Alla redazione di Romagnaoggi.it

Stefano Pettini

I contenuti dell’articolo "Dalla Romagna un appello per 'salvare' l'Eritrea" di Piero Ghetti pubblicato il 6/1/08 costituiscono un chiaro esempio di una certa tendenza a voler descrivere la situazione dell’Eritrea in maniera sbagliata, distorta e disinformata.

Quelle che trovo particolarmente gravi sono le affermazioni di don Pietro Fabbri, responsabile dell'Ufficio pastorale diocesano e vicario episcopale per la carità (di dove?), il quale allontanandosi da una posizione di saggia equidistanza che dovrebbe essere caratteristica tipica dalla vocazione pastorale, si permette ingiustificate e avventate asserzioni di tipo politico quali: “L’Eritrea è dominata col pugno di ferro dal “fondatore della patria” Isaias Afewerki, e sconta la tremenda crisi economica determinata dall’irrisolto contenzioso con l’Etiopia” oppure “L’ultima mossa di Afewerki è stata l’espulsione di 14 missionari: l’obiettivo è allontanare tutti gli occidentali, in modo da favorire il nuovo alleato a tutto campo di l’Asmara, la Cina”.

Evidentemente don Pietro sente di voler esprimere concetti che crede appartengano alla gente eritrea, ma non sa che il popolo eritreo, contrariamente a quanto lui afferma, adora il suo presidente che considera come il garante principale della salvaguardia e dell’unità del paese, e della sua indipendenza; come pure sembra non essere al corrente del fatto che dal novembre scorso non vi è più alcun contenzioso legale in corso con l’Etiopia stante la definitiva attivazione della risoluzione della Commissione Confini che ha definitivamente risolto la questione.

In merito poi alla affermazione della presunta espulsione di 14 missionari, don Pietro dimentica di riferire che a tali religiosi è semplicemente scaduto il visto biennale concesso ai lavoratori stranieri che operano in Eritrea, ai quali sono equiparati, e evidentemente ignora che nello stesso periodo altri religiosi stavano ottenendo permessi dello stesso tipo per lo stesso periodo.

Comunque l’accenno di don Pietro al presunto allontanamento di tutti gli occidentali a favore di una fantomatica apertura verso la Cina, è da considerarsi priva di senso e di ogni sostanza dal momento che come è facile costatare gli occidentali  presenti in Eritrea sono moltissimi e fra questi, tanto per fare un esempio, l’intero corpo insegnante delle scuole italiane di Asmara.

Rimane sempre il fatto che un paese sovrano ha comunque tutti i diritti di scegliersi i partner economici, come la Cina, e gli ospiti stranieri secondo i criteri che ritiene più opportuni senza dover rendere conto ad alcuno, e che non deve sorprendere se personaggi, specie se religiosi, che esprimono posizioni politiche e di parte simili a quelle di don Pietro possano eventualmente  essere ritenuti non graditi.

In ogni caso che “…la situazione (in Eritrea) sta precipitando. Mancano i generi di prima necessità e la gente muore di fame…” è una opinione di don Pietro e non risponde per fortuna alla realtà di un paese forte e orgoglioso che nonostante le enormi ingiustizie patite a livello internazionale sta facendo passi da gigante nella ripresa economica gestita con le sue proprie forze.

Con queste premesse trovo francamente improponibile e basata su presupposti sbagliati l’offerta di aiuto di don Pietro all’Eritrea perché evidentemente non animata da sincero rispetto per lo stesso popolo eritreo e per i suoi sforzi tesi al riconoscimento da parte del mondo del suo grande valore morale e del suo diritto a vedersi riconoscere la libertà alla autodeterminazione e alla pace.

Secondo l’articolo inoltre “il direttore della Caritas diocesana di Forlì-Bertinoro Sauro Bandi comunica che sono almeno 50 gli esuli eritrei sono giunti in città nell’ultimo mese” a suo dire per “La politica repressiva del dittatore”; anche in questo caso ci vorrebbe un po’ di onestà morale e intellettuale per riferire che gli esuli in questione sono fuggiti da una situazione di non guerra non pace imposta dalla pressione etiopica e dal disinteresse della comunità internazionale per i diritti dell’Eritrea, e non certo a causa del loro presidente.

Se poi queste persone vengono indotte a sottoscrivere affermazioni infamanti contro il loro paese pur di avere un permesso di soggiorno che diversamente non potrebbero ottenere, non cambia la realtà di un paese fortemente attaccato al suo presidente dal quale si sente legittimamente e orgogliosamente rappresentato, e di un governo dal quale noi italiani dovremmo imparare qualcosa.

Stefano Pettini

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