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I più recenti errori americani in Africa Come un approccio approssimativo su una questione di confine potrebbe destabilizzare l'intera area. di Michela Wrong 29 novembre 2007 - A volte gli autori di memorie rivelano anche più di quello che realizzano. Una di queste è la rivelazione apparsa a pagina 347 del libro di John Bolton “ La resa non è una Opzione”, pubblicato all'inizio di questo mese. Dubito che la maggior parte dei recensori abbia notato il rigo sfogliando il libro in cerca delle famose prese di posizione dell’ex ambasciatore americano alle Nazioni Unite. Ma per chi segue gli eventi nel Corno d'Africa ha avuto tutto l’impatto di una piccola esplosione. Bolton, il cui disprezzo per le Nazioni Unite corrisponde solo alla sua esasperazione con il Dipartimento di Stato, racconta la posizione adottata nel 2006, verso la decisione "definitiva e vincolante" raggiunta da una commissione internazionale in merito al confine eritreo-etiopico, causa di una guerra che ha reclamato circa 90.000 vite. "Per motivi che non ho mai capito", scrive Bolton "la Frazer fece marcia indietro e chiese ai primi di febbraio di riaprire la decisione del 2002 [dell’Eritrea-Etiopia Boundary Commission], che aveva concluso essere sbagliata, e aggiudicare un importante parte di territorio contestato all’Etiopia. Non sapevo come spiegarlo al Consiglio di Sicurezza, così non l'ho fatto". Perché questo dovrebbe interessare a qualcuno al di fuori delle Nazioni Unite? Perché in momento sensibile nella storia Corno le parole di Bolton confermano ciò che coloro che seguono la politica degli Stati Uniti in Africa avevano avvertito, ma mai potuto provare. Pur presentandosi come un giocatore neutrale in una amara contesa tra due regimi africani, Washington ha infatti svolto il vecchio gioco della Guerra Fredda favorendo la realpolitik più del diritto internazionale, con risultati disastrosi. La decisione che Bolton cita era stata pensata per risolvere il problema di dove giaccia veramente la frontiera internazionale tra l'Etiopia e l'Eritrea. Mentre l'Etiopia Eritrea Boundary Commission ha assegnato molti settori rivendicati dall’Eritrea all’Etiopia, il villaggio di Badme, focolaio della guerra 1998-2000 è stato riconosciuto all’Eritrea. Questa è stata una decisione che Addis Abeba ha trovato impossibile da mandare giù. Come scrive Bolton: "L'Etiopia ha concordato su un meccanismo di risoluzione della disputa di confine nel 2000 e ora sta questionando sul risultato". La posta in gioco non è mai stata il villaggio di Badme stesso o i suoi dintorni. Né, nonostante si sia molto fatto molto clamore in tal senso, è stata la preoccupazione dell’Etiopia per la sorte di abitanti di cui la linea di confine della EEBC avrebbe tagliato gli insediamenti. Lo stallo della situazione dipende tutto dall'orgoglio etiopico ferito. La demarcazione significa implicitamente il riconoscimento che la guerra 1998-2000, che in effetti l’esercito etiope ha vinto, è stata combattuta su una premessa errata. Agli occhi di Addis significava anche accettare la vista del presidente eritreo Isaias Afewerki e della sua piccola, arrogante e stridente nazione come un significativo protagonista regionale. In qualità di testimone dell’Accordo di Algeri che concluse le ostilità e istituì la EEBC, Washington ha sempre affermato pubblicamente il suo sostegno alla decisione della commissione. Questa decisione finale non è mai stata nelle condizioni di essere sfidata o cambiata dalla Frazer. Senza dubbio i suoi consulenti legali la avranno ammonita per la sua follia di cercare di riaprire una decisione unanime, che ha richiesto 13 mesi di tempo per essere raggiunta, con il successivo conseguente silenzio di Washington sulla questione. Ma Washington ha, in ogni modo, espresso chiara parzialità. Avendo deciso che l'Etiopia fosse lo Stato perno della regione e alleato chiave nella sua campagna contro l'estremismo islamico, ha omesso di fare pressione o punire il primo ministro Meles Zenawi quando ha sfidato il diritto internazionale. L’Etiopia rimane il principale destinatario degli aiuti africani US, 500 milioni di dollari all’anno, e gli attacchi lanciati da Washington ai combattenti islamici in ritirata quando le forze etiopi hanno invaso la Somalia nel dicembre scorso illustrano la vicinanza delle due amministrazioni nella cooperazione militare. La rivelazione di Bolton non poteva cadere in un momento più sensibile. La EEBC, una volta incaricata di demarcare il confine con pilastri di cemento, ha dichiarato di ritenere conclusa la sua missione alla fine di questo mese. Esaurita da cinque anni di riluttanza etiopiche, intende sciogliersi il 30 novembre e la frontiera sarà quindi considerato ufficialmente designata. Il rapido avvicinarsi del termine ha posto entrambi i regimi in agitazione. L’Eritrea accusa Addis di complottare per una invasione; l’Etiopia nega questo, ma ha incrementato la spesa militare e avverte che un'altra guerra sarebbe combattuta fino alla fine. Gli analisti sostengono che nessuna delle due nazioni sono in una condizione operativa per riprendere le ostilità, ma di un quarto di milione di soldati pesantemente armati stazionano a cavallo della frontiera. L'International Crisis Group, che considera la possibilità di una nuova guerra come "molto reale", ha chiesto agli Stati Uniti di usare la sua influenza per frenare Addis e alle Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di ribadire il suo sostegno al verdetto della EEBC. Washington, l'unico potere che gode di qualsiasi efficace leva sul Primo Ministro Zenawi, sembra credere che nel sostenere l'Etiopia vi sia una forza di stabilità, un approccio diplomatico che risale all'epoca dell’Imperatore Haile Selassie. E’ probabilmente vero il contrario perché la instabile questione del confine ha agito come dispensatore di malessere, contagiando tutta la regione. A causa dell’impasse sulla questione del confine i due leader hanno continuato a intraprendere una proxy war in luoghi alternativi, ciascuno sostenendo movimenti ribelli impegnati nella caduta del loro rivale. La Somalia, è stata la prima grande vittima di questo cinico gioco: il riarmo delle Corti Islamiche da parte dell'Eritrea è stato considerato come una intollerabile provocazione da Addis. Dopo essersi vantata nel dicembre scorso che avrebbe potuto pacificare la Somalia entro due settimane, l’Etiopia è ora di fronte lo stesso problema di cuore e di mente delle truppe americane a Baghdad. Il fiume delle centinaia di migliaia di profughi somali di Mogadiscio, così come i racconti degli abitanti di villaggi dalla regione etiope dell’Ogaden di stupri e saccheggi, fornirà in futuro facili reclutamenti da parte di movimenti islamici. Ma l’eco della sconfitta della EEBC andrà molto oltre. Perché in futuro qualunque stato africano ben collegato potrà mai accettare di obbedire a un verdetto internazionale, che andasse in favore di un rivale più piccolo e più debole? Washington non sembra avere imparato nulla dal passato, quando la decisione di abbracciare dannosi uomini forti africani esclusivamente sulla base delle loro credenziali di lotta anti-comunista si dimostra il più miope degli investimenti. Ora come allora questo supposto pragmatismo si sta rivelando controproducente, trasformando una regione già instabile in un regione dilaniata dalla guerra, afflitto dai rifugiati e dalla carestia , alimentando l'estremismo.
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