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Daniele Barbieri e Hamid Barole Abdu portano in scena uno scambio di
identità
«Le scimmie verdi» tra fantascienza e
cronaca
Monica Di Bari
25 maggio 2007
«Le scimmie verdi» parla di identità, razzismo e conoscenza. Niente a
che vedere con i soliti convegni e dibattiti. Un dialogo, una
performance o un racconto? Molto di più: un vero scambio sperimentale di
identità creato da Daniele Barbieri, giornalista [anche a Carta] e Hamid
Barole Abdu, poeta e scrittore.
Se è vero, come si racconta in Africa, che «le orecchie attraversano i
continenti» e che la capacità d'ascolto determina la conoscenza, è
importante uscire dai propri confini non solo territoriali, ma
soprattutto identitari: intraprendere un viaggio poetico, letterario,
emotivo o semplicemente simpatico; nel senso di sun pathos: il sentire
con... l'altro. Mettersi nei panni altrui in un contesto umano
differente significa decentrare reciprocamente quelli che sono i punti
di riferimento storici, politici, culturali e sentimentali; metterli in
discussione, confrontarli con altri per rielaborare una percezione nuova
e condivisa della realtà.
Come ci si sente l'uno nei panni dell'altro? un italiano [Daniele
Barbieri] in un eritreo e un africano [Hamid Barole Abdu] in un europeo?
I due si incontrano per strada, iniziano a parlare e si scambiano abiti
e identità. Per rendere ancor più evidente che si tratta di un sogno, di
una provocazione o di un futuro possibile subito dopo lo scambio degli
abiti un racconto di fantascienza [«Sentinella» di Fredric Brown] ci
piomba a tradimento fra gli alieni.
Hamid inizia a parlare come Daniele o qualcuno che gli assomiglia:
romano, un po' nazionalista, non cattivo ma razzista senza saperlo e
disturbato nel suo quieto vivere dall'incontro con la diversità. Daniele
si identifica con un immigrato fiero della propria identità, pieno di
dubbi e ogni tanto sbruffone.
Le battute si alternano a discorsi seri: sarà pericoloso ballare per
strada, è giusto grattare la scapola di Mandela [quella di Naomi
Campbell è un'altra faccenda... a quale maschietto non piacerebbe?],
esiste un colore sbagliato per la pelle? Il falso Hamid e il falso
Daniele cercano di capire cosa diavolo siano le scimmie verdi e provano
a inventare un linguaggio per discutere su razzismo, sicurezza, paura
dell'altro, diffidenza.
Prima di «scambiarsi i panni» a Modena, il 27 maggio e poi nei giorni
successivi con altre performance in Sicilia e in Lombardia, Hamid Barole
Abdu e Daniele Barbieri riflettono sulle chiavi di lettura di questa
performance.
Ne «Le scimmie verdi» un italiano e un immigrato si scambiano gli abiti,
materiali e simbolici. Cos'è l'identità per voi e qual è il legame con
la memoria storica?
«L'identità di un individuo, in una prima fase di vita, può essere
etnica, in un secondo momento diventa culturale ed esperienziale in base
agli strumenti conoscitivi che vengono acquisiti; la consapevolezza
identitaria nasce dalla conoscenza storica del passato che appartiene a
un individuo in quanto membro di una collettività» risponde Hamid: «Il
legame, nel mio caso, fra Eritrea e Italia è la ferita storica del
passato coloniale.
Non esiste un colonialismo buono: l'esperienza coloniale è il dominio di
un popolo su un altro, mentre il percorso migratorio dell'uomo nella
storia è naturale. Gli italiani devono ricordare che alla fine
dell'Ottocento scappavano dalla propria terra per sfuggire da miseria e
malattie.
Nello stesso periodo il giovane regno d'Italia muoveva i primi passi
imperialisti in Africa Orientale: veri e propri sistemi di apartheid,
schiavismo, reclutamento di soldati eritrei nell'esercito coloniale sono
elementi che ricorrono fino agli anni quaranta. Tutto questo fa parte
della storia dell'Italia e dell'Eritrea. È un pezzo della storia comune,
al di là che sia buona o cattiva abbiamo il dovere di ricordarla».
Si inserisce Daniele: «Condivido in pieno il discorso di Hamid. Il
colonialismo resta uno dei grandi e più pericolosi rimossi della nostra
storia. Nonostante il coraggio di Del Boca e di altri storici a scuola
come nella maggior parte delle memorie "domestiche" si ignorano quegli
orrori... Altro che "italiani brava gente"».
Cosa spinge un africano a migrare e cosa invece porta un italiano a
restare qui?
«L'Africa a differenza dell'Europa è piena di risorse. Ma noi siamo
costretti a venire nei Paesi europei; che sono ricchi perché hanno
rubato le risorse dalla terre africana: petrolio, uranio e diamanti,
tanto per dire. Gruppi di potere occidentali costruiscono conflitti
etnici a tavolino e i cittadini africani, stremati, ne divengono vittime
senza la forza di ribellarsi a chi li rapina» spiega Hamid: «Il centro
dello sfruttamento economico - sia delle risorse materiali che di quelle
umane - sono l'Europa e gli Stati Uniti».
«L'inarrestabile saccheggio delle risorse e ingiustizie mostruose nel
cosiddetto Terzo mondo; egoismi e paure nel mondo ricco. E sempre più
guerre. Questo è il triste quadro di oggi» aggiunge Daniele: «quando si
prova a dire che queste nostre democrazie occidentali sono un imbroglio
in molti scatta una reazione dura: "sei un estremista" mi dicono. No, è
la situazione che sta tornando a essere estrema ovunque: con i ricchi
che si arricchiscono sempre più e i poveri che si impoveriscono oltre
ogni limite. Un capitalismo feudale. Perché gli italiani restano qui?
Alcuni per pigrizia o per comodo, altri per paura costruiscono muri
persino nel loro giardino ma c'è anche chi vuole cambiare questo ordine
ingiusto e confida che in Occidente prevalga un modello di sviluppo equo
e disarmato. E' possibile ridistribuire in modo equo la grande ricchezza
sociale del nostro pianeta. Bisogna volerlo e costruire strategie di
lotta».
Cos'è la sicurezza e soprattutto di chi e rispetto a cosa?
«Il sistema attuale garantisce la sicurezza solo a coloro che hanno
accumulato ricchezza. Mentre un tempo nelle città italiane il centro era
territorio dei ricchi e la periferia ghetto dei poveri oggi la
situazione si sta rovesciando» riflette Hamid: «Nelle periferie sorgono
ville dove i ricchi riparano la propria vita dall'incontro con la
differenza, nelle metropoli finiscono i disgraziati. L'ansia della
sicurezza in Europa nasce dal non sapere cosa davvero sta accadendo e
dal vedere facce sconosciute. Sulla diversità si riversano paure, timori
e le colpe o le incertezze della propria identità. Poi girano tante
menzogne rassicuranti: ma prima dell'arrivo degli immigrati l'Italia non
era certo un Paese delle meraviglie».
«La parola più usata è sicurezza: ma perché finisce sempre in compagnia
di reati e non viene mai associata al lavoro, al reddito, all'alloggio?»
polemizza Daniele: «Noi siamo esseri complessi, sempre divisi fra paure
e desideri. Se prevale il timore o la curiosità dipende dalle
esperienze, dai contesti e dalle epoche storiche. Oggi gli imprenditori
politici della paura in Occidente speculano sul terrore che loro stessi
seminano. E' un discorso estremamente complesso...».
Cos'è il razzismo oggi, nella vita di tutti i giorni nelle città
italiane?
«Il razzismo nasce dalla paura e si manifesta con l'intolleranza e la
non accettazione. È importante chiedersi: chi tollera chi e chi accetta
chi?
Molte persone affittano alloggi non abitabili a extra-comunitari come se
fossero extra terrestri, non umani. Altri ne spremono il lavoro. Non c'è
tolleranza, ma sfruttamento dei bisogni» è il ragionamento di Hamid:
«Durante la schiavitù si guardava in bocca agli africani, oggi si guarda
quante ore lavorano al giorno e quanti certificati di malattia mandano».
Daniele concorda: «Dice bene Hamid. Ma proprio perché il razzismo è
subdolo noi abbiamo provato con le "Scimmie verdi" a smontarne alcuni
meccanismi e soprattutto a usare le parole di ogni giorno, quelle più
vere anche se spesso rozze e imprecise, di persone che spesso non sanno
di essere razziste».
Nella vita quotidiana "scambiarsi i panni" può essere un esercizio utile
per la comprensione reciproca. Quando e come si può favorire questo
scambio o performance?
«Prima di tutto occorre possedere gli strumenti informativi e formativi.
La logica dell'Io faccio per Te deve essere sostituita con Io faccio con
Te. Solo in questo modo il confronto diventa fra persone: sano, alla
pari e costruttivo» sintetizza Hamid.
«Ribadisco l'idea di Hamid, rubando una frase a Gandhi: "se fai qualcosa
per me senza di me allora sei contro di me". Scambiarsi i panni potrebbe
aiutare tutti a capire i veri problemi» conclude Daniele: «In teatro
come facciamo noi può essere facile. Certo all'Onu o nell'economia
globale è assai più difficile, visti i rapporti di forza che ci
sono...».
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