Esperienze in prima linea

 

  1. Primo capitolo

  2. Secondo capitolo

  3. Terzo capitolo

  4. Quarto capitolo

  5. Quinto capitolo

  6. Sesto capitolo

  7. Settimo capitolo

  8. Ottavo capitolo

  9. Nono capitolo


Primo capitolo

30 Luglio 1985

Era stata una serata di divertimento ad Arag; Suwa forte, bella atmosfera, canti, risate e molta danza.

Alle 2:00 del mattino, ne avevo avuto abbastanza e, come sempre in tali occasioni, ho faticato per trovare una stanza nel buio nero come la pece. E’ possibile che abbia inciampato un paio di volte. Non mi ricordo, ma il bozzo sul mio ginocchio sinistro non ha altra spiegazione. Comunque ho trovato la mia stanza, in realtà il mio rifugio sotterraneo, e sono presto piombato in sonno da ubriaco.

Non avevo dormito più di un'ora, quando un suono di dita schioccanti vicino all'orecchio mi risvegliò dal  torpore. Lo schioccare delle dita è un segnale militare per chi dorme che indica pericolo imminente o una chiamata per la guardia.

"Cosa?", ho gridato e per il momento non avevo idea di dove mi trovassi.

"Avviati alla mensa. Non dimenticare la tua pistola", è stata la risposta. Chiunque fosse se ne era andato prima che mi fossi completamente risvegliato.

Cercai a tastoni nel buio la mia borraccia, mi lavai con i vestiti indosso, trovai la pistola e andai alla mensa. Molti erano già in fila sotto il grande albero che abbiamo chiamato "la mensa". Alcuni bevitori incalliti erano ancora intenti a bere le ultime gocce dalle lattine ....

Haile Menkerios stava dicendo a tutti noi radunati che dovevamo andare a piedi ad Amberbeb. Una volta lì ci avrebbero comunicato dove eravamo destinati. Amberbeb si trova a buone quattro ore a piedi da Arag.

Lo spirito dei tegadelti, soprattutto di fronte a una sfida, è difficile da descrivere e molto di più da spiegare. La morte e le avversità sono attese e accettate come normali eventi nel corso normale della vita. Così ogni chiamata al servizio attivo, indipendentemente dalla sua natura, crea sempre un entusiasmo tale che la riluttanza è merce molto rara. I malati cercano di nascondere la loro malattia e i pigri sono improvvisamente motivati. Questa è la norma.

Quando ci siamo allineati alla mensa, è stato detto a Beshir di rimanere indietro. Lui non sarebbe andato. Era stato ferito a una gamba in una precedente battaglia ed era gravemente handicappato. Un uomo dalle molteplici capacità, sarebbe stato utile nelle faccende quotidiane del Dipartimento. Doveva rimanere a prendersi cura degli altri disabili, delle madri e dei loro figli.

Sollevò un putiferio, si rifiutò di allontanarsi dal gruppo e fu necessario consegnarlo al comando militare per farlo sottomettere all'autorità. Zekarias è il più anziano del nostro gruppo. E’ anche costantemente infastidito da alcune malattie croniche. Egli pregò per marciare con il resto di noi, ma fu fatto rimanere indietro. Appena iniziata la nostra marcia cadde su un fianco, triste e depresso, chiamandoci alla vittoria.

L'emozione di questa marcia inaspettata per una destinazione ancora sconosciuta aveva apparentemente relegato il potere della Siwa ad alcuni livelli più bassi. Quindi la prima ora della nostra camminata passò senza incidenti di rilievo. Fortunatamente per noi il sole era completamente nascosto da un velo di nubi e una leggera brezza conservava tutti noi quasi al fresco. Ma appena abbiamo affrontato Halibet, che a sua volta si trova a metà strada per Amberbeb, la Suwa dentro la maggior parte di noi ha iniziato a bollire.

Halibet si trova ai piedi di una ripida montagna che noi chiamiamo Bidho, che significa letteralmente, sfida. Essa deve il suo nome alle strade scavate nelle sue scarpate e attraverso i dirupi grazie alla progettazione e alla manualità dei tegadelti. Con i suoi trentasei tornanti è servita all’EPLF come unica linea di sopravvivenza per molti anni dopo che l'esercito etiopico aveva circondato le sue forze sulle montagne del Sahel. Per noi Bidho è stato più un assassino, mercoledì scorso, che una linea di sopravvivenza.

Guardandolo dalla planarità di Halibet, l'artista Michael Adonai si arrese e si accasciò sotto un cespuglio rifiutandosi di andare avanti. Appena abbiamo iniziato a scalare Bidho la nostra fila pulita e ordinata ha iniziato a disintegrarsi. Sembra così divertente ora che è passato. Tre giorni fa ognuno di noi aveva completamente dimenticato tutto il divertimento e il piacere che ci aveva dato la Suwa la notte precedente, e la maledivano con tutto il cuore.

L'alcol è spregevole quando fa male. Avanzavo verso l’alto trascinando i piedi uno dopo l'altro a velocità di lumaca cercando di ignorare il suono e l'odore del vomito di fronte a me. Questo è un test che i miei compagni, e io soprattutto, non potevamo permetterci di fallire. Ho invidiato i più giovani, "i figli della rivoluzione", come li chiamavano. Molti dei nostri problemi interni non sembrano preoccuparli. Hakli, amico di Michael Adonai e suo concorrente nell’arte, si sedette su una roccia e disse: "Andate via, vi raggiungerò”. Qualcuno ha cercato di aiutarlo, ma si è rifiutato. "Andate, adesso non siamo sotto attacco....". E rimase indietro.

Si imparano un bel po’ di cose in una rivoluzione. Soccombere alla fatica, per esempio, sempre si rivela essere qualcosa di cui rammaricarsi. Per pochi secondi di perseveranza, molti sono caduti a pochi metri da un pozzo d'acqua o da una destinazione finale. Quanto amano i compagni queste situazioni che sono terreno fertile per nomignoli e scherzi incessanti!

Quindi, anche se del tutto esaurito e con la testa che mi batteva a ogni passo, ho continuato con questi terribili e sempre più lunghi pochi secondi ancora. Almaz e Oromo sono stati i primi a scalare Bidho. Tesfai Berhe e Ukbai mi hanno stupito. Avevano scelto volontariamente di soddisfare le nostre esigenze sulla via di Amberbeb. Quindi li ho visti salire su e giù, e di nuovo e di nuovo ancora, per quel precipizio. Come tutti noi avevano avuto il loro pieno di Suwa e avevano ballato tutta la notte. Tuttavia loro non inciampavano ne sudavano. Li ho invidiati e, francamente, ho risentito anche della loro energia. Come risultato ero stanco e malconcio.

Ci sono volute circa cinque ore per arrivare a Amberbeb, allora quartier generale dell’EPLF. Una brezza fresca nella parte superiore ha ridato un po’ di vita ad alcuni di noi. Abbiamo trovato l'acqua in una delle gole di Amberbeb e, come i bambini piccoli, abbiamo cominciato a schizzarci con gioia incontrollata. Tutta la fatica era scomparsa. Mi sentivo rinascere, non ci potevo credere. Hakli e Michael sono diventati lo zimbello di tutti, quando una macchina è stata inviata da Amberbeb per portarli fino a Bidho. La loro giovanile arrendevolezza aveva prevalso sulla nostra sensibilità di più anziani; si misero a ridere di noi!

Non siamo rimasti a lungo a Amberbeb. Tutti noi cinquanta più alcuni altri provenienti dalla base siamo stati stipati su un camion italiano N3 e ben presto avviati sobbalzando verso Nakfa. Nulla di nuovo è accaduto sulla strada; solo i soliti spintoni per lo spazio in cui spostarci o stiracchiarci, una maledizione qua, una discussione sul piede di qualcun altro là... una delle rare occasioni nella nostra rivoluzione in cui Dio è ricordato e invitato per intervenire e rendere Nakfa più vicina.

Nakfa è arida, senza pioggia e senza acqua. Tutti erano stati trasferiti da Arag a Embalko l’altro ieri. Questo è il luogo dove le coppie appena sposate si godono la loro luna di miele. Ricoveri appena sufficienti per dormire in due, sono scavate sottoterra o intagliati sui fianchi della collina. Qui si svolgono matrimoni e viaggi di nozze di massa ogni volta che al fronte le armi tacciono.

Embalko era abbastanza divertente. Eravamo tutti dello stesso dipartimento, per questo non vi è stato alcun problema di comunicazione. Mi sentivo come ad Arag; raccolta di legna da ardere, la preparazione di prodotti alimentari e, più tardi la sera, il canto e la coniatura di proverbi.

Kirbit era l’animatore del gruppo. Sosteneva che l'ELF lo aveva rapito dalla sua famiglia e lo aveva isolato. Diceva anche di aver visto alcune cose terribili nella loro prigione. Sembra di appena 16 o 17 anni, anche se lui sostiene di essere più vecchio. Alcune delle storie che racconta sono difficili da credere. Tuttavia è forte e gli piace giocare e stuzzicare chiunque intorno a lui. Dipinge, suona, e scrive poesie. I suoi lazzi e scherzi continui ci divertirono per due giorni. Dondolava ratti morti per la coda e inseguiva le ragazze...

Trovarsi non solo con Kirbit, ma anche con molti altri ragazzi della sua età è stato un piacere. Lo spirito della gioventù è semplicemente incredibile. Spesso mi chiedo se io sia mai stato come loro nella mia gioventù. Forse perché non vi era stata alcuna rivoluzione quando avevo la loro età?

Forse perché non era stata influenzata da ciò che accade ora? Non lo so, io cerco di razionalizzare. In ogni caso, questi sono di una razza diversa. Quasi ogni tegadalai accetta il martirio come inevitabile risultato del suo amore e della sua fedeltà al Paese e alla causa. Ma i nostri giovani vanno ben oltre. Alcuni dei ragazzi di Arag erano effettivamente cresciuti in Sudan come ragazzi di strada.

L'anno scorso di questi tempi, noi tutti ci lamentavamo e disperavamo per il loro totale disprezzo per la disciplina e la loro avversione verso ogni tipo di lavoro. Oggi, sono cambiati. Soprattutto ora che stanno per andare verso il luogo dei loro sogni, in prima linea, non guardano neppure indietro. I ragazzi e le ragazze, sono tutti uguali.

Ieri ci è stato detto di riunirci all’ombra, appena fuori Nakfa. Un comandante di brigata, Fitsum Wedi Memhir, si è rivolto a noi. Ho preso alcuni appunti.

"La nostra situazione militare sta condizionando anche la nostra attività politica", ha detto. "Così siamo costretti a chiamare in prima linea, anche quelli di voi che sono stati impiegati in altri importanti compiti organizzativi. Il nemico insiste sul fatto che a Barentu  combatterà fino all'ultima goccia di sangue. Ha quindi riunito le forze e sta facendo continui tentativi per catturare quella città.

Noi da parte nostra facciamo tutti i preparativi necessari al fine di gettare quelle ultime gocce di sangue. Siete venuti qui come rinforzo ai compagni che stanno tenendo Barentu. Quando questa operazione si sarà conclusa e tutti noi torneremo ai nostri rispettivi luoghi di provenienza, ognuno di noi deve fare in modo che abbia fatto un pezzo della storia.

Non dobbiamo tornare indietro con vergogna o con la testa piegata verso il basso. Dobbiamo resistere per questo breve, ma amaro periodo di tempo... solo pochi giorni. C'è qualcuno che non è pronto?".Come risposta ci sono state risate e battimani .

Non c'è fine alle montagne e alle gole, alle salite e alle discese del territorio di Nakfa. Abbiamo lasciato Nakfa dietro di noi, a sud-ovest, e ci siamo diretti verso Sulfur. Sulfur è una montagna i cui alberi e le rocce sono stati letteralmente inceneriti dai persistenti bombardamenti da parte del nemico; quindi "solforoso", che ricorda la roccia sbriciolata e la cenere.

Ieri ho trascorso la notte con il comandante del battaglione al quale sono stato assegnato, Haileab Manjus; Che significava piccolo Haileab. E’ una persona che conosco fin dal 1974. L'ho visto in un luogo chiamato Sebirseghi, prima di essere arruolato. E’ stato uno dei più giovani aiutanti di Issayas Afewerki. Doveva avere 15 o 16 anni allora. Abbiamo parlato per un po’ di tempo, soprattutto in merito alla situazione militare. Sono rimasto impressionato della sua perspicacia e della sua maturità.

Questa mattina Haileab mi assegnato a una delle compagnie di Sulfur. Ho scritto e gironzolato la maggior parte del tempo. Nulla di particolare da dire a proposito di oggi. Mi trovo presso l'ufficio del comandante di compagnia.

4 agosto 1985

Sono ancora presso l'ufficio del comandante di compagnia. Tutti i miei amici sono andati ad Arag. Sono qui da solo. Ieri ho accompagnato Bahre Debas, il comandante di compagnia, a vedere le trincee. Non vi è alcun nemico dall'altro lato.

Sembra che abbia abbandonato la sinistra del Fronte Nakfa. I membri del plotone, con i quali ho passato la giornata, hanno lanciato pietre in basso verso il nemico per verificare che avesse veramente evacuato le trincee. Non c'è stata risposta. Sono stati anche effettuati alcuni tiri verso note posizioni nemiche per provocare qualche reazione. Tuttavia, nessuna risposta.

Nel pomeriggio una parte della compagnia è scesa verso le opposte trincee per una ricerca più approfondita. Nessun nemico. Ovviamente la sua intenzione è quella alleggerire questo fronte il più possibile e concentrare più truppe a Barentu.

E’ sorprendente come le opposte trincee fossero vicine le une alle altre a Sulfur. In alcuni punti, la distanza poteva essere di soli venti metri. In ogni caso nessun nemico su questo lato del Fronte Nakfa.

5 agosto 1985

Siamo partiti in ritardo da Sulfur ieri sera. Siamo arrivati a Kertzet circa alle 2:00 del mattino.

E’ stato un viaggio rude e accidentato; piuttosto estenuante, per quanto mi riguarda. La nostra compagnia è stata la prima a raggiungere Kertzet, le altre due compagnie del battaglione stavano arrivando un plotone dopo l'altro. Io ero ancora alla ricerca di un posto dove riposare, quando ho sentito qualcuno suonare il Krar. In un attimo è arrivata legna da ardere da tutti gli angoli e si è acceso un fuoco vicino al suonatore .

Una voce femminile riempito le tenebre di Kertzet e il krar ha ben presto accompagnato il ritmo della danza e del battimani di alcuni uomini e donne della nostra compagnia. E’ stato un Tigrigna guaila al quale si associavano i componenti delle altre compagnie mano a mano che arrivavano, in modo tale che la piccola raccolta è cresciuta rapidamente in un grande cerchio intorno alla luce tremolante del falò.

Con il sudore dal viaggio ancora gocciolante sulle loro fronti, i loro volti si illuminavano e si spegnevano a ogni sussulto delle fiamme. Con una vecchia tanica come tamburo, tutti battevano le mani e cantavano, mentre si disponevano in venti o trenta cerchi intorno al fuoco in una delle più spettacolari danze Tigrigna che io abbia mai visto. Appena il tamburo a iniziato a ritmare dum-dum-du ... dum-dum-du ... i ballerini si son agitati, trasformati, curvati e raddrizzati, ciascuno dando il suo proprio significato a ogni battito, ritmo e movimento.

La danza dei tegadalai non è solo un semplice ballo. Si tratta di una espressione di qualcosa di profondo; irrealizzati desideri giovanili, gioie e dolori repressi, lamenti per la morte dei compagni e amori non consumati. È una danza di giovani uomini e donne con un ardente amore per il paese e per la gente, prossimi a pagare per quell'amore ponendosi sull'altare del sacrificio.

Ogni viaggio potrebbe essere un viaggio verso una battaglia e ogni battaglia potrebbe essere l'ultima, come, infatti, ogni danza. Eppure, paradossalmente, ogni viaggio, ogni battaglia e ogni danza è anche un passo in avanti verso l'obiettivo finale di libertà e, quindi, uno di speranza, anche se non si arriva a vivere per vederla. Così la notte scorsa ho visto i loro salti, torsioni, urla e grida come alcune delle più profonde espressioni di sentimenti contrastanti che nessuno possa mai incontrare.

In ginocchio per rimuovere le pietre da sotto il telo che doveva essere il mio letto per la notte, ho scosso la testa in segno di tranquillo stupore. "Che tipo di persone sono queste?" Ho detto a voce alta, soprattutto a me stesso.

Il Commissario politico della compagnia, Wedi Ghile, stava anche lui togliendo delle pietre nelle vicinanze. Deve avermi sentito. "Questa è una guaila di pace relativa", mi ha detto alzando la voce così che potessi sentirlo oltre il tambureggiare e le grida ad alcuni metri di distanza. "Dovresti vedere la loro danza dopo una battaglia. Seppelliscano i loro morti, attendono ai feriti e alla prima occasione di riposo, è guaila. Cancellano il loro dolore attraverso la danza. Il martirio è diventata una cultura".

Vorrei tanto spiegare questo fenomeno, ma lo devo capire pienamente. Dubito che questo avverrà mai . Non è sufficiente dire, "fanno quello che fanno perché sono loro che lottano per la libertà". Bisogna scavare nel profondo delle radici, all'origine. Abbiamo bisogno di studiare la vita e le gesta degli eroi del passato.

Come si eredita l’eroismo? Deve esserci un proprio modo, un suo proprio processo. Una rete invisibile di vene e fili deve essere di pompaggio e di collegamento da una generazione all'altra. Vero che l’EPLF ha un programma di formazione politica funzionale e regolamentato che prepara i suoi membri verso  ampie prospettive .

Ci sono anche regolari sessioni di critica e di auto-critica che rimettono in riga i trasgressori. Questo può servire come base, ma non credo che da solo può andare al campo di battaglia e creare eroi da comuni mortali. No, ci deve essere qualcosa di più sottile, qualcosa di meno politico e più umano in tutto il fenomeno.

Qualunque cosa sia i bambini nella loro tarda adolescenza e prima maturità hanno trasformato il coraggio in una norma. La morte viene sfidata come se si trattasse solo di un ostacolo per passare oltre, come se non fosse la fine del viaggio di una persona. Questi ragazzi non credono nella reincarnazione, e ancora hanno inculcata questa convinzione che essi vivono nei loro compagni superstiti, nella realizzazione del sogno per il quale stanno morendo. Suona retorico anche a me, quanto lo scrivo. Ma è vero. Vi è un elemento che deve essere scoperto, spiegato e trasmesso alle generazioni future.

La scoperta di questo elemento è destinata ad essere un compito difficile. Sono questioni nascoste. Nessuno vuole parlare di se stesso. Ho sollevato questo punto con Wedi Ghile, mentre eravamo sdraiati fianco a fianco sul campo, incantati dalle stelle e cercando di proteggere le nostre narici e gli occhi dalla polvere sollevata nelle vicinanze.

"Come può un tegadalai parlare di se stesso?", ha risposto, i suoi enormi occhi riflettono lo sfarfallio dal falò. "Sarebbe allontanato immediatamente. Nulla è più disprezzato e condannato dell’autoincensamento e del vanto. Ma hai ragione. Tanto eroismo, tanti atti di sacrificio supremo e cavalleria, passano senza essere registrati. E’ molto triste. Dovrebbe essere scritto". Se staremo insieme abbastanza a lungo, lo inviterò a raccontarmi la sua esperienza. Dubito che lo farà.

Questa lotta è troppo dura. Non solo è troppo lunga, è anche troppo difficile e dura. Le trincee che ho visitato negli ultimi due giorni sono una testimonianza di questa durezza e asprezza. Da dove sono stato ieri, ho potuto vedere la Pallavolo alla mia sinistra. Per anni su quel colle i tegadelti hanno avuto le trincee del nemico solo a pochi metri di distanza.

Una volta ogni tanto qualche anima coraggiosa percorreva la distanza che lo separava dalle trincee nemiche, lanciava alcune bombe a mano e correva indietro al proprio rifugio. Una volta ogni tanto il nemico ricambiava la visita. E così è diventato famoso per questa gara emozionante e pericolosa del lancio di bombe. Quindi è stato soprannominato Pallavolo.

Vi è un'altra linea di trincee chiamata Spartacus. La maggior parte dei suoi lati, compreso quello verso il nemico, si affacciano su un abisso, un precipizio che è impossibile salire o scendere. Si dice che se fai tanto di perdere un passo o se un colpo di vento ti coglie di sorpresa, fai un salto fino ai piedi della montagna. Il soprannome è destinato a indicare che, così come Spartacus, anche il tegadalai ha la capacità, in caso di necessità, di scendere lungo il precipizio al di là delle posizioni del nemico.

I plotoni sono noti per il trasporto di tronchi di grandi alberi fino sulle alture di Spartacus per la costruzione di trincee. A volte, quando lo sforzo si rivela impossibile, bastava semplicemente buttare il tronco verso il basso e, qualunque altezza si era raggiunta, si tornava indietro a recuperarlo.

Se il martirio è diventato una tradizione, allora il duro lavoro è solo vita. Io sono con giovani uomini e donne che fanno escursioni giornaliere verso il basso su tutti i tipi di montagne e camminano per ore per portare taniche di acqua lungo tutto il viaggio di ritorno alle trincee, quasi senza riposarsi.

Finora non ho sentito un solo lamento da parte di nessuno. E’ il comandante che deve insistere sul fatto che qualcuno prenda un periodo di riposo. La norma è che anche coloro che erano appena saliti con una tanica di acqua potevano essere volontari per una qualunque altra missione.

Come ho scritto, mi chiedo se questo è ciò che ha creato la rivoluzione. O è qualcosa di culturale, qualcosa di ereditato dalla famiglia? Se l'indipendenza arriva, sarà conservata dalla prossima generazione e da quelle future?

Quando stavo a Sulfur ho incontrato una tegadalit chiamata Lemlem. Molto sottile e di carnagione chiara, i capelli dritti e di colore rossastro. Mi sembrava un po’ acida; come alcune delle ragazze soprannominate "gastrite". I problemi gastro-intestinali delle donne combattenti sono oggetto di commenti da parte di tutti. In qualche modo si è affermata nel Fronte una teoria secondo la quale  tutte le donne con la malattia una volta sposate guariscono. Non so chi ha sviluppato tale teoria....

In ogni caso Lemlem è appena uscita dal nulla portando una tanica di acqua ed è quasi inciampata sulla mia gamba tesa mentre stavo appoggiato su una roccia accanto al posto di guardia. Qualcuno l’ha liberata del suo carico. Lei senza nemmeno una pausa per asciugarsi il sudore e senza che il suo viso mostrasse segni di stanchezza, ha detto: "Hey compagni ho mangiato beles e proteine". Beles in Tigrigna significa fichi d’india.

Tutti i membri della sua unità lasciarono quello che stavano facendo e andarono intorno a lei, come se fosse un  esemplare raro. "Dove? Chi te l’ha dati? Sarei dovuto andare...". Era una grande novità. L'entusiasmo era tale che non ho potuto aiutare sentendomi triste. E’ così facile fare contento un Tegadalai.

Questa è una razza per la quale le piccole cose significano veramente molto. Beles e proteine? I frutti sì, perché sono relativamente rari nel Sahel. Ma le proteine? Quel DMK simil farina che si bagna o ammorbidisce con semplice acqua e si lotta per deglutirlo? All’Arag è cibo da evitare, ma in questo caso è come una medicina.

L'alternativa, naturalmente, null’altro. Il menu regolare è kitcha, che è un pane piatto e morbido, preparato in una grande padella. La padella è di solito il coperchio di un barile di acciaio, modificato per lo scopo. La "cucina" è un fantastico luogo da visitare.

Situato almeno a un’ora e mezza a piedi dalle trincee, è un alveare di attività. Le unità provengono da ciascun plotone in un dato settore e queste diventano cuochi e pasticceri fino alla loro sostituzione su base quindicinale o mensile.

Barili tagliati a metà in cui si prepara l’impasto; robusti uomini e donne miscelano quintali di farina e acqua con i piedi nudi. L'impasto viene poi cotto su una fila di forni che consistono in tegami poggiati su pietre arroventate dal fuoco.

La quantità di impasto da cuocere è tale da rendere impossibile la pulizia e la qualità. Qualche volta la farina stessa viene denaturata o contaminata da problemi di stoccaggio o altri tipi di esposizione. Inoltre il pane assegnato a un plotone o a compagnia di solito è accumulato su diverse lenzuola e legato separatamente per essere portato via da gruppi assegnati a tale scopo.

Con il tempo arriva alle trincee sul dorso e sulle teste delle persone avendo perso la loro forma originale. Molto spesso il tomween, come viene chiamato il magazzino principale, esaurisce le lenticchie o addirittura il sale. Così le unità devono accontentarsi del solo pane giornaliero e di un po’ d'acqua. Poca meraviglia quindi che i miei compagni a Sulpher invidiavano Lemlem del trattamento di quella mattina.

Il modo in cui il corpo umano si adatta alla privazione è qualcosa che desta meraviglia. Rispetto a questo, la vita nella base è di abbondanza e di lusso. Francamente a volte mi sento molto affamato. Ho deciso anche di rimuovere il solo pensiero di una tazza di tè dall'orizzonte delle mie meditazioni. Mi basta solo annusare un po’ di fumo di sigaretta per soddisfare il mio desiderio. Non mi trovo qui che da una settimana, ma i miei pantaloni sono già troppo grandi per il mio calo di pancia.

No, questa è una vita dura. Lamentarsi di essere stanco, affamato o assetato è tabù. Perseverare sopprimendo sentimenti e desideri interno, resistendo a tutti i problemi, anche alla malattia, è il buon costume prevalente e il modo giusto di comportarsi.

Anche se le stesse norme di comportamento e di moralità regolano anche le retrovie, il grado e l'intensità varia notevolmente. Da noi si era più rilassati, meno rigorosi. Nelle posizioni arretrate vi è anche meno atteggiamento collettivo e più tracce dei singoli. Qui tutto è condiviso e, per questo, c’è diversità.

Qui sono, per esempio, più ospitali e rispettosi nei confronti di quello che sono. Soprattutto è il loro senso dell’umorismo che trovo più affascinante e attraente. La loro vicinanza alla morte probabilmente induce loro a un atteggiamento molto più leggero verso la vita. Quel giorno a Sulfur alcuni di loro mi hanno raccontato gli scherzi e i giochetti che si fanno l’un l’altro.

L'innocenza e l'inesperienza dei giovani sono molto sfruttate da quelli leggermente più anziani. Per esempio hanno detto a uno di loro, Mebrahtu Manjus, che la produzione di yogurt dal latte di esseri umani era possibile. Se aveva la possibilità di andare a Nakfa, hanno detto, doveva assicurarsi di visitare una delle madri dei tegadelti, che gli avrebbe sicuramente dato alcuni dei suoi yogurt.

Il povero ragazzo non aveva mai sentito parlare di questo, ma dal momento che credeva che anche l'impossibile fosse possibile nella rivoluzione, ci ha creduto. E' stato così tentato che ha anche chiesto di andare a Nakfa per una commissione. Quando ha scoperto che era stato ingannato, ha trascorso una giornata in collera e appartato. Un altro Manjus ha sprecato ore nel tentativo di mangiare Kitcha cotta con la terra dei fichi d’india...

"Abbiamo avuto un compagno che non poteva resistere alla fame", mi ha detto Lemlem, ricordando uno dei suoi amici caduti. "Il cibo era così cattivo che egli diventava pazzo per qualcosa di buono da mangiare. Così una sera ha trovato un pretesto per venire al nostro rifugio da solo e ha rubato una lattina di margarina dalla borsa del medico. Indovina cosa ha fatto?

Se l’è mangiata, o bevuta non importa, senza neanche un po’ di kitcha. La mattina dopo ha detto il medico che era stato colpito da dissenteria e ha mostrato il suo, sapete... Il medico è rimasto tanto spaventato da quello che ha visto che lo ha mandato alla clinica della brigata, accompagnato da due compagni".

"Allora che cosa è successo?"

"Beh, che gli hanno dato alcune pillole, ma lui è stato il miglior medico di se stesso. Ha solo fatto finta di prendere le pillole, ma le ha conservate nel proprio sacco, quindi non può essere accusato di aver sprecato medicine, ma ha mangiato tutto quello che trovava sulla sua strada. Lo ha chiamato il suo viaggio di nozze. Quando è stato dimesso, il nostro cibo è migliorato. Ma ha confessato tutto al comandante del plotone".

"E’ stato punito?"

"Come poteva essere punito? In battaglia era un leone. Semplicemente non sapeva come resistere alla fame per un giorno. E’ stato ammonito nel corso di una riunione ... E' stato così divertente. Fu martirizzato non molto tempo dopo, nel corso della 6° offensiva". Concluse amaramente.

Appena raccontata la storia lei e i suoi compagni presero a ridere dal profondo del loro cuore. Sono certo che hanno ripetuto questa storia più e più volte e  ridevano di cuore come a ogni ripetizione.

Umorismo e risate sembrano essere parte della loro esistenza quotidiana. Essi trovare conforto nell’umorismo e ridere è il modo con cui mantenere il loro equilibrio. Non credo di avere mai visto un gruppo di persone ridere, scherzare e danzare tanto quanto quelle con le quali mi trovavo.

Ciò che trovo sorprendente è che le battute sono in genere dirette a se stessi, non ad altri e, quando lo sono, sempre senza malizia. Così come è notevole come scherzi e battute sono accettati di buon umore. Finora non ho visto nessuno prendersela a male.

"Hai mai litigato?", ho chiesto a Lemelem.

Mi diede una occhiata un po' diffidente e condiscendente. " Quale litigare?", mi ha risposto, "Come si può parlare di litigio quando si sa che abbiamo regolari sessioni di critica e di auto-critica? Non ti aspetti che i compagni condividano gli stessi obiettivi e principi per la lotta piuttosto che litigare?", aggiunse un paio di parole prese direttamente da alcune lezioni di formazione politica. Ho lasciato cadere l'intero argomento; anche litigare era tabù.

I tipi di passatempo che ho osservato negli ultimi giorni comprendono sfida con bastoni, tirarsi i capelli l'un l'altro, lotta e pugilato, o akudir meglio tradotto come "calcio dell'asino...”, il tutto accompagnato da un sacco di rumore e risate. Continuo a temere che qualcuno possa darmi una bastonata solo per testare la mia capacità di sopportare il dolore ...

Dopo la mia chiacchierata con Lemlem e con i suoi amici a Sulfur, ho parlato a Wedi Ghile, commissario della compagnia .

"Quanti giorni mi volete tenere qui. Perché non mi inviate a una delle unità?"

"Siamo stati incaricati di tenerti con noi per un po’ di tempo", ha risposto.

"Ma voglio stare con loro, condividere la loro vita quotidiana. Hai paura che possa essere troppo vecchio per tenere il loro passo?"

"Oh no, non è questo", ha detto alzando la spalla. "Tu vai bene. E poi che vuoi che ci sia di necessario da conoscere? E' la stessa vita che si vive ad Arag.Rilassati, ti informeremo quando sarà il momento". Mi ha lasciato per qualche altra incombenza.

Avrei potuto insistere per essere assegnato alla trincee, ma non ho voluto apparire troppo ansioso. Tuttavia, ho notato il parallelo che ha fatto tra la vita ad Arag e la vita in trincea. Non c’è in realtà paragone. Lui era la persona che quella mattina a Sulfur e ha portato la compagnia nelle trincee abbandonate del nemico.

Stava parlando con me quel giorno solo perché la mina che aveva calpestato era difettosa e non esplose. Un altro membro della squadra non era stato così fortunato. Era stato fatto a pezzi e sepolto sul posto. Questo è ciò che Wedi Ghile ha descritto come "la stessa vita" di Arag. Beh..., difficile che lo sia.

6 Agosto 1985

Abbiamo lasciato Kertzet ieri sera tardi e oggi siamo a Nakfa. Assahaita è il comandante della prima compagnia; la nostra è la terza. Assahaita è il suo soprannome. Significa molto freddo, vento mordente. Il nick-name implica che il suo modo di combattere gela la schiena del nemico.

Ha una faccia lunga e magra e straordinariamente bella. I suoi occhi sono limpidi, ma tristi allo stesso tempo. La sua corporatura è proporzionata e ben strutturata. Era sdraiato sotto l'ombra di un albero, quando l’ho raggiunto. Ci siamo seduti per un po' di tempo senza parlare, guardando l'intero battaglione muoversi per le operazioni della giornata. Alcuni erano già andati alla periferia di Nakfa e stavano tornando con carichi di beles sulle loro spalle.

Improvvisamente ha iniziato a parlare con una voce cantilenante. "Il Fronte è sulla via giusta? Perché ha improvvisamente deciso di inviare tutte le persone istruite e professionali qui? Non stavate al posto giusto?"

Non sapevo come rispondere a questo. Allora ho solo borbottato qualcosa in risposta, che indicava approvazione per la decisione.

"Vieni", ha detto interrompendo la mia incoerenza, "Io non sono contento, per niente contento. Guarda, sono tutti qui. Ingegneri, insegnanti... andiamo a morire tutti insieme? Questo è semplicemente sbagliato".

Non ho detto nulla, né lui ha continuato con l'argomento. Dopo un po' chiamò qualcuno da uno dei suoi plotoni e disse: "Perché siete così ingiusti con noi? Come potete mangiare tutti quei beles da soli? Non potreste almeno essere generosi con il mio ospite qui? E Assahaita il povero ha mai detto che lui non gradisce i beles?"

Il giovane tegadalai si mise a ridere, godendo ovviamente delle finte critiche di Assahaita. "Stiamo raffreddando per voi quelli più succosi in un grande contenitore di acqua..." ha risposto con lo stesso tono. Dopo pochi minuti ci stavamo godendo la frescura dei frutti. Io non sono un grande mangiatore di beles, ma ho mangiato fino a quando non ho ruttato un paio di volte al gusto di fichi d’india. Assahaita deve averne mangiato il doppio. Il Beles è piacevole da mangiare, ma crea problemi sulla sua via d'uscita!

Eravamo sdraiati uno accanto all’altro a fissare il movimento delle foglie sopra di noi, quando Assahaita ha detto:"Descrivimi come sono le retrovie. Mi dicono che Ararib è come una città".

L’ho guardato sorpreso, "Non sei mai stato lì?"

"Come posso mai essere stato lì? Guarda la nostra vita. E’ sempre da una trincea all'altra, fino alla prossima battaglia. Quando ci sono intervalli nei combattimenti è sempre uno scavare nuove trincee o riparare quelle vecchie. Aggiungi a questo lezioni intensive accademiche e di formazione politica e che cosa abbiamo? Niente tempo libero del tutto. Non è possibile tornare alla base a meno che non si sia feriti e i dannati proiettili mi evitano.

"Invochi un proiettile solo per vedere Ararib?"

Sorrise maliziosamente, "Si ma uno che ti sfiora appena il corpo, ma fa male abbastanza per mandarti ad Ararib e ritorno. Quello volevo dire. Non sopporterei una invalidità permanente. Piuttosto raccontami di quei luoghi".

Quindi ho cercato di descrivergli Ararib. Il collegio sotterraneo che ospita circa quattro mila studenti; l’Orota Hospital che i visitatori hanno soprannominato "il più lungo ospedale al mondo”, la fabbrica di prodotti farmaceutici, le officine di lavorazione del metallo e del legno ecc ... Alcuni di questi non li avevo visti neanche io, così ho inserito nel mio elenco anche ciò di cui avevo solo sentito parlare. Il suo desiderio di conoscenza sembrava insaziabile. Le sue domande spaziavano dagli affari internazionali, alle ultime invenzioni e anche al funzionamento dei satelliti.

"Mbwa, alcune delle tue domande sono troppo difficili per me. Io non ne conosco la risposta".

"Ti porti in giro questa grande testa sulle spalle e con tutti i quei capelli e la barba, e non ti è possibile rispondere alle mie domande? Mungerò ogni conoscenza da te finché starai con noi. Come altro può Asahaita il povero ottenere una qualsiasi istruzione? Che altro conosce oltre a sparare?"

"E’ la seconda volta che lo dici. Perché ti chiami “Assahita il povero"?"

"Ma io sono povero" egli rispose bonariamente. "Quando sono venuto qui ho portato una sola cosa con me, la mia anima. Quando arriva il momento la porto con me. Hai una migliore definizione della povertà?"

"Si può essere poveri in senso materiale", ho insistito, in parte per provocarlo, "ma non sembri soffrire di povertà spirituale".

"Ehi, ehi, non lasciare mai avvicinare la povertà spirituale. Ciò significa degenerazione. Ciò significa essere disprezzato e scartato come quei beles cariati che ci siamo rifiutati di mangiare. La ricchezza di un tegadalai è la sua perseveranza e la sua purezza spirituale. Se la perdiamo non esistiamo più. Ma comunque siamo poveri amico mio... e Assahaita è il più povero di tutti".

Era seduto quando ha detto questo. Ha poi reclinato la testa verso il cielo e ha iniziato a cantare un qualche brano che non ho potuto riconoscere. Le sue parole erano chiare, "Povero, oh, tu povero Assahaita..." ha ripetuto la frase più volte.

Ho riso profondamente e sinceramente, lui mi piaceva molto. Mi sarebbe piaciuto sentirlo parlare ancora, ma uno dei capi plotone lo ha chiamato e mi ha lasciato dove mi trovavo. Ho scritto questo subito dopo che se ne è andato.

7 agosto 1985

Abbiamo trascorso la notte in Embalko, lo stesso luogo della prima notte. Il luogo si trova a circa 45 minuti a piedi a nord-ovest di Nakfa. Tutte le compagnie del nostro battaglione si sono riunite. Ho incontrato un buon numero di persone che conoscevo da prima. Una di queste è Chu Chu.

Il suo vero nome è Semainesh Ghebreweldi, ma noi la chiamiamo Chu Chu. Nel 1976 giunse nel Sahel per studiare presso la Revolution School. I suoi genitori sono rimasti nei campi profughi del Sudan. All’epoca aveva circa 12 anni. Adesso potrà averne 21. E’ di costituzione bassa e robusta.

Ha i capelli molto corti e scuri, e una luminosa faccia rotonda. Ho notato che ha ancora mantenuto il sorriso affascinante della sua infanzia. Era uno dei miei alunni preferiti quando insegnavo presso la scuola nei tardi anni settanta e primissimi anni ottanta.

Con il passare degli anni ha sviluppato un atteggiamento duro nei confronti della vita e dell'ambiente spartano in cui era cresciuta. Era ostinata in quello che riteneva essere la verità ed è sempre stata pronta  ad affrontare anche i più gravosi lavori fisici.

Un giorno un adolescente, che si comportava da bullo con tutti i ragazzi e le ragazze della scuola, cercò di molestarla. Senza nemmeno esitare lo sfidò a lotta e lo buttò giù di fronte a tutti. L'intera scuola sentì parlare di questo episodio e da quel momento in poi camminò tra i suoi coetanei a fronte alta.

Glielo raccontai quando venne da me quel pomeriggio. Lei sorrise. Abbiamo parlato della Revolution School e il tempo passato là. Sembrava che le mancassero anche i peggiori aspetti della vita in quella scuola. Si sentiva particolarmente triste e nostalgica al ricordo del lungo elenco di suoi compagni che erano morti negli scontri.

"Ti sei già sposata?" le ho chiesto probabilmente per cambiare argomento.

Lei si mise a ridere e mi fissò negli occhi imitando i miei gesti. Cambiò velocemente espressione e disse: "Non mi parli di matrimonio. A questo non penso."

"Perché no?"

"Lo sa con chi sono rimasta? Li guardi", disse indicando i Tegadelti che saltavano e calciavano. "Quasi tutti qui sono arrivati dopo la sesta offensiva dell'82. Molti si sono uniti a noi dopo Selahta nell'83 (Selahta significa “Stealth,” la 7° e più segreta offensive che il Derg lanciò contro l’Eplf). Sono tutti morti e io odio ogni minuto che sopravvivo a loro. Lei parla di matrimonio ... "

"Vorresti che morissero tutti, giusto? Mi sembra ridicolo ogni volta che la gente lo dice".

Ella sorrise pensierosa e disse: "Sopravvivere ai propri coetanei, ai propri compagni di studio e agli amici è la cosa peggiore che ci possa succedere." Rimase in silenzio per un po’ di tempo e poi cambiò argomento, "Facevano sul serio quando l’hanno mandata qui al fronte?"

"Certo".

"Perché non le permettono di rimanere nelle retrovie? Perché non è rimasto lì a gettare le basi per il futuro?", disse girandosi.

"Ma qui avete bisogno di un po’ di tregua. In realtà, sono venuto a prendere il vostro posto per qualche settimana", dissi girandomi indietro e toccando la sua spalla.

"Ora? Alla sua età?" Disse arruffandomi i capelli e scuotendo la testa, “Lei ha già tutti i capelli grigi, è incredibile. Vorrei che lei non fosse mai venuto".

"Perché no?"

"Perché è venuto a seppellire i suoi figli".

Era come se avesse trafitto il mio cuore con una lancia. In risposta scattai e la afferrai per la mano.

"Che modo di parlare è questo?" Dissi con rabbia, ma lei si liberò facilmente dalla mia stretta e corse a pochi metri di distanza.

"Se non partiamo nelle prime ore del mattino, la verrò a trovare. Mi porterò un pezzo di sapone per lavarle capelli e toglierle i pidocchi”. Se ne andò.

Il sole sta calando. E’ troppo scuro per me per scrivere ancora. Mi sento come se un pesante carico gravasse sul mio petto. Mi sento quasi soffocare e sento le sue parole risuonare nelle mie orecchie. Non aveva pronunciato quelle parole con rancore o malizia. Ma il suo prendere la propria morte per scontata e la mia sopravvivenza come garantita era troppo difficile da mandare giù. Mi sentivo come se lei mi accusasse mentre sono ancora vivo.

Non c'è da stupirsi che si senta colpevole per essere sopravvissuta ai propri coetanei e amici. Forse sente di aver perso il suo diritto a rimanere in vita. E’ come incolpare se stessa per essere stata superata nella corsa verso l'estremo sacrificio. Se domani mi dicessero che è morta probabilmente la penserei allo stesso modo e direi la stessa cosa.

Birbantella, impertinente Chu-Chu. Mi sta facendo fare della grezza filosofia. Quindi è una combinazione di tali strazianti piccoli incidenti e gli incontri che fanno della morte qualcosa da anelare.


9 agosto 1985

Ci troviamo ancora a Embaliko. Chu-Chu è andata via senza lavare i miei capelli o liberarmi da questi pidocchi.

Ho trascorso la giornata con Gobbo, che è la parola italiana per curvato. Egli si china quando cammina. Si danno soprannomi a ognuno. Gobbo è stato un amministratore di alto livello presso il Dipartimento EPLF dell'Economia. Ora è un comandante di plotone. Sono rimasto sorpreso di vederlo in calzoncini, con due bombe e un telo da notte perfettamente piegato fermamente legati alla sua vita, si muoveva su e giù con impressionante agilità.

"Come sei riuscito? Qual è il segreto?" Gli ho chiesto.

"Accettazione", ha risposto in tono prosaico. "Mai sopravvalutare la vita del soldato. Partire da zero e imparare tutto passo per passo. Mai rinunciare. In battaglia controllarsi, mai eccitarsi; studiare le intenzioni del nemico e cercare di indovinare la direzione delle pallottole... Soprattutto imparare dai compagni ; Ci arriverai".


Secondo capitolo

11 agosto 1985

Abbiamo lasciato Embalko l'altro ieri. Con Nakfa a sud-ovest l'intero battaglione passa attraverso Wegret, scala un ripido pendio e discende una scarpata per arrivare a EmKema. Le nuvole e la brezza raffreddano il calore del sole e della marcia. Questa zona è anche relativamente più fresca. Le montagne e le colline sono coperte di alberi e vegetazione, sisal, cactus e alcuni alberi di ulivo. Il paesaggio è tale da dissiparela fatica.

Lungo tutta la marcia ho cercato di mantenere il passo con Wedi Ghil'u, uno dei leader del battaglione che ha perso un occhio in qualche precedente battaglia. Lui parla Tigrigna e Tigre con la stessa facilità e fluidità. Deve aver vissuto da questi parti, sembra conoscere ogni angolo e ogni pietra.

EmKema si trova nella parte inferiore di una scarpata, a circa 90 minuti di cammino da Wegret. Ora è stata trasformata in un campo profughi. "EmKema" significa "La madre di una costellazione" ci disse Wedi Ghil'u. Proprio come le stelle in una costellazione sembrano radunarsi o procedere verso un centro, così le montagne, colline e la vegetazione di questo intero ambiente sembrano dirigersi verso EmKema.

Ho pensato che fosse un nome ben meritato. E’ una macchia di verde, prati e grandi alberi i cui nomi  semplicemente non conosco. Le loro foglie sono così strettamente intricate che in alcuni punti arrivano quasi a formare una foresta. Un ruscello scorre attraverso il verde e l'acqua è dolce, non salata come quella di Nakfa o altrove in questo settore. Si tratta in breve di un luogo attraente, una pausa dal tetro scenario di sterilità delle colline e degli anfratti al quale ci ha abituato il Sahel.

A EmKema abbiamo visto molti rifugiati, per la maggior parte donne e bambini. Ho anche visto piccoli orti lungo il torrente, dove i rifugiati coltivano pomodori e berbere. Sentivo una stretta di gioia nell’assistere a quel tentativo da parte di profughi di vivere una vita normale in mezzo alla guerra e alla distruzione.

EmKema è situato ai piedi delle Montagne Rora. Si tratta di una catena che si eleva orgogliosamente sul paesaggio di Nakfa per chilometri. Per secoli i loro massi, i fitti boschi e i feroci leopardi le hanno rese formidabili per le visite di conquistatori o di estranei. Solo i loro abitanti godono della sicurezza e del comfort che offrono.

Nel 1983, durante l’offensiva del Dergue denominata "Stealth", le truppe etiopiche osarono scalare le loro altezze per la prima volta in questi 24 anni di guerra di liberazione. Fu una mossa audace e pericolosa, da parte degli Etiopici, che gli avrebbe permesso di posizionarsi dietro le trincee dell’EPLF a Nakfa. Ma le Roras non furono occupate per molto tempo. L’EPLF lanciò una grande unità contro gli intrusi e le Roras riacquistarono il loro vecchio status.

Non abbastanza, però. Precedentemente solo l'uomo e gli animali potevano scalare le loro altezze. Al giorni nostri i camion dell'esercito e i pick-up a quattro ruote motrici incrociano a loro piacimento. Durante la battaglia per il loro controllo gli etiopici e l’EPLF avevano costruito le loro strade rispettivamente sulle pendici orientali e meridionali. Questo ha tolto loro una parte del mistero e un po’della loro maestà.

La strada dell’EPLF inizia a poche centinaia di metri a nord di EmKema. Si piega e si torce a una altezza spaventosa sul livello del mare, come un enorme serpente strisciante. Si tratta di una caratteristica di competenza e duro lavoro di cui gli ingegneri dell’EPLF e i costruttori dovrebbero essere orgogliosi. Un poco di esplosivo TNT, mucchi di picconi, zappe e picche ... il resto è ingegno, duro lavoro e, ovviamente, un atteggiamento di "si può fare"....

Eravamo partiti da Nakfa alle 5:00 della mattina e siamo arrivati ad Hashfet alle 11:00 o a mezzogiorno. Ci siamo arrampicati e ridiscesi così tanto che non riesco a capire dove si trova esattamente Hashfet. Tutto quello che so che abbiamo camminato per due ore per arrivarci da Emkema. Hashfet è così completamente circondata da montagne che ha la forma di un catino. Si tratta in realtà di alveo in secca che sbocca su un abisso di massi che scende per 20-30 metri sul suo lato meridionale.

Sono esausto. Ho sudato cosi tanto che la mia camicia mi si è incollata alla schiena. Mi sforzavo di non guardare il mio stato, ma la mia faccia e la condizione generale, ovviamente, mi tradivano. Quando mi fermai vicino a una roccia piatta dove Asshaita si era già messo a riposare, avevo la barba completamente inzuppata di sudore.

Si era anche seccato intorno alle tempie e su parte delle guance. Dovevo essere proprio un bello spettacolo, probabilmente pallido e salato. Assahaita pose lo sguardo su di me e iniziò a ridere. "Barba" disse riferendosi alla mia barba, "Dove trovi le Forze?". Le unità da combattimento dell’EPLF sono sempre state denominate "Forze".

Non gli diedi una risposta diretta. Mi limitai a esaminare il suo volto da vicino. Fatta eccezione per quello che sembravano goccioline di acqua sulla fronte, non vi era alcun altro segno di sudore su qualsiasi altra parte del suo corpo. "Ti sudi?", gli chiesi.

"Non lo so, può darsi. Penso che ci sono due tipi di sudorazione. Alcuni, come te, sudano fuori. Altri, come me, sudano dentro". Risi e mi sentii meglio abbastanza per esaminare, con i miei occhi, le asperità del terreno intorno Hashfet.

"Prendi nota di tutte queste montagne. Forse un giorno scriverai su di loro", disse Assahaita. "Durante l’offensiva di Selahta, Hashfet è stata la sede del quartier generale del Fronte Nakfa. E’ stata il fulcro di tutta la nostra strategia di difesa. Tutta la logistica per questo fronte, il cibo e le munizioni, dovettero essere trasportati a spalla in trincea dai Tegadelti. A noi ci sono volute cinque ore per arrivare da Nakfa, giusto? I Tegadelti hanno dovuto portare i loro compagni feriti sulle barelle fino a Nakfa".

Un comandante di plotone seduto di fronte a noi scosse la testa a sottolineare la memoria di Assahaita. “Non parliamo di Selahta",disse. "Non credo che si affronterà mai in futuro un'altra esperienza difficile e terribile come quella. Quello che abbiamo dovuto affrontare qui, le incredibili difficoltà che abbiamo dovuto superare ...", sospirò e si fece silenzioso.

Siamo rimasti ad Hashfet fino alle 4:00 del pomeriggio di ieri. Tutti dormivano, ma io non ci riuscii. Tutto mi teneva sveglio - una zanzara che mi ronzava sopra, una mosca sul viso o i pidocchi che mi camminavano e mordevano da per tutto. Assahaita e gli altri dormivano come se le zanzare, le mosche e i pidocchi non stessero trattando tutti noi nella stessa maniera.

Alle quattro lasciammo Hashfet e procedemmo verso sud-ovest, sempre con le Montagne Rora alla nostra destra. Passammo Bet Humed e un grande fiume stagionale che si unisce al fiume Hiday che scorre tra le città di Nakfa e Afabet. Da questo punto in poi le trincee erano in piena vista per via della nostra più alta e favorevole posizione. Alcune delle trincee, per esempio a Swara e Afintcha, sono state alternativamente del nemico e nostre. Qualcuno me lo stava spiegando. Tuttavia il numero di battaglie su questo fronte è così alto che ho semplicemente rinunciato al tentativo di calcolarlo.

Abbiamo camminato per due ore da Hashfet alle trincee che dovevano essere il nostro luogo di riposo per la notte. Per tutta la strada sulla sinistra, e a una distanza di sicurezza, ho potuto vedere le opposte trincee dell’EPLF e del nemico. Sembra che non vi sia null’altro in questo settore che trincee.

Gli unici uomini che ho visto sono i miei compagni, completamente armati. Qui non succede nulla, tranne la guerra. Mi ricordo che una volta qualcuno mi disse che lui credeva che Dio aveva creato il Sahel in modo che uno giorno vi avremmo potuto condurre i nostri nemici e sconfiggerli sul suo terreno grezzo e arido. Io non sono molto credente, ma può essere che abbia ragione.

Mentre scrivo questo sono seduto di fronte a una grande catena montuosa chiamata Sigad. Da una parte ha la forma della gobba di bue, e il suo margine occidentale si estende fino ai piedi de Laba, che è una parte prominente del Rora. Sul fianco occidentale del Sigad ci sono tre creste, dove sono trincerate le brigate etiopiche.

La cima della catena è ben fortificata con quella che appare come la Grande Muraglia Cinese per tutta la sua lunghezza. In alcune parti sono state costruite, al di sotto della cima o della cresta, altre due "Grandi Pareti". Così il Sigad ha sul suo fianco non solo una, ma tre linee di difesa. Mi chiedo ora come sia possibile espugnare tali pesanti fortificazioni...

Questo è il mio nono giorno con le Forze. A mio parere e tenendo in considerazione la mia età ed esperienza, il numero di montagne che ho scalato in questi nove giorni è ineguagliabile. Ho anche sviluppato una tecnica molto ingegnosa per scalare le montagne.

Non c'è niente di più facile e più efficace di osservare e seguire le orme di coloro che salgono e saltano di fronte a voi. L'altro ieri Assahaita e Bahre Debas si alternavano alla guida del resto di noi su una forte salita. Il passo di Assahaita è più facile da seguire e imitare. Ma il passo di Bahre era così veloce e sgraziata che a un certo punto caddi a faccia avanti e quasi persi i miei denti anteriori.

"Stai bene?”, gridarono senza nemmeno preoccuparsi di guardare indietro o aspettare la mia risposta. Mi dovetti sforzare per rialzarmi e riprendere il ritmo dei passi, salti, inciampi e strascicamenti che sono diventati la mia unica fonte di ispirazione. Loro marciavano e io li seguivo rifiutandomi di guardare le scoraggianti altezze ancora da scalare. Una volta sulla cima del colle guarderò verso il basso e sarò orgoglioso di quanto già fatto....

13 agosto 1985

Sono le 5 del pomeriggio. Ieri sera abbiamo scalato il Rora Laba, che è uno dei maggiori altipiani della parte superiore delle Montagne Rora. Ieri, dopo viaggio un lungo e rompi schiena, abbiamo trascorso la maggior parte della giornata su di una collina denominata Desiet, che significa isola. In un terreno che è pieno di catene montagnose, si trovava sola e lontana come un'isola.

Ho cercato di fare un pisolino sotto a una piacevole ombra giusto in cima. Appena sono caduto in sonno profondo qualcosa di morbido ha toccato le mie labbra e il naso, come una carezza. Ho aperto gli occhi e ho visto un enorme ratto salire la mia faccia. Mi sono alzato e lui si è infilato in qualche buco. Odio ratti, ma ho cercato di ignorarlo nella speranza che non tornasse. Presto mi sono riaddormentato, ma ho sentito il suo peso gravare ancora una volta su e giù per tutto il mio corpo.

Non credo di avere mai visto un ratto così grande; forse nella mia infanzia, presso i servizi igienici e le fognature dell’Ospedale Regina Elena di Asmara, dove facevano paura ai bambini. Mi sono seduto e ho cercato di spaventarlo, ma ha è tornato. Avevo un bastone. Quando mi è venuto vicino gli ho sferrato un duro colpo sulla schiena.

Non sembrava si fosse fatto niente, è semplicemente saltato in aria, si è fermato per un momento e ha dato un’occhiata pronto a scappare. L’ho colpito di nuovo, questa volta più forte. Non era morto, ma stava troppo male per correre. Così ha cercato di trascinarsi fino al suo nascondiglio. Non mi piaceva quello che stavo facendo, ma gli assestai altri due colpi sulla schiena e morì.

Con grande disgusto, e probabilmente anche un po’ di vergogna per aver soppresso la piccola creatura, l’ho preso per la coda e l’ho scagliato lontano da me più che ho potuto. Ma non potevo dormire. Penso che siano stati la sua dimensione e il suo rifiuto di cedere ai miei colpi quello che più mi ha ossessionato. Sette o otto del suo tipo, probabilmente, potevano mangiare un uomo adulto.

Alle 2 del pomeriggio abbiamo lasciato Desiet e abbiamo viaggiato verso ovest e verso Hohot, che è la porta per gli Altipiani di Rora-Laba. Il percorso intrapreso si apre su un tale emozionante scenario che, questa volta, tutta la salita è come un viaggio di piacere. Siamo passati attraverso una vegetazione ricca piante di aloe e alberi di olivo, con punte d’ebano che aggraziavano il paesaggio.

A Hohot la topografia cambia radicalmente. Rora-Laba è un altopiano che a sua volta è interrotto da colline, pendenze e precipizi. La zona pianeggiante disponibile qui è utilizzata per l'allevamento intensivo. Quindi sembra molto simile a Kebessa, anche se ancora non si vede un villaggio. Tutto ciò che ho visto finora sono isolati hudmos costruiti esattamente nello stile di Kebessa.

Molto tempo fa gli antenati di coloro che attualmente vivono nella Rora migrarono qui da Adi Nefas, un villaggio di circa cinque chilometri a nord di Asmara. Erano agricoltori che parlavano Tigrigna e praticavano la religione cristiana. Nelle Roras hanno portato la loro capacità di produzione agricola, il possesso della terra e un sistema stanziale, al contrario dello stile di vita agraria nomade.

Ma quando si mescolarono con i precedenti coloni delle Roras abbandonarono infine la loro lingua e religione adottando la lingua Tigré e la fede musulmana. Nel processo essi hanno anche introdotto uno strutturato sistema di gestione feudale di cui sono diventati i governanti. Così gli altopiani del Rora e Nakfa sono luoghi eritrei dove le culture, le religioni, gli stili di vita e la storia si fondono in una miscela molto interessante.

Non c'è da meravigliarsi quindi che questo posto somigli tanto a Kebessa. Proprio ora. Mi sento come se mi trovassi in prossimità di Afdeo o Tzehaflam, pochi chilometri a nord di Asmara. E’ stato undici anni fa che ho lasciato quelle zone, quindi tutto quello che mi circonda fa rivivere nostalgici ricordi della mia infanzia spensierata. Purtroppo non ci sono alberi. Tra le colline e le pianure che si estendono alla mia vista, vedo solo alcuni olivi gia secchi o sul punto di seccarsi. Nessun giovane olivo e, peggio ancora, nessun altro albero. La storia orale accusa gli italiani di aver disboscato senza pietà quella che una volta era una ricca flora.

Mentre scrivo sono seduto in una delle trincee che il nemico utilizzava solo due anni fa, durante l'offensiva Selahta. Nelle mie vicinanze, ci sono scarpe vecchie gettate dai soldati del Dergue, lattine arrugginite da cui avevano mangiato o bevuto e i resti delle loro scheletri; un braccio qui, una mandibola con i denti mancanti là...

Non è una buona vista. Per quanto i miei occhi possono vedere, mi sarebbe difficile dire che stiamo vivendo un periodo di nuova siccità questo anno. Rispetto alla rocciosa secchezza del resto del Sahel, dove ho trascorso i miei ultimi undici anni, questo ha un aspetto verde e lussureggiante. Tuttavia la scarsa pioggia che è caduta in questa stagione consente solo di far crescere un po’ di erba e a pochi Meskel di fiorire.

I raccolti sono perduti. Peggio ancora l'intera area ricade in un settore costantemente sottoposto al bombardamento nemico dalle posizioni che ho descritto in precedenza. La gente comune non può vivere in sicurezza. In tutto ieri e oggi ho visto solo alcuni bovini e ovini governati da pochissimi giovani. Nessun uomo o donna nelle vicinanze.

Al posto delle persone e delle colture solo lattine arrugginite, stivali vecchi, munizioni e bossoli di shrapnels di tutti tipi, razzi e bombe inesplose e, sì, ossa di esseri umani. In lontananza le trincee del nemico a guardare le nostre posizioni. A Laba comandano la guerra e tutti i suoi odiosi simboli... la Laba dell'85. No, non solo Laba, questa è l'immagine dell’Eritrea degli anni 80.


20 agosto, 1985

Questa settimana non ho scritto nulla. Oggi scrivo con il cuore pesante e disturbato. Permettetemi di iniziare da un po’ indietro.

Il 17 agosto sono stato assegnato a uno dei nostri tre plotoni come commissario politico. Me l’ha comunicato il mio comandante di compagnia, Bahre Debas.

"Ma io non so nulla circa l’amministrazione di una unità di combattimento", ho protestato. "Voglio entrare nei ranghi".

"Basta protestare amico mio. Puoi gestire molto di più. Quando ti viene detto di andare, tu vai". Mi ha messo al mio posto.

Dopo la mia breve esperienza nel 1975, non ho visto una azione sul campo. "Uno dovrebbe avere una buona idea, almeno, della direzione del suono di un colpo di pistola prima di comandare un plotone ...". Mugugnavo mentre raccoglievo i miei scarsi beni. Me ne andai senza una parola.

Quindi oggi sono con un plotone. Il nome del comandante del plotone è Ghebremeskel Berhe, meglio noto come Wedi Berhe. Egli non può controllare il suo piede destro, fa un suono piatto quando cammina. E’ quello che chiamano "un nervo danneggiato". Il commissario che sostituisco è soprannominato "Gordem".

Lui lo nega con veemenza, ma apparentemente pronunciò male il nome di Gordon Scott nel corso di una casuale conversazione. Nessuno lo chiama in altro modo, che "Gordem". Anche lui ha il piede destro danneggiato. Entrambi questi colleghi si rivolgevano a me per introdurmi nella vita, nella cultura e nella gestione della "Forza".

Ma permettetemi di ritornare alla fonte della mia inquietudine. Dopo aver preso le distanze dal resto del plotone per tre giorni ho deciso di concludere il mio auto-imposto isolamento unendomi ad alcuni di loro nel gioco della pallavolo. Questo è stato ieri pomeriggio. Quando mi sono avvicinato mi hanno dato uno sguardo sospettoso e hanno continuato con il loro riscaldamento.

Nel gruppo c’era un mio ex studente di nome Melake dei miei giorni alla Rivolution School. Forse per spezzare la tensione o in segno di rispetto per me, ha suggerito che un giovane uomo di nome Wedi Ghirmai e io diventassimo i capitani e scegliessimo le nostre rispettive squadre nel gruppo dei ragazzi.

"Perchè non fai tu il capitano? Tu e Wedi Ghirmai selezionate le squadre fra noi altri", ho risposto più amabilmente che ho potuto. Melake si è rifiutato e abbiamo lottato giocosamente, esattamente come i vecchi tempi della scuola.

Ho sentito gli altri ridere. Quando io e Melake ci siamo riuniti agli altri mano nella mano ho potuto vedere che tutte le tensioni erano svanite. Mi rammarico di non averlo fatto molto prima. Mi è costato tre giorni di solitudine.

Abbiamo giocato due partite a pallavolo. La palla, ovviamente, è fatta di stracci e due pali collegati con un cavo funge da rete. Il campo pianeggiante è posto sul pendio dietro le trincee. Il nostro gioco ha attirato il resto del plotone e si è scatenata una partita altamente combattuta.

Ad alcuni metri da dove giocavamo ho potuto vedere Kidan, da Adi Shuma, nelle vicinanze di Massaua. Stava leggendo qualcosa alla ragazza più bella di tutta la compagnia. All'inizio di quella mattina era venuto presso "l’ufficio" del plotone cercando un libro di scienza del terzo grado. Probabilmente le stava spiegando qualcosa. Il modo in cui sabato si stringevano l’uno contro l’altra mi ha fatto sospettare che potrebbero essere innamorati. Ho rubato due o tre sguardi di invidia nei loro confronti.

Il gioco si è concluso all’incirca alle 6:00 del pomeriggio Wedi Berhe e Gordem non sono stati con noi per tutta la giornata. Sono arrivati subito dopo la partita e abbiamo consumato la cena. Circa alle 7:00 pomeridiane Wedi Berhe mi chiamò in disparte e mi disse che era in corso l'invio di una unità di ricognizione dietro le linee nemiche.

"E’ sicuro farlo? Quanto lontano stanno andando?", ho chiesto.

"Non è nulla", ha risposto. "La nostra compagnia non è mai stata in questa area. Abbiamo bisogno di studiarla. Saranno di ritorno entro due ore". Per lui si trattava semplicemente di una normale questione di tutti i giorni.

Era già buio quando siamo andati a vederli partire. Cinque di loro erano in piedi sul bordo di un ripido pendio, in attesa di istruzioni. Mi sentivo un po’ preoccupato per tutta la questione e volevo sapere chi esattamente era stato inviato in questa missione. Così mi sono avvicinato per vedere più da vicino.

Uno era Ghebru Agefa, un capo di unità che per le tre notti precedenti aveva condiviso con me una stuoia accanto al posto di guardia. Ci eravamo alternati nelle guardie di notte. Il secondo uomo era Kidan, quello che sembrava così romantico un paio di ore prima, mentre leggeva alla sua ragazza. In terzo era Melake, il mio ex giovane studente. Il quarto uomo, Berhane, mi era stato indicato come indomito e coraggioso nel campo di battaglia. La quinta persona non l’ho potuta riconoscere.

Era così buio e ventoso che le istruzioni di Wedi Berhe sembravano provenire da qualche parte lontana. Anche adesso che sono passate più di venti ore, alcune delle sue parole, ancora mi risuonano nelle orecchie. "Tenetevi a destra di questo passo", diceva. "Se vi perdete verso sinistra mentre andate o a destra mentre tornate, vi trovate sulle mine. Siate estremamente cauti..."

Nonno stavo più ad ascoltare... la mia mente si era già allontanata. Gli anni presso la Rivolution School e il lavoro culturale, credo, abbia sviluppato in me un interesse per gli uomini e le donne come individui; i loro sentimenti privati e le sorti personali, i dettagli del loro carattere e i loro desideri nascosti.

Questi sono normalmente soppressi nell’ambito dello spirito collettivo che pervade l'intera organizzazione. Così ho smesso di ascoltare Wedi Berhe e mi sono avvicinato a ogni membro della squadra nel tentativo di leggere qualcosa dalle loro facce quel tanto che la penombra e la luce tremolante delle stelle consentiva. Ho anche aiutato Melake ad avvolgere il suo netzela.

Nessuno di tutti e cinque ha pronunciato una sola parola. Stavano calmi e composti ad ascoltare le direttive del loro capo. Non ho potuto vedere nessuna manifestazione esteriore di un qualunque loro timore o dubbio interno. Nessuno è più consapevole del Tegadalai dell'imminenza e repentinità della propria morte. Eppure la accettazione o la sfida di questa fine, di questa crudele cessazione della vita, la cui mera possibilità terrorizza tutti gli esseri umani, trascende ogni limite. Questo sopra ogni altra cosa, ha dominato tutti i miei pensieri di ieri sera.

Circa alle 7:30 li abbiamo visti prendere la loro strada e scomparire nel buio. Gordem si offrì di aiutarmi per il servizio notturno di guardia. Quando arrivammo al posto di guardia, trovavo difficoltà a contenere la mia perplessità.

"Che facciamo se gli succede qualcosa di inaspettato? Gli inviamo rinforzi?", ho chiesto a Gordem.

"Beh, se cadono in una trappola del nemico, dovranno trovare la propria via d'uscita. Se possibile devono scappare senza sparare un colpo. Ma se passano su una mina saremo costretti a corrergli incontro con le barelle... "

Gordem e io eravamo sdraiati a pochi metri dal posto di guardia e abbiamo parlato a lungo. Ho preso un po’ di tempo e alle 9:00 pomeridiane ho assegnato la prima guardia. Dobbiamo esserci appisolati. Circa mezz’ora più tardi il suono di una forte esplosione ci fece scattare a sedere. Gordem mi chiese di rimanere con le guardie e si precipitò giù per le trincee. Era stata senza dubbio una mina. Ho chiuso gli occhi e le facce composte dei nostri cinque valorosi uomini mi sono apparse davanti.

"Quali?" Mi sono chiesto più e più volte. Io non sono esperto in questo genere di cose e certamente non ho un atteggiamento militare. Quindi, francamente, ho iniziato a sentirsi molto a disagio e molto in colpa per essere stato tra coloro che hanno ordinato la missione. Una o due volte ho cercato di ammonire me stesso di essere troppo morbido e di non sapermi aspettare tali eventualità. Ma ero troppo agitato anche per ascoltare la mia voce...

Gordem tornò a circa mezza notte. Il vento fischiava e a Laba faceva molto molto freddo. Mi trovò in una attesa ansiosa.

"Una mina quasi li faceva fuori", disse senza aspettare la mia domanda. "Hanno compiuto la loro missione senza intoppo, ma Ghebru Agefa si allontanato dalla loro strada ed è passato su una mina".

"Allora?"

"E’ stato colpito ad entrambe le gambe. Il resto sono tutti al sicuro. Siamo stati fortunati questa notte". Svolge il suo netzela e si copre il volto.

Non ci sono stati cambiamenti nel suo tono di voce, ma io sospetto che deve essere successo qualcosa di più. Così diedi Ghebru Agefa per morto. Considerando ciò che sarebbe potuto succedere, ho pensato anche che è stato fortunato e quasi mi consolo, ho trascorso una notte disturbata, cercando di dormire un po’ fra un servizio di guardia e l’altro.

Alle 6:00 di questa mattina, stavo discendendo verso le trincee diretto al nostro rifugio quando Gordem mi tirò da parte. "Non volevo che trascorressi una notte insonne", disse. "L’esplosione non ci ha risparmiato".

"Il mio cuore saltò un colpo" è una espressione della quale avevo solo sentito parlare. Lo ha fatto questa mattina.

"Melake, Kidan e Berhane non ce l’hanno fatta. Sono morti sul posto. Agefa è stato colpito. Solo uno è tornato illeso..."

Semplicemente non potevo credere a quello che stavo ascoltando. Il termine costernazione non può spiegare il mio stato d'animo. Sono andato al di là di questo. Sto scrivendo questo alle 5:00 del pomeriggio. Anche adesso il dolore dello shock mi riporta all’incidente.

Ieri, esattamente in questo momento, stavo giocando a pallavolo con Melake, ho buttato un paio di sguardi invidiosi a Kidan e alla sua compagna e ho potuto vedere Berhane combattere a distanza ... e adesso? Anche sforzandomi al massimo non potrò né comprendere né accettare ciò che era accaduto.

Non appena Gordem mi ha detto della tragedia sono diventato ombroso e di umore pessimo. Semplicemente non sapevo come reagire o comportarmi. Cosa fare in tali circostanze? Filosofare? Fingere che nulla sia accaduto e solo parlare e scherzare come al solito? Oppure avvolgersi nel proprio netzela e tentare di dormire lontano...? Ho scelto di scrivere.

Ma non posso esprimere tutto ciò che sento. Ho preso e lasciato cadere la mia penna per ore e mi sono sentito così inadeguato come scrittore che stato frustrante. Una domanda inquietante mi tormenta. Fino a quando sono i nostri giovani uomini e donne dovranno essere così maltrattati?

E’ troppo triste, troppo dannatamente doloroso. Melake, la morte del piccolo Melake, mi sta letteralmente divorando. Io l'ho conosciuto meglio degli altri, è stato mio allievo. Non lo avevo visto per qualche anno. La prima volta che l’ho visto, pochi giorni fa, ci siamo abbracciati. Egli era troppo timido per parlare con me. Dopo esserci rivisti, solo ieri, neanche 24 ore fa.

L’ho inseguito giocosamente, abbiamo giocato a pallavolo e scambiato qualche vecchio scherzo. Lui non c’è più. Lui e i suoi compagni sono sepolti ad Abi L'ba, in un qualche oscuro e roccioso punto, ai bordi del Laba.

Chu Chu Forse aveva ragione. Forse sono venuto a "seppellire i miei figli". Non lo so. Vorrei che ci fosse un altro modo per ottenere la nostra indipendenza, qualcosa di diverso Abi rivoluzione, dalla lotta, e dalla guerra. La nostra rivoluzione ci sta costando troppo. Questa lotta è troppo amara ...

Wedi Berhe è tornato in ritardo questa mattina. Deve essere stato tutta la notte impegnato a seppellirli. I suoi occhi erano iniettati di sangue. Potevo facilmente vedere che all’interno bruciava, ma all’esterno si dimostrava coraggioso. Egli sorrise e mi disse: "Abbiamo perso degli uomini così valorosi per niente. Voi sapete questi erano tipi capaci di catturare guarnigioni di nemici...".

Ha scosso la testa ed è andato dritto a sbrigare le sue faccende amministrative. Ha assegnato alcuni nuovi capi di abbigliamento a chi ne aveva bisogno. Poi ha dato un lungo sguardo ai sandali in gomma tinti di sangue dei compagni morti, ha chiamato tre dal plotone i cui sandali erano tutti rattoppati e ha detto loro di lavare e indossare le scarpe e degli uomini morti.

Esausto si è sdraiato al mio fianco per prendere un meritato riposo. Deve avere iniziato immediatamente a sognare o forse ha rivissuto gli orrori della notte. Si scosse un paio di volte prima di cadere in sonno profondo.

A pochi minuti fa, il mio comandante di compagnia, Bahre Debas, ha interrotto il mio scrivere per chiacchierare un po’ con me. Ci siamo scambiati qualche parola e poi ha detto: "Hai visto come sono morti questi ragazzi ieri sera?"

Borbottai qualcosa in risposta. Scosse la testa. "Sono stati stupidi", ha continuato. "Come hanno potuto sbagliare un percorso dove erano già passati? Non solo, erano anche raggruppati, avrebbero dovuto procedere in fila e ben distanziati gli uni dagli altri".

Non volevo che lui usasse quel tono e così ho detto: "Forse il buio li ha confusi".

"Bene, e questo è il risultato! Gli errori militari vengono corretti con la morte. Questi non sono come gli errori politici in cui si parla, si accettano critiche, si promette di non ripetere lo stesso errore in futuro .... e altre assurdità del genere. Se commetti un errore qui, hai finito. Un soldato deve evitare gli errori".

Bahre ha un solo occhio. L’ho guardato intensamente. Le sue parole erano dure da sopportare, il suo unico occhio restante non potevano nascondere il dolore e la tensione dentro di lui.

Ma ho appena imparato qualcosa da lui. Un tegadalai è anche un soldato. Egli non ha tempo per il dolore, sentimentalismo e simpatia. Egli deve imparare ad accettare le cose come vengono. Quando deve esaminare, dare priorità, soppesare o valutare, lo deve fare a seconda delle prestazioni, o spese militari e alla loro marziale razionalità o irrazionalità. Poi, se c'è tempo per la simpatia e sentimentalismo ...., se ....


Terzo capitolo

Dieci anni dopo

1 settembre 1995

Alcune settimane fa gli amici mi hanno incoraggiato a raccogliere alcuni dei miei scritti dal fronte e prepararli per la pubblicazione. Mentre sfogliavo i miei vecchi notebook ma sono capitati fra le mani quelli tenuti dal 3 al 20 agosto 1985. Sono quelli descritti prima.

Non mi ricordo perché ho smesso di registrare le mie osservazioni dopo il 20 agosto. E’ stato probabilmente perché ero troppo sopraffatto dagli avvenimenti della settimana che seguì. La mia mente ancora pullula di molti dettagli degli avvenimenti di quei pochi giorni. Ricostruirli adesso sarà difficile. Mi dispiace che non sono riuscito a cogliere nel mio diario le emozioni del momento.

Il 21 agosto 1985, il giorno dopo che ho scritto di Melake e dei suoi compagni, abbiamo avuto l’ordine di lasciare Laba e tornare a Nakfa. Abbiamo raggiunto Hashfet nel tardo pomeriggio e abbiamo trovato un camion Mercedes in attesa di prenderci. Appena saliti è iniziato a piovere pesantemente. Wedi Berhe e io in cabina con il conducente. Eravamo già bagnati prima di entrare. Il resto del plotone era in ammollo sul retro del camion.

Wedi Berhe ha un modo brusco di dire le cose e questo lo rendeva simpatico ai suoi compagni. E’ ancora vivo.

"Speravo volessi aiutarmi con i miei studi universitari", mi disse.

"Lo posso ancora fare. Siamo ancora insieme ", ho risposto.

"Beh, non lo so. C'è qualcosa da fare che ci aspetta questa sera. Avremo alcuni giorni molto frenetici".

La sua gamba destra è così gravemente danneggiata che mi chiedo il motivo per cui lo abbiano tenuto con le Forze. Come molti altri, si è probabilmente rifiutato di separarsi da loro. Molti combattenti non saprebbero come vivere altrove.

Erano circa le 8:00 di sera quando siamo arrivati a Nakfa. Abbiamo trovato la città in piena attività. Alcuni stavano torcendo loro netzela in un nodo. Altri sono stati contando le cartucce o di pulendo e controllando le loro pistole... Erano in nostra attesa. Abbiamo avuto "proteine" per cena, e litri di latte Terzo mondo, che deve essere la più bassa qualità di latte in polvere che viene fornito in sacchi di carta. Sono così pieno che mi fa male il ventre.

Ben presto siamo stati chiamati per un incontro. Il comandante di battaglione, Haileab Manjus, ha parlato per primo. Non ricordo quello che ha detto, ma ricordo che ammiravo la sua arte oratoria. Assahaita è intervenuto di seguito. "E’ necessario agire rapidamente", diceva. "Se agiamo velocemente e con la solita prudenza militare nei primi minuti ..."

Ci era stato detto di rilassarci fino a quando non fossimo stati assegnati alla nostra posizioni di battaglia. Il nostro battaglione era quello che doveva lanciare il primo attacco alle posizioni nemiche. In precedenza avevo solo sentito parlare di combattenti con i nervi a fior di pelle alla vigilia della battaglia. L’ho vissuto quella notte. Uso la mia giacca come cuscino nel tentativo di dormire su terreno coperto da pietre e sassi. Non ho potuto. Un pensiero dominava tutta la mia mente.

"Come sarà domani a quest’ora?", ho preso a domandarmi. "Chi sarà sopravvissuto e chi no?" Sarei disonesto se dovessi negare che la mia principale preoccupazione era se io, me stesso, sarei sopravvissuto per vedere le stelle della sera seguente.

Accanto a me i miei compagni più giovani erano già caduti in un sonno profondo. Apparentemente le pietre e sassi non li disturbavano. Li invidiavo con tutto il mio cuore. La mancanza di sonno è stato il mio principale antagonista nel corso dei successivi quattro giorni.

Verso mezzanotte ci siamo trasferiti verso le nostre posizioni di combattimento. Ci siamo fermati quando abbiamo raggiunto "Fidel Pe", che era il nome delle trincee in alto a destra sulla strada per Afabet. Quando sembrava che questa sarebbe stata una lunga pausa, mi sono allontanate per raggiungere la compagnia Assahaita, cercando di individuare i miei colleghi di Arag. Era così buio che ho dovuto guardare ogni faccia per trovare qualcuno che riconoscessi.

Ho sentito una voce chiamare il mio nome. Era Tesfai Orologio, così chiamato perché era un riparatore in una delle famose strade di Asmara.

"Chi cerchi?", mi ha chiesto.

"Oromo", ho risposto.

"Non è possibile trovarlo qui. E’ già andato con una squadra avanzata".

Ci siamo scambiati qualche parola. Ha aderito alla rivoluzione insieme con la moglie e cinque figli. Tutti i bambini hanno partecipato alla Revolution School e così li ho conosciuto tutti bene. Mentre stavo parlando con lui è arrivato l’ordine di andare avanti.

Battendomi sulla spalla disse, "Buona fortuna ci incontriamo nella vittoria". Più tardi ho scoperto che è morto in uno dei primi attacchi agli inizi della mattina successiva.

Sono tornato al mio plotone e sono rimasto seduto per un po’ di tempo. Qualcuno è venuto a portarci alla nostra posizione, accanto alla strada dove ci eravamo riposati. Ho poi percorso quella strada su e giù più volte, ma non sono mai riuscito a individuare esattamente dove abbiamo trascorso il resto di quella notte. Non sono brava a trovare e seguire le indicazioni. In ogni caso tre di noi hanno condiviso un rifugio fino all'alba. Posso ancora sentire il silenzio di quel luogo affollato. Tutto quello che poteva sentire era il suono dei nostri piedi quando occasionalmente li spostavamo.

Alle 6:00 circa del mattino abbiamo sentito un colpo di pistola a est della nostra posizione. Un leader di unità, una donne ben strutturata chiamata Leteberhan, era seduta accanto a me. Si alzò e sbirciò attraverso la piccola finestra del rifugio che serviva anche come posto di fuoco.

"I nostri compagni sono partiti all’assalto", ci ha detto. "E’ la compagnia Assahaita. C’è abbastanza luce per vedere".

Ha lasciato il posto e ho infilato la testa nella finestra. Il sole stava per salire, ma non riuscivo a capire quello che stava succedendo nella valle. "Riesci a vedere? Guarda l'albero posto sulla destra. C'è un enorme impronta lì. Ecco dove stanno attaccando".

Uno ha bisogno di avere occhi e orecchie allenate per individuare l'esatta origine del suono di una arma da fuoco. Letebrahan ha notato la mia confusione e mi ha appena tirato giù dal posto per rioccuparlo lei stessa. "Sì", ripeteva dopo ogni raffica di pistola e di fucile", adesso lo prendono". Mi ha quasi ucciso con le sue anticipazioni.

Una ventina di minuti dopo l’attacco però ha cominciato ad agitarsi. "Ah, che battaglia malfatta, completamente scoordinata...” ha detto. Non mi piaceva quello che stava dicendo, così ho cercato di astenersi dal commentare. "A questo punto avrebbero dovuto già averli distrutti. Quegli asini stanno perdendo tempo".

E’ passata mezz’ora... quaranta minuti ... la "battaglia maldestra" non ha mostrato alcun segno di miglioramento. Ogni secondo che passa, l'impazienza Letebrahan si fa più viva. "I miei compagni, i miei amato compagni ..., questo non è il nostro giorno...". Lasciò il posto di fuoco e uscì dal ricovero. Ho preso il suo posto e ho provato a vedere e a capire. Tutto quello che potevo sentire era il suono del combattimento con artiglieria pesante. Ancora mi chiedo come quella donna di 23 anni potesse discernere la goffaggine nel suono confuso che giungeva a me. Mi sentivo inetto.

Tornò correndo. "Te l’ho detto", disse. "Stanno resistendo da soli. Quei rifiuti marci!”, “Capisci?"

Ha scosso la tranquillità del nostro rifugio, con un monologo arrabbiato di protesta per non essere tra coloro che chiaramente stanno soffrendo. La sua forza, il suo totale disprezzo per il fuoco e la morte mi stupivano. Stavo per dirle qualcosa per consolazione, quando un membro del nostro plotone affacciò la testa nel nostro rifugio e ci disse di correre dietro a lui completamente armati. L'intera compagnia emerse dai rifugi e dalle tane di volpe, saltò fuori dalla trincea, scese giù lungo il letto di un fiume in secca e iniziò a correre verso il teatro dei combattimenti.

Il mio quarantunesimo compleanno si stava avvicinando il prossimo ottobre. Dopo pochi minuti dall'inizio della corsa ho iniziato a capire che tenere il passo con i miei compagni, la maggior parte di loro difficilmente fuori dei ranghi, è destinato a diventare una grande prova. Diritto di fronte a noi c’è una grande montagna chiamata "Kuomingtang". E’ stata una roccaforte nemica che spesso si è dimostrata infida per gli eritrei e, quindi, "Kuomingtang", sta a indicare la sua natura anti-socialista e anti-patriottica.

Alla nostra destra c’era una collina a forma di cono dalla quale una 14,5 millimetri sparava direttamente contro di noi. Faceva un suono assordante. Eravamo all’aperto senza alberi, né terrapieni che ci proteggessero. Una donna soprannominata "Aunt Ho", da un personaggio immaginario vietnamita in un racconto breve, è stata colpita. E’ caduta a destra di fronte a me. Qualcuno è sceso ad aiutarla. Il resto di noi la oltrepassò continuando a correre.

Non so fino a che punto siamo arrivati. Quando abbiamo raggiunto una zona rocciosa ho capito il motivo per cui Letebrhan era così sconvolta. Una ventina di feriti erano stati raggruppati ai piedi di una grande roccia. Un uomo chiamato Damba, che era commissario politica dell’Assahaita era disteso e ferito sulle gambe. Potevo vedere dalle loro facce che la mattinata era stata disastrosa per la loro compagnia.

A pochi metri dalla roccia, il letto del fiume si rompe in una stretta gola piena di pietre, rocce e massi enormi. Sembrava che la compagnia Assahaita era caduta in una trappola e aveva bisogno di un aiuto da dietro o dai lati per risolvere il problema, ancora non so quale. Nove persone dal nostro plotone cominciarono a scendere la gola. Sono andato con loro. La gola si apriva circa duecento metri più in basso, dove erano situate parte delle trincee nemiche. Eravamo al sicuro fino a metà strada verso la parte bassa della discesa. Improvvisamente una salva di colpi ci costretti a virare a sinistra e a trovare protezione.

L’uomo RPG (Rocket Propelled Gun) del plotone era chiamato "Sinnom", che significa "Dentone", ovviamente, perché aveva enormi denti anteriori. Si diresse verso un masso sporgente con una piccola grotta su un lato. Noi tutti ci affollammo dietro la sua relativa protezione. Oltre a Sinnom, nel gruppo c’era anche Letebrhan insieme con Lemlem, che era stata invidiata da tutti a Sulfur per aver mangiato "proteine e beles". "Tish'ate", che significa "nove", perché aveva solo nove dita, era il capo dell'unità. Un giovane e brillante ragazzo chiamato Wedi Ghirmai e altri quattro non ora non ricordo formavano l'intero gruppo.

Erano le 7:30 quando ci eravamo nascosti dietro al masso. Ci siamo rimasti per quasi sei ore. Questa è una esperienza ancora viva in me. Dall’altra parte della valle c’era il nemico con la mitragliatrice che ci ha visto scendere la gola e sapeva dove ci eravamo nascosti. Si era fissato a mantenere la nostra posizione sotto un incessante tiro continuo. Molti dei proiettili colpivano la roccia sporgente che ci proteggeva. A intervalli arrivavano nelle nostre vicinanze anche colpi di mortaio da 81 millimetri.

Ben presto ci eravamo resi conto che eravamo completamente intrappolati. Più tardi ho anche capito che i soldati nemici avevano anche tentato di spezzare in due la nostra gola e catturarci o farci fuori. Tuttavia ciò che era importante non era il fatto che eravamo in una qualche forma di accerchiamento. Sapevo che era tegadelti spesso si erano trovati in tanto più grandi e più drammatici intrappolamenti, da dove erano poi fuggiti con grandi dimostrazioni di coraggio.

 Ho potuto vedere facilmente che anche i miei compagni di quella mattina stavano affrontando la situazione come se si trattasse di qualcosa di normale. Anche se io ho vissuto ogni secondo che passava come non potrò mai dimenticare, ero sicuro che loro non ci facevano caso. Ben presto quelle sei ore si sarebbero dissolte nei numerosi e più gravi incidenti che facevano parte della loro vita. Questo più di ogni altra cosa che è ciò che è accaduto quella mattina, quello che mi ricordo più. E’ quello che ancora è vivo in me.

Essi non hanno neppure fatto niente di speciale, qualcosa fuori dal comune. Nella prima ora Tish'ate e Sinnom si sono alternati saltando di roccia in roccia, fra i fischi proiettili, per cercare una via di uscita per tutti noi. L'uscita era, ovviamente, in avanti a sostegno dei nostri compagni intrappolati e non indietro per salvare la nostra pelle. Questo tentativo è stato vanificato, perciò sono rimasti sul letto del fiume di fronte a noi, accovacciati dietro le rocce e stando in guardia.

Dal momento che eravamo bloccati nell’accerchiamento,non c’era niente da fare. Potevamo essere spazzati via, catturati o con un po’ di fortuna, rischiare di ritornare senza essere notati al punto da cui eravamo venuti. Pensavo che le prime due possibilità erano molto probabili. Mi ricordo che guardavo ciascuno di loro intensamente, cercando di scoprire il loro pensiero e le loro sensazioni interne. Condividevano i miei pensieri e le mie preoccupazioni?

Non ho visto alcuna manifestazione di paura, di panico o di preoccupazione. Non sto cercando di enfatizzare la realtà, questa è la verità. Vorrei aver scritto qualcosa su di loro quella mattina. Non potevo credere che ne sarebbero usciti vivi. Non potevo credere che io ne sarei uscito vivo. Ci sembrava ci fosse una grande differenza tra di noi. Possibile che io amassi me stesso più quanto loro amassero loro stessi? Che abbiano messo a punto un metodo con cui poter nascondere propri sentimenti e le sensazioni più intime? Non lo so. Nulla indicava che essi si sentivano in pericolo imminente e immediato.

Anzi iniziarono scambiarsi battute. Non riesco a ricordare tutto quello che dicevano, ma riguardava la morte e il modo migliore di morire. Scherzare sulla morte quando questa è giusto dietro la porta potrebbe essere interpretato in una varietà di modi. Gli psicologi probabilmente lo esaminerebbero come un incredibile componenti della psiche. Alcuni la chiamerebbero la disperazione, altri lo possono considerare come effetto della abitudine, altri ancora come atteggiamento esteriore per dissimulare la paura.

Io non sono uno psicologo, ma questa mattina ho visto abbastanza per essere in disaccordo. In queste sei ore ho visto accettazione, una calma e serena accettazione della possibilità della morte. Era come se, nel profondo di loro stessi, fossero venuti a patti con il martirio, come modo migliore per dimostrare il proprio amore per il proprio paese. Certo i miei compagni sono tra i combattenti più scelti, il meglio del meglio, per così dire. Durante i seguenti tre giorni di combattimenti, solo tre tegadelti di tutta la nostra compagnia sono stati criticati per una qualche forma di paura o di panico. Essere il migliore tra i componenti di questo gruppo di coraggiosi non è cosa semplice.

In ogni caso, hanno iniziato a scherzare e hanno riso per la maggior parte del tempo che rimanemmo accerchiati. Ho riso tanto che a volte sono stato vicino a dimenticare in che situazione mi trovavo. Mi hanno fatto ridere, ma hanno anche cercato di proteggermi nel modo migliore. I proiettili rimbalzavano sulle rocce e fischiavano sopra le nostre teste, schiacciando tutto intorno a noi. Non dimenticherò mai come erano preoccupati per la mia vita. Nello scherzare tentavano di schiacciarmi in mezzo a loro per non farmi colpire.
"Perché sei qui con noi?", mi chiedono. Ho provato a brontolare che erano eccessivamente protettivi. Ma non mi ascoltavano.

Erano preoccupati per la mia età. Non credevano che avrei potuto correre. Pensavano anche che avrei più facilmente ceduto alla sete. Quante volte mi hanno offerto acqua dai rispettivi contenitori. Era una cosa eccezionale in quelle circostanze. Non si beveva mai acqua senza il permesso leader; non nella prima parte della giornata, comunque. Ho dovuto fare tutti gli sforzi possibili per resistere alla tentazione di un sorso o due.

Così al posto di tutto ciò che pensavano mi mancasse, mi hanno dato scherzi, giochetti, chiacchiere e risate. Parole come "martirio" e "coraggio" è ancora risuonano nelle mie orecchie. Questo è stato il 1985. L’EPLF allora esisteva da quindici anni. Fatta eccezione per Tish'ate e Sinom, il resto dei miei compagni di lotta hanno aderito negli anni 80. In realtà, alcuni erano venuti dopo la 7° offensivo etiopica o "Stealth", nel 1983. Tuttavia, la preoccupazione cameratesca, la saggezza e il coraggio di fronte al pericolo che distinguono i veterani del Fronte erano già stati ereditati da questi distinti giovani uomini e donne.

Passat l’una di notte siamo stati incaricati di risalire al punto da cui eravamo partiti, nella parte superiore della gola. Una volta fuori del nostro rifugio il mitragliere ci ha visti e ha tentato di fermarci. Siamo usciti tutti insieme. La parte più pericolosa è l’attraversamento della gola fino al riparo dove si trovavano i feriti la mattina. Uno ad uno abbiamo iniziato ad attraversare la gola sotto una grandine di pallottole.

Ero in quinta linea. Proprio nel bel mezzo della traversata ho inciampato e sono caduto. I proiettili fischiavano tutto intorno a me. Quando ho travato le energie sono schizzato in avanti emi sono messo al sicuro. Sono stato mancato per poco. Un proiettile mi ha bucato i pantaloni. Il colpo mi avrebbe fracassato la caviglia sinistra.

Non dimenticherò mai quel giorno. Non dimenticherò mai Tish'ate, Sinnom, Letebrhan e Wedi Ghirmai. La maggior parte di loro avrà avuto circa la metà della mia età. Molti di loro erano ancora bambini, quando sono entrato nel EPLF, ma mi ha insegnato delle cose straordinarie quella mattina. La loro sfida o il disprezzo per la morte erano stati fenomenali. Continuo a pensare a questo.

"Non ho paura di morire", ha detto Wedi Ghirmai a un certo punto e poi aggiunto, scherzando, "ciò che temo è la 'mandibola.' Non voglio che una bomba o un proiettile tocchi la mia faccia". Ricordo che gli diedi un'occhiata. Era bello.

"Che cosa succede se ti viene amputata una gamba?" Chiese una delle ragazze.

"Non mi interessa".

"Egoista! Vuoi sopravvivere, vuoi vedere l'indipendenza!"

Dicemmo tutti insieme scherzando e ridendo. Ma con una stretta al cuore. Dopotutto la morte era ovunque intorno a noi sotto forma di fischi e rimbalzi di proiettili, granate di mortaio e truppe nemiche. Mi ricordo che guardavo a ciascuno di loro chiedendomi quali effettivamente avrebbero visto l’indipendenza.

Molti mesi dopo quel memorabile giorno, quando sono tornato al mio posto originale all’Arag, Sinnom è venuto a trovarmi. Nel frattempo si era sposato ed era in luna di miele in un luogo chiamato Halibet, ad alcuni chilometri di distanza da noi. Abbiamo chiacchierato e riso molto. Mi disse che Tish'ate era morto in azione, dopo che avevo lasciato l’unità.

Pochi giorni dopo Leteberhan e il medico del mio ex plotone sono venuti a trovarmi e hanno trascorso un giorno intero presso la mia postazione. Erano venuti per partecipare a un corso alla Scuola per quadri, a circa un'ora di cammino da Arag. Nel 1988, dopo l'annientamento del nemico sul Fronte di Nadew e la cattura di Afabet, ho incontrato ancora Leteberahn sul nuovo Fronte Mes-Halit. Era stata promossa comandante del plotone. Abbiamo avuto una lunga e nostalgica chiacchierata. Mi disse che Sinnom era morto in qualche battaglia nell’87.

Non dimenticherò mai Sinnom. Vorrei spiegarne il motivo, più tardi. Vorrei tornare a Leteberhan. Nel 1990, dopo la cattura da parte dell’EPLF del porto di Massaua, ho incontrato Wedi Berhe, il mio comandante di plotone. Nell’emozione della vittoria, ci siamo abbracciati e baciati sulle rive del Mar Rosso. Mi disse che, dopo il 1985, aveva sposato Leteberhan, ma evitava di dirmi dove era. Ho insistito. Con molta esitazione e rammarico, mi disse che anche lei era morta in una delle battaglie tra Afabet e Massaua. Ho singhiozzato e  pianto per la maggior parte della nostra serata di trionfo.


Quarto capitolo


Vorrei tornare a quei quattro giorni di feroci combattimenti.

La mattina del nostro accerchiamento noi dieci siamo stati fortunati ad avere raggiunto la relativa sicurezza della parte superiore della gola, senza un graffio. Ricordo il posto come una scarpata liscia interrotta di tanto in tanto da rocce aguzze cotte dal sole. Compagni feriti trasportati in basso dai luoghi di combattimento, sono stati disposti sotto ogni arbusto disponibile, in attesa del trasferimento alla clinica del battaglione, più in alto. Ho potuto constatare che la nostra parte non se l’era vista bene durante la giornata.

Circa alle 2:00 del pomeriggio quando colpi di mortaio hanno cominciato a cadere verso l’area dove dieci di noi giacevano sparsi dietro le rocce e arbusti. Non ci sono trincee qui, nulla dove mettersi al riparo dai colpi diretti o dalle schegge battenti senza pietà. Il comandante della compagnia, Bahre Debas, Leteberhan e un’altra donna stavano appoggiati su una roccia alcuni passi sopra di me. "Fermo dove sei", mi ha gridato. "Non pensare di cambiare posto, non fa differenza. Qui sono la fortuna e il destino a decidere chi prendere e chi risparmiare. Basta stare fermi". Ho fatto proprio questo.

Da quando ci siamo seduti abbiamo cercato di indovinare il numero di proiettili che cadevano in quel luogo della dimensione di un campo di calcio. Per tre ore le bombe sono letteralmente piovute; a destra, a sinistra e al centro. Un paio di volte è arrivata così vicino che ho potuto sentirne il calore.

Nessuna scheggia mi ha colpito. Una che è caduta a pochi metri alla mia destra mi ha coperto di polvere e fumo. Schegge volarono sopra di me nella direzione dove erano Bahre e Leteberhan. Ero sicuro che erano stati almeno sfiorati. Li ho visti rimuovere polvere e continuare a parlare. Alcuni minuti più tardi Leteberhan stava asciugandosi del sangue dalla pelle. Alcune schegge avevano ovviamente trafitto sua carne. Lei non ci faceva caso.

Quella sera, quando si era fatto un po’ più scuro, la nostra compagnia è scesa giù per la gola, ha superato il nostro rifugio del mattino e si è diretta correndo verso le trincee nemiche. Il terreno saliva in pendenza sulla nostra sinistra. Appena siamo partiti ho visto la sagoma di una persona che correva nella direzione opposta. "Qualcuno a sinistra!", ho gridato.

Una raffica di proiettili di kalashnikov provenienti dalla sagoma ci aveva fatto sdraiare pancia a terra. Un proiettile incendiario ha colpito il terreno circa un metro da dove ero io. Deve avere aver sfiorato la mia natica sinistra mentre fischiava via. Sentivo un forte dolore e ho gridato, "Stai colpendo noi, maledizione!", pensando un'altra compagnia ci avesse scambiato per il nemico.

Come Leteberhan quel pomeriggio, ho ignorato la sensazione di bruciore sulla mia sinistra e ha continuato a correre. Sono stato medicato solo quattro giorni più tardi. Ci sono voluti mesi di tempo per guarire. In ogni caso abbiamo raggiunto le trincee del nemico senza incontrare alcuna resistenza, abbiamo formato una fila e abbiamo proceduto ulteriormente attraverso il dedalo di canali che portava al posto principale.

Improvvisamente ho sentito qualcuno esclamare, “ Weyley”, mentre allo stesso tempo sparava un colpo. Ho sentito contemporaneamente. Ero circa il quarto della fila. Nel buio qualcosa in fondo alla trincea mi ha fatto inciampare e quasi cadere. Mi sono piegato per vedere cosa fosse. Un soldato nemico era appena stato colpito e stava morendo. Un uomo alto in quello stretto canale; ho dovuto scavalcarlo per recuperare il tempo perduto.

Il nemico è stato, almeno questa volta, preso alla sprovvista. Dopo il suo successo iniziale del mattino e l’assolutamente folle bombardamento del pomeriggio, aveva probabilmente pensato che non saremmo assolutamente stati in grado di attaccare in quel modo. Il soldato nel quale ero inciampato era stato sorpreso da Sinnom, che comandava l'attacco e colto dal panico aveva cercato di aggredirlo. Sinnom era troppo veloce con la pistola e gli aveva sparato un proiettile al petto. Mentre lo passavo rantolava.

Sinnom è stato sorprendente in tutti questi quattro giorni. Dall'inizio alla fine ha sofferto del più straziante dei mal di dente. Qualunque cosa ha fatto, attaccare, sparare o riposare, è stato accompagnato da grugniti e quasi incomprensibili gemiti di dolore represso. Benché non ci fosse la minima possibilità di una tregua nel continuo combattimento, sperava di potersi rannicchiare da qualche parte e cercare di fare un pisolino.

Ma sempre invano. Se c’era un punto da distruggere con un RPG, sarebbe stato chiamato a farlo. Fatto questo avrebbe potuto sdraiarsi per alleviare il suo dolore. Ma poi un attacco a una unità nemica avrebbe richiesto il suo comando per guidare un gruppo di quattro o cinque. Ancora una volta sarebbe ricaduto nel dolore... Questi quattro giorni devono essere stati un lungo incontro con la sofferenza per Sinnom. Non conoscevo e non avevo sentito parlare della sua capacità di combattente prima di quella battaglia. Ma, per me, è stato la stella e l'eroe di quel particolare scontro.

Quando è venuto a farmi visita in Arag, gli ho ricordato il mal di denti. "Mal di denti?", ha chiesto. E dopo aver pensato un po’ tempo per ricordare. "Sì, sì, è stato in quella battaglia che ho che avuto quel dolore. Tante cose sono accadute dopo, si è tutto mescolato. Non è il dolore che mi ricordo di più di quei quattro giorni di battaglia, però. E' stata una brutta battaglia. La nostra brigata non aveva familiarità con il terreno di Nakfa. Il nemico aveva tutti i vantaggi. Una mediocre e umile battaglia, ma ci ha portato via tanti eroi..."

Tra gli eroi che sono morti all'inizio della prima mattina c’era Assahaita, magro, bello e brillante comandante di compagnia che mi ha fatto ridere a Nakfa. Quella sera appena ci siamo messi a riposare all'interno della trincea nemica, ho sentito il suo nome sussurrato con soggezione. La mattina dopo mi sono avvicinato a Bahre e gli ho chiesto di Assahaita.

Lui mi ha guardato dritto negli occhi e ha detto semplicemente: "Non hai mai sentito dire che l'amore nella rivoluzione non si consuma mai, che non si sveste via?", mi ha lasciato in piedi, dove ero, a pensare a ciò che aveva appena detto. "La morte si porta via i più amati”, è quello che intendeva dire. Era il suo modo per dirmi che Assahaita era stato effettivamente ucciso.

C'è una cosa che ricordo sempre di Assahaita, ma che non ho menzionato nel mio diario. La sera prima di lasciare Nakfa per Laba, la moglie di Bahre, che si trovava nelle vicinanze di Nakfa, venne a trovarlo. Trascorsero la maggior parte della serata con il nostro gruppo.

Quando Assahaita la vide cominciò a stuzzicarla con tale eleganza e con tale ilarità, che fummo tutti contagiati dalle risate. "Come hai fatto mai a sapere che stava a Nakfa?", prese a chiederle. "Non hai perso tempo per arrivare qui, hai volato? Non potevi ritardare un po', almeno una o due ore ....?”

In mezzo a tutte le battute e al ruggito delle risate, si ferma un attimo e dice: "E io? Non hai sentito che stavo qui? Ti faceva male fare una capatina?" Era così disinvolto che la sua finta auto commiserazione è risultata, credo, piena di grazia e di dignità. Ha concluso il suo monologo con la stessa monotona tiritera che ho trovato tanto divertente e attraente sotto l'ombra a Nakfa, "Povero, povero Assahaita il povero".

Non credo che egli mai avuto modo di incontrare la moglie di nuovo. Come avrebbe potuto? E' stato il mattino dopo che abbiamo intrapreso il lungo viaggio per Laba. Ed è stato lì per tutto il nostro soggiorno sulla cima di quelle montagne. Poi è tornato a Nakfa per la battaglia in cui poche ore fa aveva trovato la morte. Quello era stato un ultimo piacere e un privilegio che non gli sarebbe mai dovuto essere negato.

Questa è stata anche la sola persona che vorrei aver conosciuto meglio. Ma i miei incontri con lui sono stati troppo brevi per consentirmi di andare oltre ciò che ho descritto qui. Tuttavia egli mi ha colpito come un uomo dotato di una combinazione unica di umiltà, di coraggio e di brillantezza. Era dotato di arguzia, gentilezza, amore, serietà e ciò che molti hanno descritto come un indomito spirito combattivo.

"In un certo senso è bene che non lo hai conosciuto così bene", mi ha detto una volta un suo amico. "Era un uomo di tale integrità che la sua morte ti avrebbe schiacciato allo stesso modo in cui lo ha fatto con me".

"Povero Assahaita il povero", era ricco di spirito.

Assahaita non è stato l'unico comandante che è perito nel corso di quei quattro giorni di battaglia. Wedi Ghile, che abbiamo già incontrato come commissario della nostra compagnia, si era trasferito il primo giorno per sostituire Assahaita. Anche lui è stato ucciso poche ore dopo. Lo stesso pomeriggio un uomo gioviale dalla zona Massaua, Wedi Tza'eda, che aveva guidato un'altra compagnia a ceduto a un proiettile nemico.

Il secondo giorno di battaglia è stato il più intenso per la nostra compagnia. Abbiamo trascorso l'intera giornata nelle trincee del nemico e dovevamo attaccarne un'altra, in posizione più strategica, la sera. Il nemico aveva anticipato le nostre intenzioni e attaccando. E' stato un approccio furtivo seguito a un bombardamento a tappeto di ore. Fortunatamente Wedi Ghirmai era di guardia sul fianco sinistro e ha abbattuto il primo soldato di quelli che si avventurarono nel canale. Ne è seguito uno scambio a fuoco di circa un’ora e mezza. Il nemico deve avere visto che non poteva procedere. Ricadde indietro.

Questo significa che abbiamo dovuto annullare il nostro attacco pianificato. Così abbiamo trascorso la notte e il successivo terzo giorno di battaglia nella stessa trincea nemico. La seconda compagnia del nostro battaglione finora era rimasta fuori del confronto. Si è unita a noi in questo terzo giorno. Alcuni dei miei studenti della Rivolution School, compresi Chu Chu e l'artista Hakli.

Sono andato a vedere se potevo trovarli. Dovevano essere andati via per qualche commissione, non erano lì. Ma ho incontrato Almaz del mio dipartimento ad Arag. Almaz è quella che, insieme con Oromo, era stata la prima a salire fino alla cima del monte Bdho la mattina della nostra partenza da Arag.

Le ho chiesto di Hakli, il cui vero nome era Ghirmai Ghebreleul. Lei mi ha detto che mi aveva soprannominato "Antonio Sabàto" lo spensierato attore italiano di spaghetti western. "Antonio Sabàto? Perché? ", le ho chiesto.

"La notte scorsa quando siete stati attaccati? Qualcuno ha detto che ti aveva visto su e giù per le trincee con una pistolona in mano".

Questo era vero, ma credevo che nessuno mi aveva visto, o che chi ha lo avesse fatto me lo avrebbe detto. Quando l'attacco era stato respinto vigorosamente la sera precedente, mi ero spostato lungo le trincee per alcune faccende. In angolo ho visto il corpo di uno dei nostri compagni penzolare a testa in giù dalla sua posizione di tiro. L’ho tirato giù a terra e l’ho girato per vedere chi fosse. Nel farlo ho visto qualcosa di duro infilato nella schiena.

Ho pensato che fosse una baionetta e, nel panico, ha tirato fuori la mia pistola e stavo per acquattarmi quando qualcuno che non ho riconosciuto è spuntato da dietro un angolo. Se aveva notato il mio comportamento non lo ha commentato. Quando gli ho detto che qualcosa era conficcato sulle spalle del compagno morto, mi ha detto che non era una baionetta quella sulla schiena.

Aveva qualcosa a che fare con un RPG... Non ho mai scoperto cosa fosse. Deve averlo raccontato ad Hakli. Hakli era uno che non si sarebbe mai fatto sfuggire una tale opportunità d'oro per il suo strano umorismo. Evidentemente si era divertito a disegnare scene western con me al suo interno.

"Di ad Hakli di chiudere la bocca", ho detto ad Almaz. "Sono rimasto esente da qualsiasi nick-name, finora. Non voglio essere chiamato Antonio Sabàto o anche Giuliano Gemma alla mia età! "Si mise a ridere. Come abbiamo detto in apertura il nemico ha iniziato bombardare la nostra posizione con la stessa intensità della notte precedente. Ogni volta che un colpo di mortaio arrivava lei saltava per proteggermi. Era così nervosa che mi ha condotto per mano in un rifugio vicino e mi ha detto di andare dentro.

"Come stanno Hakli e tutti gli altri?", le ho chiesto mentre ci salutavamo.

"Sono tutti a posto, fino ad oggi. Ma poi abbiamo seguito lei". “Non mi piace il modo in cui sta procedendo questa battaglia. Si prenda cura di se stesso, ha sentito?”. Mi ha stretto la mano ed è scappata via saltando per evitare le schegge.

Più tardi ho scoperto che nella feroce battaglia di quella sera, Almaz aveva trasportato sulle spalle da sola un compagno ferito al sicuro dai medici della compagnia. Sulla via del ritorno alla sua unità è stata colpita alla testa da un colpo di mitragliatrice. E’ morta all'istante.

Quella sera la nostra compagnia ha avuto un grande momento con il nemico. Con Sinnom e Wedi Ghirmai leader dei loro gruppi di "risolutori di problemi", hanno catturato una postazione nemica dopo l'altra. Verso la mattina il nemico era stato stanato dalla maggior parte delle sue posizioni, perciò abbiamo trascorso il quarto giorno, ai piedi del monte Denden. Una enorme roccia che si ergeva sul fiume Hiday era un buon posto per riparare e far riposare tutta la nostra compagnia.

Ero totalmente esaurito. La gola era secca e la voce rauca e debole. Con gli occhi incavati e il colorito giallastro, dovevo avere un aspetto sconcertante. Il radio operatore della compagnia mi diede uno sguardo e disse: "Quanto ci avete messo poco a sembrare malati...", come se con settanta-due ore di combattimenti, insonnia e di su e giù per colline fosse stato un week-end di piacere.

Anche Bahre mi aveva esaminato intensamente e mi disse: "Hai fatto abbastanza. Ti do una scorta per accompagnarti a Nakfa. Parti subito".

Mi sono rifiutato, ovviamente. Sapevo abbastanza per resistere a tale tentazione, anche se, nel profondo, avevo voglia di porre fine a questi giorni difficili. Presto sono diventato un soggetto di discussione. Un ragazzo mi ha chiesto quanti anni avevo. Quarantuno! Egli probabilmente non poteva credere che qualcuno potesse raggiungere un’età così avanzata. Era comunque circa il doppio della sua e tutti i giovani che erano morti..., quasi mi ha fatto sentire colpevole per avere capelli spruzzati di grigio...

Il tema si è spostato con una accesa discussione su quale fosse stata la migliore età per combattere efficacemente. Qualcuno ha argomentato sulla difficoltà che doveva essere stata per me tuffarmi improvvisamente nel campo di battaglia, considerando la mia vita relativamente costante e rilassata in Arag. Ho fatto un sospiro di sollievo. Sarebbe stata una disgrazia se avessero pensato che ero risentito di trovarmi con loro, perché non lo ero. Avevo superato una grande prova.

Mi devo essere addormentato. Il radio operatore, seduto accanto a me, mi svegliò. Aveva ricevuto un massaggio. L’ho sentito sussurrare a Bahre, che si trovava anche lui nelle vicinanze a riposare, che Chu Chu era stata uccisa la sera precedente. Manifestazioni pubbliche di dolore sono totalmente disapprovate. Mi sono sentito stringere dentro, più per protesta che tutto il resto.

La crudeltà della guerra non ha limiti. Non sapevo cosa fare così ho tirato il notebook fuori della mia giacca e ha provato a scrivere su questa giovane donna alla quale ho insegnato e ho amato come una sorellina. Le mie mani non si muovevano. Ho sfogliato indietro le pagine fino a quello che avevo scritto quando l’avevo vista per la prima volta a Embaliko il 7 agosto 1985.

Sono le stesse parole che ho inserito in questo libro. Mi ricordo di aver chiuso gli occhi desiderando che avesse trovato il tempo di lavare i miei capelli e rimuovere i miei pidocchi. Non so che differenza avrebbe fatto, ma nel mio dolore, lo avrei voluto.

Ancora il mio dolore, mi ricordo di aver preso atto mentale del fatto che quelli di cui avevo scritto nel mio diario, in altre parole coloro che mi avevano impressionato di più durante le mie due settimane in trincea, morivano l’uno dopo l'altro. Il detto che "la rivoluzione mangia i propri figli" e che prendeva i migliori, stava iniziando ad avere un senso.

La notte che Chu Chu era morta, era quando avevamo compiuto notevoli progressi sul terreno. Avevamo appena occupato una collina quando una salva di colpi di mortaio ha iniziato a piovere su di noi. In mezzo a quel rumore scrosciante ho sentito Bahre chiamare il mio nome. Nel buio indicò una collina di fronte a noi e mi disse di scalarla dal nostro lato. "Wedi Berhe è in attesa degli ordini di attacco. Vai e unisciti a lui".

Ero così stanco, non ero nelle condizioni di salire un altra collina. Ho protestato. Egli ha ribadito con fermezza l'ordine e sono andato senza un'altra parola. Sospetto che probabilmente non mi voleva su quella collina con tutti quei colpi che cadevano quasi ogni secondo.

Le mie ginocchia tremavano. Era come se le mie gambe si fossero trasformate in acqua, come dice l'espressione Tigrigna. Era una piccola collina, ma l’ho scalata a quattro zampe. Quando sono arrivato in cima ho chiamato Wedi Berhe. Ho trovato lui, Wedi Ghirmai e alcuni altri appiattiti dietro alcune rocce. Mi hanno detto che una intera compagnia nemica era appostata a una cinquantina di metri di distanza da dove eravamo.

Su questa posizione non cadevano colpi. Quindi eravamo un po' rilassati. Wedi Berhe mi ha chiesto come stavo. "Stanco", ho risposto senza esitare, "le ginocchia e le gambe non sono più le mie".

"Uguale qua", è stata la risposta. "Mi sento come stessi morendo, e la gamba mi fa terribilmente male. Tiriamo fuori i denti. Se annientiamo la compagnia di fronte a noi, ci riposeremo domani".

Ci siamo zittiti, appena abbiamo visto i combattimenti continuare al di sotto di noi. E'stato uno spettacolo mozzafiato. Il fuoco volava liberamente attraverso il cielo, nelle direzioni opposte. Era come se migliaia di meteoriti improvvisamente lasciate libere si incrociassero e zig-zagassero in tutte le direzioni.

A volte le bombe e i proiettili anti-aerei si scontravano a mezz’aria esplodendo in una pioggia di schegge e fuochi di artificio. I miei occhi erano abbagliati. Wedi Berhe e Wedi Ghirmai, che potevano individuare i tipi di arma dal suono o dall'angolazione delle palle infuocate che emettevano, cercavano di impartirmi la loro incredibile conoscenza.

Ma io non ero dell’umore adatto per imparare. Quella notte, ho odiato la guerra. Ad ogni colpo sparato, a ogni bomba che esplodeva, ho immaginato un eritreo che moriva e ho detestato la guerra. Ho odiato non solo l'oppressore che è stato la causa di tutto questo, ma anche coloro che hanno inventato le armi di morte e di distruzione, che stavano lampeggiando, bruciando ed esplodendo sotto di me.

"Non posso credere alla follia umana", ho detto a Wedi Berhe. "Non posso credere l'umanità ha creato tutto questo solo per distruggere se stessa".

Wedi Berhe non ha risposto. Ovviamente non era ne il momento né il luogo per filosofeggiare. Devo averlo irritato un po’. Così ho lasciato cadere l'argomento, ma ho continuato a pensarci. Quella notte ho raggiunto alcune conclusioni definitive circa la stupidità, la crudeltà e la ferocia degli uomini. Sono arrivato a un tale stato di agitazione che ci sono rimasto a lungo.

Avrei voluto probabilmente essere andato in un monastero o essermi ferito. Poi le emozioni si sono raffreddate. Devo aver razionalizzato successivamente che sono emozioni cresciute in un campo di battaglia. In ogni caso in quella notte di estrema fame, sete, stanchezza e odore di polvere da sparo, la mia mente frastornata ha odiato l'umanità.

Mi addormentai, ma fui svegliato da colpi di mortaio che cadevano nelle nostre vicinanze. Due o tre sono caduti così vicino che quasi ci hanno sbalzati fuori dalla sicurezza delle rocce che ci facevano da schermatura.

Arguto anche in questa situazione Wedi Ghirmai mi chiama abbastanza forte da essere ascoltato in mezzo alle esplosioni e ai detriti cadenti. "Basta fare come ti ho detto ieri. Nascondi la testa tra le rocce e sacrifica il resto del corpo. Non vivere con una ferita alla testa o alla mandibola".

Wedi Ghirmai era un combattente provato, uno dei "risolutori di problemi", come erano conosciuti. Era veloce, agile e pieno di risorse, caratteristiche essenziali per risolvere situazioni militari difficili nelle unità di fanteria. Avevo sentito dire che era sopravvissuto fino all’indipendenza e lo stavo cercando. Solo di recente ho scoperto che era morto un giorno alla fine degli anni ottanta.

Comunque il suo buon umore non ci ha risparmiato il pesante bombardamento di quella sera. Più i colpi si avvicinavano più il mio umore filosofico cambiava, così come ha fatto il mio odio intenso per la vita e l'umanità. L'istinto è stato quello di ottenere il meglio dalla ragione e dalla razionalità.


 Quinto capitolo

Abbiamo trascorso il quarto giorno di battaglia dietro a quella enorme roccia, ai piedi di Denden. E' stato un giorno tranquillo. La guerra ha le sue proprie regole. Una forte sparatoria e un bombardamento spesso si interrompevano bruscamente e su entrambi i lati, senza alcun motivo e in questa situazione si poteva rimanere per un periodo piuttosto lungo.

Sembra che le parti in guerra arrivino a una tregua temporanea, senza dichiararlo o riconoscerlo. Quel giorno è stato così e anche la sera seguente. Ci è stato detto di dormire intorno alla roccia.

Tuttavia la quiete e tranquillità era interrotta dalle incessanti urla di un soldato nemico ferito che era stato lasciato indietro dai suoi compagni in ritirata. E’ andato avanti così tutto il giorno ed è proseguito la sera. Le grida erano così terrificanti che il nostro plotone non poteva dormire.

L'uomo stava anche supplicando, pregando che qualcuno lo finisse. Abbiamo valutato l’idea di mandargli una barella, ma abbiamo rapidamente lasciato cadere l'idea. Il nemico si era posizionato non molto lontano. Abbiamo pensato che avremmo preso rischi inutili.

Mentre discutevamo il nostro mitragliere, un uomo dal fisico atletico, si avvicinò a me e mi disse semplicemente: "Perché non ucciderlo con la pistola?"

"Come?"

"Non è lontano. Si può solo fare un salto e dargli una pallottola".

L'idea non mi attirava, per usare un eufemismo. Ha potuto vedere che non ero sul punto di farlo. Apparentemente questo era quello che aveva previsto e voluto. "Dammi la tua pistola allora".

"Perché?"

"Lo farò io", ha risposto quasi pregando. "Datelo a me, per favore. Non ho mai ucciso nessuno con una pistola. Inoltre lui chiede di morire. Sarà solo alleviare il suo dolore".

Gli ho dato la pistola e lui è scomparso nella notte. Non posso descrivere la mia sensazione del momento. Stavo partecipando alla decisione della fine della vita di qualcuno. Qualcuno che è stato condannato a morire in un modo più orribile, ovviamente. Ma comunque è stata una decisione. Imitare Dio è così facile in una guerra.

Il ferito, che stava per morire, ancora urlava a voce alta. "Qualcuno, Sha'ibia, tutto quello che vogliono è una pallottola. Qualcuno mi sollevi da questo dolore". Aveva un tono agghiacciante. Abbiamo sentito un colpo di pistola a una ventina di metri di distanza. Il colpo è stato seguito da un singhiozzo e dal silenzio.

Il mio amico era tornato indietro e si era inginocchiato accanto a me". Quando si uccide con una pistola si và così vicino che si conosce la persona morta", mi ha detto. Non ho detto niente. Ho solo preso la mia pistola, l’ho messa nella sua custodia e mi sono sdraiato a dormire. Il nostro artigliere era un gioviale uomo di cuore che sembrava essere il preferito di tutti. In circostanze normali non avrebbe probabilmente mai fatto male a nessuno...

E’ stata una notte piena di stelle. Erano affascinanti da vedere. La quiete dopo pesanti combattimenti può essere paurosa come il silenzio di poco prima. Che poteva sembrare tranquillo e diverso. Le guardie per la notte sono state assegnate e tutti noi siamo caduti in un sonno profondo.

Alle 2:00 di notte circa il suono di raffiche di tutti i tipi di armi da fuoco fece scattare tutta la nostra compagnia a sedere. Alcuni si armarono, altri corsero a coprire le posizioni difensive. Ma la sparatoria non era diretta verso di noi. Il cielo era illuminato dai proiettili incendiari e dagli RPG che esplodevano in aria.

"Forse hanno catturato Barentu", ha suggerito qualcuno nel buio.

"Basta scherzare", ha ammonito Wedi Ghirmai. "Questo è impossibile!". Se fosse dipeso da lui il nemico non avrebbe catturato Barentu quella sera. Ma, a quanto pare, era accaduto e per questo c’erano quelle scariche celebrative in cielo.

Noi eravamo pronti a ricevere istruzioni. Alle 4:00 circa del mattino ci è stato detto di tornare alle nostre vecchie trincee sulla linea Denden-Globe-Fidel Pe. Abbiamo fatto proprio questo. L'intero scopo dei nostri quattro giorni di attacco era stato quello di alleviare la pressione che il nemico stava esercitando su Barentu. Con la caduta di Barentu in mani nemiche non vi era scopo per noi continuare.

Abbiamo raggiunto la cima del Globo, a sinistra della vetta del monte Denden, poco dopo passate le 6:00 del pomeriggio. Il Globe è una sorta di piatto tondeggiante schiacciato tra Denden e Fidel Pe, il primo punto di partenza della nostra compagnia. La prima persona che ho trovato a Globe è stato un tegadalai basso e molto peloso nome Orit. Mi sono fermato a chiacchierare con lui. Ha espresso il profondo dolore che si sentiva alla perdita del suo comandante di compagnia, Assahaita.

"Questa è stata una delle peggiori battaglie che io abbia mai incontrato", mi ha detto. "La nostra compagnia è stata resa totalmente inabile". Sembrava esitare un po' e poi ha detto in un tono triste, "Anche il tuo ragazzo è andato".

Io non gli chiedo chi. Sapevo che voleva dire Oromo, l'aspirante artista e scultore. Alto bello e scattante era stato uno dei più popolari uomini in Arag. Gli piaceva scherzare, non si stancava di lavorare e aveva una risata forte e contagiosa, udibile e distinguibile a distanza. Potrà non essere stato tra i migliori in Arag, ma stava facendo progressi significativi come artista, quando è stato così crudelmente falciato.

Chi sale il monte Bdho da Arag e Halibet probabilmente troverà la statua di un lavoratore scolpita in una roccia all'entrata dell’Anberbeb. Questa statua fu scolpita e messe in loco da Oromo. Nel 1982-83, durante la massiccia sesta offensiva del Dergue denominata Stealth, Oromo e i suoi amici facevano due o tre viaggi settimanali fino alla montagna ripida a lavorare sul suo progetto. Mi auguro che la statua sia ancora intatta.

Ancora oggi, dieci anni dopo, quando la folla si riunisce ad Arag, Oromo è sicuro di essere ricordato. Egli non era solo un artista e uno scultore, ma anche uno dotato di grande forza fisica, instancabile nei numerosi lavori del Dipartimento. Un infaticabile tagliatore di legna, trasportatore di acqua e spacca rocce, è stato essenziale per la nostra piccola comunità. Ma, allora, era semplicemente uno dei migliori giocatori di pallavolo, probabilmente, in tutto il fronte. Le sue schiacciate erano così precise, veloci e difficili da riprendere, che pochi volevano giocare di fronte a lui.

Circa una settimana prima della sua morte lo avevo incontrato a Laba dove tutto il nostro battaglione era riunito per alcune vaccinazioni. Siamo stati in piedi vicino al bordo di un crepaccio e ho pensato che il paesaggio sotto di noi sarebbe stato adatto per un quadro.

"Sì, probabilmente", ha risposto. Egli era cresciuto in Etiopia e parlava in Tigrigna con un accento Amarico. Non ho mai scoperto il motivo per cui lo hanno soprannominato Oromo, che è il nome della più grande etnia etiopica. Il suo vero nome era Tesfaldet. "Quello che trovo affascinante è il tramonto. Non ho mai visto nulla di simile".

Aveva capito dalla mia reazione che non avevo notato il tramonto di Laba e si mise a ridere. "Sai non so nemmeno più con chi parlare", ha detto scherzando. "Qualche giorno fa stavo bevendo l'acqua in un ruscello. Il riflesso del sole creava alcuni fantastici colori e forme nell’acqua corrente. Mi sono sentito costretto a commentare una tale rara bellezza. Un contadino stava travasando dell’acqua poco distante, non c’era nessun altro. Così  indicai la cascatella e i sorprendenti colori e gli dissi: “Questo è bellissimo. Guarda”

"Egli deve avere pensato che ero pazzo. Guardò i riflessi, poi guardò in alto il sole e disse semplicemente: “Questa è solo il riflesso del sole. Il sole è lo stesso, nessun cambiamento!".

Finì con la risata di Oromo che riecheggiò debitamente fra le montagne adiacenti e le rocce. Ci siamo detti addio e siamo partiti per le nostre rispettive compagnie. Non avevo assolutamente idea che stavo vedendo Tesfaldet Oromo per l'ultima volta. Oromo, aspirante pittore e scultore, lavoratore instancabile, sportivo ed educato, e dignitoso essere umano ...

Ho lasciato Orit, che sarebbe lui stesso morto in una battaglia poco dopo, addolorato per la morte di Oromo. La nostra compagnia è stata assegnata  a Globe e ho trovato un angolo piacevole all'interno di un rifugio in cui riposare. Era una grande sala sotterranea dove anche Bahre, Wedi Berhe e pochi altri si stavano preparando a passare un periodo di riposo. Il nemico non ci attaccava. C’era un po' di tempo per rilassarsi.

Improvvisamente qualcuno che non avevo incontrato prima è venuto nel nostro rifugio. Era relativamente più anziano rispetto alla maggior parte dei suoi compagni. Parlando a voce alta ha cominciato a lamentarsi di un deposito di munizioni nemico che aveva visto e che avevamo lasciato intatto. Qualcuno ha detto che era troppo tardi per fare qualcosa al riguardo. Lui non ascoltava.

Ha trascinato Bahre fuori dal rifugio e affacciato al di sopra di un canale di trincea, ha indicato l'esatta ubicazione del deposito. Era al di là delle trincee nemiche e quasi ai piedi dei monti Kuomingtang e Amelto, dove erano dislocati i soldati nemici.

"Devi darmi il permesso di andare laggiù e distruggerlo", ha detto a Bahre.

"Non posso farlo", rispose il secondo. "Il nemico ora può rioccupare l'intera area in qualsiasi momento. È troppo pericoloso. Stai al tuo posto".

L'uomo non ascoltava. "Senti non possiamo lasciarlo stare lì. Che cosa ci vorrà? Tornerò in mezz'ora o giù di lì. Anche se arrivano sono solo non mi possono catturare. Non c'è altro modo se non vado".

Doveva essere risultato evidente a Bahre che l'uomo sarebbe andato anche se gli fosse stato ordinato di non farlo. Quindi a malincuore ha acconsentito.

Con il nemico lontano possiamo permetterci di affacciarci dalle nostre posizioni di combattimento per guardare. Ho fatto così. Il nostro valoroso combattente aveva già saltato alcune trincee nemiche a cinquanta metri di distanza e accelerava verso il basso lungo il pendio. Non avevo mai osservato un tale saltare di roccia in roccia felice e senza ostacoli. In meno di dieci minuti era ai piedi del Globo e procedeva veloce verso il suo obiettivo. Bahre aveva un binocolo. Ci alternavamo a seguire la sua corsa.

Abbiamo potuto vederlo raccogliere materiale infiammabile, accendere un fuoco e lanciare torce in quello che deve essere stato un rifugio sotterraneo che serviva come deposito. Dopo qualche tempo un altro membro della compagnia, il comandante di un plotone di nome Hagos, ha insistito sul fatto che anche lui voleva scendere per aiutarlo. Questa volta Bahre diede una comunicazione radio e lo lasciarono andare. Insieme procedettero alla realizzazione della loro auto-assegnata missione.

Non rimasi abbastanza a lungo per vedere l'esplosione. Ero impaziente di sapere di Hakli e gli altri della sua compagnia, che stavano facendo ritorno. Mentre mi avviavo verso Denden, ho sentito una enorme esplosione dal basso.

Forse avrei dovuto vederlo, ma non importa. Che importava a me poi, è stata l'iniziativa che ha preso l'uomo, il tipo di uomo che egli era. Nel breve tempo che l’ho osservato, sia prima che dopo la sua missione, non sono riuscito a notare qualcosa di distinguibile in lui. Un altro uomo come tutti noi.

Egli avrebbe sussultato se pizzicato e morto se ferito mortalmente. Ogni volta che mi ricordo di lui, però, mi meraviglia il suo coraggio di questa mattina. Stava andando in posizioni dalle quali ci eravamo ritirati, pienamente consapevole che il nemico le stava rioccupando. Nessuno lo ha obbligato a distruggere il deposito. Al contrario i suoi ordini sono stati di non farlo...

Suppongo che, per essere un eroe tra gli eroi, si debba aggiungere qualcosa in più a quello che tutti gli altri fanno. Quella mattina, il mio eroe ha fatto proprio questo.

Mi dispiace di non ricordare il suo nome e di non averlo cercato di scoprire poi. Né posso sapere se sia o non sia ancora vivo. D'altro canto il fatto che sia senza un nome è per me simbolico. Egli è qui solo perché sono stato un testimone quel giorno e io ho scelto di scrivere su di lui.

Tanti eroi della nostra lunga guerra, alcuni vivi e molti altri morti, sono stati raggruppati in una generica massa chiamata "patrioti". Donne e uomini coraggiosi con nomi e facce le cui gesta individuali e collettive di coraggio e perseveranza hanno fatto per noi la differenza tra l’oppressione e la libertà, sono solo una massa di martiri.

Non vi è nulla di strano dunque nel fatto che io non ricordo il nome del mio eroe. Quando sono tornato l’ho trovato seduto nel ricovero accanto a dove erano riposte le mie cose. Compiuta la propria missione sembrava aver riportato il risultato a Bahre. Stava cucendo qualcosa, probabilmente una toppa in più sui suoi pantaloni cenciosi. Sono rimasto tre giorni ancora con quel plotone.

Non ho sentito più parlare del supremo atto di coraggio e di aperta sfida alla morte del mio eroe senza nome. Penso che è stato passato come un altro atto di una lunga serie di iniziative individuali. Nessuna citazione, nessun apprezzamento, nessuna promozione, nessuna medaglia al valore ...

Ho già detto che avevo cercato di vedere se Hakli era tornato con la sua compagnia. Sapevo che era stato nella stessa unità di Chu Chu. Ho trovato una donna che si chiamava Birnesh, anche lei da Arag, seduta da sola ad asciugarsi il sudore dalla fronte. Era appena arrivata.

Le ho chiesto di Chu Chu e delle modalità della sua morte. Non ha detto molto, ma mi ha riferito che Chu Chu era molto preoccupata per me. Pare che avesse visto una giacca macchiata di sangue che sembrava la mia e aveva concluso che ero stato colpito. Ho sentito un groppo alla gola, difficile evitare le lacrime che minacciavano di uscire. Mi ha parlato anche dei momenti finali di Almaz.

Io non poteva più rimandare la mia ultima domanda. "Dove è Hakli?" Sono riuscito a chiedere. Immediatamente i suoi grandi occhi si sono riempiti di lacrime mentre annuiva lentamente. Mi sono alzato e me ne sono andato pieno di rabbia, rammarico e un dolore quasi disperato.

Se fosse possibile piangere ad alta voce nella rivoluzione, avrei gridato per Hakli. Degli artisti che l’EPLF stava formando e sensibilizzando, Michael Adonai e Hakli sono stati, a mio parere, i più promettenti. Entrambi stavano sbocciando allo stesso modo sebbene ciascuno avesse il suo proprio stile e la sua direzione.

Avrei voluto andare al loro studio ad Arag e godermi le loro pitture. Verso 1982 o 1983 Hakli stava lavorando a uno dei suoi celebri pezzi, il capolavoro che ritraeva una ragazza che andava o ritornava da scuola. Sono diventato poi un suo regolare visitatore, osservando passo passo lo sviluppo dell’opera.

Mi ricordo come fosse completamente assorbito e in totale contatto con la sua opera ogni volta che rubavo uno sguardo oltre le sue spalle. La sua concentrazione nel dare forma alla gocce di rugiada sulle foglie nello sfondo era così professionale, nessuno aveva dubbi sul fatto che avrebbe continuato a progredire notevolmente.

"Chi è questa ragazza? A chi pensi quando la disegni?". Gli ho chiesto una volta.

"Solo qualcuno che mi è venuto in mente", ha risposto.

"Sembra che ci stai mettendo molto dei tuoi sentimenti in lei", ho continuato, in parte stuzzicandolo. "Quando invecchierai lei sarà troppo giovane per te".

E' solo vernice e pennello", ha risposto, indicando la sua attrezzatura. "Tutto quello che devo fare è qualche ritocco di tanto e tanto e farla crescere con me".

Alla Rivolution School, dove avevo insegnato per diversi anni, era un ragazzaccio che aveva sempre una risposta pronta. Quando è arrivato alla scuola nel 1977 poteva avere 14 anni. Ma lui aveva lasciato la sua casa per la lotta, non per frequentare le lezioni.

Così a scuola era sempre in un costante stato di ribellione. Come studente era uno dei migliori. Ma era diventato uno dei leader di un movimento chiamato "Tewzi'e", che in arabo significa ri-assegnazione; delle forze combattenti, naturalmente. Anche allora il suo spirito, la franchezza e il buon carattere lo rendevano simpatico a tutti, compresi noi insegnanti.

Un giorno nel 1978 la maggior parte degli studenti più anziani della scuola  ha organizzato uno sciopero per esigere di essere inviati al fronte. Beraki Ghebreselassie, che dopo l'indipendenza è diventato il ministro della Pubblica istruzione e dell’Informazione, rispettivamente, era responsabile per l’EPLF dei programmi educativi. Dal momento che tutti i docenti e i funzionari della scuola avevano rinunciato a cercare di convincere i nostri ragazzi e le ragazze a rinunciare ai loro propositi, la questione passò a Beraki.

Lui parlò con loro cercando di imprimere su di loro il fatto che la loro istruzione e le loro competenze sarebbe servite quando ci sarebbe stato da ricostruire il paese dopo l'indipendenza. Ascoltarono con attenzione.

Al momento delle domande uno di loro si alzò e disse: “Tewzi'e” è come una malattia. Dorme con noi la sera e si sveglia con noi al mattino. Come possiamo sbarazzarcene?".

Un altro si alzò e disse: "Abbiamo questo grande desiderio di sparare. Se si desidera che noi si studi in pace, allora si dovrebbe permettere di farci sparare quattro colpi di Kalashnkov". Beraki disse che era la richiesta più semplice da soddisfare. Tutti loro fra i 12 i 16 anni gridarono e fischiarono di gioia. Beraki era diventato un eroe in un istante.

Quando tutto sembrava risolto Hakli si alzò a parlare. "Non è che non ci piace l'istruzione", ha detto. "Siamo disposti a studiare. Tuttavia, la nostra scuola qui, questo luogo chiamato Zero, è molto aperta ad attacchi aerei. Siamo sempre molto a disagio e ci sentiamo insicuri qui.

Quattro cannoni anti-aerei dovrebbero essere posizionati a ogni angolo in modo che possiamo sentirci al sicuro. Altrimenti non potremo tornare alla classe...". La folla placata si infiammò ancora una volta, l’eroismo di Beraki era scomparso istantaneamente come era venuto e tutti ci ritrovammo con il difficile compito di calmare i bambini che volevano combattere.

All’Arag, quando era cresciuto e aveva circa 20 anni, gli ho ricordato di quel giorno e ciò che aveva detto. Lui ebbe come un ghigno malizioso e si mise a ridere. "Non ti dimentichi mai?", chiese.

"Come posso dimenticare? Lo sai quanto eri fastidioso? Ora ci stiamo ridendo, ma sei stato un tale dolore, se ti fa piacere saperlo".

Egli si mise a ridere, una volta di più. "Volevamo lottare, voi non ce lo consentivate. Vi abbiamo visto come un ostacolo, come un elemento nocivo. Quindi abbiamo stabilito i nostri piani e ci siamo organizzati, solo per fare pressione su ogni insegnante. Alla fine abbiamo vinto, o no?".

Nella sua collezione c’è il dipinto di un tegadalai che corre all’assalto di una posizione nemica. Con il sudore che cola sulla guancia, è sul punto di irrompere in una fortezza o in un posto di comando in fiamme. Ha una bomba nella sua mano destra.

Nel dipingerlo Hakli aveva usato il suo fisico come modello. Ancora una volta è toccante e simbolico. Un suo compagno mi disse più tardi che era stato colpito mentre correva verso una posizione nemica. Abbiamo parlato un po' del suo coraggio e della sua agilità.

Quello che mi ha toccato maggiormente è stato il fatto che Hakli e Chu Chu erano morti circa nello stesso momento e fianco a fianco. Sopra a tutte le amabili persone che ho menzionato in questo breve omaggio ai miei compagni di trincea, due compagni di studio, due figli della Rivolution School, due degli studenti che ho maggiormente amato e rispettato erano morti.

Quando ho lasciato le trincee per tornare ad Arag pochi giorni dopo, l’ho fatto con il cuore gonfio . Chu Chu aveva ragione. Ero venuto a Nakfa per seppellire i miei figli.

A marzo ad Ararib fa ancora fresco. Le temperature aumentano nel mese di maggio e diventa insopportabile da giugno in poi. Come membri del comitato di redazione e del personale della rivista dell’EPLF Harbegna, che significa Il Patriota, eravamo sistemati sui lati di una gola rocciosa che si inerpicava su una collina. Eravamo in dieci e ognuno aveva una camera scavata nel terreno.

Facevamo fisicamente parte di una più ampia comunità che costituiva l’apparato giornalistico dell’EPLF. Ma dal momento che il nostro lavoro richiede concentrazione e la necessaria solitudine, raramente ci mescolavamo con i nostri più spensierati e ficcanaso vicini. Solo di rado ci si avventura al di fuori dei nostri confini, e solo per prendere l'acqua o sbrigare commissioni.

Il 13 marzo del 1988 nasce come qualsiasi altro giorno lento e monotono. È rimasto così fino a circa 5:00 del pomeriggio quando il nostro redattore capo, Ahmed Al-Keisi, chiamò Semere Salomon e me nella nostra cucina comune. Si rivolse a noi solennemente.

"Entrambi andrete a Nakfa. Sembra che stiamo per lanciare una grande offensiva lì. Dovete ritornare con le relazioni di tale battaglia per la nostra rivista. Quello che scriverete dovrà illustrare le dimensioni e l'importanza di questa operazione".

In altre occasioni del genere, cioè ogni volta che l’EPLF è era in procinto di lanciare un'offensiva, avremmo sentito alcune voci in anticipo. Avremmo anche fatto le nostre deduzioni notando alcuni evidenti e insoliti movimenti. Questo doveva essere stato un segreto ben mantenuto. Sia io che Semere non avevamo saputo nulla.

"Quale è l'idea?", chiese Semere.

"Wa Allahi, non ho tutti i dettagli. Quando arrivate a Nakfa presentavi a Mesfin Hagos. E’ il comandante dell'intera operazione. Ho il sospetto che questo può decidere il futuro di tutto il fronte Nakfa. Almeno questa è la mia impressione. Tenetelo per voi. C'è una macchina sotto pronta a prendervi".

"Vuoi dire ora?"

"Aiwa! Quelli della radio sono già a bordo del camion pick-up. Fate in fretta!".

Tipico dell’EPLF. Non c'è tempo per una qualsiasi preparazione psicologica .... si riceve un ordine e si va. Io e Semere corremmo alle nostre camere, sistemammo i nostri netzelas, i quaderni e le penne a sfera nelle nostre borse e corremmo al camion.

La Toyota era già stipata di componenti del nostro servizio radio clandestino sulle montagne, La “The Dimtsi Hafash” o “The Voice of the Broad Masses (VBM)”. Abbiamo trovato un po' di spazio dove stringerci presto sballottati con una scia di polvere che ci seguiva. Ogni volta che il camion si fermava la polvere che ci avvolgeva in uno stato di frenetici colpi di tosse e starnuti. Siamo arrivati a Nakfa a mezzanotte circa.

Dimtsi Hafash stava inviando i suoi migliori giornalisti. Ricordo Kidane Tzighe, mio compagno di scuola alle superiori. Gli altri erano Hassen Sherif, Asmelash Abraha e Wedi Ferj, il video-cameraman. Erano tutti pezzi grossi al Dipartimento Informazioni. Ovviamente ognuno era informato circa la natura della nostra missione. Nessuno tuttavia ha detto nulla al riguardo.

Alcuni mesi prima il nemico era stato spinto via dalla sua vecchia posizione alle porte di Nakfa da un attacco di alleggerimento dell’EPLF. Le trincee che aveva fortificato presso la linea monte Denden, Globe e Fidel Pe era sotto la presa salda delle nostre forze. Noi non eravamo stati chiamati a riferire su tale particolare offensiva. Anche Dimtsi Hafash non aveva attribuito molta importanza ad essa. In realtà io e Semere eravamo stati inviati molto dopo la battaglia aveva avuto luogo.

Mi ricordo di noi mentre facevamo una rilassante passeggiata su e giù per le trincee. Il nemico era stato spinto a circa 20 km più a sud delle sue vecchie posizioni. Egli ha ora costruito la sua linea di difesa su una serie di montagne chiamate Amba e Roret, che si trovano tra le città di Nakfa e Afabet.

Comunque quando siamo arrivati a Nakfa ci siamo guardati in giro guardato per tentare di dormire. Era buio e noi tutti eravamo sudati e impolverati. Dubito che qualcuno abbia dormito bene quella notte. Io certamente non; l'emozione era troppa.

La mattina successiva Kidane, di Dimtzi Hafash, e io e Semere di Harbegna, siamo andati presso l'ufficio di Mesfin Hogos per conoscere le nostre rispettive missioni. Come ho detto era il comandante di tutto il fronte e dell'intera operazione. Aveva appena finito di condurre una riunione di comandanti di divisione e li stava congedando. Non ci fece attendere a lungo.

Avevo incontrato Mesfin più volte, soprattutto per questioni gravi. E' un uomo di poche parole che dopo cortesi saluti e una o due parole di convenevoli, va dritto al punto. Molto concreto. Ecco qualcosa di quello che ci disse: "Mercoledì 17 si lancerà un'offensiva su questo fronte.

Il nostro obiettivo è quello di travolgere e distruggere completamente le forze nemiche qui, catturare le loro armi e liberare Afabet. L’ora zero è le 5:30 di mattina di Mercoledì e il nostro attacco è frontale e su tutti i fianchi. Se tutto andrà secondo i piani dovremmo essere ad Afabet il 18.

Se, per qualche motivo o per alcuni ostacoli, non riusciamo a rispettare tale termine, l'operazione sarà estesa di altre 24 ore. Dobbiamo essere in Afabet per la mattina del 19. Se non ce la facciamo dobbiamo abbandonare l'intera operazione e riprovare un’altra volta".

Noi tre lo stavamo ascoltando con attenzione. "Se, come ci aspettiamo, la nostra offensiva va secondo i piani", ha continuato, "sarà una grande sconfitta per il nemico. Nessuna delle sue armi può sfuggire la nostra cattura o alla distruzione. Questo risultato porterà l'equilibrio strategico a nostro favore. Sono sicuro che capite le implicazioni".

"Se l'operazione riesce, vi è l'intenzione o la possibilità di inseguire il nemico al di là di Afabet?". Abbiamo chiesto.

"No", ha risposto con calma Mesfin. "Terremo Afabet e costruiremo le nostre difese probabilmente a Mes-Halit. Non abbiamo alcuna intenzione di inseguire il nemico. Il nostro scopo è quello di distruggere completamente il nemico a Nadew e poi di difendere e proteggere il nostro vantaggio.

Poiché le perdite per il nemico saranno enormi ci posizioneremo sulla difensiva mentre seguiremo con attenzione le ripercussioni sul nemico della sua imminente sconfitta. Valuteremo anche il peso internazionale in reazione alla nostra alla vittoria".

Senza dire di più ci consegnò tre pagine dattiloscritte e disse: "Questo spiega l'intera operazione. Leggete, poi tornerò per rispondere a qualsiasi domanda potreste avere". E lasciò la sala.

Ho perso il taccuino dove avevo annotato il contenuto principale del documento. Mi ricordo, tuttavia, che esso dava in forma molto coincisa, una descrizione dettagliata del numero di unità di combattimento su entrambi i lati, le corrispondenti posizioni delle truppe, il conteggio di armi e munizioni e le linee di approvvigionamento.

Era anche indicato il tempo, le posizioni e la linea di attacco dell’EPLF e descritte in dettaglio la modalità e la velocità con cui ogni divisione era previsto progredisse verso il suo obiettivo assegnato. Poiché l'obiettivo era anche quello di accerchiare completamente il nemico, un'altra divisione doveva essere posizionata a Mes-Halit, in modo da bloccare la unica via di fuga del nemico da Afabet verso Keren.

Era un piano lineare per niente difficile da capire. A me sembrava un semplice problema di addizione, due più due è uguale a quattro... Il nemico aveva, ovviamente, più truppe, circa 20.000 unità. La nostra parte aveva poco più della metà di quella forza.

Ma questo non era visto come un problema in quanto l’EPLF ha sempre dovuto confrontarsi con truppe da quattro a cinque volte superiori di numero. La cosa che stupiva tutti noi era l'assoluta semplicità di tutto il piano e l'audacia che nascondeva. "Dovrebbe terminare tutto entro 24 ore, se non 48..." , era il commento che continuavamo a ripetendo tra di noi. Mesfin tornò mentre noi discutevamo sui dettagli pratici dell’operazione.

"Ci sono domande?", chiese appena seduto.

"Beh, che dire? Ci stiamo solo chiedendo se tutto questo è realizzabile".

Lui sorrise. "Questo è il piano. Vedremo il risultato insieme. Le informazioni che avete visto sono state condivise solo con i comandanti di divisione. Anche i comandanti di brigata non sono stati inclusi nel segreto. Siete tenuti a mantenere ciò che avete sentito solo per voi stessi.

Sarete assegnati ai vari posti di comando. Semere, tu starai con Witchu tutto il tempo, questo è il fianco sinistro. Sta partendo ora quindi vai con lui. Kidane, tu starai al posto di comando centrale, dove sarò io. Alemseged, tu devi andare a vedere Ali immediatamente presso gli uffici della divisione 61. Loro saranno sul fianco centrale. Arrivederci e buona fortuna".

Semere partì con Witchu, il comandante della 85a Divisione, alcuni minuti più tardi.


Sesto capitolo

Questo pomeriggio mi sono recato all'ufficio della 61a Divisione. Per fortuna ho trovato il comandante, Ali Ibrahim, e il commissario politico, Adhanom G. Mariam, a chiacchierare all’ombra di un albero. Conoscevo entrambi molto bene. Ali ha aderito all’EPLF circa un mese prima di me, alla fine del 1974.

L'ho incontrato al campo di addestramento in Bahri Bara, dove comandava un plotone di tirocinanti. Egli faceva parte di un gruppo di studenti universitari che comprendevano famosi combattenti come Teklu Mesfin, Petros Methusalah e Amanuel Fessehaye. Quest'ultimo veniva dal mio stesso quartiere ad Asmara. Tre di loro si erano fatti un buon nome prima di morire in diversi scontri con il nemico.

Quando siamo entrati a far parte del campo di addestramento, tutti e quattro ci siamo acclimatati e siamo diventati soldati. Ricordo di aver notato che non avevano nulla dei tegadelti. Non era facile per ragazzi di città come loro. Ho avuto modo di conoscere Ali Teklu Mesfin più tardi rispetto agli altri. Venivano dall’esterno del nostro plotone e condividevano con noi la loro limitata esperienza al campo di addestramento...

Avevo anche conosciuto il Commissario della Divisione, Adhanom, nel 1975. Dopo la cessazione delle ostilità tra l’EPLF e l’ELF quell’anno, Adhanom era stato messo a capo di un gruppo di fedayeen costituito da entrambi i fronti. L'ho incontrato la prima volta prima in un villaggio chiamato Embeito, a circa 20 km a sud di Asmara, quando sono andato per una delle mie prime commissioni come tegadalai.

Avevamo lo stesso tipo di capelli lunghi e dritti, e portavamo una simile barba folta e baffi. Lui era un veterano e quando sono entrato al Fronte un sacco di gente pensava che io ero suo fratello. Quando mi ha visto a Embeito ha sorriso e ha detto: "Devi essere Alemseged il mio fratello da tempo scomparso". Io lo abbracciai e dissi: "E tu devi essere Adhanom il mio fratello da tempo scomparso". Siamo diventati amici.

"Perché sei qui?", ha chiesto Ali bonariamente mentre gli stringevo la mano sotto l'ombra.

" Mesfen Hagos non ve l’ha detto?", sono stato assegnato al vostro comando per le operazioni".

"Che cosa significa al nostro comando? Per fare cosa?", sembrava non gli piacesse l'idea.

"Mi è stato detto di relazionare sullo stato di avanzamento del vostro contingente. Sai scrivere per il nostro giornale..."

"Fuori questione. Non vedo lo scopo per questo tipo di avventure. Se vuoi scrivere, stai qui intorno e segui gli eventi con il nostro staff. È quindi intervista noi dopo l'operazione".

Adhanom era tranquillo all'inizio. Ali aveva un tale tono definitivo che ho cominciato a temere che mi stava per essere negata la possibilità. Ho protestato.

"Non prenderlo come un fatto personale", ha detto Ali in modo persuasivo, "Il nostro obiettivo iniziale sarà il monte Itahalbeb. Il nemico sa che comanderemo da lì. Non vi è alcun dubbio che bombarderà con l'artiglieria e con i bombardieri. Non posso permettere che tu sia con noi. Non metterai in pericolo la tua vita per un articolo in una rivista".

"Lascialo andare", disse Adhanom intervenendo per la prima volta.

"Dai, lo sapete che cosa significa", disse Ali ribattendo rapidamente.

Adhanom sorrise e disse: "Se ci bombardano lo spremiamo sotto una roccia o lo nascondiamo in un buco. Non possiamo mandarlo indietro... tornata stasera a cenare con me", ha proseguito rivolgendosi a me. "Cercherò darti anche una stanza in cui dormire".

Ali acconsentì a malincuore. Fino alla fine della battaglia per Afabet, Ali non smise mai di preoccuparsi della mia sicurezza. Cosa che ho trovato molto toccante.

Mi sono fermato e rilassato a Nakfa per tre giorni. Nel pomeriggio del 16 marzo ci è stato detto di andare verso il campo di battaglia. Per circa la mezz’ora abbiamo viaggiato in auto. Arrivati sul lato occidentale delle vecchie trincee attorno alle pendici del Denden, abbiamo lasciato la nostra auto e abbiamo iniziato a camminare per la strada tortuosa che porta ad Afabet.

Fidel Pe, le trincee nelle quali avevamo combattuto nel mese di agosto nell’85, si trovavano alla nostra destra e le abbiamo passate. Ali, Adhanom, una parte del loro personale, gli operatori e Hassen Sheriff da Dimtsi Hafash ed io, camminavamo tutti insieme.

"Sembriamo come una unità di un plotone. Ci possono vedere da quell’Amba laggiù", ha detto qualcuno puntando il dito verso le montagne visibili a lunga distanza.

"Lasciate che ci vedano", ha risposto Adhanom, "Non possono sospettare nulla. Probabilmente penseranno che siamo una insignificante missione.

L'intera settimana Nakfa ha ospitato un concorso sportivo che aveva coinvolto tutte le brigate e i battaglioni allo scopo di distrarre l'attenzione del nemico dalle altre preparazioni, effettuate sotto il suo naso. Poiché queste attività erano riservate per la notte, anche quelli che erano stati informati circa l'operazione quasi non potevano discernere i preparativi di una grande battaglia imminente.

Abbiamo parlato tutta la strada fino a Itahalbeb. Tutti nella nostra squadra avevano una storia da raccontare sulla zona che stavamo attraversando. Così mi sono reso conto che praticamente ogni gola e anfratto, ogni masso e roccia ha storie da raccontare. Ali aveva comandato il Fronte quasi fin dall'inizio, nel 1979. Lui ha raccontato la maggior parte delle storie. Il suo personale e gli operatori quindi arricchivano i suoi racconti e pezzi con l'aggiunta di dettagli interessanti, i nomi dei compagni caduti e alcuni divertenti aneddoti.

E' stata una lunga camminata, ma la discussione ci ha divertito tanto che siamo arrivati ai piedi dell’Itahalbeb quasi senza accorgercene. Nessuno aveva pronunciato una parola sul grande evento della mattina successiva. Se non fossi stato informato da Mesfin Haogs sarei stato un collega viaggiatore ignorante di tutti i segreti superbamente misteriosi.

La gola e gli spazi aperti fino all’Itahalbeb erano stati completamente occupati da una o due brigate, che si muovevano freneticamente per i preparativi. Era già tutto pronto, ovviamente. Tuttavia le compagnie e i plotoni necessitavano di verificare e ricontrollare le armi e le loro attrezzature. Mi sentivo come se mi fossi trovato all'interno di un formicaio.

Ci siamo riposati e abbiamo bevuto un po' d'acqua. Dopo un po' di tempo gli uomini e le donne della brigata hanno iniziato a radunarsi a una cinquantina di metri da dove eravamo. Il loro comandante, Tekle Manjus, che significava piccolo Tekle, mi chiese di andare insieme per partecipare alla riunione.

Ho provato a prendere alcuni appunti su ciò che ha detto ai suoi uomini e donne in attesa con impaziente. Poche frasi nel suo discorso, però, egli disse loro lo scopo della offensiva. Immediatamente il silenzio fu rotto da un boato elettrizzante e dagli applausi. Le donne ululavano. E' stata una tale vera e propria spontanea espressione di gioia che Tekle Manjus ha trovato difficile calmare le sue truppe in modo che potesse continuare. Ascoltavano appena i suoi consigli e le indicazioni alla cautela e alla disciplina militare che si aspettava da loro.

E' stata una occasione felice. Ognuno si abbracciava e congratulava con l'altro. Ovviamente questo era il culmine di anni di paziente attesa e di lotta di difesa nelle trincee e tane di volpe di Nakfa. Ognuno probabilmente aspettava l’occasione per vendicarsi ogni volta che seppelliva un compagno, un amico o un amante. Era giunto il momento non solo per un vantaggio strategico, ma anche per la realizzazione di un proprio scopo, anche una vendetta personale.

Due conoscenti dei miei giorni alla Rivolution School, e presso il Dipartimento dell’informazione, una donna che si chiamava Tirhas Habte e Wedi Kidane, mi videro a distanza e mi vennero a salutare. Erano sorpresi di vedermi con il loro comandante di brigata. Si stavano probabilmente chiedendo quali credenziali militari mi avessero posto in quella compagnia.

Hanno scherzato un po' su questo. Ciascuno di essi non aveva assolutamente alcun dubbio circa il successo della offensiva. "Domani?", Tirhas disse: "Domani sarà una festa...", è ancora viva. Wedi Kidane, un uomo divertente e urbano, è stato ucciso il giorno dopo, da qualche parte tra Ithalbeb e Ad Shirum.

Verso sera abbiamo scalato l’Itahalbeb. Tutte le montagne mi confondono, ma mai come lo fa puntualmente Itahalbeb. Se si considera che da monte Denden appare come un cono gelato rovesciato e da altri punti di vista prende forme totalmente diverse. Eravamo in cima verso le 6:00 pomeridiane.

Itahalbeb aveva cambiato mano più volte nel corso degli anni. L'ultima volta, quando il nemico era ancora intorno a Denden, era stato sotto il suo controllo. Ci fermammo sulla cima del cono. Non c'era abbastanza spazio per il tipo di elaborate trincee viste altrove. Fatta eccezione per la parte presa per salire, Itahalbeb è per la maggior parte del resto spaventosamente ripido e scivoloso. Su alcuni bordi i pendii cadono bruscamente a formano rocce e precipizi. In circostanze normali le scimmie fanno le loro case fino a dove ci trovavamo noi.

Tra le rocce c’era un rifugio in cui abbiamo messo le nostre borse e le nostre cose. Poi abbiamo camminato fino alle trincee per goderci il tramonto e gettare lo sguardo sulle posizioni nemiche distese davanti a noi, ancora a una notevole distanza. E’ sempre buio, ma non abbastanza.

Fatta eccezione per le nostre voci e un basso stropiccio di piedi, la serata è stata tranquilla. Posso ancora sentire quel silenzio. Più diventava scuro e più le nostre voci diventavano sussurri; mi ricordo il silenzio sempre più forte e più pauroso. Gli scrittori spesso dicono che il silenzio assoluto ha una sua propria voce. Hanno ragione. Per me almeno la quiete della notte prima della battaglia di Afabet è stata assordante.

Circa alle nove abbiamo mangiato la cena. Siamo andati nel rifugio a sdraiarci per dormire un po’. Il rifugio era di forma quadrangolare, ma troppo stretto, giusto sufficiente per allungare le gambe. Poteva contenere quattro di noi. Sono entrato per primo. Poi Adhanom, e Hassen Ali Sharif di Dimtsi Hafash. Abbiamo parlato un po’, ci siamo scambiati pochi scherzi e fumato sigarette.

Sembravano tanto rilassati e privi di preoccupazioni che mi sono sentito costretto a chiedere loro. "Non dovreste avere l’ansia della notte “prima della battaglia”?"

"Il nostro compito è praticamente finito", rispose Alì. "Abbiamo definito e consegnato i nostri piani agli esecutori. Tutto quello che dobbiamo fare ora è solo controllare".

Mi sono addormentato. Quando mi sono svegliato nel cuore della notte, ho sentito parlare. Stavano anche fumando sigarette. "Ehi, siete ancora svegli? Perché non vi riposate un po’?".

"Immagino che avessi ragione", disse Adhanom, "L’ansia ha finalmente invaso anche noi. Inoltre russi".

"Che vi aspettavate? Sto qui tutto storto...". Penso che uno non ammetta mai l’ubriachezza e il russare.

Abbiamo parlato un altro po' e fumato qualche sigaretta. Mi sono riaddormentato.                                     


 Settimo capitolo

Devo essermi addormentato profondamente. Non li ho sentiti lasciare il ricovero. Mi sono svegliato solo quando qualcosa è esploso vicino al nostro rifugio e quasi mi ha buttato contro il muro. Mi sono seduto molto arrabbiato con me stesso. Come corrispondente di guerra avevo il compito di catturare i primi momenti prima dell’ora zero. A tastoni nel buio trovai i sandali, la borsa, la pistola e taccuino e mi precipitai verso il posto di comandando.

Erano ancora diversi minuti prima delle 6:00 della mattina. Il sole non era ancora sorto, ma all’esterno c’era abbastanza luce. Gli operatori radio avevano i loro apparecchi accesi. Nessun linguaggio cifrato durante la battaglia, si parlava direttamente. I comandanti erano già occupati a dare istruzione e a ricevere i feed-back dai loro subordinati.

Ali era seduto su una roccia lungo il crinale dell’Itahalbeb, sparando ordini nella sua radio. Anche Adhanom aveva una radio e ascoltava intensamente il labirinto di voci, comandi, spiegazioni, e reclami che già stavano riempiendo la quiete del mattino. Gli spari sembrano provenire da ogni angolo; da destra, da sinistra, da davanti e anche da dietro, ovviamente, dalla nostra unità di artiglieria pesante.

Dopo mezz’ora di battaglia ha cominciato a sembrare chiaro che Itahalbeb non sarebbe stata, dopo tutto, bersagliata come Ali aveva temuto. In primo luogo perché i nostri uomini e donne del fianco centrale ha preso la prima linea di difesa nemica completamente di sorpresa e totalmente controllata entro pochi minuti.

In secondo luogo il nostro era un attacco su tutti i lati contemporaneamente, dalle pianure costiere del Mar Rosso alle montagne di Rora. Era stato tutto studiato e pianificato con cura. Il nemico non era stato in grado di prevederlo e in molti casi è stato costretto ad abbandonare la sua prima linea di difesa, o totalmente in rotta o con i suoi effettivi decimati negli attacchi di alleggerimento.

Anche io ho potuto facilmente capire, per quello che ho sentito dalle comunicazioni radio, quanto stava succedendo. Ho sentito Witchu, il comandante della 85a Divisione, dire in una delle radio, "Li state affettando e sbucciando dalle loro posizioni? Affettateli e sbucciateli! "Witchu era di origine contadina, uno che era passato attraverso tutta la scala gerarchica fino a dove era ora. Egli ha sempre avuto un suo modo di usare le parole. Ho guardato il radio operatore che mi ha detto:"La 85a sta facendo bene. Witchu è felice".

Le informazioni iniziavano ad arrivare. Una posizione catturata qui. Un carro armato bruciato, tanti prigionieri di guerra catturati ... Ho iniziato ad annotare quello che sentivo nel mio notebook ormai perduto. Ma da quella fase iniziale ho iniziato a sospettare che la mia missione di giornalista non avrebbe avuto successo dopo tutto. Tutta la battaglia fu così grande, così veloce ed efficiente che ho iniziato ad avere difficoltà a comprendere e far fronte ai suoi rapidi progressi.

I comandanti e gli operatori usavano dei nomi in codice per chiamarsi l’un l'altro. Quindi, anche se sono rimasto vicino ad Ali la maggior parte del tempo, non sono riuscito a capire a chi si rivolgesse e in quale punto della formazione. Occupato come era non potevo chiederlo a lui. Adhanom era più rilassato e accessibile quella mattina. Aveva iniziato a spiegarmi alcune cose, ma ci ha lasciato prima di mezzogiorno per andare avanti, probabilmente al punto in cui erano i comandanti di brigata.

Quindi io sedevo con i radio operatori. Diversi apparecchi radio grandi e piccoli erano accesi, in una confusione assoluta. "Entra Venus ... Rora fuori ...", ordini calmi, veloce e a volte arrabbiate istruzioni, voci ansanti che annunciavano una conquista, richieste di rinforzi da colline, letti di fiume e anfratti... Non riuscivo a credere che un sistema organizzato e coordinato di battaglia fosse diretto dalla nostra collina. Uno degli operatori deve aver letto le perplessità nella mia mente. Egli mi ha detto, indicando Ali: "Non ti preoccupare, è un suo problema".

Mi sono seduto con loro per una grande parte della tarda mattinata. Le posizioni erano individuate da un numero, cioè dalla loro altezza sul livello del mare. "1728 è stato catturato," dice uno. "Grande!". Esclama un altro. Ho chiesto quale esattamente fosse 1728. Qualcuno ha indicato una collina piuttosto lontana e ha detto: "Quello".

Un corrispondente di guerra deve conoscere ogni dettaglio del campo di battaglia, ricordo di aver pensato fra me e me. In caso contrario deve essere capace di leggere le mappe. Gli aiutanti di Ali portarono una mappa militare e cercarono di spiegami tutta la battaglia. Ho colto un po', non molto. Anche al liceo nelle lezioni di geografia, molto molto tempo fa, la lettura delle cartine era stato uno dei miei principali problemi.

Un corrispondente di guerra deve essere anche un ostinato e infaticabile indagatore, uno che continua a ripresentarsi anche quando respinto. Ho provato un paio di volte e ho avuto un paio di risposte educate. Ma tutti erano così assorbiti in quello che facevano che ho iniziato a frenarmi. Inoltre non mi piaceva l'idea che qualcuno mi dicesse di lasciarlo fare il suo lavoro. Così alle 9:30 circa del mattino ho rimesso il mio notebook nella giacca e mi sono interessato ai volti e alle voci dei miei compagni nelle trincee di Itahalbeb.

I rapporti dei successi ottenuti cominciavano ad arrivare uno dopo l'altro. Diventava sempre più evidente a tutti che l'impulso aveva caratterizzato l'offensiva fin dall'inizio non era sul punto di rallentare. Ho smesso di preoccuparmi delle statistiche sui soldati nemici e tutti i tipi di armi pesanti catturate. Tutta la situazione e la possibilità di una tale enorme vittoria semplicemente mi sopraffaceva e quasi mi intimidiva.

Ho preso a ricordare il piano che Mesfin Hogos ci aveva mostrato un paio di giorni prima. Mi sentivo come se stessi effettivamente guardando la sua semplicità aritmetica muoversi verso una semplice soluzione; due più due uguale a quattro...
Avevo un altro notebook dove ho registrato le mie osservazioni personali e i sentimenti. Ce l’ho ancora. Alle ore 10.30 dello stesso giorno, ho scritto quanto segue:

La nebbia copre il terreno e le alture intorno a me. Sono tornato al rifugio a scrivere questo. Le api ronzavano e svolazzavano tutto intorno a me. Non so da dove venivano. Speravo che non mi pungessero. Rispetto a tutti gli spari e le esplosioni intorno a me, il loro suono minaccioso era musica per le mie orecchie.

Questa è la prima volta che osservo i comandanti di divisione dell’EPLF in piena azioni. Si impara molto da una simile opportunità. In primo luogo la loro conoscenza approfondita della topografia di questo settore che gli consente di capire la situazione di ogni unità sotto la loro direzione.

Non sono nemmeno necessarie mappe, che Ali usa solo come riferimento in caso di confusione. In secondo luogo ho notato che non si esita o perde tempo nell’assumere decisioni. Tutto quello che ho sentito dai subalterni era un ascolto attento, forse una domanda o due e un rapido assenso. Devo ancora sentire qualcuno in uno stato di panico o di protesta.

"Non preoccuparti di quello alla vostra destra", ho sentito dire da Mesfin Hagos alcuni minuti fa. "Se resistono liberate le posizioni a destra e a sinistra e isolateli. Procedere con il prossimo bersaglio".

"Ho capito", è arrivato come risposta.

L’ho trovato un po' strano. Ho incontrato Adhanom che si apprestava a lasciare Itahalbeb e ad andare avanti. "Perché Mesfin Hagos dice a qualcuno di isolare le posizioni nemiche e andare avanti? Significa forse che i nostri compagni si stanno lasciando alle spalle truppe nemiche e procedono?”.

"Si tratta di un'offensiva di annientamento totale, di disintegrazione e rotta", ha risposto Adhanom. "Se il nemico resiste basta non perdere tempo e uomini. Come ha appena detto Mesfin gli tagli le ali e lo isoli. Semmai puoi lasciare un plotone di guardia anche se sono truppe isolate o di scarso effetto. In questo modo si taglia fuori il nemico delle linee di comunicazione e di coesione. Vedrai raccoglieremo gruppi e singoli che si arrendono".

"Non saranno una minaccia da dietro?"

"Il loro morale è già a pezzi. Non avranno abbastanza spirito per quel tipo di reazione".

La mia conoscenza dei nostri comandanti, sia individualmente che come gruppo, è sempre stata limitata al tempo di pace e per lo più da una certa distanza. Ora ho trovato che la loro vita in guerra è drammaticamente diversa da quello che avevo visto e sentito durante i periodi di relativa pace. Alle 4:00 del pomeriggio ho scritto su di loro quanto segue:

Le loro responsabilità sono veramente pesanti. Più di 10,000 tegadelti sono coinvolti solo in questa battaglia. Ciò significa che la responsabilità ultima della sicurezza di questi 10,000 ricade ad angolo retto sulle spalle di questi comandanti. Inoltre sono a capo di una battaglia che probabilmente svolgerà un ruolo decisivo per il futuro di tutta la nazione e del popolo dell’Eritrea.

Quanto terribile sarebbe se commettessero un errore? Quanto devono essere preoccupati circa le ricadute che potrebbero essere fatte risalire a qualche difetto di programmazione o di un comando errato da parte loro?

Un alone di gloria e misticismo in genere accompagna il comandante di guerra o l’eroe di guerra. Ci ne rendiamo conto di rado, ma i nostri comandanti stanno sconfiggendo generali pieni, compresa l’elite di West-Point e Sandhurst. Noi non li chiamano così, ma sono, essi stessi, generali. Quindi sono di solito considerati e trattati con rispetto e con qualche timore. Anche loro non si astengono dal dimostrare il loro status e i loro privilegi nel loro modo di vivere e di comportarsi.

In una comunità egualitaria come la nostra un tale comportamento è strano e disapprovato. Ma penso di cominciare a comprendere o, almeno, di essere venuto a patti con il loro stile. Essi sono, dopo tutto, soldati che hanno sempre messo la loro vita in gioco come li vedo fare adesso. La loro è una vita di pericolo che può semplicemente finire in qualsiasi momento. Dovrebbero essere incolpati per godersela finché dura?

Prego Dio che essi domani vincano e che si entri in Afabet! Mi auguro che ci sia roba lì per godersela. Mi lascerò andare e farò baldoria! Non ho visto una bottiglia di birra neanche vuota in quattordici anni!

La battaglia stava procedendo molto bene. Tuttavia, fin dal primo pomeriggio, era diventato chiaro che le 24 ore non sarebbero state sufficienti. Alcuni posizioni alla nostra sinistra non erano state catturate come previsto. L'intenzione era di arrestare la ritirata del nemico a Moga'e, un fiume stagionale circa a metà strada tra Nakfa e Afabet. Questo piano non aveva funzionato.

Allora, che cosa succede adesso? "Chiesi ad Ali, quando giunse al rifugio nel primo pomeriggio per mangiare qualcosa e bere il tè. Ha preso il tè e ha rifiutato il cibo. Sembrava stesse sopravvivendo solo con le sigarette.

"Saranno distrutte, senza alcun dubbio" egli rispose. "Ma non questa notte. Saremo in Afabet per dopodomani; molto presto".

Alle 5:00 del pomeriggio ci hanno ordinato di discendere lungo le pendici dell’Itahalbeb. Dovevamo seguire le tracce dei combattenti che avevano spinto il nemico circa 20-30 chilometri dall’Amba e dalle sue posizioni adiacenti.

Non vorrei dimenticare una cosa strana che ho visto in Itahalbeb. Non appena abbiamo finito la scalata la notte scorsa, ho visto circa otto o nove teschi umani disposti in modo ordinato e collocati su una roccia lunga e piatta. Questa era stata una posizione del nemico. Senza dubbio lui li aveva posizionati in quel modo.

"Che cos'è tutto questo?", ho chiesto a uno degli uomini dell’intelligence della divisione, che era capitato nelle vicinanze.

"Il Dergue fa cose strane", ha risposto. "Al fine di rafforzare i suoi uomini dice loro che i rivoluzionari non vanno sepolti, sono mangiati dai falchi. Questi sono i resti di soldati che abbiamo ucciso noi".

Non ho capito la logica. Ho ancora difficoltà ad accettarlo. Dubito che qualcuno, a eccezione forse dei pastori, abbiano scalato l’Itahalbeb dopo di noi. I crani potrebbero essere ancora lì.                                    


Ottavo capitolo

Una Toyota pick-up ci aspettava ai piedi dell’Itahalbeb. Siamo saliti e presto abbiamo accelerato in direzione di Afabet. Alcuni chilometri e i segni della grandezza e della ferocia del giorno della battaglia cominciava a mostrare i cadaveri dei soldati nemici ovunque. Quindi piccoli e grandi gruppi di soldati catturati.

L'odore della vittoria è tutto intorno a noi. Anche l'aria sembrava annunciarla. La Toyota sobbalzò e girò attraverso il letto secco del fiume Hidai che affianca la strada per Afabet. Passammo accanto a un carro armato che bruciava ferocemente da qualche parte. Un altro con la torretta proiettata ad alcuni metri di distanza che quasi bloccava la strada. In circa un'ora siamo arrivati ai piedi di una delle montagne Roret.

Abbiamo lasciato l'auto e abbiamo iniziato a salire un ripido pendio. Penso che il nome di quel particolare monte era Hartetet. Anche esso ha un numero. Volevo vedere fino a quando potevo tenere il passo di Ali, così l’ho seguito.

"Hey, non ti sforzare, ti stancherai", mi ha detto senza guardare indietro. " Il personale con i rifornimenti e i suoi asini sta procedendo a un ritmo più lento. Perché non prendi tempo e vieni con loro".

Ho rifiutato. Durante la salita mi ha parlato della ritirata strategica dell’EPLF nel 1978. Ha sottolineato che alcune colline visibili da dove eravamo erano state per un certo periodo il suo quartier generale. La ritirata strategica, effettuata quando gli etiopici con il contribuito massiccio da parte dell'Unione Sovietica avevano pressato l'EPLF a Massaua e sugli altopiani, era stato un processo graduale.

Il Fronte aveva preso il massimo vantaggio in tutte le posizioni strategiche per ritardare l'avanzata del nemico e indebolire la sua forza in ogni occasione. Pertanto erano stai inflitti gravi danni alla sua capacità morale e materiale nel corso dei famosi scontri come Elaber'ed, Tsebab, Gonfolom, Mes-Halit, Ma'imide e qui, a nord di Afabet, intorno Ad Shirum e alle montagne Roret.

A quel tempo l’EPLF ha costruito le sue durevoli trincee sul Fronte Nakfa, il nemico era stato privato di migliaia di soldati, carri armati distrutti o catturati e comunque intrappolati. Dopo dieci anni di duri confronti con determinate e fallimentari offensive nemiche su larga scala, era arrivato il momento per l’EPLF per sferrare il colpo finale. Ali costituiva una parte importante di questi dieci anni di assedio di Nakfa.

"Sai" disse, " qui non vi è alcuna montagna, valle o gola che non abbiamo salito e disceso per la ricerca di una adeguata linea di difesa. Non mi ricordare la ritirata! Non abbiamo avuto tempo per nulla. Ovunque fossimo andati il nemico ci avrebbe seguiti. Non abbiamo avuto il tempo di respirare!

Siamo saliti fino al monte Denden solo dopo averla indebolita qui". I combattenti avevano l'abitudine di fare riferimento al nemico al femminile. Perché sapevano che avrebbe irritato l'altra parte più di qualsiasi altra cosa.

Mi descrisse anche l"iniziativa" dell’EPLF del 1979. Questa ha avuto luogo dopo che la 5a offensiva su larga scala del nemico erano stati frustrati. Questa offensiva fu ancora un altro amaro confronto per la cattura di Nakfa. Nel tardo 1979 i combattenti dell’EPLF erano discesi dalle loro posizioni in Nakfa, avevano spinto il nemico fuori dalle sue trincee e penetrato profondamente dietro le linee nemiche e stabilito una base temporanea all'interno del suo territorio.

Quindi aveva attaccato le sue roccaforti da dietro catturando o distruggendo le sue unità di artiglieria, i depositi di munizioni e linee di comunicazione, spingendo il nemico indietro fino alla zona dove eravamo quella sera. E' stata un'operazione che ha svolto un ruolo decisivo nel dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che l’EPLF non solo era una potente forza di difesa, ma che, avendo il tempo e la logistica di approvvigionamento, poteva anche la passare all’offensiva.

Dopo mezz'ora di arrampicata veloce ho cominciato a rimanere indietro. Lui naturalmente aveva fretta di arrivare in cima e iniziare a comunicare. Il mio cuore stava per scoppiare. Così ho dovuto rallentare. Con il tempo sono arrivato in cima, si stava facendo sempre più scuro. Ali era già impegnato con la radio.

Io preferisco salire più che discendere. In cima la brezza è sempre rinfrescante. Ha un potere resuscitante. Dà il tempo di chiedersi come uno sia salito dal basso fino li sopra. Immagino che anche il proprio ego ne risenta.

Non abbiamo mangiato molto. Nove di noi, soprattutto i comandanti, i loro aiutanti in capo e io ci siamo sdraiati per dormire un po’. Vi era stata una battaglia dove eravamo ora, nella mattina. I corpi di soldati etiopici erano sparsi tutto intorno a noi. Infatti a circa dieci metri di distanza da dove mi ero sdraiato sul bordo della linea, c’era un morto etiopico. Ero troppo stanco per preoccuparmene.

"Avete setacciato questo luogo correttamente? Dobbiamo stare attenti ai soldati nemici vaganti. Ce ne sono a centinaia", ha avvertito Beghe, il comandante della divisione di artiglieria. Nessuno rispose. In pochi minuti eravamo tutti caduti in sonno profondo.

A tarda notte abbiamo sentito il suono di un breve, ma molto intenso scambio di fuoco, soprattutto di fucili kalashnikov. Il suono arrivava a noi da tutta la valle. "Che cosa è questo?", ho chiesto a qualcuno. "Probabilmente soldati vaganti, ve l’avevo detto..." rispose Beghe. Tornammo tutti a dormire.

La mattina seguente, 18 marzo la giornata è iniziata con un altra feroce battaglia. Le posizioni che avevano ritardato la nostra avanzata sono state presto catturate. Adhanom nel frattempo ci ha riuniti e ci ha detto di passare a un altra montagna di fronte a noi. Poteva essere intorno alle 10 il sole del Sahel era già in pieno vigore.

Le postazioni nemiche erano ovunque. Le due montagne erano collegati da creste e scarpate in modo che non abbiamo avuto a scendere verso il basso da dove eravamo venuti. A un certo punto due jet sono passati così bassi sopra di noi, che ci hanno fatto disperdere a destra e a sinistra. Non hanno fatto fuoco contro di noi, però. Erano probabilmente interessati a qualcosa d'altro; forse le posizioni di artiglieria o i carri armati.

Anche se collegata da creste e scarpate la montagna dove andavamo aveva un ripido pendio da scalare; forse una mezz'ora a passo veloce. Beghe, Hassen Sherif di Dimtsi Hafash e io eravamo troppo lenti per gli altri. Soprattutto il sole era spietato.

"Dannazione, prendiamo una pausa", ha detto Beghe. Io e Hassen l‘abbiamo preso come scusa sufficiente per cercare l’ombra più vicina e buttarci sotto una roccia. Dopo tutto il soldato tra noi era Beghe. La lotta si stava svolgendo davanti a noi, ma siamo rimasti immobili per un po' di tempo.

Beghe proviene da Semhar nell’area del Mar Rosso di Eritrea. E’ un veterano della rivoluzione eritrea, è molto divertente stare con lui. Ho colto l'occasione per chiedergli come se l’erano passata le nostre unità di carri armati e di artiglieria fino a quel momento. Lui aveva la sua radio e stava ancora comunicando con i suoi subordinati.

Mi ha detto quello che poteva ricordare. Mi ha dato anche un elenco dei carri armati nemici che le nostre truppe avevano distrutto o catturato. Ho registrato ogni cosa nel mio notebook. Verso mezzogiorno siamo arrivati arrancando sulla cima della montagna.

Il vertice era un luogo stretto e piatto probabilmente non più grande di 2500-3000 mq. Era un luogo fortificato ed evidentemente era stato teatro di un pesante corpo a corpo appena un paio d'ore prima di noi arrivassimo. I corpi di 30-40 soldati etiopici giacevano su un margine della sommità. Erano cadaveri freschi. In alcuni casi il loro sangue non era ancora secco.

Mi sono fermato a guardare i corpi dei nostri nemici e fui sorpreso di scoprire che la loro non mi faceva felice. Al contrario ho provato un senso di compassione per quei giovani esseri umani così inutilmente sprecati.

Ho cominciato a camminare ispezionando le trincee nemiche. Qualcuno mi ha detto di rimanere dove ero. "Alcuni di essi possono far finta di essere morti", mi ha detto. Cosìmi sono mosso con una certa attenzione. In un primo momento mi ha stupito è stato quello che i nostri combattenti hanno fatto.

Fatta eccezione per il lato dal quale siamo saliti, le restanti vie di accesso alla vetta erano solo rocce e frane. Come siano saliti fino a fare ciò che avevano fatto non l’ho potuto capire. Piuttosto che salire su un tale terreno, uno verrebbe di rinunciare. Forse ha a che fare con l’adrenalina che in battaglia probabilmente stimola. Questa mattina i miei compagni sono saliti fino in cima su quel terreno scivoloso e ripido, e hanno fatto fuori ogni nemico che incontravano.

La maggior parte dei corpi sono ripiegati sulla schiena, con la fronte al cielo. La maggior parte sono stati colpiti alla testa, al viso o al petto. Non sembrano essere stati colpiti casualmente negli scambi di fuoco incrociati in cui non si può sapere il proiettile di chi ha colpito chi. Questi sono ottimi tiratori che hanno cercato e colpito il proprio obiettivo. Chiaramente non sono stati sprecati proiettili.

Ho provato a pensare a me stesso al posto dei soldati morti e di immaginare il loro calvario di quella mattina. Era come se fossero stati lì solo in attesa di morire. Ho provato a immaginare gli ordinari e sempre adatti uomini e donne della nostre forze combattenti, venire a mettere questi patetici cadaveri nella posizione in cui sono.

Esseri umani che solo poche ore prima vivevano e respiravano, erano ormai ridotti a grottesche figure. Li ho descritti come uccisi da proiettili, forse sparati da persone che conosco, che stavano facendo piazza pulita? Ho sussultato dentro di me. Sono stato sopraffatto per un momento dalla pietà per l’impulso annientatore che i miei compagni devono provato nel corso di quella battaglia.

Penso spesso alla cima di quel monte in termini simbolici. Là mi è sembrato effettivamente di aver visto nei cadaveri, l'odio che miei compagni i hanno nutrito nei confronti del potere di uno Stato straniero e oppressivo. Ho anche visto la misura in cui avrebbero dimostrato il loro amore per la libertà.

Per questo è stata una lotta corpo a corpo, e non un nemico fatto fuori a distanza dalle unità di artiglieria o di carri armati. Qui si può vedere l'azione e il risultato della rabbia umana che spenge la vita di un altro essere umano. A un certo punto ricordo di aver detto a me stesso, " Prego Dio di non farmi mai trovare di fronte ai miei compagni!". Ancora tremavo.

Da quel momento, ho deciso, ancora una volta, di smettere di perdere il mio tempo con i rapporti che continuavano ad arrivare dal campo di battaglia. I numeri delle armi catturate ,anche strategiche, avevano cessato di avere un qualsiasi senso.

Statistiche, ho concluso, non potranno mai descrivere il fenomeno che è stato il tegadalai. Che potrtebbe significare, per esempio, scrivere che ho visto un certo numero di corpi in una parte limitata della vetta che ho scalato il 18? In ogni caso se avessi intervistato tutti i tegadelti quella mattina probabilmente mi avrebbero detto che non avevano trovato gioia nell’uccidere.

Così ho sentito che sarebbe stato ingiusto accontentarmi di un semplice rapporto di una battaglia e di tutte le crudeltà e le anomalie che la caratterizzano. C'è di più, mi sono detto, per un tegadalai di ciò che fa o gli viene fatto al fronte.

La nostra cultura rivoluzionaria è ancora molto scarsa nel discutere e descrivere le persone e gli atti di coraggio e di eroismo. Finché non facciamo questo, il tegadalai non potrà mai avere il suo, la sua grandezza non sarà mai conosciuta. Si continuano a usare termini molto generali e vaghi per definire il collettivo.

Si sente parlare di perseveranza, tenacia, grinta e forza che caratterizzano lo spirito dei tegadelti. Trovo estremamente limitate tali parole e un ostacolo per descrivere ciò che costituisce la vita di un tegadelti. Non c'è vita in loro, non c’è dolore ... dolore in tutte le sue forme, il processo di superamento e soppressione è ciò che lo rende tegadalai.

Vero i cadaveri di fronte a me sono stati il risultato dell’indomabile coraggio dei miei compagni, il coraggio di saltare nella tana del leone e affrontarlo con le mani. Quale il dolore,comunque? I morti, le paure negate, l'odio per il sangue, la compassione, anche per il nemico...?

Siamo rimasti in cima fino a circa le 5:00 pomeridiane, Ali ci aveva lasciato molto tempo prima per ricongiungersi con i comandanti brigata al fronte. Sono andato giù con Adhanom. Egli mi ha condotto attraverso ripidi pendii e cadute che sembrava in mai calpestati da piedi umani in precedenza. Avevo già detto che uno dei miei peggiori problemi durante la lotta era stato discendere una montagna. L'indipendenza arrivò senza che io fossi in grado di padroneggiare quell’arte.

Mentre balzava da una roccia all’altra con incredibile facilità, Adhanom gridò indietro, "Passa leggermente sulle rocce. Presta attenzione qualche pietra malferma ti potrebbe trascinare giù. "Ben presto era scomparso dalla mia vista. I miei piedi atterravano in modo scomodo e pesante. Non solo quelle malferme, ma potevo sradicare anche le pietre saldamente in posizione.

Con il tempo ho raggiunto Adhanom lungo il fiume Hidai, ero caduto e rotolato due volte, i miei pantaloni erano strappati e mi ero graffiato e fatto lividi in tutto il corpo. Adhanom mi ha lanciato un sorriso malizioso. Io non l’ho mostrato, ma ero molto arrabbiata con lui.

La cosa che mi ha sorpreso in Adhanom è che quando ci ha lasciato a Itahalbeb la mattina precedente, il suo operatore aveva ceduto a un colpo di sole in qualche parte desertica. Non avevano l'acqua con loro. Anche Adhanom era arrivato vicino al collasso. Erano stati soccorsi solo nel tardo pomeriggio. Ora, dopo essersi ripreso da quella prova, mi aveva portato in quella terribile discesa....

Siamo giunti a un centro di accoglienza dove i feriti transitano prima di essere inviati in ospedale. La persona responsabile ci ha dato un po' d'acqua, cibo e tè. Non ricordo che il nome della persona, ma mi ha lasciato qualcosa da ricordarmi di lui.

Appena seduti abbiamo visto un buon numero di soldati catturati guidato verso il letto del fiume. Essi, apparentemente, erano stati presi in alcune gola più sopra.

"Da dove provengono questi?", ha chiesto Adhanom.

"Sono stati tagliati fuori su quella collina alla nostra destra. Siamo andati là e li abbiamo attaccati la notte scorsa. Hanno ceduto dopo una breve lotta", ha risposto il tegadalai in carica.

"Chi c'era lassù?"

"Sei compagni erano a riposo qui. Avevano portato una persona ferita su una barella. Abbiamo deciso di salire e attaccare. Questo è tutto".

"Chi vi ha detto di lasciare il ferito qui e andare a combattere? Fate quello che volete?".

"Mbwa! Chi mi dice di fare qualcosa? Sono in servizio qui. Noi sapevamo che erano lassù. Avevamo paura che potessero scendere e finire noi e i nostri feriti. Abbiamo avuto la meglio su di loro.

"Va bene, questo lo vedremo. Quanti erano?"

"Circa 57 o 58. Siamo arrivati vicino alla guardia, gettato bombe, sparate raffiche di fucile e ha fatto un sacco di rumore. Essi pensavano che fosse una intera compagnia e hanno iniziato a saltare fuori dalle loro trincee individualmente e in gruppi. Penso che ne abbiamo uccisi solo due. Non avete sentito qualche sparo ieri sera?".

Adhanom lo ha rimproverato per essersi distratto dal compito assegnato, anche se ciò che aveva fatto era stato lodevole. Ma ho potuto constatare che, nel profondo, era stato colpito dal giovane medico a piedi nudi. La maggior parte delle vittorie dell’EPLF era diventata possibile perché queste persone hanno messo la propria vita in gioco per quello che vedevano come un vantaggio per la rivoluzione. Adhanom mi ha detto di un paio di altri esempi di questo tipo di iniziativa e coraggio, al di là della chiamata al dovere.

C’era ancora in tempo prima di procedere ulteriormente verso Afabet. Pertanto, al fine di soddisfare le mie funzioni giornalistiche, ho camminato verso i prigionieri e ho cominciato a parlare con loro. Erano tutti, ovviamente, dei contadini. La maggior parte di essi rispondevano in maniera incoerente e sapevano molto poco di quello per cui combattevano.

Ho chiesto se ci fosse stato qualcuno che avrebbe potuto spiegare meglio le cose. Si alzò uno, si mise in posizione di attenti e disse in Amarico, "Io posso, signore. Sono un sergente e, soprattutto, un membro del Partito Operaio di Etiopia".

Lo presi in disparte e gli chiesi come fosse la situazione in Etiopia. Non mi diede nemmeno il tempo di aprire il mio notebook. "Questo Shankilla sta giocando a spese del popolo etiope", esclamò. Shankila è il nome di una etnia in Etiopia. Lui, ovviamente, usava il termine in senso spregiativo.

"Chi è Shankilla?"

"Menghistu Hailemariam". Rispose la guardia. Lo detestai immediatamente.

"Che tipo di traditore è questo?". Ho chiesto alla guardia .. "Come può tradire il suo leader così rapidamente?"

"Sono tutti così", ha risposto. "Spifferano subito anche quando non gli viene richiesto".

Non ho posto al sergente un'altra domanda. L’ho lasciato dove era e sono tornato da Adhanom. Presto siamo saliti su una Toyota pick-up e siamo partiti verso Afabet.
 


Nono capitolo

Ad Shirum è l'unico passaggio stradale a nord di Afabet. Quando il primo piano di tagliare la ritirata del nemico a Moga'e è fallito, il nemico ha raccolto tutti i suoi uomini e il materiale residuo e ha tentato di ritirarsi attraverso Ad Shirum nella vasta e aperta pianura Afabet. Se fosse riuscito a farlo sarebbe stato possibile per il nemico utilizzare i suoi carri armati e l’artiglieria pesante per una più efficace difesa. Le cose non erano andate in quel modo.

Quel pomeriggio il passo Ad Shirum offriva una rara e terribile vista. Ci fermammo ad alcuni chilometri dalle sue vicinanze. Ad Shirum era entrato nei libri di storia. Da quella distanza sembrava come se tutte le colline, le rocce e la vegetazione, nei sua dintorni fossero andati in fiamme. Una eruzione vulcanica non avrebbe potuto causare tante distruzione.

Poche ore prima una settantina di carri armati e camion che trasportavano o trainavano missili, munizioni, armi e artiglieria pesante avevano cercato di fuggire attraverso lo stretto passaggio. Questi erano i superstiti di un numero molto più alto che era stato catturato o distrutto. Uno dei carri armati dell’EPLF aveva seguito il convoglio, si era fermato all’incirca dove eravamo noi e portato la sua canna da 100 millimetri sul culmine del passo da cui erano scomparsi i veicoli verso le pendici sul lato Afabet.

Quando i primi due camion si avvicinarono al passo, il carro armato ha sparato il primo colpo. Il proiettile ha colpito il lato della strada e credo che il primo veicolo si sia messo al sicuro su un lato. Il carro armato ha sparato il secondo colpo. Questa volta il secondo camion è stato colpito e ha iniziato a bruciare giusto in mezzo al passaggio stesso. Testimoni oculari dicono che la scena era esattamente come quelle che si fanno a Hollywood.

Il resto del convoglio, una ricca eredità, se l’EPLF lo avesse potuto catturare, rimase bloccato lungo tutta la strada che conduce fino al passo. I combattenti dell’EPLF realizzarono prontamente il valore del tesoro di fronte a loro e si affrettò per prenderlo. E' stata una gara persa questa volta. Il nemico è stato veloce nella sua decisione di non lasciare che l’EPLF prendesse il bottino.

Così le sue truppe iniziarono a utilizzare le bombe a mano per distruggere le loro stesse armi e i veicoli. Devono avere trovato il compito troppo difficile e pericoloso. Infatti dopo un po' di tempo sono arrivati sul luogo aerei nemici che in pochi minuti sono riusciti a trasformare il convoglio in quella furia di proporzioni vulcaniche.

Alla vista di quello spettacolo in lontananza ci siamo tutti scambiati parole di rammarico per non essere venuti in possesso di tale arsenale di armi che avrebbe potuto fare la differenza nei nostri futuri scontri. Solo poche sono state recuperate. In realtà un ardito tegadalai ha sfidato l'incendio e le esplosioni intorno a lui per tirare fuori un camion con un Organo di Stalin sul cassone.

D'altra parte tutto quel bruciare e il fumo ci ha dato una sensazione diverse di dimensione estremamente gratificante. Ci sentivamo come se stessimo guardando non solo camion ed esplosivi a fuoco, ma anche un regime oppressivo e malevolo che bruciava trasformandosi in cenere. Ci consolavamo guardando gli spettacolari colori che formavano le esplosioni in cielo come fuochi d'artificio che annunciano la nostra vittoria lungamente attesa.

Stiamo all’aperto. Un fuoco di artiglieria pesante proveniente da oltre Ad Shirum pioveva intorno a noi. Qualcuno ha suggerito di riposare in quello che pensava essere un luogo relativamente sicuro. Ali non era stato con noi fin dal mattino. Anche Adhanom ci lasciò per scalare una altura sul nostro lato orientale. Questo era collegato direttamente con il passo Ad Shirum. Beghe, Hassen Sheriff e me, eravamo fianco a fianco e cercammo di dormire un po'. Ma, con tutto quel persistente bombardamento, era impossibile.

La mattina del 19 marzo, termine massimo per l’esecuzione del piano, noi tre prendemmo la stessa direzione che aveva preso Adhanom la notte precedente. Ci dirigemmo verso Ad Shirum. Erano circa le 6:00 di mattina, Beghe aveva la sua radio con lui. Mi disse che in quel momento le nostre forze stavano entrando in Afabet. Quando il passo Ad Shirum era stato bloccato i nostri carri armati avevano fatto una deviazione ritornando al Moga'e, svoltando a est verso le pianure del Mar Rosso ed erano entrati ad Afabet da quella direzione. Il nemico era stato sconfitto, costretto alla ritirata e liquidato dalla zona.

Una volta sulla cima della collina rimanemmo vicino ai bordi sovrastanti la strada Nakfa-Afabet e guardammo verso la zona della vittoria finale. Il fuoco e il fumo della notte precedente avevano perso il loro furore iniziale, ma erano ancora sostanzialmente forti. Eravamo abbastanza vicini da sentire il calore che era trasportato fino a noi da una leggera brezza mattutina.

L'odore acre di metalli fusi, plastica, pneumatici e, sì, carne umana bruciata, ci riempiva le narici. Quello che più mi affascinava era il colore, la forma e il movimento del fumo spesso giù in basso. Era una miscela di nero, grigio e blu, con fiamme giallo-rosse visibili al centro. Intrappolato all'interno della vallata sottostante il passo, non sembrava volersi alzare. Si muoveva, girava, saliva e ricadeva in un complesso, e ciclico movimento artistico.

In qualche modo mi ha ricordato il film epico di Hollywood, I Dieci Comandamenti, in cui Charlton Heston divide il mare che rimane aperto in uno stato di impaziente movimento.

E' stata una vista abbagliante e stupefacente come non ne avevo mai visto prima e neanche dopo. Mi sono fermato per un po' di tempo per gustarmelo, anche se in un frastornato, e probabilmente a causa della vittoria, stato di quasi ubriacatura mentale. Nel profondo ho ringraziato Adhanom per aver contribuito a che io mi trovassi li.

La reazione iniziale di Ali avrebbe mi avrebbe negato questa unica opportunità. Ho anche reso omaggio all'uomo del carro armato che aveva reso possibile quello storico evento. Ad Shirum sarà sempre ricordato come il cimitero dell’arsenale degli etiopi sul fronte Nadew.

Prima di rendercene conto eravamo a breve distanza dal passo stesso. Abbiamo notato l’inconfondibile figura di Ali. Anche lui ci aveva visto e ci ha fatto cenno di andare da lui.

"Allora, Ali?". Gli ho chiesto mentre ci stringevamo la mano.

"Khalas, è finita. I nostri compagni hanno superato Afabet. Essi ora stanno inseguendo le truppe nemiche disperse verso Mes-Halit. Ma non hanno via d'uscita. Un'intera brigata ha bloccato quel passo".

Aveva una voce e un modo di parlare caratteristici. Anche oggi potrei distinguerlo tra un centinaio di voci. "Niente altro?" Abbiamo chiesto.

"Sono stati presi prigionieri tre ufficiali sovietici. Inoltre adesso possediamo armi da 130 mm; è la prima volta che succede".

Lo fissavo quasi incredulo. Il più importante dei tre fronti del Dergue era stato appena rotto e lui aveva svolto un ruolo significativo nella realizzazione di tutta l'operazione. Eppure sembrava stesse parlando di una piccola scaramuccia, di qualcosa di normale. Suppongo che la sua calma controllata abbia scoraggiato il resto di noi dal saltare, gridare di gioia e abbracciarci. Ero certo che nel resto della base vi sarebbero state folli celebrazioni tutto il giorno e tutta la notte.

Ma nel suo giusto posto; accanto a quei metalli fusi e con uno degli eroi della battaglia accanto, tutti noi tacemmo. Forse la vittoria era stata troppo grande, troppo importante perché ci potessimo esprimere in un modo adeguato. Non lo so. Abbiamo solo taciuto.

"Andiamo verso il basso", ha detto Ali. Siamo andati a est del passo. Ha iniziato a saltare le rocce che scendono fino a dove inizia la pianura di Afabet. Noi lo seguimmo. Dopo quel giorno ho viaggiato attraverso quel passaggio più volte. Per puro istinto mi giro verso quelle rocce e provo a immaginarlo mentre salta giù lungo la strada.

"Sembra il 1977" ho detto, una volta che raggiunto il fondo della collina. "Cattureremo paesi e città di nuovo".

"No, questa volta sarà diverso dal 77. A quel tempo tutto quello che avevamo era la volontà di lottare e il coraggio. Voi sapete quali erano le nostre migliori armi al momento? Usavamo B-10 per artiglieria, Brownings per cannoni anti-aerei e Simonoffs e kalashnikov. Ora abbiamo sia l'iniziativa che il vantaggio. Abbiamo quello che chiamano “un vantaggio strategico”.

Abbiamo parlato della vittoria. Gli ho detto che sarebbe stato molto difficile per me per catturare l'essenza e il significato di quello storico evento. "Scrivi?". Mi ricordo di avergli chiesto.

"Rapporti, sì. Ma non ho mai pensato di provare anche la mia disposizione alla letteratura".

Abbiamo parlato della importanza e della necessità di tenere diari. La nostra conversazione era troppo sconnessa. Un sacco di attività stavano succedendo intorno a noi. Abbiamo continuato a essere interrotti e distratti.

Anche la nostra marcia verso Afabet è stata disordinata. L'ampia distesa di terra, punteggiata da arbusti e massi eretti era piena di persone disperse e avanzanti a gruppi. Centinaia di civili del Sahel che avevano dato sostegno da dietro durante la battaglia stavano ballando e urlando mentre ci camminavano o correvano accanto. Anche Tegadelti provenienti dai vari dipartimenti dell’EPLF correvano verso la città come punte avanzate dei rispettivi organi ... e centinaia di prigionieri di guerra che camminavano e zoppicavano di fronte al loro pugno di guardie. Tutti si affrettavano verso Afabet.

Alla nostra destra, sul lato occidentale della pianura, c’erano alcune colline rocciose. Soldati etiopici dispersi ancora vi si nascondevano o cercavano di resistere. Abbiamo potuto vedere alcuni unità dell’EPLF salire quelle colline e sia sparare che catturare alcuni di essi. Ne abbiamo visti uno o due arrendersi senza lottare. Almeno due volte abbiamo sentito il suono di bombe a mano che esplodevano.

"Alcuni di loro si lasciavano esplodere piuttosto che arrendersi", ci ha detto Ali. Abbiamo parlato di suicidio se totalmente circondati dal nemico. La storia della lotta è piena di esempi in cui tegadelti lo hanno preferito alla cattura da parte del nemico. Ali ha detto, "Il Tegadalai rispetta queste persone e le applaude. Essere catturato deve essere la cosa peggiore che possa succedere a chiunque ..."

Ali, Sherif Hassen e io camminavamo a piedi da soli a una certa distanza sulla destra della moltitudine che avanzava. Ali è preoccupato che soldati etiopici dispersi sulle colline non lontano da noi possano causarci danni. "Coprire le pistole con il scialli", prese a dirci. "Alcuni vogliono uccidere quadri e comandanti e morire. Pensano che chiunque giri con una pistola abbia una qualche autorità".

Ispezionò le colline vicino a dove ci aveva portati. Caccia ed elicotteri nemici si spostano praticamente con noi. In un primo momento avevamo paura che ci potessero attaccare facilmente su quei campi aperti. Se lo avessero fatto sarebbe stato un massacro. Centinaia di persone erano totalmente esposti a tale eventualità. Ma non lo hanno fatto. Non sembravano interessati a noi.

"Sono alla ricerca dell'arsenale e del deposito di munizioni di questo fronte. Non vogliono che cadano in mano nostra e li vogliono distruggere, se possibile". Eppure non era certo che i piloti non avrebbero scaricato la loro frustrazione su di noi.

Proprio come aveva fatto la prima volta quando gli avevo detto che lo accompagnano in battaglia, ha ripetutamente espresso la sua preoccupazione per la sicurezza di Hassan e mia. Quindi prese a evitare gli spazi aperti e a guidarci attraverso terreni rotti ed erosi, con spessi arbusti, contrafforti e rocce. Abbiamo superato il sentiero stretto tra Ad Shirum e Afabet e continuato a piedi sempre alla destra della strada principale.

È stato in questo settore che abbiamo trovato il pezzo di carne umana, il cuore umano, che ho descritto nel racconto "Cuore di Tegadalai". In questo pezzo, ho cercato di esprimere non solo la mia intensa sensazione del momento, ma tutto il simbolismo del fatto che un cuore umano possa trovarsi alle porte di Afabet in attesa di me come se volesse risolvere il mio dilemma giornalistico.

In un primo momento ho dubitato che quel pezzo di carne poteva essere effettivamente un cuore umano. Abbiamo discusso su questo punto. Ali ha provato a chiarire la mia perplessità.

"Come può il solo cuore essere separato da tutto il corpo? Dove sono i muscoli e qualsiasi altra cosa che lo tengono saldamente in funzione?". Questa è una domanda che molte persone, in particolare medici e infermieri, mi hanno fatto dopo che ho scritto l'articolo.

"È del tutto possibile", rispose Alì. "Ho incontrare molti di questi incidenti".

"Vi siete mai imbattuti in un cuore umano da solo?"

"Non necessariamente il cuore. Ma mi ricordo in particolare il giorno in cui un caccia nemico, un F-5, ha lanciato una bomba sul nostro plotone. Ci stavamo tutti riposando sotto un grande albero e il bastardo ha colpito il suo bersaglio. L'esplosione fu così potente che molti furono letteralmente buttati fuori dall'ombra. Alcuni erano sepolti a metà nell’enorme buco che aveva scavato e erano completamente coperto da una fitta polvere, fumo e fuliggine.

"Quando ci siamo ripresi dal primo shock, e la polvere e il fumo hanno iniziato a schiarirsi, abbiamo cominciato a chiamarci l'altro. Miracolosamente tutti tranne uno ne erano usciti indenni. Un compagno non si muoveva da dove giaceva. Lo abbiamo esaminato. All'inizio non eravamo in grado di scoprire la sua ferita. Poi qualcuno ha notato un vuoto nella sua tempia, giusto al centro.

Ci potete credere? Quando abbiamo spostato la sua testa il cranio si è aperto ed era vuoto; all'interno non c’era il cervello. Dopo una lunga ricerca lo abbiamo trovato sparso sulle foglie e sui rami sopra di noi. Immaginate", ha concluso Ali, "la pressione da parte dell'esplosione era stata così potente che aveva aperto il cranio dell'uomo e sparso il suo cervello. Quindi quale è il motivo per cui un cuore non potrebbe essere espulso in un modo simile?".

Ho accettato la possibilità, ma sono tornato al tema, esprimendo il mio stupore che potesse succedere. Ha scosso la testa e ha sorriso. Mi ricordo che lui ha detto: "A voi questo forse sembra qualcosa di nuovo e di strano. Io ho visto così tanto che sono diventato immune al tipo di reazione state mostrando. La mia vita è piena di ricordi raccapriccianti. Ho scelto di non ricordare alcune cose.

Abbiamo proceduto in silenzio per un po' di tempo, immersi nel profondo dei nostri pensieri privati. Appena siamo entrati ad Afabet gli ho detto, "tuttavia è strano che un cuore umano si debba trovare alle porte di Afabet e nel momento di una grandissima vittoria".

"Ancora con questo?"
"Non riesci a togliertelo dalla mente".
"Perché non scrivi qualcosa su di esso allora? È possibile utilizzarlo come punto di partenza per dire qualcosa circa l'intera battaglia".

Da quel momento ho iniziato a comporre nella mia mente un saggio sul cuore di tegadalai. Mi sentivo bene e ispirato. Nel corso degli ultimi due giorni ero stato alla ricerca di un modo per evitare di scrivere un rapporto di guerra nella mia rivista. Ho messo questa alternativa da parte e non mi sono rammaricato di aver smesso di aggiungere note nel mio diario. Il cuore ha dominato i miei pensieri. Ho ringraziato Ali per questo.

La gente di Afabet era cauta nel riversarsi in piazza ad accoglierci. Gli elicotteri nemici erano quasi con noi, ben al di sotto dei cieli e quasi abbastanza vicino a noi da prenderci per il collo. Quindi appena siamo passati hanno preso a saltare, applaudire, ululare e ballare nei loro rispettivi ricoveri. Le donne, i giovani e gli anziani, portavano acqua e pane e lottavano per darceli attraverso i muri e oltre le siepi. Hanno dovuto aspettare fino alla sicurezza della sera per uscire e danzare in giubilanti celebrazioni.

Siamo arrivati dentro Afabet circa alle 8:00 della mattina del 19. Lì ho incontrato Haregot Firzun, poi un comandante di battaglione e un vecchio conoscente. Hassen e io cercammo di intervistarlo, ma lui si rifiutò. Quando ho insistito, Ali mi ha detto di non pressarlo troppo. "Lasciatelo in pace per ora", ha detto.

"Non aspettatevi che i combattenti parlino di vittoria in un momento come questo. Ricordate che molti compagni non ce l’hanno fatto ad arrivare in questa città. Essi sono stati sepolti tra Itahalbeb e Afabet. Vi è molto da piangere per questo. Interrogatelo un’altra volta, magari a partire da domani".

Ho afferrato l'occasione per chiedergli quali fossero state le perdite umane della sua divisione. Sapevo che non me lo avrebbe detto, non era abitudine dell’EPLF farlo, ma volevo avere un'idea. "Non ho ancora il rapporto completo", ha risposto. "Sono certo che non ti aspetterai che questa vittoria non ci sia costata niente. Ma non nella misura che all'inizio avevo temuto sarebbe stata".

Eravamo molto stanchi e volevamo riposare un po’. Siamo entrati in un rifugio enorme dove era stati costruiti alcuni grandi magazzini. Successivamente abbiamo appreso che era appartenuto a qualche organizzazione di aiuti. Abbiamo trovato una veranda, abbiamo steso i nostri netselas e ci siamo stesi per riposare.

Mi ricordo di alcuni lavoranti del magazzino, giovani uomini e donne, che affacciavano le loro teste attraverso le porte per darci un'occhiata e la ritiravano rapidamente ogni volta che li guardavamo. Il nostro vestiti sporchi e polverosi, e i capelli e le barbe incolte dovevano averli impauriti. Non c’era nessun’altro nel magazzino neanche per offrirci un po’ di tè. Ali si è addormentato rapidamente. Raramente dormo quando sono stanco. Allora sono rimasto li per qualche ora, stanco e pigro.

Verso le 3:00 pomeridiane il radio-operatore di Ali ci ha portato un po' di cibo, acqua e tè, rivitalizzandoci un pochino. Ali poi mi ha detto che stava andando avanti verso Mes-Halit dove la sua divisione si era fermata dopo aver inseguito il suo avversario. Adhanom vi si era già recato.

"Io vengo con te", ho detto.
"Dai, lasciami in pace questa volta!", sembrava irritato. "Se non fosse per Adhanom, non saresti stato con me oggi. Lui ha fatto pressione affinché ti permettessi divenire con noi. Abbiamo concordato che ci saremmo separati qui ed è qui che ci separiamo. Saluti!".

"Voglio vedere questo processo fino alla fine. Esso termina a Mes-Halit, no?".

"Ma è tutto finito, non si vede? Cos'altro c'è da fare? Inoltre noi non possiamo nemmeno sapere in anticipo che cosa ci attende. Si tratta di un nuovo posto e dobbiamo consolidare le nuove posizioni. Ci sarà molto movimento in su e in giù, niente a che vedere con i passati due giorni. Non ne vuoi fare a meno?".

"Questo è tutto?”.

"Questo è tutto. L'intera area è anche piena di soldati nemici dispersi. Non sarà sicuro per un paio di giorni. Peggio ancora il nemico sta per usare la sua forza aerea per attaccarci e scoraggiare la nostra avanzata. Sei arrivato qui sano e salvo, ora torni al tuo posto in condizioni di sicurezza. Witchu è arrivato questa sera. Lui comanderà questa città. Vallo a vedere. Ti dirà lui cosa fare". Si alzò e appena raccolte le sue cose disse "A proposito scrivi su quel cuore".

Caricata la sua radio sulle spalle ha detto scherzando "Avete intenzione di insultarci ancora?".

"Ho mai offeso nessuno?”.

"Come altro chiami tutta quella roba scrivi su “Harbegna”?", si riferiva ad alcuni articoli della nostra rivista che criticavano lo stile di vita di alcuni dei nostri comandanti.

"Non più, non in questo modo, comunque", ho risposto sorridendo. "Vi ho visto in azione. Faremo delle concessioni..."

"Dove è tua moglie?", ha chiesto, cambiando bruscamente argomento.
"Sull’altopiano, dietro alle linee nemiche".

"Quando tutto questo si risolverà, mi stabilirò a Nakfa. Se lei viene a visitarti, venite a trovarmi. Sarò lieto di ospitarvi. Ma mandami un messaggio in anticipo così che mi possa organizzare. Dobbiamo colmare questo divario tra noi..."

Erano le sue ultime parole per me. Ci siamo abbracciati a lungo, stretti le mani e detto addio. Doveva essere molto stanco. La sua figura alta e magra sembrava piegarsi o chinarsi leggermente. I miei occhi lo seguirono fino alla sua scomparsa dalla mia vista.

Meno di un mese dopo e a circa dieci giorni di distanza da quando ho scritto “Cuore di Tegadalai”, ho saputo della morte di Ali Ibrihim. Esattamente come aveva predetto un caccia nemico lo aveva falciato mentre insieme a Adhanom e alcuni altri stava studiando come rinforzare le nuove linee di difesa presso Mes halit.

L’ho saputo verso sera. Sono rimasto seduto sul bordo del letto per ore arrabbiato e incredulo. Ci conoscevamo dalla fine del 1974. La Battaglia per Afabet mi ha offerto la possibilità di conoscerlo realmente non solo come comandante militare, ma anche come uomo. Ho trovato che questa fosse una coincidenza ancora più amara. Non sono qualificato per valutare il tipo di vuoto e perdita, in termini militari, che ha portato la sua morte.

Lo lascio fare a quelli che lavorato e combattuto al suo fianco. Comunque dalle mie osservazioni fatte in questi ultimi due o tre giorni non ho dubbi che abbiamo perso un comandante militare abile e capace. E’ naturale che il cuore di tegadalai che abbiamo ambedue visto a proposito del quale mi ha chiesto di scrivere, mi fa pensare a lui. E’ una immagine il cui significato simbolico non sarà mai cancellato dalla mia mente.

Fine


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