle o gola che non
abbiamo salito e disceso per la ricerca di una adeguata linea di difesa.
Non mi ricordare la ritirata! Non abbiamo avuto tempo per nulla. Ovunque
fossimo andati il nemico ci avrebbe seguiti. Non abbiamo avuto il tempo
di respirare!
Siamo saliti fino al monte Denden
solo dopo averla indebolita qui". I combattenti avevano l'abitudine di
fare riferimento al nemico al femminile. Perché sapevano che avrebbe
irritato l'altra parte più di qualsiasi altra cosa.
Mi descrisse anche l"iniziativa" dell’EPLF del 1979. Questa ha avuto
luogo dopo che la 5a offensiva su larga scala del nemico erano stati
frustrati. Questa offensiva fu ancora un altro amaro confronto per la
cattura di Nakfa. Nel tardo 1979 i combattenti dell’EPLF erano discesi
dalle loro posizioni in Nakfa, avevano spinto il nemico fuori dalle sue
trincee e penetrato profondamente dietro le linee nemiche e stabilito
una base temporanea all'interno del suo territorio.
Quindi aveva attaccato le sue roccaforti da dietro catturando o
distruggendo le sue unità di artiglieria, i depositi di munizioni e
linee di comunicazione, spingendo il nemico indietro fino alla zona dove
eravamo quella sera. E' stata un'operazione che ha svolto un ruolo
decisivo nel dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che l’EPLF
non solo era una potente forza di difesa, ma che, avendo il tempo e la
logistica di approvvigionamento, poteva anche la passare all’offensiva.
Dopo mezz'ora di arrampicata veloce ho cominciato a rimanere indietro.
Lui naturalmente aveva fretta di arrivare in cima e iniziare a
comunicare. Il mio cuore stava per scoppiare. Così ho dovuto rallentare.
Con il tempo sono arrivato in cima, si stava facendo sempre più scuro.
Ali era già impegnato con la radio.
Io preferisco salire più che discendere. In cima la brezza è sempre
rinfrescante. Ha un potere resuscitante. Dà il tempo di chiedersi come
uno sia salito dal basso fino li sopra. Immagino che anche il proprio
ego ne risenta.
Non abbiamo mangiato molto. Nove di noi, soprattutto i comandanti, i
loro aiutanti in capo e io ci siamo sdraiati per dormire un po’. Vi era
stata una battaglia dove eravamo ora, nella mattina. I corpi di soldati
etiopici erano sparsi tutto intorno a noi. Infatti a circa dieci metri
di distanza da dove mi ero sdraiato sul bordo della linea, c’era un
morto etiopico. Ero troppo stanco per preoccuparmene.
"Avete setacciato questo luogo correttamente? Dobbiamo stare attenti ai
soldati nemici vaganti. Ce ne sono a centinaia", ha avvertito Beghe, il
comandante della divisione di artiglieria. Nessuno rispose. In pochi
minuti eravamo tutti caduti in sonno profondo.
A tarda notte abbiamo sentito il suono di un breve, ma molto intenso
scambio di fuoco, soprattutto di fucili kalashnikov. Il suono arrivava a
noi da tutta la valle. "Che cosa è questo?", ho chiesto a qualcuno.
"Probabilmente soldati vaganti, ve l’avevo detto..." rispose Beghe.
Tornammo tutti a dormire.
La mattina seguente, 18 marzo la giornata è iniziata con un altra feroce
battaglia. Le posizioni che avevano ritardato la nostra avanzata sono
state presto catturate. Adhanom nel frattempo ci ha riuniti e ci ha
detto di passare a un altra montagna di fronte a noi. Poteva essere
intorno alle 10 il sole del Sahel era già in pieno vigore.
Le postazioni nemiche erano
ovunque. Le due montagne erano collegati da creste e scarpate in modo
che non abbiamo avuto a scendere verso il basso da dove eravamo venuti.
A un certo punto due jet sono passati così bassi sopra di noi, che ci
hanno fatto disperdere a destra e a sinistra. Non hanno fatto fuoco
contro di noi, però. Erano probabilmente interessati a qualcosa d'altro;
forse le posizioni di artiglieria o i carri armati.
Anche se collegata da creste e scarpate la montagna dove andavamo aveva
un ripido pendio da scalare; forse una mezz'ora a passo veloce. Beghe,
Hassen Sherif di Dimtsi Hafash e io eravamo troppo lenti per gli altri.
Soprattutto il sole era spietato.
"Dannazione, prendiamo una pausa", ha detto Beghe. Io e Hassen l‘abbiamo
preso come scusa sufficiente per cercare l’ombra più vicina e buttarci
sotto una roccia. Dopo tutto il soldato tra noi era Beghe. La lotta si
stava svolgendo davanti a noi, ma siamo rimasti immobili per un po' di
tempo.
Beghe proviene da Semhar nell’area del Mar Rosso di Eritrea. E’ un
veterano della rivoluzione eritrea, è molto divertente stare con lui. Ho
colto l'occasione per chiedergli come se l’erano passata le nostre unità
di carri armati e di artiglieria fino a quel momento. Lui aveva la sua
radio e stava ancora comunicando con i suoi subordinati.
Mi ha detto quello che poteva
ricordare. Mi ha dato anche un elenco dei carri armati nemici che le
nostre truppe avevano distrutto o catturato. Ho registrato ogni cosa nel
mio notebook. Verso mezzogiorno siamo arrivati arrancando sulla cima
della montagna.
Il vertice era un luogo stretto e piatto probabilmente non più grande di
2500-3000 mq. Era un luogo fortificato ed evidentemente era stato teatro
di un pesante corpo a corpo appena un paio d'ore prima di noi
arrivassimo. I corpi di 30-40 soldati etiopici giacevano su un margine
della sommità. Erano cadaveri freschi. In alcuni casi il loro sangue non
era ancora secco.
Mi sono fermato a guardare i corpi
dei nostri nemici e fui sorpreso di scoprire che la loro non mi faceva
felice. Al contrario ho provato un senso di compassione per quei giovani
esseri umani così inutilmente sprecati.
Ho cominciato a camminare ispezionando le trincee nemiche. Qualcuno mi
ha detto di rimanere dove ero. "Alcuni di essi possono far finta di
essere morti", mi ha detto. Cosìmi sono mosso con una certa attenzione.
In un primo momento mi ha stupito è stato quello che i nostri
combattenti hanno fatto.
Fatta eccezione per il lato dal
quale siamo saliti, le restanti vie di accesso alla vetta erano solo
rocce e frane. Come siano saliti fino a fare ciò che avevano fatto non
l’ho potuto capire. Piuttosto che salire su un tale terreno, uno
verrebbe di rinunciare. Forse ha a che fare con l’adrenalina che in
battaglia probabilmente stimola. Questa mattina i miei compagni sono
saliti fino in cima su quel terreno scivoloso e ripido, e hanno fatto
fuori ogni nemico che incontravano.
La maggior parte dei corpi sono
ripiegati sulla schiena, con la fronte al cielo. La maggior parte sono
stati colpiti alla testa, al viso o al petto. Non sembrano essere stati
colpiti casualmente negli scambi di fuoco incrociati in cui non si può
sapere il proiettile di chi ha colpito chi. Questi sono ottimi tiratori
che hanno cercato e colpito il proprio obiettivo. Chiaramente non sono
stati sprecati proiettili.
Ho provato a pensare a me stesso al posto dei soldati morti e di
immaginare il loro calvario di quella mattina. Era come se fossero stati
lì solo in attesa di morire. Ho provato a immaginare gli ordinari e
sempre adatti uomini e donne della nostre forze combattenti, venire a
mettere questi patetici cadaveri nella posizione in cui sono.
Esseri umani che solo poche ore
prima vivevano e respiravano, erano ormai ridotti a grottesche figure.
Li ho descritti come uccisi da proiettili, forse sparati da persone che
conosco, che stavano facendo piazza pulita? Ho sussultato dentro di me.
Sono stato sopraffatto per un momento dalla pietà per l’impulso
annientatore che i miei compagni devono provato nel corso di quella
battaglia.
Penso spesso alla cima di quel monte in termini simbolici. Là mi è
sembrato effettivamente di aver visto nei cadaveri, l'odio che miei
compagni i hanno nutrito nei confronti del potere di uno Stato straniero
e oppressivo. Ho anche visto la misura in cui avrebbero dimostrato il
loro amore per la libertà.
Per questo è stata una lotta corpo
a corpo, e non un nemico fatto fuori a distanza dalle unità di
artiglieria o di carri armati. Qui si può vedere l'azione e il risultato
della rabbia umana che spenge la vita di un altro essere umano. A un
certo punto ricordo di aver detto a me stesso, " Prego Dio di non farmi
mai trovare di fronte ai miei compagni!". Ancora tremavo.
Da quel momento, ho deciso, ancora una volta, di smettere di perdere il
mio tempo con i rapporti che continuavano ad arrivare dal campo di
battaglia. I numeri delle armi catturate ,anche strategiche, avevano
cessato di avere un qualsiasi senso.
Statistiche, ho concluso, non
potranno mai descrivere il fenomeno che è stato il tegadalai. Che
potrtebbe significare, per esempio, scrivere che ho visto un certo
numero di corpi in una parte limitata della vetta che ho scalato il 18?
In ogni caso se avessi intervistato tutti i tegadelti quella mattina
probabilmente mi avrebbero detto che non avevano trovato gioia
nell’uccidere.
Così ho sentito che sarebbe stato
ingiusto accontentarmi di un semplice rapporto di una battaglia e di
tutte le crudeltà e le anomalie che la caratterizzano. C'è di più, mi
sono detto, per un tegadalai di ciò che fa o gli viene fatto al fronte.
La nostra cultura rivoluzionaria è ancora molto scarsa nel discutere e
descrivere le persone e gli atti di coraggio e di eroismo. Finché non
facciamo questo, il tegadalai non potrà mai avere il suo, la sua
grandezza non sarà mai conosciuta. Si continuano a usare termini molto
generali e vaghi per definire il collettivo.
Si sente parlare di perseveranza,
tenacia, grinta e forza che caratterizzano lo spirito dei tegadelti.
Trovo estremamente limitate tali parole e un ostacolo per descrivere ciò
che costituisce la vita di un tegadelti. Non c'è vita in loro, non c’è
dolore ... dolore in tutte le sue forme, il processo di superamento e
soppressione è ciò che lo rende tegadalai.
Vero i cadaveri di fronte a me sono
stati il risultato dell’indomabile coraggio dei miei compagni, il
coraggio di saltare nella tana del leone e affrontarlo con le mani.
Quale il dolore,comunque? I morti, le paure negate, l'odio per il
sangue, la compassione, anche per il nemico...?
Siamo rimasti in cima fino a circa le 5:00 pomeridiane, Ali ci aveva
lasciato molto tempo prima per ricongiungersi con i comandanti brigata
al fronte. Sono andato giù con Adhanom. Egli mi ha condotto attraverso
ripidi pendii e cadute che sembrava in mai calpestati da piedi umani in
precedenza. Avevo già detto che uno dei miei peggiori problemi durante
la lotta era stato discendere una montagna. L'indipendenza arrivò senza
che io fossi in grado di padroneggiare quell’arte.
Mentre balzava da una roccia all’altra con incredibile facilità, Adhanom
gridò indietro, "Passa leggermente sulle rocce. Presta attenzione
qualche pietra malferma ti potrebbe trascinare giù. "Ben presto era
scomparso dalla mia vista. I miei piedi atterravano in modo scomodo e
pesante. Non solo quelle malferme, ma potevo sradicare anche le pietre
saldamente in posizione.
Con il tempo ho raggiunto Adhanom
lungo il fiume Hidai, ero caduto e rotolato due volte, i miei pantaloni
erano strappati e mi ero graffiato e fatto lividi in tutto il corpo.
Adhanom mi ha lanciato un sorriso malizioso. Io non l’ho mostrato, ma
ero molto arrabbiata con lui.
La cosa che mi ha sorpreso in Adhanom è che quando ci ha lasciato a
Itahalbeb la mattina precedente, il suo operatore aveva ceduto a un
colpo di sole in qualche parte desertica. Non avevano l'acqua con loro.
Anche Adhanom era arrivato vicino al collasso. Erano stati soccorsi solo
nel tardo pomeriggio. Ora, dopo essersi ripreso da quella prova, mi
aveva portato in quella terribile discesa....
Siamo giunti a un centro di accoglienza dove i feriti transitano prima
di essere inviati in ospedale. La persona responsabile ci ha dato un po'
d'acqua, cibo e tè. Non ricordo che il nome della persona, ma mi ha
lasciato qualcosa da ricordarmi di lui.
Appena seduti abbiamo visto un buon numero di soldati catturati guidato
verso il letto del fiume. Essi, apparentemente, erano stati presi in
alcune gola più sopra.
"Da dove provengono questi?", ha chiesto Adhanom.
"Sono stati tagliati fuori su quella collina alla nostra destra. Siamo
andati là e li abbiamo attaccati la notte scorsa. Hanno ceduto dopo una
breve lotta", ha risposto il tegadalai in carica.
"Chi c'era lassù?"
"Sei compagni erano a riposo qui. Avevano portato una persona ferita su
una barella. Abbiamo deciso di salire e attaccare. Questo è tutto".
"Chi vi ha detto di lasciare il ferito qui e andare a combattere? Fate
quello che volete?".
"Mbwa! Chi mi dice di fare qualcosa? Sono in servizio qui. Noi sapevamo
che erano lassù. Avevamo paura che potessero scendere e finire noi e i
nostri feriti. Abbiamo avuto la meglio su di loro.
"Va bene, questo lo vedremo. Quanti erano?"
"Circa 57 o 58. Siamo arrivati vicino alla guardia, gettato bombe,
sparate raffiche di fucile e ha fatto un sacco di rumore. Essi pensavano
che fosse una intera compagnia e hanno iniziato a saltare fuori dalle
loro trincee individualmente e in gruppi. Penso che ne abbiamo uccisi
solo due. Non avete sentito qualche sparo ieri sera?".
Adhanom lo ha rimproverato per essersi distratto dal compito assegnato,
anche se ciò che aveva fatto era stato lodevole. Ma ho potuto constatare
che, nel profondo, era stato colpito dal giovane medico a piedi nudi. La
maggior parte delle vittorie dell’EPLF era diventata possibile perché
queste persone hanno messo la propria vita in gioco per quello che
vedevano come un vantaggio per la rivoluzione. Adhanom mi ha detto di un
paio di altri esempi di questo tipo di iniziativa e coraggio, al di là
della chiamata al dovere.
C’era ancora in tempo prima di procedere ulteriormente verso Afabet.
Pertanto, al fine di soddisfare le mie funzioni giornalistiche, ho
camminato verso i prigionieri e ho cominciato a parlare con loro. Erano
tutti, ovviamente, dei contadini. La maggior parte di essi rispondevano
in maniera incoerente e sapevano molto poco di quello per cui
combattevano.
Ho chiesto se ci fosse stato
qualcuno che avrebbe potuto spiegare meglio le cose. Si alzò uno, si
mise in posizione di attenti e disse in Amarico, "Io posso, signore.
Sono un sergente e, soprattutto, un membro del Partito Operaio di
Etiopia".
Lo presi in disparte e gli chiesi come fosse la situazione in Etiopia.
Non mi diede nemmeno il tempo di aprire il mio notebook. "Questo
Shankilla sta giocando a spese del popolo etiope", esclamò. Shankila è
il nome di una etnia in Etiopia. Lui, ovviamente, usava il termine in
senso spregiativo.
"Chi è Shankilla?"
"Menghistu Hailemariam". Rispose la guardia. Lo detestai immediatamente.
"Che tipo di traditore è questo?". Ho chiesto alla guardia .. "Come può
tradire il suo leader così rapidamente?"
"Sono tutti così", ha risposto. "Spifferano subito anche quando non gli
viene richiesto".
Non ho posto al sergente un'altra domanda. L’ho lasciato dove era e sono
tornato da Adhanom. Presto siamo saliti su una Toyota pick-up e siamo
partiti verso Afabet.
Nono capitolo
Ad Shirum è l'unico passaggio
stradale a nord di Afabet. Quando il primo piano di tagliare la ritirata
del nemico a Moga'e è fallito, il nemico ha raccolto tutti i suoi uomini
e il materiale residuo e ha tentato di ritirarsi attraverso Ad Shirum
nella vasta e aperta pianura Afabet. Se fosse riuscito a farlo sarebbe
stato possibile per il nemico utilizzare i suoi carri armati e
l’artiglieria pesante per una più efficace difesa. Le cose non erano
andate in quel modo.
Quel pomeriggio il passo Ad Shirum offriva una rara e terribile vista.
Ci fermammo ad alcuni chilometri dalle sue vicinanze. Ad Shirum era
entrato nei libri di storia. Da quella distanza sembrava come se tutte
le colline, le rocce e la vegetazione, nei sua dintorni fossero andati
in fiamme. Una eruzione vulcanica non avrebbe potuto causare tante
distruzione.
Poche ore prima una settantina di carri armati e camion che
trasportavano o trainavano missili, munizioni, armi e artiglieria
pesante avevano cercato di fuggire attraverso lo stretto passaggio.
Questi erano i superstiti di un numero molto più alto che era stato
catturato o distrutto. Uno dei carri armati dell’EPLF aveva seguito il
convoglio, si era fermato all’incirca dove eravamo noi e portato la sua
canna da 100 millimetri sul culmine del passo da cui erano scomparsi i
veicoli verso le pendici sul lato Afabet.
Quando i primi due camion si
avvicinarono al passo, il carro armato ha sparato il primo colpo. Il
proiettile ha colpito il lato della strada e credo che il primo veicolo
si sia messo al sicuro su un lato. Il carro armato ha sparato il secondo
colpo. Questa volta il secondo camion è stato colpito e ha iniziato a
bruciare giusto in mezzo al passaggio stesso. Testimoni oculari dicono
che la scena era esattamente come quelle che si fanno a Hollywood.
Il resto del convoglio, una ricca eredità, se l’EPLF lo avesse potuto
catturare, rimase bloccato lungo tutta la strada che conduce fino al
passo. I combattenti dell’EPLF realizzarono prontamente il valore del
tesoro di fronte a loro e si affrettò per prenderlo. E' stata una gara
persa questa volta. Il nemico è stato veloce nella sua decisione di non
lasciare che l’EPLF prendesse il bottino.
Così le sue truppe iniziarono a
utilizzare le bombe a mano per distruggere le loro stesse armi e i
veicoli. Devono avere trovato il compito troppo difficile e pericoloso.
Infatti dopo un po' di tempo sono arrivati sul luogo aerei nemici che in
pochi minuti sono riusciti a trasformare il convoglio in quella furia di
proporzioni vulcaniche.
Alla vista di quello spettacolo in lontananza ci siamo tutti scambiati
parole di rammarico per non essere venuti in possesso di tale arsenale
di armi che avrebbe potuto fare la differenza nei nostri futuri scontri.
Solo poche sono state recuperate. In realtà un ardito tegadalai ha
sfidato l'incendio e le esplosioni intorno a lui per tirare fuori un
camion con un Organo di Stalin sul cassone.
D'altra parte tutto quel bruciare e
il fumo ci ha dato una sensazione diverse di dimensione estremamente
gratificante. Ci sentivamo come se stessimo guardando non solo camion ed
esplosivi a fuoco, ma anche un regime oppressivo e malevolo che bruciava
trasformandosi in cenere. Ci consolavamo guardando gli spettacolari
colori che formavano le esplosioni in cielo come fuochi d'artificio che
annunciano la nostra vittoria lungamente attesa.
Stiamo all’aperto. Un fuoco di artiglieria pesante proveniente da oltre
Ad Shirum pioveva intorno a noi. Qualcuno ha suggerito di riposare in
quello che pensava essere un luogo relativamente sicuro. Ali non era
stato con noi fin dal mattino. Anche Adhanom ci lasciò per scalare una
altura sul nostro lato orientale. Questo era collegato direttamente con
il passo Ad Shirum. Beghe, Hassen Sheriff e me, eravamo fianco a fianco
e cercammo di dormire un po'. Ma, con tutto quel persistente
bombardamento, era impossibile.
La mattina del 19 marzo, termine massimo per l’esecuzione del piano, noi
tre prendemmo la stessa direzione che aveva preso Adhanom la notte
precedente. Ci dirigemmo verso Ad Shirum. Erano circa le 6:00 di
mattina, Beghe aveva la sua radio con lui. Mi disse che in quel momento
le nostre forze stavano entrando in Afabet. Quando il passo Ad Shirum
era stato bloccato i nostri carri armati avevano fatto una deviazione
ritornando al Moga'e, svoltando a est verso le pianure del Mar Rosso ed
erano entrati ad Afabet da quella direzione. Il nemico era stato
sconfitto, costretto alla ritirata e liquidato dalla zona.
Una volta sulla cima della collina rimanemmo vicino ai bordi sovrastanti
la strada Nakfa-Afabet e guardammo verso la zona della vittoria finale.
Il fuoco e il fumo della notte precedente avevano perso il loro furore
iniziale, ma erano ancora sostanzialmente forti. Eravamo abbastanza
vicini da sentire il calore che era trasportato fino a noi da una
leggera brezza mattutina.
L'odore acre di metalli fusi,
plastica, pneumatici e, sì, carne umana bruciata, ci riempiva le narici.
Quello che più mi affascinava era il colore, la forma e il movimento del
fumo spesso giù in basso. Era una miscela di nero, grigio e blu, con
fiamme giallo-rosse visibili al centro. Intrappolato all'interno della
vallata sottostante il passo, non sembrava volersi alzare. Si muoveva,
girava, saliva e ricadeva in un complesso, e ciclico movimento
artistico.
In qualche modo mi ha ricordato il
film epico di Hollywood, I Dieci Comandamenti, in cui Charlton Heston
divide il mare che rimane aperto in uno stato di impaziente movimento.
E' stata una vista abbagliante e stupefacente come non ne avevo mai
visto prima e neanche dopo. Mi sono fermato per un po' di tempo per
gustarmelo, anche se in un frastornato, e probabilmente a causa della
vittoria, stato di quasi ubriacatura mentale. Nel profondo ho
ringraziato Adhanom per aver contribuito a che io mi trovassi li.
La reazione iniziale di Ali avrebbe
mi avrebbe negato questa unica opportunità. Ho anche reso omaggio
all'uomo del carro armato che aveva reso possibile quello storico
evento. Ad Shirum sarà sempre ricordato come il cimitero dell’arsenale
degli etiopi sul fronte Nadew.
Prima di rendercene conto eravamo a breve distanza dal passo stesso.
Abbiamo notato l’inconfondibile figura di Ali. Anche lui ci aveva visto
e ci ha fatto cenno di andare da lui.
"Allora, Ali?". Gli ho chiesto mentre ci stringevamo la mano.
"Khalas, è finita. I nostri compagni hanno superato Afabet. Essi ora
stanno inseguendo le truppe nemiche disperse verso Mes-Halit. Ma non
hanno via d'uscita. Un'intera brigata ha bloccato quel passo".
Aveva una voce e un modo di parlare caratteristici. Anche oggi potrei
distinguerlo tra un centinaio di voci. "Niente altro?" Abbiamo chiesto.
"Sono stati presi prigionieri tre ufficiali sovietici. Inoltre adesso
possediamo armi da 130 mm; è la prima volta che succede".
Lo fissavo quasi incredulo. Il più importante dei tre fronti del Dergue
era stato appena rotto e lui aveva svolto un ruolo significativo nella
realizzazione di tutta l'operazione. Eppure sembrava stesse parlando di
una piccola scaramuccia, di qualcosa di normale. Suppongo che la sua
calma controllata abbia scoraggiato il resto di noi dal saltare, gridare
di gioia e abbracciarci. Ero certo che nel resto della base vi sarebbero
state folli celebrazioni tutto il giorno e tutta la notte.
Ma nel suo giusto posto; accanto a quei metalli fusi e con uno degli
eroi della battaglia accanto, tutti noi tacemmo. Forse la vittoria era
stata troppo grande, troppo importante perché ci potessimo esprimere in
un modo adeguato. Non lo so. Abbiamo solo taciuto.
"Andiamo verso il basso", ha detto Ali. Siamo andati a est del passo. Ha
iniziato a saltare le rocce che scendono fino a dove inizia la pianura
di Afabet. Noi lo seguimmo. Dopo quel giorno ho viaggiato attraverso
quel passaggio più volte. Per puro istinto mi giro verso quelle rocce e
provo a immaginarlo mentre salta giù lungo la strada.
"Sembra il 1977" ho detto, una volta che raggiunto il fondo della
collina. "Cattureremo paesi e città di nuovo".
"No, questa volta sarà diverso dal 77. A quel tempo tutto quello che
avevamo era la volontà di lottare e il coraggio. Voi sapete quali erano
le nostre migliori armi al momento? Usavamo B-10 per artiglieria,
Brownings per cannoni anti-aerei e Simonoffs e kalashnikov. Ora abbiamo
sia l'iniziativa che il vantaggio. Abbiamo quello che chiamano “un
vantaggio strategico”.
Abbiamo parlato della vittoria. Gli ho detto che sarebbe stato molto
difficile per me per catturare l'essenza e il significato di quello
storico evento. "Scrivi?". Mi ricordo di avergli chiesto.
"Rapporti, sì. Ma non ho mai pensato di provare anche la mia
disposizione alla letteratura".
Abbiamo parlato della importanza e della necessità di tenere diari. La
nostra conversazione era troppo sconnessa. Un sacco di attività stavano
succedendo intorno a noi. Abbiamo continuato a essere interrotti e
distratti.
Anche la nostra marcia verso Afabet è stata disordinata. L'ampia distesa
di terra, punteggiata da arbusti e massi eretti era piena di persone
disperse e avanzanti a gruppi. Centinaia di civili del Sahel che avevano
dato sostegno da dietro durante la battaglia stavano ballando e urlando
mentre ci camminavano o correvano accanto. Anche Tegadelti provenienti
dai vari dipartimenti dell’EPLF correvano verso la città come punte
avanzate dei rispettivi organi ... e centinaia di prigionieri di guerra
che camminavano e zoppicavano di fronte al loro pugno di guardie. Tutti
si affrettavano verso Afabet.
Alla nostra destra, sul lato occidentale della pianura, c’erano alcune
colline rocciose. Soldati etiopici dispersi ancora vi si nascondevano o
cercavano di resistere. Abbiamo potuto vedere alcuni unità dell’EPLF
salire quelle colline e sia sparare che catturare alcuni di essi. Ne
abbiamo visti uno o due arrendersi senza lottare. Almeno due volte
abbiamo sentito il suono di bombe a mano che esplodevano.
"Alcuni di loro si lasciavano esplodere piuttosto che arrendersi", ci ha
detto Ali. Abbiamo parlato di suicidio se totalmente circondati dal
nemico. La storia della lotta è piena di esempi in cui tegadelti lo
hanno preferito alla cattura da parte del nemico. Ali ha detto, "Il
Tegadalai rispetta queste persone e le applaude. Essere catturato deve
essere la cosa peggiore che possa succedere a chiunque ..."
Ali, Sherif Hassen e io camminavamo a piedi da soli a una certa distanza
sulla destra della moltitudine che avanzava. Ali è preoccupato che
soldati etiopici dispersi sulle colline non lontano da noi possano
causarci danni. "Coprire le pistole con il scialli", prese a dirci.
"Alcuni vogliono uccidere quadri e comandanti e morire. Pensano che
chiunque giri con una pistola abbia una qualche autorità".
Ispezionò le colline vicino a dove ci aveva portati. Caccia ed
elicotteri nemici si spostano praticamente con noi. In un primo momento
avevamo paura che ci potessero attaccare facilmente su quei campi
aperti. Se lo avessero fatto sarebbe stato un massacro. Centinaia di
persone erano totalmente esposti a tale eventualità. Ma non lo hanno
fatto. Non sembravano interessati a noi.
"Sono alla ricerca dell'arsenale e del deposito di munizioni di questo
fronte. Non vogliono che cadano in mano nostra e li vogliono
distruggere, se possibile". Eppure non era certo che i piloti non
avrebbero scaricato la loro frustrazione su di noi.
Proprio come aveva fatto la prima
volta quando gli avevo detto che lo accompagnano in battaglia, ha
ripetutamente espresso la sua preoccupazione per la sicurezza di Hassan
e mia. Quindi prese a evitare gli spazi aperti e a guidarci attraverso
terreni rotti ed erosi, con spessi arbusti, contrafforti e rocce.
Abbiamo superato il sentiero stretto tra Ad Shirum e Afabet e continuato
a piedi sempre alla destra della strada principale.
È stato in questo settore che abbiamo trovato il pezzo di carne umana,
il cuore umano, che ho descritto nel racconto "Cuore di Tegadalai". In
questo pezzo, ho cercato di esprimere non solo la mia intensa sensazione
del momento, ma tutto il simbolismo del fatto che un cuore umano possa
trovarsi alle porte di Afabet in attesa di me come se volesse risolvere
il mio dilemma giornalistico.
In un primo momento ho dubitato che quel pezzo di carne poteva essere
effettivamente un cuore umano. Abbiamo discusso su questo punto. Ali ha
provato a chiarire la mia perplessità.
"Come può il solo cuore essere separato da tutto il corpo? Dove sono i
muscoli e qualsiasi altra cosa che lo tengono saldamente in funzione?".
Questa è una domanda che molte persone, in particolare medici e
infermieri, mi hanno fatto dopo che ho scritto l'articolo.
"È del tutto possibile", rispose Alì. "Ho incontrare molti di questi
incidenti".
"Vi siete mai imbattuti in un cuore umano da solo?"
"Non necessariamente il cuore. Ma mi ricordo in particolare il giorno in
cui un caccia nemico, un F-5, ha lanciato una bomba sul nostro plotone.
Ci stavamo tutti riposando sotto un grande albero e il bastardo ha
colpito il suo bersaglio. L'esplosione fu così potente che molti furono
letteralmente buttati fuori dall'ombra. Alcuni erano sepolti a metà
nell’enorme buco che aveva scavato e erano completamente coperto da una
fitta polvere, fumo e fuliggine.
"Quando ci siamo ripresi dal primo shock, e la polvere e il fumo hanno
iniziato a schiarirsi, abbiamo cominciato a chiamarci l'altro.
Miracolosamente tutti tranne uno ne erano usciti indenni. Un compagno
non si muoveva da dove giaceva. Lo abbiamo esaminato. All'inizio non
eravamo in grado di scoprire la sua ferita. Poi qualcuno ha notato un
vuoto nella sua tempia, giusto al centro.
Ci potete credere? Quando abbiamo
spostato la sua testa il cranio si è aperto ed era vuoto; all'interno
non c’era il cervello. Dopo una lunga ricerca lo abbiamo trovato sparso
sulle foglie e sui rami sopra di noi. Immaginate", ha concluso Ali, "la
pressione da parte dell'esplosione era stata così potente che aveva
aperto il cranio dell'uomo e sparso il suo cervello. Quindi quale è il
motivo per cui un cuore non potrebbe essere espulso in un modo simile?".
Ho accettato la possibilità, ma sono tornato al tema, esprimendo il mio
stupore che potesse succedere. Ha scosso la testa e ha sorriso. Mi
ricordo che lui ha detto: "A voi questo forse sembra qualcosa di nuovo e
di strano. Io ho visto così tanto che sono diventato immune al tipo di
reazione state mostrando. La mia vita è piena di ricordi
raccapriccianti. Ho scelto di non ricordare alcune cose.
Abbiamo proceduto in silenzio per
un po' di tempo, immersi nel profondo dei nostri pensieri privati.
Appena siamo entrati ad Afabet gli ho detto, "tuttavia è strano che un
cuore umano si debba trovare alle porte di Afabet e nel momento di una
grandissima vittoria".
"Ancora con questo?"
"Non riesci a togliertelo dalla mente".
"Perché non scrivi qualcosa su di esso allora? È possibile utilizzarlo
come punto di partenza per dire qualcosa circa l'intera battaglia".
Da quel momento ho iniziato a comporre nella mia mente un saggio sul
cuore di tegadalai. Mi sentivo bene e ispirato. Nel corso degli ultimi
due giorni ero stato alla ricerca di un modo per evitare di scrivere un
rapporto di guerra nella mia rivista. Ho messo questa alternativa da
parte e non mi sono rammaricato di aver smesso di aggiungere note nel
mio diario. Il cuore ha dominato i miei pensieri. Ho ringraziato Ali per
questo.
La gente di Afabet era cauta nel riversarsi in piazza ad accoglierci.
Gli elicotteri nemici erano quasi con noi, ben al di sotto dei cieli e
quasi abbastanza vicino a noi da prenderci per il collo. Quindi appena
siamo passati hanno preso a saltare, applaudire, ululare e ballare nei
loro rispettivi ricoveri. Le donne, i giovani e gli anziani, portavano
acqua e pane e lottavano per darceli attraverso i muri e oltre le siepi.
Hanno dovuto aspettare fino alla sicurezza della sera per uscire e
danzare in giubilanti celebrazioni.
Siamo arrivati dentro Afabet circa alle 8:00 della mattina del 19. Lì ho
incontrato Haregot Firzun, poi un comandante di battaglione e un vecchio
conoscente. Hassen e io cercammo di intervistarlo, ma lui si rifiutò.
Quando ho insistito, Ali mi ha detto di non pressarlo troppo.
"Lasciatelo in pace per ora", ha detto.
"Non aspettatevi che i combattenti
parlino di vittoria in un momento come questo. Ricordate che molti
compagni non ce l’hanno fatto ad arrivare in questa città. Essi sono
stati sepolti tra Itahalbeb e Afabet. Vi è molto da piangere per questo.
Interrogatelo un’altra volta, magari a partire da domani".
Ho afferrato l'occasione per chiedergli quali fossero state le perdite
umane della sua divisione. Sapevo che non me lo avrebbe detto, non era
abitudine dell’EPLF farlo, ma volevo avere un'idea. "Non ho ancora il
rapporto completo", ha risposto. "Sono certo che non ti aspetterai che
questa vittoria non ci sia costata niente. Ma non nella misura che
all'inizio avevo temuto sarebbe stata".
Eravamo molto stanchi e volevamo riposare un po’. Siamo entrati in un
rifugio enorme dove era stati costruiti alcuni grandi magazzini.
Successivamente abbiamo appreso che era appartenuto a qualche
organizzazione di aiuti. Abbiamo trovato una veranda, abbiamo steso i
nostri netselas e ci siamo stesi per riposare.
Mi ricordo di alcuni lavoranti del
magazzino, giovani uomini e donne, che affacciavano le loro teste
attraverso le porte per darci un'occhiata e la ritiravano rapidamente
ogni volta che li guardavamo. Il nostro vestiti sporchi e polverosi, e i
capelli e le barbe incolte dovevano averli impauriti. Non c’era
nessun’altro nel magazzino neanche per offrirci un po’ di tè. Ali si è
addormentato rapidamente. Raramente dormo quando sono stanco. Allora
sono rimasto li per qualche ora, stanco e pigro.
Verso le 3:00 pomeridiane il radio-operatore di Ali ci ha portato un po'
di cibo, acqua e tè, rivitalizzandoci un pochino. Ali poi mi ha detto
che stava andando avanti verso Mes-Halit dove la sua divisione si era
fermata dopo aver inseguito il suo avversario. Adhanom vi si era già
recato.
"Io vengo con te", ho detto.
"Dai, lasciami in pace questa volta!", sembrava irritato. "Se non fosse
per Adhanom, non saresti stato con me oggi. Lui ha fatto pressione
affinché ti permettessi divenire con noi. Abbiamo concordato che ci
saremmo separati qui ed è qui che ci separiamo. Saluti!".
"Voglio vedere questo processo fino alla fine. Esso termina a Mes-Halit,
no?".
"Ma è tutto finito, non si vede? Cos'altro c'è da fare? Inoltre noi non
possiamo nemmeno sapere in anticipo che cosa ci attende. Si tratta di un
nuovo posto e dobbiamo consolidare le nuove posizioni. Ci sarà molto
movimento in su e in giù, niente a che vedere con i passati due giorni.
Non ne vuoi fare a meno?".
"Questo è tutto?”.
"Questo è tutto. L'intera area è anche piena di soldati nemici dispersi.
Non sarà sicuro per un paio di giorni. Peggio ancora il nemico sta per
usare la sua forza aerea per attaccarci e scoraggiare la nostra
avanzata. Sei arrivato qui sano e salvo, ora torni al tuo posto in
condizioni di sicurezza. Witchu è arrivato questa sera. Lui comanderà
questa città. Vallo a vedere. Ti dirà lui cosa fare". Si alzò e appena
raccolte le sue cose disse "A proposito scrivi su quel cuore".
Caricata la sua radio sulle spalle ha detto scherzando "Avete intenzione
di insultarci ancora?".
"Ho mai offeso nessuno?”.
"Come altro chiami tutta quella roba scrivi su “Harbegna”?", si riferiva
ad alcuni articoli della nostra rivista che criticavano lo stile di vita
di alcuni dei nostri comandanti.
"Non più, non in questo modo, comunque", ho risposto sorridendo. "Vi ho
visto in azione. Faremo delle concessioni..."
"Dove è tua moglie?", ha chiesto, cambiando bruscamente argomento.
"Sull’altopiano, dietro alle linee nemiche".
"Quando tutto questo si risolverà, mi stabilirò a Nakfa. Se lei viene a
visitarti, venite a trovarmi. Sarò lieto di ospitarvi. Ma mandami un
messaggio in anticipo così che mi possa organizzare. Dobbiamo colmare
questo divario tra noi..."
Erano le sue ultime parole per me. Ci siamo abbracciati a lungo, stretti
le mani e detto addio. Doveva essere molto stanco. La sua figura alta e
magra sembrava piegarsi o chinarsi leggermente. I miei occhi lo
seguirono fino alla sua scomparsa dalla mia vista.
Meno di un mese dopo e a circa dieci giorni di distanza da quando ho
scritto “Cuore di Tegadalai”, ho saputo della morte di Ali Ibrihim.
Esattamente come aveva predetto un caccia nemico lo aveva falciato
mentre insieme a Adhanom e alcuni altri stava studiando come rinforzare
le nuove linee di difesa presso Mes halit.
L’ho saputo verso sera. Sono rimasto seduto sul bordo del letto per ore
arrabbiato e incredulo. Ci conoscevamo dalla fine del 1974. La Battaglia
per Afabet mi ha offerto la possibilità di conoscerlo realmente non solo
come comandante militare, ma anche come uomo. Ho trovato che questa
fosse una coincidenza ancora più amara. Non sono qualificato per
valutare il tipo di vuoto e perdita, in termini militari, che ha portato
la sua morte.
Lo lascio fare a quelli che
lavorato e combattuto al suo fianco. Comunque dalle mie osservazioni
fatte in questi ultimi due o tre giorni non ho dubbi che abbiamo perso
un comandante militare abile e capace. E’ naturale che il cuore di
tegadalai che abbiamo ambedue visto a proposito del quale mi ha chiesto
di scrivere, mi fa pensare a lui. E’ una immagine il cui significato
simbolico non sarà mai cancellato dalla mia mente.
Fine
Commenta nel
Forum
Torna alla
Home page
|
|