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Addio al Lawrence d'Arabia italiano
Morto a 101 anni Amedeo Guillet:
dopo la sconfitta dell'esercito in Africa decise di continuare da
solo.In Gran Bretagna è una celebrità, in Italia rimane quasi
sconosciuto Se n’è andato l’altra sera a Roma, all’età di 101 anni.
In silenzio, così come aveva sempre vissuto. «Se, invece
dell'Italia, avesse avuto alle spalle l'impero inglese, sarebbe
diventato un secondo Lawrence d’Arabia», scrisse di lui Indro
Montanelli. E se fosse stato americano, verrebbe da aggiungere,
sarebbe già diventato un eroe hollywoodiano tipo Rambo. Si è guadagnato una quindicina di onorificenze ed è stato uno degli ultimi soldati italiani a deporre le armi in Africa Orientale, quando ormai il sogno dell’impero mussoliniano era crollato sotto i carri armati inglesi a Cheren e Agordat. A capo del Gruppo Bande Amhara, un’unità composta interamente da soldati indigeni, dopo la caduta di Asmara e Addis Abeba il tenente Guillet decise di continuare la guerra da solo, abbandonando la divisa dell’esercito italiano e vestendo i panni di Cummandar es Sciaitan, il Comandante Diavolo. Già in precedenza lo stile di comando del giovane tenente aveva provocato più d’un mugugno fra i compagni d’arme: trattava gli ascari con dignità e rispetto, dava loro massima responsabilità e la possibilità di mantenere e curare i rispettivi usi e costumi e non è un caso che nella sua unità non si verificò mai un caso di diserzione, né di contrasto tra i soldati, nonostante la loro appartenenza a differenti etnie e fedi religiose. Permise ai suoi uomini di portare sempre al seguito i nuclei familiari (come da tradizione locale) ed egli stesso ebbe una concubina eritrea, Khadija, figlia di un importante capo tribù, che lo seguì durante tutto il suo periodo di servizio, in aperto contrasto con le disposizioni del Governatore italiano che impedivano – almeno sulla carta - i “rapporti duraturi” tra italiani e donne del luogo.Finita la guerra con il crollo dell’impero italiano d’Africa, cominciò la guerriglia del Comandante Diavolo: in breve tempo divenne un vero spauracchio per gli inglesi, che scatenarono un'imponente “caccia all'uomo” per catturarlo. Per quasi otto mesi, su un cavallo
bianco, il Comandante Diavolo - come un Che Guevara ante litteram -
assaltò e depredò depositi, convogli ferroviari ed avamposti, fece
saltare ponti e gallerie rendendo insicura ogni via di
comunicazione. Ma alla fine del 1941 la banda era ormai allo stremo
e lui stesso si ammalò di malaria: non potendo continuare ad
oltranza la sua guerra privata contro l’impero britannico, Guillet
sciolse l’unità indigena. Prima della fine della guerra civile, Guillet riescì nella sua ultima impresa: sottrasse la corona del Negus ai partigiani comunisti della brigata Garibaldi, che l’avevano sequestrata a un reparto della Rsi. Poi dopo il referendum del 1946, fedele al giuramento prestato ai Savoia, rassegnò le dimissioni dall’esercito. Qui inizia la seconda vita di Amedeo Guillet. Sposa la cugina Bice, il suo amore giovanile, si laurea in Scienze politiche, vince un concorso e intraprende la carriera diplomatica, che lo porterà in Egitto, Marocco, Giordania, India. Nel ’54, come incaricato d’affari in Yemen, viene ricevuto calorosamente dal figlio dell’imam che gli salvò la vita anni prima. Nel 1975 conclude la sua attività diplomatica e si ritira a vivere in Irlanda, dove lo scova lo scrittore Sebastian O'Kelly, che gli dedica il libro “Vita, avventure e amori di Amedeo Guillet. Un eroe italiano in Africa orientale”. Nel 2000, a 91 anni, accompagnato a O’Kelly torna in Eritrea, dove è accolto con tutti gli onori dal presidente della giovane repubblica. In Gran Bretagna è una celebrità, in Italia è quasi sconosciuto. Solo l’anno scorso, in occasione del centesimo compleanno, i principali tg nazionali gli hanno dedicato un servizio. Per il film bisognerà ancora aspettare. Giorgio Ballario Commenta la notizia nel Forum Torna alla Home page
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