Il presidente eritreo Isaias Afewerki,
come gia annunciato da diversi giorni, domenica 10 giugno ha
rilasciato una articolata intervista ai sistemi di
informazione eritrei, incentrata sulla situazione interna in
Etiopia e su altre questioni regionali.
Nel suo discorso alla nazione in occasione del sedicesimo
anniversario della liberazione del paese festeggiato il 24
maggio, il presidente Isaias aveva diffusamente parlato
dell’Eritrea tracciando una sorta di bilancio generale delle
attività svolte, sia negli anni precedenti che nello stesso
ultimo anno, e i derivanti progressi del paese nel
conseguimento della autosufficienza alimentare e di altri
obiettivi primari; nella conferenza del 10 giugno
diversamente i temi trattati hanno riguardato la grave
situazione politica in corso nel Corno d’Africa e l’aspetto
diplomatico delle attività del governo eritreo, con i suoi
relativi riflessi, nel processo di pace che sta promuovendo
nel Corno d’Africa.
La situazione interna dell’Etiopia non poteva quindi non
costituire il tema centrale della conferenza nello
svolgimento della quale il presidente eritreo ha ripercorso
le tappe del processo di allontanamento della
amministrazione di Melles Zenawe da quei principi di pace e
di armonia fra le etnie e le religioni, indispensabili per
il progresso sociale ed economico dell’area, e della
pericolosa deriva violenta ed espansionistica impressa alla
politica dell’Etiopia.
Il presidente Isaias ha ricordato come, fin dai tempi
della lotta per la liberazione dell’Etiopia e la
indipendenza dell’Eritrea, quella che ha definito la
“cricca” di Melles Zenawe puntasse alla indipendenza del
solo Tigray promuovendo di fatto una separazione su base
etnico-religiosa, e di come solo in una fase successiva a
fronte di una oggettiva impossibilità di attuare un simile
programma, quella idea si sia sviluppata nel concepimento di
una diversa idea che prevedeva non solo la liberazione del
Tigray dalla dittatura del Derg di Menghistu Haile Mariam,
ma di tutta l’Etiopia nonostante all’inizio non volesse
farsene carico. Una volta però liberata l’Etiopia, ha
sottolineato il presidente Isaias, il progetto subì una
ulteriore evoluzione sfociando in una forma di federalismo
regolata sul principio del “Divide et impera”.
Del resto il nome stesso del gruppo al potere in Etiopia
Tplf (Tigray popular liberation front, Fronte popolare di
liberazione del Tigray) reca in se la sintesi del suo
programma e della sua vocazione. Continuando nella sua
esposizione il presidente ha voluto ricordare come negli
ultimi sedici anni la amministrazione etiopica abbia
commesso tre grossolani errori storici: provando a
controllare la gente etiopica attraverso la discriminazione
e il confronto etnico, cercando obiettivi esterni per
distrarre la attenzione dai problemi interni e cercando
alleanze esterne non avendo avuto fiducia nella sua stessa
gente. Tutto questo, attuato in rappresentanza del popolo
del Tigray, ha raggiunto il solo scopo di alimentare un
forte sentimento di odio da parte di tutto il resto della
popolazione etiope nei confronti di quella gente che il
presidente Iaias ha definito “vittima dei misfatti del
Tplf”.
Prima di passare all’approfondimento delle tematiche
riguardanti le aspettative e i progressi in campo
diplomatico nelle altre importanti questioni regionali, il
presidente ha ricordato i metodi con i quali il Tplf ha
controllato i risultati elettorali nel corso delle elezioni
tenute nel 2005 nonostante la gente avesse testimoniato con
il suo voto l’alto grado di sofferenza e disaffezione
raggiunto tanto da costringere il regime a prendere
contromisure energiche. Il risultato, ha detto, è stato un
ricorso sempre maggiore alla assistenza internazionale e
agli aiuti umanitari con il conseguente aumento della
spaccature fra gente povera e gente ricca, e che affermare
che l’Etiopia ha mostrato una “economia in crescita” è pura
propaganda.
Concludendo il presidente Isaias ha affermato che le
ripetute accuse prive di fondamento mosse dal regime del
Tplf all’Eritrea, una volta con il pretesto del
“terrorismo”, un’altra volta con quello del “sostegno a
forze di opposizione”, hanno dimostrato essere null’altro
che diversivi per celare la sua pochezza, la sua profonda
preoccupazione e il suo fallimento assoluto che sta portando
il paese sull’orlo di un baratro.