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Dossier: Gli Sradicati
Un’
indagine scientifica sui deportati eritrei dall’Etiopia condotta in
rapporto alle violazioni dei diritti umani
Prof. Asmarom Legesse
Per conto dei Cittadini per la Pace
in Eritrea
Asmara, Eritrea, 11 gennaio 1999
Antefatto
Una crisi dei diritti umani si profila in modo preoccupante
all’orizzonte nel Corno d’Africa, a seguito dell’effetto del conflitto
di confine fra l’Etiopia e l’Eritrea: dallo scoppio delle ostilità nel
maggio 1998, cittadini etiopici di origine eritrea ed Eritrei residenti
in Etiopia sono stati e sono tuttora deportati in Eritrea in ragione di
circa 7000 persone al mese. Lo scopo di questo studio è di esaminare se
e che tipo di violazioni di diritti umani sono state commesse nel corso
di quelle deportazioni.
La causa immediata della guerra è stata una disputa di confine in cui
entrambi i paesi hanno rivendicato territori lungo una linea di
frontiera internazionale, stabilita nella prima parte di questo secolo
da una serie di trattati fra i governi di Etiopia ed Italia – la potenza
coloniale che allora aveva il controllo dell’Eritrea. Intensi negoziati
sono ora in corso all’interno dell’Organizzazione dell’Unità Africana
che sta conducendo tentativi di mediazione per portare entrambe le parti
a concordare sui termini in base a cui il confine internazionale può
essere demarcato sul terreno.
Deportazioni di massa illegali dall’Etiopia.
Il trattamento dei civili in situazioni di guerra è regolato da patti e
convenzioni delle Nazioni Unite. Le deportazioni di massa dall’Etiopia
sono il frutto di una politica deliberata e dichiarata che fu
chiaramente enunciata dal Primo Ministro Melles Zenawi come diritto
incontestabile del suo governo . Comunque, i nostri dati rivelano che la
deportazione degli Eritrei e il modo in cui viene condotta viola la
Carta delle Nazioni Unite sui Diritti Umani, la Convenzione
Internazionale sui Diritti Civili e Politici (ICCPR), la Convenzione sui
Diritti del Bambino e le Convenzioni di Ginevra.
In contrasto con le deportazioni di massa da parte dell’Etiopia,
l’Eritrea segue una politica dichiarata di non vessazione ed espulsione
della numerosa popolazione etiopica che vive sul suo territorio. Quando
l’Etiopia ha imposto un embargo ai porti eritrei nel maggio del 1998 -
porti che rappresentavano, fino ad allora, i principali sbocchi al mare
dell’Etiopia - la numerosissima popolazione etiopica che viveva nel
porto di Assab si trovò ad essere disoccupata e cominciò a ritornare in
Etiopia.
Poiché alcuni di questi rientrati
nel loro paese dichiaravano, mentendo, che erano stati vessati,
derubati, violentati ed espulsi con la forza dall’Eritrea, il paese
chiese al Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) di indagare
sull’ intera procedura in base a cui gli Etiopici si allontanano
volontariamente dall’Eritrea. Tale procedura è in atto da parecchi mesi,
dall’agosto 1998.
L’ Etiopia successivamente ha dichiarato che una simile procedura veniva
attuata da parte etiopica ma l’ICRC, in un messaggio rivolto
all’ambasciatore eritreo ad Addis Abbeba, affermò che non c’era nessuna
procedura del genere che era stato consentito loro d’indagare.
L’Eritrea ha aderito al suo rigoroso codice di condotta durante tutta
l’attuale “crisi di confine”. Ha invitato o consentito ad osservatori
indipendenti come l’ICRC, Amnesty International, Africa Watch, gli
organismi delle Nazioni Unite in Eritrea, la rappresentanza dell’Unione
Europea in Eritrea e la Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti
Umani di verificare la situazione degli Etiopici in Eritrea e di
stabilire se sono oggetto di vessazioni e deportazioni forzate oppure
no.
L’ EPLF, cioè il fronte che ha liberato l’Eritrea e ha instaurato lo
stato indipendente, ha aderito al suo consolidato codice di condotta per
quanto attiene agli standard etici da mantenersi in tempo di guerra.
Oggi il governo dell’Eritrea mantiene tali standard non perché vincolato
dalla pressione internazionale o a causa delle convenzioni
internazionali a cui partecipa, ma perché le antiche e al contempo
rivoluzionarie tradizioni della norma di legge lo spingono verso questo
tipo di condotta.
Le prove raccolte finora.
Nel campo dei diritti umani le prove contro l’Etiopia si stanno
accumulando.Tra i molti rapporti che confermano le nostre prime scoperte
sui deportati c’è uno studio di Natalie Klein, un’avvocato della Suprema
Corte Australiana , e delle relazioni da parte dei rappresentanti di
Amnesty International , del Human Rights Watch World Report 1999 ,
della rappresentanza in Eritrea dell’Unione Europea, del Dipartimento di
Stato Americano , dell’UNICEF in Eritrea , e del capo dell’UNDP ad
Asmara che rappresenta tutte le organizzazioni delle Nazioni Unite.
Questi hanno tutti documentato
diversi aspetti di violazioni dei diritti umani nella recente campagna
di deportazione etiopica. Quasi tutti questi rapporti hanno stabilito
che non ci sono ampie e significative prove di violazioni di diritti
umani da parte eritrea e che la maggior parte degli Etiopici che hanno
lasciato l’Eritrea sono partiti volontariamente o a causa di
sopraggiunti cambiamenti nel mercato del lavoro. Di fronte a questa
quantità di prove, risulta immorale da parte di alcuni diplomatici o
agenzie di stampa affermare, ripetutamente, che “entrambe le nazioni
stanno deportando i cittadini dell’altra” senza esaminare le prove
disponibili citate sopra o verificando in modo indipendente le
dichiarazioni dei due paesi.
Mary Robinson – l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti
Umani – ha coraggiosamente condannato l’Etiopia sulla base delle prove a
sua disposizione. La reazione al suo commento da parte dell’Etiopia è
stato arbitraria e aspra. Un esempio è dato dall’intervista rilasciata
il 9 luglio 1998 dal Primo Ministro Melles Zenawi il quale ripetutamente
mette in dubbio la competenza dell’Alto Commissario e si riferisce a lei
come “quella donna”. (Vedi Appendice 4). A differenza di alcune parti
della comunità diplomatica, comunque, lei non si è piegata di fronte
alla condanna etiopica.
Il governo dell’Etiopia dovrebbe
sapere che non è possibile nascondere le violazioni dei diritti umani
quando si deportano decine di migliaia di Eritrei, perchè
presumibilmente rappresentavano “rischi per la sicurezza”. In tutte le
nostre inchieste, non abbiamo trovato un solo esempio in cui le autorità
etiopiche siano riuscite a dimostrare queste presunte accuse in
tribunale, come la legge internazionale richiede loro di fare.
Gli sradicati, Parte I, dati qualitativi e interviste
approfondite
Il nostro primo rapporto sui deportati, intitolato “Gli Sradicati,” è
stato basato su approfondite descrizioni qualitative delle esperienze
dei singoli deportati. I dati sono stati accompagnati da trascrizioni
parola per parola della loro testimonianza. Sulla base delle
illuminazioni ottenute da questi profili, abbiamo costruito uno
strumento di analisi –un questionario con 152 variabili precodificate
che rappresentano diversi tipi e misure di violazioni dei diritti
contenute nella Dichiarazione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, la
Convenzione sui Diritti Civili e Politici, e i Diritti del Bambino. In
questa seconda fase della nostra ricerca abbiamo anche esaminato le
violazioni della Convenzione di Ginevra.
Gli sradicati, Parte II: indagine quantitativa e metodo scientifico
impiegato
Mentre il nostro primo rapporto consisteva di profili di singoli
individui le cui esperienze non potevano essere mostrate come
rappresentative della più ampia popolazione di deportati, la nostra
attuale ricerca si basa su un campione scientifico adeguatamente ‘randomizzato’,
cioè ad indirizzo calcolato, e così ottiene lo scopo di essere
rappresentativa. Risulta pienamente rappresentativa di 6880 unità
familiari da cui il campione è stato tratto e, così, le caratteristiche
del campione descrivono le caratteristiche della popolazione con un
margine noto di errore.
L’entità del campione oggetto è stata di 370. Questo è il minimo
campione richiesto per raggiungere un ambito di confidenza, cioè un
margine di sicurezza, del 95% su una popolazione di un massimo di 10.000
casi. Per avere la possibilità di portare avanti analisi affidabili,
anche laddove ci siano dati mancanti relativi a particolari variabili,
abbiamo analizzato un campione più ampio del minimo richiesto. Il
campione finale è stato di 413 individui selezionati da una popolazione
di 6880 casi che rappresentavano principalmente unità familiari.
Di conseguenza, potremmo avere fino a 43 osservazioni
mancanti (“niente dati” nelle nostre tavole) su qualunque variabile ed
ottenere tuttavia risultati affidabili, cioè raggiungeremmo ancora
l’ambito di confidenza del 95% -il livello che abbiamo fissato come
obiettivo per l’intero studio. La procedura di campionatura è discussa
più accuratamente nell’Appendice 1.
Tenuto conto di questo approccio, è dunque possibile considerare il
campione come rappresentativo della popolazione e trarre conclusioni
sulle caratteristiche della popolazione basate sulle caratteristiche
determinate in modo empirico del campione.
Presentazione dei dati
Passiamo quindi al contenuto principale della nostra ricerca e
presentiamo ciascun gruppo di variabili sotto diverse intestazioni:
Chi sono i deportati? Quali sono i loro diritti di cittadinanza? Chi
autorizza le deportazioni? Che cosa accade alle proprietà dei deportati?
Quali sono la formazione e il ruolo del personale addetto alla
deportazione? Ha il potere giudiziario ruolo alcuno nelle deportazioni?
Quali diritti dei deportati si stanno violando?
Chi sono i deportati?
In termini di cittadinanza, la popolazione eritrea dell’Etiopia consiste
di due gruppi: cittadini eritrei e cittadini etiopici. Entrambe le
popolazioni rientrano anche in due altre categorie:
Comunità rurali collocate vicino al confine etio-eritreo, che sono state
sfrattate dalle loro fattorie e vivono ora addentrate nel territorio
eritreo come rifugiati interni. Comunità urbane appartenenti ad alcuni
centri in Etiopia e principalmente impegnate in attività produttive,
economiche, professionali e tecniche, che sono ora deportate in Eritrea.
Il punto focale di questo studio è interamente rappresentato dalle
popolazioni urbane. Queste rientrano in quattro grandi categorie: quelli
che sono stati deportati, quelli che aspettano di essere deportati
(molti di loro con le valigie pronte), quelli che credono che non
saranno deportati e quelli che sono in varie prigioni e campi di
concentramento, con nessuna speranza di essere deportati. Il nostro
studio ha fornito dati sistematici sui primi e informazioni di tipo
aneddotico sui secondi. Abbiamo poche informazioni sulle ultime due
categorie, soprattutto per l’impossibilità di avere accesso alle prove.
Speriamo e confidiamo che le nostre controparti
etiopiche nel campo dei diritti umani raccolgano e pubblichino
informazioni concernenti la situazione di questa popolazione e la
condizione degli Etiopici che sono ritornati in Etiopia dall’Eritrea per
qualunque motivo.
La zona (killil) dell’Etiopia da cui sono venuti i
deportati
Risulta chiaro, dal grafico che segue, che la maggior parte dei
deportati provengono da Addis Abeba e che il resto viene dal Tigray, e
dalle zone Amhara e Oromo. Essi sono prevalentemente di provenienza
urbana e concentrati nella capitale. Poiché i cittadini eritrei
dell’Etiopia non hanno una zona propria di appartenenza, gravitano
intorno ad Addis Abeba, una città multi-etnica.
Il fatto che il secondo gruppo per numero provenga dal Tigray ha ragioni
etniche, linguistiche, storiche e geografiche. I Tigrini e gli Eritrei
dell’altopiano sono vicini di casa, parlano la stessa lingua e hanno una
storia comune. Comunque si differenziano decisamente l’uno dall’altro
per cultura e per carattere. La loro divergente evoluzione non è
semplicemente il risultato dell’esperienza coloniale dell’Eritrea: tale
divergenza risale al quattordicesimo secolo quando l’Eritrea cominciò a
scrivere le leggi costituenti il suo diritto consuetudinario e a
sviluppare le proprie istituzioni democratiche a livello popolare.
La profonda antipatia che alcuni Tigrini hanno ora
sviluppato verso gli Eritrei è, comunque, un fenomeno nuovo e
probabilmente si smorzerà una volta che la campagna di odio si placherà.
Profilo sociale dei deportati
I deportati che sono venuti in Eritrea sono in uno
stato di disorganizzazione e non è possibile presentare di loro un
normale quadro sociologico. Le loro case e la loro vita familiare sono
state distrutte. Essi stanno ora tentando di raccogliere i pezzi e
ricominciare da capo. La popolazione adulta che abbiamo analizzato è
composta per il 70% di maschi e per il 30% di femmine. Queste persone
sono per la maggior parte capifamiglia che sono venuti in Eritrea da
soli o con parte della loro famiglia. Ora vivono come ‘persone a carico’
aggregati ad altre famiglie.
La distribuzione per genere della popolazione è corretta dall’età, nel
senso che c’è una preponderanza femminile nei gruppi più giovani e una
preponderanza maschile nei gruppi d’età più avanzata. Tale differenza è
statisticamente altamente significativa . Questa differenza è in parte
dovuta al fatto che il governo dell’Etiopia spesso espelle giovani donne
mentre mette in carcere i giovani che si presume siano impegnati in
attività ritenute una minaccia per la sicurezza. Allo stesso tempo essi
espellono anche un numero sproporzionatamente grande di maschi in età di
pensionamento o pensionati che rappresentano un carico economico per il
regime.
Sono uomini (e donne) che hanno trascorso una vita
lavorando per il governo etiopico o strutture parastatali e che ora per
convenienza sono scacciati dal paese. Lo status familiare dei deportati
può essere meglio descritto in termini della struttura familiare che si
sono lasciati dietro in Etiopia piuttosto che facendo riferimento alle
strutture instabili e solo parziali che esistono oggi nelle loro case
eritree. Prima della loro deportazione il74.8% dei deportati erano
capifamiglia, il 9.9 % erano a carico e il 14.8% erano adulti che
vivevano da soli, inclusi quelli non sposati, i divorziati e i vedovi.
Prima del loro arrivo in Eritrea circa un terzo dei deportati (34.4%)
possedeva una casa e molti avevano case di sicuro valore. Il resto
viveva in abitazioni in affitto.
Situazione abitativa in Etiopia
percentuale n° di casi
Casa di proprietà 34.4 142
In affitto 56.9 235
Altro 8.0 33
Dato non acquisito 0.7 3
Totale 100.0 413
Queste famiglie, che conducevano una vita stabile in
case di proprietà o in affitto, sono ora sparse nelle città eritree e
vivono in un contesto precario. A parte una piccola percentuale (4.4%)
che possiede una casa in Eritrea, la maggior parte delle famiglie
rimanenti e dei ‘single’ hanno ottenuto una sistemazione temporanea
presso i loro genitori (6.0%), parenti (48.9%) o amici (1.3%). Alcuni
hanno acquistato una o due stanze nei fabbricati altamente
sovrappopolati di Asmara. Altri stanno in pensioni o ricoveri. Come si
può vedere nel grafico seguente, la configurazione abitativa è
rappresentata dal tipo più stabile al più precario.
Le vie d’accesso
I deportati sono entrati in Eritrea attraverso
quattro punti d’ingresso che sono collocati lungo l’intera ed estesa
linea di confine che misura 1000 chilometri (620 miglia): Assab,
Zalambessa, Mereb e Humera. Recentemente Assab è diventata il principale
se non addirittura l’unico punto d’entrata, in contrasto con quanto si è
verificato precedentemente quando le persone arrivavano attraverso tutti
e quattro i punti.
La spigazione logica di questo cambiamento è che la via di Assab è la
più difficile per i deportati e per le loro famiglie, in particolare i
bambini. Se si vuole che le deportazioni siano una forma di punizione ed
umiliazione allora la via di Assab raggiunge in pieno lo scopo. E’ anche
la via meno controllabile. Il deserto della Dancalia attraverso cui i
deportati viaggiano per giorni per raggiungere Assab è così
insopportabilmente caldo e così lontano dai maggiori centri abitati che
migliaia di persone possono viaggiare in carovane di venti o venticinque
autobus senza essere notati dalla stampa internazionale.
Quando hanno completato questo difficile percorso, devono affrontare un
altro arduo viaggio che dura dalle 24 alle 36 ore sul ponte di navi da
carico aperte. Queste navi li conducono da un porto eritreo all’altro,
cioè da Assab a Massawa dove arrivano esausti.
All’arrivo di ogni gruppo,
alcune persone sono portate in ambulanza all’ospedale o a ricevere i
primi soccorsi. Alcuni bambini sono esposti per così tanto tempo ai
raggi ustionanti del sole che la loro pelle si ricopre di vesciche e si
infetta cosicché sono costretti a rimanere in piedi per la maggior parte
del viaggio. Alcuni non ce la fanno ad affrontare il viaggio sulla nave
da carico e vanno in aereo da Assab ad Asmara.
Figura 1: 1500 deportati che arrivano su una nave chiamata ‘Pace’.
Figura 2 : Attraversando la terra di nessuno
La
cittadinanza dei deportati
I deportati sono per la maggior parte cittadini etiopici che si trovano
ad essere di discendenza eritrea. Molti di loro sono nati in Etiopia,
alcuni sono sposati ad etiopici, alcuni sono figli di questi matrimoni
misti, molti hanno vissuto in Etiopia per la maggior parte della loro
vita. Fra loro c’è una piccola minoranza di cittadini eritrei che si
sono trasferiti in Etiopia da quando l’Eritrea è diventata indipendente
nel 1993. Non hanno diritti di cittadinanza in Etiopia a meno che vere e
proprie procedure di naturalizzazione non siano state portate avanti.
Lo stato di cittadinanza dei deportati si può descrivere abbastanza
semplicemente attraverso le carte d’identità ufficiali di cui sono
muniti. Un’ampia maggioranza dei deportati, l’83%, è in possesso di
carte d’identità etiopiche rilasciate ai cittadini dell’Etiopia. Di
tutti i deportati, il 70.7%avevano carte d’identità con scritto
“cittadinanza: etiopica” sebbene il loro posto di nascita è spesso in
Eritrea. Soltanto il 9.5% non avevano tali carte principalmente perché
sono emigrati recenti che sono andati in Etiopia dopo che l’Eritrea è
divenuta indipendente nel 1993.
Poiché
l’Eritrea e l’Etiopia consentivano una quasi totale libertà di movimento
di cittadini fra i due paesi, ai visitatori eritrei in Etiopia era
consentito di usare le loro carte d’identità eritree per tutti gli scopi
ufficiali, incluse entrate e uscite.
Carta d’identità etiopica percentuale n° di casi
SI 83.3 344
No 9.5 39
Non rilevante:
Anziani 0.7 3
Minori 5.6 23
Visitatori 0.2 1
Dato non acquisito 0.7 3
Totale 100.0 413
La confisca ufficiale delle carte d’identità durante il processo di
deportazione è uno degli atti più illegali subiti dalle vittime. In
questi casi, la burocrazia etiopica ha tentato di privare gli Eritrei
della loro cittadinanza non attraverso un atto del parlamento o
attraverso una nuova legislazione ma semplicemente togliendo loro i
documenti impedendo così che andassero via con una prova della loro
cittadinanza. In alcune occasioni, gli ufficiali hanno proprio strappato
i documenti alla presenza del deportato.
Comunque,
quasi un quinto (19.6%) dei deportati sono ancora in possesso delle loro
carte d’identità e molti altri (14%) le hanno lasciate in Etiopia con
amici e parenti etiopici per tenerle al sicuro. I loro passaporti
etiopici sono pure un altro tipo di documento che mostra che molti di
loro erano effettivi cittadini etiopici, non semplici residenti legali.
Un passaporto è un documento internazionale che risente dei regolamenti
internazionali. E’ una richiesta ufficiale da parte di uno stato agli
altri stati di concedere ai sui cittadini di entrare o passare
attraverso il loro territorio.
E’ un’indicazione di cittadinanza altrettanto chiara di qualsiasi altro
documento.
Non meno del 21.8% dei deportati sono detentori di passaporto etiopico.
Quella percentuale nel campione corrisponde a 1500 individui nella
popolazione totale di 6880. Questo è uno degli importanti elementi di
prova che indicano che il regime etiopico sta deportando i suoi stessi
cittadini in gran numero, solamente a causa della loro origine etnica.
Si tratta di cittadini innocenti che si sono trovati in mezzo al fuoco
incrociato fra i due stati.
I governanti etiopici non hanno giustificazione allorché sostengono che
questi uomini e queste donne non sono cittadini dell’Etiopia e che
possono essere deportati liberamente (Appendice 4, pp. 48-49)
In
possesso di passaporto
Percentuale n° di casi
SI 21.8 90
No 78.0 322
Visitatori 0.2 1
Totale 100.0 413
Sequestro
del passaporto
Percentuale n° di casi
Sequestrato 5.8 24
Con sé 5.6 23
Lasciato in Etiopia 9.2 38
Perduto 0.2 1
Altro 0.2 1
Non rilevante:
Senza passaporto 78.9 326
Totale 100.0 413
Insieme
con la carta d’identità, gli ufficiali etiopici hanno cercato di privare
i deportati della loro cittadinanza confiscando i loro documenti.
Comunque, un gran numero di persone (14.8%) ancora sono in possesso dei
loro documenti o li hanno lasciati ad amici e parenti etiopici. Questi
documenti possono servire come prova dei loro diritti di cittadinanza.
Il fatto che così tante carte d’identità o passaporti siano stati
confiscati da ufficiali etiopici durante la procedura di deportazione e
non siano mai stati restituiti ai loro legittimi proprietari ha assai
poco fondamento legale.
A meno che
lo stato etiopico non conduca un’azione legale costituzionalmente valida
per privare gli eritrei della loro cittadinanza, le confische si possono
considerare atti inutili e arbitrari. Ci sono riferimenti a quelle carte
d’identità e passaporti in molti altri documenti che i deportati
possiedono. La prova della loro cittadinanza, quindi, non può essere
facilmente cancellata.
I diritti degli Eritrei in Etiopia
Secondo l’attuale costituzione etiopica, nessun Etiopico può essere
privato della sua cittadinanza o deportato fuori del suo paese in nessun
caso. Se dei cittadini commettono un crimine, possono essere puniti in
altri modi legalmente istituiti ma non attraverso la deportazione.
Nell’articolo 33 (1), l’attuale (1995) costituzione dell’Etiopia afferma
che “ nessun Etiopico (uomo o donna) può essere privato della sua
cittadinanza senza il suo consenso.”
In occasione del referendum del 1993, uno stato, l’Etiopia, si è scisso
in due stati, l’Etiopia e l’Eritrea. A quel punto nella storia,
l’Eritrea ha permesso la doppia cittadinanza mentre l’Etiopia no.
L’Etiopia allora aveva l’obbligo di concedere agli Eritrei una
possibilità di scelta: si sarebbe dovuto chiedere loro di rinunciare
all’una o all’altra nazionalità.
Il
parlamento etiopico sotto la guida di Sua Eccellenza Tamrat Laine, che
era allora Primo Ministro, dibatté il problema e arrivò alla conclusione
che la faccenda andava approfondita.*
Altre nazioni di fronte a un simile dilemma hanno trovato una soluzione
molto più umana di quella adottata dall’Etiopia. Nel 1975, chi scrive
viveva in Olanda e si è trovato a testimoniare un evento che è
significativo per questo discorso. In quell’anno, il Suriname ha
ottenuto la sua indipendenza dai Paesi Bassi. Agli abitanti del Suriname
fu quindi data la possibilità di scegliere di mantenere la loro
cittadinanza olandese o di assumere la cittadinanza del Suriname.
Migliaia
di Surinamesi che avevano scelto di essere cittadini olandesi arrivarono
in Olanda per nave e furono quindi portati in autobus nelle molte
comunità presenti nei Paesi Bassi, che dettero loro il benvenuto nelle
loro nuove case. Ecco come una società civile e democratica ha
affrontato questo problema.
Ci pare di capire che la burocrazia etiopica stia progettando di
ricorrere ad un articolo presente nella costituzione del 1931
dell’Imperatore Haile Sellassie, in cui si afferma che qualunque
Etiopico (uomo o donna) che assuma un’altra cittadinanza
automaticamente perde la sua cittadinanza etiopica. Questa idea,
comunque, non è valida perché quella costituzione è stata sostituita da
altre due, nel 1955 e nel 1995, e in nessuna delle due viene mantenuto
questo particolare articolo.
Inoltre,
l’assunto che gli Eritrei che hanno votato nel referendum tramite cui
l’Eritrea è divenuto uno stato indipendente, e la probabilità che
abbiano votato per l’indipendenza eritrea e fossero forniti di carta
d’identità eritrea, costituisca il presupposto della cittadinanza
eritrea e, ipso facto, una rinuncia alla cittadinanza etiopica non ha
alcun fondamento costituzionale.
Il Primo Ministro, un Amhara e capo del partito Amhara (l’ANDM
all’interno della coalizione dell’EPRDF) è ora in prigione perché
accusato di corruzione.
L’importante articolo fu prima enunciato nell’”Ethiopian Nationality Law,”
Berhanena selam Newspaper, Vol.6, No.30, 24 luglio, 1930 articolo 11, e
poi incorporato nella costituzione del 1931.
Perché il parlamento etiopico sotto Tamrat Laine ha lasciato senza
soluzione la questione della cittadinanza eritrea dopo il referendum?
Sembra chiaro che la faccenda fu lasciata nell’ambiguità per ottime
ragioni politiche. In quegli anni, l’EPRDF – il partito di coalizione
che è al potere oggi in Etiopia – combatteva per assicurarsi una propria
vita politica. Era impegnato in una campagna elettorale che doveva
determinare il carattere della nuova Etiopia e il ruolo che le forze
vincitrici del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray e dei loro
alleati nell’EPRDF avrebbero avuto nello stato emergente.
Il partito di coalizione mobilitò la popolazione eritrea dell’ Etiopia
così da avere il loro voto. Gli Eritrei risposero con grande entusiasmo
perché il loro stesso destino era legato a quello dell’EPRDF – il
partito che con maggiore probabilità avrebbe protetto i loro diritti
come cittadini etiopici.
Agli
Eritrei furono consegnate schede elettorali ed essi votarono in gran
numero. Alcuni di loro concorsero per ottenere cariche locali e furono
eletti come membri delle assemblee del Distretto (Wereda). Alcuni
furono eletti a far parte dei comitati professionali dell’EPRDF. Molti
di loro contribuirono finanziariamente ad assicurare la sopravvivenza e
la vittoria finale del partito. Alcuni ebbero persino le funzioni di
addetto elettorale. Tutto questo accadde in 1996, tre anni pieni dopo il
referendum del 1993.
Gli
Eritrei in Etiopia non avrebbero potuto prendere parte a tali decisive
attività politiche in 1996, se avessero, di fatto, perso la loro
cittadinanza nel 1993.
In relazione ai contributi politici della popolazione dei deportati alla
campagna elettorale dell’EPRDF, i nostri dati rivelano che il 6.8% di
loro erano membri del partito, il 19.6% dettero contributi finanziari
alla campagna di raccolta fondi del partito e il 45.2% votò per eleggere
il partito. Si tratta di una porzione di votanti molto notevole che
qualunque politico vorrebbe conquistarsi.
Anche prima di questi sviluppi politici della metà degli anni ’90, gli
Eritrei in Etiopia ebbero un ruolo importante nel dare stabilità al
governo dell’Etiopia dopo che i tre decisivi fronti di liberazione nella
regione avevano destituito la giunta militare comunista che aveva
governato il paese nelle decadi precedenti. I fronti di liberazione in
questione erano l’EPLF (il Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo) in
Eritrea e il TPLF (il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray), l’EPDM
(il Movimento Democratico del Popolo Etiopico, formato soprattutto da
Amhara) e l’OLF (il Fronte di Liberazione degli Oromo) in Etiopia.
Questi
fronti hanno collaborato ad abbattere la giunta ultrarmata, che era
sovraccarica di materiale bellico russo del valore di 12 miliardi di
dollari americani, che si era andato accumulando negli anni (1975-91).
Nel 1991, le brigate meccanizzate eritree hanno marciato per tutto il
percorso fino ad Addis Abeba fianco a fianco con le forze di liberazione
etiopiche e si sono servite delle loro unità di artiglieria pesante
altamente efficienti per infrangere la resistenza della giunta e il suo
cospicuo esercito.
Tali forze
hanno aiutato a sconfiggere il dittatore Mengistu Hailemariam e a
insediare il Primo Ministro Melles Zenawi e il suo partito di coalizione
nel posto che ora occupano. I mesi e gli anni che seguirono il crollo
della giunta furono molto precari. C’erano grandi masse di soldati
etiopici che improvvisamente erano stati mandati alla deriva. Bande
insubordinate di soldati usavano i loro fucili “per procurarsi da
vivere”.
L’Etiopia
viveva un momento di passaggio o un interregno che, in latino, significa
che “ un governo era caduto e l’altro non si era ancora stabilizzato” –
una specie di temporanea terra di nessuno. In quello stato di
transizione, il TPLF ha armato molti Eritrei e li ha indotti a prestare
servizio come membri della “Forza di Stabilizzazione e Pacificazione”,
conosciuta in Amarico come selamnna merregagat.
Il loro compito era usare le armi che venivano date loro per evitare
ogni tentativo di destabilizzazione del governo appena installato. La
nostra inchiesta dimostra che il 7% dei deportati prestarono servizio in
questa forza. Un certificato rilasciato ad un cittadino eritreo
dell’Etiopia, allo scopo di rendergli onore per il suo “grande
contributo” alla Campagna di Stabilizzazione e Pacificazione a cui offrì
il suo servizio dal 1991 al 1993 (dal 1983 al 1985 secondo il calendario
etiopico).
Si tratta
di uno dei 481 deportati nella popolazione che abbiamo esaminato, che
hanno aiutato a dare stabilità all’Etiopia dopo la liberazione del 1991.
La maggior parte di loro hanno tali certificati o una carta d’identità
con la scritta “un kalashnikov” rilasciata per la campagna di
liberazione. Sette anni più tardi, le case di quegli Eritrei che hanno
aiutato a dare stabilità al paese, subirono irruzioni da parte degli
ufficiali addetti alla sicurezza del TPLF e loro stessi furono deportati
fuori del paese col pretesto che si trattava di “stranieri”, “nemici
estranei” e un “rischio per la sicurezza”.
Questa è
una delle crudeli contraddizioni che prevalgono oggi nella vita politica
etiopica e che fanno capire che il paese si trova in uno stato di
profondo diniego dei suoi principi. I governanti etiopici si sono
rivoltati in modo violento contro coloro che li hanno sostenuti e difesi
nell’ora del bisogno.
La politica etnica e le sue conseguenze sociali
La nuova Etiopia non solo ha creato una federazione etnica ma muove
anche le sue guerre politiche lungo linee etniche. Il “federalismo
etnico” recentemente escogitato è uno dei più pericolosi esperimenti di
politica etnica che sia finora emerso nel continente africano e
probabilmente non ha equivalenti in Africa. Gli stati etnici etiopici
sono stati creati sulla spinta di intenzioni umanitarie, ma le sue
conseguenze sono state sfortunate.
Ci sono,
per esempio, tendenze esplosive nel rapporto dell’attuale regime
etiopico con tutti quei fronti etnici di liberazione o partiti politici
degli Oromo (OLF), degli Ogaden Somali (ONLF), degli Afar (ALF) e degli
Amhara (AAPO). Questi sono alcuni dei fronti e dei partiti locali che
sono stati violentemente soppressi dalla coalizione dell’EPRDF e
soppiantati da partiti politici etnici creati o alimentati dal regime.
Dobbiamo ora porre la politica etnica etiopica sotto il microscopio
perché ha avuto un grosso impatto sull’attuale crisi e sul processo di
deportazione. Essa si riflette nella condotta di quelli che stanno
effettuando raccolte, imprigionamenti, espropri e la deportazione di
Eritrei dall’Etiopia. La campagna contro i civili eritrei in Etiopia è
etnica nella sua fonte d’ispirazione ed è etnica nei suoi obiettivi,
nonostante miri a rivestirsi della copertura della “sovranità e
sicurezza nazionale.”
E’
motivata dal bisogno di umiliare gli Eritrei, in risposta alla
sensazione che i Tigrini, e in particolare la gente dell’Est Tigrai,
sono visti con disprezzo dagli Eritrei. Questo è il tema principale che
ne alimenta molti altri. E’ discusso sulla stampa locale, nei vari
dialetti, ma non sulla stampa internazionale in inglese.
Se i capi decidono di parlarne o no, gli “anziani” dell’O.U.A. che
stanno mediando il conflitto non possono ignorarlo.
Nessuna
mediazione può riuscire a meno che non sappia scoprire “le motivazioni
segrete” dell’una o dell’altra parte o di entrambe, come “gli anziani”
in Africa, che sono quotidianamente impegnati nel lavoro di mediazione e
ristabilimento della pace, sanno molto bene.
Il ruolo della politica etnica nel dramma della deportazione: i
protagonisti
Ci sono molti personaggi che sono protagonisti nella campagna di
deportazione. Questi sono l’informatore segreto, l’informatore-vicino di
casa, il razziatore, il ‘deportatore,’ il carceriere e il guardiano
dell’autobus. Il ruolo di ciascuno di questi attori sarà esaminato in
diverse parti di questo scritto.
L’informatore segreto
Un
importante ma oscuro protagonista nell’attuale campagna di deportazione
è l’informatore segreto, che fa il suo interesse nel dare la caccia agli
eritrei e nel denunciarli alla polizia. Egli è responsabile, più di
qualsiasi altro, dello stato di terrore in cui si trova oggi la comunità
eritrea in Etiopia. E’ talmente grande l’ansia generata da questa
minaccia sconosciuta che molti eritrei aspettano nelle loro case-con le
valigie pronte- il giorno in cui l’accetta cadrà.
Molti
dormono sul pavimento, dopo aver venduto I mobili e il letto. Alcuni
tentano di lasciare il paese volontariamente, dopo aver sistemato i loro
affari, ma sulla loro strada ci sono molte restrizioni burocratiche.
Verrà loro concesso di partire quando il regime riterrà che sia il
momento. Partiranno quando lui lo deciderà, non loro.
Abbiamo molte informazioni ma pochi dati statistici sugli informatori
ingaggiati. La loro esistenza è nota ai deportati poichè spesso sono
loro ad accompagnare gli ufficiali nelle loro incursioni a casa di un
eritreo, a consegnare le loro vittime agli ufficiali della sicurezza per
poi ritirarsi frettolosamente. Sono mercenari pagati dall’apparato
della sicurezza per i loro servizi. Non esitano a dare informazioni
false sulle loro vittime per poter incrementare i loro affari.
L’informatore-vicino di casa
A lato dell’informatore segreto che lavora di nascosto, gli altri tipi
di informatori sono ben conosciuti dalle loro vittime. Il tipo più
comune è un vicino di casa che è stato abbastanza vicino alle sue
vittime da essere in grado di descrivere le loro storie, le loro
appartenenze politiche e la rete sociale: il 20% dei deportati afferma
essere stato un vicino a denunciarli all’organizzazione di sicurezza e a
raccomandare che fossero cacciati dal paese.
E’ comunque importante sottolineare che non tutti i vicini sono
informatori. Molti sono preoccupati delle deportazioni. Essi si prendono
cura dei bambini e delle proprietà lasciate dai deportati e offrono il
loro aiuto in molti modi poco evidenti, come dare informazioni ai
genitori deportati sullo stato dei loro figli, delle loro case e delle
loro proprietà. Per forza di cose questo ruolo di buon samaritano deve
rimanere nascosto per non provocare le ire del regime.
Altri immediatamente diventano ostili ai loro vicini e fanno loro
pressione affinchè vendano le loro case, auto e ciò che hanno a prezzi
sfacciatamente stracciati. Sono motivati da una disgustosa ingordigia. A
una donna eritrea venne chiesto di vendere un televisore che valeva
10000 Birr (1500 USD) per 400 Birr (50 USD). Essa prese il televisore,
lo appoggiò sul pavimento di cemento, lo fece a pezzi e disse:” Adesso
potete raccogliere i pezzi senza pagare niente”.
Nel mondo degli informatori il fattore di Giuda è più evidente nel caso
di colleghi di lavoro (6,8%) e amici (4,1%) che si appoggiano ai loro
colleghi eritrei. Queste sono persone di cui gli eritrei si fidano e che
rispettano, persone che per anni hanno condiviso gioie e dolori,
matrimoni e funerali. Tra questi c’è un piccolo numero ( 0,7%)
rappresentato da amici d’infanzia dei deportati.
L’identità
etnica degli informatori
Nelle
primissime fasi del conflitto tra Etiopia ed Eritrea, il Primo Ministro
Melles Zenawi dichiarò che non c’è niente di etnico nella guerra che il
suo regime ha dichiarato all’Eritrea. Disse che il suo governo non è
“contro la gente” ma si oppone al regime che è ora al potere in Eritrea.
(Appendice 4) . Il che si è rivelato essere molto lontano dalla verità.
Sta emergendo chiaramente che gli abitanti del Tigray sono l’avanguardia
della guerra di deportazione che è diretta in modo specifico contro i
cittadini eritrei . Ovviamente non è una campagna esclusivamente dei
Tigrini dal momento che comprende i tre maggiori gruppi etnici del
paese.
Il ritorno
di fiamma della campagna etnica
In tutto
ciò è particolarmente interessante la posizione degli Oromo. Sono di
gran lunga il più grande gruppo etnico in Etiopia ( qualcosa come 18,8
milioni di anime contro i 3,1 milioni di Tigrini secondo il censimento
del 1994). Gli Oromo, ovviamente, non stanno partecipando con molto
entusiasmo alla campagna di deportazione.
Il loro
movimento fu sconfitto dall’esercito del Tigray all’inizio del 1990. Fu
impedito al loro fronte nazionale (OLF) di prendere parte alla politica
nazionale e i loro capi furono mandati in esilio. Essi sono comunque
spaventati perchè ci si può aspettare che loro giochino un ruolo
dominante in ogni sistema di governo apertamente democratico che
potrebbe essere stabilito nel paese.
Gli Oromo
chiaramente non sono incantati dalla campagna di odio etnico lanciata
dai leaders del Tigray e hanno assestato un colpo di grazia di loro
invenzione. In alcuni casi hanno deportato gente del Tigray dal loro
territorio (Oromia) insieme a cittadini eritrei con la spiegazione che
non possono distinguerli. Dicono che entrambe parlano la stessa lingua
incomprensibile, il tigrino, ed entrambe sono conosciuti come “Tigre”.
Hanno le
deportazioni autorità legale? Chi le autorizza?
In molti casi il compito di portare avanti la procedura di deportazione
è stato affidato agli ufficiali di polizia. Tuttavia il loro ruolo in
questa campagna di pulizia etnica non deve venire esagerato. Il capo di
una stazione di polizia ha affermato che gli eritrei portatigli non
possono essere detenuti a meno che non abbiano violato la legge e che il
fatto di essere eritrei non è motivo sufficiente per un loro
imprigionamento. Questo è uno strano comportamento di rispetto della
legge nel mezzo del trambusto illegale che circonda le deportazioni.
Al
contrario, tutti gli altri tipi di ufficiali che hanno avuto un ruolo
nelle deportazioni è molto improbabile che si pongano domande su questi
punti delicati della legge riguardanti la colpevolezza o l’innocenza. Il
partito dominante, l’ EPRDF, ha dichiarato guerra agli eritrei e loro
stanno semplicemente eseguendo il mandato dato loro dal partito.
Gli
amministratori locali (Kebele) sono parti operative dell’ EPRDF come gli
apparati della sicurezza e e gli ufficiali dell’esercito. Questi non
chiedono giustificazioni nell’imprigionare o deportare un eritreo se
viene stabilita la discendenza eritrea di una persona. Spesso è
sufficiente la dichiarazione di un informatore e non viene neppure
chiesto alla vittima di identificarsi secondo la sua origine etnica. Vi
sono occasioni in cui anche delle vittime Amhara vengono deportate,
sebbene non abbiano una goccia di sangue eritreo .
La procedura di deportazione è talvolta così casuale e indiscriminata
che molte vittime non volute vengono mandate in Eritrea. Per esempio c’è
la prova che due persone che stavano visitando i loro parenti in
prigione, sono stati gettati dentro un autobus e spediti con i detenuti.
Nè le proteste delle vittime, nè quelle dei loro parenti imprigionati,
poterono persuadere i carcerieri dell’errore che stavano commettendo.
L’episodio rivela la mancanza di rispetto, da parte delle autorità della
deportazione, del diritto di ogni individuo di essere trattato come”
una persona di fronte alla legge”.
E’
coerente col caso precedente che abbiamo presentato nel nostro primo
rapporto intitolato “Gli sradicati”, che riguardava una famiglia eritrea
che fu deportata mentre stava visitando un’altra famiglia eritrea.
Violazione della legge etiopica e della costituzione
I matrimoni tra cittadini eritrei ed etiopici sono diventati una
considerevole fonte di problemi nell’attuale campagna di deportazione.
Un intero 12% dei deportati sono eritrei sposati con etiopici che hanno
dovuto lasciare i loro coniugi e i loro bambini. Sorprendentemente le
autorità della deportazione violano la legge etiopica deportando
talvolta etiopici sposati con eritrei. L’articolo 33 (1) della
costituzione del 1995 afferma:
Che il matrimonio con un non etiopico non invalida la sua cittadinanza
etiopica
In pratica
lo fa. L’accusa incompleta fatta a questi matrimoni misti è che sono
famiglie Shabiya (appartenenti all’ EPLF ). In tali situazioni talvolta
entrambe i coniugi vengono deportati. Ognuna di queste coppie che
vengono quindi deportate costituisce una doppia violazione della legge
etiopica e, nel caso del coniuge nativo, anche l’edificio legale
tremolante che è stato costruito per legittimare le deportazioni è
irrilevante.
Il potere
dell’esercizio della procura: preludio alla confisca
Niente
dimostra in modo più efficace l’illegalità che sta avanzando in Etiopia
se non il modo in cui la proprietà dei deportati viene trattata. Le
autorità etiopiche insistono che non “confiscano” la proprietà e che le
case e le attività dei deportati vengono semplicemente tenute sotto il
controllo del governo etiopico, fintanto che la legge potrà disporre di
esse. Per assicurare i deportati che le disposizioni sulle proprietà
saranno condotte legalmente, viene loro chiesto di scrivere una procura
che autorizzi una persona di loro scelta a rappresentarli per quanto
riguarda le disposizioni sulle proprietà.
Il fatto
è, comunque, che la procedura è alquanto inutile. La procura che è stato
loro chiesto di preparare è solo una nota su un foglio bianco non
autenticata da un tribunale. Nella maggior parte dei casi non veniva
nemmeno chiesto ai procuratori designati di dare il loro consenso.
Venivano autorizzati “in absentia”. Potevano anche non essere
consapevoli della responsabilità a cui erano chiamati e potevano
facilmente declinare l’offerta .
In questa situazione molto incerta solo il 50% dei deportati fu
d’accordo nel dare la procura a chiunque, sebbene fossero consapevoli
che la procedura era in violazione del Codice Civile Etiopico e serviva
solamente a legittimare la confisca delle proprietà. Altri, il 7,7%, non
prepararono alcuna procura perchè si rifiutarono. Al 24% non fu neanche
chiesto ,dal momento che non possedevano proprietà per le quali fosse
richiesto l’intervento di un procuratore.
Rapporto
tra il procuratore e il deportato
Rapporto Percentuale
Coniuge 24.2
Parente 13.3
Collega di lavoro 2.4
Amico 4.6
Vicino di casa 4.6
Altro 0.9
Totale (di coloro che hanno nominato un procuratore) 50.0
Coloro che
prepararono il documento fecero fatica a trovare un procuratore mentre
si trovavano in custodia. Non in grado di pensare a qualcun altro,
molti di loro designarono le proprie mogli (24%) o i parenti (11%) come
procuratori, solo per scoprire che anche loro venivano deportati subito
dopo, lasciando le proprietà completamente abbandonate, senza nessuno
che se ne occupasse. Circa un terzo degli intervistati (33,5%) capì di
aver dato la procura ad una persona scelta frettolosamente sotto
costrizione.
Ciò che
rende questo esercizio della procura così sospetto, è il fatto che
molti deportati dissero a chi li aveva catturati che avevano dei loro
procuratori, con la procura regolarmente autenticata da un giudice o da
un funzionario autorizzato. I loro carcerieri, tuttavia, respinsero
questi procuratori legittimi e fecero pressione sulle loro vittime
affinchè esercitassero il loro diritto, insistendo che i fogli di carta
su cui avevano scritto le istruzioni per la procura sarebbero stati
legalizzati in un momento successivo. Non c’è nessuna indicazione che a
qualcuno di questi procuratori così designati siano stati dati appositi
documenti autorizzati, in nessun momento da quando il conflitto è
iniziato.
LA CONFISCA DELLE CASE PRIVATE
La casa di un deportato viene comunemente presa dal governo
dell’Etiopia. Ci sono comunque diversi fattori che ci rendono difficile
documentare statisticamente l’entità di questa pratica. La nostra
ricerca è stata condotta immediatamente dopo le deportazioni. In altre
parole ogni gruppo è stato intervistato o preso in esame al suo arrivo
in Eritrea. In quel momento la maggior parte della gente non sapeva qual
era lo status delle loro case in Etiopia per quanto riguardava gli
sfratti, i sigilli, la confisca ecc.
Ci vuole
anche del tempo perchè le autorità della deportazione completino le
procedure di confisca e ancora di più perchè i deportati vengano a
conoscerle. Quindi i dati che abbiamo devono essere aggiornati nei mesi
successivi alla deportazione per permettere un’adeguata valutazione
della situazione.. Perciò quel che presentiamo qui è la situazione delle
case che furono confiscate mentre la deportazione stava avvenendo o
immediatamente dopo.
Il processo di confisca consiste nel fatto che le autorità che si
occupano della deportazione fanno tutte o solo alcune delle cose
seguenti: sfrattare i proprietari dalle loro case concedendo loro di
stare nei servizi—se parte della famiglia resta là dopo che il
capofamiglia è stato deportato—impedendo alla famiglia di avere accesso
all’interno della casa; consegnare la casa a dei funzionari che ci
vanno a vivere; “sigillare” la casa.
L’atto di
“sigillare” la casa (masheg in amarico), significa semplicemente che le
porte vengono chiuse a chiave e un pezzo di carta attestante che la
proprietà è sotto il controllo del governo, viene messo sulla porta
principale. Fintanto che le autorità non preparano un inventario delle
proprietà sigillate o non danno una ricevuta al deportato, non si può
evitare che il personale della deportazione entri nella casa attraverso
una delle entrate non sigillate e si serva di ciò che vi è contenuto.
La
procedura invita alla corruzione e al vandalismo. Sorprendentemente, la
giunta dittatoriale militare dei decenni precedenti era solita preparare
un inventario e dare una ricevuta prima di confiscare una casa, ma la
Repubblica Democratica Federale dell’Etiopia oggi non lo fa.
Ci sono prove che dimostrano come, di tutte le case di proprietà dei
deportati eritrei, il 27% fu immediatamente sigillato dalle autorità,
cioè durante le procedure di deportazione o subito dopo. Questi
proprietari che hanno perduto le loro case costituiscono il 9,7% del
campione, o una stima di 646 proprietari su una popolazione di 6880
capifamiglia. Sebbene non abbiano ricevute per le proprietà confiscate,
molte famiglie hanno documenti che dimostrano il valore delle proprietà
e il modo in cui furono acquistate. Alcuni hanno dettagliati inventari.
Dati sulle
case di proprietà dei deportati e la loro confisca da parte delle
autorità etiopiche
Vendita della casa di proprietà
% n° di casi
Venduta 9.4 39
Occupata dal resto della famiglia* 29.3 121
Non se ne conosce lo stato 24.7 102
Non rilevante:
Inquilini la cui casa non è stata venduta, ma affittata ad altri 24.9
103
Persone a carico 9.9 41
Visitatori 0.2 1
Dato non fornito 1.4 6
Totale 100.0 413
*Sia in affitto che di proprietà
Delega alla vendita
% n° di casi
Ordine di vendita al proprio procuratore 7.0 29
Non messa in vendita 15.3 63
Non si conosce la situazione della casa 8.7 36
Non rilevante:
Inquilini e persone a carico 66.8 276
Dato non fornito 2.2 9
Totale 100.0 413
Limite di
tempo assegnato per vendere la casa
Tempo assegnato % n° di casi
1 mese 4.4 18
2 mesi 1.5 6
3 mesi 0.2 1
Non sa 9.9 41
Non
rilevante:
Non ha ricevuto l’ordine di vendere 3.2 13
Inquilini e persone a carico 66.8 276
Dato non fornito 14.0 58
Totale 100.0 413
Resto della famiglia deportato prima della scadenza
% n° di casi
Deportati prima della scadenza 3.4 14
Non deportati prima della scadenza 11.9 49
Non si sa 9.0 37
Non rilevante:
Non ha ricevuto l’ordine di vendita 66.8 276
Inquilini e persone a carico 8.7 36
Dato non fornito 0.2 1
Totale 100.0 413
Vendita della casa
% n° di casi
Il procuratore ha venduto la casa 0.5 1
Il procuratore non ha venduto la casa 29.2 121
Il proprietario non ha ricevuto l’ordine di vendere 0.5 2
Non sa se i familiari rimasti hanno ricevuto l’ordine di vendita
0.7 3
Non rilevante:
Inquilini e persone a carico 62.8 260
Dato non fornito 6.3 26
Totale 100.0 413
Il
proprietario ha venduto la propria casa?
% n° di casi
Ho venduto la mia casa 1.7 7
Non ho venduto la mia casa 31.0 128
Mi è stato ordinato di vendere, ma non ho venduto 0.5 2
Non
rilevante:
Inquilini e persone a carico 66.8 276
Dato non fornito 0.0 0
Totale 100.0 413
Durante le settimane in cui gli altri membri della famiglia erano in
questo stato precario, fu loro spesso ordinato di vendere la casa se
non era ancora sigillata. Fu loro dato un tempo limite da uno a tre
mesi. Alla maggior parte fu dato solo un mese. Qual era il significato
di questa scadenza? Come fa una famiglia a vendere una casa in un mese?
Alla maggior parte delle famiglie serve un anno per completare il
processo di inserzioni pubblicitarie, per trovare compratori che
facciano delle offerte, vendere e autenticare i documenti di
trasferimento della proprietà. Quindi la scadenza è molto ridicola.
Ma diventa
ancora più ridicola quando vediamo che non viene rispettata. Nella
maggior parte dei casi i membri della famiglia che restano dopo la
deportazione del capofamiglia, venivano deportati prima della scadenza
stabilita. Essi furono deportati entro 4 settimane dalla deportazione
del capo famiglia (5%). In questa situazione molti proprietari si sono
ridotti a dover vendere le loro case in meno di 4 settimane. Alcuni di
loro ( 5% ) vendettero le case a prezzi stracciati. Molti dovettero
affidarsi alle procedure di affidamento della procura avviate dalle
autorità della deportazione.
Alcune
vittime dissero a chi li aveva catturati, che le procedure erano in
violazione del codice civile etiopico e che non avevano alcuna validità
in nessun caso. Fu loro detto che il governo avrebbe legalizzato i
documenti successivamente. Comunque noi non abbiamo trovato una singola
prova che indicasse che ciò è stato fatto nei 6 mesi tra l’inizio delle
deportazioni e il momento in cui abbiamo completato questa inchiesta. Di
tutto questo periodo abbiamo solo una testimonianza riferita ad un
agente che ha venduto legalmente una casa per conto di una famiglia di
deportati.
Quell’agente
aveva una procura legalmente autorizzata dal tribunale preparata molto
prima che le deportazioni iniziassero. In altre parole non è emerso
nessun caso, in questa inchiesta, che dimostri che una sola casa è stata
venduta sulla base di una procura preparata mentre i deportati erano in
custodia. Perciò l’intera procedura sembra un piano molto grezzo
disegnato per dare una parvenza di legalità. Non ha chiaramente lo scopo
di raggiungere l’apparente obiettivo per cui la procedura fu stabilita .
E’ anche
importante comprendere che la confisca delle proprietà di cui stiamo
parlando riguarda solo le case private. Ciò è coerente con il nostro
obiettivo di studiare solo fenomeni ampiamente diffusi tra la
popolazione. Il nostro studio non ha niente a che fare con le proprietà
possedute da uomini d’affari eritrei, imprenditori, banche, società,
impianti industriali e la grande associazione di auto-trasportatori
eritrei che gestivano tra l’80% e il 90% del trasporto via camion in
Etiopia. Tutto ciò sarà l’obiettivo di altri studi. Ciò è stato, in
larga misura, documentato nel censimento e nei data base dell’ ERREC .
TRACCE DI NORME DI LEGGE
In tutte
le attività descritte sopra c’è una mancanza di legalità sottilmente
mascherata. Sorprendentemente comunque, c’è una parte della comunità per
l’applicazioine delle leggi che ha dimostrato alcune esitazioni su
questa condotta illegale. Come indicato prima, le forze di polizia non
hanno abbandonato del tutto la loro etica professionale. Dal momento che
essi sono in grado di resistere alle pressioni dell’apparato di
sicurezza qualche volta, insistono che persino gli eritrei sono protetti
dalla legge.
Per
esempio un capo di una stazione di polizia insisteva che i detenuti
dovevano avere infranto la legge se erano in custodia e che il solo
fatto di essere un eritreo non è un motivo adeguato per essere
imprigionato. Perciò le autorità della deportazione dovevano
improvvisare per trovare dei luoghi dove tenere le loro vittime. Essi
hanno usato un vasto assortimento di edifici quali garages, scuole, case
private come centri di detenzione. Una volta, a Mekele, non furono in
grado di trovare uno spazio adeguato per la detenzione.
Semplicemente mandarono in frantumi le porte di una casa che era vuota
perchè appartenente ad un deportato—un insegnante di nome Memhir Hadgu—e
la usarono come prigione improvvisata . Il lettore dovrebbe ricordare
che la ragione addotta per prendere e sigillare la casa di un deportato
eritreo e il suo contenuto, era una ragione di sicurezza, finchè non ci
fosse stata una disposizione legale con l’aiuto dell’agente designato.
Esempi come questo fanno capire il ridicolo di questa procedura.
Di tutti i funzionari responsabili delle deportazioini il 27,1% erano
ufficiali di polizia. La maggior parte degli altri, come gli
amministratori dei Kebele (17,9%) o gli ufficiali della sicurezza (
16,2%) e dell’esercito (3,9%), erano attivisti dell’ EPRDF o avevano
collegamenti diretti con il partito al governo che aveva dichiarato
guerra all’Eritrea e agli Eritrei. Dal loro punto di vista tutti gli
eritrei rappresentavano una minaccia alla sicurezza del paese. Loro
sono, secondo quanto dicono i funzionari del partito, la quinta colonna
degli Shabiya in Etiopia. (Appendice 4, paragrafo 13).
Si ritiene
che essi usino la loro considerevole ricchezza per fornire all’esercito
eritreo soldi, mezzi e informazioni. E’ stato detto che loro sono
indirettamente responsabili dei bombardamenti delle città del Tigray (
un fatto che avvenne dopo che le forze aeree etiopiche bombardarono
Asmara).
ASSENZA DELL’AUTORITA' GIUDIZIARIA NELLE DEPORTAZIONI
Non è difficile stabilire che la sezione giudiziaria del governo
etiopico non sta avendo alcun ruolo importante nelle deportazioni.
Tranne gli ufficiali di polizia, il personale delle deportazioni non ha
motivo per essere particolarmente a conoscenza delle leggi nazionali
dell’Etiopia o per essere consapevole che queste leggi sono comunque
applicabili ai deportati. Inoltre, tutto il personale che ha avuto a che
fare direttamente con i deportati in ogni fase del processo di
deportazione, dei quali abbiamo prove, sembra essere largamente
inconsapevole delle leggi internazionali che regolano la posizione dei
civili nelle guerre tra stati.
PRESUNTI
CRIMINI COMMESSI CONTRO LA SICUREZZA NAZIONALE DELL’ETIOPIA
Nello sradicare un’intera parte della società etiopica dalle loro case,
dai loro quartieri, attività e affari, il governo dell’Etiopia afferma
che lo ha fatto per ragioni di sicurezza nazionale. Noi non abbiamo
trovato alcun deportato che fosse stato accusato di spionaggio,
sabotaggio o altre attività che costituissero una minaccia allo stato
etiopico. E poi , se loro fossero stati presumibilmente coinvolti in
tali attività, sarebbero stati imprigionati e non deportati. Questo è
stato lo schema seguito fino ad ora dell’azione ufficiale etiopica .
Ci sono
molti eritrei che sono stati messi in prigione per infrazioni molto meno
gravi di quelle di spionaggio o sabotaggio. Dal punto di vista della
popolazione deportata, la giustificazione della sicurezza nazionale
quindi non ha alcun fondamento.
I veri criteri per la deportazione
Quali sono i veri criteri che sono stati usati per prelevare gli eritrei
per la deportazione? Sono:
1. Il fatto di aver votato nel referendum Eritreo
2. Essere membro dell’Associazione della Comunità Eritrea abbreviata in
Com
3. Avere un ruolo di leader nella Com
4. Essere membro del PFDJ, il partito politico al governo in Eritrea
5. Avere un ruolo di leader nel PFDJ
6. Avere dato dei contributi finanziari ad associazioni eritree o
all’Eritrea come stato
7. Avere partecipato al servizio militare in Eritrea
8. Aver partecipato ai programmi estivi di sviluppo in Eritrea
9. Possedere armi da fuoco
10. Avere effettuato visite in Eritrea
Gli ultimi
criteri, invocati quando tutti i precedenti non sono sufficienti per
incriminare
Dopo aver applicato i suddetti 10 criteri, se il funzionario non riesce
ad incriminare il potenziale deportato, fa queste 2 o 3 ultime domande
critiche.
11. Luogo di nascita
12. Luogo di nascita del padre
13. Luogo di nascita del nonno
Se viene
fuori che la persona è nata in Etiopia, allora le viene chiesto dove è
nato il padre. Se questa produce la giusta risposta, per esempio
Eritrea, il funzionario dichiara:- Bene allora stai per tornare al tuo
paese!- o altre parole del genere. In caso contrario l’interrogatorio
continua con la domanda circa il luogo di nascita del nonno. In breve,
il criterio che è ultimamente stato usato per espellere gli eritrei, è
un criterio etnico. Quel criterio viene applicato sia che si tratti di
un cittadino eritreo sia che si tratti di un cittadino etiopico.
Il
paradosso è che ciascuna di queste 10 attività che ora sono giudicate
incriminanti dal regime etiopico erano legalmente permesse e
politicamente incoraggiate fino allo scoppio delle ostilità nel maggio
1988. Negli anni che hanno seguito la liberazione (1991-1998) non
c’erano leggi che proibissero quelle attività. Se vuole mettere al
bando le associazioni il governo ha il diritto di farlo . L’essere
membro di quelle associazioni diventa un crimine solo dopo la loro messa
al bando. Non è legale delegittimare le associazioni e le attività dopo
il fatto. Fare ciò significa violare il principio di non retroattività
della legge, che è gelosamente custodito nella Dichiarazione dei
Diritti Umani, art. 11 (2) e nella Convenzione Internazionale sui
Diritti Civili e Politici, art. 15 (1).
Gli eritrei che sono satti deportati in così grande numero non sono
criminali che volevano distruggere lo stato etiopico. Al contrario essi
hanno contribuito in modo significativo alla costituzione del nuovo
stato dopo la sconfitta della giunta militare comunista super armata, il
Dergue. Quella giunta fu sconfitta grazie ad una azione militare
congiunta tra le forze di liberazione eritree ed etiopiche. In seguito
molti eritrei in Etiopia furono armati dal nuovo governo per prestare la
loro opera come membri della “Forza di Pacificazione e Stabilizzazione”.
Essi ebbero un ruolo chiave nel processo di pacificazione.
Il partito di coalizione, l’ EPRDF, che andò al potere come partito di
governo in Etiopia, ebbe questa carica in parte grazie al grosso sforzo
che i cittadini di origine eritrea fecero per assicurargli il
successo. Essi contribuirono finanziariamente al partito, parteciparono
alle assemblee locali ( Kebele) e alle associazioni professionali del
partito e votarono in gran numero per il partito. La nostra inchiesta
rivela i seguenti fatti:
1. Il 7% dei deportati era attivo nella Campagna di Pacificazione e
Stabilizzazione
2. Il 19% ha dato contributi finanziari nella campagna di raccolta fondi
dell’ EPRDF
3. Il 5% era membro di associazioni professionali dell’ EPRDF
4. Il 45% ha votato per eleggere l’ EPRDF e lo ha aiutato a diventare il
partito di governo in Etiopia.
E’ molto
importante sapere che le stesse persone che erano attive nel PFDJ o
nella Associazione della Comunità Eritrea erano anche attive nella
campagna per far sì che l’ EPRDF andasse al potere. Questo era un modo
naturale di collaborare dal momento che i due partiti o i loro
predecessori, l’EPLF e il TPLF erano stati alleati nella guerra che
aveva eliminato la giunta militare comunista.
E’ falso per il regime etiopico adesso dire che la popolazione che lo
aiutò ad andare al potere è una minaccia alla sua esistenza. Anche qui
il fattore di Giuda è evidente. Non solo le accuse incomplete contro
cittadini di origine eritrea sono senza fondamento, ma l’ostilità del
regime verso quella popolazione sta assumendo il carattere di una
campagna di odio ed è altamente discriminatoria secondo ogni standard di
legge umanitaria.
CRUDELE ED INUMANA CONDOTTA: dividere le famiglie
L’area in
cui il fattore etnico diventa chiaro in modo lampante riguarda i
matrimoni e l’organizzazione familiare. Le autorità etiopiche hanno in
modo spietato e sprezzante smembrato le famiglie per spingere la
campagna anti eritrea al suo limite logico ma assurdo. Se il nuovo
ordine dice che tutti gli eritrei devono essere sradicati dall’Etiopia
e se molti eritrei sono sposati con etiopici, la logica ma assurda
conclusione è che queste coppie siano smembrate e la metà indesiderata
deportata.
Come detto precedentemente, non meno del 12% dei cittadini di origine
eritrea in Etiopia che sono stati deportati negli ultimi 6 mesi erano e
ancora sono sposati con etiopici. Nella grande maggioranza di quei casi
le famiglie sono state smembrate e il membro eritreo della coppia
deportato.
Un’altra variante di questa procedura assurda è il deportare entrambe i
coniugi e i loro bambini. La ragione sufficiente per i funzionari, gli
informatori o i vicini è dichiararli come una famiglia Shabiya.
Lo smembramento delle famiglie eritree
In aggiunta, lo smembramento delle famiglie di matrimonio misto e
comunque lo smembramento della famiglia eritrea e della vita comunitaria
è uno degli aspetti più inumani della campagna. i nostri dati rivelano
che il 45% dei deportati furono obbligati a lasciare là il loro consorte
. Madri sono state strappate ai loro bambini neonati, genitori ai loro
figli, genitori anziani ai ragazzi adulti che si prendevano cura di
loro, membri infermi della famiglia alle persone che li assistevano,
monaci e suore alle loro comunità monastiche, preti alle loro
congregazioni.
La piena
portata delle atrocità commesse contro le famiglie e le comunità eritree
non possono essere documentate adeguatamente in questa fase. Stiamo
ancora raccogliendo dati qualitativi approfonditi e storie di vite che
verranno inserite in una inchiesta scientifica più avanti. Ciò che
abbiamo documentato statisticamente ora dà solo una veduta parziale.
Bambini lasciati là dai genitori deportati
La maggior parte dei genitori implorò e implorò affinché fosse data loro
la possibilità di portare via i figli minori, ma le loro preghiere
caddero su orecchi di sordi. Come è chiaramente evidente nelle seguenti
tabelle, la situazione dei bambini è commovente: il 19% di loro fu
abbandonato con i loro fratelli, vicini, domestici o con nessuno.
Questo corrisponde a 3989 bambini abbandonati su una popolazione di
6880 famiglie. E’ importante notare che 1412 di quei 3989 bambini
furono lasciati senza nessuno che potesse prendersi cura di loro. Questo
rappresenta il 6,8% delle famiglie di deportati che lasciarono i loro
bambini in quello stato.
Separazione dei coniugi
Percentuale n° di casi
Coniuge rimasto in Etiopia 45.0 186
Coniuge deportato 21.1 87
Non rilevante:
Non sposati 10.7 44
Persone a carico (spesso minorenni) 9.9 41
Coniuge in Eritrea prima della crisi 2.2 9
Vedovo o divorziato 4.1 17
Coniuge residente all’estero 1.2 5
Visitatore 0.2 1
Dato non fornito 5.6 23
Totale 100.0 413
Minori lasciati alle cure di:
Percentuale n° di casi
Nessuno 6.8 28
Fratelli 5.3 22
Personale di servizio 1.0 4
Vicini di casa 0.5 2
Altro 5.6 23
Totale parziale 19.2 79
Parenti 2.7 11
Madre 24.7 102
Padre 0.5 2
Non rilevante: senza bambini 47.0 194
Dato non fornito 6.0 25
Totale 100.0 413
Bambini
sfrattati dopo la deportazione dei genitori
Percentuale n° di casi
Sfrattati 7.3 30
Imprigionati 2.4 10
Altre atrocità 15.0 62
Non rilevante:
Senza bambini 47.2 195
Bambini non sfrattati 17.7 73
Non conosce la situazione dei bambini 1.0 4
Dato non fornito 9.4 39
Totale 100.0 413
Le atrocità si accumulano una sull’altra quando il regime etiopico
sfratta i bambini lasciati dai deportati dalle loro case che i genitori
hanno affittato dall’amministrazione locale (kebele) . Non meno del 6,8%
dei deportati hanno saputo che i loro bambini erano stati sfrattati
così. Un altro gruppo di deportati ha saputo che i bambini erano stati
messi in prigione (2,4%) o che erano stati soggetti ad altri tipi di
atrocità (8,4%). In questo contesto per “altre atrocità” si intendono
atti di ostilità come maltrattamenti, ingiurie e pestaggi. I bambini che
stanno subendo molestie sembrano essere al di fuori della campagna di
odio etnico, che loro vedono e sentono regolarmente attraverso i mass
media etiopici.
I genitori che arrivarono in Eritrea dopo aver lasciato i loro figli,
furono profondamente sconvolti quando seppero che le comunicazioni
telefoniche tra Eritrea ed Etiopia erano estremamente complicate e loro
non erano in grado di conoscere in quali condizioni fossero i loro
bambini. Le tariffe telefoniche erano state aumentate vertiginosamente
dal regime etiopico e le linee telefoniche controllate. Molti genitori
erano costretti a chiamare i loro parenti all’estero ( America del Nord,
Europa o Medio Oriente) e chiedere loro di scoprire qualcosa sulla sorte
dei loro figli.
Di tutti i deportati il 12,8% fece telefonate molto costose attraverso
altri paesi, il 12% comunicava attraverso terze persone in Etiopia e il
9% nascondeva la propria identità per evitare i funzionari che spiavano,
se solo riuscivano a parlare con amici e vicini Un intero 30% dei
genitori perse completamente il contatto con i propri figli.
Nella prima parte di “ Sradicati” ci siamo appellati all’UNICEF di New
York chiedendo loro di dare delle direttive all’UNICEF in Etiopia e
all’UNICEF in Eritrea, affinché intraprendessero un’azione comune per
trovare una soluzione umana alla condizione di questi bambini. E’
vergognoso per queste organizzazioni trascurare i bambini e lasciarli
nei guai nelle strade delle città etiopiche—migliaia di bambini resi
senza casa dalle azioni ufficiali di uno stato che è membro della
famiglia delle Nazioni Unite e coinvolto nella Convenzione sui Diritti
del Bambino.
La crudele e inumana condotta nel processo di deportazione
Dal momento in cui uomini armati hanno fatto irruzione nella casa di
una famiglia eritrea ad un’ora assurda, finché la famiglia non ha
attraversato il confine con l’Eritrea, il deportato è esposto ad uno
sporadico terrore e ad una prolungata umiliazione. Lo sconvolgimento
nella vita di una famiglia eritrea inizia quando un certo numero di
uomini armati arrivano, nella maggior parte dei casi tra le 2 e le 5 del
mattino, e picchiano forte alla porta o al cancello. Ogni esitazione da
parte della famiglia nell’aprire la porta—potrebbero dopotutto essere
dei ladri—provoca violente reazioni. La porta o il cancello viene fatto
a pezzi o scavalcano la recinzione e piombano sulla famiglia.
Spesso
l’intera casa viene perquisita per essere sicuri che la famiglia
Shabiya non abbia armi. I membri della famiglia che sono scelti per la
deportazione sono poi portati in un centro di detenzione.
Nel 54% dei casi non viene loro detto che saranno deportati
Nel 92,5% dei casi non viene detto loro come viaggeranno
Nel 96,1% dei casi non vengono informati sulla durata del viaggio
Invece, alla maggior parte di loro ( 53%) viene detto che c’è bisogno di
loro alla stazione di polizia o all’amministrazione locale (Kebele) solo
per pochi minuti e che poi torneranno direttamente nelle loro case. La
maggioranza di questi uomini e donne non vedranno mai più le loro
famiglie. Loro affrontano un lungo viaggio in uno stato di impotenza
spesso indossando ciò che stavano indossando la notte. Se c’è un autobus
pronto per portarli in Eritrea cominceranno il loro viaggio in questo
stato.
Questo tipo di comportamento ipocrita crea meno confusione ed
umiliazione se il potenziale deportato viene tenuto in un centro di
detenzione per alcuni giorni e la famiglia ha il permesso di visitarlo/a.
Durante questo tempo la famiglia ha la possibilità di accettare il fatto
che il processo di sradicazione ha avuto inizio e di fare alcuni
preparativi necessari.. Ma come vedremo più avanti la famiglia spesso
non ha alcun diritto di vederlo.
DETENZIONE
O INTERNAMENTO
I centri di detenzioni sono grandi campi di raccolta, la maggior parte
localizzati ad una certa distanza dai centri urbani e dagli occhi dei
curiosi. La maggioranza dei detenuti (52%) sono tenuti in custodia da 1
a 6 giorni ma essa può durare fino a 27 giorni .
L’obiettivo della detenzione è in parte raccolta, in parte
interrogatorio e in parte umiliazione. Gli interrogatori erano
abbastanza metodici nelle prime fasi del conflitto ma sono ora diventati
molto più sbrigativi o vengono interamente tralasciati. L’affermazione
di un informatore è adesso sufficiente per deportare un cittadino di
origine eritrea dall’Etiopia.
La
violazione dei diritti dei prigionieri nei centri di detenzione
Dopo che
sono stati messi sotto custodia i cittadini eritrei e i cittadini
eritrei dell’Etiopia, sono trattati in modo tale che i loro diritti di
essere visitati, di avere cibo, bevande, vestiti e accesso ai
bagni,vengono violati .
I nostri
dati mostrano che nel 39% dei casi i parenti non avevano il permesso di
visitarli. Il 23,6% dei deportati ha detto che i loro parenti non
potevano portare loro cibo. Perfino quando i detenuti volevano usare il
loro denaro per comperare cibo e bevande veniva loro proibito,
rispettivamente nel 33% e 36% dei casi. Vale la pena ricordare che ai
detenuti raramente venivano dati cibo e bevande dai loro carcerieri.
Spesso non
c’erano bagni e la gente doveva usare per questo le stesse stanze in cui
viveva e dormiva. Nel 26% dei casi alla gente non veniva dato il
permesso di usare i bagni per lunghi periodi di tempo.
Durata delle privazioni
I deportati hanno sofferto diverse forme di crudeltà durante il viaggio
in Eritrea. La maggior parte era privata di cibo dalle 12 alle 36 ore ma
alcuni per 4 giorni. In media erano privati dell’acqua dalle 12 alle 48
ore ma alcuni per 5 giorni. Erano normalmente privati dell’accesso ai
bagni dalle 12 alle 24 ore ma alcune volte per 5 giorni.
Uno dei casi peggiori registrati è avvenuto in un autobus nel quale ai
deportati fu detto di usare l’autobus come toilet. Disperati e con una
guardia sensibile che fece finta di non vedere, gli uomini poterono
usare un tanica vuota come urinale. La situazione era così terribile da
causare la morte di uno dei deportati.
Ore di deprivazione durante il viaggio
Ore senza
accesso ai servizi igienici
Ore Percentuale
0-12 58.8
13-24 27.5
25-36 0.0
37-48 6.9
49-60 0.0
73-84 4.9
85-96 1.0
109-120 1.0
Totale 100.0
Ore senza
bere
Ore Percentuale
0-12 36.9
13-24 34.5
25-36 3.6
37-48 16.7
49-60 0.0
73-84 6.0
85-96 1.2
109-120 1.2
Totale 100.0
Ore senza cibo
Ore Percentuale
0-12 50.6
13-24 34.4
25-36 11.7
37-48 1.3
49-60 0.6
73-84 0.6
85-96 0.6
Totale 100.0
Altri tipi di condotta inumana e crudele
Ancora un’altra forma di crudeltà è il costringere i viaggiatori a stare
tutto il giorno nell’autobus e chiedere loro di dormire costretti nella
stessa posizione la notte. Di tutti i deportati il 54,6% dovette stare
giorni e notti nell’autobus. Perfino le persone anziane sofferenti di
gotta o artrite, le cui articolazioni erano particolarmente vulnerabili
ad ogni abuso, dovettero stare fino a 4 giorni e 4 notti negli autobus.
Quando raggiunsero il confine non erano in grado di muoversi e dovettero
essere trasportati attraverso esso.
Sia che fossero spediti via in modo affrettato o tenuti in detenzione
per alcuni giorni, ai deportati non veniva permesso di prendere ciò di
cui avevano bisogno per il viaggio. Il viaggio in autobus può durare da
1 a 11 giorni senza contare le fermate lungo la strada in altri centri
di raccolta. Il 62% dei deportati non poteva portare niente di ciò che
sarebbe loro servito per il viaggio. Il 59% non ha potuto portarsi del
cibo, il 58,5% non ha potuto portarsi da bere, il 57% non ha potuto
portarsi vestiti e il 65,9% non ha potuto portarsi medicine.
Forse uno degli aspetti più crudeli di queste privazioni è il fatto che
le persone più anziane con malattie croniche non hanno potuto prendere
le medicine con loro. Non meno del 26% dei deportati aveva malattie di
questo genere. Di tutti i deportati il 15% aveva informato chi li aveva
catturati che avevano malattie croniche ma ciò non fece nessuna
differenza. Furono anch’essi spediti in viaggio senza le medicine.
Il viaggio
come forma di prigionia e le guardie responsabili
Circa quasi tutti gli intervistati (97,8%) dissero che durante il
viaggio non c’era un momento in cui non fossero sotto diretta
sorveglianza delle guardie armate. La grande maggioranza di loro (91%)
ha detto che era stato loro detto che erano prigionieri. Le guardie che
erano negli autobus con loro erano poliziotti (44,6% ), soldati (34% ) e
uomini della sicurezza (8,2%). C’erano dalle 2 alle 4 guardie per ogni
autobus.
Il capo
delle guardie, che spesso aveva un dispositivo radio per comunicare,era
nella grande maggioranza dei casi (72,7%) uno del Tigray. Egli era in
contatto con funzionari più anziani che erano nei fuoristrada per
accompagnare i gruppi di autobus. Questi funzionari avevano grandi
antenne sulle loro macchine per comunicare con le più alte autorità. Il
gruppo etnico di appartenenza degli altri capi guardie erano: per il 14%
Amhara, per il 3,9% Oromo e per l’1,0% Debub.
Abbiamo
anche chiesto ai nostri intervistati di dirci quali guardie si
comportavano crudelmente e in modo inumano e di identificarle secondo il
gruppo etnico. Il risultato fu di nuovo simile ma ancora più
pronunciato.
Un medico in ogni autobus e un camion della Croce Rossa in ogni
convoglio?
I deportati erano felicissimi di sapere che il governo aveva piazzato
“un medico” in ogni autobus perchè si prendesse cura di loro nel caso
fosse necessario. Ma, quando il medico non fu in grado di offrire alcun
aiuto ad un anziano diabetico che aveva seri problemi, capirono che si
trattava di una crudele beffa.
Il medico
chiese la sua valigetta che doveva essere piena di medicine ma che era
stata caricata in cima all’autobus e le guardie a bordo dissero che non
si poteva prenderla per ragioni di sicurezza. Questo tipo di azione era
stata intrapresa per salvare le apparenze: il 6,7% dei deportati disse
che c’erano degli operatori sanitari là durante il viaggio ma solo il
4,3% ebbe accesso alle medicine nell’autobus.
Ancora più importante, l’ ICRC avrebbe dovuto dare assistenza ai
deportati durante il loro viaggio attraverso l’Etiopia. I nostri dati
sull’attività dell’ ICRC sono inutili perchè i deportati non erano in
grado di distinguere le ambulanze delle società nazionali e
internazionali della Croce Rossa. Dal momento che le organizzazioni
nazionali e internazionali stavano collaborando tra di loro non fa
alcuna differenza.
In ogni
caso i nostri dati ci dicono che il 13,5% dei deportati ha affermato che
c’era un veicolo con un’insegna della Croce Rossa che viaggiava con il
gruppo di autobus ma essi raramente hanno visto un aiuto da parte loro
ai deportati durante il viaggio attraverso l’Etiopia. Sul lato eritreo
del confine il ruolo dell’ ICRC è sostanziale dal momento che si fanno
carico di vitto e alloggio in Assab e coprono il costo del trasporto da
Assab a Massawa..
TERRORE LUNGO IL VIAGGIO E AL CONFINE
Al primo
gruppo di deportati che arrivarono ad Humera fu detto, a metà del
viaggio, “Vi troverete in prima linea quando raggiungerete la Zona 1 o
la Zona 2” .
Durante la seconda metà del viaggio essi viaggiarono con questa
ghigliottina sulle loro teste. Quando raggiunsero una zona montagnosa,
prima di scendere verso Humera, vennero fermati da soldati che chiesero
venissero loro consegnati i deportati. Le guardie nell’autobus
rifiutarono e le due squadre discussero per diverse ore mentre i
passeggeri ascoltavano, da lontano, in uno stato di terrore.
Questo è
solo uno dei tanti modi escogitati dalle autorità etiopiche per
terrorizzare e umiliare i deportati. Quando raggiunsero il confine
vennero tenuti in attesa finché fu buio fitto prima di dare loro il
permesso di attraversarlo. Fu loro detto di non usare torce o altre
luci. Quindi la loro odissea era iniziata nel buio quando le squadre
armate avevano fatto irruzione nelle loro case e finiva nel buio quando
attraversavano il confine.
Ciò fu fatto in parte perchè non si voleva che la deportazione avvenisse
davanti agli occhi attenti della stampa nazionale e internazionale o in
presenza di cittadini etiopici curiosi che avrebbero potuto avere dubbi
sulla giustizia di tutto ciò. Per la stessa ragione agli autisti degli
autobus era stato severamente ordinato di non fermarsi nelle città lungo
la strada. Se necessario dovevano fermarsi subito prima o subito dopo.
Oppure fu loro detto di andare veloci attraverso le zone popolate.
C’erano
altri pericoli, abilmente preparati, al confine. Ai deportati fu detto
che c’erano mine in entrambe i lati della strada e che dovevano stare
sulla strada sempre. Come è possibile nel buio pesto? Come c’era da
aspettarsi un bambino andò al di là e fu ucciso.
In alcuni dei momenti più spietati di questa odissea, i soldati etiopici
salutarono i deportati sul confine e poi aprirono il fuoco dalle
retrovie. La speranza era chiaramente di provocare un fuoco di reazione
dall’altra parte e lasciare le loro vittime cadere come prede di un
fuoco amico da parte delle truppe eritree. In più di un’occasione essi
obbligarono i deportati a camminare verso le trincee eritree nella
totale oscurità o ad attraversare il fiume Mereb quando era in piena e
pericoloso.
In questi
e molti altri esempi gli ufficiali etiopici si fermarono prima di
uccidere, sperando di esporre i deportati a ciò senza in realtà
compiere loro l’atto. Non sappiamo dove questo porterà e quale sia lo
scopo. Di sicuro non accresce la sicurezza dell’Etiopia o la sua
condizione tra le nazioni civili.
DEPORTATI IN ERITREA
La nostra inchiesta non riguarda la situazione dei deportati dopo il
loro arrivo in Eritrea. Qui sotto c’è un breve riassunto sul loro
arrivo e sull’accoglienza da parte della gente e delle istituzioni.
L’attraversamento del confine per entrare in Eritrea è un momento di
grande ansia. Quando iniziano ad attraversare la terra di nessuno tra le
trincee degli eserciti etiopico ed eritreo, l’ICRC assume il suo ruolo
storico per effettuare il trasferimento.
Dopo aver attraversato il confine con l’Eritrea i deportati vengono
accolti come eroi. La gente aspetta lungo le strade per dare il
benvenuto ai gruppi di autobus. Salutano, cantano e danzano con sfida.
Portano loro cibo, bevande e qualche volta vestiti. L’ ERREC, il
Comitato Internazionale della Croce Rossa e la Croce Rossa Eritrea danno
loro tutta l’assistenza di cui hanno bisogno: un luogo in cui stare,
cibo, primi soccorsi e cure mediche. Altri gruppi umanitari come le
Sorelle della Carità sono anch’essi là con una parola gentile per dare
una mano.
Il caldo opprimente del deserto della Dankalia che hanno attraversato in
autobus, quell’autobus chiuso e soffocante in cui hanno trascorso la
notte al confine, e la camminata di 4 km attraverso la terra di nessuno
è un’esperienza debilitante per i più anziani, gli ammalati e i bambini.
Per alcuni è anche un’esperienza di terrore. Spesso i deportati più
deboli devono essere portati con urgenza in una clinica per ricevere i
primi soccorsi. Alcuni sono in uno stato tale che devono essere portati
in aereo negli ospedali di Asmara.
Tutti gli
altri viaggiano sul ponte di navi da carico dal porto di Assab al porto
di Massawa, un viaggio che dura dalle 24 alle 36 ore, nel caldo
infuocato, esposti al sole del Mar Rosso. Le navi più grandi chiamate
“Selam” o “Pace” trasportano 1500 passeggeri. E’ lo stesso numero di
persone che erano sul Titanic nel suo ultimo viaggio, ma stipate sul
ponte di una nave molto più piccola. Non appena la nave attracca a
Massawa invariabilmente i deportati scoppiano in un applauso—un momento
sorprendentemente gioioso alla fine del loro esodo terribile.
Poi vanno in un centro di accoglimento dell’ ERREC appena fuori Massawa,
un villaggio chiamato Emkullu. Vengono fotografati, registrati dai
funzionari dell’ ERREC, vengono date loro le carte di rifugiati, 500
Nakfa a testa (70USD), indipendentemente dalla loro età e dal loro
status. Vengono dati loro anche degli utensili. Da lì vanno in autobus
ad Asmara e alle loro rispettive città e comunità nelle quali vengono
ancora una volta accolti come eroi.
Poi trascorrono alcuni mesi nelle città eritree cercando un luogo in cui
stare e cercando di mettere insieme i pezzi frantumati delle loro vite.
Foto: una madre con il suo bambino dopo l’arrivo ad Assab che riceve i
primi soccorsi e si lava la polvere e la sporcizia-- brutti ricordi
di questo viaggio straziante.
CONCLUSIONI
Rilevanza degli Accordi e delle Convenzioni delle Nazioni Unite per la
nostra Inchiesta
I dati che abbiamo presentato sono stati raccolti per rispondere
specificamente a domande riguardo la violazione dei diritti umani che
sono protetti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, dalla
Convenzione dei Diritti del Bambino, dall’ Accordo Internazionale sui
Diritti Civili e Politici. Oltre a questi accordi e convenzioni, le
autorità etiopiche potrebbero anche stare violando le convenzioni di
Ginevra, un insieme di leggi vasto e complesso.
Lasciamo
agli esperti di legge il compito di stabilire se gli atti che abbiamo
descritto e documentato costituiscano tali violazioni, ed eventualmente
quali convenzioni ed articoli siano applicabili, tenendo presente che
l’Eritrea, pur non avendo firmato le convenzioni di Ginevra, ha
volontariamente seguito le prescrizioni di tali convenzioni sia per
quanto riguarda i civili che i militari. In questo senso sia l’Eritrea
che l’Etiopia sono probabilmente legate dalle convenzioni.
Questa conclusione si basa sull’Articolo 2 della Convenzione di Ginevra,
riguardo la “Protezione dei Civili in Tempo di Guerra”, che afferma:
Sebbene una delle Potenze in conflitto non aderisca alla presente
convenzione, le Potenze che vi aderiscono rimarranno legate ad essa
nelle loro reciproche relazioni. Esse inoltre rimarranno legate dalla
Convenzione in relazione a detta Potenza, se quest’ultima accetta e
applica i termini delle convenzioni.
Le specifiche violazioni che abbiamo fino ad ora identificato sulla base
di tutte le prove che abbiamo prodotto e presentato sono le seguenti:
Garanzie minime nei procedimenti penali
La Convenzione Internazionale dei Diritti Civili e Politici (ICCPR),
Articolo 3, specifica i termini legali a cui attenersi nel caso di
persone accusate di reati, come il diritto di essere informati sulla
natura delle accuse contro di loro, di avvalersi di un legale di loro
scelta, di essere giudicati senza ritardi, di confrontarsi con i
testimoni a carico.
L’Articolo 14 (2) dell’ICCPR specifica anche un altro diritto cruciale:
il diritto di ogni individuo di essere ritenuto innocente fino a che la
colpevolezza non sia provata. La maggior parte dei prigionieri nella
nostra ricerca sono stati accusati di reati contro lo Stato Etiopico, ma
sono stati privati di questi diritti e incarcerati senza processo.
Diritti dei prigionieri accusati di reati penali
Anche dopo essere stati incarcerati, i prigionieri hanno dei diritti che
sono protetti dalle leggi internazionali. Come prigionieri o internati,
ci sono condizioni minime che devono essere garantite, per quanto
riguarda le visite, il cibo, l’acqua, i vestiti e i servizi igienici.
Queste condizioni sono specificate nelle Convenzioni di Ginevra
riguardanti la “Protezione dei Civili in Tempi di Guerra”, Sezione IV
sui “Regolamenti per il trattamento degli internati” .
Diritti dei cittadini e non-cittadini riguardo detenzioni arbitrarie e
la protezione delle proprietà
Eritrei senza cittadinanza Etiopica, ma legalmente residenti nel paese,
sono stati privati del loro diritto di essere tutelati rispetto ad
arbitrarie detenzioni e del diritto di trasferire guadagni, risparmi e
altre proprietà all’estero. I codici di riferimento sono contenuti
nella Convenzione di Ginevra, “Dichiarazione dei Diritti Umani degli
Individui non Nazionali del Paese in cui Vivono” Articolo 5 (1) (a), 5
(1) (1g) a Articolo 9 .
Gli stessi diritti sono garantiti anche ai cittadini, come indicato
nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, Articolo 16 (2)
rispetto alle proprietà, e nell’ICCPR, Articolo 9 (1) rispetto alla
detenzione o all’arresto arbitrario.
Diritto di essere riconosciuto come persona davanti alla legge
Il diritto di tutti i deportati, siano essi cittadini o non-cittadini,
di essere riconosciuti ovunque come “persone di fronte alla legge” (ICCPR
Articolo 16) è ripetutamente violata durante gli arresti di massa. Nelle
retate quotidiane una persona è scambiata per un’altra, gli adulti di
una famiglia sono presi insieme come una “famiglia di Sha’biya (EPLF)” e
deportati, persone sono arrestate e deportate senza averne accertato
l’identità, solo perché sono stati denunciati come nemici dai vicini o
da informatori.
Principio di non-retroattività della legge
Gli Eritrei di cittadinanza etiopica hanno anche il diritto di
partecipare alla vita politica dell’Etiopia. Sono state costituite
associazioni politiche e sociali per favorire tali attività. Fino
all’insorgere delle ostilità nel Maggio 1998, queste associazioni erano
legalmente autorizzate e incoraggiate dal governo etiopico. Nonostante
ciò, la maggior parte dei deportati è stata imputata di reato in quanto
membri di queste associazioni. Questo atto viola il principio di
non-retroattività ed è proibito dall’ICCPR, Articolo 15 (1) e dalla
Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, Articolo 11 (2).
Quest’ultimo afferma che “Nessuno può essere imputato di reati sulla
base di qualsiasi azione o omissione che non costituiva reato secondo la
legislazione nazionale od internazionale, nel momento in cui è stata
commessa”
Diritti dei bambini
Le autorità etiopiche nelle deportazioni hanno diffusamente e
spietatamente violato i diritti dei bambini contenuti nella Convenzione
sui Diritti dei Bambini, in particolare l’Articolo 9 (1) che afferma che
“un bambino non può essere separato dai genitori contro la loro
volontà”, e l’Articolo 10 (1) che richiede che gli Stati coinvolti
assicurino la riunificazione delle famiglie in tal modo separate.
Protezione contro la discriminazione basata sulla nazionalità o di
origine sociale
Sono state presentate molte prove che dimostrano che la campagna di
deportazioni dell’Etiopia è diretta contro Eritrei di cittadinanza
etiopica o legalmente residenti nel paese e perciò viola l’Articolo 26
dell’ICCPR, che afferma che la legge deve proibire qualsiasi
discriminazione basata sulla nazionalità o di origine sociale.
Legge contro la privazione della nazionalità
Il tema legale di gran lunga più importante che è sorto nella attuale
crisi Etiopico-Eritrea è il fatto che l’Etiopia sta deportando suoi
cittadini. Nel fare ciò ha privato i deportati della propria
nazionalità. Questa azione è proibita dall’Articolo 15 (2) della
Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che afferma che “Nessuno
sarà arbitrariamente privato della sua nazionalità”.
Post
Scriptum
Sulla verificabilità e trasparenza
Le prove che abbiamo presentato in questa ricerca sono soggette a
controlli e verifiche rigorose. Per quasi tutte le persone del nostro
campione abbiamo registrato due indirizzi: l’indirizzo attuale e quello
permanente di un parente, incluso il numero di telefono della famiglia o
dei vicini. Qualsiasi organizzazione internazionale che si occupi di
diritti umani o agenzia delle Nazioni Unite che desideri controllare il
nostro lavoro potrà accedere ai nostri questionari, agli elenchi e agli
indirizzi dei deportati e alla lista nazionale dalla quale abbiamo
estratto il nostro campione, con criterio casuale .
In altre
parole la nostra ricerca è trasparente e riproducibile. Soprattutto è
non anonima . Nel ricavare, analizzare, interpretare i nostri risultati
ci siamo attenuti alla più alta etica professionale ed accademica che è
stato possibile attuare nel corso delle correnti ostilità. La nostra
controparte etiopica dovrebbe attenersi agli stessi standard di
verificabilità e trasparenza.
Appendice
1
Una nota sulle procedure-campione
Gli
aspetti principali delle procedure campione usate in questo studio sono
state descritte nella parte principale dello scritto. Tuttavia alcuni
aspetti particolari della procedura devono essere aggiunti qui. Per
cominciare, abbiamo usato il censimento effettuato dall’ ERREC sui
deportati come struttura del campione. L’approccio dell’ ERREC e il
nostro erano simili in un punto: entrambe abbiamo registrato famiglie
davanti ai loro capi famiglia, ma abbiamo registrato anche individui da
soli separatamente che erano stati deportati separatamente. Dal punto di
vista dei diritti umani le esperienze di ogni individuo o famiglia sono
importanti fonti di informazione.
Nel
censimento dell’ ERREC il capo famiglia è nella maggior parte dei casi
un uomo ma, occasionalmente, è una donna. Il capo famiglia avrà fatto la
lista dei bambini e dei familiari a carico. I familiari a carico possono
essere vecchi o giovani, o giovani adulti che non hanno ancora una casa
per conto loro siano essi sposati o no. Abbiamo impiegato due diverse
procedure di randomizzazione in due diversi stadi della nostra ricerca.
Tavole di
randomizzazione fatte col computer furono la base per selezionare la
prima parte da una popolazione di 4000 capi famiglia secondo la lista
del censimento dell’ ERREC. Abbiamo fatto un grosso sforzo per trovare
ed intervistare tutte le persone che furono scelte come campione. Dopo
aver completato questa fase della nostra ricerca, scoprimmo di non
essere in grado di trovare 20 persone del campione poiché non avevamo
gli indirizzi o avevano cambiato residenza. Sostituimmo queste persone
con altre che furono selezionate seguendo le stesse tecniche di
randomizzazione.
Per compensare gli errori che avremmo potuto fare in questa procedura,
in seguito delle 20 sostituzioni, abbiamo impiegato una seconda
strategia per estrarre un campione da altri 2880 capi famiglia. Questa
volta decidemmo di portare i campioni e somministrare i questionari nei
centri di ricezione dove i deportati stavano per essere registrati
invece di aspettare che venissero registrati e dispersi nelle loro varie
comunità in tutta l’Eritrea. Scegliemmo ogni 16 individui (o 6,25%) da
quelli che i funzionari dell’ ERREC stavano registrando. Il rapporto fu
poi mantenuto allo stesso livello attraverso l’intera popolazione sotto
studio. In questo secondo approccio non ci furono casi mancanti e non
dovemmo operare alcuna sostituzione.
Le due
procedure campione contengono diversi tipi di errori e ciascuna
procedura compensa l’altra. Il primo punto debole nella strategia sorge
dalla mancanza di individui che erano stati selezionati ma poi furono
introvabili. La seconda strategia comprende del tutto la popolazione da
cui abbiamo preso Il campione ma non abbiamo preso campioni da ogni
gruppo arrivato ai centri di ricezione. L’abbiamo fatto con la maggior
parte dei gruppi ma non con tutti. In ogni caso non pretendiamo che il
nostro campione sia rappresentativo di tutti i deportati ma solo dei
6880 capifamiglia da cui abbiamo tratto il campione. Tuttavia questa
popolazione di 6880 famiglie costituisce la maggioranza dei deportati
dall’Etiopia appartenenti ad aree urbane.
Appendice 2
AMNESTY INTERNATIONAL
A: Mr.
Haile Wolde-Tensae
Ministro degli Affari Esteri
Asmara, Eritrea
Da: Direttore di Africa Program
Data: 5 agosto 1998
Caro Ministro,
Grazie per
la comunicazione del Ministero degli Affari Esteri datata 26 luglio
1998. Essa si riferisce alle lettere da parte dei membri di Amnesty
International in vari paesi che hanno espresso la loro preoccupazione su
notizie di etiopici detenuti in Eritrea senza imputazioni o processo o
deportati dall’Eritrea.
Accogliamo con piacere l’assicurazione contenuta nella vostra lettera
sul fatto che l’Eritrea non ha una politica di deportazione di etiopici
residenti e che gli stessi continueranno ad avere il diritto di vivere e
lavorare in Eritrea. Teniamo conto dell’informazione sul ritorno in
Etiopia di 46 studenti dell’università di Asmara e di 80 insegnanti da
Assab.
E’ incoraggiante sapere che il governo ha invitato i rappresentanti del
Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) e dell’Ufficio
dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani in Eritrea
e ha chiesto loro di investigare sulle presunte detenzioni. Sarà molto
rassicurante per la comunità internazionale se l’ ICRC è in grado di
fornire i suoi servizi al Governo dell’Eritrea al fine di assicurare il
rispetto della Convenzione di Ginevra in rapporto all’attuale conflitto
con l’Etiopia, e se le viene dato accesso, secondo il suo mandato, ai
prigionieri di guerra e ai detenuti per ragioni di sicurezza.
Allo
stesso modo, la presenza in Eritrea di funzionari dell’Ufficio dell’Alto
Commissario per i Diritti umani sarà un passo positivo per la protezione
dei diritti umani nella regione nei tempi a venire. Per quanto riguarda
la situazione degli Eritrei in Etiopia, molti dei quali di nazionalità
etiopica, Amnesty International è stata molto preoccupata di fronte alle
migliaia di detenzioni e deportazioni arbitrarie e i maltrattamenti di
uomini, donne e bambini di origine eritrea.
Da quando
queste gravi violazioni dei diritti umani sono incominciate, a metà
giugno 1998, i nostri membri hanno ripetutamente protestato con il
governo dell’Etiopia circa gli arresti, in particolare quando gli
eritrei sembrano essere detenuti politici incarcerati solamente per la
loro origine eritrea e senza alcuna prova che abbiano commesso alcun
atto criminale. Noi abbiamo chiesto il loro immediato e incondizionato
rilascio se non sono imputati di alcun crimine. Abbiamo chiesto il
rispetto degli elementari diritti umani dei detenuti e che siano
trattati umanamente mentre sono incarcerati, compreso l’accesso ai loro
parenti, legali e alla Croce Rossa Internazionale.
Inoltre
abbiamo chiesto che le deportazioni non avvengano in violazione della
Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che proibisce l’esilio
arbitrario o la privazione della nazionalità e che afferma il diritto
alla libertà di movimento. Noi chiediamo che non siano deportati senza
chiare e giuste procedure, che venga dato loro il diritto di sfidare
l’ordine di deportazione attraverso giusti e aperti procedimenti
giudiziari.
Vorremmo chiarire che, sebbene le questioni della detenzione e
deportazione in Eritrea ed Etiopia abbiano delle similarità, il grado
degli abusi che sono stati provati è molto diverso per quanto riguarda
il numero delle persone interessate: le detenzioni in Etiopia sono
alcune migliaia e le deportazioni sembrano aver superato i 12000,
mentre le cifre presunte riguardanti l’Eritrea sono molto più basse.
Le
autorità etiopiche non hanno risposto agli appelli di Amnesty
International o non hanno fermato le detenzioni e le deportazioni. Non
sembra che la Croce Rossa Internazionale abbia avuto pieno accesso ai
detenuti. Apprezziamo l’immediata risposta del Governo dell’Eritrea che
stiamo comunicando ai nostri membri. Grazie a questa risposta positiva
del governo dell’Eritrea chiederemo ai nostri membri di cessare di
inviare lettere all’Eritrea per il momento.
Noi
continueremo ad investigare e a portare all’attenzione delle autorità
ciò che riguarda le detenzioni arbitrarie. Confidiamo nelle autorità
eritree affinché controllino severamente tutte le affermazioni che hanno
un fondamento.
Distinti saluti
Gill Nevins
Direttore del “Acting Africa Program “
APPENDICE 3
NAZIONI UNITE
Agenzia stampa
1 luglio
1998
L’Alto
Commissario per i Diritti Umani esprime profonda preoccupazione per le
continue espulsioni di Eritrei dall’Etiopia La seguente dichiarazione è
stata rilasciata oggi dall’Alto Commissario per i Diritti Umani Mary
Robinson.
“Sono seriamente preoccupata per la violazione dei diritti umani dei
cittadini di origine eritrea che sono stati espulsi dall’Etiopia e in
particolare per il fatto che sui loro passaporti è stato messo il
timbro, ‘ espulso, non potrà mai più tornare. Ad altri che hanno cercato
di partire sono state confiscate le carte d’identità.
Ci sono serie violazioni dei diritti e delle libertà espresse nella
Dichiarazione Universale dei Diritti Umani così come nella Convenzione
Internazionale sui Diritti Civili e Politici a cui l’Etiopia ha aderito.
Appendice 4
Intervista del Primo Ministro Melles Zenawi a Radio Etiopia
9 luglio 1998, ore 20,30
tradotta letteralmente dall’amarico -25-
1. Domanda: Per salvaguardare la sicurezza della nazione il Governo
Federale ha sospeso alcuni eritrei dai servizi governativi e ne ha
espulsi altri dal paese. In relazione a ciò è stata rilasciata una
dichiarazione dall’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni
Unite. Questa dichiarazione ci impedirà di intraprendere altri passi
appropriati per rispettare la nostra sicurezza nazionale?
2. Risposta: (Primo Ministro Melles) Prima di tutto credo sia
importante stabilire la relazione tra diritti umani e la situazione
degli stranieri con cittadinanza che vivono in un paese. Le persone
non possono essere messe in prigione per il fatto di essere stranieri
senza un procedimento giudiziario. Non possono essere picchiati o
battuti, non possono loro venire confiscate le proprietà, non possono
venire uccisi al di fuori della legge; non si può impedire loro niente,
non possono essere puniti.
3. Questo è un punto. Il secondo punto è questo: uno straniero può
vivere in un altro paese quando quel governo ritiene che lo straniero
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