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Spazio a disposizione dei lettori di Pagine di Difesa per esprimere il proprio pensiero su argomenti di politica internazionale e della Difesa.

 


 

Author Comment    
sergiov

 
sergio.vergombello@auroraasicurazioni.it


Jan 25, 07 - 8:45 AM
Dopo la Somalia, il Kenya?

Buongiorno a tutti; sono tornato lunedi da una bella vacanza rigenerante in Kenya, in qul di Watamu, dopo oltre 4 anni dalla mia ultima visita in questo paese.
Parlando con conoscenti italiani che vivono li,ho potuto farmi un'idea di un grosso cambiamento che sta avvenendo a velocità spaventosa in questo paese.
Antefatto: fino ad una decina di anni fa , vi era una sostanziale maggioranza di popolazione professante la fede Cristiana, una discreta minoranza Animista, ed una minoranza Musulmana che si attestava sul 5% della popolazione totale, quasi tutta incentrata sulla costa.
Negli ultimi anni invece sta avvenendo una forte inversione di tendenza: la minoranza Musulmana ha raggiunto quota 18-20% , a discapito soprattutto della popolazione cattolica, in quanto ,come mi raccontavano questi conoscenti, si sta assistendo ad un grosso arrivo di elementi fondamentalisti,soprattutto dalla Somalia e dal Sudan: gente comune, profughi, ma soprattutto Mullah ( o pseudo tali).
Questi ultimi, non giungono in Kenya da "poveri" in fuga da un Paese distrutto: arrivano carichi di soldi di non meglio specificata provenienza ( Arabia Saudita? Dato che professano la religione nella maniera piu ortodossa, il sospetto che siano foraggiati da quella nazione è grande...), costruiscono moschee ( piu di 1500 negli ultimi 5 anni)e, la cosa interessante, a fianco delle moschee sorgono anche piccole scuole, dispensari e centri di aiuto, nei quali la gente va a cercare quegli aiuti che ad altri livelli gli sono negati.
Ovviamente, data la povertà endemica che da sempre affligge questo paese, unita alla forte corruzione del governo, a tutti i livelli, non fa altro che aiutare questi Mullah alla conversione della popolazione.
Intendiamoci, il mio NON vuole essere un discorso razzista: ho il massimo rispetto per tutte le religioni, quali che esse siano.
La mia preoccupazione nasce dal fatto che purtroppo la conversione all'Islam sembra essere solo il primo passo verso il vero fine: il reclutamento di membri per la Jiahad.
Comediceva quel tale il cui nome è noto: " A pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca".
Cthulhu

 
 


Jan 25th, 2007 - 11:33 AM
Re: Dopo la Somalia, il Kenya?

Bho, il mondo e' pieno di paesi poveri dove missionari cristiani hanno costruito scuole e dove detengono il controllo e la diffusioend el 99% degli aiuti (spesso gestandola in maniera discutibile, si evdano le politiche anti-profilattico degli anni 80 e 90 che in alcune regioni hanno trasformato l'HIV in malattia diffusissima), ed ovviamente dopo la conseguente conversione di massa era piu' probabile che il paese in oggetto finisse nella sfera di influenza delle nazioni cristiane + ricche . Considerando che il "trucco" funziona, non trovo cosi' strano che i mussulmani cerchino di fare lo stesso, anche se con qualche secolo di ritardo.
sergiov

 


Jan 25th, 2007 - 12:08 PM
Re: Dopo la Somalia, il Kenya?

Sig Cthulhu,
quello che dice è vero; resta il fatto però che il fine dei missionari è portare il Vangelo in giro per il mondo, quello dei musulmani convertirlo nel suo intero.
E' di questo che francamente dovremmo preoccuparci.
Simone

 


Jan 25th, 2007 - 12:13 PM
Re: Dopo la Somalia, il Kenya?

Scusi sig. sergiov ma il fine dei missionari era di convertire, chi si convertiva accedeva alle scuole ed alle mense, chi non si convertiva... lasciamo stare
Fabio Bulfoni

 


Jan 25th, 2007 - 12:24 PM
Re: Dopo la Somalia, il Kenya?

Tutto bello e tutto buono.
Rimane il fatto che i missionari cristiani di fondi in gestione, per quanto discutibile possa anche essere la gestione, ne hanno e ne hanno sempre avuti pochi.
Peraltro negli anni recenti l'approccio è passato dal puro assistenzialismo alla formazione e istruzione, decisamente più produttivi in termini di risultato.
Nessuno spirito aggressivo ha mai caratterizzato la presenza missionaria in tempi moderni.

Diversamente, dobbiamo notare, fanno i musulmani, che godono di fondi illimitati e un approccio totalizzante e molto chiaro nelle sue connotazioni amico/nemico.

Saluti,

FB
sergiov

 


Jan 25th, 2007 - 12:33 PM
Re: Dopo la Somalia, il Kenya?

Sig Simone,forse quello che dice lei accedeva ai tempi dell'Inquisizione, forse si è protratto anche agli inizi del '900, ma francamente non mi risulta che i missionari facessero questa "selezione da discoteca" ,cristiano mangia, non cristiano via, anzi, mi sembra che negli ultimi tempi vi sia una notevole inversione di tendenza: prima ti aiuto, e dopo parliamo di fede, e comunque mai in maniera invasiva.
Totalmente diverso è l'approccio dei musulmani; prima ti converto, poi ti aiuto, poi tu aiuti me.
Simone

 


Jan 25th, 2007 - 4:42 PM
Re: Dopo la Somalia, il Kenya?

Sì sig. Sergiov, le cose sono cambiate, esattamente cambiavano man mano che i Paesi diventavano sovrani da colonie che erano. Roba di pochi anni fa, 50 massimo.
Cthulhu

 
 


Jan 25th, 2007 - 5:44 PM
Re: Dopo la Somalia, il Kenya?

Sig Simone,forse quello che dice lei accedeva ai tempi dell'Inquisizione, forse si è protratto anche agli inizi del '900, ma francamente non mi risulta che i missionari facessero questa "selezione da discoteca" ,cristiano mangia, non cristiano via, anzi, mi sembra che negli ultimi tempi vi sia una notevole inversione di tendenza: prima ti aiuto, e dopo parliamo di fede, e comunque mai in maniera invasiva.

L'anno scorso (o poco piu') c'era stato il caso di un missionario africano ucciso che aveva destato abbastanza scalpore. Subito si era detto che era stato fatto fuori da mussulmani per scontri di religione, poi qualche settimana dopo durante le indagini e' venuto fuori che l'omicidio era stato progettato dai suoi colleghi ed eseguito da balordi del posto: la sua colpa era stata quella di aver aperto la scuola e i progetti di assistenza non solo alla comunita' locale, a maggioranza cristiana, ma anche ad una vicino piu' piccola che mancava si simili progetti, dove la maggioranza era mussulmana, e questo ad alcuni dei suoi collaboratori religiosi e laici (che a quanto pare gestivano in maniera "allegra" i fondi e se questi diminuivano perche' era necessario usarli per piu' gente non avrebbero piu' potuto farlo) non stava bene.
pilotadelladomenica

 
 


Jan 25th, 2007 - 8:09 PM
Re: Dopo la Somalia, il Kenya?

ma insomma a volte leggo cose anche in questo illustrissimo sito che mi fanno cascare le braccia...

capisco il politically correct, il terzomondismo, la libertà di fede, la laicità di stato, ecc ecc...

ma mettere sullo stesso piano i missionari cristiani di questi ultimi secoli (non stiamo parlando dei conquistadores del 1500!) con questi di cui ci parla, giustamente preoccupato, il Sig. sergiov, mi sembra veramente fuori dal mondo!

persino sette/chiese tipo scientology che sono certo aggressive nel loro proselitismo e ben finanziate, spariscono rispetto a certe iniziative basate sui petrodollari.

Andate in Albania o in Bosnia e guardate quante belle moschee nuove nuove in mezzo a palazzi (e chiese)diroccati...

E soprattutto, mannaggia (spero che si possa dire, e vorrei dire qualcosa di BEN più forte, e sennò chiedo già ora scusa all'Editore che ci ospita...)...
siamo o no in un paese "cristiano" e soprattutto percepito come "cristiano" da "quelli là"?

Come non percepire allora che certe iniziative ci devono mettere in allarme?

Marx (o Lenin? Non sono specialista di paleocomunismo) diceva che i capitalisti avrebbero venduto la corda alla quale sarebbero stati impiccati...
beh, si è sbagliato!

Ma noi tutti con la nostra folle dipendenza dal petrolio, oltre a combinare altri gravi disastri, stiamo finanziando alla grande paesi e culture tra le più retrive del mondo.

Almeno questo mi pare che il Mr W l'abbia capito.
Luca de Fusco

 


Jan 25th, 2007 - 8:15 PM
Re: Dopo la Somalia, il Kenya?

Sig. Sergiov, congratulazioni! Lei appartiene alla pattuglia di italiani che quando si recano all'estero per turismo cercano di capire cosa succede intorno a loro.I suoi timori sui possibili sviluppi in Kenya sono,a mio parere, ma l'origine del problema è leggermente più complessa di quanto Lei pensi. Se ha la pazienza di leggersi quanto segue.....

In Somalia la stabilizzazione è ancora remota

Gli avvenimenti somali delle ultime quattro settimane hanno meritato molto spazio nella cronaca ma è stato espresso molto poco dai commentatori. Il motivo principale di ciò è l’assenza di cronisti occidentali nelle aree calde del paese, in parte conseguenza del cinico assassinio di un fotoreporter svedese alcuni mesi fa ma, ancor più, della rudezza dei comandi etiopici, notoriamente tanto avversi a divulgare notizie quanto abili nel raccoglierne. Una carenza di non poco conto poichè, come vedremo, da questa brevissima guerra si possono trarre indicazioni molto utili sulla base di informazioni che sono pervenute dalla Somalia tramite profughi, commercianti, cronisti e funzionari governativi africani.

Il primo punto concerne le capacità operative delle forze terrestri ed aeree etiopiche, che, partendo dalla zona collinare di Baidoa, hanno operato su più fronti, coprendo un raggio massimo di 600 km, a Sud fino al confine con il Kenya e a Nord fino ai confini con il mini-stato alleato del Puntland. Tecnicamente parlando si è trattato di un contrattacco alle scoordinate provocazioni delle formazioni jihadste che si erano portate e a meno di 30 km da Baidoa, stringendo l’assedio al Governo Somalo di Transizione (Tfg) dopo avere proclamato la guerra santa e lanciato l’ultimatum agli etiopici di lasciare il Paese entro il 18.12.06.

Ritenuto che la provocazione fosse sufficiente per ottenere il più ampio avvallo internazionale e avendo creato mediaticamente l’impressione che l’iniziativa militare partisse sempre dal Tfg al pari di quella politica, il 19 notte gli etiopici hanno contrattaccato impiegando artiglieria, aviazione, soprattutto aerei SU-25 ed elicotteri Mi-24, carri T-55 e T-62 e, ovviamente, la fanteria.
Tre giorni sono stati sufficienti per assicurare agli increduli esponenti del Tfg le regioni del Mudug, Hira e Galgadug, a Nord di Baidoa. In altri tre giorni sono state riconquistati il Bay , il Medio e Basso Shebele, a Sud.
Il settimo giorno gli uomini di Addis Abeba e i loro esultanti alleati somali erano in vista di Mogadiscio, le truppe jihadiste visibilmente allo sbando e la popolazione in grande ansia per il proprio futuro.
I primi risultati dello sbandamento jihadista sono stati bene accolti da gran parte dai civili. Infatti centinaia di giovanissimi ragazzi e ragazze che si erano lasciati suggestionare dagli slogan antietiopici e si erano arruolati nelle file delle Corti Islamiche, tornavano a casa con grande gioia delle famiglie, in maggioranza illesi, ma dopo essersi sbarazzati precipitosamente di armi e divise. Ritorno assai male accolto è stato quello, invece, di gran parte di quei signori della guerra che le Corti avevano sconfitto mesi prima e scacciato con l’appoggio di gran parte della popolazione.

Gli etiopici hanno tallonato senza tregua quello che era evidentemente il nucleo duro dello schieramento jihadsta in fuga verso il confine kenyota ed appariva logico che essi approfittassero delle vaste paludi e foreste per occultarvisi. Impossibilitati i carri etiopici a proseguire sui terreni aquitrinosi dell’OltreGiuba, i SU-25 hanno bombardato con precisione qualsiasi bersaglio visibile nella zona di confine ( lungo circa 400 km) al di là del quale l’esercito kenyota faceva del suo meglio per intercettare elementi jihadisti sconfinanti mescolati ai profughi. Il tratto meridionale della costa somala era pattugliato da mesi da navi della quinta flotta USA coadiuvate da naviglio kenyota.

Il punto di forza dell’apparato militare etiopico è l’eccellente disciplina dei suoi uomini, un aspetto comportamentale molto raro in Africa, che riflette l’origine asiatica degli abissini, millenni di militarismo feudale e innumerevoli guerre contro forze di invasione.
La caduta del Derg , nel ’91, per mano del Fronte Popolare del Tigrai, svipuppatosi da una costola del Fronte Popolare Eritreo, ha significato la fine del primato degli abissini Amhara nella piramide del potere in Etiopia. a favore degli abissini Tigrini che erano rimasti in posizione subordinata per oltre un secolo dopo la morte in battaglia di Yohannes IV (1889), l’ultimo imperatore di etnia tigrina.
Succedendo agli Amhara e ai loro alleati Oromo ai vertici del potere, i Tigrini hanno impartito una spinta sia al centralismo autoritario in senso imperiale che alla modernizzazione tecnologica senza alcuna concessione alle richieste di autonomia delle popolazioni tipicamente africane come gli Oromo, i Somali dell’Ogaden e altre. Ciò non significa che a queste vengano a priori precluse attività o diritti impliciti nella cittadinanza ma non sono ammesse da chicchesia obiezioni e minacce allo status quo. Nessuna forma particolare di persecuzione religiosa e possibilità di entrare nelle forze armate per chiunque, sul semplice tracciato ideato dal Negus Haile Salassie per tenere insieme il suo eterogeneo impero.
L’intervento in Somalia è stato dettato dalla certezza che dietro una serie di attentati dinamitardi verificatisi in varie parti dell’Etiopia vi fosse la mano di jihadisti sostenuti da Mogadiscio.

Il culto del coraggio e la forte propensione xenofoba degli etiopici, che spesso traspare anche nei confronti degli alleati, sopravvivono tuttora in un’apparato militare efficiente e coeso. Analogamente, è doveroso ammettere, a quanto accade nella vicina Eritrea.
Queste caratteristiche, ovviamente, in guerra hanno peso enorme.
Come molte volte in passato, la temerarietà degli osservatori di tiro ha permesso alle artiglierie etiopiche di colpire con efficacia le linee jihadiste; analogamente le missioni dei Su-25 sono state particolarmente micidiali per il sistematico contributo degli esploratori da terra; i carri hanno subito pochissimi danni perchè gli assaltatori sono stati efficaci nel ripulire il campo dalle armi anticarro. Quando alcuni Rpg hanno colpito invece autocarri adibiti al trasporto della fanteria il grosso dei jihadisti era ormai allo sbando in una reazione pavloviana di panico di fronte ad un avversario mai sconfitto in secoli di storia. Gli odiati “Habash” ce l’avevano fatta un’altra volta.
Dal punto di vista tecnico, classici armamenti ex sovietici da guerra fredda, declassati ad anticaglia dagli esperti occidentali, hanno fornito ottime prestazioni grazie alla perizia e al coraggio degli uomini.
Si aggiunga a tutto ciò che gli etiopici sono culturalmente portati alla manutenzione e hanno fatto tesoro degli insegnamenti tecnici impartiti per tre quarti di secolo da ingegnosi meccanici italiani il che rende loro spesso possibile la produzione o addirittura la ricostruzione di componenti meccaniche che nessun esercito occidentale intraprenderebbe.

L’intervento Usa con l’impiego di speciali aerei e bombe “intelligenti” ( ma, come si è visto, non molto) è apparso come una inutile dimostrazione di potenza dopo che il lavoro importante e rischioso era stato fatto dagli etiopici. Peggio, può essere interpretato come una semplice vendetta di una grande potenza offesa.
Mentre non esiste alcuna conferma della uccisione di esponenti di al-Qaida nel corso delle incursioni Usa ne esistono numerose della morte di civili incolpevoli. Risultati certamente non accattivanti la simpatia dei somali per gli Usa e soprattutto delegittimanti nei confronti del governo appena insediato, transitorio per definizione e fragile all’evidenza dei fatti.
Nel caso particolare dell’ultima campagna la promiscuità etnica dell’esercito etiopico ha assicurato chiari vantaggi sugli avversari. Grazie alla similarità delle semplici uniformi e dei tratti somatici, militari etiopici di etnia somala e oromo sono tornati utili facendosi passare per truppe del Tfg. A breve termine questo può aiutare il Tfg a raccogliere consensi presso i somali e fare impressione sugli occidentali ma non costituisce certamente una garanzia per il futuro, dopo l’eventuale ritiro dei militari di Addis Abeba.
Con questa campagna il governo rtiopico ha risolto i suoi problemi più urgenti ma d’altra parte, se i suoi militari rimanessero in Somalia produrrebbero effetti negativi vanificando il loro stesso successo militare. Come se non bastasse l’odio generalizzato dei Somali per chi li ha sempre sconfitti nel corso dei secoli, gli etiopici, troppo rudi e poco flessibili, possono fornire solo scadenti prestazioni come forze di pace e sono ritenuti generalmente inadatti anche per compiti di polizia.

Per questo sono in corso trattative affannose al fine di trovare forze militari da inviare in Somalia per il “peacekeeping” o , più esattamente, a sostenere il traballante Tfg. A parte una serie di motivi puramente politici , ci sono altri fattori da considerare.
La maggioranza dei Somali propriamente intesi ostenta un atteggiamento discriminatorio e offensivo nei confronti di altri popoli africani da cui essi si sentono diversi, per motivi più leggendari che storici, e questo è particolaremente pronunciato nei confronti dei popoli Bantu. Se la scelta dei “peacekeepers” dovesse includere militari dell’Uganda, della Tanzania, del Sudafrica, del Malawi la cui popolazione è prevalentemente Bantu, per citarne solo alcuni, non si può essere ottimisti sulle loro possibilità di costruire un produttivo modus vivendi con la popolazione civile, indispensabile per ridare stabilità al Paese. Inoltre, la nota diffusione dell’Hiv in molti eserciti africani può essere un ostacolo alla messa a punto di una forza di pace così composta ( anche se spiega molto bene perchè il governo sudanese voglia solo militari africani in Darfur).

Il governo di addis Abeba è l’indiscusso vincitore su tutti i fronti. Ha raggiunto l’importante obiettivo di liberarsi della concentrazione jihadista attestata ai confini e azzerato gli effetti stabilizzanti che essa poteva produrre su componenti musulmane nel Paese.
Ha dimostrato agli Usa di essere un alleato affidabile ed efficiente che merita regolari erogazioni di aiuti economici, sotto qualsiasi denominazione. Ha lanciato un chiaro monito all’omologo eritreo paventando il caro prezzo che esso pagherebbe in caso di una ripresa delle ostilità.
Mutatis mutandis, una situazione da guerra fredda in cui un governo repressivo e antidemocratico viene cooptato come alleato nella lotta al terrorismo dalle maggiori potenze occidentali.
In un tale scenario, sarà certamente improbabile che qualcuno prema per il rilascio di migliaia di detenuti politici in Etiopia. Sicuramente non dalla White House, nè da Whitehall.
Questo argomento potrebbero invece essere impiegato come leva nei confronti dei dirigenti eritrei resisi colpevoli, agli occhi di Washington, di aperta connivenza con il terrorismo jihadista.

L’identificazione di un certo numero di individui catturati dai kenyoti offre una eloquante descrizione dello schieramento che sosteneva le Corti Islamiche. Innanzitutto un folto gruppo di eritrei tra cui un colonnello che si portava appresso un sacco pieno di banconote, dissidenti etiopici, e inoltre cittadini pakistani, sudanesi, asiatici muniti di passaporti britannici e canadesi e, particolare motivo di foschi presagi, diversi somali del Kenya. Questi dati identificativi corrispondono pienamente con quanto rilevato dai servizi etiopici sui morti e sui prigionieri e forniscono un’immagine attendibile di una guerra che è stata preceduta da una campagna mediatica di disinformazione tanto intensa da sfociare persino nel ridicolo quando qualcuno, quasi certamente da Addis Abeba, affermò che “centinaia di militanti somali sono stati impegnati in Sud Libano al fianco di Hezbollah”.

Ci sono motivi di grande preoccupzione, sottaciuti dai media, che si basano sui dettagli della presenza di al-Qaida o di gruppi affini in molti paesi africani ad iniziare dal confinante Kenya.
Infatti dalla seconda metà degli anni ’80, Bin Laden e i suoi associati riuscirono, con la benigna approvazione e presumibili finanziamenti dei servizi Usa, a costituire cellule in decine di paesi dell’area. Con certezza, oltre al Kenya , la Tanzania, l’Uganda, il Sudan, hanno tuttora cellule “dormienti” che fanno riferimento di fatto ad al-Qaida.
E’ opinione diffusa che nella maggioranza dei casi l’origine sia da attribuirsi alla presenza di arabi di origine yemenita (ma non tra i più numerosi omaniti) convertiti al jihadismo che riescono a cooptare africani di religione musulmana.
Si è avuta una chiara prova di quello che queste cellule possono fare da quando ci sono stati i due attentati alle rispettive ambasciate Usa in Kenya e Tanzania nel ’98 che hanno fatto centinaia di morti tra gli africani e che spiegano l’animosità contro la jihad in questi due Paesi.
Nonostante gli arresti effettuati dopo i due attentati è praticamente certo che altre cellule siano sopravvissute e siccome sono sempre diffuse le tensioni all’interno delle consistenti componenti musulmane in questi paesi è logico supporre che le possibilità di reclutamento siano buone.
Le sempre più comuni recriminazioni al settore turistico dei Paesi dell’Est Africa, che prospera senza riuscire a distribuire ricchezza tra le popolazioni locali appaiono sempre più giustificazioni ideali per riprendere gli attacchi a complessi turistici, bersagli facili e di grande effetto. Inoltre anche i grandi investimenti in infrastrutture ( portuali , minerarie ecc) realizzati e previsti nelle zone costiere, abitate da musulmani, hanno molte attrattive per gruppi terroristi già sconfitti in campo aperto e comprensibilmente inclini a considerare obiettivi di minor rischio.

ldf 25.01.06
Stefano Pettini

 


Jan 26th, 2007 - 7:58 AM
Re: Dopo la Somalia, il Kenya?

L’intervento del sig. Luca de Fusco riflette sostanzialmente la versione ufficiale degli eventi che hanno sconvolto la Somalia descrivendo un atto di gravissima violazione delle leggi internazionali come se si trattasse di un episodio ordinaria amministrazione.

Non c’era alcun bisogno di andare fino a Mogadiscio per scrivere articoli critici ed equidistanti che descrivessero la ingiustificata invasione di un paese che ha tutti i diritti di inviolabilità della propria sovranità territoriale, semplicemente non li si è voluti realizzare per sudditanza nei confronti del più forte.

Troppo comodo inventarsi un governo di transizione di sana pianta all’estero e sulla base delle richieste di aiuto di questo governo fantoccio imbastire una azione come quella realizzata dagli etiopici e dagli americani.

Troppo facile e comunque privo di basi legali quello di perseguire ipotetici Jiadisti, tanto veri quanto le armi di distruzione di massa di Saddam, con i metodi dell’invasione e della distruzione.

Troppo stupido pensare che ora la gente continui a credere alle barzellette del pericolo somalo nel mondo quando si è dimostrato che non aveva intenzione alcuna di allargare il confronto interno in corso anche ai paesi limitrofi.

Tutte le illazioni distribuite ad arte nei mesi passati hanno mostrato di essere fasulle, non esistevano i tremila soldati eritrei che si diceva fossero pronti sul territorio somalo a dare guerra agli etiopici, non esistevano gli ingentissimi armamenti che si diceva fossero stati l’oggetto di illeciti traffici clandestini di una moltitudine di paesi, arabi e non, che si diceva intendessero appoggiare un fantomatico progetto Jiadista.

Dove era la minaccia somala al governo di Melles e al mondo intero e dove era la proxi war a fianco dell'Eritrea contro l'Etiopia?

La dolorosa verità è che la Somalia è solo l’ultima vittima sacrificale di paesi senza scrupoli che profittano della loro posizione dominante per dare corso a qualunque azione sia necessaria per i propri bisogni.

La figura di Melles Zenawe da questa azione ne esce rafforzata sotto tutti i punti di vista della illegalità, avendo dimostrato apertamente la sua vera natura di guerrafondaio irresponsabile e inaffidabile, disposto a tutto pur di raggranellare fondi indispensabili a foraggiare le sempre più scarne forze interne indispensabili a mantenere la sua illegittima presenza al governo.

Probabilmente il vero problema del corno d’Africa è quello di riuscire a sostenere il sempre più vacillante gigante etiopico anche a costo di ricorrere a metodi estremi di violazione della legittimità, come nei casi conclamati dell’Eritrea e della Somalia, ma l’emancipazione è un processo inarrestabile e le forze interne all’Etiopia ora sottomesse faranno prima o poi sentire la loro voce.

Stefano Pettini
sergiov

 


Jan 26th, 2007 - 10:04 AM
Re: Dopo la Somalia, il Kenya?

Sig De Fusco,

grazie mille per l'articolo che ha inserito; l'ho letto con piacere, trovandolo invero molto interessante.
Mi sorge a questo punto spontanea una domanda: se l'esercito etiope ha raggiunto il risultato prefissato praticamente in maniera autonoma, perchè gli USA si sono sentiti in dovere di intervenire?
Cosi facendo non rischiano di alienarsi le simpatie della partemoderata della popolazione?
alessandro

 


Jan 26th, 2007 - 11:32 AM
Re: Dopo la Somalia, il Kenya?

Giusta osservazione sig serigov.

Sig. Pilotadelladomenica, non ho capito come c'entra il detto marxista da lei citato che riporto: "Marx (o Lenin? Non sono specialista di paleocomunismo) diceva che i capitalisti avrebbero venduto la corda alla quale sarebbero stati impiccati...
beh, si è sbagliato!"

Cioè non capisco invero, perchè lei lo considera sbagliato.
Se con il termine capitalismo in rapporto con il così detto terzo mondo (lasciato opportunamente cronicizzare a terzo mondo), individuiamo soprattutto il blocco colossale potentissimo e quasi-monopolista delle companies transnazionali, le quali per statuto (e indole) sono tenute all'esclusivo interesse degli azionisti (quelli di maggioranza ovviamente, gli altri se riescono a truffarli sono pure contenti), non possiamo non vedere che questo capitalismo fa affari con tutti i peggio regimi corrotti e/o dittatoriali del pianeta al fine di sfruttare al miglior prezzo le ingenti risorse naturali che a volte questi paesi possiedono (oro, diamanti, uranio, coltan, e soprattutto petrolio). A volte a sostegno delle loro pretese economiche mettono in campo veri e propri eserciti privati, o si appoggiano a questa o quella fazione etnica fomentandone l'aggressività verso le altre. E gli stati (governati per lo più da politici contigui, o deboli, o miopi, o innalzati sul piedistallo dalle companies stesse) che fanno? o lasciano fare o se ricevono pressioni sufficienti da dette companies, allora addirittura intervengono con "strumenti diplomatici" (cioè la minaccia di ricatti economici o la riduzioni dei contributi per le corruttele ecc.) per sostenere i loro interessi.
Ottenute le risorse a 10 le companies la rivendono da noi a 1000.
E se poi delocalizzano la produzione li dove un lavoratore prende 1$ al giorno, la stessa materia prima lavorata da noi la rivendono a 100$+ il ricarico del 1000% sulla materia prima. In tal modo sfruttano loro e prelevano dalle buste paghe del lavoro dipendente nei mercati occidentali dove si pagano per intero tutti i ricarichi e le plusvalenze.

sicchè nei paesi poveri il regime di sfruttamento a cui i più sono sottoposti dalle dittature locali per conto delle companies occidentali sta aumentando la sfiducia nell'occidente se non un vero e proprio odio. E così le popolazioni povere e impoverite, analfabete e sradicate dalle loro credenze originarie che ne garantivano l'equilibrio sociale e individuale, nel più completo sbando cercano nuove prospettive. ecco il gioco facile dell'islam in molte aree del pianeta e soprattutto in Africa.
Non illudiamoci: in un regime di non-occupazione una credenza religiosa si diffonde quando risponde ad un qualche bisogno di riscatto o di speranza, e non (solo)perchè i religiosi propugnatori hanno soldi e luoghi di culto. Quindi se si diffonde è perchè quella fede offre una qualche speranza di riscatto.
Certo la carità islamica avvicina. Ma forse avvicina ancor più la speranza di un nuovo ordine, di una possibilità di giustizia sociale (che la solidarietà islamica promette), di una forte identità.

Quindi, siccome nonostante i desiderata di Fukujama, la storia non è finita, non è detto che non vi sia effettivamente il rischio che il becero mercantilismo tracotante delle companies e l'assenza di partenrschip politiche fondate sui bisogni fondamentali dei popoli, alla lunga non vada a creare quel terreno fertile perchè l'odio antioccidentali si sviluppi in modo ampio, e che atechiscano idee, ideologie o anche religioni che si pongono in netto radicale e violento contrasto. A quel punto l'avidità mercantilistica avrà preparato per tutti noi quella corda a cui rischiamo di essere alla lunga impiccati.
forse non è proprio la corda in cui sperava Marx (la cui dottrina è intrisa di cristianesimo), ma il rischio esiste eccome.

poichè il potere è nelle mani occidentali è il nostro paradigma nel rapporto con i paesi così detti del terzo mondo che deve cambiare. Se cominciassimo ad essere come diciamo di essere, anzichè il suo contrario, sono sicuro che le cose migliorerebbero tantissimo, e l'islam militante avrebbe minori possibilità di fare proseliti ed espandere aree di influenza.
Stefano Pettini

 


Jan 26th, 2007 - 12:16 PM
Re: Dopo la Somalia, il Kenya?

Il presunto confronto fra Cristianità e Islam è roba da gonzi che serve solo a mascherare i colossali interessi economici che sono appannaggio esclusivo dei burattinai delle superpotenze.

Morale, religione, legalità e diritti civili servono solo a far chiacchierare il popolo pecorone, ma non sono tenuti nella benché minima considerazione da costoro che in nome di quei sacri principi hanno compiuto e continueranno a compiere le peggiori atrocità.

Stefano Pettini
Luca de Fusco

 


Jan 26th, 2007 - 8:46 PM
Re: Dopo la Somalia, il Kenya?

Sig Sergiov la risposta alla sua domanda è complessa e non sono sicuro di esserne all'altezza.

Certamente dal punto di vista militare i raids Usa in Somalia non hanno fornito i risultati sperati dalla dirigenza Usa, cioè poter mostrare all'opinione pubblica americana che alcuni dei ricercati di al-Qaida erano stati colpiti. Il finale da western non è riuscito bene e la "posse" continuerà. Ritengo che il target dei bombardamenti fosse dare in pasto all'opinione pubblica americana una piccola vittoria anche se simbolica e far dimenticare anche per pochi giorni gli insuccessi Usa in Iraq. Credo, comunque, che Galgani sia la persona più indicata a valutare questo tipo di posizioni americane.

Se si tiene conto di un particolare emerso a guerra finita e cioè che un piccolo numero di soldati americani da forze scelte erano aggregati agli etiopici come consiglieri e verificatori c'è veramente da chiedersi cosa si aspettassero di più i dirigenti Usa.
Dal punto di vista della maggioranza dei somali, invece, gli Usa non meritano fiducia nè come liberatori nè come rappresentanti di democrazia ed è probabile che questa convinzione si estenda ai popoli di altri paesi della regione.
La guerra è stata vinta, e solo dal punto vista puramente tecnico, dall'esercito etiopico. Se esso si ritirerà veramente e completamente dalla Somalia, ritengo che l'instabilità permarrà perchè non si intravede non solo una forza politica affidabile e con seguito, ma neanche un capo carismatico che sappia rivolgersi, ascoltato, alla maggioranza dei somali.
Lei è giustamente preoccupata dal fatto che dai nuovi convertiti all'Islam in un Paese come il Kenya possano uscire nuovi adepti di al-Qaida. Dalla mia esperienza personale risulta che chi si avvicina alle posizioni jihadiste sia musulmano da lungo tempo e provenga da una famiglia musulmana per tradizione e di certi settori particolari solamente come i sunniti ortodossi. I sufi,la corrente mistica dell'Islam, molto numerosi in Africa, sono abbastanza refrattari alla propaganda di al Qaida anche se dimostrano grande indignazione al metodo "due pesi,due misure" messo in atto costantemente dagli Usa.
Ludo

 


Jan 26th, 2007 - 8:54 PM
Re: Dopo la Somalia, il Kenya?

Quanto descritto in questo dialogo ho potuto constatarlo io stesso a Cape Town, sud africa.

Un famoso quartiere raso al suolo perche' pieno di dissidenti al razzismo di stato, district 6, era pieno di chiese cattoliche, ortodosse, ecc e qualche moschea.

Negli ultimi anni e' in atto una campagna che vuole ricostruire il quartiere come un'area esclusivamente mussulmana.

nel vuoto assoluto si erge una chiesa di missionari cattolici d'origine italiana.
Sono gli unici a portare assistenza ai migranti, che in questa parte del mondo hanno caratteristiche itineranti.
Eppure, rischiano di essere scacciati in quanto si sta crando una 'ricostruzione' per fasce dall'alto verso il mare, tali da creare frontiere tra un pensiero ed un altro.

La striscia di Gaza, appare quindi una strategia urbanistica per consolidare un potere contro gli altri.