Formulario per la
richiesta dei visti di ingresso
per lo Stato di Eritrea
Formulario per la richiesta dei visti che potrà
essere inviato all'Ambasciata di Roma o al Consolato di Milano secondo
modalità da concordare telefonicamente con i rispettivi uffici
competenti. Per il PDF cliccare qui sotto.
la Comunità Eritrea in Italia Le scrive per esprimerLe il suo rammarico
per le parole da Lei espresse davanti alla sessione plenaria del
Parlamento Europeo sulla crisi dei rifugiati. Lei ha liquidato il
problema dell’immigrazione proveniente dall’Africa dicendo: “La
dittatura in Eritrea”.
Troviamo la sua affermazione frutto di un ragionamento affrettato o
quantomeno superficiale e questa discriminazione ci ha feriti non solo
come eritrei ma anche come cittadini europei.
Vede Egr. Presidente, le vere vittime della piaga dell’immigrazione che
affligge in questo momento il nostro paese e l’intero continente
africano siamo noi eritrei della diaspora che da anni combattiamo per
fermare proprio l’esodo dei nostri giovani, poco importa se migliaia di
etiopici si fanno passare per eritrei gonfiando i numeri e le cifre in
mano all’UNHCR.
Noi eritrei della diaspora siamo i primi ad essere stati coinvolti in
questo traffico di esseri umani in quanto ricattati dai trafficanti a
dover sborsare i nostri risparmi perché sono i nostri figli e nipoti,
attratti dall’opulenza nord europea, a voler venire qui. Se calcolasse
mediamente 10.000 euro a persona per quel viaggio infernale e lo
moltiplicasse per il numero di persone sbarcate finora, forse avrebbe
un’idea di quanto la diaspora eritrea in Europa sia stata derubata. Ma è
della vita dei nostri giovani che ci importa perché molte sono le
famiglie che hanno subito gravissime perdite nel Mar Mediterraneo.
Perciò, a maggior ragione, concordiamo con Lei quando dice di voler
creare un canale di immigrazione legale, sono anni che chiedevamo il
ripristino, per esempio, dei visti per ricongiungimento familiare
cancellati da tutte le ambasciate europee presenti in Eritrea e nei
paesi limitrofi. Questo canale diplomatico non solo risolverebbe la
sicurezza del viaggio per i nostri ragazzi ma, soprattutto, toglierebbe
di mezzo quei trafficanti di esseri umani che da anni ci stanno
dissanguando.
Il riconoscimento dello status di rifugiato ai soli eritrei a prima
facie non ha certo giovato alla nostra causa anzi ha reso vano ogni
tentativo di fermare il flusso degli eritrei. E quando Lei Presidente
individua l’Eritrea come l’unico paese africano che esporta migranti, di
fatto, diventa l’ennesimo pull factor che richiamerà altri arrivi
e costringerà la nostra Comunità ad altre sofferenze e debiti che
alimenteranno il business del traffico di esseri umani.
Noi lo diciamo chiaramente che non ci sono gli estremi per concedere lo
status di rifugiato politico ai nostri giovani, a casa loro non sono
perseguitati né oppressi, a meno che non venga considerato lesivo per i
loro basilari diritti umani il servizio nazionale che ha permesso la
costruzione di oltre 400 dighe per raggiungere l’ultimo degli obiettivi
del millennio UNDP: la sicurezza alimentare.
Noi siamo d’accordo con il rapporto della Danish Immigration Service
e degli inglesi
New Home Office Guidelinesche definiscono l’immigrazione dall’Eritrea motivata al
99% da cause economiche perché è vero che l’Eritrea è ancora un paese
povero. La nostra povertà è la mancanza di lavoro che, purtroppo, fa da
push factor all’immigrazione e la situazione con i nostri vicini
non aiuta di certo. Nonostante il servizio militare sia tornato ad
essere di diciotto mesi la prospettiva di un’altra guerra con l’Etiopia
non incentiva i ragazzi a restare in Eritrea. Ripetutamente l’Etiopia
torna a minacciare una nuova guerra (come di recente ha fatto il primo
ministro Hailemariam al Parlamento etiopico) e di fatto mantiene
volutamente uno stato di no pace e no guerra per svuotare il nostro
paese dai suoi giovani.
Siamo ancora d’accordo con Lei Egr. Presidente quando dice di voler
risolvere il problema dell’immigrazione alla radice e, per quanto
riguarda il nostro paese, la soluzione non potrà che partire dagli
accordi di Algeri. L’UE in questo faceva da garante ma, a tutt’oggi, non
è riuscita a far rispettare quelle decisioni finali e vincolanti della
Commissione EEBC delle Nazioni Unite e ad obbligare al rispetto delle
regole internazionali l’Etiopia che da 13 anni viola ed occupa i
territori sovrani eritrei.
È con il doveroso impegno dell’UE e il suo costruttivo coinvolgimento
nello sviluppo in Eritrea, mirato a creare lavoro per i giovani, che noi
eritrei della Comunità in Italia siamo convinti si riuscirà finalmente a
fermare la migrazione dal nostro paese.
Distinti saluti
Coordinamento della Comunità Eritrea in Italia
Presidente Nighisti Tzegai
Vicepresidente Rahel Seium
Primo segretario Nega Gabru
Secondo segretario Arefaine Beraki
E
se l’Africa non fosse come
raccontano?
Daniel Sillas
Io
sono africano, provengo dall’Eritrea dove ho vissuto tutti gli anni
drammatici del Colonnello Mengistu Hailemariam. Sono stati anni molto
dolorosi per la mia famiglia e per l’intero paese. Ho lasciato la mia
città Asmara un anno prima dell’Indipendenza ma sono sempre tornato a
casa. Ci ritorno appena metto da parte dei soldini, quando sono
fortunato mi ci vogliono 3 anni. Dall’ultima volta però ne sono già
passati 4 che per mia madre sono quaranta.
Quando si parla dell’Africa ho come l’impressione, e credo di non essere
il solo, che l’Occidente non faccia altro che demolire e denigrare tutto
il bello dell’Africa. Ucciderne l’Anima.
Mi
chiedo: e
se l’Africa non fosse tutto quell’Inferno che ci mostrano in tv e fosse
invece una specie di Eden dove c’è tutto e non manca niente? Allora la
vedo ricca di frutta e fiori, ricca di cibo ed acqua. I suo paesaggi, i
suoi animali e i suoi tramonti sono i più belli del pianeta, la sua
terra è ricca di giacimenti d’oro, di diamanti, petrolio e gas. Possiede
grandi risorse naturali che possono risolvere qualsiasi suo problema,
compreso il virus letale appena scappato alle case farmaceutiche. Voi mi
direte che è un’utopia degna di un infante, di un pazzo. Ma quest’Africa
c’è vi dico e per toccarlo con mani bisogna svegliarsi quantomeno dal
letargo.
I
mainstream media occidentali dicono che l’Africa non è più casa per i
giovani africani, infatti in tv li vediamo mentre fuggono da lì in massa
sopra a camion o ai gommoni. I titoli dicono: Scappano dalla guerra,
dalla fame, dalla mancanza di diritti umani.
E
le guerre scoppiano all’improvviso in qualche paese africano, scoppiano
bombe un po’ ovunque, disordini, morti e fuga di civili. Le guerre
accelerano queste disperate migrazioni che dall’Africa salgono verso il
Nord Europa ricco di welfare e come se fosse una strategia geo-politica
scatena orde di immigrati mentre l’Europa discute confusamente di
trattati di Dublino, Scengen e quote di rifugiati da spartirsi
equamente, status da rifugiato per soli eritrei.
Il
tragico fenomeno dell’immigrazione di giovani africani verso l’Europa è
un problema che riguarda tutti i paesi africani, chi più chi meno. Molti
eritrei nel mondo sono scappati durante la Federazione dell’Imperatore e
poi con il Dergue di Menghistu Hailemariam. Oggi ci ritroviamo in una
situazione diversa in cui la generazione nata in un paese libero
attratto dalla ricchezza del Nord Europa accogliente, fugge con mezzi di
fortuna rischiando di morire. È una corsa all’oro.
E
stavolta i meanstream media dicono: “Scappano per colpa della dittatura
più feroce al mondo”.
Tra un Presidente africano e un americano, non so voi, ma io voglio
credere all’africano. Soprattutto quando si parla di problemi africani
dobbiamo tutti, ad iniziare da me, imparare ad ascoltare la flebile Voce
dell’Africa, quella che arriva dal più profondo del suo ventre. A questo
punto, prima di gridare anche noi “è colpa del dittatore” sentirei
quello che un Presidente africano ha da dire per “discolparsi”.
Nel nostro caso il Presidente Eritreo da molto tempo ha infatti accusato
l’uomo più potente della terra di lavorare contro il futuro di questo
Paese, che poi sono i suoi giovani, e con l’impiego delle sue potenti
agenzie di trafficare con la vita di questi giovani facendogli
attraversare il deserto ed il mare.
“Ho aiutato donne e bambini a fuggire dal loro aguzzino e finanziato la
collaborazione dei paesi partner” dice l’americano. E io mi sono
chiesto, chissà perché le Ambasciate occidentali, senza troppe
spiegazioni, ad un certo punto hanno smesso di concedere visti, sia
quelli turistici che quelli familiari o per i ricongiungimenti. Parlo
per esperienza personale: ho difficoltà a far venire in Italia mia madre
di oltre settant’anni a meno che non decida di caricarla su un barcone.
I visti non si concedono nemmeno a coloro che ne hanno diritto per cui
molti sono stati costretti a sborsare dieci volte tanto e ad usare mezzi
di fortuna, dopo essersi salvati da deserto e mare. In questi anni la
diaspora eritrea è stata ricattata dai beduini e dai trafficanti che
minacciando di morte i suoi cari hanno succhiato e depredato i suoi
risparmi. Chissà quanti ospedali e scuole si sarebbero costruiti nel
Paese con tutti quei soldi degli eritrei.
Poi mi dico come mai un Dittatore dovrebbe interessarsi dei cantieri del
suo Paese come la costruzione di dighe per l’acqua? Perché dovrebbe
preoccuparsi di dissetare il popolo quando lui può ordinare il miglior
Don Perignon?
Per poter fare progresso il primo diritto umano è quello, secondo me,
del diritto alla pace con i vicini e col mondo intero. Il diritto alla
pace per vivere e costruire il proprio Paese libero e sovrano. Alla
base di quella trentennale guerra c’è proprio questa manchevolezza
perché è storicamente inspiegabile il silenzio delle Nazioni Unite
durante l’annessione da parte dell’Imperatore Haile Sellassiè
dell’Eritrea all’Etiopia con il bene placito degli Stati Uniti, un
errore che è costato la vita a migliaia di eritrei morti per
l’Indipendenza. Poco prima di fuggire, Mengistu dopo aver perso la città
di Massawa ha bombardato con i suoi jet sovietici il mercato affollato
di gente che cercava del cibo. Un orrore. Oggi, a distanza di vent’anni
da quel passato, le Nazioni Unite vogliono far credere che sono
veramente preoccupate per la sorte dei giovani eritrei nati in un paese
libero quando da sempre hanno calpestato e messo a rischio la
sopravvivenza dei loro padri?
Le
Nazioni Unite dicono che per tutelare questa generazione di eritrei
hanno formato una Commissione d’inchiesta dell’ONU per accusare
l’Eritrea di crimini contro l’umanità e a ridosso dei suoi confini hanno
allestito campi profughi.
Intanto l’Africa è sempre più piena di campi per rifugiati. E se fossero
invece queste le grandi prigioni a cielo aperto? E se fossero usati per
accelerare quel fenomeno migratorio fungendo come pit stop per poi
ripartire? Molti dei rifugiati che non ce l’hanno fatta sono scappati
anche dai campi rifugiati dell’UNHCR. Tutti quelli che sono morti
durante il lungo viaggio hanno sostato in quei campi rifugiati oltre
confine dove erano stati rinchiusi per un periodo di tempo.
L’Africa è oramai disseminata da migliaia di ettari di terreno
coltivabile con campi recintati, tendopoli ed edifici ovunque. A chi
appartenevano quelle terre prima? Mi chiedo se tutto questo non sia land
grabbing.
Più passa il tempo e più me ne convinco: alle Nazioni Unite fa proprio
comodo che ci siano le guerre. E aiutare a far scoppiare altre guerre
significa più campi rifugiati, significano altri uffici, altro
personale, altri finanziamenti e la raccolta di soldi. E più
aumenteranno le guerre più africani si potranno rinchiudere in nuovi
campi profughi con i caschi blu a fare la guardia. Del resto il neo
colonialismo si attua proprio riducendo l’Africa ad una grande prigione
per gli africani.
Grazie per l’attenzione
Daniel Sillas
Lettera a Vincenzo Iacopino
Egregio Presidente Dott.
Vincenzo Iacopino,
Le scriviamo nuovamente per informarLa che la Comunità Eritrea in Italia
promuove assieme alle Comunità eritree di tutta Europa una
manifestazione a Ginevra contro il falso rapporto della Commissione
d’Inchiesta delle Nazioni Unite che mira a destabilizzare la sovranità e
l’esistenza del nostro paese. Noi eritrei della diaspora ci ribelliamo
alle menzogne delle Nazioni Unite che sin dal 1952 ci hanno negato ogni
diritto umano compreso quello dell’autodeterminazione dei popoli.
Andremo a Ginevra per dir loro “Basta!”
Avremmo voluto invitare i giornali italiani alla nostra manifestazione
se solo fossimo stati sicuri della loro onestà intellettuale e della
loro imparzialità. Invece, visti gli ultimi sviluppi nati in seguito al
discusso rapporto e il continuo infierire sulla nostra Patria accusata
di crimini contro l’umanità, ci siamo ulteriormente convinti del loro
coinvolgimento nella maledetta politica del regime-change che da qualche
decennio sta rendendo il mondo un inferno. Come comunità eritrea
percepiamo il gioco sottile, il martellare quotidiano dei giornali
militarizzati, un gioco psicologico al massacro fatto di falsi scoop per
sfiancarci e per deprimerci fino all’estremo. Dopo aver dato per morto
il nostro Presidente (per la seconda volta in poco tempo) oggi
l’Avvenire titola: “Dittatura, Eritrea, fallito nuovo colpo di Stato”
Nel frattempo, dopo averLe scritto la prima lettera, il Manifesto ha
rimosso dal suo sito pieno di menzogne tutti i commenti scritti da
cittadini eritrei fregandosene altamente della libertà di stampa così
come, da tempo, ci hanno abituato la Repubblica e l’Espresso. Gli altri
giornali non sono da meno quando traducono articoli provenienti da
oltreoceano o quando permettono ai loro lettori di chiedere agli
americani di intervenire militarmente.
A questo punto egregio Dottore, la Comunità Eritrea in Italia vuole
difendere il proprio Paese da futuri drammi che sono già successi
altrove e vuole altresì tutelare se stessa e i propri figli con doppia
cittadinanza da scompensi psicologici perché continuano a farci domande
preoccupati: “Perché ce l’hanno tutti con noi?” E’ per rispondere a loro
che abbiamo deciso di reagire per contrastare questa guerra mediatica
che giornali e giornalisti italiani hanno dichiarato all’Eritrea e a
tutta la sua Comunità.
L’altro motivo per cui le scriviamo è per dirLe che La riteniamo
responsabile, insieme ai media italiani, di questa guerra mediatica in
atto contro di noi che da molti anni viviamo in Italia lavorando
onestamente. Visto e costatato che a nulla sono valse le nostre
suppliche, che Lei stesso ha ignorato non ritenendole neppure degne di
una risposta, siamo pronti ad intraprendere una class action contro
l’Ordine Dei Giornalisti che Lei rappresenta.
Siamo un popolo abituato a lottare e contro la vostra categoria
lotteremo legalmente con tutti i mezzi a nostra disposizione.
Comitato Media Italia portavoce della Comunità Eritrea residente in
Italia
Comunicato stampa del
Ministero
degli Esteri
Il Rapporto della "Commissione d'inchiesta":
Cinica parodia politica che mina i diritti
umani
Asmara 09.giugno - Il popolo e il governo dell'Eritrea ritengono che le
selvagge accuse mosse contro di loro dalla "Commissione d'inchiesta"
istituita dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite di
"violazione sistematica e massiva dei diritti umani", sono totalmente
infondate e prive di ogni merito. Queste accuse sono semplicemente
la continuazione e l'escalation della campagna a sfondo politico per
minare il progresso politico, economico e sociale che il Paese sta
realizzando, anche nel settore dei diritti umani. Sono un attacco, non
tanto sul governo, ma su un popolo civile e una società che hanno a
cuore i valori umani e la dignità.
Queste accuse e i tentativi spregevoli di mettere a tacere coloro che
hanno qualcosa di positivo da dire sull'Eritrea, sono un tentativo
trasparente di correre contro il tempo per impedire il crescente e
sempre più produttivo impegno internazionale con l'Eritrea. Chiaramente,
il ricorso ad accuse estreme e iperbole indecenti, tra il cinico e
l’ingiustificato riferimento a "possibili crimini contro l'umanità", ha
lo scopo di prevenire una riflessione sobria sulle realtà in Eritrea e
di forzare le cose prima che l’equità e la giustizia possano prevalere .
E 'anche innegabile che ci sono quelli che si nascondono dietro a queste
affermazioni oltraggiose per mistificare le loro trasgressioni contro
l'Eritrea e cercare pretesti per i loro atti di destabilizzazione.
L'Eritrea ha sempre dichiarato che come nazione nata nella lotta per i
diritti umani, rimane pienamente impegnata a garantire e migliorare i
diritti umani dei suoi cittadini, per migliorare la qualità di tutti i
suoi cittadini. Si tratta di un atto d'accusa dire che in una regione
fortemente minacciata dalla violenza, gravi abusi,dall'estremismo e dal
terrorismo, dove tanti commettono tanti crimini, gli sponsor della
Commissione scelgono di attaccare la pacifica, stabile, armoniosa,
incentrata sullo sviluppo umano, Eritrea.
E’ necessario che siano messi fortemente in discussione e considerati
responsabili perché le loro azioni e la mancanza di integrità e
professionalità minano i diritti umani e la credibilità delle
istituzioni per i diritti umani, così come la pace e la stabilità
regionale. L'Eritrea chiede insistentemente che tutte le nazioni e tutte
le persone che credono nell’equità, nella giustizia e nei diritti umani
pongano fine alla farsa che viene perpetrata dalla "Commissione
d'inchiesta".
Per l'Eritrea gli attacchi in corso, volti a minare la sua sovranità e
il progresso, sono una questione gia vista. Ci hanno negato il nostro
diritto all'indipendenza come ex paese coloniale a causa del percepito
"interesse strategico" degli Stati Uniti. Pochi ci hanno supportato
durante la nostra lotta legittima per la libertà. I potenti hanno
cercato di denigrare la nostra causa e di farci ripiombare nella
sottomissione. Siamo stati regolarmente cancellati. E tuttavia, grazie
alla forza della nostra determinazione e umanità, ne siamo usciti
vittoriosi.
Oggi, nonostante le calunnie vili e le false accuse, nonostante un
silenzio assordante internazionale di fronte all'occupazione illegale
della nostra terra, in violazione del diritto internazionale, nonostante
la pressione economica e l'incoraggiamento dell'immigrazione
clandestina, la nostra determinazione e la fiducia che costruiremo una
nazione dignitosa e prospera, rimane incrollabile. L’Eritrea non sarà
deviata da tale obiettivo alto e raddoppierà la sua determinazione e gli
sforzi per raggiungerlo.
Ministero degli Affari Esteri dell'Eritrea
Due
righe di commento sull’intervento
di Daniel Wedi Korbaria su
“Italians”
Caro Daniel seguo e leggo sempre con molto piacere e condivisione i tuoi
scritti precisi e circostanziati incentrati sull’Eritrea. Su quello che
non conosco più che bene non mi misuro, ma l’Eritrea rappresenta una
specie di cartina tornasole e oramai dopo tanti anni sul campo,
conoscendo approfonditamente l’argomento, è diventato per me fin troppo
facile riconoscere i rarissimi giornalisti provvisti di un minimo di
coscienza deontologica e ridere del resto della marmaglia parassita e
soggiogata dai poteri forti, proprio leggendo i loro commenti
sull’Eritrea.
Giuseppe Severgnini,
detto Beppe, che sull’autoreferenziale descrizione di Wikipedia è
presentato come “giornalista, saggista e opinionista italiano” (già solo
questo tutto un programma), fa ridere. Il Beppe forse sentendosi vittima
di lesa maestà non si discosta dalla marmaglia e non viene neanche
sfiorato dall’idea che esista una diversa realtà eritrea. Si limita a
far sua, senza conoscere nulla dell’argomento, quella descritta a scopo
denigratorio da chi non avendo potuto vincere gli eritrei sul campo di
battaglia ora usa la vile arma del discredito per mettere sotto
pressione e cercare di isolare quel valoroso popolo.
La tua lettera aveva, sono certo, lo scopo di aprire gli occhi al
poco accorto Severgnini facendogli sommessamente presente di essere
parte del più trito e ritrito vortice della sistematica mistificazione
delle notizie che caratterizza la quasi totalità delle informazioni
propalate dai Media, ma il nostro non ha saputo cogliere l’occasione di
svolgere una volta tanto un buon lavoro giornalistico e si è subito
messo sulla difensiva proponendo per l’ennesima volta il solito
ciarpame mediatico privo di una benché minima referenza.
Caro Daniele la tua è condivisibile indignazione, ma anche fatica
sprecata. Non dimenticare che il Beppe frequenta ambienti che hanno
visto predecessori illustri, primo fra tutti l’inarrivabile Alberizzi e
non credo che ti sarà concesso lo spazio per un sano contraddittorio.
Quello che veramente importa è che la storia ha cominciato a dare le sue risposte paradossalmente
proprio a causa dell'eccessiva attenzione pilotata sul fenomeno
dell'emigrazione eritrea. La gente ha cominciato a informarsi e
l'orientamento sta cambiando: le sanzioni contro l’Eritrea saranno
ritirate perché ingiuste e illegittime, il mancato rispetto dei patti di
Algeri comincia a essere recepito come unico e reale motivo dell’esodo
dei giovani dal paese, l’illegittima occupazione militare etiopica di
territori sovrani eritrei non sarà più tollerabile ecc. ecc.
Il povero Beppe tutte queste notizie probabilmente le saprà per
ultimo perché non girano nei salotti buoni che frequenta e per
scribacchiare i suoi articoli si affida a quello che trova su Internet,
non facciamogliene una colpa, del resto è in buona compagnia. Però un
ultimo consiglio possiamo darglielo: clicchi sul filmato che si trova
proprio qui sotto "The other narrative" e magari inizierà a
ravvedersi...
Stefano Pettini
"The other narrative"
24 maggio1991
Il 24 maggio 1991 il Fronte Popolare di Liberazione dell'Eritrea entra
nella capitale Asmara ponendo fine a una guerra per la conquista
dell'indipendenza durata trenta lunghi anni. Il F.p.l.e affida a Isaias
Afwerki la guida del Governo di Transizione mentre una conferenza di
riconciliazione sancisce il diritto all’autonomia dell’Eritrea da
esercitarsi attraverso un referendum popolare che avrà luogo due anni
dopo. Il 24 maggio 1993 con un risultato plebiscitario l'Eritrea viene
dichiarata indipendente divenendo il più giovane Stato africano. In
questi giorni gli eritrei festeggiano in tutto il mondo la
ricorrenza di questi due eventi fondamentali per il loro paese, a Roma
l'evento si è tenuto il 24 maggio.
Festa
dell’Indipendenza Eritrea
2015
di Daniel Wedi
Korbaria
Il 24 maggio a Roma, alla presenza di circa 450 persone, si è svolta con
successo la festa per l’Indipendenza dell’Eritrea.
Il tema di quest’anno recitava “Limàt bitsinàt”, ossia
sviluppo attraverso la resilienza. E la resilienza
da sempre ha
caratterizzato gli eritrei della diaspora, sin dai tempi della lotta di
Liberazione e lo sviluppo eco-sostenibile del proprio paese, poi, è la
priorità di tutti. Animato da questo spirito un gran numero di eritrei,
portandosi per mano i loro bambini, già verso le 13 hanno iniziato ad
affluire nel Teatro Tendastrisce adornato dalle colorate bandiere
dell’Eritrea. Sotto quel tendone si respirava un’aria di festa
accompagnato dall’effluvio dell’immancabile zighini e della dolce
himbascia, la focaccia eritrea della festa. In un megaschermo ERI-TV
trasmetteva in diretta il discorso del Presidente Isaias Afeworki dallo
stadio di Asmara gremito per l’occasione. “Conquistare la libertà di
una Nazione e costruire una Nazione libera sono complementari, la lotta
e il martirio dei nostri eroici combattenti per la libertà saranno stati
vani se non si riuscirà a costruire un paese veramente libero”. Ed è
sempre emozionante vedere il proprio Presidente unirsi agli studenti
festanti per ballare assieme a loro.
A Roma, accompagnati dalla musica dal vivo di Maekele O/Michael, Rimdet
e Selam Yemane, i padri e le madri della comunità, con indosso gli abiti
tradizionali, hanno sfilato e aperto le danze con bandiere e ramoscelli
di ulivo in mano, subito dopo il canto appassionato dell’inno nazionale:
Eritra, Eritra, Eritra che ha coinvolto anche i bambini.
Molti gli ospiti italiani amici del popolo eritreo in gran parte
asmarini per nascita. La madrina della festa è stata, a sorpresa,
Yordanos Lulu, un’attrice molto famosa ad Asmara appena arrivata
dall’Eritrea per girare un film italiano. Yordanos, infatti, è la
protagonista del docfilm Looking for Kadija prodotto da Rai
Cinema e vincitore del Premio del Pubblico 2014 al Festival
Internazionale del Film di Roma. La modella e attrice eritrea mi ha
raccontato della felice coincidenza di ritrovarsi al Teatro Tendastrisce
a festeggiare con la Comunità di Roma il 24simo anniversario
dell’indipendenza dell’Eritrea. Era felice dell’esperienza a lei nuova
e, soprattutto, meravigliata della calorosa accoglienza riservatale
dalla comunità degli Eritrei di Roma. Pensava forse di passare
inosservata Yordanos Lulu ma alla fine ha dovuto firmare gli autografi a
molte bambine...
L'Italia e le Sanzioni.
Quando la
Geopolitica si scontra coi mercati. Quattro casi di studio per gli
interessi economici italiani: Eritrea, Iran, Russia e Sudan
Lettera della Comunità degli
Eritrei
residenti in Italia
all’Ordine dei Giornalisti Italiani (ODG)
Egregio Presidente Dott. Vincenzo Iacopino,
la Comunità degli Eritrei residenti in Italia Le scrive per comunicarLe
il disagio che tutti viviamo da anni per colpa di giornali e giornalisti
italiani che hanno preso di mira il nostro Paese pubblicando, quasi
quotidianamente, articoli denigratori e infamanti sull’Eritrea. Queste
incessanti e crudeli notizie ci feriscono a tal punto che ci sentiamo
oramai additati e perseguitati dai media italiani.
Se Lei, egregio Dottore, volesse assumersi l’incarico di contare quante
volte, ad esempio negli ultimi due anni, i giornalisti italiani abbiano
abusato del nome Eritrea vedrebbe come il nostro Paese sia l’unico, dei
54 africani, a godere di questa morbosa attenzione. Comprenderebbe così
il nostro profondo malessere.
Alcuni giornalisti in particolare ci preoccupano in quanto a toni e
contenuti apparendo ai nostri occhi molto aggressivi quasi quanto una
dichiarazione di guerra, mentre altri giornali sembrano essere strumenti
di propaganda del governo dell’Etiopia. Secondo noi, a tutti sfugge che
la storia dell’Eritrea è, purtroppo, ancora legata all’Etiopia che,
nonostante l’Indipendenza del 1993, continua ad occupare illegalmente i
territori sovrani eritrei e continuamente minaccia una nuova guerra.
Ognuno è libero di
schierarsi con l’uno o l’altro paese ma bisognerebbe dichiararlo
apertamente e soprattutto, in un paese democratico come l’Italia, si
dovrebbe essere disponibili al contraddittorio e offrire spazi anche ai
propri avversari, una specie di par condicio.
Purtroppo l’Etiopia, che ha scelto di essere il braccio armato degli
USA, continua di fatto a destabilizzare tutto il Corno d’Africa ed è
proprio con l’avallo del suo alleato che da 13 anni si rifiuta di
firmare l’implementazione della Commissione EEBC delle Nazioni Unite la
quale ha sancito che Badme, causus-belli del 1998, appartiene
all’Eritrea. Poi oltre il danno la beffa: ingannando l’ONU ha promosso
due sanzioni contro l’Eritrea accusata di finanziare i terroristi somali
di Al-Shabaab. Accuse rivelatesi, successivamente, infondate. L’Eritrea,
infatti, è l’unico Stato laico in tutta l’Africa che da sempre lotta
contro ogni fanatismo di tipo etnico-religioso.
Ovviamente le ingiuste
sanzioni delle Nazioni Unite hanno ingessato l’economia eritrea già
povera di per sé perché reduce da 40 anni di guerra che ha distrutto
tutte le sue infrastrutture e le fabbriche italiane del periodo
coloniale.
A quelli che dicono: “Scriviamo dell’Eritrea perché è il paese che
esporta più immigrati” noi rispondiamo che non vogliamo certo negare che
l’Eritrea è ancora un paese povero ed è comprensibile che i suoi giovani
cerchino di migliorare la propria vita e quella delle loro famiglie.
Altro motivo usato e abusato è quello del prolungamento del servizio
militare. Ricordiamo che prima dell’ultima guerra questo era di 18 mesi
ed ora torna ad essere come da standard internazionali ma lo stesso gli
eritrei continuano a migrare come fanno altri africani provenienti da
paesi “normali”. Sappiamo anche che ad attraversare il mare non sono
solo eritrei. Siamo in grado
2
di riconoscere la nostra gente e vi diciamo che oramai tutti gli
africani che vengono via mare hanno capito che dichiarandosi eritrei
ricevono lo status di rifugiato a prima facie. Se l’UNHCR vuol far
credere che in Eritrea non vi siano rimasti più giovani “perché ogni
giorno fuggono a migliaia” noi rispondiamo che, fortunatamente, ci sono
ancora milioni di giovani che resistono alle avversità e partecipano
alla ricostruzione del Paese. È stato così anche durante la guerra di
Liberazione: non erano pochi quelli che alla prima difficoltà
abbandonavano le trincee ma è stato proprio grazie a quelli che
resistevano che è nata una nazione chiamata Eritrea.
Quando in nome della
libertà di stampa si fa diffamazione e si uccide una Nazione, la sua
Comunità all’estero esprime il suo sdegno ed è chiamata a difendere il
suo onore e la sua terra. Proprio per questo abbiamo chiesto un incontro
a giornali e giornalisti per cercare di capire su quali fonti si basino
i loro articoli ma finora non abbiamo avuto nessun riscontro. Giornali
come il Manifesto, la Repubblica, il Corriere della Sera, l’Avvenire ed
altri continuano arrogantemente a infierire e a girare il coltello nella
piaga. Il rifiuto di un sereno dibattito ci ha fatto pensare ad una
sorta di xenofobia nei nostri confronti ma ci auguriamo di sbagliarci
perché questo tipo di discriminazione sarebbe così grave che andrebbe
perseguita per legge.
Se fossimo degli
integralisti, per colpa dei giornali italiani, saremmo portati a odiare
le vostre istituzioni ma noi siamo una Comunità storica, seria ed
esemplare, amiamo il Paese che ci ospita da più di quarant’anni e
rispettiamo le sue leggi ed istituzioni, siamo onesti lavoratori e nel
nostro piccolo contribuiamo orgogliosamente al welfare italiano. Molti
di noi hanno acquisito la cittadinanza, siamo una Comunità molto bene
integrata nella società italiana con numerosi matrimoni misti e figli
italo-eritrei.
Con questa lettera vogliamo chiedere aiuto all’Ordine dei Giornalisti
Italiani per fermare questa guerra mediatica che ci sta uccidendo giorno
dopo giorno sfruttando le nostre tragedie e rifiutando di dar voce al
nostro grido di dolore. Lo stesso, senza arrenderci mai, continueremo a
difenderci commentando, dove ci è permesso farlo, tutti gli articoli
infamanti dei giornalisti che, andando contro la loro deontologia,
scrivono “per sentito dire” e non ci stancheremo mai di invitarli in
Eritrea affinché vedano con i propri occhi le menzogne che essi stessi
hanno raccontato. Secondo l’indice di Reporters sans frontières sulla
libertà di stampa l’Eritrea risulta essere l’ultima della graduatoria
mentre l’Italia è al 73° posto su 180.
Siamo, perciò,
fermamente convinti che il giornalismo italiano possa insegnarci
qualcosa, possibilmente, non censurandoci più.
Purtroppo nessun giornale italiano ha mai pubblicato finora le cose
belle che l’Eritrea costruisce, eppure il nostro non è il Paese più
malvagio del mondo, non ci stancheremo mai di ripeterlo.
L’Eritrea, grazie alla sua filosofia dell’autosufficienza, è l’unico
paese africano a non ricevere “aiuti umanitari” occidentali e lo stesso
sta per raggiungere tutti gli Otto Obiettivi del Millennio con le sue
proprie sole forze e senza indebitarsi con gli usurai internazionali.
L’Eritrea è il Paese che ha ridotto la mortalità infantile e materna,
che ha debellato la malaria e controllato l’Hiv, è il Paese che offre ai
suoi studenti l’istruzione gratuita dall’asilo al College Universitario
e che sta lavorando per raggiungere l’ultimo e più impegnativo dei suoi
obiettivi: la sicurezza alimentare. A questo scopo sta costruendo
numerose dighe, consapevole che senza acqua non c’è agricoltura, senza
acqua non c’è cibo, senza acqua non c’è vita. Tutte le dighe già
ultimate trattengono l’acqua cambiando colore
3
al territorio circostante, evidenze che non possono essere negate da
nessun giornalista per quanto cieco voglia essere!
È proprio questo Paese “peggio della Corea del Nord”, “prigione a cielo
aperto”, “inferno sulla Terra” che mette a dimora i suoi futuri alberi e
costruisce dighe per la sopravvivenza e la salute di coloro che verranno
dopo di noi costringendo ai “lavori forzati” la sua popolazione più
giovane con il coinvolgimento anche degli studenti (come è avvenuto nel
2014 con la messa a dimora di ben 4.000.000 di alberi per fermare
l’avanzamento del deserto).
Questo è il Paese guidato da Isaias Afewerki, per i giornalisti “il
dittatore più feroce del mondo”, che invece di farsi il bagno nello
champagne fumando grossi sigari passa il suo tempo camminando tra
polvere e fango, come un geometra in cantiere, ad incoraggiare la rapida
costruzione dell’ultima diga prima dell’arrivo della nuova stagione
delle piogge. I dittatori amano costruirsi bunker antiatomici non certo
dighe!
Un leader che lavora così duramente per garantire al suo popolo l’acqua
e il cibo può costringerlo poi a scappare via? Qual è la verità? È qui
che diventa fondamentale per il giornalista avere l’onestà intellettuale
e una buona dose di coraggio per indagare sui veri motivi del traffico
di esseri umani.
Ci rendiamo conto che la
nostra parola conta di meno rispetto a quella degli occidentali e allo
stesso modo quando l’Eritrea accusa la CIA di traffico di esseri umani
l’America risponde che è tutta colpa del dittatore.
In un’intervista del 2008, rilasciata ai giornalisti di Reuters, il
Presidente Isaias Afewerki accusava proprio la CIA di essere dietro a
questo traffico. Esattamente un anno dopo, il Presidente Obama in un
discorso al Clinton Foundation Initiative, confermava: “Recentemente
abbiamo rinnovato le sanzioni su alcuni dei paesi più tirannici tra cui
Corea del Nord e Eritrea, abbiamo partnership con i gruppi che aiutano
le donne e i bambini a scappare dalle mani dei loro aguzzini, stiamo
aiutando altri paesi ad intensificare i loro sforzi e vediamo dei
risultati...”
Gli sforzi degli altri
paesi, di cui parlava Obama, sono i campi profughi allestiti in Etiopia
e Sudan a ridosso del confine con l’Eritrea per richiamare i nostri
giovani, mentre chi aiuta donne e bambini a scappare sono le ONG gestite
da cittadini eritrei (come auspicato dall’Ambasciatore ad Asmara Ronald
K. McMullen in un dispaccio confidenziale intitolato “Engaging the
Eritrean diaspora” rivelato da WikiLeaks in cui suggeriva alle ONG che
attingono a fondi USA di incoraggiare la diaspora eritrea alla critica
del Governo eritreo). Non era mai successo, infatti, che così tanti
eritrei potessero gestire delle ONG e in poco tempo sono nate l’Agenzia
Habeshia di don Mussie Zerai, Gandhi di Alganesh Fesaha, HRCE di Elsa
Churum. Contemporaneamente sono spuntati numerosi siti web di gruppi di
“opposizione” al governo eritreo usati come megafoni per diffondere
meglio le notizie di ciò che presto sarebbe successo ai giovani eritrei
(ne è un esempio Radio Erena di Meron Estifanos).
Approfondendo la ricerca
si scoprirebbe facilmente che dietro a tutte queste “Sante”
organizzazioni ci siano i soldi di National Endowment for Democracy (NED),
di Freedom House, di Open Society Institute, del Dipartimento di Stato
Americano ed il sostegno del governo etiopico. Ma qual è il principale
fattore di attrazione per i giovani? Sembrerebbe che dietro a tutta
questa faccenda ci sia la promessa di una vita nel paradiso terrestre:
il visto facile per gli Stati Uniti. Con il
4
trucco di un visto per l’America, i ragazzi vengono fatti fuggire
dall’Eritrea verso i campi profughi dell’UNHCR in Etiopia e in Sudan
dove Alganesh Fesaha ed Elsa Churum distribuiscono il numero di telefono
satellitare di Meron Estifanos e di Mussie Zerai e i poveri profughi non
vengono fatti salire su un aereo umanitario ma fatti partire verso il
deserto ad affrontare torture, sequestri nel Sinai e prigioni in Libia.
Assegnandosi i compiti lungo il percorso verso il mare, le ONG entrano
in azione attraverso drammatici collegamenti telefonici con i ragazzi
sequestrati apposta dai beduini per ricattare la diaspora eritrea nel
mondo che, terrorizzata dalle telefonate dei propri familiari, paga
migliaia di dollari.
Per quelli che infine
riescono a salire sui barconi fatiscenti ecco pronti gli angeli custodi,
armati di telefoni satellitari, che allertano i soccorsi per i natanti.
Intanto arrivano a Lampedusa sempre più minorenni (12-13 anni) non
accompagnati, senza alcuna convinzione politica e ai quali viene
concesso lo status di rifugiato. A meno che non si voglia far credere
che in Eritrea si mangino i bambini perché considerare dei minorenni
rifugiati politici? Il regime-change attuato attraverso lo svuotamento
dell’Eritrea dai suoi ragazzi si è trasformato negli anni in un
genocidio sistematico di giovani vite di africani perché la verità è che
tra Eritrea ed Etiopia la guerra non è mai finita.
Egr. Dott. Iacopino, la Comunità degli Eritrei in Italia si augura che
l’Ordine dei Giornalisti Italiani non si schieri a favore di una delle
due parti in conflitto ma che sia neutrale ed equilibrato. Da parte
nostra ci sarà il massimo impegno e collaborazione con tutte le
istituzioni italiane e ribadiamo la nostra ferma volontà di arrestare il
traffico di esseri umani che ci ha visti vittime e protagonisti in prima
persona. Ancora chiediamo a Lei e alla Sua rispettabile istituzione
democratica un impegno a dar voce al nostro dolore per fermare questo
genocidio che quotidianamente si compie nel Mar Mediterraneo.
Comitato Media Italia
Portavoce della Comunità Eritrei residenti in Italia
Lettera al portavoce
dell’UNHCR
Egr. Signor Adrian
Edwards portavoce di UNHCR,
la Comunità degli
Eritrei residenti in Italia Le scrive per esprimerLe costernazione e
preoccupazione circa la Sua dichiarazione affermante il coinvolgimento
di 350 eritrei nell’ultima tragedia degli immigrati al largo delle coste
Libiche.
La Comunità degli
eritrei in Italia, esprimendo il suo dolore per tutte le vittime
coinvolte senza distinzione di provenienza, comprensibilmente vive ore
di angoscia e spera che le Sue dichiarazioni sugli eritrei coinvolti
siano infondate, che i superstiti da Lei interrogati si sbaglino
sull’identità dei nostri concittadini, così come lo sperano anche le
loro famiglie rimaste in Eritrea.
Nessun eritreo vorrebbe
che la notizia da Lei diffusa e che ci sta uccidendo fosse vera, noi
vorremmo che Lei si sbagli e per questo Le chiediamo, sperando in una
Sua solerte risposta, come fa l’UNHCR a conoscere la cifra esatta degli
eritrei coinvolti nell’incidente quando ancora non conosce la cifra
esatta dei morti? (ad ora si parla di 700-800-900 vittime del
naufragio).
Come mai si sa solo che
gli eritrei sono 350 quando la provenienza delle altre vittime
provenienti dalla Siria, Somalia, Ciad, Sierra Leone, Mali, Nigeria,
Senegal, Sudan, Gambia, Costa d’Avorio e Etiopia rimane sconosciuta?
Come mai l’unica cifra sicura sono quei 350 eritrei e i 28 superstiti? E
se lo dicono i sopravvissuti, come Lei afferma, quanti sono gli eritrei
superstiti che hanno potuto identificare i 350 loro concittadini che non
ce l’hanno fatta? L’UNHCR ha a disposizione i loro documenti dimostranti
la cittadinanza eritrea o ha visto e riconosciuto i loro volti per
esserne così sicura?
La Comunità degli
Eritrei in Italia vive ore di angoscia e comprensibilmente si augura che
la cifra di 350 eritrei vittime della tragedia, così come dichiarato
dall’UNHCR, risulti infondata e non venga strumentalizzata per fini
politici.
In attesa di una Sua
pronta risposta chiarificatrice Voglia gradire i nostri più cordiali
saluti.
Comitato Media Italia
Portavoce della Comunità degli Eritrei in Italia
La
Forza di Yonas
di Daniel Wedi Korbaria
Ho incontrato Yonas a Francoforte quando il Giro per la verità, la
pace e la giustizia all’Eritrea era arrivato a metà del suo percorso
iniziato a Goteborg e che si sarebbe concluso a Ginevra. Quando gli
strinsi la mano mi accorsi che indossava dei guanti neri per nascondere
calli vistosi e continuava a sorridermi. Non riuscivo a credere di poter
trovare un sorriso così gioioso sul volto di un disabile ed è stato
proprio quel suo sorriso ad incoraggiarmi a chiedergli: “Perché ti sei
unito al Giro spingendo la tua carrozzina dietro ai ciclisti?”
“Volevo
simbolicamente partecipare almeno ad una tappa del Giro giusto per dire
che c’ero anch’io
ma veder piangere le tantissime madri e sentire le loro suppliche mi ha
davvero incoraggiato a proseguire” mi confessò Yonas commosso a sua
volta.
Infatti le donne eritree che aspettavano l’arrivo del Giro a Francoforte
sono rimaste sorprese di vederselo arrivare in carrozzina spinto dalla
sola forza delle sue braccia. Sono state proprio loro, piangendo e
promettendo di sostenerlo anche materialmente, ad incoraggiarlo a
proseguire verso Ginevra. La commozione a Francoforte era palpabile
anche tra i ciclisti, che spinti dalla nuova forza di questo giovane in
carrozzina sarebbero arrivati in cima la mondo.
Yonas ha accettato di buon grado pronto ancora una volta a dare tutto
alla sua Eritrea.
Aveva 16 anni Yonas Haile Zerai quando nel 1990 si era unito al Fronte
Popolare di Liberazione dell’Eritrea entrando un anno dopo sano e salvo
ad Asmara assieme ai vincitori. Il Colonello Menghistu Hailemariam era
fuggito all’estero e nel ‘93 l’Eritrea fu dichiarata la 182ma Nazione.
Cinque anni di relativa pace e nel ‘98 la guerra scoppiò nuovamente e
Yonas fu richiamato alle armi, una guerra che ha causato molte giovani
vittime da entrambi i fronti. E nel 2000 poco prima dell’armistizio
Yonas perse in battaglia l’uso delle gambe.
Sono già quindici anni che vive seduto su una carrozzella senza che per
questo abbia mai smesso di regalare il suo bel sorriso a chi lo guarda e
lo saluta.
Il Giro per la verità, la pace e la giustizia all’Eritrea
è un’iniziativa della folta comunità degli eritrei residenti all’estero
che vuole ribadire il rispetto delle decisioni finali e vincolanti già
adottate dalle Nazioni Unite e che l’Etiopia continua ad ignorare
occupando illegalmente i territori eritrei.
Yonas non prova sentimenti di odio o di vendetta nei confronti
dell’Etiopia e del suo popolo, anche lui come molti cittadini della
diaspora eritrea vuole soltanto che venga garantita la verità, la pace e
la giustizia. Nient’altro che verità, pace e giustizia all’Eritrea. Il
suo sudore, così come quello dei ciclisti che hanno già percorso oltre
1200 km di strada, vuole testimoniare e portare avanti questo messaggio
di pace e di legalità, non a caso nel logo della manifestazione sono
raffigurate una colomba e una bilancia.
Yonas, timido ma determinato, dice:
“Mi batterò fino alla morte
per vedere tutelata la sovranità del mio
Paese. Per questo ho lottato, per questo ho perso le gambe e se
necessario sono pronto ad arrivare persino sotto al palazzo di vetro
delle Nazioni Unite di New York.”
Daniel Wedi Korbaria
Comunicato
Stampa
22 Marzo 2015 -
Nevsun fornisce ulteriori aggiornamenti sulla gestione Nevsun Resources
Ltd.
La Società riferisce che le riparazioni al problema meccanico del mulino
a sfere, riportato in precedenza il 13 marzo 2015, sono in corso e che
il riavvio dello stabilimento Bisha rimane fissato per la fine di questa
settimana. L’atto di vandalismo occorso presso lo stabilimento Bisha
alla fine della scorsa settimana non ha recato alcun danno significativo
alle operazioni e nessuno del personale e’ stato ferito.
Il fornitore di attrezzature Thyssen-Krupp AG, intervenuto sul sito, ha
quasi completato la sostituzione della scatola ingranaggi dei cuscinetti
del mulino a sfere con imminente reinstallazione del cambio. Durante
l'interruzione, qualche ulteriore preventiva manutenzione degli impianti
che era prevista per il Q2 2015, è stata accelerata e l’estrazione di
minerali è stata sostituita dalla gestione delle scorie minerarie per
agevolare il mantenimento dei requisiti.
Il 20 marzo, la miniera Bisha ha subito un atto di vandalismo durante il
turno di notte in cui lievi danni sono stati riportati alla base dei
contenitori degli addensanti con conseguente rilascio di acqua nella
zona dello stabilimento. Le riparazioni necessarie e le pulizie dovute
all’incidente sono secondarie e sono state fissate durante la ripresa
dell'impianto in settimana. Ulteriori garanzie sono state adottate per
tutelare la sicurezza del sito e del personale mentre le forze di
sicurezza eritree e quelle presso la miniera hanno avviato un'indagine.
Riguardo Nevsun Resources Ltd.
Nevsun Resources Ltd. è una società mineraria con sede a Vancouver, con
una miniera operativa in Eritrea. La miniera di Bisha, posseduta al 60%
da Nevsun, e’ classificata tra le miniere di rame a cielo aperto di più
alto grado al mondo. Nevsun ha un forte bilancio patrimoniale e flussi
monetari futuri che incrementeranno il valore per gli azionisti
attraverso l'esplorazione al sito Bisha e l’acquisizione di
supplementari attività minerarie.
Nevsun RESOURCES LTD.
Cliff T. Davis
Presidente e Amministratore Delegato
COMUNICATO STAMPA
Il Giro Ciclistico per la verità, la pace e la giustizia all'Eritrea
STOCCOLMA, FRANCOFORTE e GINEVRA
Il Giro Ciclistico per la verità, la pace e la giustizia all'Eritrea
inizierà Martedì 31 marzo 2015 in Svezia e si concluderà Lunedì 13
aprile a Ginevra dopo più di 1700 km in bicicletta. A Ginevra i ciclisti
consegneranno un memorandum alle Nazioni Unite in occasione del 13°
anniversario della decisione di delimitazione definitiva e vincolante
stabilita dalla Commissione Confini Eritrea-Etiopia (EEBC) che l'Etiopia
si rifiuta di rispettare in violazione del diritto internazionale.
Venticinque i ciclisti provenienti da dieci paesi diversi (Eritrea,
Canada, Danimarca, Germania, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia,
Svizzera e Regno Unito) che attraverseranno in bicicletta otto città
tedesche e tre svizzere per coprire più di 1700 km di strada per mettere
in evidenza la verità sull'Eritrea e la sua gente e dimostrare come il
paese, nonostante i torti subiti più volte dall’occidente, stia andando
avanti e sia diventato un’oasi di pace e armonia nel Corno d'Africa.
Essi chiederanno l’immediata ed incondizionata attuazione della
tredicenne decisione definitiva e vincolante sul confine e la fine
dell'occupazione illegale da parte dell'Etiopia di territori sovrani
eritrei, tra cui la città di Badme. Chiederanno inoltre la fine delle
sanzioni illegali delle Nazioni Unite imposte all’Eritrea fondati su
"prove" completamente fabbricate e falsificate dall’Etiopia e dai suoi
alleati occidentali.
Lungo la strada, i ciclisti consegneranno dei promemoria a funzionari
locali, parleranno con i media, incontreranno gli amici dell’Eritrea e
trascorreranno del tempo con i membri delle comunità eritree le cui
famiglie sono state colpite dalla continua occupazione illegale dei
territori eritrei dell'Etiopia e dalle sanzioni illegali dell'ONU.
Puoi seguire il Giro ciclistico per la verità, la pace e la giustizia
all'Eritrea e seguire il percorso dei ciclisti per tutta la durata sul
blog http://eritrean-smart.org . Ti invitiamo inoltre a dare il tuo
sostegno alla nostra campagna facendo una donazione attraverso il link
Paypal a http://eritrean-smart.org
.
Questo Giro ciclistico è
sponsorizzato da Organizzazioni e Comunità degli eritrei in Europa e
Nord America, dall'Unione Ciclistica eritrea e dalla E-SMART Global
Mekete.
COMITATO MEDIA ERITREA IN ITALIA
8 Marzo 2015 a
Roma
Tema della
partecipazione "Rigogliosi nelle Zone Aride:
l’esperienza dell’Eritrea"
Il concept
Vivere in zone aride può essere una
benedizione, non una disgrazia:
questo è il messaggio che l’Eritrea vuole diffondere
durante Expo Milano 2015. Con la
sua partecipazione il Paese vuole illustrare la
sostenibilità della sua agricoltura tradizionale,
mostrare le potenzialità delle risorse naturali come
riserva di cibo per le comunità
rurali, spiegare come affrontare le sfide legate
alla scarsità d’acqua, far conoscere il cibo della
tradizione eritrea (che in molti casi ha ottimi
valori nutrizionali) e dare risalto alle
potenzialità dell’approccio cooperativo.
Nel
suo spazio espositivo di 125 metri quadri
all’interno del cluster delle Zone Aride,
trovano posto materiali illustrativi, poster e
brochure, che presentano le diverse zone
agro-ecologiche del Paese e le loro
peculiarità, le sfide poste dai processi di
desertificazione e le tecniche di
conservazione di “ogni goccia d’acqua”
attraverso la costruzione di argini e laghetti
artificiali da utilizzare per l’agricoltura, la
pesca e l’abbeveramento del bestiame.
Brevi videoclip illustrano le fasi della catena
produttiva alimentare, la coltura e la raccolta
tradizionali, le contromisure adottate per esempio
nell’area di Sheeb per fermare
l’avanzata dei deserti, i molteplici usi dei frutti
del giuggiolo, l’utilizzo del
mogogo (forno tipico delle case
private) con biomasse diverse dal legno e dell’adhanet
mogogo (mogogo moderno) per conseguire una
migliore efficienza energetica e combattere la
desertificazione.
L'Africa è più grande di
quanto
immagini
Richiesta al Governo
Italiano: l’impegno a revocare le
ingiuste sanzioni degli ultimi 5 anni all’Eritrea.
28 dic 2014 - La COM.ER.IT (Comunità Eritrea in Italia) invita il
Governo Italiano ad impegnarsi perché vengano revocate le due
risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1907 (2009) e
2023 (2011) imposte per sanzionare l'Eritrea e il suo popolo sulla base
di accuse fabbricate ed orchestrate dal suo principale nemico:
l’Etiopia.
Anche se il pretesto per le ingiuste sanzioni era quello di "portare" la
pace e la sicurezza in Somalia, punire l’innocente Eritrea sulla base di
false premesse, come gli ultimi cinque anni hanno dimostrato, non ha
portato la pace in Somalia né la sicurezza nel Corno d'Africa. Le forze
che hanno orchestrato menzogne contro l'Eritrea stanno ancora scatenando
il caos nella regione. L'ex Sottosegretario per gli Affari Africani e
veterano Ambasciatore Herman Cohen, che ha avuto molti anni di
esperienza e una profonda conoscenza del territorio, l'anno scorso ha
ben detto: "Quelli di noi che conoscono bene l'Eritrea, devono capire
che i dirigenti eritrei temono la militanza islamica più di qualsiasi
altro paese nella regione del Corno d'Africa. "
In breve, non c'era e non c'è ancora "una base reale o inventata" che
colleghi l'Eritrea ad Al Shabab o a qualsiasi forma di estremismo nella
regione, diverso è ciò che gli Etiopici hanno fornito al Gruppo di
Monitoraggio Somalia-Eritrea. E con il Gruppo di Monitoraggio
Somalia-Eritrea stiamo parlando di un gruppo che ha molti problemi
quando si tratta di credibilità. Come l’Ambasciatore del Sud Africa
Dottor Mashabane ha detto nel 2011: questo è un gruppo che non può
"assumersi le sue responsabilità ed espletare il suo mandato con
professionalità, imparzialità ed obiettività." Questo è un Gruppo di
Monitoraggio che è influenzato da destra e sinistra "da considerazioni
politiche al di fuori del suo mandato".
Le uscite vergognose di
Dinesh Mahtani (il suo esperto finanziario) all'inizio di questo
autunno, essendo stato colto in flagrante a sostenere il cambio-regime
in Eritrea per conto delle Nazioni Unite, e prima di questo l’esonero
del coordinatore Matt Bryden per il suo comportamento discutibile come
osservatore, sono due casi che dimostrano quanto questo gruppo di
monitoraggio abbia completamente perso la sua legittimità come
imparziale organo inquirente dell’Onu.
Come dimostrano chiaramente i cablogrammi diplomatici statunitensi
trapelati, la Risoluzione 1907 (2009) è stata tramata negli Stati Uniti
ed è nata in Etiopia. L'Eritrea è stata punita per aver presumibilmente
aiutato con le armi gli insorti in Somalia, ma proprio il rapporto delle
Nazioni Unite ammette che: "L'ottanta per cento delle munizioni
disponibili presso i mercati degli armamenti somali è stato fornito dal
TFG e dalle truppe etiopiche, (...) Il comitato di monitoraggio ha
ricevuto informazioni su circa 25 voli militari da parte dell'Etiopia in
Somalia e sapeva che le truppe etiopiche avevano portato equipaggiamenti
militari nel paese per armare i clan amichevoli ".
Lo stesso vale con la Risoluzione 2023 (2011) che è stata adottata sotto
le false accuse di Etiopia e Kenya contro l'Eritrea. Su accusa
dell'Etiopia, l’Ambasciatore russo Vitaly Churkin ha detto il 5 dicembre
2011, giorno in cui la Risoluzione 2023 (2011) è stata adottata, che "il
Consiglio di Sicurezza non ha presentato prove convincenti del
coinvolgimento dell'Eritrea in quell'incidente. Non abbiamo visto i
risultati di qualsiasi indagine su questo incidente, se davvero ce ne
fosse uno." Sulle accuse del Kenya, il gruppo di Monitoraggio delle
Nazioni Unite ha ammesso che lo stesso "Gruppo di Monitoraggio
Somalia-Eritrea non ha trovato alcuna prova a sostegno delle accuse che
L'Eritrea abbia per via aerea fornito al-Shabaab armi e munizioni nel
mese di ottobre e novembre 2011.
Non vi è nessuna prova a
sostegno delle accuse di uno o più aeroplani atterrati a Baidoa
International Airport tra il 29 ottobre e il 3 Novembre 2011, o che
durante lo stesso periodo l'Eritrea abbia fornito armi e munizioni ad
al-Shabaab per mezzo di aerei a Baidoa ". Sicuramente, il Consiglio di
Sicurezza delle Nazioni Unite, come organo istituito per mantenere la
pace e la sicurezza nel mondo, non deve mai punire le nazioni e i popoli
ben sapendo di basarsi su invenzioni. L’Eritrea, come nazione che ha
affrontato la sua giusta quota di tentativi di destabilizzazione da
parte di estremisti religiosi stranieri, è il partner più affidabile che
l'ONU possa avere per la pace e la sicurezza nel Corno d'Africa.
Merita l’incoraggiamento
e il positivo coinvolgimento del Consiglio di Sicurezza e, sicuramente,
non le sanzioni sulla base di menzogne. Così è tempo che ci si assuma la
responsabilità nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di
sospendere queste sanzioni illegali contro il popolo dell’Eritrea che
lavora sodo. In primo luogo non c'era alcuna giustificazione razionale
per imporre sanzioni, e ora c'è ancora meno spiegazione razionale per
mantenerla. Il fatto che il SEMG (Somalia-Eritrea Monitoring Group) sia
uscito allo scoperto e abbia ammesso nei suoi ultimi tre rapporti che
non ci sono prove credibili che collegano l'Eritrea alla Somalia è un
altro motivo per farla finita con loro. Pertanto chiediamo l’immediata
ed incondizionata revoca di queste sanzioni durate oltre il dovuto.
In aggiunta, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, come uno dei
garanti degli Accordi di Algeri, ha l'obbligo di costringere l'Etiopia a
liberare immediatamente e senza condizioni i territori sovrani eritrei
occupati illegalmente, compresa la città di Badme. A nessuna nazione,
grande o piccola, dovrebbe essere consentito di farla franca violando il
diritto internazionale e le Risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle
Nazioni Unite.
Inoltre, la COM.ER.IT è convinta che a lungo termine il proficuo
rapporto tra l'Eritrea e le altre nazioni della regione è essenziale per
il mantenimento della pace e della sicurezza e per combattere la povertà
e l'estremismo nel Corno d'Africa. Quindi, a Voi, alla UE ed ai membri
del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite chiediamo di fare ciò che
è etico e morale revocando queste sanzioni ingiuste.
COMUNITA’ ERITREA IN ITALIA
COMITATO MEDIA IN ITALIA
PEC : derres.araia@postacertificata.gov.it
Lettera aperta da un
compagno africano
a Nichi Vendola e agli amici di SEL
Caro Nichi Vendola e
cari amici di SEL, volutamente uso la parola “amici” visto che l’ultima
volta che vi ho scritto chiamandovi “COMPAGNI” mi avete liquidato con
due righe dicendomi che la mia lettera era finita nello spam per
sbaglio, evidentemente il server di SEL Nazionale non riconosce più
quell’appellativo. Pazienza! Partecipando quest’estate alla vostra
manifestazione Selfie di Piazza San Giovanni a Roma e girando per i suoi
coloratissimi stand non ho potuto non notare una bandiera etiopica
gigante appesa fuori da un ristorante etnico. La vostra multietnicità è
encomiabile ma… A quanto pare nessuno di voi si è accorto che quella
bandiera non fosse una bandiera etiopica qualsiasi, quella esposta nella
vostra manifestazione aveva come simbolo il Leone di Judah.
Ora, per chi non lo
sapesse, quella era la bandiera dell’Imperatore Haile Sellassie. Sì
proprio lui, sua maestà il Re dei Re. Dunque, a meno che improvvisamente
non siate diventati tutti rastafariani e come loro lo consideriate il
nuovo Messia, l’incarnazione di Dio, non capisco perché la sua bandiera
sventolasse proprio nel vostro “Roma scatta a sinistra”. Avevo già
subodorato che foste “pro Etiopia” ma anche monarchici beh, proprio non
l’avrei mai detto! Ma credo invece si tratti solo di una buona dose
d’ignoranza e confusione in politica estera da parte vostra ed è infatti
per questo che vi scrivo.
Per un eritreo come me,
Haile Sellassie e il suo Leone di Judah rappresentano l’imperialismo, il
feudalesimo, il colonialismo e la schiavitù messe insieme. Checché ne
dicano i rastafariani, per il popolo eritreo lui è stato un genocida ed
un despota facendoci diventare etiopici con la sua annessione
unilaterale del 1952 e cancellando la nostra madre lingua, il tigrignà.
Per le sue manie di grandezza ci ha oppresso e soppresso negandoci il
diritto all’autodeterminazione e facendoci diventare la sua
quattordicesima provincia. La sua fine arrivò tramite i suoi stessi
militari che lo incolparono di aver nascosto al mondo la carestia che
nei primi anni settanta colpì l’Etiopia facendo morire circa 200.000 dei
suoi sudditi. Così nel 1974 un colpo di stato lo spodestò dal trono
durato 44 anni.
Questa è storia e averla
studiato un pochino di più, secondo me, vi avrebbe evitato questa brutta
figura. Ma passiamo oltre! Veniamo ai nostri tempi che in realtà non
sono poi così diversi da quel passato di sangue e di oppressione, perché
l’Etiopia è rimasta sempre fedele a se stessa. L’infinita storia
dell’Eritrea e dell’Etiopia sarebbe dovuta terminare nel 1993 quando
l’Eritrea è diventata una nazione indipendente. Per questo affrontò la
trentennale guerra, costata la vita ad oltre 100.000 eritrei, iniziata
proprio da Haile Sellassie e proseguita dal famigerato Colonnello
Menghistu Hailemariam. E dopo neanche 5 anni d’Indipendenza
dell’Eritrea, ecco che di nuovo l’Etiopia di Melles Zenawi, stavolta
fiancheggiata dagli USA, ci dichiara un’assurda guerra di confine.
E tra il 1998 e il 2000
perdiamo altri 20000 giovani ma lo stesso riusciamo a salvare la nostra
bandiera. Con gli accordi di Algeri del 2000 si chiede all’ONU di
prendere una decisione sui territori contestati e nel 2002 la
Commissione di confine delle Nazioni Unite (EEBC) assegna quei territori
al suo legittimo proprietario: l’Eritrea. Finalmente i nostri problemi
parrebbero finire, invece no. Questa volta sono gli USA a non voler
accettare il verdetto definitivo delle Nazioni Unite e l’Etiopia, il suo
alleato numero uno, si rifiuta di firmare e così, da allora, continua ad
occupare illegalmente i nostri territori regalandoci una situazione di
no guerra no pace che dura da ben 13 anni.
Di tanto in tanto
l’Etiopia ci provoca compiendo raid militari sulle nostre postazioni con
il chiaro intento di sfiancare la popolazione e così fomentarla contro
il Governo. Questa situazione, inevitabilmente, comporta molti problemi
per un Paese in ricostruzione. Soprattutto per i suoi giovani cittadini
che vedendosi prolungare il servizio militare (normalmente di 18 mesi
come da standard internazionali) sono spinti ad abbandonare il Paese
attratti dalla strada che conduce al “Paradiso” che si snoda nei campi
di rifugiati, guarda caso in Etiopia, e poi, con la complicità di varie
ONG, nel deserto e in mare, cioè verso la morte certa.
Serviva una tragedia
come quella di Lampedusa per scioccare l’opinione pubblica. E così è
stato. Se la Corte di Giustizia Internazionale non fosse solo a caccia
di “africani cattivi” avrebbe già indagato tutte le ONG che lavorano in
quell’area per gravi crimini contro l’umanità! Ma questa è un’altra
storia. “Recentemente ho rinnovato le sanzioni su alcuni dei paesi più
tirannici tra cui la Corea del Nord e l’Eritrea. Abbiamo partnership con
i gruppi che aiutano le donne e i bambini a scappare dalle mani dei loro
aguzzini, stiamo aiutando altri paesi ad intensificare i loro sforzi e
vediamo dei risultati...” aveva dichiarato il Presidente Obama al
Clinton Global Initiative già nel 2009 e Human Rights Watch aveva dato
disposizione all’UNCHR dicendo di “facilitare” l’accesso alle sue sedi
ai richiedenti asilo eritrei.
Presentazione del Catalogo
Fotografico
"L'Eritrea Raccontata dai Lusci"
Mercoledì 17 dicembre
alle ore 18,30 si terrà a Roma presso la sede dell'Associazione
Lasalliana ex Alunni del Collegio S.Giuseppe Istituto De Merode via
S.Sebastianello n.1, la presentazione del Catalogo Fotografico
"L'Eritrea Raccontata dai Lusci" L'Immagine Incontra la Memoria. I
proventi dell'iniziativa saranno impiegati nei progetti di cooperazione
allo sviluppo dell'Associazione Italia Eritrea Onlus in partenariato con
l'Associazione Consulcesi Onlus, per il Popolo Eritreo.
Il Biddho Tour
arriva in
Italia
J'Accuse
Human Rights
Watch
di Daniel Wedi Korbaria (artista eritreo)
Lettera al Sig. Kenneth Roth (Direttore Esecutivo di HRW)
I - WORLD REPORT ERITREA
Caro
Signor Roth,
leggendo la sua ultima relazione annuale sull’Eritrea (2014), in un
primo momento, ho fortemente dubitato che si trattasse del mio paese. Ma
purtroppo, è proprio della mia patria che Lei ha scritto.
Le
sarei davvero grato se potesse aiutarmi a capirne alcuni passaggi.
In
primo luogo, mi chiedevo se mettere il logo della miniera d'oro di Bisha
al centro della mappa dell’Eritrea corrispondesse ad un esplicito
messaggio per sottolineare le risorse naturali del Paese o se fosse
semplicemente per rendere la relazione più accattivante per il lettore.
In
secondo luogo, ha redatto la relazione con un carico pesante di secondo
il, riportati da, si dice, che ha detto, egli descrive, ecc. A questo
punto devo dedurre che Human Rights Watch, pur non essendo presente in
Eritrea né acquisendo i dati dall'interno del paese, usi questa
relazione per diffondere pregiudizi e storie non confermate.
La
relazione afferma: “L'Eritrea è tra i Paesi più chiusi del mondo, le
condizioni dei diritti umani permangono tristi. Servizio militare
indefinito, tortura, detenzioni arbitrarie e severe restrizioni alle
libertà di espressione, di associazione e di religione provocano fughe
di migliaia di eritrei dal paese ogni mese.”
I
giovani eritrei fuggono dal loro paese, questo è vero. Scappano per il
servizio militare prolungato, anche questo è vero. Ma perché la
relazione non si focalizza sull’inosservanza delle decisioni definitive
e vincolanti dell’EEBC da parte dell'Etiopia che continua ad occupare
illegalmente territori eritrei? Human Rights Watch è a conoscenza della
situazione di no guerra - no pace che persiste in Eritrea fin dalla fine
del conflitto del 2000 e che obbliga tutti a stare all’erta?
La
storia ci ha insegnato, nel modo più duro possibile, come vadano le cose
in questo mondo, quindi Lei non dovrebbe credere che un qualsiasi
cittadino eritreo accetti ingenuamente le relazioni non corrette della
Special Rapporteur delle Nazioni Unite sull’Eritrea.
Le
decisioni illegittime delle Nazioni Unite hanno influenzato
negativamente il corso della storia dell’Eritrea. E' iniziato nel 1952,
con la federazione di Eritrea ed Etiopia e l'annessione totale attuata
dieci anni dopo dall'Imperatore Haile Sellasie. Nel corso dei trent’anni
di lotta per la libertà, durante i quali l'ONU guardava semplicemente in
silenzio, oltre 100.000 eritrei hanno sacrificato la loro vita. Fu
grazie al loro sacrificio che siamo diventati una nazione!
Quindi, signor Roth, mi chiedo dov’era l'ONU quando gli eritrei venivano
uccisi dai regimi di Haile Sellasie e Mengistu Hailemariam? Non era
l'ONU a conoscenza della Campagna Terrore Rosso? Non era l'ONU a
conoscenza delle bombe al napalm usate per uccidere civili innocenti? E
dov’era allora lo Special Rapporteur delle Nazioni Unite sull’Eritrea?
Cari compagni de
Il Manifesto,
innanzitutto mi scuso per l’appellativo “compagni” visto il tono e il
contenuto tipicamente d’oltreoceano con cui continuate a scrivere i
vostri pezzi sul mio Paese progressista: l’Eritrea.
Da ex appassionato vostro lettore, vi scrivo per l’ennesima volta
sperando di ricevere una risposta, se non altro perché conservo ancora
come una reliquia una copia de Il Manifesto da 50 mila lire, pagata
all’epoca con il salario di una giornata di lavoro. Allora credevo di
aiutare un giornale fuori dal coro, non volevo che chiudesse un giornale
che aveva il coraggio di scrivere ciò che altri non osavano, un giornale
di grandi firme. Oggi non lo farei più e vi dico il perché.
Sebbene non fosse la prima volta, sulla vostra testata del 26 novembre
2014 è apparso un articolo infamante dal titolo:
Uno Stato Prigione
di Marco Omizzolo e Roberto Lessio, due giornalisti a quanto pare
affetti da una malattia incurabile e contagiosa quale quella di scrivere
dei problemi di un paese africano “per sentito dire” e per “copia
incolla”.
Anch’io so, per sentito dire, che un buon giornalista è tale quando
prima di mettere nero su bianco alcunché, attenendosi alla deontologia,
si informa adeguatamente e verifica le notizie di persona possibilmente
recandosi sul luogo. Invece, ahimè, così non è purtroppo!
Senza muoversi dal proprio ufficio italico i vostri giornalisti
informano o meglio disinformano il lettore con argomenti oramai datati
(risalenti al 2007) e di cui si è già ampiamente dimostrata
l’infondatezza. Guardano il dito che indica la luna, guardano ai giovani
eritrei che arrivano sulle coste italiane per scappare da uno stato
prigione. E la luna?
Se avete l’umiltà, cari compagni, ve la mostro io la luna.
Da molti anni l’Eritrea vive accerchiata, combattendo in solitaria una
nuova guerra mediatica dove al posto dei proiettili vengono utilizzate
parole al veleno, informazioni menzognere, demonizzazioni della sua
politica e della sua leadership. E queste infamanti informazioni sono
ordite dagli eterni storici nemici dell’Eritrea: l’Etiopia che ancora
sogna di riannetterla e gli Usa. L’uso che questi ultimi farebbero del
nostro incontaminato territorio si può immaginare facilmente.
Finora, le loro “verità costruite a tavolino” hanno portato
ripetutamente a ingiuste sanzioni delle Nazioni Unite con le più assurde
accuse come quella di finanziare il terrorismo somalo.
Dopo lunghi anni ed estenuanti indagini, finalmente, il Gruppo di
Monitoraggio Eritrea-Somalia proprio il 14 ottobre 2014 ha dichiarato di
non aver trovato nessuna prova che l’Eritrea abbia aiutato Al Shabbab.
Un’informazione utile che i vostri giornalisti copia incolla non hanno
menzionato.
Il Manifesto, storicamente una voce fuori dal coro, oggi aderisce invece
a questa gigantesca macchina propagandistica imperialista continuando ad
infangare quella terra preziosa che è costata centinaia di migliaia di
vite. Il Manifesto sposa le teorie di chi ci descrive come dei malvagi
comunisti, una sorta di Corea del Nord africana, anzi peggio.
Eppure quante ne avete sentite durante la guerra fredda di queste
diavolerie mediatiche? Prima o poi diranno che anche noi eritrei
mangiamo i bambini, occhio!
E l’arma migliore che i nostri nemici d’oltreoceano stanno usando è
quella dei diritti umani. Hanno sguinzagliato tutte le loro “Agenzie
umanitarie” per accusare il Governo eritreo di negare i diritti umani
fondamentali a noi eritrei ignorando che per quegli stessi diritti
l’Eritrea ha lottato per 40 anni. È il fatto che vogliamo essere noi
eritrei a decidere la nostra politica e non le Ong che ci fa risultare
antipatici agli occhi di quell’Occidente così “benevolo e benefattore”.
L’Eritrea è convinta di farcela con le proprie sole forze, crede
nell’autodeterminazione e nell’autosufficienza, crede di potersi
riscattare dai soliti problemi che affliggono il continente africano
senza quegli aiuti “umanitari” che invece di risolvere i problemi li
peggiorano.
Come altri cittadini eritrei, orgoglioso di questi ideali, anche io
contribuisco con il 2% del mio stipendio e lo faccio anche quando non
lavoro. È il minimo che posso fare per la mia Eritrea, dato che parenti,
amici e conoscenti per lei hanno dato la propria vita.
E nonostante le Ong tifino contro, con le sue sole forze l’Eritrea ha
quasi raggiunto tutti gli otto Obiettivi del Millenio. E non lo dico io
ma lo dichiara l’UNDP (un’altra preziosa informazione che i vostri
giornalisti copia incolla ignorano di menzionare).
Allora perché migliaia di giovani scappano dall’Eritrea? Perché li
vediamo arrivare in Italia con mezzi di fortuna mettendo a rischio la
propria vita?
Se tralasciamo i visti non concessi dalle ambasciate europee a chi ha
diritto al ricongiungimento familiare, che comunque hanno inciso con
l’esodo in maniera importante, un altro motivo è quello del servizio
militare prolungato.
Purtroppo quando c’è la costante minaccia etiopica di un’invasione,
quando ci sono dei territori eritrei illegalmente occupati da forze
nemiche nonostante la EEBC dell’Onu (Commissione per i confini
Eritrea-Etiopia) avesse assegnato quei territori in modo definitivo
all’Eritrea già dal 2002, quando vige una situazione di no guerra-no
pace non si può pensare di mettere giù le armi e abbandonare il confine.
Gli USA che da una parte intimano alla Russia di lasciare i territori
ucraini “occupati” dall’altra non vogliono che il loro alleato Etiopia
faccia altrettanto con quelli eritrei: due pesi e due misure.
Voler difendere la propria sovranità non è sinonimo di dittatura.
Lo stesso Governo danese, che qualche anno fa si schierava contro il
Governo eritreo, quando si è visto invaso da troppi richiedenti asilo ha
mandato i suoi esperti in Eritrea per verificare la cosa e, solo dopo
un’accurata indagine, è arrivato ad una sentenza. È proprio di questi
giorni un documento della Danish Immigration Service che conclude
dicendo che il 99% dei richiedenti asilo eritrei sono motivati da cause
di tipo economico e che le accuse di mancanza di diritti umani siano
delle esagerazioni da attribuire alle Ong dei Diritti Umani che non
hanno mai messo piede in Eritrea. Chapeau ai danesi! Eppure non mi
risulta siano simpatizzanti comunisti…
È noto che i giovani eritrei arrivati con i barconi siano stati attratti
dall’accoglienza proficua che i paesi del nord Europa riservavano per
loro, per questo sceglievano di non fermarsi in Italia che gli offriva
ben poco.
In effetti, riconoscere lo status di rifugiato ai soli eritrei ha
causato molti danni. Il primo fra tutti nei confronti dell’Eritrea
stessa: un paese senza più giovani è facilmente attaccabile.
Che questo fosse un progetto politico non vi sono dubbi in quanto il
Presidente Obama in un discorso pubblico tenutosi alla Clinton Global
Initiative del 2009 minacciava di svuotare l’Eritrea della sua gente per
indebolirne il suo Governo, (il video si trova facilmente su Youtube).
Nel frattempo Human Rights Watch dava disposizione alle sedi delle UNCHR
in Etiopia e Sudan di non ostacolare i rifugiati eritrei dicendo: “Fate
in modo che possano accedere facilmente alle vostre strutture”.
Ovviamente, altri africani che scappavano da situazioni ben più gravi di
quelle eritree, conoscendo questa “discriminazione” si sono dichiarati
eritrei e, con la complicità di interpreti etiopici, sono passati per
l’Italia molti etiopici, somali, sudanesi e addirittura kenioti facendo
lievitare il numero dei rifugiati eritrei. Ciò non cambia comunque la
situazione.
Per concludere, cari compagni de Il Manifesto, a me sembra che tranne a
voi, è oramai chiaro a tutti il funzionamento della campagna mediatica
di demonizzazione di un paese.
Bisogna parlar male del “demonio di turno” fino a quando l’opinione
pubblica non ne possa più e così legittimi la distruzione di un leader e
di un intero paese. A meno che anche voi non siate convinti che Saddam
Hussein avesse veramente le armi di distruzione di massa!
Forse inconsapevolmente anche voi state partecipando a questo gioco al
massacro pronti con i vostri giornalisti copia incolla a giustificare
altri caos nel mondo. Anche la vostra voce si è unita al coro e secondo
me, passatemi il termine, vi siete Cnn-izzati. Buon pro vi faccia! E
come cantava il buon De Andrè: “Anche se voi vi credete assolti siete lo
stesso coinvolti.”
Una volta condividevo le vostre idee di sinistra rivoluzionaria “non
russa” ma da allora ne avete fatta di strada, siete finiti per
assomigliare alla destra americana oltranzista il che più che
disgustarmi mi preoccupa molto.
Cordialità,
Daniel Wedi Korbaria
Riflessioni sulla conferenza
del 9 novembre 2014
di Daniel Wedi Korbaria
Caro Ambasciatore
Fessahazion Pietros,
il suo prezioso impegno
ha raccolto centinaia di eritrei residenti in Italia restituendo alla
Comunità, traumatizzata dai fatti di Lampedusa, l’orgoglio della sua
identità: essere ERITREI. E noi cittadini eritrei della diaspora siamo
fieri e siamo al fianco del nostro Governo. Noi ci siamo e ci saremo
sempre, noi siamo un solo cuore.
Nella particolare serata di ieri 9 novembre, la sera della sua attesa
conferenza a Roma, tantissimi eritrei venuti ad ascoltarla sono stati
disturbati da alcuni scugnizzi venuti apposta per provocare la sua e la
nostra immensa pazienza spacciandosi per “eritrei di opposizione”. Quel
loro noioso tentativo d’ostruzionismo, fallito sul nascere, ci ha dato
un quadro molto chiaro sulla situazione del nostro amato Paese.
Ragazzacci prepotenti e villani che non hanno avuto nessun rispetto per
le persone anziane presenti, le nostre madri e i nostri padri, e che non
hanno avuto rispetto della nostra cultura, delle nostre tradizioni e
della nostra storia.
Un esiguo gruppo di insolenti venuti apposta per creare disturbo e per
mancare di rispetto alla Comunità degli eritrei ed al suo Rappresentante
in Italia.
Caro Ambasciatore, immagino la sua soddisfazione nell’aver potuto
cogliere con lo sguardo la fierezza ed il coraggio delle donne eritree,
madri e sorelle che da sempre hanno lottato e sacrificato i loro figli
per la nostra Patria, quando si sono alzate all’unisono per cercare di
far desistere quei quattro importuni che non dimostravano nessun
rispetto per l’Eritrea e le sue sacre istituzioni.
È grazie a loro e alla sagacia del Presidente della Comunità degli
eritrei in Italia, che dal palco invitava tutti a sedersi, che la
polizia italiana è stata facilitata nel compito di riconoscere i
disturbatori rimasti in piedi che sono stati scortati fuori accompagnati
da un grande applauso scrosciante e liberatorio che ha riportato la
calma e la serenità di cui avevamo bisogno. Il silenzio riguadagnato ha
permesso lo svolgimento sereno della conferenza e tutti noi, avidamente,
abbiamo ascoltato le sue parole pacate e pienamente condivisibili.
Che gli infiltrati non fossero eritrei l’ho capito quando non hanno
avuto il rispetto del minuto di silenzio in ricordo dei nostri martiri.
Non esiste un solo eritreo che non rispetti i suoi martiri perché se non
fosse stato per quei martiri non esisterebbe nessun eritreo.
Tutti noi eritrei onoriamo i martiri della lotta per l’Indipendenza, a
loro dobbiamo tutto, loro hanno donato la loro vita per noi, per i
nostri figli, per i nostri nipoti e pronipoti. Loro sono morti per gli
eritrei del futuro. Ogni famiglia ha il suo martire, ogni famiglia ha
pagato caramente l’Indipendenza e la bandiera eritrea. In tutte le
nostre case c’è una cornice con la foto di un martire, di colui che è
stato un padre, una madre, un fratello, una sorella, uno zio, un cugino.
Sono fotografie che non sbiadiranno mai, sono fotografie ben impresse
nei nostri cuori. Piangiamo ancora per loro, piangiamo dentro di noi
ogni volta che alziamo lo sguardo sul comò o sulla parete della nostra
stanza. Loro vivranno sempre con noi.
Sono sicuro che anche due giovani scalmanati eritrei, mentre fanno a
pugni per una ragazza, al minuto di silenzio per ricordare i nostri
martiri si mettano sull’attenti, si tolgano il berretto e chinino la
testa. E dopo “Awet n’Hafash”, se ancora gli va, possono continuare a
fare a botte. Questo per dire che prima di tutto viene il rispetto per i
nostri martiri. Chi non rispetta i nostri martiri non può dirsi eritreo.
Chi non rispetta i nostri martiri non rispetta nessuno, nemmeno se
stesso.
Anche un altro gruppetto di infiltrati che, alla faccia della
democrazia, voleva prevalere su tutti pretendendo di avere l’ultima
parola ci ha dimostrato la sua estraneità, perché se fossero stati
eritrei avrebbero osservato quel minuto di silenzio a testa china invece
di andarsene in malo modo e offendere così i nostri martiri, la nostra
storia, i nostri familiari. Hanno offeso tutti noi, hanno offeso
l’Eritrea.
La sua pacata sicurezza, caro Ambasciatore, ci ha colpito in profondità,
incoraggiandoci a lottare per difendere il nostro amato Paese
dall’infamia dei nostri nemici. Lei ci ha infuso altra forza ancora,
affinché l’Eritrea arrivi ai nostri figli integra e libera. Un’Eritrea
sovrana.
Grazie del suo testardo impegno caro Ambasciatore.
Tutti assieme lotteremo e vinceremo la nostra lotta per la
sopravvivenza, insieme difenderemo l’Eritrea. Noi siamo e saremo gli
unici responsabili del futuro della nostra Patria e non permetteremo a
nessun estraneo di infangare e sporcare la nostra bandiera, una bandiera
conquistata versando molto sangue.
Noi eritrei saremo i guardiani di quella amata terra, e per farlo siamo
già sull’attenti. I nostri nemici non vogliono capire, ma capiranno
prima o poi, che più siamo circondati e soffocati più resistiamo e ci
rafforziamo. L’orgoglio e l’unione che da sempre ci caratterizzano ci
rendono unici al mondo. Noi eritrei non permetteremo a nessuno di
ammainare la nostra bandiera, anche a costo della nostra vita.
Eterno ricordo per i nostri martiri, Awet n’Hafash!
Daniel Wedi Korbaria
Seminario dell'Ambasciatore
Fessahazion
Domenica 09/11/2014
presso l'Istituto Gerini di via Tiburtina 994 (fermata metro "B"
Rebibbia) avrà luogo un seminario dell'Ambasciatore Fessahazion aperto a
tutti gli eritrei. Il seminario con
inizio alle ore17 avrà come tema aggiornamenti su varie questioni
riguardanti l'Eritrea.
Commemorazione delle
vittime di Lampedusa
I
rappresentanti delle Comunità eritree in Italia in occasione
dell’approssimarsi della prima ricorrenza della tragedia di Lampedusa
avvenuta il 3 ottobre 2013 che ha causato la perdita di 366 vite di
giovani eritrei, annunciano di voler promuovere delle iniziative in
tutta Italia affinché la memoria di un evento così tragico che ha scosso
l’intero popolo eritreo ed emozionato l’opinione pubblica
internazionale non vada smarrita.
In questo anno
trascorso nel silenzio e nel dolore abbiamo potuto constatare con
costernazione che le vittime eritree di Lampedusa, ma anche quelle di
altri sfortunati tentativi di raggiungere l’Europa, che quando erano in
vita erano state sfruttate in ogni modo da organizzazioni senza
scrupoli, hanno poi subito l’oltraggio di essere strumentalizzate a fini
politici in maniera indegna anche da morte.
I nostri giovani
impossibilitati a farsi una vita propria stretti fra le difficoltà
economiche che l’Eritrea è costretta a subire a causa delle pressioni
esterne e dalle ingiuste sanzioni alle quali è stato sottoposto il
Paese, e la prospettiva di una lunga attesa di una normalizzazione della
quale non si intravede la fine, sono rimasti coinvolti in precisi
progetti di incoraggiamento alla fuga verso illusorie mete di sicuro
benessere.
Incoraggiati anche da
discutibili politiche di accoglienza praticate da alcune nazioni europee
questi giovani hanno intrapreso il loro cammino di dolore in direzione
delle coste del Mediterraneo durante il quale sono stati vessati in ogni
modo e sottoposti a ogni tipo di ricatto e violenza senza che nessuno si
sia veramente occupato di loro come esseri umani, ma venendo solo
sfruttati da chiunque avesse qualcosa da guadagnare in danaro o
utilizzati per fini politici da sciacalli pronti a tutto pur di agire a
danno del governo dell’Eritrea.
Ancora ai giorni
nostri mentre le autorità italiane sono impegnate nel completamento
delle indagini e nell’espletamento delle formalità giudiziarie, e quelle
eritree sono in attesa della conclusione dell’iter che porti al via
libera per l’attuazione dell’impegno preso nei giorni successivi alla
ufficializzazione della notizia della tragedia, di effettuare il
trasporto delle vittime in Patria, sedicenti organizzazioni per i
diritti umani si sono fatte avanti per creare agitazione e confusione
presso le famiglie delle vittime con il chiaro intento di ottenere un
vantaggio politico e fuorviante anche dalla commemorazione della morte
di tanti giovani.
E’ nostra intenzione
il giorno 28 settembre far sentire la nostra voce esprimendo insieme il
nostro cordoglio e la nostra vicinanza alle famiglie di tutte le vittime
di questo tragico programma di spoliazione del nostro Paese accendendo
delle candele nel corso di incontri ai quali sono invitati a partecipare
tutti coloro che hanno a cuore le sorti dell’Eritrea e le nostre
autorità diplomatiche, affinché sia riaffermata la nostra determinazione
a restare uniti e solidali per non permettere che altri si approprino
della nostra tragedia per finalità offensive alla dignità dei nostri
morti e ostili al nostra amata Nazione.
Coordinamento delle
Comunità Eritree in Italia
26 settembre 2014
A Roma la cerimonia si terrà
presso Nakfa House alle ore 17 di domenica 28 settembre.
Programma
di conservazione
delle acque piovane
Roma,
mostra al
Pigorini su
"Eritrea. Il paese rosso"
Inaugurazione giovedì 25 settembre
ore 17:00
Roma, 16 set - Eritrea, paese africano
multiculturale affacciato sul Mar Rosso, con una storia più che
millenaria, fatta di scambi e contatti con il mondo intero, che ne hanno
arricchito cultura e tradizione. Qui si possono incontrare molte delle
più significative tappe della nostra storia bio-culturale: la nascita di
Homo, il misterioso regno di Punt, i confronti tra le grandi religioni
monoteiste, i conflitti dei grandi imperi. Eritrea è anche sinonimo di
natura incontaminata, varia e affascinante. Coste sabbiose, arcipelaghi,
altopiani, depressioni desertiche, laghi salati e canyon caratterizzano
e rendono unico questo paese. La mostra “Eritrea - Il Paese Rosso. Un
viaggio nel tuo passato”, al Museo Nazionale Preistorico Etnografico
“Luigi Pigorini” dal 25 settembre al 26 novembre 2014, è il racconto
polifonico di un mondo straordinario attraverso gli occhi dei
viaggiatori, degli esploratori e degli scienziati di ieri e di oggi.
Uomini e donne che hanno percorso, vissuto, compreso e amato
quest’affascinante parte del Corno d’Africa. La mostra nasce all’interno
del progetto “Esplorazione e Scienza”, finanziato dal Ministero
dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (L. 6/2000),
nell’ambito di un partenariato scientifico fra la Società Geografica
Italiana e il Museo Nazionale Preistorico Etnografico “L. Pigorini”.
L’intento è di valorizzare e promuovere l’interesse per le esplorazioni
geografiche e scientifiche italiane nel territorio eritreo, attraverso
diverse attività divulgative e didattiche. La mostra “Eritrea - Il Paese
Rosso”, asse portante del progetto, si fonda, ma al tempo stesso
promuove, una più profonda condivisione di saperi e risorse tra Società
Geografica Italiana e il Museo Nazionale Preistorico Etnografico “L.
Pigorini”. Due istituzioni, da sempre impegnate in missioni geografiche
e scientifiche nel territorio eritreo, che conservano documenti e
reperti unici risalenti fin dalle esplorazioni storiche dell’Eritrea da
parte delle missioni italiane. Il Festival della Letteratura di Viaggio,
giunto alla sua VI edizione, accoglie quest’anno, tra le sue iniziative,
la mostra “Eritrea - Il Paese Rosso”. L’obiettivo è quello di offrire
una prospettiva di viaggio in chiave storica, sottolineando la
persistenza del legame tra le missioni scientifiche italiane e il
territorio eritreo.
Il
Presidente della Repubblica, Giorgio
Napolitano, ha ricevuto nel pomeriggio
al Quirinale, in separate udienze, per
la presentazione delle Lettere
Credenziali, i nuovi Ambasciatori:
S.E.
Fessehazion Pietros, Stato di Eritrea;
S.E. Celia Kuningas-Saagpakk, Repubblica
di Estonia.
Era
presente agli incontri il Vice Ministro
degli Affari Esteri, Lapo Pistelli.
Roma, 17
settembre 2014
Lettera
al Direttore de
"la Repubblica"
di Daniel Wedi Korbaria
Egr. Direttore,
chi le scrive è un artista eritreo che vivendo da vent’anni in Italia ha
la fedina penale ancora pulita nonostante le giornaliere difficoltà e la
particolarità del suo Paese che spesso e volentieri invita i cittadini
ad ogni sorta di illegalità. Non ho mai preso nemmeno una multa per
divieto di sosta o per il mancato pagamento di un biglietto d’autobus, e
posso permettermi il lusso di definirmi orgogliosamente un cittadino
onesto in Italia e un eritreo senza alcun conflitto di interesse nel mio
paese.
Vengo al dunque.
Questa mia è per esprimerle il rammarico che provo per gli ultimi
articoli pubblicati da la Repubblica.it riguardanti il mio amato paese:
l’Eritrea. In particolare l’articolo del 22 agosto 2014 in cui un vostro
giornalista riporta le parole di Don Mussie Zeray, un pregiudicato
secondo fonti attendibili arrestato negli anni novanta a Roma per
spaccio di droga, prendendolo come l’unico “detentore della verità”.
Trovo alquanto curioso che un giornale come il vostro usi lo stesso tono
dell’Avvenire ma ancor più curioso è che utilizzi la stessa fonte:
l’Agenzia Habesha, la Ong creata da questo stesso losco personaggio.
Capisco che i vescovi diano più ascolto ad un loro prete che ad un
cittadino onesto come me ma spero che almeno la sua testata si comporti
diversamente. Non voglio dunque commentare la faziosità del giornalista
firmatario dell’articolo, non è certo la prima volta che il tizio in
questione si spaccia per “africanista”, ma vorrei capire il vostro
scopo.
A meno che la Repubblica non si sia “democristianizzata”, mi passi il
termine, mi spiega qual è l’obiettivo del vostro articolo sul mio paese?
E soprattutto perché non verificate le vostre fonti prima di pubblicare
certi articoli infamanti?
Egr. Direttore: “Chi è Don Mussie Zeray?” Questa sarebbe stata una delle
cinque domande che impone il buon giornalismo ma dal momento che questa
domanda è stata da voi volutamente trascurata, sono qui per tentare di
dare una sfacciata risposta.
Il sedicente prete fa parte del Partito degli Unionisti, cioè di coloro
che ancora oggi vogliono unire l’Eritrea all’Etiopia.
In passato gli Unionisti erano la borghesia feudale eritrea attiva già
dai tempi dell’Imperatore Haile Sellassiè subito dopo la fine del
colonialismo italiano, che prima eliminò gli Indipendentisti e poi
brindò all’annessione unilaterale avvenuta nel 1961. Successivamente,
nonostante il palese controsenso, gli Unionisti collaborarono anche con
il sanguinario Colonnello Menghistù Hailemariam pur di impedire la
vittoria a chi lottava per la Liberazione dell’Eritrea, e lo stesso
fecero con Melles Zenawi contribuendo energicamente affinché divampasse
la guerra del 1998 fra i due paesi oramai distinti. Anche oggi lottano
per unire l’Eritrea all’Etiopia e fanno di tutto per rovesciare il
governo eritreo che ovviamente, archiviando il feudalesimo, non
riconosce loro i privilegi che avevano nel passato.
Don Mussie Zeray, come un attivista politico, vuole portare avanti
questo progetto di riannessione facendosi telecomandare dall’Etiopia e
dagli Stati Uniti che, come ha dichiarato Obama, non vogliono un leader
forte in Africa. Effettivamente il nostro Presidente Isayas Afewerki è
davvero un leader forte, per nostra fortuna!
E per minare la credibilità del nostro Presidente egli ha creato la sua
Agenzia “benefattrice” e armato di un telefono satellitare aspetta al
varco le sue vittime designate.
Invito il giornalista autore dell’articolo a fare altrettanto, provasse
lui a collegarsi telefonicamente con i profughi disperati nel deserto o
mentre attraversano il Mediterraneo. Vedrà che gli sarà un’impresa
assolutamente impossibile.
La succitata Agenzia Habesha, che vuol dire abissino e che dovrebbe
comprendere sia eritrei che etiopici, esclude di fatto qualsiasi
responsabilità del governo etiopico circa l’esodo. Eppure anche da lì
fuggono i giovani che qui in Italia si spacciano per eritrei. E da cosa
fuggono i giovani etiopici? Dal paradiso forse? Questo il nostro Don
Mussie non lo dice o lo ignora in malafede. Continua imperterrito ad
emettere sentenze molto dure soltanto sul governo eritreo ed il suo
Presidente. Il fatto che non riconosca le responsabilità etiopiche circa
l’esodo dei giovani può significare o che lo ignori o, semplicemente,
che sia di parte.
Lui sa benissimo che in Etiopia c’è una minoranza etnica che sta
governando da oltre vent’anni sulle altre etnie maggioritarie grazie ad
elezioni fraudolente. Così come sa benissimo della morte di circa 70
studenti di etnia Oromo, la più numerosa del Paese, uccisi quest’anno
dal governo etiopico per aver osato manifestare così come era già
successo nel 2005 dove le vittime furono 200. Ma di questo lui e la sua
Agenzia Habesha né si occupa né, fatto molto più grave, si preoccupa.
L’amara verità è che a Don Mussie Zeray gliene importa assai poco dei
giovani del mio paese che fuggono stufi dell’embargo e della situazione
in stallo tra guerra e pace decisa dall’Etiopia con la complicità degli
Stati Uniti e dell’ONU. Se la sua missione cristiana di salvare i
disperati fosse veramente sincera, se il suo dolore fosse autentico sui
morti affogati, sui torturati nel Sinai o sugli imprigionati in Libia,
allora non avrebbe dovuto gongolarsi dei riconoscimenti e dei premi
occidentali assegnatigli ma soprattutto avrebbe evitato di sorridere
davanti ai fotografi come fosse un divo hollywoodiano. Le sue foto sono
sul web, vedere per credere!
Ribadisco, in qualità di onesto cittadino, che le sue non sono altro che
lacrime di coccodrillo e mi vergogno all’idea di avere un simile
conterraneo.
Egr. Direttore, spero di averle dato qualche spunto di riflessione
instillandole un ragionevole dubbio e spero che in futuro prima di
pubblicare le menzogne altrui lei abbia la bontà di verificarne
personalmente la fonte. Qualora dovesse invece decidere di pubblicare
altre infamie sul mio paese e sul suo legittimo leader, riterrò
corresponsabile lei e il suo giornale di quello che la superpotenza
mondiale ha in serbo per la mia Eritrea e la sua popolazione, anche
perché ho imparato dalla recente storia mondiale a cosa servano queste
campagne mediatiche di denigrazione e demonizzazione occidentali verso
un paese da qui così lontano, molto lontano.
Il 1° settembre 1961 un giovane del
bassopiano eritreo di nome Idris Hamid Awate insieme a pochi amici,
armati di vecchi fucili italiani rubati, sparava il primo colpo contro
una stazione di polizia etiopica. Quel lontano giorno iniziò la lotta
armata di Liberazione dell’Eritrea. Il guerrigliero Idris morì un anno
dopo in combattimento sperando, ma senza saperlo, che altri Idris
eritrei avrebbero preso il suo posto e sacrificato la loro vita per la
propria libertà. E il suo sogno non fu vano, trent’anni dopo la
superpotenza “etio-soviet-americana” venne sconfitta e l’Eritrea
finalmente liberata.
È proprio per festeggiare questo anniversario chiamato Bahti Meskerem
che gli eritrei residenti in Italia si sono radunati ieri, 31 agosto
2014 , a Bologna la città simbolo della lotta di Liberazione. La
cerimonia è stata aperta con l’inno nazionale eritreo cantato da bambini
nati in Italia e la pronuncia maccheronica delle loro parole in tigrigna
ha rallegrato il cuore di tutti i presenti.
Alla cerimonia è intervenuto il nuovo Ambasciatore eritreo a Roma, il
Dottor Fessahazion Pietros che con parole chiare e forti ci ha
restituito la certezza di non essere soli. Infatti il governo è sempre
al nostro fianco soprattutto oggi che è in atto una guerra mediatica
contro l’Eritrea. Una campagna di denigrazione e demonizzazione
occidentale, una lotta impari visto che gli avvoltoi hanno tutti i media
del mondo dalla loro parte compresi, ahimè, anche quelli italiani.
Secondo le condivisibili parole del nostro Ambasciatore nessun eritreo
deve aspettarsi di spartire le risorse naturali dell’Eritrea con la
logica del “un po’ a te e un po’ a me”. “Esse non sono nostre (del
governo), né vostre (del popolo) ma appartengono alle future
generazioni.”
Ed è proprio dentro alle nostre risorse naturali che gli avvoltoi
travestiti da colombe vorrebbero mettere i loro artigli condannando il
futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti alla solita miseria
africana. La mia generazione è destinata non a consumare queste
ricchezze con la filosofia del “tutto ora e subito” ma è chiamata a
portare avanti quella lotta iniziata nel lontano 1961.
L’unica differenza è che oggi, più che con le armi, la potenza
etio-americana ci aggredisce con i suoi potenti mezzi d’informazione e
con la complicità delle malefiche Ngo dei diritti umani.
E se bisogna affrontare questa vigliacca guerra mediatica che mette a
rischio l’esistenza proprio di quei bambini che con le manine sul cuore
cantano: Eritrà, Eritrà, Eritrà, io mi vedrò costretto a impugnare la
mia penna e a far scoccare le mie frecce per abbattere quegli avvoltoi
che si agitano sopra le loro teste.
Daniel Wedi Korbaria
La Turkish Airlines
inaugura collegamento
con Asmara
L'ambasciatoreturcoinEritreasignorFiratSunele il signorPaulosKahsay, direttore generaledell'aviazioneeritreahanno celebratola scorsasettimana il lancio delnuovo serviziotrisettimanaledella TurkishAirlinesperAsmara via Istanbul.
Lettera al Direttore
dell'Avvenire:
La mia personale battaglia per la verità
di Daniel Wedi Korbaria
Egr. Direttore Marco
Tarquinio,
chi le scrive è un ex cattolico che nei primi anni ottanta faceva il
chierichetto nella cattedrale di Asmara in Eritrea, un servigio
onestamente reso alla Santa Chiesa per circa una decina d’anni. Alla
fine di questa mia capirà il perché sono diventato “ex cattolico”.
Scrivendo la parola
“Eritrea” sul vostro sito compaiono quasi cento articoli, dal 2010 al
2014, la maggior parte a firma del giornalista Paolo Lambruschi.
Pazientemente li ho letti quasi tutti anche se già dai titoli si poteva
capire il loro contenuto: “l’Eritrea vende i suoi figli”, “fuga
dall’Inferno”, “vivere in Eritrea è peggio che morire”, eccetera.
Quasi tutti gli articoli
datati 2010/2011 parlano dei sequestri di giovani eritrei nel Sinai, dei
riscatti pagati ai predoni, delle spranghe e delle violenze che
quotidianamente le nostre donne hanno subito con tanto di dettagli
raccapriccianti. A mio parere, si parla invece pochissimo dei
respingimenti italiani al tempo del governo Berlusconi. Poco male
comunque.
Pur capendo che la
vostra testata possa prendere cristianamente a cuore il destino degli
eritrei, pur riconoscendovi il merito di aver fatto sapere al mondo la
piaga dello schiavismo e della tratta degli organi avvenuti nel Sinai o
delle torture nelle prigioni in Libia, ahimè, mi sorgono dei dubbi circa
i restanti articoli. Aldilà della pietas cristiana scorgo l’inizio di un
qualcosa di poco chiaro. Un lavoro chirurgico e martellante, una
persecuzione vera e propria, il nome “Eritrea” ricorre ovunque, anche su
fatti di cronaca che riguardano altre nazioni lontane.
Specialmente negli
articoli datati 2012 la vostra attenzione si rivolge all’Eritrea che
viene definita: uno stato-caserma, prigione a cielo aperto o peggio,
Gulag Eritrea, la Pyongyang africana o nomignoli presi in prestito
direttamente dal Dipartimento di Stato americano che la considera: la
Corea del Nord africana. Il famoso “africanista” Lambruschi scrive:
“Nella vicenda degli eritrei rapiti nel Sinai si sospetta la regia di
Hamas e di Al Qaeda” e riporta, come fosse un dogma, l’accusa di un sito
americano che dice: “sulle coste eritree vengono addestrati i terroristi
yemeniti”...
Eritrea e Italia: un
partenariato possibile e
alternativo?
di Stefano Vernole*
da
"Eurasia" - Nel rapporto elaborato nei giorni
scorsi dal Dipartimento di Stato USA sulla “libertà
religiosa” nel mondo, l’Eritrea è stata riconfermata
nella lista che comprende i paesi peggiori, insieme
ad Arabia Saudita, Myanmar, Cina, Iran, Corea del
Nord, Sudan, Turkmenistan e (per la prima volta)
Uzbekistan.
Oltre alle pressioni statunitensi, il Governo di
Asmara deve far fronte alle critiche provenienti da
quel variegato mondo della sinistra “umanitaria”
impegnata a difendere più i diritti dell’individuo
che quelli dei popoli nel loro complesso, ma riesce
a mettere d’accordo ex comunisti e liberali milanesi
(Manfredi Palmeri) che ne hanno recentemente chiesto
l’esclusione dall’Expo (insieme a quella dell’India
…).
Il “regime eritreo”, in quanto sgradito
all’establishment atlantista, viene infatti accusato
di perseguitare politicamente i propri cittadini e
di costringerli ad emigrare; in realtà, solo poche
settimane fa, migliaia di eritrei si sono ritrovati
per una grande festa di tre giorni al Parco Nord di
Bologna senza alcun problema.
Se è vero che qualche sparuta contestazione c’è
stata, questa sembra più riconducibile ad elementi
dell’alta borghesia eritrea, oggi in rotta con il
Governo di Asmara, che al proletariato affamato e
ribelle.
Molto più saggiamente, dopo il totale disastro
libico provocato dagli stessi critici di cui sopra
(sinistra “umanitaria”, liberali e atlantisti), il
Governo italiano tramite il Viceministro degli
Esteri Lapo Pistelli, ha incontrato il Presidente
eritreo Isaias Afewerki, per affrontare insieme le
questioni migratorie e del traffico di uomini
conseguente...
*Stefano Vernole è Vicedirettore di
“Eurasia” Rivista di studi geopolitici
Gentili compagne e compagni di Sel,
chi vi scrive è un compagno africano senza nessun conflitto d’interessi
nel suo paese, senza proprietà, senza ambizione a ricoprire incarichi
dirigenziali o di altro genere. Sono un semplice cittadino che vuole
raccontarvi il suo piccolo paese africano bersagliato dai potenti della
terra perché colpevole di credere nell’autodeterminazione. Sono convinto
che anche voi siate favorevoli all’autodeterminazione dei popoli. Alla
fine di questa storia capirete il perché di questa lettera, abbiate solo
la pazienza e la bontà di leggerla.
Da parecchi anni ormai il mio piccolo paese ha scelto di
autodeterminarsi, di lottare per farcela da solo senza aspettarsi i
cosiddetti aiuti umanitari che, in quasi un secolo, tanto “bene” non
hanno portato all’Africa. Sostanzialmente, si rinunciava a mendicare il
chilo di farina anche quando c’era la siccità o peggio ancora quando
c’era la guerra.
L’autodeterminazione impressiona tutti specie quando si parla
dell’Africa, suona come una rivoluzione, un fatto mai accaduto prima
nella storia. Sappiamo tutti come vadano le cose laggiù: guerra, fame,
miseria e malattie sono le prerogative africane, gli aiuti umanitari
invece sono appannaggio dell’Occidente. Sembrano condanne destinate a
restare tali per sempre, è nel dna dell’Africa chiedere aiuti e anche
riceverli, e in quello dell’Occidente distribuirli. Guai a cambiare le
regole del gioco.
Appunto il mio piccolo paese, fresco di Liberazione, decide di volersi
affrancare da tutto ciò, di cambiare mentalità, vuole autodeterminarsi
testardamente. Una vera rivoluzione quindi. E cosa fa per dar vita a
questa rivoluzione? Ovviamente, via le Ngo e le Onlus, via i benefattori
occidentali.
Via le Ngo? Ma questa è una bestemmia! Com’è possibile dal momento che
l’Africa non può farne a meno? Eppure, in mezzo secolo il loro numero è
incredibilmente aumentato ma stranamente sono aumentate anche le
disgrazie sul territorio africano così che c’è sempre più bisogno di
loro. Ma il mio piccolo paese vi rinunciò, rinunciò agli aiuti umanitari
e iniziò ad educare la sua popolazione a non mendicare ma piuttosto a
stringere la cinghia e a scavare la terra con le proprie unghie con
l’unica idea fissa che nessuno debba tirarsi indietro...
Eritrei: a Bologna una
festa di
popolo
di Mattia Gatti
Marx21.it - Riceviamo dall'autore e pubblichiamo come contributo a
una maggiore comprensione delle vicende del continente africano
15 Luglio 2014 - Dalla mattina di venerdì 5 alla tarda notte di domenica
6 luglio si è tenuto all'Arena Parco Nord di Bologna un Festival
Internazionale che ha richiamato migliaia di eritrei provenienti da
tutto il mondo. L'evento è stato preceduto da una polemica che ha
investito direttamente il Comune di Bologna ed il sindaco colpevoli di
aver concesso l'area ad un'iniziativa organizzata dai sostenitori del
governo di Asmara [1], su questo tornerò in seguito non prima però di
aver provato a descrivere cos'è stato e cosa ha rappresentato il
Festival.
Il Festival di Bologna. Un simbolo della solidarietà internazionalista
tra Italia ed Eritrea.
Bologna non è stata scelta a caso: la città emiliana ha infatti ospitato
dal 1974 al 1991 tutti gli incontri internazionali organizzati dagli
eritrei esuli in appoggio alla lotta armata di liberazione allora in
corso nel paese contro l'occupazione etiope ed il tema centrale di
questo festival è stata proprio la ricorrenza dei 40 anni dalla prima
festa.
In quegli anni la città è stata anche il centro della solidarietà attiva
di sindacati e partiti della sinistra che erano interessati a conoscere
e sostenere un movimento rivoluzionario che progettava ed iniziava a
costruire nelle zone liberate un futuro indipendente e basato
sull'eguaglianza sociale e sul rispetto delle diversità etniche e
religiose.
Eritrea: Vice Ministro Pistelli ad Asmara,
è arrivato il momento di ricominciare
(AGENPARL) – Roma, 02 lug
14– “E’ arrivato il momento di ricominciare” è quanto ha dichiarato il
Vice Ministro Pistelli in visita ad Asmara, la prima di un esponente
politico di Governo in Eritrea dal 1997, dal viaggio dell’allora
Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Sono venuto qui a
testimoniare la volontà di rilanciare le relazioni bilaterali e provare
a favorire un pieno reinserimento dell’Eritrea quale attore responsabile
e fondamentale della comunità internazionale nelle dinamiche di
stabilizzazione regionale”.
Il Vice Ministro Pistelli ha avuto lunghe sessioni di lavoro con il
Ministro degli Esteri Saleh e il Consigliere del Presidente, Ghebreab,
prima di riunirsi in un lungo e approfondito colloquio con il Presidente
Isaias per l’analisi delle varie questioni di rilievo bilaterale e
internazionale di interesse comune per i due Paesi.
“Ho trovato presso i miei interlocutori grande disponibilità e
consapevolezza” ha dichiarato Pistelli a conclusione degli incontri. “Se
riusciamo a ripartire nella collaborazione, dimenticandoci delle
rispettive recriminazioni che ormai attengono alla dimensione storica
del nostro rapporto e devono smettere di condizionare l’attualità, le
potenzialità per l’Italia e l’Eritrea sono enormi e tutte di reciproco
vantaggio”.
L’Italia è il secondo partner commerciale dell’Eritrea, ma
l’interscambio è ancora attestato su livelli trascurabili a causa del
sostanziale isolamento di Asmara. L’obiettivo della visita è appunto
stimolare la disponibilità eritrea al confronto costruttivo con i Paesi
della regione in funzione di una partecipazione alla stabilizzazione del
Corno d’Africa, all’attivazione di politiche di sviluppo del Paese, ad
un impegno condiviso alla tutela dei diritti umani, alla lotta al
terrorismo e al crimine transnazionale.
“Sono venuto ad attivare un cammino di cooperazione su tutti i settori
di reciproco interesse, nella consapevolezza che in questa parte della
regione originano molti dei problemi di sicurezza e migratori che si
manifestano poi da noi. E per farlo ho voluto chiarire personalmente
anche al Presidente Isaias qui ad Asmara che l’Italia è pronta a
mostrare una disponibilità nuova, che saprà certamente attivare quella
fiducia reciproca che è mancata tra di noi da tanti, troppi decenni
ormai”.
I nemici dell’Eritrea provano
senza riuscirci
a rovinare il Festival di Bologna
di Filippo Bovo
Stato e Potenza -
Dal 4
al 6 luglio, al Parco Nord di
Bologna, si celebrerà la
quarantesima edizione del Festival
Eritreo. La prima fu tenuta nel
1974, a sostegno dei patrioti
eritrei che lottavano per
l’indipendenza del loro paese. Per
l’occasione, il Festival avrà una
portata ancor più internazionale del
solito. Come recita la dichiarazione
rilasciata dal comitato
organizzatore, nei tre giorni del
“Festival Bologna 2014” si renderà
onore ai sacrifici ed ai successi
dimostrati dalla comunità della
diaspora eritrea nel mondo per
ottenere e raggiungere
l’indipendenza dell’Eritrea, si
rinverdiranno le memorie delle
edizioni passate e si rimarcherà il
contributo che esse hanno avuto per
la causa, si parlerà del ruolo
fondamentale delle nuove generazioni
per l’avvenire del paese ed infine,
com’è giusto ed obbligatorio che
sia, si commemoreranno coloro che
hanno dato la vita per la nascita
dell’Eritrea libera ed indipendente
(1).
Già lo scorso 20 giugno, a Bologna
come a Roma come in molte altre
città che nel mondo ospitano la
cospicua comunità eritrea, si sono
tenute celebrazioni per commemorare
i martiri eritrei.
Apriti cielo! Subito un partito
trasversale ma neanche troppo, da
SEL al Corriere della Sera, passando
per Amnesty International, quello
che insomma oggi viene definito come
il “partito dirittoumanista” ed un
tempo più efficacemente si sarebbe
chiamato “partito americano”, ha
subito cominciato a polemizzare
contro il Festival di Bologna (2). A
queste buffonate non siamo nuovi e
possiamo già dire con certezza che,
malgrado i numerosi e ripetuti
sforzi, costoro non riusciranno
comunque a rovinare la festa del
popolo eritreo: esattamente come non
ne sono stati capaci finora. Rimane
comunque il fatto che un ampio
fronte, che spazia dalla sinistra da
salotto o da aperitivi alla stampa
liberal – borghese, ha il dente
avvelenato quando si parla
d’Eritrea. Esattamente come quando
si parla di Cuba, del Venezuela,
financo del Brasile dei Mondiali e
chi più ne ha più ne metta. C’è poco
da fare: i borghesucci odiano chi
non si lascia mettere il giogo dai
loro padroni americani, arrivando al
punto di strumentalizzare anche le
tragedie umanitarie pur di portare
acqua al proprio mulino (3).
Stato e Potenza esprime alla
comunità eritrea in Italia e agli
organizzatori una felice riuscita
dell’evento, coronato dal successo
come sempre è avvenuto nelle
edizioni precedenti. Desidera,
inoltre, augurare all’Eritrea ed al
popolo eritreo tutto di poter
continuare a condurre pacificamente
e proficuamente la propria
esistenza, nel segno della
sovranità, dell’indipendenza e della
libertà.
Maggiori informazioni sul Festival
di Bologna possono essere trovate
sul sito
Festival Bologna Eritrea
Il 20
giugno è il giorno dedicato alla memoria dei Martiri eritrei. In tutto
il mondo nei prossimi giorni si terranno commemorazioni in ricordo dei
combattenti che sono morti per una Eritrea libera e indipendente.
A Roma la cerimonia si è tenuta domenica 22 giugno alle ore 17 presso il
Parco Maria Teresa di Calcutta, zona Centocelle.
Bologna
24 maggio1991
Il 24 maggio 1991 il Fronte Popolare di Liberazione dell'Eritrea entra
nella capitale Asmara ponendo fine a una guerra per la conquista
dell'indipendenza durata trenta lunghi anni. Il F.p.l.e affida a Isaias
Afwerki la guida del Governo di Transizione mentre una conferenza di
riconciliazione sancisce il diritto all’autonomia dell’Eritrea da
esercitarsi attraverso un referendum popolare che avrà luogo due anni
dopo. Il 24 maggio 1993 con un risultato plebiscitario l'Eritrea viene
dichiarata indipendente divenendo il più giovane Stato africano. Oggi in
Asmara si sono svolte le celebrazioni solenni, nei
prossimi giorni gli eritrei festeggeranno in tutto il mondo la
ricorrenza di questi due eventi fondamentali per il loro paese, a Roma
l'evento si è tenuto il 25 maggio.
Roma
Milano
Amanuel Ghebresellasie
Amanuel Ghebresellasie direttore della ferrovia, ma soprattutto artefice
della sua rinascita che ha consentito a molti fortunati appassionati di
poter godere dell'incomparabile bellezza di un tracciato unico al mondo,
è morto dopo una devastante malattia che lo ha distrutto in pochi mesi.
Amanuel era l'anima stessa della Massaua-Asmara, e fino all'ultimo si è
caparbiamente adoperato per la salvaguardia e l'integrità della grande
eredità degli italiani. Amanuel era un grande uomo che ha lasciato una
impronta indelebile in quanti lo hanno conosciuto. Di carattere austero
e talvolta spigoloso Amanuel aveva rare qualità umane che lo rendevano
speciale e unico. Amanuel era anche un grande amico e mi mancherà
moltissimo. Voglio ricordarlo così quando sembrava impossibile che la
sua durissima fibra temprata da trenta anni di guerra per la liberazione
del suo paese potesse essere anche solo intaccata.
Dal Forum
Halewa Sewra
Purtroppo ancora una
volta il popolo Eritreo si appresta a`piangere degli eroi nazionali
scomparsi prematuramente Il fine settimana scorso. I 3 valorosi veterani
di guerra, il Martire Brigadier Generale Mebrahtu Tekleab detto Vainak,
il Martire Brigadier Generale Amanuel Haile detto Hanjema e l'ex
combattente Martire Desu Tesfatsion, ci hanno lasciato prematuramente
per via di un fatale incidente stradale mentre si dirigevano verso
Mahmime per partecipare alle commemorazioni del 30mo anniversario della
vittoria militare dell'E.P.L.F. sull' esercito occupante Etiopico - con
conseguente distruzione del comando militare Etiopico Nord-Orientale
denominato Wiqaw (Izz).
Il Martire Brig.Gen Vainak fu un valoroso Fedayin ('guerrigliero
urbano') che si distinse fra l'altro per aver condotto varie missioni
altamente difficili tra cui l'assalto alla notoria prigione 'Mariam
Gibbi' in Asmara (sotto occupazione Etiopica) con la liberazione di
quasi 1000 prigionieri di guerra Eritrei, tra cui vari alti esponenti
dell'EPLF.
Il Martire, Brig Gen Hanjema, anche lui valoroso combattente fu il vice
di "Wuchu" al tempo del comando militare 'Dankalia'.
Il Martire Desu Tesfatsion dopo essere stato congedato dall' esercito
nel dopoguerra ricevette incarichi civili.
Mercoledi`prossimo si svolgeranno i funerali di Stato ad Asmara.
La stragrande maggioranza delle comunita` Eritree nel Mondo celebreranno
cerimonie di commemorazione il prossimo fine settimana.
Gloria Eterna ai Nostri Martiri,
Vittoria alle Masse!
Intervista a
Christine Umutoni, UNDP
)
Eritrealive
Eritrea Live
Punti DiVista
13°
anniversario della
firma
degli Accordi di Algeri
Il 12 Dicembre 2000 furono firmati ad
Algeri gli accordi di pace fra Etiopia ed Eritrea sottoscritti come
testimoni e garanti da: ONU, USA, Comunità Europea, Organizzazione Unità
Africana , Eritrea, Etiopia. Ricorre dunque il 13° anniversario di
quell’evento che destinato a ripristinare la legalità e la pace fra i
due paesi prevedeva, tra l'altro, la creazione di una Commissione
indipendente per delimitare e demarcare Confini con una decisione
definitiva e vincolante . Quando la Commissione concluse i suoi lavori,
in data 21 aprile 2002, Badme, la città al centro del contendere di cui
entrambi i paesi sostenevano l’ appartenenza, risultò assegnata
all’Eritrea. L'Eritrea accettò la sentenza senza indugio, mentre
l'Etiopia, dopo un primo momento di euforia determinato dalla certezza
che il verdetto sarebbe stato a lei favorevole, si oppose fermamente
alla decisione, pur definitiva e immodificabile, rifiutandosi di
accettarla e applicarla. " ... la decisione che determina Badme come
parte dell'Eritrea può essere altro che illegale e ingiusta . ", disse
un emozionato Meles Zenawi , il compianto Primo Ministro etiopico. Alla
fine il regime etiope prese a utilizzare il gergo politico per coprire
il suo rifiuto della sentenza . Cominciò a definire la sentenza stessa
'illegale e ingiusta' da accettare in 'principio'. Tale principio
naturalmente era legato a una precondizione il “dialogo prima di attuare
la sentenza” finalizzato alla revisione dei termini stabiliti dalla
Commissione Confini. L'unico problema di questo stratagemma è che era
illegale poiché violava la clausola finale e vincolante dell'accordo di
Algeri. Se i funzionari etiopici avessero veramente voluto un vero
dialogo con l'Eritrea questa sarebbe stata più che pronta ad
accoglierli, come disse Girma Asmerom, ambasciatore dell'Eritrea presso
l'UA: "Se l'Etiopia ritirerà il suo esercito dal territorio eritreo
sovrano occupato, compresa la città di Badme al mattino, il dialogo tra
i due paesi inizierà nel pomeriggio. " Per molte persone, può essere
difficile da capire rifiuto dell'Etiopia di rispettare decisione della
Commissione. Dopo tutto l’apparente motivo del contendere era una città
che Meles ha descritto come "un villaggio dimenticato da Dio". Allora
perché rifiutare la sentenza se Badme non è importante per l’Etiopia ?
Il problema è che la cosiddetta "guerra di confine" in realtà aveva ben
poco a che fare con il confine. Badme era solo un pretesto del l’Etiopia
per innescare una guerra nel tentativo fallito di rioccupare l’Eritrea.
Quando il conflitto ebbe inizio nel 1998, l’Eritrea era indipendente da
soli cinque anni dopo averne combattuti 30, inutile dire che un altro
conflitto era l'ultima cosa all'ordine del giorno. Purtroppo, 13 anni
dopo la firma dell'accordo di Algeri, l'Etiopia è ancora allergica alla
pace. La sua occupazione di territori sovrani eritrei viola i diritti
umani del popolo di Eritrea ed è una delle principali fonti di
destabilizzazione nella regione. Gli Stati Uniti, l’Unione Africana le
Nazioni Unite e l'Unione europea devono assumersi le loro obblighi
morali e legali per far rispettare le decisioni di confine attraverso
sanzioni punitive per l'Etiopia. Non riuscire a farlo mina solo la loro
credibilità ed efficacia.
Per uno scambio di vedute sull'argomento
Eritrea, commentare una notizia riportata nella sezione attualità, esprimere una
opinione sugli argomenti presentati o proporne di nuovi, ma anche semplicemente
per seguire i dibattiti in corso