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DOSSIER RIFUGIATI IN ERITREA MAGGIO-GIUGNO 2000
Relazione sui rifugiati in Eritrea in seguito a visite effettuate nei vari campi profughi dislocati nelle Regioni Amministrative dell'Eritrea Date visite: dal 26 maggio al 30 maggio 2000. Partecipanti: Boris Sartori (Italia), Dr. Richard Reid (Asmara University), Sig.ra Askalu (E.R.R.E.C. Keren). Autore della relazione Boris Sartori
INTRODUZIONE SUL CONFLITTO TRA ETIOPIA ED ERITREA Il conflitto fra Etiopia ed Eritrea, iniziato formalmente il 12 maggio 1998, ha cambiato profondamente natura dal 18 maggio 2000, in concomitanza con l'estensione drastica dello stesso. Nei suoi primi 24 mesi la controversia pareva essere una disputa di confine e gli sforzi per una soluzione del conflitto si erano concentrati essenzialmente nella ricerca di un accordo sulla demarcazione dei confini al fine di tracciare confini inequivocabilmente chiari. L'accordo non fu possibile a causa della distanza fra le due posizioni, apparentemente inconciliabili: difatti, a fronte di una disponibilità da parte eritrea a ritirarsi da tutti i territori contesi solo a condizione di una loro amministrazione internazionale, al di sopra delle parti, per il tempo necessario a demarcare i confini da parte dell'ONU, il governo etiopico pose come pre-condizione per ogni negoziato il ritiro eritreo, lo stabilimento di una amministrazione etiopica e solo in un successivo momento si sarebbe potuto procedere ad una demarcazione. Durante i due anni passati il rifiuto eritreo ad un ritiro unilaterale fu interpretato a livello internazionale come un segnale di una risolutezza eccessiva; in particolare, la tesi che l'Eritrea ha sostenuto in base alla quale un suo ritiro unilaterale avrebbe permesso all'Etiopia di invadere il territorio eritreo, non limitandosi il governo etiopico a voler prendere possesso delle zone contese, pareva all'opinione pubblica internazionale eccessiva ed immotivata, frutto di una mentalità ancora troppo legata al ricordo della guerra di liberazione. Ora, la data del 18 maggio 2000 ha segnato una tappa importante nell'evoluzione del conflitto, data che segna l'invasione etiopica di parti importanti del territorio eritreo, il bassopiano occidentale nella Regione del Gash-Barka, sino ad arrivare a conquistare la città di Barentu. Va precisato con forza che si tratta di territori che non sono mai stati contesi, da sempre sotto sovranità eritrea. A ciò va aggiunta l'invasione etiopica da sud, da Zalambessa e l'occupazione dell'importante e strategica città eritrea di Senafe. La domanda a cui dobbiamo cercare di dare una risposta è: ma quali sono gli obiettivi etiopici in considerazione di una invasione da parte dell'Etiopia di uno stato indipendente e sovrano? E come mai nessuno stato nell'ambito della comunità internazionale ha denunciato questa invasione, tranne Libia, Pakistan e Nigeria? L'Eritrea, di fronte ad una determinazione militare etiopica senza precedenti, con l'aviazione nemica che ha colpito costantemente obiettivi civili, villaggi, e con profughi in fuga dalle città bombardate, ha deciso negli ultimi giorni di non rischiare ulteriori vite umane e di ritirarsi unilateralmente da tutte le zone contese a partire dal 25 maggio, sebbene senza garanzie da parte etiopica. Si sarebbe l'Etiopia accontentata di ciò, cioè di una resa senza condizioni? L'avanzata etiopica verso Senafe e verso nord, in direzione di Adi Cahie, territorio eritreo mai conteso, e i combattimenti continui ad Adi Quala, forniscono chiaramente una risposta negativa e indicano che l'indipendenza dell'Eritrea è seriamente minacciata. Ve ricordato infine un elemento fondamentale: il ritiro eritreo ha seguito la firma da parte dell'Eritrea di tutti i piani di pace proposti dall'OUA e dall'accettazione delle risoluzioni dell'ONU che auspicavano un cessate il fuoco; al contempo, l'Etiopia non solo non ha ancora firmato gli accordi tecnici attuativi del piano di pace dell'OUA, ma sta proseguendo con offensive e attacchi aerei su obiettivi civili (bombardamento di Shambuko e Tukumbia) ed infrastrutture economiche (bombardamento della centrale elettrica di Hirghigo, nei pressi di Massawa) mentre i mediatori trattano ad Algeri. La posizione etiopica, contraria ad un cessate il fuoco sino al 28 maggio, si è trasformata in una disponibilità ad un cessate il fuoco dopo avere occupato importanti città eritree. E' chiaro però che non si potrà raggiungere alcun cessate il fuoco se prima l'Etiopia non si ritira dai territori eritrei invasi. A fronte del cambiamento drastico della natura del conflitto che era stato definito inizialmente un conflitto di confine, vi sarebbero addirittura le condizioni giuridiche per revocare unilateralmente l'embargo sulle armi all'Eritrea, concedendole quindi la possibilità di difendere l'integrità del proprio territorio sulla base del principio fondamentale di diritto internazionale della legittima difesa. L'EMERGENZA UMANITARIA L'invasione di importanti villaggi e città eritree, il loro bombardamento sistematico con l'utilizzo di potenti cacciabombardieri, hanno indotto la popolazione a fuggire e cercare riparo in zone più sicure. Tale fenomeno ha dato luogo ad un dramma umano senza precedenti, a centinaia di migliaia di profughi fuggiti dalle bombe. Si tratta di persone scappate senza nulla, vestiti, cibo o acqua, in fuga per decine di chilometri sotto un sole cocente e ad una temperatura di 40°. Considerando l'intero territorio eritreo, abbiamo visitato alcune zone della parte nord-occidentale del paese, nei dintorni di Keren, nello specifico nelle regioni dell'Anseba e ancor più del Gash-Barka, il cosiddetto bassopiano occidentale e il principale campo profughi a sud, a Dubarua, sulla strada verso Mendefera. La situazione dei profughi provenienti dalla parte meridionale dell'Eritrea, in particolare da Zalambesa e Senafe, appare altrettanto grave poiché proprio nei fronti di guerra meridionali si è combattuto pesantemente e le città principali di tale regione si trovano in prossimità dei confini, essendo quindi particolarmente esposte ai rischi di guerra. Ecco quindi le ragioni che hanno indotto le autorità eritree ad evacuare la popolazione civile. PROBLEMI COMUNI DEI PROFUGHI Non va sottovalutato l'aspetto familiare del problema profughi. In particolare ci si riferisce alle divisioni dei nuclei familiari imposte dalla guerra. Basti pensare alla esperienza raccontata da un bambino a Dubarua, il quale ha spiegato che, trovandosi lui al momento del bombardamento a scuola, la madre in casa e il padre a lavorare i campi, sono fuggiti in direzioni diverse ed ora il nucleo familiare è diviso, senza che nessuno abbia notizie degli altri. Questo fenomeno è diffusissimo e rappresenta un problema sociale grave che dovrà essere affrontato al termine del conflitto. Benché si possano ravvisare elementi comuni con la tipologia degli orfani di guerra, la realtà sociale del fenomeno è profondamente diversa. L'altro aspetto potenzialmente negativo della condizione di profugo è rappresentato dal rischio di acquisire un approccio passivo ai rapporti sociali; mi riferisco alla possibilità che l'assistenza totale in termini alimentari e logistici crei un'abitudine ad essere assistito, rendendo poi difficoltoso il reinserimento nel proprio ambiente sociale, culturale e produttivo alla fine del conflitto. Benché questo possa apparire un elemento non prioritario, esperienze sociali preoccupanti si sono verificate in passato in altre zone del continente africano, tra cui la parte settentrionale del Kenya. Le autorità eritree, che hanno adottato sin dagli anni '70 la regola fondamentale dell'auto-sufficienza a tutti i livelli, hanno ben presente questo fenomeno. Ecco perché nei nostri incontri con gli amministratori dei vari campi profughi è emersa in più occasioni la duplice volontà di non creare campi profughi permanenti e di rendere la condizione di profugo il più breve possibile, auspicando un rapido ritorno nei villaggi di origine non appena le condizioni lo permettano. Tuttavia, nonostante questa specificazione, le necessità urgenti dei profughi rimangono nella loro drammaticità. NECESSITA' COMUNI A seguito di numerosi incontri con gli amministratori dei vari campi profughi, con i medici nonché con i profughi stessi, sono emerse le seguenti necessità urgenti in termini richieste di aiuti. 1. Medicine per le seguenti malattie: malattie respiratorie (compresa polmonite), diarrea (a causa dell'acqua trasportata con cisterne vecchie), malaria (per ora limitata ma la stagione delle piogge sta iniziare). Antibiotici e vitamine sono richiesti con urgenza. 2. Cibo; 3. Tende; 4. Lenzuola e asciugamani; 5. Taniche di plastica per trasportare acqua; 6. Pentole; 7. Torce (manca l'elettricità) Per quanto riguarda gli aiuti economici vanno ugualmente bene, forse anche meglio, poiché le varie componenti della lista precedentemente fatta possono essere acquistate nei paesi della regione del Corno d'Africa e della penisola arabica. Rappresentano il duplice vantaggio della rapidità di trasferimento e dell'estrema limitatezza dei costi di transazione. BASSOPIANO OCCIDENTALE La popolazione della regione Gash-Barka ammonta a circa 550.000 individui, tutti colpiti dagli effetti dell'occupazione etiopica recente. L'ondata di profughi ha seguito due linee principali: una parte si è concentrata nella regione dell'Anseba ed è stata riunita nel campo profughi di Debat, nella strada Keren-Afabet, a 25 chilometri di Keren; l'altra è rimasta nella regione del Gash-Barka e si è spostata dalla città di Agordat verso Keren, in località Hagas. Da Agordat a Debat la cifra dei profughi ammonta a circa 100.000. Gli altri 400.000 sono rimasti nelle montagne che da Agordat si prolungano fino a Tessenei. Non sono quindi profughi che hanno lasciato definitivamente la loro regione ma si sono al contrario spostati di alcuni chilometri ed hanno trovato riparo in prossimità di colline e montagne apparentemente più sicure. Si tratta quindi di profughi che non si sono recati nei campi allestiti in prossimità di Keren, ma le cui necessità alimentari nonché logistiche non sono minori. A seguito della offensiva etiopica del 15 maggio ad ovest di Tesenei, un grossa concentrazione di profughi si è riunita nella zona Telata-Asher, sulla strada verso Cassala. In seguito all'evacuazione delle città di Barentu, Tessenei ed Om-Hager, l'ondata di profughi ha seguito due direzioni, 150.000 lungo il fiume Gash verso il confine sudanese, 100.000 lungo il confine sudanese. A Temarat vi sono invece 20.590 individui. Oltre al problema della divisione dei nuclei familiari e della mancanza di servizi medici, un ulteriore pericolo legato alla non presenza di tende e al fatto che si dorme per terra, è rappresentato dai morsi di serpenti e scorpioni velenosi, che hanno già causato vittime. Le cifre precentemente menzionate non comprendono le zone di Sawa e Forto, a causa dei persistenti combattimenti. Dal momento che tutte le maggiori città eritree del bassopiano occidentale sono state più o meno duramente colpite dalla guerra, è stato stimato che tutta la popolazione della regione del Gash-Barka sia colpita dal fenomeno dei profughi. CAMPO PROFUGHI DI DEBAT E' l'unico campo profughi nella regione dell'Anseba. Accoglie la popolazione arrivata dai villaggi e città di Shambuko, Tukumbia, Tessenei, Barentu, Agordat, Om-Hager. In data 30 maggio 2000 ospitava circa 51.000 individui. L'elemento da tener presente nell'analizzare la condizione dei rifugiati di Debat è la temperatura di circa 45° C della zona; da cui la necessità prioritaria di tende per dormire nonché per proteggersi dal sole. Gli aiuti arrivano a rilento, le tende non sono sufficienti per fornire riparo a tutti. Un solo medico con pochissime medicine per ben 51.000 individui. L'acqua viene portata con delle autobotti al centro del campo ma mancato dei contenitori per trasportare l'acqua verso le tende. Mancando pentole e fornelli, risulta impossibile cucinare da parte delle "famiglie". In considerazione del fatto che a Debat sono già arrivati alcuni aiuti internazionali (per esempio tende, sebbene in numero non sufficiente), ci sembra di poter affermare che conviene concentrare l'attenzione sugli altri campi di Hagas e Dubarua, che versano in condizioni più drammatiche. Il problema più serio a Debat, assieme alla mancanza di tende, è rappresentato quindi dalla presenza di un solo medico per 51.000 individui. CAMPO PROFUGHI DI HAGAS Partendo da Keren in direzione Agordat, a circa 25 chilometri, in prossimità della località di Hagas, si trovano cinque campi profughi che accolgono un totale di 45.000 profughi. Qui la situazione è molto seria, non esistendo alcun tipo di infrastruttura. Non c'è nemmeno una tenda, si dorme per terra, sotto gli alberi che si trovano nella vallata ai piedi della montagna. Trovandoci più vicino alla zona di guerra nei dintorni di Barentu, i profughi ricordano e temono bombardamenti sulle città e sui concentramenti umani più in generale, come è avvenuto a Barentu; per questa ragione hanno rifiutato di riunirsi in un unico centro e preferiscono dividersi in gruppi di 20 persone, ogni gruppo sotto un diverso albero. Le autorità, alla luce dei sistematici bombardamenti aerei etiopici di obiettivi civili, hanno accolto favorevolmente l'idea di non creare concentrazioni numerose, facilmente individuabili dagli aerei nemici. Gli incontri e le discussioni con gli eritrei fugiti da Barentu, Tukumbia, Shambuko ecc… testimoniano incontestabilmente che i bombardamenti aerei quotidiani sui civili sono stati uno degli strumenti più utilizzati da parte etiopica per tentare di penetrare in quest'area del paese, il bassopiano occidentale. Ad Hagas non c'è nulla, tranne un po' d'acqua e la distribuzione quotidiana di cibo. Non ci sono: · Medici e medicine; · Tende o luoghi riparati per coprirsi (siamo alla vigilia della stagione delle grandi piogge); · Vestiti, lenzuola e asciugamani; · Scorte di cibo. CAMPO PROFUGHI DI DUBARUA L'emergenza profughi nella parte meridionale del paese è emersa alcuni giorni dopo gli episodi avvenuti nelle zone attorno a Berentu. Difatti, il ritiro unilaterale eritreo dalla città di Zalambessa e dalle altre zone contese, in ottemperanza al piano di pace dell'OUA e alle risoluzioni 1297 e 1298 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, è stato annunciato in data 24 maggio 2000, una settimana dopo la conquista etiopica di Barentu. Al ritiro eritreo hanno fatto seguito una serie di offensive etiopiche su più fronti, di fronte alle quali la popolazione delle città di Senafe, Adi Cahie, Adi Quala, Tsorona sono state indotte a lasciare le loro città e i loro villaggi. L'esodo ha seguito due direzioni, una verso Decamare e l'altra verso Mendefera, in località Dubarua. Il campo di Dubarua presenta elementi comuni con quello di Debat dal punto di vista della dislocazione geografica, con una sostanziale differenza consistente nel fatto che qui non c'è ancora nulla. L'unico edificio è rappresentato dall'ex scuola, ora adibita a magazzino. Non vi è nemmeno una tenda, si dorme per terra senza lenzuola o teli su cui posarsi. C'è solo un po' d'acqua e del cibo che viene distribuito dalle autorità locali. Rispetto alla lista di materiale richiesto e necessario per tutti i profughi del paese, a Dubarua manca tutto. Solo negli ultimi giorni un agenzia specializzata dell'Onu ha fatto arrivare alcune tende, in numero assolutamente insufficiente rispetto alle esigenze delle fasce più deboli della popolazione, giovani ed anziani. Dai colloqui con i bambini del campo ho avuto ulteriori conferme dei bombardamenti di obiettivi civili, in particolare ad Adi Quala. Oltre a spiegarmi che hanno dovuto lasciare le proprie città senza potersi portar via nulla, nemmeno un vestito di ricambio, un bambino di nome Mabratu ha voluto pormi una domanda a prima vista superficiale ma a mio avviso molto significativa: "Perché l'ONU non ferma l'invasione etiopica del nostro territorio sovrano, quando il nostro paese, in segno di volontà di pace, ha firmato tutti i piani di pace e si è ritirato da tutte le zone contese?" Dopo una risposta incentrata sul fatto che l'attuale ingiustizia mondiale sacrifica spesso il diritto internazionale agli interessi delle grandi potenze, Mabratu si è congedato da me con un'espressione triste ma non convinta, ricordandomi prima di lasciarmi che "l'Eritrea alla fine prevarrà". RISCHIO CARESTIA Ancor più grave rispetto alla situazione drammatica dei profughi è il rischio carestia che potrebbe colpire l'Eritrea da ottobre. La guerra ha raggiunto le zone agricole che costituiscono il cuore produttivo del paese. Basti pensare che nella Regione del Gash-Barka si concentra ben il 60% della produzione agricola del paese. Il sud invece, attorno a Senafe, rappresenta un'altra fonte produttiva importante. Il bombardamento di obiettivi civili ha indotto i contadini a lasciare i loro campi proprio alla vigilia della semina e delle grandi piogge di giugno che permettono in condizioni normali di raccogliere abbondantemente nel mese di settembre. Ciò significa che a settembre non si avranno raccolti se non minimi e che il paese è a rischio carestia. Se questo elemento viene tenuto presente sin da ora si può impostare un'azione preventiva per tempo. Altrimenti le conseguenze umanitarie saranno drammatiche e ci si accorgerà troppo tardi che una tragedia annunciata con ampio anticipo non è stata prevenuta. AIUTI CONCRETI Alla luce delle considerazioni svolte e della testimonianza personale fatta sul posto con riguardo alla lentezza di arrivo degli aiuti, abbiamo pensato di concentrare la nostra attenzione sulla raccolta di soldi con i quali da un lato si compreranno direttamente sul posto i beni disponibili sul mercato locale ad un prezzo più modesto rispetto alla media italiana, dall'altro si acquisteranno in Italia alcuni dei prodotti più urgenti tra quelli elencati precedentemente, in particolare tende. Chiunque volesse però contribuire con aiuti in natura, sarà ben accetto. Il nostro punto di riferimento per la raccolta dei fondi è il COMITATO DI SOLIDARIETA' COL POPOLO ERITREO (VR), un'associazione di volontariato con esperienza quindicinale in Eritrea in vari settori, dalle esperienze delle adozioni a distanza alle case famiglia, dall'emergenza dei cittadini eritrei deportati dall'Etiopia nel 1998 all'attuale dramma dei profughi. Senza troppi intermediari, il Comitato ha sempre operato in diretto contatto con ERREC, l'Organizzazione Eritrea per gli Aiuti e i Rifugiati. Il viaggio frequente di propri rappresentanti in Eritrea al fine di testimoniare e verificare personalmente l'utilizzo appropriato degli aiuti ne hanno garantito l'operato all'insegna della trasparenza. Il sottoscritto, BORIS SARTORI, si rende fin d'ora disponibile e felice di poter documentare personalmente a coloro che contribuiranno l'utilizzo concreto del loro aiuto economico sul posto. Difatti, oltre ad essere appena tornato dal viaggio nei campi profughi, ci recheremo presto nuovamente sul posto per verificare l'impiego degli aiuti. I versamenti possono essere effettuati sul conto corrente postale n. 11586377 o sul conto corrente bancario 1958/5/79, ABI 06355, CAB 11705, Cariverona Piazza Brà, causale "Profughi Eritrea". Pero ogni contatto, informazione o chiarificazione, indichiamo tre recapiti telefonici: BORIS SARTORI, tel. 0347-9674866 Comitato Solidarietà Popolo Eritreo (VR), 045-8019848 Recapito Comitato Padova, Chiara Inzigneri, 049-9900342 In conclusione, oltre ad auspicare l'invio di aiuti rapidi, in seguito alla denuncia fatta ieri dall'Alto Commissariato per i Rifugiati dell'ONU sul peggioramento delle condizioni dei profughi eritrei negli ultimi giorni, preciso che le cifre fornite possono avere subito delle variazioni in seguito all'evoluzione del conflitto dal 6 giugno 2000. Tuttavia, la cifra complessiva di un milione e mezzo di profughi sembra essere attendibile e documentabile. Dott. BORIS SARTORI
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