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Eritrea in agosto
in Italia 2 sett. 2009 - Un gommone viene soccorso al largo di Lampedusa giovedì 20 agosto da una motovedetta della Guardia di Finanza. Nel natante vi sono cinque eritrei che insieme, pare, ad altri eritrei, etiopici e nigeriani, in tutto un’ottantina di persone, erano partiti clandestinamente dalla costa libica per raggiungere, presumibilmente, la costa italiana. All’appello mancano oltre 70 persone che, secondo le testimonianze dei superstiti, sarebbero perite di fame e di stenti. Fin qui un fatto di cronaca divenuta ormai ordinaria, quella di viaggiatori che clandestinamente cercano con ogni mezzo a disposizione di attraversare il Mediterraneo per passare dalla coste africane a quelle europee, nello specifico a quelle italiane. E’ divenuto un fatto di cronaca ordinaria, per fortuna assai diverso da quello dell’aprile del 1997, quando oltre al mare vi era un’altro antagonista, ossia la corvetta italiana Sibilla che finì per speronare ed affondare una imbarcazione stipata di immigrati albanesi, con molte donne e bambini che tentava di approdare alle coste italiane. In quella circostanza perirono 108 persone. Dall’evento di questo agosto 2009, Libero, il Corriere della Sera e l’Avvenire, oltre a testate minori, hanno tratto il pretesto per avviare, continuare od insistere a condurre una guerra mediatica al governo eritreo ed alle sue istituzioni, privando i lettori dei rispettivi giornali delle informazioni utili che, evocando Salvemini, gli avrebbero consentito di farsi una opinione, utile per deliberare. Formalmente, ciò che accomuna la maggior parte degli articoli comparsi in queste testate è la ridondanza di aggettivi: spietato; feroce; crudele; sanguinario; pesantissime; pessime; durissimo… Nella sostanza, in queste testate vi è un elemento di comunione che consiste nel non richiamare in alcun modo la responsabilità corrente del governo italiano che, come membro della Comunità Europea ed avendo avuto Rino Serri a rappresentare la stessa Comunità Europea alla firma degli accordi di Algeri del 12 Dicembre 2000, è chiamata in causa per la situazione di non pace tuttora presente tra Eritrea ed Etiopia. E’ inutile dire che i lettori di queste testate, e per la verità anche di altre in Italia, non conoscano gli Accordi di Algeri del 12 Dicembre 2000, sottoscritti o garantiti dalle seguenti parti: ONU, USA, Comunità Europea, Organizzazione Unità Africana , Eritrea, Etiopia. I lettori delle suddette testate italiane, e per la verità anche di altre, non conoscono che il verdetto finale previsto dagli stessi accordi e previsto come inappellabile dalle parti, ossia Eritrea ed Etiopia, sia stato emesso dalla EEBC (Eritrea-Ethiopia Boundary Commission) nel 2002 e subito contestato dall’Etiopia, in palese violazione dell’intero modulo procedurale. Al silenzio della comunità internazionale alla mancata implementazione degli accordi è seguita una campagna stampa per ricattare l’Eritrea e le sue isituzioni che da allora esprimono le proprie proteste e richiamano la comunità internazionale al rispetto degli Accordi di Algeri del 12 Dicembre 2000 e la conseguente implementazione della decisione dell’EEBC (Eritrea-Ethiopia Boundary Commission) del 2002. Di questa stessa campagna fanno parte le accuse dei presunti 2000 soldati eritrei in Somalia, sollevato in concomitanza con l’ordine dato dagli USA all’Etiopia nel Dicembre del 2005 di invasione della Somalia. Nessun soldato eritreo venne mai trovato in Somalia. La nuova accusa è quella di fornire appoggi al cosiddetto terrorismo di Al Qaida in Somalia. A questo proposito è interessante ricordare ai lettori delle suddette testate italiane, e per la verità anche di altre, che l’Eritrea appena sorta, nei primi anni ’90, si trovò ad affrontare nel confine settentrionale la minaccia Jihadista proveniente dal Sudan. A Khartum stazionava Bin Laden e l’amministrazione Usa di Clinton non volle intervenire nonostante ne fosse a conoscenza. Può apparire bizzarro ma l’unico che chiese un mandato internazionale all’Interpol per Bin Laden fu Gheddafi.Il Dipartimento di Stato Americano o agenzie affini si occupano da sempre di costruire prove da fornire a delegati, agenti o incentivare giornalisti, o renderli compiacenti. Per non parlare dei sostegni logistici e fondi forniti agli immigrati. Quando 5 superstiti eritrei forniscono il pretesto per scrivere ciò che i lettori di quelle testate hanno letto vi è una ragione in più per sospettare, ma non per appiattire il giudizio. Il sospetto aumenta quando trapassando l’umana pietà per l’evento si vuole far apparire eroico ciò che nella tecnica legale di tutti i paesi è definito come “renitenza alla leva”, in Italia in vigore fino al 2005. Per chi ha una certa memoria non può non ricordare il gesto “eroico” di Cassius Clay, il quale rifiutò l’arruolamento e per contro accettò di andare in prigione nel proprio paese. Nella memoria storica degli eritrei è insediato un fatto che è bene che sia ricordato anche ad altri: a cavallo degli anni 50 e 60, una risoluzione dell’ONU, esattamente come oggi, fu violata dall’Etiopia e l’Eritrea divenne una regione dell’Etiopia, nel silenzio della comunità internazionale. Ci vollero 30 anni di lotta partigiana per giungere all’Indipendenza. L’Eritrea attuale sa di poter contare solo sulle proprie risorse per mantenere la sua sovranità. Per questa ragione intende garantire il presidio continuo delle frontiere, ottimizzando ciò con la necessità di garantire l’istruzione, la sanità, le infrastrutture… L’Eritrea è deludente per coloro
che si attendono di cogliere foto istantanee con tante mosche intorno
alla bocca dei bambini, volti smunti e gente scheletrita riversa per
terra. Per tornare al modo in cui l’evento di questo agosto 2009 è stato
trattato, va rilevato che quanto pubblicato dall’organo della CEI non L’Avvenire è conscio che in quell’area geografica del Corno d’Africa di transizione e convivenza di più culture la Chiesa Cattolica dovrebbe adoperarsi, come finora non è ancora sufficientemente accaduto, e farsi portavoce autorevole della legalità internazionale, ciò che al governo dell’Eritrea preme particolarmente. Diversi, i casi di Renato Farina e Massimo Alberizzi, rispettivamente firmatari di articoli sul Libero e il Corriere della Sera. Essi sono accomunabili “geneticamente”, ossia entrambi vantano un curriculum giornalistico affine. Farina, con lo pseudonimo di Betulla, ammise di essere stato al soldo dei servizi segreti e nel marzo del 2007 fu radiato dall’Ordine dei Giornalisti. Alberizzi venne identificato in Eritrea mentre, con un documento attestante la sua appartenenza all’ONU, tentava di accedere illegalmente a informazioni riservate e per questo fu espulso dall’Eritrea. Entrambi possono pontificare liberamente in Italia, a discapito dei lettori. Commenta la notizia nel Forum Torna alla Home page
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