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Dossier
«Comprendere il mondo
mussulmano» : La Somalia
Come le potenze coloniali mantengono il paese nel caos
Intervista a Mohamed Hassan di Gregoire Lalieu & Michel
Collon
La Somalia disponeva di tutto ciò
che serve per riuscire: una posizione geografica vantaggiosa, petrolio,
minerali, e, cosa rara in Africa, una sola religione e una sola lingua
per l'intero territorio. La Somalia avrebbe potuto essere una grande
potenza nella regione. Ma la realtà è ben diversa: carestie, guerre,
saccheggi, pirati, attentati ... Perché questo paese affonda? Perché non
c'è un governo in Somalia da quasi venti anni? Quali scandali si
nascondono dietro gli arrembaggi dei pirati alle nostre navi? In questo
nuovo capitolo della serie "Comprendere il mondo musulmano", Mohamed
Hassan ci spiega come e perché le potenze imperialiste hanno usato in
Somalia il paradigma del caos.
Come si è sviluppata la pirateria in Somalia? Chi sono questi pirati?
Dal 1990, non c'è alcun governo in Somalia. Il paese è nelle mani dei
signori della guerra. Imbarcazioni europee e asiatiche hanno
approfittato della situazione di caos per pescare indiscriminatamente e
senza licenza lungo la costa somala. Hanno infranto regole fondamentali:
per esempio non hanno rispettato le quote in vigore anche nei loro paesi
per la conservazione delle specie e hanno usato alcune tecniche di pesca
- comprese le bombe - che hanno creato un danno enorme per la ricchezza
dei mari della Somalia.
Ma questo non è tutto! Sempre approfittando dell'assenza di un'autorità
politica, alcune imprese europee, con l'aiuto della mafia, hanno
scaricato rifiuti nucleari al largo delle coste della Somalia. L'Unione
Europa ne era al corrente, ma ha chiuso gli occhi ritenendo vantaggiosa
questa soluzione per il trattamento delle scorie radioattive. Lo tsunami
del 2005 ha gettato buona parte dei rifiuti sulla terra ferma. Malattie
prima mai riscontrare sono comparse tra la popolazione somala.
E' questo il contesto in cui si è
sviluppata la pirateria. I pescatori somali, che usano tecniche
rudimentali non erano più in grado di lavorare. Hanno deciso così di
proteggere se stessi e i loro mari. Questo è esattamente ciò che gli USA
hanno fatto durante la guerra civile contro gli inglesi (1756 - 1763):
non disponendo di adeguate flotte navali, il presidente George
Washington fece un accordo con i pirati per tutelare la ricchezza dei
mari americani.
Nessun governo in Somalia da quasi venti anni! Come è possibile?
Questo è il risultato della strategia statunitense. Nel 1990, il paese
era martoriato da conflitti, carestie e saccheggi. Il suo governo cadde.
Gli Stati Uniti, che da alcuni anni avevano scoperto riserve di petrolio
in Somalia, lanciavano nel 1992 l'operazione "Restore Hope". Per la
prima volta i Marines statunitensi intervenivano in Africa per cercare
di prendere il controllo del paese. Fu anche la prima volta che veniva
usato il pretesto dell'intervento umanitario per attuare un'invasione
militare.
Il famoso sacco di riso esibito da Bernard Kouchner su una spiaggia
somala?
Sì, tutti ricordano quell'accurata messa in scena. Ma le vere ragioni
erano strategiche. Un documento del Dipartimento di Stato USA
preconizzava che gli Stati Uniti sarebbero rimasti l'unica superpotenza
mondiale dopo il crollo del blocco sovietico. Per raggiungere
quell'obiettivo, si raccomandava di occupare una posizione egemonica in
Africa, ricca di materie prime. "Restore Hope" è stata un fallimento.
Il film hollywoodiano Black Hawk Down ne ha marcato lo spirito con gli
assalti dei "cattivi ribelli somali" ai poveri marines...
Infatti, i soldati degli Stati Uniti sono stati sconfitti dalla
resistenza nazionalista somala. Da allora, la politica degli Stati Uniti
è stata di mantenere la Somalia senza un vero governo, balcanizzandola.
La vecchia strategia britannica già applicata in vari luoghi: mettere in
piedi degli stati deboli e divisi per meglio tenerne le fila. E’ così
che non c'è un governo in Somalia da quasi venti anni. Gli Stati Uniti
hanno adottato una sorta di teoria del caos per impedire la
riconciliazione nel paese e tenerlo diviso.
In Sudan, in seguito alla guerra
civile, Exxon ha dovuto lasciare il paese dopo aver scoperto il
petrolio. Lasciare nel caos la Somalia non è contrario agli interessi
degli Stati Uniti che non possono sfruttare il petrolio scoperto?
Lo sfruttamento del petrolio somalo non costituisce una priorità. Gli
Stati Uniti sanno che le riserve sono là e non ne hanno bisogno subito.
Altri due fattori sono molto più importanti nella loro strategia. In
primo luogo, impedire ai concorrenti di negoziare vantaggiosamente con
uno stato somalo ricco e potente. Voi accennavate al Sudan, il confronto
è interessante. Il greggio che le compagnie petrolifere hanno scoperto
tre decenni fa, il Sudan lo sta vendendo ai cinesi. La stessa cosa
potrebbe accadere in Somalia.
Quando era presidente del governo
transitorio, Abdullahi Yusuf aveva visitato la Cina, anche se era
sostenuto dagli Stati Uniti. I media americani hanno fortemente
criticato quella visita. Il fatto è che gli Stati Uniti non hanno
garanzie su questo punto: se un governo somalo intravedesse un domani, a
prescindere dal colore politico, potrebbe benissimo adottare una
strategia indipendente degli Stati Uniti e commerciare con la Cina. Gli
imperialisti occidentali non vogliono uno stato forte e unito in
Somalia. Il secondo obiettivo di questa teoria del caos è legato alla
posizione geografica della Somalia, che è strategica per l’imperialismo
statunitense ed europeo.
Strategica perché?
La carta geografica parla chiaro: si tratta del controllo sull'Oceano
Indiano. Come ho detto, le potenze occidentali hanno pesanti
responsabilità per lo sviluppo della pirateria in Somalia. Ma piuttosto
che dire la verità e pagare un risarcimento per quello che hanno fatto,
questi poteri criminalizzano il fenomeno per giustificare la loro
posizione nella regione. Con il pretesto di combattere la pirateria, la
NATO dispiega la sua flotta nell'Oceano Indiano.
Il vero obiettivo?
Controllare lo sviluppo economico delle potenze emergenti, soprattutto
India e Cina. La metà della flotta mondiale di navi porta-container e il
70% del traffico complessivo di prodotti petroliferi passano dall'Oceano
Indiano. Da questo punto di vista, la Somalia occupa una posizione
strategica: ha la costa più lunga tra i paesi dell'Africa (3.300 km), di
fronte al Mar Arabico e lo Stretto di Hormuz, due centri nevralgici
dell’economia. Inoltre, una risposta pacifica per il problema somalo
potrebbe svilupparsi attraverso l'Oceano Indiano con relazioni tra
Africa da un lato e India e Cina dall'altro.
I concorrenti degli Stati Uniti
potrebbero avere influenza in questa regione dell'Africa. Mozambico,
Kenya, Madagascar, Tanzania, Zanzibar, Sudafrica ... questi paesi
collegati dall'Oceano indiano potrebbero avere un facile accesso al
mercato asiatico e sviluppare relazioni economiche proficue. Nelson
Mandela quando era presidente del Sudafrica, aveva già sollevato la
necessità di una rivoluzione nell'Oceano Indiano, con nuove relazioni
economiche. Questo progetto, gli Stati Uniti e in Europa non lo
vogliono. Pertanto, essi preferiscono mantenere la Somalia nel caos.
Lei dice che gli Stati Uniti non vogliono la riconciliazione in
Somalia. Ma quali sono le origini delle divisioni nel paese?
Per capire questa situazione caotica, dobbiamo andare ancora più
indietro nella storia della Somalia. Il paese era stato diviso dalle
potenze coloniali. Nel 1959, l'attuale Somalia, frutto della fusione
delle colonie italiane nel Sud e quelle inglesi del Nord, divenne
indipendente. Ma i somali vivono anche in alcune zone del Kenya,
dell'Etiopia e di Gibuti. Il governo della Somalia indipendente adottò
come simbolo della bandiera una stella. Ogni punta rappresenta una parte
della Somalia storica. Il messaggio è esplicito: "Due Somalie sono
riunite, ma ne restano altre tre colonizzate".
Tenuto conto della legittimità di queste asserzioni, gli inglesi - che
controllavano il Kenya – organizzarono un referendum nella regione del
paese oggetto della rivendicazione somala. Circa l'87% della
popolazione, per lo più di etnia somala, votò per l'unità della Somalia.
Ma quando fu reso noto il risultato referendario, Jomo Kenyatta, leader
del movimento nazionalista del Kenya, minacciò gli inglesi di espellere
i coloni se avessero accondisceso a cedere parte dei territori alla
Somalia.
La Gran Bretagna decise così di
ignorare il referendum e ancora oggi una vasta comunità di somali vive
in Kenya. E' opportuno comprendere come le frontiere coloniali siano
state un disastro per la Somalia. Questo problema è stato oggetto di un
importante dibattito nel continente africano.
Che cosa era in gioco in questo dibattito?
Negli anni sessanta, quando molti paesi africani divennero indipendenti,
il dibattito contrapponeva due gruppi, detti di Monrovia e di
Casablanca. Questi ultimi comprendevano, tra gli altri, il Marocco e la
Somalia, che volevano si ridiscutessero le frontiere ereditate dal
colonialismo a cui non riconoscevano legittimità. Ma la maggior parte
dei paesi africani, con i loro confini, sono il prodotto del
colonialismo. L'Organizzazione per l'Unità Africana (OUA), predecessore
dell'attuale Unione Africana, mise fine al dibattito affermando che i
confini erano indiscutibili: modificarli avrebbe riportato guerre civili
in tutto il continente. Più tardi, uno degli artefici dell'OUA, il
tanzaniano Julius Nyerere, confessò che questa decisione, per molti
versi la migliore, non era adeguata al caso della Somalia.
Che impatto hanno queste divisioni coloniali in Somalia?
Creano tensioni con i paesi vicini. Nel corso di questi anni, mentre la
Somalia sosteneva la revisione dei confini, l'Etiopia diventava un
bastione dell'imperialismo degli Stati Uniti, che peraltro costituiva
anche basi militari in Kenya ed Eritrea. Fu allora che la Somalia,
giovane democrazia basata su un'economia pastorale, espresse la volontà
di costruire un suo esercito con gli obiettivi di non apparire troppo
debole rispetto ai vicini armati, di sostenere i movimenti somali in
Etiopia e addirittura di recuperare con la forza alcuni territori. Ma le
potenze occidentali si opposero alla creazione di un esercito somalo.
La Somalia quindi ha avuto rapporti tesi con i suoi vicini. Non era
forse ragionevole opporsi a questo progetto di un esercito somalo? Non
avrebbe acceso dei conflitti?
Ciò che preoccupava l'Occidente non erano i conflitti tra paesi
africani, ma la salvaguardia dei propri interessi. Gli Stati Uniti e la
Gran Bretagna formarono ed equipaggiarono nuclei militari in Etiopia,
Kenya ed Eritrea, paesi che ancora vivevano sotto il giogo di un sistema
feudale molto oppressivo. Erano regimi neo-coloniali piegati agli
interessi degli occidentali. In Somalia, invece, si era instaurato un
potere più democratico e indipendente. L'Occidente non aveva quindi
alcun interesse ad armare un paese che sfuggiva al suo controllo.
Di conseguenza, la Somalia decise di volgersi all'Unione Sovietica. Ciò
allarmò seriamente le potenze occidentali che temevano che l'influenza
dell'Unione Sovietica si diffondesse in Africa. Timori che aumentarono
con il golpe del 1969.
Cioè?
Le idee socialiste si erano diffuse in tutto il paese. Un'ampia comunità
somala soggiornava ad Aden nello Yemen meridionale. In questa città la
Gran Bretagna aveva preso l'abitudine di mandare dall'India in esilio
tutte le persone ritenute pericolose: comunisti, nazionalisti, ecc. Sono
stati tutti arrestati e inviati ad Aden, dove crebbero rapidamente idee
nazionaliste e rivoluzionarie che influiranno sugli yemeniti ma anche
sui somali. Il marxismo attecchì tra la popolazione somala e con un
colpo di stato organizzato nel 1969 dai militari, Siad Barré prese il
potere in Somalia.
Quali erano le ragioni per il colpo di stato?
Il governo somalo era corrotto, nonostante disponesse di tutti quegli
ingredienti per fare del paese una grande potenza nella regione: una
posizione strategica, una lingua comune, una sola religione e altri
elementi culturali in comune. Cosa rara in Africa. Ma attardando uno
sviluppo economico, questo governo creava un clima favorevole alla
divisione in clan. Con il pretesto di fare politica, le élites somale si
sono divise, creando ognuna un suo partito senza un vero programma,
ottenendo il consenso elettorale secondo i meccanismi dei clan
esistenti.
Ciò ha realizzato un sistema
inefficace che ha acuito le divisioni. La democrazia liberale non si
dimostrava adeguata per la Somalia: a un certo punto esistevano 63
partiti politici per un paese di tre milioni di abitanti! Il governo non
era neppure in grado di adottare la lingua ufficiale per i documenti
scritti, cosa che creava gravi problemi nell'amministrazione. Il livello
di istruzione era basso. Malgrado la burocrazia, fu istituita la polizia
e un esercito, che svolgerà un ruolo fondamentale nel colpo di stato
progressista.
"Progressista"? Con l'esercito?
L'esercito è l'unica istituzione organizzata in Somalia. Come apparato
repressivo, avrebbe dovuto proteggere il cosiddetto governo civile e
l'élite. Ma per molti somali provenienti da famiglie e regioni diverse,
l'esercito era anche un luogo di incontro e di scambio, dove non c'erano
confini, tribalismo, divisioni in clan ... Su tale substrato si
diffondono le idee marxiste ereditate da Aden. Il colpo di Stato sarà
realizzato da ufficiali sostanzialmente nazionalisti, che pur non avendo
una conoscenza approfondita del socialismo, ne erano attratti. Inoltre,
ciò che accadeva in Vietnam alimentava un sentimento antimperialista. I
marxisti-leninisti tra la popolazione che non potevano contare su un
partito politico di massa, hanno sostenuto il colpo di stato e divennero
consulenti dei militari, quando presero il potere.
Quale cambiamento ha portato il colpo di stato in Somalia?
Uno dei primi aspetti positivi è stata l'adozione di una lingua
ufficiale per i documenti scritti. Inoltre, l'Unione Sovietica e la Cina
hanno aiutato la Somalia. Gli studenti e la popolazione si sono
mobilitate. L'istruzione e le condizioni sociali cominciarono a
migliorare. Gli anni che seguirono il golpe furono i migliori che la
Somalia avesse mai conosciuto. Fino al 1977.
Cosa è cambiato?
La Somalia, che, come già ricordato, era stata divisa dalle potenze
coloniali, attaccò l'Etiopia per recuperare il territorio di Ogaden,
popolata soprattutto da somali. A quel tempo, tuttavia anche l'Etiopia
era uno stato socialista appoggiato dai sovietici. Il paese era stato a
lungo guidato dall'imperatore Selassie. Ma durante gli anni Settanta, la
mobilitazione era sufficientemente forte da rovesciarlo. I movimenti
studenteschi - a cui ho personalmente partecipato - posero quattro
rivendicazioni principali. In primo luogo, risolvere le tensioni con
l'Eritrea pacificamente e democraticamente.
In secondo luogo, stabilire una
riforma agraria che avrebbe distribuito terra ai contadini. In terzo
luogo, stabilire il principio dell'eguaglianza etnica: l'Etiopia era
allora un paese multinazionale guidato da un'élite non rappresentativa
della diversità. In quarto luogo, abolire il sistema feudale e stabilire
uno Stato democratico. Come in Somalia, l'esercito era l'unica
istituzione organizzata in Etiopia e la popolazione si alleò con gli
ufficiali per rovesciare Selassie nel 1974.
Come è possibile che due Stati socialisti sostenuti entrambi
dall'Unione Sovietica si siano fatti la guerra?
Dopo la rivoluzione etiopica, una delegazione composta da Unione
Sovietica, Cuba e Yemen del Sud ha tenuto una tavola rotonda alla
presenza di Etiopia e Somalia per risolvere la loro controversia. Castro
è andato in Eritrea, ad Addis Abeba e Mogadiscio. A suo giudizio le
rivendicazioni somale erano del tutto giustificate. Alla fine la
delegazione etiope accettò di considerare seriamente la richiesta della
vicina Somalia e i due paesi firmarono un accordo per evitare qualsiasi
atto di provocazione finché non fosse presa una decisione. Le cose
iniziavano per il verso giusto, ma la Somalia non rispettò l'accordo ...
Due giorni dopo che la delegazione etiope tornò al suo paese, Henry
Kissinger, ministro del presidente Nixon, sbarcò a Mogadiscio. Kissinger
venne nella veste ufficiosa di rappresentante del Safari Club, che
comprendeva l'Iran dello scià, il Congo di Mobutu, l'Arabia Saudita, il
Marocco e i servizi segreti francesi e pakistani. L'obiettivo di questa
organizzazione era quello di contrastare le infiltrazioni sovietiche nel
Golfo e in Africa. Sotto le pressioni e le promesse di aiuti da parte
del Safari Club, Siad Barré commetterà un disastro: il grave errore
strategico di attaccare l'Etiopia.
Quali furono le conseguenze di questa guerra?
I sovietici lasciarono la regione e la Somalia, ancora guidata da Siad
Barré, nella rete delle potenze imperialiste neocoloniali. Il paese era
stato gravemente danneggiato dal conflitto. La Banca Mondiale e il FMI
erano responsabili della "ricostruzione". Ciò acuì le contraddizioni
all'interno della borghesia somala, poiché ciascuna delle élites
regionali cercava il proprio mercato. Si sono così accentuate le
divisioni tra clan il progressivo deterioramento del paese fino alla
caduta di Siad Barré nel 1990. Da allora, nessun capo di Stato gli è
succeduto.
Ma trent'anni dopo la guerra dell'Ogaden lo scenario si è rovesciato:
con l'Etiopia sostenuta dagli Stati Uniti ad attaccare la Somalia ...
Sì, come ho detto, dopo il fallimento dell'operazione Restore Hope, gli
Stati Uniti preferiscono mantenere la Somalia nel caos. Tuttavia, nel
2006, si sviluppa un movimento spontaneo sotto il vessillo delle Corti
islamiche per combattere i signori della guerra locali e ripristinare
l'unità del paese. E' stata una sorta di Intifada. Per evitare che
questo movimento ricostruisse la Somalia, gli Stati Uniti hanno
improvvisamente deciso di sostenere il governo somalo di transizione che
non avevano mai voluto riconoscere. In realtà, si resero conto che
l'idea di una Somalia acefala non era più sostenibile e un movimento,
per di più islamico, stava per giungere alla riconciliazione. Tuttavia
il governo di transizione non disponeva né di una base sociale, né di un
esercito: furono le truppe etiopi, agli ordini di Washington, ad
attaccare Mogadiscio per rovesciare le Corti islamiche.
Ha funzionato?
No, l'esercito etiope è stato sconfitto e ha dovuto lasciare la Somalia.
Nel mentre le Corti islamiche si sono disperse in vari movimenti che
tutt'oggi controllano gran parte del paese. Per quanto riguarda il
governo di transizione di Abdullah Yussuf, collassò e gli Stati Uniti lo
sostituirono con lo Sheik Sharrif, ex portavoce delle Corti islamiche.
Sheik Sharrif è passato al campo avversario?
Ha ricoperto la carica di portavoce delle Corti islamiche, poiché è un
buon oratore, ma non ha conoscenza politica. Non ha idea di cosa sia
l'imperialismo o il nazionalismo. È per questo che le potenze
occidentali l'hanno recuperato. Era l'anello debole delle Corti
islamiche. Egli presiede ora un governo fantoccio, creato a Gibuti, con
nessuna base sociale o autorità in Somalia. Esiste solo sulla scena
internazionale, perché le potenze imperialiste lo sostengono.
In Afghanistan, gli Stati Uniti si dicono pronti a negoziare con i
talebani. Perché non cercano il dialogo con i gruppi islamici in
Somalia?
Perché questi gruppi vogliono rovesciare l'occupante straniero e creare
le condizioni per la riconciliazione del popolo somalo. Gli Stati Uniti
intendono distruggere questi gruppi, poiché la riconciliazione - avvenga
attraverso i movimenti islamici o un governo di transizione - non è
nell'interesse delle forze imperialiste. Vogliono solo il caos. Il
problema oggi è che questo caos si è esteso anche in Etiopia, molto
debole dall'aggressione del 2007. Un movimento di resistenza nazionale è
emerso contro il governo filo-imperialista di Addis Abeba. Con la loro
teoria del caos, gli Stati Uniti hanno effettivamente creato problemi in
tutta la regione. E ora attaccano l'Eritrea.
Perché?
Questo piccolo paese conduce una politica indipendente nazionale.
L'Eritrea anela a una prospettiva per l'intera regione: il Corno
d'Africa (Somalia, Gibuti, Etiopia, Eritrea), non ha bisogno di
interferenze di potenze straniere, le sue risorse consentirebbero di
stabilire nuove relazioni economiche basate sul rispetto reciproco. Per
l'Eritrea, la regione deve prendere il controllo e i suoi membri devono
essere in grado di discutere i loro problemi. Ovviamente, questa
politica spaventa gli Stati Uniti che hanno paura che gli altri paesi ne
seguano l'esempio. Di conseguenza accusano l'Eritrea di inviare armi
alla Somalia e fomentare disordini in Etiopia.
Lei crede che l'Eritrea non invii armi in Somalia?
Nemmeno una cartuccia! E' pura propaganda, come quella condotta contro
la Siria riguardo la resistenza irachena. La visione dell'Eritrea
richiama progetto di una rivoluzione dell'Oceano Indiano, di cui dicevo.
Le potenze occidentali non vogliono e desiderano ricondurre l'Eritrea
nel circolo degli stati neo-coloniali, come Kenya, Etiopia e Uganda.
Non vi sono terroristi in Somalia?
Le potenze imperialiste presentano sempre come terroristi i popoli che
si battono per i loro diritti. Gli irlandesi erano terroristi finché non
firmarono un accordo. Abbas era un terrorista; ora, è un amico.
Eppure si parla di una presenza di Al Qaeda?
Al Qaeda è ovunque, dal Belgio all'Australia! Questa entità invisibile è
il marchio con cui giustificare al pubblico le operazioni militari. Se
gli Stati Uniti dicessero ai loro cittadini e soldati: "Inviamo le
nostre truppe nell'Oceano Indiano per prepararci a combattere la Cina",
le persone avrebbero paura. Ma se dice che questa lotta è contro i
pirati e Al Qaeda, non ci sono problemi. In realtà, l'obiettivo è un
altro: si tratta di installare delle forze nella regione dell'Oceano
Indiano, destinato ad essere teatro dei maggiori conflitti degli anni a
venire. Di questo parleremo nel prossimo capitolo ...
da
Resistenze.org
da testo originale
Michelcollon.info
* Mohamed Hassan è un esperto di geopolitica e del mondo arabo. Nato ad
Addis Abeba (Etiopia), ha partecipato ai movimenti studenteschi nel
quadro della rivoluzione socialista del 1974 nel suo paese. Ha studiato
scienze politiche in Egitto, prima di specializzarsi in amministrazione
pubblica a Bruxelles. Diplomatico per il suo paese di origine negli anni
'90, ha lavorato a Washington, Pechino e Bruxelles. Co-autore di L’Irak
sous l’occupation (EPO, 2003), ha partecipato anche a opere sul
nazionalismo arabo e i movimenti islamici, e il nazionalismo fiammingo.
Uno dei migliori conoscitori del mondo arabo contemporaneo e musulmano.
Per approfondimenti Mohamed Hassan raccomanda le
seguenti letture:
- Mohamed Omar, The Road to Zero: Somalia's
Self-Destruction, Haan Publishing,1993
- Babu, Abdul, Rahman Mohamed. African Socialism or
Socialist Africa? Londres, Zed Press, 1981, 190 p.
- Hersi, Ali Abdirahman, The Arab factor in Somali
history : the origins and the development of Arab enterprise and
cultural influences in the Somali Peninsula, Thesis--University of
California, Los Angeles, 1977
- Mahmood Mamdani, Good Muslim, Bad Muslim: America,
the Cold War, and the Roots of Terror,
- John K. Cooley, Unholy wars: Afghanistan, Amercia
and International Terrorism, Pluto Press, 2000
- John Drysdale, Whatever Happened to Somalia?, Haan
Publishing, 1994
Inoltre su Resistenze.org di Mohamed Hassan sullo
stesso argomento:
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