Chi disprezza la povertà?
di Salvatore Romeo

Leggendo il resoconto di viaggio di Mattia Gatti (“Di ritorno da Asmara”) mi è tornato alla memoria un passaggio di uno scritto di Pasolini ("I giovani infelici", in "Lettere Luterane"). Concludendo un discorso di aspra critica nei confronti della sua generazione (la generazione "dei padri") - colpevole, secondo lui, di aver promosso e sostenuto, prima, il "vecchio fascismo" mussoliniano e, subito dopo, il "nuovo fascismo" della civiltà dei consumi -, Pasolini si chiede: "perché tanta complicità col vecchio fascismo e perché tale accettazione del nuovo fascismo?

Perché c'è - ed ecco il punto - un'idea conduttrice sinceramente o insinceramente comune a tutti: l'idea cioè che il male peggiore del mondo sia la povertà e che quindi la cultura delle classi povere deve essere sostituita con la cultura della classe dominante. In altre parole la nostra colpa di padri consisterebbe in questo: nel credere che la storia non sia e non possa essere che la storia borghese."

Quando Gatti parla di "povertà dignitosa di contadini e di pastori" in relazione al popolo eritreo evoca in realtà la stessa condizione che fino a qualche decennio fa accomunava i miei avi Pugliesi e Calabresi a tutti gli altri contadini e pastori del mondo. Ma per il piccolo-borghese di oggi mistificare e brutalizzare la realtà di un popolo povero equivale a prendere le distanze dal suo stesso passato; e questo gli serve per ribadire a sé stesso e al mondo il proprio essere parte integrante della cultura borghese.

Egli sa infatti che il porsi al di fuori di questa condizione lo farebbe diventare "sacer", "scomunicato", cioè esposto a qualsiasi tipo di sopraffazione. Perché la prima cosa che egli (ex contadino, ex pastore, ex operaio; e bada: parlo di questi gruppi non come semplici "classi sociali", ma come "realtà umane", cioé "culture" in senso antropologico) ha imparato nel suo percorso di acculturazione borghese (attraverso i media di massa, la scuola, il lavoro) è proprio l'aureo comandamento che Pasolini individuava come il "peccato originale" della borghesia: o sei parte della cultura borghese o non sei sic et simpliciter.

Ma vorrei sottolineare che parlando di questo soggetto parlo della generazione che mi ha preceduto: la mia non è generazione di "ex"! La mia generazione è quella dei dei "già": già borghesi anzitutto!In mano ad essa la tecnica del genocidio culturale diventa qualcosa di infinitamente più raffinato. In primo luogo, perché ormai la si applica su "altri" differenti anche razzialmente (anche se sfiderei chiunque a dimostrarmi che un contadino veneto o pugliese ancora negli anni cinquanta non era razzialmente diverso da un borghese loro conterraneo), dal momento che la nostra società è totalmente "pacificata" (semmai permangono "sacche" di sottoproletariato al Sud, ma si tratta di residui, riserve indiane in senso proprio) e per questo la coscienza della borghesia italiana non si sente più minacciata "dall'interno": ormai è, come si suol dire, "maggioranza nel paese".

Questa situazione le consente di gestire i nuovi genocidi culturali non più con grandi e dispendiose strategie (penso, per esempio, all'emigrazione e poi all'industrializzazione anarcoide che hanno vissuto Nord-est e Meridione con impressionante coincidenza), ma con tattiche quotidiane ("ordinaria amministrazione") che assumono le fattezze dell'"integrazione" e del controllo poliziesco (magari gestito da privati, come le "ronde"), in casa nostra, dell'"aiuto umanitario" e delle "operazioni di polizia internazionale", nei paesi altri. Insomma, si è passati da Hitler ad Eichmann. O, se si preferisce, dall'Amministrazione vicereale di Cecil Rhodes a quella condita di bande armate e vigilantes (ci si ricorda dei nostri "eroi" rapiti in Iraq qualche anno fa?) à la John Negroponte.

Con ciò non voglio dire che in altri paesi non si persegua a tutt'oggi una strada molto simile a quella percorsa dal nostro Paese nel secondo dopoguerra: il punto però è che la morfologia sociale di quei paesi assomiglia molto di più a quella dell'Italia degli anni '50 che non a quella dell'Italia di oggi. Si prenda il conflitto nello Xinijang - su cui peraltro ho letto un bell'articolo scritto da Filippo Bovo sul suo blog “Riflessioni globali” - : chi sono gli "Jang" se non l'elite colta, sinofila (e quindi occidentalizzata o in via di progressiva occidentalizzazione) che sta cercando di modellare la regione ad immagine del modello di sviluppo in cui crede fermamente? E chi sono gli altri, i contadini e pastori mussulmani in via di rapida conversione alla modernità, se non gli eredi di una delle ancestrali culture centro-asiatiche?

Dunque perché ci si meraviglia tanto in Occidente se oggi in Cina il Potere capitalistico cerca di imporsi violentemente a queste popolazioni: non sono forse esse il "nemico interno" più pericoloso - come lo erano, fino a qualche decennio fa, i contadini Veneti e Meridionali per la borghesia italiana? "Nemici oggettivi", per usare una categoria staliniana: cioè nemici per il fatto stesso di essere quello che sono e di vivere nel modo in cui vivono. Per questo - non per altro, non perché mussulmani o cosa - vanno debellati.

Mi si permetta, alla fine, di lanciare una provocazione intellettuale: quando ci toglieremo di dosso, a sinistra, i feticci degli "universali"? Quando diventeremo "materialisti storici" per davvero? Quando capiremo cioè che prima che essere conflitto fra Nazioni, prima che essere conflitto fra Classi, la Storia è, anzitutto ed essenzialmente, conflitto fra uomini concretamente diversi? Nel tempo, per uno degli infiniti casi delle epoche umane, degli uomini, dopo aver abbandonato i rispettivi Villaggi - e di conseguenza la cultura che li aveva resi ciò che erano -, si sono ritrovati insieme in un ambiente nuovo e assieme hanno fondato i Borghi.

Di qui una nuova Cultura (Borghese appunto), che si è formata in contrasto diretto, in antitesi insanabile con quella precedente ed è tornata a ripercuotersi nei suoi confronti con i termini del disprezzo e dello schifo e con un'istanza di assoggettamento che alla fine ha prevalso. Chi non condivideva (direttamente, nel suo essere) quella forma di vita e il suo universo simbolico, pur restando fra le mura della città, era pur sempre "Altro": feccia quanto e più del "villano". Certo, questa è una semplificazione, una banalizzazione di processi infinitamente più complessi, eppure mi sembra anche una "traccia" estremamente interessante per una ricerca storiografica ancora tutta da compiere.
 


   Commenta la notizia nel Forum                                  Torna alla Home page