Calma apparente in attesa del nuovo inquilino della Casa Bianca
 

Le fasi preliminari della lunga corsa alla Casa Bianca sono per ora caratterizzate da una alternanza di risultati che rende difficile fare previsioni circa l’identità del futuro timoniere di una delle amministrazioni più influenti del pianeta.

Questo momento di transizione e di relativa incertezza sembra produrre nella opinione pubblica mondiale una sorta di effetto anestetico testimoniato dall’orientamento omogeneo dell’informazione globale verso argomenti secondari rispetto alle grandi tematiche di politica internazionale che fino a poche settimane fa tenevano banco quotidianamente con resoconti e bollettini di guerra.

Il Corno d’Africa non fa eccezione e nonostante Somalia, Sudan, Kenya, Etiopia ed Eritrea, solo per citare quelle più vicine alla sfera di interesse dell’Italia, si stiano confrontando con gravi situazioni di crisi in continua evoluzione, le notizie che vengono pubblicate relativamente a quei paesi sono di scarso rilievo e di poco approfondimento, tanto da dare l’impressione che la loro funzione sia quella di riempire i vuoti fra le altre notizie più che di voler dare continuità a quell’assillo mediatico al quale il pubblico era solo fino a poco tempo fa sottoposto.

Ad essere coinvolti dai riflessi di questo sconcertante stato di animazione sospesa sembrano anche i lavori di organismi centrali come l’Onu che probabilmente in attesa di conoscere i futuri orientamenti politici Usa in fatto di politica estera prendono tempo procrastinando importanti decisioni di vitale importanza per gli equilibri di aree giudicate sensibili come quella dell’Africa Orientale.

L’ultima risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in ordine di tempo, la 1798 che ha riguardato la questione eritreo-etiopica, riflette pienamente questa tendenza al differimento, poiché ha rimandato per l’ennesima volta la possibile soluzione di una questione oramai annosa e di centrale importanza per i suoi risvolti di natura legale e di rispetto della giustizia internazionale, prorogando di ulteriori sei mesi la missione Unmee.

Diplomatici e analisti avevano gia previsto che, nonostante le dichiarazioni del ministero degli esteri eritreo contrario alla proroga, il Consiglio avrebbe fatto solo uno sforzo superficiale per risanare la controversia di confine tra Etiopia ed Eritrea, affermando che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, pur non potendosi sganciare ritirandosi, non avrebbe esercitato alcuna pressione per risolvere il problema, e che l’Eritrea si sarebbe certamente “infuriata” verso qualsiasi blanda dichiarazione che non avesse condannato esplicitamente l’Etiopia per aver rinnegato l'accordo di Algeri, contribuendo con questo all’aumento dell’ostruzionismo verso le Nazioni Unite che vengono viste come a favore dell' alleato di Washington.

La previsione è stata rispettata e la risoluzione 1798 del Consiglio di Sicurezza articolata in quattordici punti è stata approvata a fine gennaio, nel corso di una seduta che ha avuto inizio alle 17:59 ed è terminata alle 18:01, provocando l’immediata reazione del governo eritreo che ha espresso in un comunicato ufficiale una protesta formale sia per la decisione di prorogare la missione, sia per gli argomenti esposti in alcuni punti della risoluzione, ritenuti gravemente lesivi della dignità del Paese e in contrasto con la stessa Carta delle Nazioni Unite.

I punti particolarmente controversi, oltre al primo dove viene annunciata la proroga della missione, sono i punti tre, quattro, cinque e sei dove da una parte Eritrea ed Etiopia vengono considerate nella stessa misura responsabili del mancato successo del progetto di demarcazione dei confini e invitate pariteticamente ad adoperarsi per un allentamento dello stato di tensione, e dall’altra invece vengono esortate in maniera assolutamente differenziata e sproporzionata a svantaggio dell’Eritrea ad agire sui propri dispositivi militari secondo un criterio totalmente difforme da quanto previsto dagli accordi di Algeri e contrario ai principi della Carta delle Nazioni Unite.

L’aspetto più scandaloso della risoluzione 1798, continua il comunicato del ministero degli esteri eritreo, è che non vi è il benché minimo riferimento all’obbligo dell’Etiopia di ritirarsi dai territori sovrani eritrei in conformità a quanto stabilito dagli accordi di Algeri e della risoluzione Onu 1430 (2002), secondo i criteri e i riferimenti cartografici elaborati dalla Commissione Confini che ha concluso i suoi lavori alla fine del novembre 2007, mentre vi compare enfatizzata una pretestuosa e marginale argomentazione circa il taglio delle forniture di carburante alla missione da parte delle autorità eritree.

La intellettuale, scrittrice e giornalista eritreo-americana Sophia Tefamariam facendosi interprete dei sentimenti della grande e partecipe comunità degli eritrei-americani, aveva scritto un lungo articolo nel quale, nell’imminenza della scadenza del mandato della Unmee, esprimeva tutto il suo sdegno e quello della sua gente per l’atteggiamento del Consiglio di Sicurezza accusandolo di agire in modo da assecondare le pressioni della amministrazione Usa più interessata a coprire le responsabilità della fedele alleata Etiopia che ad operare in conformità alle leggi internazionali.

Ma il suo grido di dolore come quello della gente somala, etiope, sudanese e keniota per il momento rimarrà inascoltato e a margine del grande evento dalla nomina del successore di quel G.W. Bush che l’Africa certamente non rimpiangerà.

 
Stefano Pettini


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