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Bush versus Somalia La notizia del proditorio attacco alla Somalia da parte della amministrazione Bush è arrivata così improvvisa e inaspettata da provocare sconcerto e incredulità anche in ambienti dove la morte resa spettacolo rappresenta la normalità. La linea di confine fra ciò che è lecito e ciò che è sacro sembra farsi ogni giorno più sottile e impalpabile, così come la capacità di reazione della gente comune sempre più convinta che se un evento come l’incursione aerea americana è accaduto, evidentemente era legittimo…o forse no?
Le reazioni ufficiali alla notizia del bombardamento del presunto covo di Al Quaida nella parte meridionale della Somalia, quasi a riflettere questa incertezza, sono arrivate con ritardo e in modo confuso quando non contraddittorio. Il nostro Ministero degli affari esteri si è detto contrariato per la azione della amministrazione Bush che è stata definita blandamente ‘intempestiva e controproducente’, da parte sua invece il vice-presidente della commissione europea ha definito l’intervento Usa perfettamente legittimo e in linea con gli interessi della comunità europea nella lotta al terrorismo internazionale, tanto da domandarsi se l’On. D’Alema avesse ben focalizzato l’accaduto prima di esprimere il suo giudizio negativo.
I successivi diversi commenti giunti da altri esponenti politici italiani e stranieri in merito alla questione non sono andati molto oltre un cauto rammarico per quanto accaduto, accompagnato dalla sempre più ingiustificata speranza che a prevalere alla fine siano il buon senso e la pace come unica alternativa al cancro del terrorismo. Con il passare dei giorni nella gente comune ha iniziato a farsi strada il convincimento che tutto sommato gli americani essendo animati da buoni propositi non devono sottostare alle leggi internazionali che regolano i rapporti fra le nazioni, come sono tenuti a fare tutti gli altri paesi al mondo, e che il loro ruolo di sceriffi globali non debba essere oggetto di commenti o contestazioni.
Il mondo della informazione, che dovrebbe assolvere alla sua funzione di terzo polo in contrapposizione agli altri due costituiti dalla politica e dalla opinione pubblica, appare attonito e quasi incapace di elaborare un procedimento mentale autonomo e critico non fosse altro che per riordinare le idee e cercare di ristabilire quali siano i capisaldi ai quali fare riferimento. Legittimità, regole internazionali, sovranità territoriale, dignità e libertà, appaiono infatti valori dai contorni sempre più confusi e dal peso diverso a seconda delle diverse aree geografiche del globo in cui vengono applicati, mescolati come sono nel gran calderone dello spettacolo mediatico insieme a concetti opposti come terrorismo, mistificazione, violenza e prevaricazione. Nessuno sembra capace di districare questa matassa e ridefinire ad esempio questioni come il terrorismo in modo chiaro e definitivo a causa della sudditanza psicologica generalizzata della quale sembra essere rimasta vittima l’informazione globale nei confronti di qualunque atteggiamento elaborato in seno alla attuale amministrazione Usa.
Cosa sia dunque il terrorismo e quali siano le entità che progettano azioni aventi lo scopo di portare instabilità e paura nella gente non è più del tutto chiaro, le armi di distruzione di massa non si trovavano dove si era voluto far credere e non era nemmeno vero che eserciti di “dormienti”, come vengono definiti i presunti terroristi che vivono come persone comuni integrati nelle società occidentali ma pronti a rispondere alla chiamata alle armi, si sarebbero materializzati per portare a termine i loro ignoti compiti. Viceversa appare sempre più chiaro che a esportare il terrore prima attraverso un complesso sistema di manipolazione del mondo mediatico e poi conducendo azioni dirette e devastanti, sia proprio quella amministrazione Usa che di fallimento in fallimento cerca si spostare la attenzione pubblica su scenari sempre diversi pur di non ammettere la propria incapacità, aiutata in questo dai paesi partner, per amore o per forza, che non sanno più come opporsi a questo nuovo vortice di instabilità. Del resto nessuno ha mai sentito parlare di somali che piazzano bombe in Europa o in America o di eritrei o di sudanesi che esportano il terrore nel mondo, eppure ora viene indicato il corno d’Africa come presunta nuova frontiera del terrorismo islamico.
L’Africa assiste impotente e con crescente sgomento agli sviluppi di questa nuova furia devastatrice che ora, abbandonando progressivamente gli scenari di questi ultimi anni, sembra farsi avanti attraverso i suoi confini mietendo sempre più vittime sacrificali e apparentemente inarrestabile. La Somalia è solo l’ultima di una lunga serie di sciagure che potevano essere evitate se solo si fosse dato ascolto alle tante voci africane che supplicavano di non intervenire nelle questioni interne di paesi che stanno maturando lentamente pur seguendo ritmi antichi e metodologie troppo diverse da quelle legate alla nostra cultura malata di protagonismo e in pieno delirio di onnipotenza.
Prima erano venute le tragedie dell’Eritrea, del Sudan, e tante altre gia dimenticate, e ora questa nuova minaccia per tutto il corno d’Africa che, nuovamente in fermento, rivolge una attenzione particolare alla comunità europea dalla quale spera arrivi qualche segnale positivo che scongiuri quello che potrebbe accadere se non si riuscisse a ricondurre alla ragione chi in nome della lotta al terrorismo infrange ogni regola, anche la più sacra. In cambio però sono giunte solo le dichiarazioni di Tony Blair che non lasciano presagire nulla di buono. Il presidente dell’Eritrea Isaias Afworki intervenendo in difesa del suo paese aveva segnalato in tutte le sedi istituzionali che nel corno d’Africa si stava replicando lo stesso progetto di destabilizzazione orchestrato ai danni di altri paesi come l’Iraq, gia finito in tragedia, e che l’atteggiamento permissivo adottato nei confronti dell’Etiopia era un pericoloso precedente che denunciava in maniera inequivocabile l’intenzione di provocare instabilità nell’area, ma inutilmente tanto che dall’appena insediato Ban Ki Moon è arrivato solo il laconico commento che “è nel migliore interesse della regione che si eviti una escalation della violenza e che la situazione sia risolta attraverso negoziati”, senza nemmeno un accenno alle violazioni commesse da Etiopia e Usa.
Altri segni premonitori avevano fatto intendere che qualcosa si stava muovendo come ad esempio un notevole fermento nella grande base americana di Gibuti, punto strategico di controllo di tutta l’area dell’Africa orientale, realizzata dopo il grande rifiuto dell’Eritrea di concedere alla amministrazione Usa la installazione di una base navale su una delle isole Dahlak e altre due basi strategiche a Massaua e Assab. Paradossalmente l’elemento scatenante della reazione Usa sembra essere proprio il processo di pacificazione che da tempo sta interessando l’area, il quale è stato accolto con preoccupazione da una amministrazione che con tutte le sue energie si è da sempre impegnata a tenere alto lo stato di tensione nello scacchiere africano finanziando e armando le fazioni più riottose e violente come i Warlords somali solo recentemente battute da quelle Corti islamiche che non appena sono riuscite a garantire un po’ di pace e tranquillità, dopo quindici anni di violenze e prevaricazioni, sono state a loro volta costrette alla fuga dalle truppe etiopiche fide alleate Usa.
L’invasione etiopica, in aperta violazione della risoluzione 1725 adottata il 6 dicembre 2006 dal Consiglio di sicurezza dell'Onu che vieta ai paesi vicini di dispiegare truppe in territorio somalo, non era giunta a caso, ma era intervenuta molto tempestivamente alla vigilia degli incontri di pace che si dovevano tenere a Kartum fra le parti somale, falliti sul nascere proprio a causa della impossibilità di intavolare discussioni mentre sul suolo patrio affluivano truppe appartenenti allo storico nemico etiopico in appoggio al governo fantoccio del presidente Yussuf. Così si è giunti alla attuale situazione di stallo dalla quale è virtualmente impossibile uscire senza scatenare un nuovo sanguinoso conflitto che causerebbe alla popolazione innumerevoli perdite, ma che giustifica la richiesta insistente di massicci interventi di forze estere per il mantenimento di una pace che gia era stata faticosamente raggiunta attraverso uno spontaneo rimescolamento degli equilibri interni.
Naturalmente non esiste un progetto organico che tenga conto del destino della gente somala in particolare, e di tutta la gente africana in generale, la cui sofferenza non viene considerato altro che un problema accessorio inevitabile, ma tutto ruota a caso sul bisogno di soddisfare le esigenze di un sistema militare mondiale alla costante ricerca di nuove aree dove attivarsi per mantenere in vita un enorme giro di interessi economici e di potere che ora ha trovato un nuovo terreno fertile dove soffermarsi per un po’ prima di spostarsi in una altra area del globo.
Stefano Pettini
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