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CHE FINE HA FATTO L'ERITREA? Stefano Quatrini - Le vicende economiche, politiche, militari e sociali dell'Eritrea hanno, da sempre, suscitato ben poco interesse nei mezzi di informazione, tanto che, durante il recente conflitto 1998-2000, giornali e televisioni hanno descritto e commentato le evoluzioni della guerra in modo spesso approssimativo, superficiale e discontinuo. Le riflessioni elaborate dai giornalisti o dagli osservatori, nel periodo del conflitto, si sono spesso rivelate poco approfondite, di rado verificate, a volte errate. L'Eritrea non ha certo suscitato un interesse e un seguito da parte dell'opinione pubblica come avvenuto per l'Iraq o l'Afghanistan. Ciò con la diretta conseguenza che non vi sono state mai pressioni da parte dell'opinione pubblica nei confronti dei diplomatici coinvolti e, pertanto, episodi forse risolvibili o comunque contenibili hanno seguito il loro corso naturale con effetti molto più drammatici di quanto si sarebbe avuto in caso di immediato e mirato intervento da parte di forze internazionali. E oggi? Nessun giornale, televisione o radio ne parlano più: l'Eritrea sembra scomparsa in un abisso senza fine, abbandonata al suo destino, qualsiasi esso sia. Le poche righe che seguono hanno l'ambizione di offrire al lettore un sintetico quadro economico, politico, militare, sociale e strategico dei recenti avvenimenti che hanno visto come protagonista l'Eritrea da utilizzare come chiave di lettura della scarsezza e imprecisione delle informazioni, attuali e passate, e delle possibili evoluzioni a cui il Paese andrà incontro nel prossimo futuro. Excursus storico La storia dell'Eritrea ha origini molto antiche: abitata inizialmente da pastori semiti provenienti dall'Arabia è stata poi sede del mitico regno di Axum, nato appunto dall'unione di popolazioni autoctone e di provenienza orientale. In questo periodo sono diventati leggendari scali come Adulis (a sud di Massaua), crocevia di ricchezze favolose e crogiuolo di mondi differenti che si contaminarono fecondamente. In parte, dunque, il passato della regione si può legare al regno etiope, da cui, tuttavia, mantenne, soprattutto nelle zone costiere, una certa indipendenza: venne, infatti, occupata dagli Arabi nel VII secolo e successivamente dagli Ottomani nel XVI secolo. In seguito la zona costiera venne dominata dall'Egitto che, nel 1866, vi stabilì una base al fine di conquistare l'Etiopia. Ultimo colonizzatore in Africa, l’Italia nel 1889, firmò il trattato di Uccialli con il negus dell'Etiopia Menelik: l'Italia ottenne così i possedimenti costieri dell'Eritrea come sua colonia. Ma lo stesso Menelik impose all'Italia l'umiliante sconfitta di Adua, nel 1896, per ridimensionarne le mire espansionistiche ed egemoniche. E proprio questo episodio costituì un valido pretesto per l'Italia, nel 1935, per la conquista dell'Etiopia, poi divenuta Africa Orientale Italiana. Ancora oggi è difficile valutare in modo obiettivo il periodo del colonialismo italiano: vengono, infatti, costruite infrastrutture, città e nuclei economici (tutt'oggi l'Asmara ricorda Sabaudia), che tuttavia, si accompagnano alle leggi razziali del 1938 e a un atteggiamento di superiorità assoluta verso l'indigeno. Non meno criticabile è stato il periodo successivo corrispondente al dominio britannico dell'Eritrea, passata agli inglesi nel 1941. Fino al 1952 la colonizzazione di sua Maestà è stata improntata all'espropriazione e alla demolizione di ogni infrastruttura precedentemente costruita. Nel 1952 l'Eritrea, per una precedente delibera dell'ONU (1950) viene annessa all'Etiopia dell'imperatore Hailè Selassiè. Come facile prevedere, l'atteggiamento dell'ultimo grande imperatore dell'Africa per nulla si avvicina all'iniziale idea di concedere l'indipendenza all'Eritrea, che, infatti, inizia nel 1961-62, anno dell'annessione unilaterale dell'Eritrea come quattordicesima provincia dell'impero, una lunga guerra d'indipendenza. In tale periodo, che dura trent'anni, dal 1961 al 1991, le vicende che riguardano Etiopia ed Eritrea sono ricche di protagonisti eccellenti, complotti internazionali, eroiche battaglie ed atti vili. L'interesse dell'Etiopia ad annettere e sottomettere l'Eritrea è, in parte, facilmente individuabile: l'Eritrea costituisce un facile sbocco sul mare per l'Etiopia che ne è completamente priva. Ma ciò, forse, da solo non basterebbe a giustificare quanto successe. Osservando meglio la cartina geografica, infatti, appare più evidente che l'Eritrea è anche una piattaforma di controllo della penisola arabica di ineguagliabile pregio. Un punto di incontro fra medio oriente e mondo Arabo, fra Africa e Mar Rosso, a sud dell'avamposto islamico quale è il Sudan, la prossimità dell'asse Siria, Libano, Iran e Iraq. Per questo, appunto, l'annessione del 1962 non suscita alcuno scalpore internazionale a discapito dell'Etiopia. L'Etiopia è, infatti, pronta ad assecondare le ambizioni statunitensi in cambio di abbondanti finanziamenti. E gli USA, dal canto loro, sono ben disposti a spendere un po' di denaro, sotto diverse formule, in cambio di un avamposto di prim'ordine come l'Eritrea. A conferma dell'interesse degli Stati Uniti per la zona vi è il più grande ed integrato sistema logistico – informativo – operativo, la base polifunzionale di Kagnew sull'altopiano di Asmara, mai avuto al di fuori del loro territorio (è secondo solo al complesso della Virginia). E finanziarono ripetutamente l'Etiopia per svariati milioni di dollari l'anno, direttamente o per mano della Banca Mondiale o del Fondo Monetario Internazionale. Ma gli USA non sono i soli interessati all'area geografica ed, infatti, quando nel 1974 il colonnello Menghistu compie il colpo di stato e diventa il leader dell'Etiopia, appoggiato dal Dergue, il suo Comitato "provvisorio" militare, la situazione muta: l'URSS entra in gioco nella regione e l'Etiopia diviene una delle roccaforti più radicali del comunismo nel mondo. Ciò, in parte, perché proprio in quel periodo gli USA sono pesantemente occupati in Vietnam e un impegno elevato in Africa non è più possibile. L'URSS coglie l'occasione e invia in Etiopia moltissimi armamenti e soldi, nonché suoi soldati, successivamente sostituiti da quelli cubani, meglio adatti al clima caldo dell'equatore. Le forze messe in campo servono, in gran parte, a combattere il popolo eritreo, che negli anni non si è mai piegato e non è mai stato disposto ad accogliere pacificamente e passivamente potenze straniere. Non sono mai state accolte le grandi multinazionali americane (Coca Cola, IBM, Caterpillar, Hilton, etc.), che invece hanno trovato un terreno fertile in Etiopia. E l'Eritrea non ha mai accettato pacificamente di prestare i propri territori a scopi militari e strategici a potenze straniere. Finalmente, dopo innumerevoli guerre, migliaia di morti sia di nazionalità eritrea che etiope, dopo immani distruzioni e devastazioni, l'Eritrea riesce a costituire un governo provvisorio in mano al FPLE, che la porterà al referendum del 1993 in cui il 99,8% della popolazione vota per l'indipendenza. L'Eritrea è l'ultimo paese africano a uscire dall'epoca coloniale.
1993 - 1998: pace e premesse di guerra Il traguardo dell'indipendenza ha però rappresentato per l'Eritrea la linea di partenza nella ricostruzione del Paese. L'Eritrea, infatti, occupa un territorio piccolo e privo di grandi ricchezze naturali e la trentennale guerra con l'Etiopia, accompagnata da violente siccità e carestie, ha portato il Paese in gravissime condizioni economiche ed umanitarie. L'obiettivo di condurre il paese ad una svolta democratica, prima con la convocazione di un'assemblea costituente, poi con le elezioni democratiche in un quadro politico in cui più partiti si fronteggiano liberalmente, viene continuamente rimandata dall'unico partito al potere, il Fronte Popolare per la Democrazia e Giustizia, guidato dal presidente Issayas Afewerki. L'indipendenza dell'Eritrea, nonostante le enormi difficoltà, viene comunque portata avanti dagli eritrei in modo coraggioso e in autonomia rispetto ai poteri economici e politici internazionali. L'Eritrea sceglie, infatti, di "fare da sola", limitando a quasi nulla gli aiuti economici "strutturali" offerti dalla Banca Mondiale e dal FMI. Seguendo questa strada, l'Eritrea, durante il periodo di pace, riesce a divenire un modello di sviluppo per l'Africa intera, realizzando un tasso di crescita del 7% annuo, con un debito estero irrisorio, valorizzando le proprie ricchezze territoriali, locali e culturali. Oltre a ciò, il Paese riesce ad evitare i mali tipici dell'Africa: emergenza sanitaria, criminalità, fame e conflitti interetnici. Il modello di sviluppo economico dell'Eritrea si basa comunque su un progetto di integrazione economica con l'Etiopia: i due paesi, infatti, avrebbero potuto ottenere ottime sinergie cooperando nell'ottica dell'Agreement of Friendship and Cooperation del 1993. L'accordo prevedeva un progressivo smantellamento delle barriere legali e fiscali al libero commercio fra le nazioni, l'armonizzazione delle politiche doganali e delle leggi che regolavano l'immigrazione e la cooperazione in materia finanziaria e monetaria, nonché talune scelte di politica estera. I due paesi sottoscrissero un accordo d'intesa, sempre nello stesso anno, con l'intento di concordare le direttive in materia monetaria, finanziaria ed economica. L'evidente differenza degli indicatori macroeconomici dei due Paesi, a favore della più grande Etiopia, indusse quest'ultima a disattendere parte degli impegni assunti inizialmente. L'introduzione, nel 1997, del nafka eritreo ha portato alla prima concreta manifestazione di discrepanza di intenti economici e politici fra i due paesi. Il contrasto economico era ingigantito dal fatto che il modello economico eritreo si fondava sull'assoluta libertà di circolazione monetaria e sul rifiuto degli aiuti della cooperazione internazionale, mentre l'Etiopia sviluppava un forte controllo in ambito di scambi valutari ed il massimo incentivo agli investimenti esteri e agli aiuti internazionali. Ma nel periodo fra il 1993 e il 1998 non sono, tuttavia, stati solamente gli eventi economici a costituire le premesse per una nuova e violenta ripresa dei conflitti fra le due nazioni confinanti. Le rivendicazioni territoriali, a parere di giornali e organi d'informazione internazionali causa unica del conflitto, hanno sicuramente rappresentato un ottimo pretesto, anche se, dopo un'analisi più attenta, una difficile reale motivazione. Le conseguenze della guerra, i costi sostenuti e gli enormi "passi indietro" per entrambe le parti non possono sostenere la teoria delle lotte per i confini come unica causa. Ragioni più valide, anche se meno evidenti, possono invece ricercarsi in eventi diplomatici avvenuti nel 1997. Come riporta la rivista Africa Research Bullettin di quell'anno, l'Arabia Saudita, da sempre amica degli USA, richiede all'alleato di ritirare le proprie forze militari dal suo territorio, in seguito a dimostrazioni di intolleranza da parte di fazioni interne estremiste contrarie alla presenza americana sul suolo arabo. La misura è di carattere preventivo, ma gli USA accettano di cercare sistemazioni più funzionali ai propri bisogni: il Sudan non va bene, in quanto ospita basi terroristiche, e l'Egitto, nella persona del suo presidente Mubarak, rifiuta di concedere altri territori in più rispetto ad alcune aree del proprio deserto già messe a disposizione agli americani. Rimane, dunque, l'Eritrea, ottima base militare - logistica, sia sul continente (nella ex base USA Kagnew), sia nelle isole Dahlak. Ma Eritrea risponde negativamente alla richiesta degli Stati Uniti di utilizzare il proprio territorio per scopi strategici e militari. Trascorre meno di un anno da tali avvenimenti quando si scatena la "guerra senza senso" del Corno d'Africa. Non sono forse, dunque, le ragioni economiche e gli avvenimenti diplomatici sopra ricordati e le strategie politico - militari dell'occidente le cause più ragionevoli della nuova guerra in cui l'Eritrea si è vista coinvolgere, piuttosto che le sole rivendicazioni di territori desertici poco importanti?
1998 - 2000: guerra La cronaca degli eventi e delle battaglie combattute fra Eritrea ed Etiopia rischia di essere un lungo elenco di luoghi a noi per lo più sconosciuti e lontani. Solo è opportuno ricordare che il conflitto si può suddividere in tre periodi: 1. Maggio 1998 - incidenti di frontiera a Badme: alcuni giorni dopo l'Etiopia dichiara guerra all'Eritrea. E' l'inizio della guerra. Tentativi di mediazione internazionale non vengono accettati dall'Eritrea e Asmara viene bombardata. Gli eritrei in Etiopia vengono espulsi. 2. Giugno 1998 - dopo una breve tregua, la guerra ricomincia. In diversi momenti entrambi i contendenti accettano il piano di pace dell'OUA, ma le battaglie proseguono. L'Eritrea rompe le relazioni diplomatiche con Gibuti. La regione è sconvolta da una durissima carestia. 3. Maggio 2000 - la terza fase si trasforma in una vera e propria guerra di conquista dell'Etiopia, che occupa il 30% del territorio eritreo. Tuttavia, l'Etiopia non conquista definitivamente Asmara, a cui viene riconosciuto il diritto alla trattativa. Vengono firmati gli accordi di Algeri, raggiunti con la mediazione di OUA e ONU. La guerra, oltre che la drammaticità tipica di ogni conflitto, ha dovuto anche scontare la violenta siccità e la carestia che hanno colpito la regione. Nella parte conclusiva del conflitto, stime internazionali indicavano 8 milioni di etiopi bisognosi di aiuto (di cui 1 milione assolutamente dipendente) e oltre 700 mila eritrei in grave pericolo. Siccità, guerra e migrazioni forzate hanno sconvolto la regione, gli aiuti inviati spesso sono stati dirottati al mantenimento degli eserciti, le popolazioni sono state colpite durissimamente. Mentre in precedenza le scelte belliche delle classi dirigenti avevano uno scarso seguito nella popolazione, la guerra 1998 - 2000 ha coinvolto e travolto direttamente le masse, avendo avuto anche un connotato nazionalistico, che ha inevitabilmente scatenato odio e rancore da entrambe le parti verso l'avversaria popolazione che ha sostenuto il suo leader. Il conflitto si è concluso con un Agreement of Cessation of hostilities between Ethiopia and Eritrea, che, tuttavia, non può riportare la regione allo status quo precedente al conflitto. I numeri della guerra sono sconvolgenti: nel primo anno si trovavano al fronte 320.000 etiopi e 250.000 eritrei. Nel 1995 le spese militari dell'Etiopia rappresentavano il 2% del PIL annuo, quelle dell'Eritrea l'1%, nel 1998 sono salite al 10% per la prima e al 30 % per la seconda nazione. Circa 10 milioni di etiopi ed eritrei sono stati coinvolti nell’allarme siccità. La guerra è costata ad entrambe le nazioni almeno 1 milione di $ al giorno e 786 milioni di $ complessivi per l'acquisto di armamenti. L'indice di sviluppo delle N.U. indica che l'Eritrea è al 167° posto e l'Etiopia al 172° su 174 paesi. Sono stati accertati oltre 100.000 morti e diverse centinaia di migliaia di profughi. Numeri che non vantano di essere precisi e completi, ma che offrono una chiara proporzione della vastità del conflitto fra le due nazioni. Quale futuro? A fine guerra, nel Giugno 2000, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, con la risoluzione numero 1312, dà il via alla United Nations Mission in Ethiopia and Eritrea (UNMEE), inizialmente composta da 100 cosiddetti osservatori militari, poi aumentati di numero. Obiettivi della missione sono la bonifica del territorio dalle mine e l'attivazione di comunicazioni, nonché la sorveglianza delle zone di confine (TSZ, Zona di Sicurezza Temporanea). Anche l'Italia partecipa alla missione con un contingente di circa 200 uomini impegnati soprattutto in attività logistiche e di ricognizione delle zone lungo i confini. Attualmente, l'Eritrea continua ad essere una Repubblica parlamentare, guidata da Isaias Afwerki, capo dello Stato e del Governo, suddivisa in 8 province. Il difficile compito di avviare un processo istituzionale per il raggiungimento di una vera e propria democrazia non è mai iniziato realmente ed oggi, dopo le drammatiche vicende di guerra, si rivela ancora più arduo di quanto previsto. Inoltre, la delicata situazione del Corno d'Africa, ancora oggi, appare alquanto precaria ed il rischio di interruzione del processo di pacificazione o, peggio ancora, l'ipotesi dell'allargamento dei conflitti ad altri paesi confinanti (Sudan, Gibuti e Somalia), inducono a osservare la situazione con molta attenzione e sensibilità. La ripresa dei conflitti ed il coinvolgimento di altri paesi della regione potrebbero, infatti, innescare una catastrofe generale di proporzioni tali da costituire una seria minaccia per l'Africa intera, che rischierebbe di venire divisa in due parti, con conseguenze disastrose sia dal punto di vista politico, militare, economico, sia da quello umano e sociale. La domanda più difficile a cui rispondere, dunque, riguarda il futuro di questa regione dell'Africa, che non ha perso la sua importanza strategica e che, oggi, piegata dalla guerra, dai profughi, dai lutti, dalla carestia e dalla distruzione dovrà affrontare un cammino verso la ricostruzione di non facile percorribilità. L'odio che si è innescato fra i popoli contendenti rischia di rendere il processo di pace e di sviluppo molto difficoltoso e lento, la necessaria cooperazione fra le due nazioni non può essere esclusa, pur mantenendo indipendenti ed autonomi i due Paesi, con le loro diverse tradizioni e usi. Ma come? La formula degli aiuti allo sviluppo, che spesso si è rivelato un ottimo lasciapassare per aiuti all'armamento o per tangenti, deve essere rivista e studiata in modo tale da non annientare le caratteristiche geografiche, economiche, politiche e sociali di un paese, le sue tradizioni e usanze religiose. E' necessario lavorare, in un clima di pace e collaborazione, per valorizzare le ricchezze naturali e tradizionali di Etiopia ed Eritrea, in modo che, autonomamente, ognuno possa gestire, oggi, il proprio futuro in sintonia con il proprio passato ed è altresì necessario che l'opinione pubblica, italiana e mondiale, sia maggiormente informata e sensibilizzata affinché l'Eritrea non sia abbandonata a sé stessa, ma abbia, direttamente o indirettamente, un alleato in ogni cittadino responsabile ed attento alle problematiche di questa Nazione, sia pure minore, e di tutto il Corno d'Africa. Da Warnews.it Scritti da voi: 21/02/03 Stefano Quatrini
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