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Il cardinale Sandri
alla Roaco:
l'Eritrea si apra al mondo!
Da
Radio Vaticana 20/01/10 - Si è conclusa oggi
in Vaticano l’assemblea della Roaco, l’organismo che coordina le opere
in aiuto alle Chiese Orientali. Al centro dell’appuntamento, tra i vari
temi, la situazione dei cristiani in Eritrea: un Paese molto provato,
come ha detto - al microfono di Romilda Ferrauto - il cardinale Leonardo
Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali e
presidente della Roaco:
R. – La Congregazione voleva sottoporre all’attenzione di tutti i membri
della Roaco la situazione di quel Paese, molto provato dal punto di
vista economico, sociale con grandissima povertà, con tanta sofferenza
anche dal punto di vista politico e sociale, perché di per sé c’è una
grande mancanza di tutto quello che si riferisce ai diritti umani, alla
dignità umana, alle libertà individuali. Il Paese è dominato da questa
prospettiva militare di una possibile guerra e quindi tutti sono
sottoposti ai condizionamenti della guerra. Per esempio, i nostri
cristiani, i nostri seminaristi, i nostri sacerdoti non possono partire
– gli uomini – prima dei 48-50 anni: immagini, per farli studiare qui, a
Roma, o in altre parti.
D. – Dunque avete difficoltà perfino per venire loro in aiuto, per farli
studiare all’estero, per la formazione nei seminari?
R. – Esattamente. Tutto il condizionamento della vita politica e sociale
influisce anche sulla vita della Chiesa. Evidentemente, per poter
portare avanti l’educazione, l’assistenza sanitaria, tutte le opere
della Chiesa c’è bisogno di poter avere anche aiuto esterno. Quindi,
possiamo dire che vogliamo che il mondo, che le autorità internazionali
abbiano un’attenzione speciale nei riguardi di questo Paese in modo da
aiutarlo a risolvere i conflitti in sospeso che pesano su questo Paese,
soprattutto quello con l’Etiopia, affinché non ci sia più lo spauracchio
della guerra che domina tutta l’attività interna del Paese. E poi, che
tutte le agenzie cattoliche internazionali possano portare il loro aiuto
a questi nostri fratelli che vivono in una povertà estrema e nella
sofferenza.
D. – Avete la sensazione, quindi, che questa situazione non sia
abbastanza conosciuta, non sia presa sufficientemente sul serio dalla
comunità internazionale?
R. – Ripeto le parole che ha detto il nunzio apostolico, che ci ha
riferito le sue impressioni su questo Paese: “Sono sorpreso che
l’Eritrea sia portata proprio al centro dell’attenzione della vostra
riunione, perché - benché ci siano anche delle sanzioni delle Nazioni
Unite contro l’Eritrea, per il sostegno dato alle bande armate che
operano in Somalia - non c’è un’attenzione continua per aiutare questo
Paese ad uscire dalla situazione in cui si trova dal punto di vista
sociale, politico, economico e alla sofferenza della gente. Qui stiamo
parlando di uno dei Paesi più poveri del mondo, e le vittime – i
bambini, le donne, quelli che soffrono di più – hanno bisogno dell’aiuto
dall’estero!
D. – Ma qualcosa si può fare?
R. – Qualcosa si può fare, e soprattutto speriamo bene che si possa
raggiungere la pace, che è alla base di tutta l’attività sia della
società civile, sia della Chiesa. Noi aiutiamo i nostri tre eparchi,
cerchiamo di dare loro tutto l’aiuto per le opere educative, per le
opere assistenziali, per le cliniche, per i seminari, per la formazione
dei giovani … Però, ripeto, sono sempre un aiuto ed una vicinanza molto
condizionati da questa situazione. Speriamo che il Signore con la sua
grazia possa illuminare anche le menti dei governanti perché si aprano
al mondo. Ricordo sempre le parole di Giovanni Paolo II durante la sua
visita a Cuba, e le applico – con le dovute proporzioni – alla
situazione dell’Eritrea: “Eritrea, apriti al mondo!”.
da
Radio Vaticana
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