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Alle radici dell'immaginario italiano
sull'Africa
Fu un colonialismo «bonario»?
Alem Woldezghi * 23 maggio
2007
da
ww2.Carta.org
A distanza di 100 anni l'Italia è ancora preda e vittima di
rappresentazioni di gloria e vendetta, quando non di amnesia
istituzionale rispetto al proprio passato coloniale e al contatto con
l'altro: l'immaginario collettivo degli italiani sull'Africa e sugli
africani resta tuttora rappreso a forme di rappresentazione esotiche e
subliminali. L'Italia repubblicana non commemora il proprio passato
coloniale. Sembra solo volersi disfare del proprio passato: non ama
ricordare.
Eppure l'Italia democratica ha una responsabilità storica e morale nei
confronti dell'ex-colonia primogenita, l'Eritrea.
I sostenitori del colonialismo sono sempre stati del parere che gli
italiani, al contrario degli inglesi, hanno assunto in Abissinia un
atteggiamento umano e mai razzista, anche nei momenti in cui veniva
richiesta particolare durezza. Secondo gli studiosi non andò così: i
massacri, la sempre presente discriminazione razziale, l'esplosione del
razzismo fascista possono testimoniare il contrario. Tutto il
colonialismo italiano fu caratterizzato dal razzismo e dalla
sopraffazione, che sono la base di ogni conquista coloniale. Del resto
intervenire contro un popolo militarmente più debole dimostra violenza e
prevaricazione. E' significativa l'assoluta incomprensione sempre
dimostrata nei confronti di una civiltà di antica tradizione come quella
eritrea che la politica italiana mirò a distruggere radicalmente.
Su queste radici si sviluppò il razzismo fascista che, secondo me, si
deve considerare una chiara estrinsecazione della violenza insita in
tutto il colonialismo, un richiamo pesante e pressante per chi oggi non
vuole chiudere occhi e orecchie di fronte alla tragica realtà.
Per esempio: è possibile parlare di specifici crimini sessuali del
colonialismo fascista in Aoi [Africa orientale italiana]? Di sicuro sì,
se per crimini sessuali si intendono in primo luogo le forme di
rappresentazione delle donne eritree e il loro sfruttamento sessuale
legittimati dal fascismo per coartare forza-lavoro maschile nelle
colonie ma anche l'estremo dello stupro coloniale, che in certo senso
era autorizzato da quelle stesse rappresentazioni. Il fascismo dichiarò:
«La donna torni a essere inferiore, suddita del padre o marito...» ma
anche che i cittadini italiani non potevano convivere con un suddito
africano.
Non solo: anche il rovesciamento di queste rappresentazioni, conseguente
alla dichiarazione dell'Impero nel maggio 1936 e poi la legge del 1937
con le sanzioni per i rapporti di «indole coniugale» fra cittadini e
sudditi va letto in questo senso e porta alla luce il nesso fra
politiche sessuali e razziali del colonialismo fascista. Secondo le
definizioni del colonialismo fascista la donna nera era adatta solo per
il sesso e quella bianca invece per il sentimento amoroso.
Già il percorso di costruzione nazionale aveva portato alla definizione
di un'identità razziale per gli italiani. Con la dichiarazione
dell'Impero questa identità fondata sulla purezza di sangue svolse un
ruolo centrale nella definizione delle politiche coloniali: la purezza
razziale, intesa in senso biologico, diventò progetto, si proiettò nel
futuro.
In Italia, il passaggio da una coscienza coloniale a una imperiale ha
implicato l'assolutizzare l'idea suprematista fondata sulla cosiddetta
razza. Fra colonizzatori e colonizzati non erano più tollerabili incerti
confini «razziali»: diventava necessaria una netta separazione sostenuta
da una disciplina e un'auto-disciplina che coinvolgesse tutti gli
aspetti della vita quotidiana. In questo processo l'antropologia andava
acquisendo uno status che l'avrebbe portata al di là dell'ambito
meramente scientifico o accademico per arrivare ad affrancare e
sostenere le scelte politiche del regime di Mussolini.
Con la guerra d'Etiopia e la fondazione dell'Impero la discriminazione
razziale si trasforma, da prassi, in materia giuridica diventando legge
dello Stato: l'Italia, unica fra le potenze europee, si fa promotrice di
una forma di segregazione razziale che non ha paragoni in Africa se non
nell'esperienza dell'apartheid sud-africano. La colonia Eritrea diviene
così il primo laboratorio di sperimentazione delle leggi razziali che
nel 1938 saranno estese a colpire anche la comunità ebraica del Paese.
Il rapporto con l'alterità africana si basò su esclusione, violenza,
sfruttamento e stragi: pagine ancora rimosse o apertamente negate, in
nome di un mito fortemente radicato nell'immaginario collettivo, che
continua rivendica l'atipicità italiana come se si fosse trattato di un
«colonialismo dal volto umano». Non mancano in Italia seri studi storici
sul colonialismo ma difficilmente hanno accesso nel circuito formativo e
in quello scolastico.
*(Alem Woldezghi è nato nel 1949 in
Eritrea. In gioventù ha militato nell' Eplf, l’Eritrean People
Liberation Front, movimento politico-militare impegnato nella lotta di
liberazione del popolo eritreo dall'occupazione etiopica che è durata
fino al 1993)
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